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23 aprile 2020

Severance - Tagli al personale (C. Smith, 2006)

Severance - Tagli al personale (Severance)
di Christopher Smith – GB/Germania 2006
con Danny Dyer, Laura Harris
**

Visto in divx.

Sette manager e impiegati di un'industria di armi, in trasferta per lavoro nell'Est Europa, devono trascorrere una vacanza di alcuni giorni in un lodge isolato nella foresta ungherese per imparare a "fare squadra". Ma saranno presi di mira da alcuni misteriosi assassini psicopatici. Il canovaccio classico della "casa nel bosco" (valido sin dai tempi delle fiabe, passando per "La casa" di Sam Raimi fino agli horror più estremi) al servizio di una pellicola che mescola gli stilemi del genere con una spruzzatina di commedia (i personaggi scanzonati, l'ironia tutta british sui rapporti fra colleghi di lavoro), senza parlare della satira sull'industria degli armamenti (i protagonisti producono mine antiuomo e armi di ogni tipo, eppure si divertono infantilmente a giocare a paintball o si ritrovano vittima di trappole con le stesse armi che escono dalla loro fabbrica; per non parlare degli addetti al marketing che discutono della loro vendita come se si trattasse di un prodotto come un altro). Nel complesso, un survival horror onesto (niente contorsionismi o metaletture post-moderne!) e simpatico, anche se non particolarmente originale: il titolo (anzi, il sottotitolo) italiano, francamente, prometteva molto di più. Da notare l'inserto muto che cita il "Nosferatu" di Murnau.

3 dicembre 2017

Dear Wendy (Thomas Vinterberg, 2005)

Dear Wendy (id.)
di Thomas Vinterberg – Danimarca/GB/Fra/Ger 2005
con Jamie Bell, Mark Webber
**1/2

Visto in divx.

La Wendy del titolo, alla quale il protagonista scrive una lunga e accorata lettera d'amore (il grosso del film è infatti raccontato in flashback), non è una ragazza ma una rivoltella con il manico perlaceo. L'asociale orfano Dick, che vive a Estherslope, una piccola cittadina mineraria del West Virginia, scopre infatti di poter guarire dalla sua timidezza se porta Wendy sempre con sé, anche senza usarla o mostrarla a nessuno: è solo un "sostegno morale". E insieme a pochi amici, considerati fino ad allora i "perdenti" del paese, dà vita a un circolo esclusivo e segreto, i Dandies (una sorta di "setta dei poeti estinti"), la cui base sotterranea è nei vasti spazi di una miniera abbandonata. Qui i ragazzi si ritrovano, indossano abiti retrò e stravaganti (il segno che si sentono fuori posto nel mondo moderno), e indugiano in attività pseudo-culturali e di vario tipo, tutte però legate alle armi da fuoco (naturalmente non mancano le esercitazioni al poligono). Ognuno di loro ne porta con sé una o anche più, cui dà anche un nome e tratta come se fossero esseri umani o compagne di vita, e grazie a loro ritrova quella fiducia in sé stesso che prima gli mancava: ma definendosi "pacifisti", si danno la regola di non sfoggiarle né tantomeno usarle mai in pubblico. Tutto però precipita quando nel gruppo giunge un nuovo arrivato, che sembra contendere al geloso Dick i favori di Wendy... Vinterberg porta sullo schermo una sceneggiatura di Lars Von Trier, che in diversi punti ricorda il suo "Dogville", a partire dall'ambientazione artificiale (della cittadina vediamo praticamente solo la piazza centrale, ricostruita in studio a Copenhagen e denominata Electric Park, che i ragazzi dividono in varie zone, tutte identificate con dei soprannomi), dal circolo di emarginati che si impongono regole auto-limitanti destinate a essere infrante (come quelle cinematografiche del "Dogma") e dai sovratesti satirici: c'è chi ci ha visto un attacco alla diffusione delle armi negli Stati Uniti (anche coloro che le portano solo per sentirsi sicuri, e che affermano di non volerle mai usare, prima o poi finiranno per farlo), oltre che una dimostrazione su larga scala del paradigma della "pistola di Cechov" (il drammaturgo russo diceva che se si mostra un fucile appeso al muro nel primo atto di una tragedia, questo dovrà inevitabilmente sparare prima che cali il sipario). In ogni caso, per lunghi tratti il film è bizzarro e interessante, anche provocatore con il suo concetto di "pacifismo con le armi", e nella formazione e nelle dinamiche dei Dandies ritrae bene il desiderio di autodeterminazione, la solitudine e la ribellione dell'adolescenza, prima di rovinarsi con un finale grottesco e tarantiniano, per quanto inevitabile. I Dandies sono interpretati da Jamie Bell (il protagonista Dick), Mark Webber, Alison Pill, Michael Angarano, Chris Owen e Chris Owen. Bill Pullman è lo sceriffo. Nella colonna sonora, spazio agli Zombies (con "She's Not There" e "Time of the Season").

