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19 settembre 2022

Matrix Resurrections (Lana Wachowski, 2021)

Matrix Resurrections (The Matrix Resurrections)
di Lana Wachowski – USA/Australia 2021
con Keanu Reeves, Carrie-Anne Moss
**

Visto in TV (Now Tv).

Dopo il finale (anticlimatico) del terzo capitolo, "Matrix Revolutions", l'improbabile pace fra macchine ed esseri umani è in effetti arrivata. Ciò non ha impedito però a un nuovo programma, l'Analista (Neil Patrick Harris), di dare vita a un altro mondo virtuale, una nuova Matrix, nella quale sono imprigionati anche Neo (Keanu Reeves) e Trinity (Carrie-Anne Moss), immemori del loro passato. Neo, addirittura, è ora un game designer, e le vicende della trilogia precedente sono l'oggetto dei videogiochi da lui progettati. Ma un ulteriore gruppo di "ribelli" – fra cui la giovane Bugs (Jessica Henwick) e un nuovo Morpheus digitale (Yahya Abdul-Mateen II) – lo aiuta a prendere coscienza della realtà, a "risvegliarsi" e a tornare a lottare per liberare anche Trinity, il tutto dovendo anche fronteggiare un redivivo agente Smith (Jonathan Groff). Le Wachowski avevano sempre resistito alle proposte di realizzare un nuovo episodio di "Matrix", ma alla fine la cronica paura di Hollywood di investire su nuove idee le enormi somme di denaro necessarie per produrre blockbuster (e la conseguente proliferazione di franchise, remake e reboot che riciclano i successi del passato) ha avuto la meglio. Quantomeno la pellicola ne è consapevole, visto che non mancano frecciatine alla tendenza dell'industria di impossessarsi delle idee dei creativi e di replicarle, svuotandole di significati. Nel mondo fittizio di Neo, i game designer affermano addirittura esplicitamente che "la Warner Brothers vuole fare un sequel della trilogia, con o senza di noi": impossibile non pensare che a parlare siano le Wachowski, con Lana che per una volta firma il film da sola, senza la sorella Lilly. E se di sequel si tratta, a lungo sembra invece di assistere a un remake, per quanto appunto consapevole di esserlo (numerosi sono i "flash" di memoria che ripropongono scene e immagini del primo film). Nel complesso il risultato non è brutto (anzi, è persino più gradevole del secondo e del terzo capitolo), ma come tutti i prodotti di questo tipo è destinato a essere irrilevante. Al di là dei rimandi e degli agganci ai film di vent'anni prima, la pellicola non riesce a creare nulla di nuovo: i temi del libero arbitrio, della programmazione e del destino, del rapporto fra fantasia e realtà, e della simulazione di un mondo virtuale sono non solo già visti ma anche abusati, e i nuovi personaggi (o le rivisitazioni dei precedenti) non hanno alcun carisma. Persino il protagonista Neo appare sempre meno "speciale", si fa trascinare dagli eventi ed è sperso, frastornato e senza poteri (o quasi). E se c'è il tentativo di aggiornare alcuni elementi ormai datati (ai fosfori verdi non si rinuncia, ok, ma almeno i nostri eroi passano da un mondo all'altro muovendosi attraverso gli specchi – un'altra citazione da "Alice", dopo il bianconiglio – anziché cavi e cabine telefoniche), sia gli effetti speciali sia le scene d'azione sono tutt'altro che rivoluzionarie o innovative come quelle di una volta. Ultima (meta)citazione, nel finale i nostri eroi dicono al cattivo "Ci hai dato qualcosa che non pensavamo di poter avere: un'altra chance": il sottinteso è "di fare un finale migliore" (anche qui sono le Wachowski che parlano).

11 settembre 2021

Matrix Revolutions (Wachowski, 2003)

Matrix Revolutions (The Matrix Revolutions)
di Andy e Larry Wachowski – USA 2003
con Keanu Reeves, Carrie-Anne Moss
*1/2

Rivisto in divx.

