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29 marzo 2024

Dune: Parte due (Denis Villeneuve, 2024)

Dune: Parte due (Dune: Part Two)
di Denis Villeneuve – USA 2024
con Timothée Chalamet, Zendaya
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Sopravvissuti al massacro della Casa Atreides da parte dei rivali Harkonnen, il giovane Paul (Timothée Chalamet) e sua madre Jessica (Rebecca Ferguson) vengono accolti da una tribù di Fremen, il popolo nomade che vive fra le sabbie inospitali del pianeta desertico Arrakis. L'uno – che assume il nuovo nome di "Muad'dib" Usul – ritenuto suo malgrado una figura messianica, e tormentato da tragiche visioni del futuro, l'altra scelta come sacerdotessa, e abile nel fomentare le pulsioni religiose del popolo, li guideranno alla rivolta contro gli Harkonnen e l'Imperatore, che sfruttano il pianeta (e ne schiavizzano gli abitanti) per raccogliere la preziosa spezia. Realizzato solo dopo che il successo della prima parte (uscita tre anni prima) ha convinto i produttori a procedere con il progetto (le due pellicole non sono state girate back-to-back, come è invece consuetudine recente di Hollywood per le serie di questo tipo), il secondo film della saga fantascientifica di "Dune" porta a conclusione l'adattamento del primo romanzo di Frank Herbert, anche se il finale viene parzialmente modificato in modo da concludere con un relativo cliffhanger e agganciarsi meglio al secondo romanzo, "Messia di Dune", che dovrebbe fornire il materiale per l'eventuale terzo film. Pur non lesinando epicità, scenari grandiosi, temi politici (intrighi incrociati, la critica all'imperialismo), filosofici (il destino, l'autodeterminazione) e prettamente fantascientifici (anche se elementi come i Mentat o la gilda dei navigatori, per dirne un paio, continuano a essere praticamente assenti), quasi tutto il focus è riservato alla "guerra santa" (la jihad) e ai sottotesti religiosi, rendendo ancora più espliciti i riferimenti al mondo arabo e al Medio Oriente. Spettacolare visivamente, in particolare per le sequenze di combattimento e quelle che mostrano sullo schermo i giganteschi vermi della sabbia (che i Fremen hanno imparato a cavalcare!), il film soffre di un certo gigantismo che lo rende a tratti pesante, non solo per la mancanza di sottigliezza nell'affrontare le questioni religiose, ma soprattutto per via di qualche carenza a livello di pacing: alcune parti si trascinano troppo a lungo, altre sono glissate via rapidamente, e diversi personaggi vengono (re)introdotti di punto in bianco in maniera non sempre efficace (es.: Gurney Halleck). Anche sul piano della visionarietà (si pensi al tema delle profezie, o al ruolo della sorella – non ancora nata – di Paul) si finisce quasi per rimpiangere l'imperfetta e più "folle" versione di Lynch del 1984. Rispetto al primo film, hanno un ruolo più prominente Zendaya (Chani) e Javier Bardem (Stilgar), nonché Austin Butler (Feyd-Rautha). Tornano inoltre Josh Brolin (un redivivo Gurney Halleck), Stellan Skarsgård (il barone Harkonnen) e Dave Bautista (Rabban). Christopher Walken è l'Imperatore, Florence Pugh la principessa Irulan, Léa Seydoux la giovane Bene Gesserit Margot.

22 maggio 2022

Mare dentro (Alejandro Amenábar, 2004)

Mare dentro (Mar adentro)
di Alejandro Amenábar – Spagna 2004
con Javier Bardem, Belén Rueda
***

Rivisto in divx.

Dopo venticinque anni trascorsi da tetraplegico, rimasto paralizzato in seguito a un tuffo in quel mare che ama tanto, l'ex pescatore galiziano Ramón Sampedro (uno straordinario Bardem) ha deciso di morire. E con l'aiuto di parenti, amici, e dell'avvocatessa Julia (Belén Rueda), che soffre a sua volta per una malattia degenerativa, porta avanti in tribunale una lunga battaglia legale per vedersi riconosciuto il diritto al suicidio assistito, mentre nel contempo dà alle stampe un suo libro di memorie. Tratto da una storia vera che era a forte rischio di retorica (ma la regia di Amenábar, anche sceneggiatore insieme a Mateo Gil, riesce a trascendere l'argomento), un film sincero e commovente su un tema – l'eutanasia – che ovviamente non può che dividere l'opinione pubblica, così come le stesse persone che circondano e amano Ramón: si va dall'attivista umanitaria Gené (Clara Segura), sempre al suo fianco, all'amica Rosa (Lola Dueñas), che pur cercando di dissuadere Ramon sarà colei che lo aiuterà alla fine a morire; dal fratello José (Celso Bugallo) e dal padre Joaquin (Joan Dalmau), che disapprovano la sua decisione, alla cognata Manuela (Mabel Rivera) e al nipote Javier (Tamar Novas), con cui stringe un particolare legame; e naturalmente ci sono le influenze esterne, da parte della società, del sistema legale e della religione, impersonate quest'ultime da padre Francisco (José María Pou), prete anch'esso tetraplegico, che discute inutilmente con Ramón di teologia. A parte alcuni flashback che lo mostrano da giovane, Bardem recita per l'intero film immobile (e "invecchiato") nel suo letto: fa eccezione la sequenza con cui "vola" letteralmente con l'immaginazione, fuori dalla finestra di casa, sorvolando il paesaggio fino a raggiungere il mare e incontrarsi con l'amata Julia, sulle note del "Nessun dorma" dalla Turandot di Puccini. Gran premio della giuria al festival di Venezia e Oscar per il miglior film straniero.