1 dicembre 2016

Bullet ballet (Shinya Tsukamoto, 1998)

Bullet ballet (id.)
di Shinya Tsukamoto – Giappone 1998
con Shinya Tsukamoto, Kirina Mano
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Quando la sua compagna si suicida inspiegabilmente con un colpo di pistola, Goda (Tsukamoto), impiegato in un'agenzia pubblicitaria, rimane ossessionato dall'accaduto e cerca di procurarsi un'arma simile per uccidersi a sua volta. Dopo aver provato ad acquistarne una al mercato nero (in Giappone è illegale per un privato possedere armi da fuoco) e addirittura a fabbricarne una da solo, entra finalmente in possesso di una pistola e rimane coinvolto nella faida fra due giovani bande di yakuza, trasformandosi in giustiziere per proteggere Chisato, una ragazza che come lui ha tendenze autodistruttive. Fra rimandi ai lavori precedenti (in particolare "Tokyo Fist"), echi di "Taxi Driver" (Idei, il boss capellone e drogato, ricorda il pappone interpretato da Harvey Keitel nel film di Scorsese) e del cinema giapponese d'avanguardia degli anni sessanta e settanta (come quello di Koji Wakamatsu), Tsukamoto torna a girare in bianco e nero come ai tempi del primo "Tetsuo", ricorrendo anche all'estetica "povera" ma ricca di idee dei suoi primi lavori (la macchina a mano, frequentemente scossa; il montaggio rapidissimo; i suoni metallici). Ma pur interessante – come sempre – dal lato estetico, il film si sfilaccia lungo la via a livello di contenuti, perdendo di vista il fuoco sul personaggio principale e il suo lento sprofondare in un abisso di degradazione, e indugiando troppo sulla guerra fra bande. Kirina Mano è Chisato, la ragazza androgina con il giubbotto di pelle. Takahiro Murase è Goto, il giovane yakuza che vorrebbe mettere la testa a posto ma che poi scatena la faida uccidendo l'amico pugile.

30 maggio 2016

Taxi driver (Martin Scorsese, 1976)

Taxi Driver (id.)
di Martin Scorsese – USA 1976
con Robert De Niro, Jodie Foster
****

Rivisto in DVD, con Sabrina, Giovanni, Rachele, Paola e Costanza.

Travis Bickle (De Niro), solitario e psicotico reduce dal Vietnam, soffre di insonnia cronica e decide quindi di farsi assumere come tassista notturno. Guidando incessamente per le strade di New York, entra in contatto con un mondo degradato che finisce per esacerbare la sua sociopatia e i suoi disturbi di personalità. La situazione peggiora quando, invaghitosi dell'avvenente Betsy (Cybill Shepherd), attivista che collabora alla campagna del candidato alle elezioni presidenziali Charles Palantine (Leonard Harris), viene da questa respinto. Ossessionato dall'idea di "ripulire la città", trasferisce tutto il suo odio sull'uomo politico, che vede come un simbolo del male imperante. Pianificherà di ucciderlo, ma non riuscendoci si getterà a testa bassa in un violento e sanguinoso scontro a fuoco per salvare una baby prostituta (Jodie Foster) dal suo sfruttatore (Harvey Keitel): e finirà con l'essere osannato dai mass media come un eroe. Uno dei più grandi film di tutti i tempi, capolavoro di Scorsese e dello sceneggiatore Paul Schrader, "Taxi Driver" coglie alla perfezione il malessere sociale ed esistenziale che permeava l'America a metà degli anni settanta, una nazione sconvolta dal trauma della guerra, dagli scandali politici e dalle rivolte sociali. Fu in effetti uno dei primi film a portare sullo schermo i disagi dei reduci del Vietnam, oltre che ad enfatizzare l'ambiguità della figura del "vigilante", mostrando quanto fosse sottile il confine fra bene e male (è solo per caso che Travis passa dall'essere un terrorista al diventare un eroe). Graziato dall'interpretazione di De Niro (cui Scorsese concesse ampio spazio di improvvisazione), il film lanciò definitivamente le carriere parallele dell'attore e del regista, che per lungo tempo continuarono a viaggiare di pari passo, e ha influenzato profondamente l'humus del cinema americano per molti anni a venire.