Terzo episodio di "Matrix", girato in contemporanea al secondo e che nelle intenzioni avrebbe dovuto concludere la trilogia (mentre scrivo è invece in preparazione un quarto capitolo). Avevamo lasciato Neo (Reeves) in coma, al termine del precedente "Matrix Reloaded", dopo essere riuscito in qualche modo a usare i suoi poteri contro le macchine anche al di fuori del mondo virtuale di "Matrix". La sua coscienza si trova ora in una sorta di "limbo", da dove viene recuperato dai suoi amici – Trinity e Morpheus, aiutati per l'occasione dal misterioso Seraph (Collin Chou) – che hanno avuto la meglio sul Merovingio. Mentre Zion, la città sotterranea degli ultimi uomini liberi, è assediata dalle terribili "seppie", Neo comprende che l'unico modo per ottenere la fine della guerra è quello di andare a trattare direttamente con le macchine nel loro quartier generale. Qui proporrà un patto: in cambio della pace, sconfiggerà definitivamente l'agente Smith (Hugo Weaving), programma senziente ormai sfuggito ad ogni controllo, che replicandosi come un virus ha già invaso ogni angolo di Matrix e minaccia di impadronirsi anche del mondo esterno (dove è già giunto una volta, "infettando" Bane (Ian Bliss), uno dei soldati umani). Se la sceneggiatura tira le fila della vicenda, il film – stroncato da pubblico e critica – ne banalizza anche la complessità e completa definitivamente il distacco dalle tematiche che avevano fatto la fortuna dell'originale. Basti pensare che, a parte un incipit peraltro verboso e pretenzioso (costellato com'è di dialoghi costituiti da una serie di domande e risposte fumose, piene di filosofia spicciola sull'amore e il karma) e lo scontro conclusivo con Smith, la maggior parte dell'azione non si svolge nel mondo virtuale che dà il nome alla serie ma in quello reale (con la fotografia che passa dai toni dominanti di verde a quelli di blu), impegnati a seguire l'assedio delle "seppie" contro la città di Zion, difesa da soldati in esoscheletri metallici. Messa da parte ogni suggestione filosofica o concettuale, il film si trasforma dunque in una pellicola fracassona di fantascienza bellica, allontanandosi dalle radici cyberpunk e dai temi digitali/informatici (retrò o meno), i cui pochi elementi superstiti annegano in un mare di genericità e di fuffa. Ancora più imperdonabile, pertanto, è l'anticlimaticità del finale. Le macchine tanto temute, che tengono prigionieri da oltre un secolo gli esseri umani, non solo non vengono sconfitte ma si scende a patti con esse, con la scusa di un "nemico comune" da debellare (ovvero Smith, contro cui Neo si batte nell'unica sequenza degna di essere ricordata, lo scontro nella città sotto la pioggia). La trovata delude su più fronti, compresa la sua pretestuosità e la maniera improvvisa con cui viene calata sul tavolo da gioco (e forse i Wachowski ne erano in parte consapevoli, visto il nome – "Deus ex machina"! – che hanno dato al "re delle macchine"). Poco cerimonioso anche il destino dei tre personaggi classici della serie: Neo e Trinity escono (per ora) di scena, Morpheus è ridotto a un semplice comprimario, mentre è incredibile la quantità di tempo e spazio sprecata a seguire personaggi minori, di cui non ci importa nulla, durante l'assedio di Zion (Zee, Kid, Mifune...). Fra le new entry anche l'Uomo del Treno (Bruce Spence), programma al servizio del Merovingio. Mary Alice sostituisce Gloria Foster nel ruolo dell'Oracolo. Il quarto capitolo, diretto dalla sola Lana (ex Larry) Wachowski, dovrebbe chiamarsi "Matrix Resurrections".

6 settembre 2021

Matrix Reloaded (Wachowski, 2003)

Matrix Reloaded (The Matrix Reloaded)
di Andy e Larry Wachowski – USA 2003
con Keanu Reeves, Laurence Fishburne, Carrie-Anne Moss
*1/2

Rivisto in divx.

In seguito all'enorme (e non scontato) successo del primo "Matrix", furono messi in cantiere non uno ma ben due seguiti, girati contemporaneamente e distribuiti nelle sale a sei mesi di distanza l'uno dall'altro, con tanto di cliffhanger alla fine del primo. Un cliffhanger che non fu gradito dal pubblico, all'epoca poco abituato ad assistere a un film "che non terminava": certo, c'era appena stato il precedente della trilogia de "Il Signore degli Anelli" e, qualche decennio prima, quello degli ultimi due film di "Ritorno al futuro", ma in questo caso la scritta "To be continued" giungeva davvero troppo repentina e inaspettata, per di più dopo una visione già estenuante. È infatti un po' tutto il film a deludere chi aveva apprezzato il precedente (chi invece non lo aveva visto, richiamato in sala dall'hype, si trovò di fronte a una pellicola quasi incomprensibile, dato che la conoscenza delle premesse della storia vengono date per scontate). La trama è assai convoluta, ma può essere riassunta in qualche modo: avendo ormai accettato il ruolo dell'Eletto che, secondo una profezia, porrà fine alla lunga guerra fra l'umanità e le macchine che tengono prigioniera la razza umana nel mondo virtuale di "Matrix", l'ormai onnipotente Neo (Reeves) viene a sapere dall'Oracolo (Gloria Foster) – che scopre essere a sua volta un programma senziente – qual è la sua missione: raggiungere la "Sorgente" del programma. Per farlo avrà bisogno del Fabbricante di Chiavi (Randall Duk Kim), tenuto prigioniero dal perfido Merovingio (Lambert Wilson), e nel frattempo vedersela con l'Agente Smith (Hugo Weaving), ormai slegatosi dal sistema e diventato una sorta di virus in grado di auto-duplicarsi. Ma quando, grazie all'aiuto degli amici Morpheus (Fishburne) e Trinity (Moss), raggiungerà la Sorgente, verrà a sapere dall'Architetto (Helmut Bakaitis) – colui che ha progettato Matrix – che la profezia era falsa, e che il suo ruolo è sempre stato quello di facilitare la distruzione di Matrix per farla rinascere da zero, cosa già accaduta cinque volte in passato. Tuttavia si ribellerà e tornerà nel mondo reale, nel tentativo di salvare la città sotterranea di Zion (dove vivono i pochi umani rimasti liberi) dall'imminente attacco delle macchine.