11 febbraio 2022

A proposito dei Ricardo (A. Sorkin, 2021)

A proposito dei Ricardo (Being the Ricardos)
di Aaron Sorkin – USA 2021
con Nicole Kidman, Javier Bardem
**

Visto in TV (Prime Video).

America, anni cinquanta: Lucille Ball (Nicole Kidman) e Desi Arnaz (Javier Bardem), coppia nel lavoro e nella vita, interpretano i coniugi Ricardo, protagonisti di "I love Lucy" ("Lucy ed io", in italiano), la più popolare sitcom della televisione americana. Ma mentre si apprestano a registrare la puntata settimanale, la loro vita privata e pubblica è messa a repentaglio da più parti. Da un lato, infatti, sulla stampa filtra la voce che Lucille possa aver simpatizzato in passato per il partito comunista (siamo in piena epoca Maccartista!), il che preoccupa non poco i responsabili del canale televisivo e quelli dell'azienda del tabacco che sponsorizza lo show; dall'altro, la stessa relazione coniugale fra Lucille e Desi è scossa dai sospetti di tradimento che la donna ha nei confronti dell'uomo, proprio nel momento in cui scopre di stare aspettando un bambino... E così gelosie e tensioni si riversano nel lavoro quotidiano, fra frecciatine e litigi con i collaboratori. Il terzo film di Sorkin è, ancora una volta, ispirato a una storia vera e a personaggi reali, e si iscrive nel filone nostalgico e autocelebrativo con cui l'industria dell'intrattenimento americana ama rivisitare e ritrarre sé stessa. "I love Lucy" è stata infatti una pietra miliare della tv a stelle e strisce, tuttora considerata una delle sitcom più influenti e popolari di sempre. Attrice cinematografica di secondo piano (la ricordiamo per piccole particine in alcuni film di Astaire e Rogers), la Ball trovò infatti la fama dapprima in radio e poi in tv, come ci mostrano una serie di flashback che interrompono il flusso degli eventi (la storia vera e propria si svolge nell'arco di una settimana, quella che precede la messa in scena della puntata del programma) e che raccontano anche l'incontro e il matrimonio con Arnaz, esule cubano e una delle prime stelle "latine" della tv americana. Ma nel complesso i personaggi (la perfezionista Ball e l'istrionico Arnaz) qui sono molto meno interessanti della storia e dell'ambiente di contorno. J. K. Simmons e Nina Arianda sono William Frawley e Vivian Vance, i comprimari della sitcom. Tony Hale è il produttore esecutivo Jess Oppenheimer, Alia Shawkat la sceneggiatrice Madelyn Pugh: questi ultimi due personaggi, insieme all'altro sceneggiatore Bob Carroll Jr., appaiono anche da "anziani" in una serie di finte interviste che incorniciano la pellicola come se si trattasse di un documentario. Curiosamente è del tutto assente, invece, il direttore della fotografia Karl Freund, figura chiave per il successo dello show originale. Tre nomination agli Oscar, tutte per gli interpreti (Bardem, Kidman e Simmons). Il progetto originale, che risale al 2015, prevedeva Cate Blanchett come protagonista e Sorkin soltanto alla sceneggiatura.

13 ottobre 2021

Dune (Denis Villeneuve, 2021)

Dune (id.)
di Denis Villeneuve – USA 2021
con Timothée Chalamet, Rebecca Ferguson
***

Visto al cinema Colosseo.

Nell'anno 10191, l'imperatore della galassia affida alla Casa Atreides la gestione del pianeta Arrakis, un mondo tutto ricoperto dal deserto, preziosissimo perché vi si estrae la "spezia", la sostanza che rende possibile i viaggi spaziali. Gli Atreides subentrano agli Harkonnen, ma ignorano di essere vittima di un tranello: l'imperatore infatti intende eliminarli, aiutando i loro rivali a sconfiggerli con un attacco a sorpresa. Alla morte del padre, il duca Leto, soltanto suo figlio Paul Atreides (Timothée Chalamet), insieme alla madre Jessica (Rebecca Ferguson), riesce a sopravvivere, inoltrandosi nel deserto e unendosi a una tribù di Fremen, i misteriosi abitanti del pianeta, che adorano i giganteschi vermi che si nascondono sotto la sabbia e che da secoli attendono l'arrivo di un messia... Nuovo e ambizioso adattamento del libro di Frank Herbert, uno dei più grandi romanzi di fantascienza (se non il più grande) di tutti i tempi, dopo i tentativi falliti di Alejandro Jodorowsky e Ridley Scott (tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli Ottanta), quello riuscito – ma controverso – di David Lynch (1984) e la serie televisiva di John Harrison (2000): Villeneuve, al terzo film di fantascienza consecutivo (dopo "Arrival" e "Blade Runner 2049") e al primo dopo dieci anni in cui ha collaborato anche alla sceneggiatura (l'ultimo era stato "La donna che canta", guarda caso un'altra ambientazione legata al Medio Oriente), ha scelto di dividere il romanzo in due parti, di cui questa pellicola (l'inizio di una franchise?) adatta soltanto la prima. Il sequel è ancora da realizzare (i due film non sono stati girati back-to-back, come da recenti consuetudini hollywoodiane) ma dovrebbe sperabilmente uscire entro un paio di anni, con un possibile terzo titolo che dovrebbe poi portare sullo schermo "Il messia di Dune", il secondo romanzo della serie.