Schrader, che si ispirò alle memorie di Arthur Bremer (autore nel 1972 di un attentato contro un candidato alla presidenza) e alle "Memorie del sottosuolo" di Dostoevskij, oltre che all'esistenzialismo di Sartre e Camus, descrive la città come un vero e proprio inferno popolato da anime irrequiete e disperate, fra sporcizia, delinquenza e prostituzione. Investita da un'insolita ondata di calore estivo e deturpata anche da uno sciopero della nettezza urbana, la New York in cui si muove Travis simboleggia in realtà tutte le metropoli del mondo (lo script iniziale era ambientato a Los Angeles, ma la location fu cambiata perché nella città californiana i taxi non sono così diffusi). L'ottima fotografia di Michael Chapman, iperrealista e colorata, esalta questa visione "infernale" di una città notturna, con le strade illuminate dai neon delle insegne e soffocate dal vapore che fuoriesce dai tombini. In generale, Scorsese volle che la consistenza delle immagini ondeggiasse fra la realtà e il sogno, "come se la pellicola fosse ambientata in un limbo dove la coscienza è annebbiata". La regia avvolgente e dinamica, piena di carrelli e di ralenti, supera sé stessa nella virtuosistica sequenza finale dello scontro a fuoco, con la macchina da presa che monitora dall'alto le azioni degli uomini, quasi a volerne prendere le distanze e infine distogliere lo sguardo. La scena, fra l'altro, presenta colori desaturati rispetto al resto del film perché la commissione di censura lamentò che fosse troppo cruenta. La bellissima colonna sonora, opera di Bernard Herrmann, fu l'ultima opera del compositore (che morì prima che il film giungesse nelle sale: la pellicola è dedicata alla sua memoria) e comprende un tema principale col sassofono, mellifuo e malinconico, mentre in sottofondo si odono suoni profondi e dissonanti che simboleggiano la città, i suoi rumori, le sue trappole e la sua decadenza. Il mood jazzistico ben si sposa con un personaggio che vaga alla ricerca di sé stesso.

Immerso in un mondo di vizio, violenza e degrado, il protagonista si illude di essere al di sopra di tutto questo, al punto da vedersi come un angelo vendicatore (la simbologia religiosa, come sempre, in Scorsese è onnipresente), destinato a purificare la città. In realtà Travis ne è parte indissolubile, ne accetta le regole e non ne è immune (come dimostra la sua dipendenza dalla pornografia: ne è talmente assuefatto che gli pare del tutto normale portare Betsy a guardare un film per adulti durante il loro primo appuntamento, perdendo così di colpo ogni possibilità di mantenere un legame con la donna, che pure in qualche modo era da lui attratta e affascinata). La sua psicosi paranoide procede attraverso varie fasi, e la sua trasformazione finale in vigilante è al tempo stesso inevitabile e casuale. Rifiutato non solo da Betsy ma dall'intera società (un rifiuto, questo, che sembra corrisposto, vista la sua escerbata solitudine), Travis cerca faticosamente una nuova ragione per esistere e per tenersi a galla in un mare di follia ed ipocrisia: prova a "riorganizzare la sua vita", acquista armi da fuoco per difendersi (ma gli capiterà ben presto di usarle in altro modo), giunge poi alla convinzione di avere un compito da svolgere (uccidere Palantine). E quando fallisce miseramente anche in questo, è con spirito suicida che corre in aiuto di Iris, finendo per diventare controvoglia un eroe. Non si tratta di un personaggio simpatetico: cineasti e spettatori ne vedono tutta la follia e la psicosi, eppure non si può fare a meno di partecipare alle sue vicende, di "tifare per lui" in alcune occasioni, di assistere con curiosità agli sviluppi della sua storia, quella in fondo di un personaggio anonimo in una metropoli che annulla ogni residuo di umanità (per Iris, la salvezza consisterà nel tornare nel paese di campagna dal quale proviene).

