Visualizzazione post con etichetta Bergman. Mostra tutti i post
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24 aprile 2023

Un'estate d'amore (I. Bergman, 1951)

Un'estate d'amore (Sommarlek)
di Ingmar Bergman – Svezia 1951
con Maj-Britt Nilsson, Birger Malmsten
***

Visto in divx.

Quando la danzatrice Marie (Maj-Britt Nilsson), poco prima delle prove di un importante balletto a teatro, riceve per posta il diario di Henrik (Birger Malmsten), il ragazzo che tredici anni prima aveva amato durante una vacanza estiva ed era morto improvvisamente, tutti i ricordi di quell'estate tornano di colpo a investirla. A quel tempo la giovane Marie era una ragazza solare e piena di vita, sempre pronta a ridere e a scherzare. La relazione con il più cupo Henrik, in vacanza con il suo cane nello stesso tratto di mare, nacque infatti per gioco, salvo farsi più profonda nel giro di pochi giorni, al punto da sviluppare sogni di fidanzamento e matrimonio: ma dopo la morte del ragazzo, in seguito a una caduta da uno scoglio, Marie divenne malinconica e introversa, perdendo ogni interesse e ragione di vita a lungo termine che non fosse la sua carriera di danzatrice, di fatto erigendo un muro, chiudendo una parte di sé e rimuovendo le emozioni. La lettura del diario le risveglia, la manda in crisi e le consente finalmente di "elaborare il lutto" e di aprirsi a una nuova vita. Nella sua apparente semplicità (nonostante la struttura a flashback), uno dei film più immersivi e psicologicamente profondi del primo periodo bergmaniano: aiutato da un'eccellente prova della protagonista, che veicola moltissime emozioni diverse, il regista si concentra sull'attenzione ai dettagli, che siano i primi piani su volti e oggetti (come nelle magistrali sequenze che vedono Marie da sola davanti allo specchio del trucco) o gli accenni "premonitori" (i molti presagi di morte attorno a Henrik) anche nelle sequenze più leggere e sbarazzine (tutta la parte della vacanza estiva sembra anticipare certe cose di Rohmer). E anche se all'apparenza nel soggetto – l'amore giovanile – non c'è molta differenza rispetto agli altri lavori di inizio carriera, per molti versi si può dire che lo "stile" di Bergman, dal punto di vista sia formale (notevole la fotografia di Gunnar Fischer) che contenutistico, quello che porterà avanti per il resto della carriera (da "Il posto delle fragole" – a proposito, anche qui c'è un "fragoleto" segreto – a "Persona"), nasca qui. Georg Funkquist è lo "zio" Erland, Stig Olin il maestro di danza, Alf Kjellin il giornalista Nyström.

9 settembre 2022

Città portuale (Ingmar Bergman, 1948)

Città portuale, aka Città della nebbia (Hamnstad)
di Ingmar Bergman – Svezia 1948
con Nine-Christine Jönsson, Bengt Eklund
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Dopo nove anni ininterrotti di navigazione, il marinaio Gösta (Eklund) torna sulla terraferma con l'intenzione di restarci, e sbarca nel porto proprio mentre una ragazza, Berit (Jönsson), tenta il suicidio buttandosi in mare. Innamorati, i due cominciano a frequentarsi. Ma solo dopo alcune settimane la tormentata Berit rivela a Gösta la verità su di sé, ovvero i problemi in famiglia, con genitori litigiosi e mai comprensivi, e i suoi trascorsi in riformatorio, per via di una serie di cattive compagnie. Ma anche di fronte a una società ipocrita e perbenista, saprà trovare una nuova voglia di vivere. Il quinto lungometraggio di Bergman, da lui anche sceneggiato a partire da un romanzo di Olle Länsberg, è un dramma (neo)realista di scarso interesse, forse ispirato alle pellicole di Marcel Carné, anche se l'attenzione al vissuto sociale e alle questioni morali, in particolare quelle delle nuove generazioni, quasi impotenti in un mondo che non li prende in considerazione e non è fatto a misura loro, è comunque da apprezzare (si pensi alla scena in cui Gertrud, amica di Berit, ricorre a un aborto clandestino a costo della vita pur di non dire nulla alla propria famiglia).

26 settembre 2020

Ciò non accadrebbe qui (I. Bergman, 1950)

Ciò non accadrebbe qui (Sånt händer inte här)
di Ingmar Bergman – Svezia 1950
con Signe Hasso, Alf Kjellin, Ulf Palme
*1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Rifugiatasi in Svezia da un paese straniero (chiamato Liquidatzia nella finzione filmica: ma si tratta evidentemente di uno degli stati baltici che facevano allora parte dell'Unione Sovietica), la brillante chimica forense Vera (Signe Hasso) viene raggiunta a sorpresa dal marito Atkä Natas (Ulf Palme), che era inizialmente rimasto in patria. La donna sospetta che l'uomo sia un informatore delle spie della Liquidatzia che si nascondono nel paese con il compito di riportare indietro tutti gli esuli. In parte ha ragione, ma ha anche torto, perché Natas a sua volta intende consegnare importanti documenti (segreti industriali, nonché la lista di tutte le spie) all'ambasciata degli Stati Uniti per ottenere in cambio la cittadinanza americana. Forse il film più insolito (e minore) della filmografia di Ingmar Bergman, che peraltro non ne firma né il soggetto né la sceneggiatura (opera di Herbert Grevenius, che ha rielaborato un romanzo del norvegese Waldemar Brøgger): un thriller di spionaggio (e di propaganda politica) noioso e poco ispirato, interessante giusto come documento storico-sociale e per l'ambiguità di quasi tutti i personaggi. Fra le scene degne di nota, quella delle riunioni segrete degli esuli (all'interno di un cinema che proietta i cartoon di Paperino: ma l'arte in generale fa capolino un po' ovunque, visto che l'appartamento di Natas è situato sopra le quinte di un teatro di varietà, e che le spie usano un giradischi per coprire i rumori delle torture) e quella del confronto fra Natas e Almkvist (Alf Kjellin), il poliziotto con cui Vera vorrebbe rifarsi una vita. Buona comunque la regia, mobile quanto basta, e la fotografia oscura e inquietante di Gunnar Fischer, degna di un film muto. Il nome Atkä Natas è un anagramma di Äkta Satan, "Vero Satana", mentre il nome della nave è quello di un quotidiano comunista svedese, "Nydag Kominform", letto al contrario. La versione inglese, girata in parallelo, si intitola "High Tension".