Sono tornato al cinema dopo un anno e nove mesi (per la precisione, a 627 giorni dall'ultima volta!) perché questo era un film da vedere sul grande schermo. Epico, colossale e spettacolare, capace di dar vita a un'intera galassia che ribolle di intrighi, complotti e dinamiche fra le numerose forze in gioco (e in retrospettiva sono evidenti, per esempio, le influenze che il romanzo di Herbert ha avuto su "Guerre stellari" e su tutto il mondo ideato da George Lucas, di cui è quasi una versione adulta), ma anche lontano dalle baracconate fracassone di molti film d'azione americani. L'aura solenne e austera che si respira, semmai, fa pensare a pellicole di altri tempi, come i grandi classici "Kagemusha" e "Ran" di Akira Kurosawa, con i loro tempi lenti e i personaggi tragici e shakespeariani. E poi c'è l'ambientazione, il pianeta deserto di Arrakis, con i suoi scoperti rimandi al Medio Oriente o alle culture arabe e magrebine (oggi forse ancora più che negli anni Sessanta!), al popolo sfruttato per gli interessi commerciali di entità esterne che vogliono spremere le risorse naturali fino all'ultima goccia (qui la spezia, nel mondo reale il petrolio). In "Dune" non ci sono solo battaglie e astronavi, infatti, ma politica, economia, religione, anzi proprio questi sono i temi prevalenti. Alcuni aspetti, rispetto al romanzo (e anche al film di Lynch), sono a dire il vero semplificati, ma era inevitabile: Villeneuve preferisce fare meno cose, ma farle meglio, e in quel che ci offre riesce a restituire tutta l'epicità, la grandiosità e il mistero che permeava le pagine scritte (anche se taglia o elimina molti pensieri dei vari personaggi). Un esempio sono i Fremen, un altro i vermi giganti, ai quali rende decisamente giustizia. Forse l'ultima parte della pellicola si dilunga un po' troppo, perdendo il ritmo che era stato costruito fino ad allora, e sarebbe stato meglio concludere questa prima pellicola subito dopo la morte del duca Leto, ma è un difetto veniale.

Nei panni del protagonista, Chalamet appare decisamente più in parte di quanto non fosse stato Kyle MacLachlan nel film di Lynch. In generale il casting mi è parso eccellente, con interpreti in grado di infondere dignità e carisma ai rispettivi ruoli, come nel caso del guerriero Duncan Idaho (Jason Momoa), personaggio che avrà un'inaspettata ma notevole importanza nel resto della saga; del militare Gurney Halleck (Josh Brolin), mentore di Paul; o dell'enigmatico capo tribù Stilgar (Javier Bardem). Fra i migliori c'è anche Stellan Skarsgård nel ruolo del barone Harkonnen, spaventoso e intimidente, e non più una macchietta com'era nel film del 1984. Oscar Isaac è il duca Leto, padre di Paul; Dave Bautista è Rabban, il nipote del barone; Zendaya è Chani, la giovane Fremen che appare nei sogni precognitivi di Paul; Charlotte Rampling è la veridica dell'imperatore, una delle Bene Gesserit, la potente e misteriosa setta femminile che da millenni manipola le linee genetiche per arrivare a produrre il "Kwisatz Haderach", l'essere supremo. L'unico gender swapping di rilievo (tutto sommato accettabile) è quello relativo al dottor Kynes, trasformato in donna (Sharon Duncan-Brewster). Solo in alcuni casi (Stephen McKinley Henderson come Thufir Hawat, Chang Chen come dottor Yueh, David Dastmalchian come Piter De Vries) devo ammettere di aver rimpianto i volti scelti da Lynch. Ottimi e realistici gli effetti speciali (i vermi, come già detto, sono impressionanti e restituiscono quel senso di divinità e di forza misteriosa della natura che è loro connaturato; ma notevoli anche i costumi e il design di armi e astronavi, a partire dai veicoli "a libellula") ma anche tutto il comparto sonoro, con la musica di Hans Zimmer e soprattutto un mix audio estremamente curato che in certi momenti domina e trascina con sé i sensi dello spettatore (si pensi, per esempio, alla "Voce", il modo in cui le Bene Gesserit influenzano la volontà altrui).

14 luglio 2018

Carne trémula (Pedro Almodóvar, 1997)

Carne trémula (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1997
con Liberto Rabal, Francesca Neri, Javier Bardem
**1/2

Visto in divx.

Il giovane Victor (Liberto Rabal), puro, ingenuo e senza esperienza nella vita, si invaghisce al primo incontro della bella Heléna (Francesca Neri), figlia di un diplomatico italiano, e provoca senza volerlo una colluttazione nella quale il poliziotto David (Javier Bardem) rimane ferito alla spina dorsale da un colpo di pistola. Dopo aver trascorso sei anni in prigione, Victor scopre che David (diventato un campione di basket in carrozzella) ed Heléna si sono sposati. E ancora una volta, senza un reale intento maligno, torna nelle loro vite per cambiarle completamente... Dal romanzo "Carne viva" di Ruth Rendell (ma chissà perché il titolo del film è rimasto in spagnolo), un intenso melodramma con sfumature da thriller romantico e psicologico, che parla di colpa e tradimento, di espiazione e di riscatto, di amore vero e per compassione. La pellicola, una delle poche di Almodóvar a presentare un punto di vista più maschile che femminile, è costruita su una ragnatela di relazioni e rapporti incrociati fra i personaggi – oltre a Victor, Heléna e David, ci sono anche Sancho (José Sancho), il violento compagno di pattuglia di David, e sua moglie Clara (Ángela Molina), un tempo amante di David e ora di Victor – causata più dal destino e dalle coincidenze che dalle loro azioni. E sotto questa luce possono leggersi anche alcuni elementi apparentemente pretestuosi o spuri (come l'incipit che ci mostra la nascita di Victor a bordo di un autobus, per esempio, o i sottotesti sociali e politici). Ottima l'atmosfera (che attraversa varie epoche della storia di Spagna), la fotografia e la prova degli attori, in particolare quella di un Bardem alle prime armi (che per Almodóvar aveva già recitato in una piccola parte in "Tacchi a spillo"). Penélope Cruz è la madre di Victor nel prologo. Il film che Heléna sta guardando in tv quando arriva Victor è "Estasi di un delitto" di Buñuel.