Durante le riprese del film, De Niro stava lavorando contemporaneamente a "Novecento" di Bertolucci e si spostava spesso in aereo da un continente all'altro. La sua interpretazione, una delle più celebri della sua carriera, deve molto anche all'improvvisazione. In particolare, il celebre monologo davanti allo specchio ("Ma dici a me? Dici a me? Non ci sono che io qui...") non era previsto nella sceneggiatura. La scena divenne così popolare che in seguito fu rifatta, citata, parodiata innumerevoli volte (persino dallo stesso attore, per esempio ne "Le avventure di Rocky e Bullwinkle"!). Certo, in italiano vanta anche il valore aggiunto della voce di Ferruccio Amendola, lo storico doppiatore di De Niro. Anche dialoghi come quello fra Travis e Betsy nel caffè furono improvvisati sul momento. Fra gli elementi del personaggio diventati iconici, da ricordare il taglio alla mohicana che il protagonista sfoggia al momento in cui tenta di assassinare Palantine: fu scelto perché si trattava di un tipo di acconciatura adottata da molti soldati americani mentre combattevano nella giungla in Vietnam. Quanto al resto del cast, l'allora tredicenne Jodie Foster (che aveva già recitato per Scorsese in "Alice non abita più qui") fu seguita da uno psicologo per assicurarsi che non fosse traumatizzata dall'ambiguità della sua parte. In ogni caso, venne sostituita da una controfigura (la sorella diciannovenne) nella scena in cui accenna a slacciare i pantaloni di Travis. Il ruolo la fece diventare una star, e le procurò anche un pericoloso stalker, John Hinckley Jr., che per attirare la sua attenzione qualche anno più tardi cercò di assassinare il presidente Reagan. Harvey Keitel, protagonista dei primissimi film di Scorsese, recita nel ruolo del magnaccia. Fra gli altri volti si riconoscono Peter Boyle, Albert Brooks e lo stesso Scorsese nei panni del passeggero tradito dalla moglie. Candidato a quattro premi Oscar, il film vinse la Palma d'Oro al Festival di Cannes.

1 marzo 2015

La sanguinaria (Joseph H. Lewis, 1950)

La sanguinaria (Gun Crazy, aka Deadly is the Female)
di Joseph H. Lewis – USA 1950
con John Dall, Peggy Cummins
***1/2

Visto in divx.