10 marzo 2020

Il volto (Ingmar Bergman, 1958)

Il volto (Ansiktet)
di Ingmar Bergman – Svezia 1958
con Max von Sydow, Ingrid Thulin
***

Rivisto in divx, per ricordare Max von Sydow.

A metà Ottocento, la "compagna medico-ipnotica" itinerante del dottor Vogler (Max von Sydow) – che comprende anche la sua moglie e assistente Manda (Ingrid Thulin), il prestigiatore Tubal (Åke Fridell) e una vecchia "strega" che vende pozioni magiche (Naima Wifstrand) – giunge in una cittadina, dove è accolta dai notabili del luogo. Il console Egerman (Erland Josephson) ha infatti deciso di ospitarli in casa propria perché ha fatto una scommessa con il medico Vergerus (Gunnar Björnstrand) sull'esistenza o meno del soprannaturale: il primo ci crede, così come sua moglie Ottilia (Gertrud Fridh), che intende chiedere a Vogler di lenire con i suoi poteri animistici e magnetici il proprio dolore per la recente scomparsa di una figlia; il secondo invece è scettico, convinto che in natura nulla sia inesplicabile. Dopo una notte movimentata in cui i membri della compagnia "fraternizzano" in vari modi con la servitù (e non solo) del palazzo, il giorno dopo lo "spettacolo magico" si tramuta in una forte umiliazione per Vogler e compagni: ma l'uomo saprà vendicarsi, fingendo di tornare dalla morte e fornendo per un attimo un'esperienza unica al medico scettico. Una pellicola misteriosa e bizzarra, tutta giocata sulla dicotomia fra verità e finzione (o "sull'illusione dell'arte e sul suo rapporto con il potere"). Manda dice all'inizio: "L'inganno è così univeralmente diffuso che dire la verità significa farsi tacciare da bugiardi". E in effetti, a prima vista, la compagnia del dottor Vogler sembra costituita solo da impostori, dediti all'inganno sia a livello di azioni che di aspetto: Vogler stesso indossa una barba finta e si trucca il volto, oltre a fingere di essere muto. Manda viaggia in abiti maschili ("per far perdere meglio le nostre tracce se siamo nei guai") e, pur ammettendo di far parte di un gruppo di ciarlatani, rimpiange la cosa: "Se solo una volta potessi dire che e vero...". Ma l'inganno domina anche gli altri personaggi, che mentono a sé stessi anche quando si impuntano nei rispettivi ruoli: Vergerus è lo scienziato razionalista e positivista, il console e sua moglie lasciano una porta aperta all'immateriale (o almeno fingono di farlo, perduti nei miti del romanticismo e negli inganni della propria relazione), memtre il capo della polizia (Toivo Pawlo), quale rappresentante dell'ordine, sembra indifferente alla questione e si preoccupa soltanto di non lasciarsi sfuggire di mano la propria autorità. Persino fra la servitù, benchè a livello più schietto e meno ipocrita, serpeggiano pose e finzioni: dalla servetta Sara (Bibi Andersson), che amoreggia con il giovane cocchiere Simson (Lars Ekborg), a sua volta fintamente spavaldo, alla capocuoca Sofia (Sif Ruud), che seduce Tubal, passando per l'attore ubriacone Johan (Bengt Ekerot: cosa c'è di più ingannevole della sua professione?) e lo stalliere Antonsson (Oscar Ljung), vittima della propria immaginazione. La fotografia espressionista di Gunnar Fischer e gli accurati primi piani della regia di Bergman indagano questi e altri personaggi con interesse quasi antropologico, mettendone in luce paure e contraddizioni: e il film non ci risparmia nemmeno alcune sequenze davvero suggestive e "magiche", come l'attraversamento iniziale del bosco, la notte di tempesta, e la scena in soffitta quando Vogler, grazie a ombre e specchi, tormenta Vergerus prima di svelarsi per quello che è nel finale. Ispirato forse a un testo teatrale di G. K. Chesterton ("Magic"), il film vinse il Leone d'argento alla Mostra di Venezia.

20 novembre 2019

Musica nel buio (Ingmar Bergman, 1948)

Musica nel buio (Musik i mörker)
di Ingmar Bergman – Svezia 1948
con Birger Malmsten, Mai Zetterling
**

Visto in divx.