22 giugno 2018

Tutti lo sanno (Asghar Farhadi, 2018)

Tutti lo sanno (Todos lo saben)
di Asghar Farhadi – Spagna/Fra/Ita 2018
con Penélope Cruz, Javier Bardem
**1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Laura (Penélope Cruz), trasferitasi da anni in Argentina, fa ritorno con i figli in Spagna, nel suo villaggio natale, in occasione del matrimonio della sorella minore. Qui ritrova i suoi familiari e gli amici di un tempo, compreso il viticoltore Paco (Javier Bardem), che fu la sua prima fiamma. Durante la festa di nozze, però, la sua primogenita Irene scompare misteriosamente. Si tratta di un rapimento: i sequestratori chiedono un ingente riscatto, contando sul fatto che il marito di Laura è ricco, o almeno così si dice. Decisa a non rivelare niente alla polizia, nel timore che venga fatto del male alla figlia, Laura si rivolge proprio a Paco, che ha un motivo molto serio per aiutarla e sentirsi coinvolto in prima persona... Dopo la trasferta in Francia (con "Il passato"), Farhadi gira ora un film in Spagna (benché la sceneggiatura avrebbe potuto svolgersi in qualsiasi parte del mondo, Iran compreso). Ma non tutto funziona: se la prima parte della pellicola è intensa e intrigante, fra vecchi rancori mai sopiti che tornano alla luce al momento meno opportuno, e segreti del passato tenuti profondamente nascosti che si rivelano però essere di Pulcinella ("Tutti lo sanno", recita non a caso il titolo), da un certo punto in poi il film si fa schematico e prevedibile. E il fatto che alla fine tutto venga spiegato, francamente, delude un po': viene a mancare proprio quell'ambiguità e quel mistero psicologico che caratterizzava i precedenti lavori di Farhadi (per un po' sembrava che la scomparsa di Irene potesse riecheggiare quella di "About Elly", ma poi diventa chiaro che il focus del film risiede nelle intricate dinamiche familiari che debordano verso il thriller o il giallo). Nulla da dire invece sulla confezione, dalla regia alle prove degli attori. E resta la bella atmosfera, con l'affascinante setting nella campagna iberica, fra vigneti e casolari. Nel cast anche Ricardo Darin (Alejandro, il marito di Laura), Bárbara Lennie (Bea, la compagna di Paco), Eduard Fernández, Inma Cuesta, Elvira Mínguez.

13 febbraio 2018

I lunedì al sole (F. León de Aranoa, 2002)

I lunedì al sole (Los lunes al sol)
di Fernando León de Aranoa – Spagna 2002
con Javier Bardem, Luis Tosar
***

Visto in divx.

Ogni giorno è uguale agli altri a Vigo, sulla costa della Galizia, per un gruppo di operai rimasti disoccupati dopo la chiusura del cantiene navale per il quiale lavoravano. A tenerli a galla ci sono l'orgoglio, la dignità, l'amicizia e la solidarietà: ma non tutti affrontano la difficile situazione nello stesso modo. Santa (un Javier Bardem barbuto), disnivolto sindacalista, sotto processo per aver distrutto un lampione durante le proteste per la chiusura del cantiere, ciondola senza far nulla in particolare, si barcamena con piccoli lavoretti, sogna di emigrare in Australia ("Laggiù tutto è al contrario di qui") e cerca di tenere unito in qualche modo il piccolo gruppo di amici. José (Luis Tosar) soffre per dover dipendere economicamente dalla moglie Ana (Nieve De Medina), che lavora al mercato del pesce; Lino (José Angel Egido) continua a presentarsi a colloqui di lavoro, nonostante gli manchino i requisiti richiesti (soprattutto l'età e le competenze informatiche); Reina (Enrique Villén), che ha trovato un impiego come sorvegliante in un cantiere vicino allo stadio, permette agli amici di entrarvi di notte per poter guardare a sbafo le partite; Amador (Celso Bugallo), quello caduto più in disgrazia, passa le giornate a bere e a filosofare; e infine Rico (Joaquìn Climent), con i soldi della liquidazione, ha aperto un bar che funge da punto di ritrovo per tutti gli altri, aiutato dalla giovane figlia Nata (Aìda Folch). Una pellicola corale ed episodica, con l'obiettivo di descrivere una situazione sociale e un'atmosfera proletaria più che una storia vera e propria (non c'è una trama o una conclusione precisa). Delicata, intensa, mai melodrammatica, con una sceneggiatura ricca di piccoli episodi e momenti significativi (la serata di babysitteraggio, con una rilettura "sociale" della fiaba della Cicala e della Formica; i tentativi di riemergere e di riappacificarsi con il mondo; il funerale dell'amco suicida) che fa emergere l'umanità di personaggi sconfitti eppure mai disposti ad arrendersi: una delle migliori pellicole sul tema della disoccupazione (dai toni più leggeri ed equilibrati rispetto, per esempio, alla durezza e al manicheismo di un Ken Loach), nonché il film che ha rivelato (anche internazionalmente) il regista. Ottimi tutti gli interpreti. Nella colonna sonora, fra le altre, si sentono Tom Waits, "La mer" e "Volare" in versione spagnola.