La passione per le armi ossessiona il giovane Bart (Dall) fin da quando era bambino. Provetto tiratore, nonostante la sua indole mite gli impedisca di sparare per uccidere, dopo un'adolescenza passata in riformatorio torna al proprio paese deciso a mettere la testa a posto. Ma si innamora di Annie (Cummins), bionda pistolera protagonista di uno spettacolo itinerante, e fugge con lei. La donna lo spingerà a diventare un rapinatore, e insieme i due assalteranno numerosi negozi e banche, fino a quando ci scapperà il morto. Braccati dalla polizia e dall'FBI, ma incapaci di separarsi l'uno dall'altra, saranno costretti a una fuga disperata che finirà col riportare Bart al proprio paese di origine, dove vivono la sorella e gli amici d'infanzia... Capolavoro del cinema gangster-noir degli anni cinquanta, e ispirato alle vicende di celebri coppie di rapinatori come Bonnie e Clyde, il film è sceneggiato – insieme a MacKinlay Kantor, autore della storia originale – da Dalton Trumbo, all'epoca nella lista nera del maccartismo e dunque costretto a far accreditare il proprio lavoro a Millard Kaufman. Lo script, mai moralista, approfondisce i protagonisti (in particolare quello maschile) mostrandone tutte le contraddizioni e i contrasti interiori (l'indole pacifica, la costrizione alla violenza, il desiderio di fuga) e accentuando l'empatia con lo spettatore. Anche se Annie è ascrivibile a ben diritto alla categoria delle femme fatale, le donne che portano gli uomini alla perdizione, la scelta del titolo italiano (o di quello inglese alternativo, "Deadly is the Female") di spostare l'attenzione tutta su di lei è forse un po' esagerata, visto che il centro del film rimane sempre Bart, o al limite la coppia nel suo insieme. Visivamente la pellicola è spettacolare, grazie alla fotografia di Russell Harlan (più luminosa e solare della media per un noir) e all'ottima regia di Lewis, vigorosa, mai banale e capace di soluzioni spesso in anticipo sui tempi (da ricordare, per esempio, la scena della rapina in banca girata in un unico piano sequenza, con la macchina da presa collocata nel retro dell'automobile di Bart e Annie; pare che durante la scena in questione i due attori furono invitati a improvvisare i dialoghi, e che nessuno – a parte gli attori stessi, naturalmente – sapesse che si trattava di un film: si spiega così la reazione spaventata di alcuni passanti). Fra le sequenze memorabili c'è l'incipit, con il furto della pistola da parte di un Bart quattordicenne e il successivo flashback che mostra il suo terrore dopo la morte del pulcino, illustrando di fatto la perdita dell'innocenza; lo "show" circense di Annie in occasione del primo incontro fra i due innamorati; e la fuga finale sulle montagne, con la resa dei conti finale in mezzo alla nebbia, in un'atmosfera sospesa e irreale, quando i due si giurano amore anche di fronte alla morte imminente. In generale, gran parte del film fu girato in esterni e per le strade, anziché in studio, e questo dona un tocco particolarmente vivo e realistico alle molte sequenze di fuga e di inseguimento in auto (paradossalmente, lo scarso budget a disposizione – che impedì per esempio a Lewis di usare la collaudata tecnica della proiezione su un retroschermo – finì col giovare alla pellicola).

16 agosto 2006

Non ci sarà licenza oggi (Gordon, Tarkovskij, 1959)

Non ci sarà licenza oggi (Segodnja uvolnenija ne budet)
di Aleksandr Gordon, Andrej Tarkovskij – URSS 1959
con Oleg Borisov, Aleksei Alekseev
**

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Durante alcuni scavi nella strada di una cittadina russa (il film è girato a Kursk), vengono trovate delle bombe della seconda guerra mondiale con tutto il loro carico esplosivo. I soldati si mobilitano per evacuare la città e per trasportare le bombe in una zona isolata, dove verranno fatte esplodere. Mediometraggio (47 minuti) girato da Tarkovskij insieme al compagno di corso Aleksandr Gordon mentre frequentava l'istituto di cinematografia Gerasimov a Mosca. Rispetto al precedente "Gli uccisori", il budget è più elevato (attori professionisti, riprese in esterni, uso di mezzi militari, numerose comparse). E il risultato, se non artistico, quantomeno è competente e professionale, tanto che il film (completato nel 1958) fu trasmesso dalla televisione sovietica l'anno successivo in occasione del Giorno della Vittoria (l'anniversario della fine della guerra), con ulteriori repliche negli anni a venire. Il soggetto, che si basa su fatto realmente accaduto, celebra l'eroismo e il coraggio dei soldati (e anche di qualche civile), oltre che lo spirito di collaborazione di un'intera comunità, ed è la cosa più vicina a un film di propaganda che Tarkovskij abbia mai girato in tutta la sua carriera (ma ricordiamo che si trattava essenzialmente di un esercizio per mettere in pratica le tecniche cinematografiche e gli insegnamenti ricevuti). Il titolo italiano "Non cadranno foglie stasera" (che si trova, per esempio, su Wikipedia) è una poetica ma errata traduzione dall'inglese "There Will Be No Leave Today".