Bengt Vyldeke (Malmsten) è un giovane pianista di famiglia benestante che, diventato cieco per un incidente al poligono mentre era sotto le armi, si ritrova costretto a rinunciare alla carriera di concertista che aveva sognato e si riduce a suonare per ristoranti di basso ordine. Ingrid (Mai Zetterling) è una ragazza orfana che lavora come domestica nella casa di campagna degli zii di Bengt, si prende cura di lui e se ne innamora, mentre al contempo aspira ad istruirsi e a conquistarsi un posto nella società. Da un racconto di Dagmar Edqvist, una pellicola dai toni romantici e melodrammatici ma anche attenta alla psicologia dei personaggi e al contesto sociale, visto come segue le due parabole contrapposte dei protagonisti, con le continue umiliazioni cui è sottoposto Bengt e la parallela crescita (anche come consapevolezza) dell'ingenua e campagnola Ingrid. Interessante la sequenza di apertura, con un montaggio di immagini surreali che mostrano le percezioni di Bengt nel momento in cui diventa cieco. Ma il romanticismo e lo sviluppo della storia sono alquanto convenzionali, e la buona regia e le interpretazioni non possono far molto per sollevare più di tanto il soggetto. In ogni caso, fu il primo successo di pubblico – per quanto modesto – per il giovane Bergman: gli valse la fiducia della casa di produzione Svensk Filmindustri che gli commissionò ulteriori sceneggiature e regie.

13 luglio 2019

La terra del desiderio (I. Bergman, 1947)

La terra del desiderio (Skepp till India land)
di Ingmar Bergman – Svezia 1947
con Birger Malmsten, Holger Löwenadler
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Tornato in patria dopo sette anni, il marinaio Johannes Blom (Malmsten) ritrova Sally (Gertrud Fridh), la donna che un tempo aveva amato, e va con la mente ai drammatici giorni che avevano preceduto la sua partenza, caratterizzati in particolare dal difficile rapporto con il padre Alexander (Löwenadler), capitano di una barca per il recupero dei relitti sommersi. Ispirato a un dramma teatrale di Martin Söderhjelm (sceneggiato dal regista), il terzo film di Ingmar Bergman è un capitolo decisamente minore della sua filmografia. Gran parte dell'azione si svolge in flashback ed è incentrata sul rapporto fra padre e figlio, con il primo autoritario, violento, egoista e inaffidabile, che disprezza il figlio (anche perché gobbo) e che, quando scopre di stare per diventare cieco, progetta di abbandonare lui e la moglie (Anna Lindahl) per andarsene con la giovane amante Sally, ballerina di varietà. Questa, pronta a tutto pur di sfuggire alla povertà, finirà invece per innamorarsi di Johannes, ma le circostanze avverse li separeranno. Il tema dei rapporti familiari (e quello del padre severo e autoritario) è già tipicamente bergmaniano e anticipa altri lavori successivi del regista: ma a parte qualche bel tocco nella descrizione dei personaggi e l'ambientazione acquatica, fra barche e chiatte ormeggiate presso il porto, non c'è poi molto di interessante. Il titolo originale significa "La nave per le Indie".

23 gennaio 2019

Piove sul nostro amore (Ingmar Bergman, 1946)

Piove sul nostro amore (Det regnar på vår kärlek)
di Ingmar Bergman – Svezia 1946
con Birger Malmsten, Barbro Kollberg
**

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

David, ex galeotto, e Maggi, fuggita di casa perché incinta, si incontrano per caso alla stazione ferroviaria in una piovosa notte di ottobre e decidono di andare a vivere insieme. I loro tentativi di costruirsi una nuova vita onesta (acquistando una casetta e trovando un lavoro), fra mille traversie, saranno frustrati in continuazione dalla società, dalla morale e dai pregiudizi della gente. Ma alla fine, grazie all'intervento del misterioso “narratore” della storia (una sorta di angelo custode), che li difenderà in tribunale durante un processo, riusciranno ad avere una nuova occasione. Secondo film di Bergman, che sotto l'aspetto del fotoromanzo melodrammatico sfiora già temi profondi e di spessore, come il rapporto fra individuo e società (in particolare quello dei giovani che devono fare i conti con le leggi e la burocrazia “paterna”). Lo fa con toni leggeri (la commistione fra dramma e commedia anticipa quasi Fellini, anche se la trama ricorda “L'uomo del sud” di Renoir e lo stile è debitore in generale alle atmosfere del realismo poetico di Marcel Carné), una struttura un po' improvvisata e una forma ondivaga ma comunque gradevole, anche grazie alla buona caratterizzazione dei tanti personaggi di contorno (come i due venditori ambulanti e la vicina bonacciona, ma anche il perfido proprietario della casetta e i vari rappresentanti dell'ordine – il prete, l'avvocato, il funzionario – che mettono i bastoni fra le ruote ai due giovani). Tipicamente bergmaniano, invece, il personaggio del narratore-angelo custode.

10 ottobre 2018

Il settimo sigillo (Ingmar Bergman, 1957)

Il settimo sigillo (Det sjunde inseglet)
di Ingmar Bergman – Svezia 1957
con Max von Sydow, Gunnar Björnstrand
***1/2

Rivisto in divx, con Marisa, Giovanni e altri.