8 ottobre 2017

Madre! (Darren Aronofsky, 2017)

Madre! (Mother!)
di Darren Aronofsky – USA 2017
con Jennifer Lawrence, Javier Bardem
***1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, in originale con sottotitoli.

Uno scrittore (Javier Bardem) e la sua giovane compagna (Jennifer Lawrence) si vedono invadere la propria casa (che lei faticosamente sta ristrutturando, dopo che era stata distrutta da un incendio) da ospiti e sconosciuti sempre più numerosi e aggressivi. In un'atmosfera ambigua e disturbante (il punto di vista è quello della donna), il vorticoso e rapidissimo crescendo degli eventi – via più grotteschi e surreali, fino a diventare apocalittici – e il fatto che nessuno dei personaggi abbia un nome lascia ben presto intendere che quello cui stiamo assistendo non è un semplice thriller, e che dietro le immagini e gli stilemi dell'horror c'è un forte significato simbolico e metaforico. Ma quale? Apparentemente c'è solo l'imbarazzo della scelta. La casa vista come un organismo vivente (la donna può sentirne il cuore pulsante attraverso le pareti), invasa da una malattia devastatrice che si propaga sempre più. Oppure, la metafora della creazione artistica, con lo scrittore (il "poeta", come lo chiamano i suoi fan) che si lascia prendere dalla fama e dalla vanità e accetta che la sua sfera privata venga invasa dal pubblico, finendo col devastare tutto quello che a lui è più caro, a partire dalla sua musa (la donna viene chiamata esplicitamente, in un paio di volte, "Ispirazione"): creazione e distruzione, dopo tutto, sono concetti legatissimi fra loro. Oppure ancora, come forse suggeriva subito il titolo, il tema della madre protettrice e salvifica, che difende il focolare domestico dall'assalto del male proveniente dal mondo esterno (non a caso, in tutto il film, la Lawrence non varca mai la soglia del portico di casa, come se non potesse allontanarsene nemmeno volendo). C'è chi l'ha visto in chiave ecologista (il pianeta devastato dalle attività degli esseri umani) oppure politica-sociale (una nazione invasa dai migranti provenienti da fuori, che si portano appresso tutto il carrozzone di parenti e amici): ma sono forse le interpretazioni meno efficaci. Al contrario, invece, il significato più esplicito (a proposito del quale il precedente film di Aronofsky, "Noah", qualche indizio lo forniva anche) è quello religioso.

L'intera pellicola può infatti essere letta come un allegoria del racconto biblico, con Bardem nei panni del Dio creatore e la Lawrence in quelli della Madre Terra. La casa è naturalmente l'universo intero, gli ospiti invasori sono gli uomini che popolano la Terra (i primi che si manifestano, Adamo – con ferita nel costato! – ed Eva, hanno due figli, Caino e Abele, uno dei quali uccide l'altro e sparge per la prima volta il sangue nel mondo). L'iniziale "ondata" di caos, raccontata nella prima parte del film, equivale al Vecchio Testamento (e culmina nel diluvio universale, la rottura del lavello in cucina: il parallelo si esplica anche nei dettagli più banali, come lo studio dello scrittore cui è vietato accedere che rappresenta l'albero della conoscenza nel giardino dell'Eden). La seconda parte, ovviamente, è il Nuovo Testamento: in essa, dopo che Dio ha elargito agli uomini la sacra scrittura, assistiamo al sorgere della religione (i fan che adorano il poeta), alla nascita del figlio di Dio, che sarà ucciso dagli uomini (che si ciberanno delle sue carni, e che nonostante tutto lo scrittore inviterà a "perdonare"). E fra guerre e atrocità di ogni tipo, la stessa Madre Terra sarà violata e insultata, fino all'Apocalisse finale. Ma dall'esplosione, vero e proprio Big Bang, potrà rinascere tutto, dando vita a un nuovo ciclo. Fischiato durante la presentazione alla Mostra di Venezia, il film di Aronofsky, così caotico, claustrofobico e ricco di significati, ha lasciato disorientati molti spettatori. Forse un suo limite sta nel fatto che, una volta compresa l'allegoria religiosa, tutto può apparire scontato e di grana grossa (come spesso capita nelle opere del regista americano): si paragoni al modo in cui Lars von Trier aveva fatto in fondo la stessa cosa, con più sottigliezza, nel suo "Dogville" (anch'esso da molti incompreso, e la cui lettura religiosa era passata sotto silenzio). Ma l'intensità emotiva, il senso di disturbo e le emozioni veicolate durante la visione, grazie anche alla qualità e alla potenza visiva, sanguigna e barocca, non si possono cancellare: davvero, chi lo stronca si merita quei film anestetizzanti e fatti con lo stampino che provengono da Hollywood. Molto interessante la scelta degli attori: Caino e Abele, per esempio, sono interpretati da fratelli anche nella vita reale (Domhnall e Brian Gleeson). Adamo ed Eva sono Ed Harris e Michelle Pfeiffer.

17 gennaio 2014

The counselor (Ridley Scott, 2013)

The counselor - Il procuratore (The counselor)
di Ridley Scott – USA 2013
con Michael Fassbender, Cameron Diaz
*

Visto al cinema Orfeo.

Un brillante avvocato, con diverse conoscenze e amicizie nel mondo della malavita, decide di prendere parte in prima persona al traffico illegale di droga fra il Messico e gli Stati Uniti. Ma qualcosa andrà storto, e il suo mondo finirà in frantumi. Crudele parabola sull'avidità, scritta da Cormac McCarthy (è la sua prima sceneggiatura originale per il cinema), che si dipana in maniera confusa e banale, dando vita a un thriller sgradevole e dispersivo, quando non freddo e arido come il diamante che l'avvocato acquista per la sua compagna in una delle scene iniziali. E questo nonostante il ricco cast hollywoodiano e internazionale: fra i protagonisti, oltre a Michael Fassbender (il nome del cui personaggio non viene mai citato durante il film e tutti lo chiamano solo "avvocato"; curiosamente, invece, la parola "procuratore" del fuorviante titolo italiano non viene mai pronunciata), figurano Brad Pitt (il losco intermediario fra l'avvocato e il "cartello" messicano), Javier Bardem (l'amico imprenditore/trafficante, che gestisce diversi locali nel Texas), Penélope Cruz (la moglie dell'avvocato, vittima innocente degli eventi) e Cameron Diaz (la compagna di Bardem, misteriosa, provocante e manipolatrice, con una passione per i leopardi come animali da compagnia); fra i comprimari si riconoscono Bruno Ganz (il venditore di diamanti) e Natalie Dormer (la bionda che adesca Pitt). Ridley Scott dirige piuttosto svogliatamente: in effetti è subito chiaro che non si tratta di un film del regista, ma dello sceneggiatore. Peccato che proprio i dialoghi risultino alquanto goffi (soprattutto quando si parla di sesso), che i personaggi siano elusivi, mal scritti o debolmente caratterizzati, che l'intreccio manchi di un vero focus (numerose le sequenze o i dialoghi completamente fini a sé stessi e slegati dal contesto), che le divagazioni "filosofiche" sulla colpa e le conseguenze lascino il tempo che trovino, che abbondino turpi stereotipi sulla criminalità in Messico. E la struttura corale "decostruita" è quella tipica di tanto brutto cinema americano post-tarantiniano, non risollevata nemmeno dalla scelta di mostrare alcune morti efferate sullo schermo.

19 novembre 2013

Skyfall (Sam Mendes, 2012)

Skyfall (id.)
di Sam Mendes – GB/USA 2012
con Daniel Craig, Judi Dench, Javier Bardem
**

Visto in divx.

Il terzo film di 007 con Daniel Craig nel ruolo di James Bond non prosegue la vicenda del precedente "Quantum of Solace", come era lecito aspettarsi, ma è un episodio stand-alone, peraltro punto di svolta della saga. "Svolta" si fa per dire, perché non fa altro che ristabilire lo status quo e ricollegarsi idealmente agli inizi delle vicende bondiane, un po' come faceva "Star Wars episodio 3" nei confronti della trilogia classica. Dominato dai temi della vecchiaia (all'agente 007 – che fallisce pure i test fisici per tornare operativo! – viene prospettato il pre-pensionamento; di più, è tutto l'apparato del controspionaggio inglese – il celebre MI6 – a essere messo in discussione dai politici e dai burocrati che lo ritengono ormai antiquato o incapace di affrontare le sfide di "un mondo che è cambiato") e del rinnovamento (che passa però attraverso il recupero del vecchio: Bond rispolvera persino la classica Aston Martin), il film è il canto del cigno di Judi Dench nei panni di "M", ruolo che ha ricoperto nelle ultime sette pellicole, destinata a essere sostituita da Ralph Fiennes. Viene introdotta anche la (nuova) Miss Moneypenny, una Naomie Harris che condivide con Bérénice Marlohe il podio delle bond girl più dimenticabili di sempre. Anche perché, a ben vedere, l'autentica bond girl di questo episodio è proprio lei, Judi Dench, attorno al cui personaggio ruota l'intera vicenda. È per vendicarsi di "M", infatti, che il cattivo del film – l'ex agente Raoul Silva (interpretato da un Javier Bardem dai capelli biondi e dall'atteggiamento effemminato) – organizza un piano tanto complicato quanto, tutto sommato, idiota: perché farsi catturare da Bond per poi intraprendere una spettacolare evasione allo scopo di uccidere "M" quando sarebbe bastato volare direttamente a Londra e raggiungere il suo obiettivo? Non è l'unico punto debole del soggetto, visto che anche le contromosse di Bond e di "M" appaiono altrettanto stupide (perché farsi seguire volontariamente dai cattivi fino a un luogo – scelto da loro stessi, si badi bene! – dove non hanno a disposizione né alleati né armi?). Tale luogo, per inciso, è Skyfall, la villa nella brughiera scozzese dove James Bond è nato e cresciuto, un modo come un altro per mostrare il background dell'agente segreto più famoso del mondo (si citano anche i suoi genitori, con tanto di lapide con i nomi incisi sopra). Mah... Nonostante la regia professionale di Mendes, la raffinata fotografia (i cui toni cambiano però completamente da scena a scena: ogni setting – Turchia, Shanghai, Macao, Londra – sembra affidato a un operatore differente) e l'ottima – come al solito – introduzione pop-musicale (la title song è di Adele), questo nuovo corso bondiano continua a lasciarmi piuttosto perplesso. Nulla da dire sulle qualità attoriali di Craig, beninteso: ma oltre a non sembrarmi l'interprete giusto per il ruolo, è tutto quello che ruota attorno a lui ad apparire banalissimo (vogliamo parlare del nuovo "Q", il solito ragazzino/mago dei computer già visto in millemila pellicole?), schematico o artificioso, come se gli sceneggiatori volessero disperatamente "giustificare" gli elementi classici della saga aggiornandoli ai tempi che corrono, quando non ce ne sarebbe affatto bisogno. E non si rendono nemmeno conto di non essere poi così originali: l'idea di usare proprio un ex-agente MI6 come avversario, per esempio, era già stata sfruttata in passato e con risultati migliori ("Goldeneye", everyone?).