Di ritorno dalle crociate, il cavaliere Antonius Block (Max von Sydow) e il suo scudiero Jons (Gunnar Björnstrand) attraversano un paese sconvolto dalla pestilenza, dove gli uomini muoiono come mosche e tutti temono che sia giunta la fine del mondo prevista dall'Apocalisse ("Quando l'angelo aprì il settimo sigillo, nel cielo si fece silenzio e vidi i sette angeli che stavano dinnanzi a Dio e furono loro date sette trombe..."). Block, angosciato dal silenzio di Dio e tormentato dai dubbi che si aprono nella propria fede (mentre di contro lo scudiero Jons è più pragmatico e razionalista), si ritrova faccia a faccia con la Morte impersonificata (Bengt Ekerot), un'alta e tetra figura dalla pelle bianca e dal manto nero: e per prendere tempo, la sfida a una partita a scacchi (seguendo in questo un'iconografia medievale che mostrava spesso il tristo mietitore impegnato in tale attività). Man mano che la partita procede, trascinandosi di giorno in giorno, il cavaliere e lo scudiero proseguono il loro viaggio verso casa, incontrando fra gli altri una serva muta (Gunnel Lindblom) che Jons prende con sé; un fabbro di villaggio (Åke Fridell) con la moglie infedele (Inga Gill); e soprattutto una compagnia itinerante di attori e saltimbanchi, formata dal capocomico Jonas (Erik Strandmark) e dai giovani coniugi Jof (Nils Poppe) e Mia (Bibi Andersson), con il loro figlioletto Mikael. Saranno proprio questi ultimi, puri di cuore e di spirito (al punto che Jof, pur non comprendendo le proprie visioni, è in grado di percepire il trascendente e il soprannaturale), gli unici a salvarsi dalla Morte che il cavaliere, protraendo al massimo il tempo della partita a scacchi, condurrà con sé fino al proprio castello. Ambientato in un medioevo cupo ed oscuro, dove le campagne sconvolte dalla peste sono percorse da pellegrini penitenti e flagellanti (al canto del "Dies Irae") e da monaci che mettono alle fiamme le presunte streghe, forse il film più famoso di Ingmar Bergman, di certo quello che più di ogni altro è entrato nell'immaginario cinematografico e collettivo (non si contano gli omaggi, le citazioni, i riferimenti, anche in lavori del tutto diversi e che apparentemente non hanno niente in comune con le riflessioni esistenziali – prima ancora che religiose – del regista svedese: si pensi a "Last action hero" o a "Un mitico viaggio").

L'immagine del cavaliere che gioca a scacchi con la Morte è sicuramente potente, ma la pellicola offre molto di più: è il percorso di un uomo che comincia a farsi delle domande nel momento in cui si rende conto di stare ormai avvicinandosi al proprio destino finale, un percorso che non tutti fanno allo stesso modo (il contraltare del cavaliere, come detto, è lo scudiero nichilista: ma c'è anche chi proietta le proprie paure all'esterno, cercando un capro espiatorio – la ragazza accusata di essere una strega (Maud Hansson) – oppure chi semplicemente rifiuta di accettare la situazione). Tutti dobbiamo morire, ma non tutti ci avviciniamo alla morte nello stesso modo. Anche formalmente il film gioca con gli estremi: la vita e la morte sono simboleggiate dal bianco e nero (e non a caso, nella partita a scacchi, la Morte muove i pezzi neri), che la fotografia di Gunnar Fischer esalta in modo magistrale. E nella cupezza generale, risaltano la luce e la gioia di vivere della giovane famiglia di saltimbanchi: il momento in cui giocano con il bambino sul prato, in cui si gustano il latte e le fragole (un "posto delle fragole" ante litteram!) svela il reale significato della felicità: apprezzare e godersi la vita momento per momento, come lo stesso cavaliere riconosce affermando che porterà quell'istante nella propria memoria. In tutto questo, Bergman – che come Shakespeare condisce il dramma con alcune scenette comiche (quelle relative al fabbro e alla moglie che scappa con l'attore) – si ispira, oltre che alle suddette iconografie medievali (si pensi anche all'ultima scena, quella della "danza con la Morte", o ai dipinti che un artigiano sta tracciando sulle pareti di una chiesa diroccata), a un piccolo dramma teatrale, "Pittura su legno", da lui stesso scritto qualche anno prima. Insignito del premio speciale della giuria al Festival di Cannes, il film divenne un classico istantaneo e portò Bergman alla fama internazionale. La pellicola segna anche l'inizio della collaborazione con il regista svedese di due intepreti che in seguito appariranno ripetutamente nei suoi lavori: Max von Sydow (attore teatrale all'esordio assoluto nel cinema) e Bibi Andersson.

14 gennaio 2018

Verso la gioia (Ingmar Bergman, 1950)

Verso la gioia (Till glädje)
di Ingmar Bergman – Svezia 1950
con Stig Olin, Maj-Britt Nilsson
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Stig e Marta sono due giovani violinisti appena entrati a far parte della modesta orchestra di Helsingborg, diretta dall'anziano e saggio Sönderby (Victor Sjöström). Soli e infelici, cercano conforto l'uno nell'altra, fino a innamorarsi e sposarsi. Ma la loro relazione, proprio come la loro carriera artistica, sarà costellata di alti e bassi, fra momenti lieti e dissapori, separazioni e riappacificazioni. In particolare l'ambizione di Stig, che aspira a diventare solista, si scontra con la dura realtà e la propria mediocrità, come testimonia il suo fallimento durante un'esecuzione del concerto di Mendelssohn. Alla fine l'uomo comprende che la felicità risiede nel poco che si ha, che è decisamente effimero e puo esserci tolto in ogni momento. E infatti, quando tutto sembra che vada finalmente per il meglio, arriverà una tragedia (annunciata nella prima scena: l'intera vicenda è poi narrata in flashback). Opera apparentemente minore (e un po' deprimente) di Bergman, è in realtà un film già compiuto che, nella semplicità della vicenda, mette in scena un'intensa meditazione sul destino dell'uomo, un fragile percorso "verso la gioia" costellato di errori e di illusioni: nel finale, suonando la Nona Sinfonia di Beethoven, il protagonista comprende come si tratti di "una gioia che trascende tutto, che va al di là della nostra comprensione, del dolore o della disperazione", per usare le parole di Sönderby. Proprio grazie alla presenza di Sjöström, il film prefigura in un paio di scene "Il posto delle fragole" (si pensi al momento in cui il direttore d'orchestra, sdraiato sull'erba, ammira la felicità della coppia).