12 febbraio 2011

Biutiful (Alejandro G. Iñárritu, 2010)

Biutiful (id.)
di Alejandro González Iñárritu – Messico/Spagna 2010
con Javier Bardem, Maricel Álvarez
**

Visto al cinema Apollo, con Marisa.

Uxbal è un uomo dal presente difficile e dal futuro inesistente, visto che ha appena scoperto di avere un tumore che gli lascerà pochi mesi di vita. Separato da una moglie fragile e disturbata, abita in uno squallido appartamento con i suoi due bambini e si guadagna da vivere con il traffico di merci contraffatte, agendo da intermediario fra gli immigrati cinesi che le fabbricano e quelli africani che le vendono per le strade. In più, è anche un sensitivo: come Matt Damon in "Hereafter", è in grado di entrare in contatto con i morti e sfrutta questa capacità per arrotondare le proprie entrate. La sua sofferenza fisica va di pari passo con quella psicologica, i tormenti concreti con quelli spirituali: scosso dai sensi di colpa e consapevole di una fine imminente, cercherà di saldare i propri conti e di sistemare ogni cosa prima della dipartita, ma causerà senza volerlo altri gravi lutti e non riuscirà a riconciliarsi con la moglie. Ambientato in una Barcellona livida e crudele, crogiolo di razze e di degradazione, così diversa dalle rappresentazioni "solari" che di solito si vedono in altre pellicole, il film accatasta temi su temi (il rapporto fra genitori e figli – il padre di Uxbal e di suo fratello Tito è morto in Messico prima che loro potessero conoscerlo – e quello con la famiglia; le condizioni disumane in cui vivono gli immigrati clandestini, di cui viene mostrata la vita segreta e sotterranea, e che portano il protagonista a empatizzare con loro; gli elementi soprannaturali, come le farfalle sul soffitto della stanza di Uxbal – che simboleggiano gli spiriti dei morti con cui ha avuto a che fare – o le pietre che fungono da legame con i figli, come già avveniva nel giapponese "Departures") e forse esagera nel porre continuamente ostacoli sulla strada del personaggio. Iñárritu gira con uno stile sporco e disordinato come la vita del suo protagonista: è il suo primo lungometraggio dopo la tumultuosa separazione dallo sceneggiatore Guillermo Arriaga che ne aveva scritto i tre precedenti film ("Amores perros", "21 grammi" e "Babel") e aveva rivendicato per sé un ruolo di "autore" alla pari del regista, forse non del tutto a torto; di conseguenza l'impianto della pellicola è diverso: non più un film corale, si concentra prevalentemente su un unico personaggio (anche se qua e là riaffiora la vecchia e brutta abitudine di allargare troppo il discorso, finendo col sfilacciarlo: la sottotrama con i due cinesi gay, per esempio, ce la poteva risparmiare). Cupo e disperato, il film si appoggia tutto sull'intensa e sofferta interpretazione di Bardem, giustamente premiata a Cannes.

25 febbraio 2008

Non è un paese per vecchi (J. ed E. Coen, 2007)

Non è un paese per vecchi (No country for old men)
di Joel ed Ethan Coen – USA 2007
con Josh Brolin, Javier Bardem
*1/2

Visto al cinema Plinius.

Detesto i fratelli Coen. Nutro nei loro confronti una vera e propria avversione: ogni volta che guardo un loro film al cinema ne esco arrabbiato, e di tutta la loro filmografia mi è piaciuto finora un solo titolo, "Il grande Lebowski". Dopo la minestra riscaldata de "L'uomo che non c'era" li avevo inseriti nella mia black list personale e mi ero rifiutato di andare a vedere le loro due opere successive. Viste le critiche positive ricevute da questa, ho deciso di dar loro una nuova possibilità, ma me ne sono già pentito. Che un lungometraggio come questo abbia vinto l'Oscar per il miglior film e la miglior regia si spiega con la mediocrità deprimente del cinema americano degli ultimi anni, che abbia vinto quello per la miglior sceneggiatura non si spiega e basta. E dire che il film, fino a un certo punto, una sufficienza stiracchiata come pellicola tutta azione e sparatorie la poteva anche strappare: ma poi il finale, lento, retorico e fuori posto, affossa tutto il baraccone. La storia è quella di un uomo, Josh Brolin, che trova per caso una valigia piena di soldi nel deserto texano, dove c'è stato uno scontro a fuoco fra una banda di spacciatori di droga messicani e un'altra di compratori americani. Non appena si impossessa della valigia, però, sulle sue tracce si mette un killer psicopatico (Bardem, l'unico personaggio interessante del film) che semina una scia di cadaveri e sfugge al controllo dei suoi stessi mandanti. In fuga, Brolin passa da un motel all'altro, da una città all'altra, fra Stati Uniti e Messico, fino a uno scontro finale completamente anticlimatico del quale i registi pensano bene di non mostrarci nulla. L'assenza della resa dei conti fra i due personaggi, dopo che l'intero film si era incentrato sulla sfida fra predatore e preda, rende irrimediabilmente monco il tutto. In più c'è un inutile sceriffo, interpretato da Tommy Lee Jones, che si prodiga in un fumoso discorso che dovrebbe "motivare" in qualche modo il titolo della pellicola. Un film che non diverte, non stupisce, non emoziona, non coinvolge, non fa riflettere (su cosa, poi?) e – come sempre con il cinema dei Coen – lascia semmai col desiderio di riguardarsi qualcuna delle mille pellicole da cui i due fratelli traggono ispirazione a mani basse (per esempio, in questo caso, "Voglio la testa di Garcia" di Peckinpah, "Soldi sporchi" di Raimi oppure qualcuno dei tanti noir anni '40 incentrati su una caccia all'uomo).

Aggiornamento (12/3/08): è interessante cosa ne scrive il mio amico Ernesto, che a differenza di me ha letto il romanzo originale.

13 aprile 2007

L'ultimo inquisitore (M. Forman, 2006)

L'ultimo inquisitore (Goya's ghosts)
di Miloš Forman – Spagna 2006
con Stellan Skarsgård, Javier Bardem
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Visto al cinema Plinius, con Hiromi.

Dopo sette anni Forman torna al cinema con un'altra storia basata sulla vita romanzata di un celebre artista: questa volta si tratta di Francisco Goya, il talentuoso pittore la cui esistenza si intreccia con le torbide e violente vicende della Spagna tra fine settecento e inizio ottocento. Ma come in “Amadeus”, il vero protagonista non è l’artista bensì il suo contraltare (lì Salieri, qui Lorenzo, che passa con ipocrita nonchalance dal fanatismo religioso dell’inquisizione a quello ideologico della rivoluzione francese, dalla Bibbia a Voltaire). E protagonista è soprattutto la Storia: con i suoi corsi e ricorsi, che fanno sì che i medesimi personaggi si scambino di posto e siedano di volta in volta nello scranno di giudice o di imputato; con le sue crudeltà e violenze, soprattutto nei confronti dei più deboli; con le sue ripetizioni e analogie (anche con l’oggi: le caricature dei membri del Sant’Uffizio come le vignette satiriche sull’Islam? Il tentativo di “esportare la democrazia” dei francesi in Spagna come quella degli Stati Uniti in Medio oriente? “Il popolo vi accoglierà a braccia aperte e getterà fiori sul vostro cammino”, dice un ufficiale ai suoi soldati!). In mezzo a tutto questo, Goya – come detto – rimane in disparte, funge da osservatore impotente e da semplice testimone: al limite può immortalare personaggi ed eventi con la propria arte per tramandarne il ricordo (“i fantasmi”) ai posteri. Proprio nel suo scarso approfondimento risiede il difetto principale del film, che sconta anche una certa macchinosità in alcuni passaggi cruciali dove lascia un po’ troppo mano libera al destino (la sceneggiatura è di Jean-Claude Carrière, già collaboratore di Buñuel). Bella come sempre la regia di Forman, uno dei miei autori preferiti: da brividi la scena in cui Inés esce dalle carceri dell'inquisizione. Non male gli attori: bravi Skarsgård e Natalie Portman (in un doppio ruolo: madre e figlia), ottimo Bardem. Da notare come Forman inserisca spesso nei suoi film scene ambientate in manicomi od ospedali, e anche come la Portman venga ancora imprigionata e torturata dopo "V per vendetta".

20 febbraio 2007

Perdita Durango (A. de la Iglesia, 1997)

Perdita Durango (id.)
di Álex de la Iglesia - Messico/Spagna 1997
con Rosie Perez, Javier Bardem
*1/2

Visto in DVD, con Martin.

Pseudo-tarantinata ambientata lungo il confine fra Usa e Messico: forzata, sconclusionata e piena di difetti. Una coppia di amanti balordi, rapinatori e satanisti, rapisce due ragazzi con l'intenzione di fare un sacrificio umano e contemporaneamente viene incaricata di condurre a Las Vegas un camion pieno di feti umani (nel film chiamati impropriamente "embrioni") destinati a un'industria di cosmetici. Dopo il folgorante inizio nel quale Perdita incontra il suo complice Romeo Dolorosa (un eccellente Bardem), il film si perde completamente. La protagonista del titolo passa presto in secondo piano rispetto all'uomo (nonostante un poliziotto dica che è forse "più pericolosa" di Romeo, da metà film in poi non fa più niente, cambiando addirittura personalità); l'intera sottotrama dei due ragazzi rapiti – che in termini di tempo sullo schermo prende ben più di mezzo film – mi è sembrata completamente inutile e avulsa dalla pellicola, e serve soltanto per caratterizzare la "malvagità pura" dei due protagonisti: riducendola ai minimi termini, il film non ci perderebbe niente e forse ci guadagnerebbe; anche il personaggio del detective interpretato da James Gandolfini, a ben vedere, occupa spazio senza motivo e non interagisce praticamente mai con i protagonisti. Nel complesso, dunque, il film sembra composto da elementi buttati lì a caso e poco approfonditi. Si tratta di un tipo di cinema che non mi piace: preferisco quando ogni cosa ha un motivo più che valido per esserci e svolge un ruolo ben preciso nella pellicola... non dico che si debba sempre puntare all'essenzialità (anche se i miei registi preferiti sono proprio quelli che lo fanno), ma che almeno gli elementi inseriti nel film siano coerenti o abbiano una ragione d'essere. Il personaggio di Perdita Durango era già apparso in "Cuore selvaggio" di Lynch, interpretato là da Isabella Rossellini (entrambi i film sono tratti da romanzi dello scrittore Barry Gifford).

Nota: guardando il film, avevo notato una forte somiglianza fra la ragazza rapita e Heather Graham. Per forza! Si tratta di sua sorella minore, Aimee Graham, che per restare in tema tarantiniano ha avuto piccole parti anche in "Jackie Brown" e "Dal tramonto all'alba".