20 novembre 2015

Sete (Ingmar Bergman, 1949)

Sete (Törst)
di Ingmar Bergman – Svezia 1949
con Eva Henning, Birger Malmsten
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Tratto da una raccolta di novelle di Birgit Tengroth (che recita nel film nella parte di Viola), "Sete" è uno dei film più complessi – anche a livello di costruzione narrativa – fra quelli del primo periodo di Bergman, un dramma coniugale che anticipa molti temi (su tutti, quelli psicanalitici) dei suoi lavori successivi. Al centro della storia c'è Ruth, ex ballerina che sta tornando in Svezia dopo una vacanza trascorsa in Italia con il marito Bertil. Mentre il treno su cui viaggia la coppia attraversa un'Europa ancora sconvolta dalla guerra (fuori dal finestrino si vedono rovine e profughi), il rapporto fra i due coniugi è messo a dura prova da tensioni e insicurezze dovute alle rispettive esperienze passate. La ragazza, ex ballerina con un'inclinazione all'alcolismo, prova un profondo rancore verso gli uomini perché è diventata sterile in seguito a un aborto cui si era sottoposta dopo essere stata abbandonata da un amante precedente, Raoul, un ufficiale svizzero che aveva preferito tornare dalla moglie. Bertil, a sua volta, è rimasto segnato da una relazione con Viola, una donna che soffre di problemi psichici. Quasi tutta la pellicola (se si eccettua il lungo flashback iniziale che mostra la frequentazione fra Ruth e Raoul a Basilea) è ambientata nello scompartimento del treno su cui viaggiano Ruth e Bertil, mentre in parallelo si mostrano le tragiche vicende di Viola a Stoccolma, alle prese prima con un ambiguo psicanalista e poi con un'amica lesbica (un personaggio, quest'ultimo, che torna dal passato di Ruth, come a completare un circolo che unisce tutti i personaggi: una conseguenza dell'aver congiunto, nella sceneggiatura, quattro diversi racconti della Tengroth). La tensione fra i due coniugi giunge al suo apice quando Bertil "uccide" Ruth in sogno: l'episodio lo porterà a comprendere che non vuole restare da solo, e i due (forse) si riappacificheranno. La "sete" del titolo, ovviamente, oltre a essere letterale (Ruth beve in continuazione), indica il bisogno compulsivo di amore, ma anche – a seconda dei personaggi – di gratificazione (i due chiedono a una bambina incontrata sul treno se le piacciono), di indipendenza, di avere una famiglia. I personaggi sono stratificati e non mancano di spessore (persino quelli che fanno solo una comparsata – come l'anziana insegnante di ballo, o il vetraio che redarguisce lo psicanalista – restano impressi), mentre a livello visivo la regia insiste sulle suggestioni fornite dalla simbologia dell'acqua (si mostrano fiumi, laghi e mulinelli, e anche la sceneggiatura contribuisce, citando la leggenda di Aretusa).

24 luglio 2015

Monica e il desiderio (Ingmar Bergman, 1953)

Monica e il desiderio (Sommaren med Monika)
di Ingmar Bergman – Svezia 1953
con Harriet Andersson, Lars Ekborg
***

Visto in divx.

Il giovane Harry conosce per caso l'esuberante Monika: entrambi insofferenti ai lacci e alle costrizioni imposte dalla famiglia e dal lavoro, mollano tutto per trascorrere un'estate girando in barca lungo le coste della Svezia. Alla scoperta che lei è rimasta incinta, decidono di sposarsi e di tornare in città, dove Harry trova lavoro. Ma Monika, incapace di adattarsi a una vita di tipo comune, lo tradirà. In quello che può essere considerato il terzo film di un'ideale trilogia sulla donna (dopo "Un’estate d’amore" e "Donne in attesa", tutti girati fra il 1950 e il 1953), Bergman racconta con sensibilità e realismo una storia d'amore scandita dal ritmo delle stagioni, con il suo inizio (non a caso la pellicola si apre a primavera), il culmine della passione (l'estate trascorsa girovagando in libertà, con le "scandalose" – per l'epoca – scene della ragazza che fa il bagno nuda e che mostra a più riprese una "insolente sensualità") e la fine (l'autunno e l'inverno). il titolo originale del film, fra l'altro, significa proprio "Un'estate con Monika", esplicitando il rimando stagionale. I due giovanissimi personaggi (19 anni lui, "quasi 18" lei), ribelli e in lotta contro il mondo, che sognano la libertà e rifuggono le responsabilità, dovranno scoprire sulla loro pelle che cosa significa ritagliarsi un posto nella società. Lui ci riesce, lei – forse non ancora pronta – no. Considerato forse a torto un lavoro minore del regista svedese (che durante le riprese si innamorò della protagonista Harriet Andersson, tanto da volerla in altri suoi otto film), godette di una certa notorietà solo per il carattere scandaloso di alcuni temi e alcune inquadrature; fu invece amatissimo dagli autori della Nouvelle Vague, e soprattutto da Jean-Luc Godard, che in particolare apprezzò l'insolito e prolungato primo piano del volto di Monika nel finale, quando sembra rivolgersi direttamente allo spettatore per comunicare i suoi pensieri e la sua inquietudine: Godard la definì "l'inquadratura più triste di tutta la storia del cinema". In ogni caso Monika resta un personaggio indimenticabile, e i temi bergmaniani dell'ansia, dell'alienazione dalla realtà e della crisi d'identità sono presenti a piene mani.

27 marzo 2015

La prigione (Ingmar Bergman, 1949)

La prigione (Fängelse)
di Ingmar Bergman – Svezia 1949
con Birger Malmsten, Doris Svedlund
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il sesto film di Bergman è anche il primo in cui risultano evidenti in maniera significativa le sue idee e le sue tematiche (anche dal punto di vista stilistico, per esempio nell'attenzione ai volti e nella fusione fra realismo e surrealismo). Incastonata fra un prologo e un epilogo (in cui Martin, un giovane regista, riceve sul set la visita del suo vecchio professore di matematica, il quale gli propone l'idea di girare un film sul Diavolo nel quale si rende esplicito che l'inferno è la Terra attuale), la trama principale ha come protagonisti Thomas, giornalista alcolizzato e in crisi con la moglie, e Birgitta Carolina, una giovane ragazza costretta a prostituirsi dal suo compagno. I due si incontreranno e si innamoreranno, convivendo per breve tempo nella soffitta di un pensionato. Ma la loro "evasione" dai tormenti e dalle miserie della vita (vale a dire la "prigione" del titolo) sarà di breve durata: Birgitta Carolina, che ha dovuto subire il trauma di vedersi sottrarre la bambina cui aveva dato la luce, verrà sottoposta a nuovi tormenti da un "cliente" violento e sceglierà di togliersi la vita; mentre Thomas, rimasto solo, proverà a tornare dalla moglie, nel tentativo di iniziare con lei una nuova relazione. Anche se non mancano momenti interessanti (i titoli di testa recitati da una voce fuori campo; la visione di una vecchia comica muta, nella quale compaiono fra gli altri anche il Diavolo e la Morte, da parte di Thomas e Carolina nella soffitta; e soprattutto la sequenza del sogno di Carolina, nella quale vengono esplicitate sia le sue paure ed angosce sia i suoi desideri e i suoi veri sentimenti, con la dichiarazione d'amore a Thomas), nel complesso il film è un po' appesantito dai dialoghi verbosi, da una scansione narrativa poco equilibrata e da un tono esistenzialista decisamente cupo e non ancora raffinato, per non parlare della confusa commistione di stili fra surrealismo (i suddetti sogni), espressionismo (gli ambienti), critica sociale (per lo più antiborghese) e pessimismo cosmico di fondo. Ma la ricerca bergmaniana sugli specchi dell'anima, gli interrogativi dell'esistenza, e il confronto fra i sogni e la realtà, comincia qui a tutti gli effetti.

5 giugno 2011

L'uovo del serpente (I. Bergman, 1977)

L'uovo del serpente (Ormens ägg, aka The Serpent's Egg)
di Ingmar Bergman – USA/Germania 1977
con David Carradine, Liv Ullmann
**

Rivisto in divx, con Marisa.

Siamo a Berlino nel 1923, in piena crisi economica e sociale, un'epoca di paura e confusione. L'inflazione è alle stelle (un pacchetto di sigarette costa quattro miliardi di marchi), la povertà, la disoccupazione e il malcontento pure, e i primi germi del nazismo stanno cominciando a nascere (come nell'uovo del serpente, "attraverso la sottile membrana si intravede già il rettile che si sta formando"). L'acrobata ebreo Abel Rosenberg, alcolizzato e rimasto solo dopo l'inspiegabile suicidio del fratello Max, viene accolto insieme a Manuela (già moglie di suo fratello e ora ballerina in un cabaret nonché prostituta part-time) dall'ambiguo medico Hans Vergerus, che offre loro un appartamento e un lavoro nella propria clinica. Ma scoprirà che la catena di delitti e di suicidi che sta funestando la città è provocata proprio dai folli esperimenti di Vergerus su cavie umane. Sullo sfondo del putsch (fallito) di Hitler a Monaco, Bergman realizza – su richiesta del produttore Dino De Laurentiis e senza troppa ispirazione (si trovava in un momento difficile della propria carriera: aveva problemi con il fisco e soffriva di depressione) – un film inquietante e claustrofobico che fonde in sé diversi elementi senza trovare un pieno equilibrio fra le sue tante anime (si passa dal dramma esistenziale all'inchiesta poliziesca, dalla rappresentazione socio-politica del periodo storico a inutili sottotrame romantiche), con un'ispirazione che guarda a Kafka e a Fritz Lang.

Se alla fine il film riesce a trasmettere la sensazione di paura e di cambiamento che caratterizzava quell'epoca (ma forse prendendosi qualche libertà: troppe cose sembrano mostrate o dette "con il senno di poi"), fallisce invece sul piano narrativo, complici anche personaggi poco riusciti: il protagonista Abel, in particolare, è troppo elusivo e distante dallo spettatore. Rimangono più impressi i character di contorno, a cominciare dal proto-nazista Vergerus con i suoi crudeli e folli esperimenti (Heinz Bennent), o l'anziana padrona di casa di Manuela (Edith Heerdegen), ma anche il corpulento ispettore di polizia Bauer (interpretato da uno straordinario Gert Fröbe), che cita esplicitamente "M, il mostro di Düsseldorf" quando dice che il suo collega Lohmann sta lavorando a un caso insolito: Lohmann era proprio il nome dell'ispettore del film di Lang, anche se quest'ultimo si svolgeva nel 1931. Un po' ridicolo, invece, come tutti i personaggi si sentano in dovere di giustificare il fatto di parlare in inglese (in italiano nella versione tradotta) anziché in tedesco. Da notare che il nome Vergerus era già stato utilizzato da Bergman per un personaggio ne "Il volto" (e tornerà a usarlo in "Fanny e Alexander"). Le scenografie sono di Rolf Zehetbauer, che aveva realizzato anche quelle di "Cabaret" con Liza Minelli: ma i due film, pur ambientati nello stesso paese e nello stesso periodo storico (e parlando in fondo dello stesso argomento), hanno stili e anime profondamente diverse. Più che il cabaret dove si esibisce Manuela, comunque, colpisce il labirintico (e kafkiano) archivio della clinica. Dell'atmosfera generale si ricorderanno forse Steven Soderbergh per "Delitti e segreti" e Lars von Trier in certi passaggi della sua trilogia d'esordio (per esempio ne "L'elemento del crimine" ed "Europa").

3 marzo 2009

Crisi (Ingmar Bergman, 1946)

Crisi (Kris)
di Ingmar Bergman – Svezia 1946
con Inga Landgré, Dagny Lind
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Si tratta del primissimo film di Bergman, e non è niente male. Già attento al lato più intimo e psicologico dei suoi personaggi, il regista svedese mette in scena una vicenda minimalista e corale che solo apparentemente è incentrata sul confronto fra la vita moderna nella grande città e quella, più tradizionale, nella campagna. La diciottenne Nelly vive infatti in un tranquillo paesino di provincia, dove sin dalla nascita è stata affidata dalla madre Jenny a un'altra donna, l'insegnante di pianoforte Ingeborg, che l'ha allevata come se fosse sua figlia. Quando Jenny, ora proprietaria di un salone di bellezza in città, torna in paese per riprenderla con sé, tutti i personaggi che gravitano intorno alla ragazza si ritrovano a fronteggiare una "crisi". Sia Jenny sia il suo compagno Jack, un giovane gigolò nichilista, vedono in Nelly una sorta di "ancora nella realtà", una persona di cui hanno bisogno per non sentirsi soli. E la stessa Ingeborg, fra l'altro gravemente malata, teme di non essere diversa da loro e inizia a provare dei forti sensi di colpa: vuole tenere Nelly con sé per il bene della ragazza o per una propria esigenza mai confessata? Di fronte a personaggi complessi e contraddittori (Jack, pur se gigolò di professione, è "innamorato di sé stesso"; Jenny, pur mantenendo economicamente sia Jack sia Nelly, emotivamente "vive a spese degli altri"; Ingeborg, pur affettuosa e disinteressata, viene accusata di "prendere senza mai dare"), all'ingenua ma autentica Nelly non resta altro che tornare al punto di partenza e all'unica persona che l'ama e la desidera per com'è, senza secondi fini, vale a dire il giovane studente Ulf, innamorato di lei, che l'ha aspettata per tutto il tempo.

19 marzo 2008

Persona (Ingmar Bergman, 1966)

Persona (id.)
di Ingmar Bergman – Svezia 1966
con Bibi Andersson, Liv Ullmann
***

Visto in DVD.

Elisabeth (Ullmann), attrice di teatro stufa di "recitare" e stanca dell'ipocrisia della vita, si chiude in un ferreo mutismo. Per scuoterla da questa strana apatia nei confronti del mondo e distoglierla dal silenzio e dall'immobilità, la giovane e loquace infermiera Alma (Andersson) la conduce in una villa sul mare. Le due donne diventano amiche e Alma si lascia andare a confessioni e ricordi personali, ma nemmeno il tentativo di Elisabeth di ripararsi dalla vita per non dover più mostrare reazioni false e insincere le impedisce di ferire i sentimenti della ragazza. Un film esistenzialista e introspettivo sul concetto di individuo e sul suo rapporto con il mondo esterno, forse un po' pallosetto nella sua astrazione ma sicuramente interessante per lo stile, con primissimi piani sui volti delle protagoniste e una bellissima fotografia (di Sven Nykvist) molto contrastata. Pur essendo votata al "privato", ossia a scrutare all'interno dell'animo delle persone, la pellicola non tralascia accenni a fatti "pubblici" (si intravede la celebre foto del bambino del ghetto di Varsavia; si parla della guerra del Vietnam, con le immagini dei bonzi che si danno fuoco per protesta), forse per indicare l'impossibilità di astrarsi completamente dal mondo come vorrebbe fare Elisabeth. Nel finale una scena (un frammento di discorso di Alma) viene ripetuta per due volte, inquadrando prima il volto di chi ascolta e poi quelli di chi parla, come se le due protagoniste si rispecchiassero l'una nell'altra e di fondessero in un'unica "persona". I primi minuti del film, un montaggio di immagini subliminali (anche di un pene eretto!), vecchi filmati e ricordi d'atmosfera, hanno una carica crudele, surreale e metacinematografica che mi ha fatto venire in mente "Un chien andalou" di Buñuel (ma anche Lynch). A metà film, inoltre, la pellicola sembra spezzarsi e prendere fuoco, proprio nel punto in cui Alma è soggetta a un esaurimento nervoso e il suo rapporto con Elisabeth si degrada irrimediabilmente. Belle ed brave le due attrici.

30 luglio 2007

Il posto delle fragole (I. Bergman, 1957)

Oggi è stata annunciata la notizia della morte di Ingmar Bergman, uno dei più grandi registi del ventesimo secolo. Per ricordarlo mi sono rivisto due dei suoi grandi film, cominciando con quello che ritengo il suo capolavoro.


Il posto delle fragole (Smultronstället)
di Ingmar Bergman – Svezia 1957
con Victor Sjöström, Ingrid Thulin
****

Rivisto in DVD.

All'età di 78 anni, il medico Isak Borg parte in automobile dal suo paese per recarsi a Lund, dove dovrà ricevere un'onoreficenza per i cinquant'anni della sua attività professionale. Il viaggio, in compagnia della nuora, diventa un'occasione per riflettere sulla propria solitudine e fare il bilancio di un'esistenza dedicata soltanto al lavoro, nonché per recuperare alcuni ricordi della propria infanzia (il "posto delle fragole" è uno dei luoghi-simbolo della sua giovinezza, nei pressi della casa dove trascorreva l'estate con la sua numerosa famiglia). La paura della morte e i rimpianti del passato, la vecchiaia che avanza e la giovinezza che le corre a fianco, l'amore per il prossimo e l'aridità del cuore: tutti temi che il protagonista è costretto ad affrontare in una sola e intensa giornata, grazie anche a una serie di importanti incontri (una vivace e sbarazzina autostoppista in viaggio verso l'Italia; i suoi due corteggiatori – un aspirante teologo e uno studente di medicina – in perenne discussione fra loro; un marito e una moglie di mezza età, litigiosi e fastidiosi, che non perdono occasione per umiliarsi a vicenda; la madre dello stesso medico, irrimediabilmente ancorata a un passato nostalgico e malinconico, fatto di vecchi oggetti e di giocattoli per bambini ormai scomparsi) e soprattutto a una serie di sogni surreali e significativi, che ricordano De Chirico, Dalì e il primo Buñuel: strade deserte e palazzi in rovina, orologi senza lancette e carri funebri, esami universitari da rifare e amare memorie del passato. "Il primo dovere di un medico è quello di chiedere perdono": nonostante sia rispettato e benvoluto da tutti (per esempio dagli abitanti della regione dove ha lavorato per anni come medico condotto), chi conosce veramente bene l'anziano dottore lo giudica egoista, indifferente o incomprensivo. Lui stesso è costretto infine ad ammettere di aver rimosso, inconsciamente, ogni sensibilità dalla propria vita e di essersi condannato a una vita di solitudine, la stessa che potrebbe attendere il figlio se proseguirà sulla sua stessa via. Ma forse non è troppo tardi, per nessuno dei due, per cambiare strada (e solo oggi, alla terza o quarta visione del film, mi sono reso conto del possibile parallelo con il "Canto di Natale" di Dickens). Alla fine, come dice il Mereghetti, "il ritmo sincopato si distende e i sussulti d'angoscia si sciolgono in un sorriso sereno: e la vita mancata del protagonista si illumina attraverso quelle ancora possibili dei suoi giovani compagni di strada". Il film è splendidamente interpretato dall'anziano regista Victor Sjöström, mentre nel cast compaiono numerosi habitué del cinema di Bergman, dall'elegante e bellissima Ingrid Thulin a Bibi Andersson, fino a Max von Sydow.

La fontana della vergine (I. Bergman, 1960)

La fontana della vergine (Jungfrukällan)
di Ingmar Bergman – Svezia 1960
con Max von Sydow, Birgitta Valberg
***1/2

Rivisto in DVD.

Ispirata da una leggenda del 1300, è una fiaba gotica e severa, ambientata in un medioevo barbarico e suggestivo dove la religiosità cristiana convive con antichi riti pagani e superstizioni popolari. Una ragazza, bella e ingenua, si avventura nel bosco per portare le candele rituali fino alla chiesa oltre la valle, un compito che per tradizione è riservato solo alle fanciulle vergini. Ma viene violentata e uccisa da tre pastori, che in seguito cercano un riparo per la notte proprio nella casa dei suoi genitori. Quando questi scoprono l'accaduto, si vendicheranno. Alla fine, però, nel luogo dove la ragazza era stata uccisa sgorga miracolosamente una sorgente d'acqua purificatrice. Le vivide immagini della vicenda sono esaltate da una bellissima fotografia in bianco e nero che rende giustizia tanto ai paesaggi e alle scenografie (il bosco, la fattoria, il focolare) quanto ai volti degli attori, avvolti da un'aura quasi pittorica. La caratterizzazione psicologica dei personaggi (indimenticabile la serva, selvaggia e gelosa, che accompagna la ragazza nel suo viaggio) lascia spazio a improvvisi scoppi di violenza e brutalità. Il film vinse l'Oscar per il miglior film straniero.