Ciò che nel primo film era affascinante (il tema del "risveglio" e della scoperta di una realtà virtuale) viene qui messo da parte per costruire un mondo su più ampia scala, e l'impressione è che non fosse necessario (scompare del tutto, fra l'altro, il punto di vista di chi vive ignaro all'interno di Matrix). Pachidermico, noioso, pieno di elementi poco ispirati o che appaiono fuori contesto (a partire dal ballo sensuale degli abitanti di Zion), con una marea di personaggi del tutto superflui (Lock, Niobe, il "navigatore" Link, il consigliere Hamann....) e situazioni che si succedono una dopo l'altra, spesso slegate fra di loro come le missioni di un videogioco, il lungometraggio appare privo di equilibrio e disorganico, barcamenandosi sull'alternanza fra le (vuote) riflessioni filosofiche sui concetti di destino e di libera scelta, e lunghe (e noiose) scene d'azione assai meno indovinate e spettacolari di quelle del film precedente, oltre che prive di adrenalina per l'eccesso di ralenti nella loro messa in scena (il bullet time non è più una novità). A proposito di queste, da ricordare comunque la lotta di Neo contro i tanti Smith, e quella con gli sgherri del Merovingio (fra cui due fantasmi albini gemelli) che culmina nell'inseguimento in autostrada. Certo, se uno può piegare a piacimento la realtà, non si capisce perché continui a lottare usando le arti marziali. In generale Neo è ormai un non-personaggio, un tool privo di caratterizzazione, buono solo per far avanzare la storia e assumere, nel finale, ulteriori connotati messianici (addirittura "resuscita" Trinity, dopo che era morta come da sua premonizione). Ma il punto più basso della pellicola è forse l'apparizione della pessima Monica Bellucci nel fugace ruolo di Persephone, la moglie del Merovingio: ancor più nell'edizione italiana, quando parla con la sua indecente dizione (che crea uno scarto respingente rispetto ai doppiatori professionisti che danno voce agli altri personaggi). La fotografia insiste ancora di più sulle tonalità di verde quando ci si trova dentro Matrix, per distinguere quel mondo da quello reale. Gloria Foster e Aaliyah (che doveva interpretare Zee, la compagna di Link, poi sostituita da Nona Gaye) sono morte durante le riprese. Ottimo il risultato al botteghino: ma poi il terzo capitolo, "Matrix Revolutions", incasserà la metà di questo.

31 agosto 2021

Matrix (Andy e Larry Wachowski, 1999)

Matrix (The Matrix)
di Andy e Larry Wachowski – USA/Australia 1999
con Keanu Reeves, Laurence Fishburne, Carrie-Anne Moss
***

Rivisto in DVD.

L'irrequieto programmatore Thomas Anderson (Keanu Reeves), anche hacker con il nome di "Neo", ha sempre pensato che qualcosa non tornasse nel mondo attorno a lui. E non si sbagliava: contattato dal misterioso Morpheus (Laurence Fishburne), capo di un gruppo di resistenza clandestina al "sistema", scoprirà che la realtà in cui vive non è altro che una simulazione virtuale, chiamata "Matrix", all'interno della quale sono imprigionate le menti degli esseri umani, i cui corpi sono invece incapsulati e sfruttati come fonte di energia bioelettrica. Siamo infatti nel futuro, e non nel 1999 come lui credeva, un futuro in cui le "macchine" hanno vinto una guerra contro l'umanità. Ma proprio Neo potrebbe essere "l'eletto" che cambierà le carte in tavola, potendo alterare le regole del sistema dall'interno... Al secondo film come registi (dopo "Bound") e al terzo come sceneggiatori (dopo anche "Assassins"), gli allora fratelli – e oggi sorelle – Wachowski fanno il botto, realizzando una pellicola che colpì come poche l'immaginario collettivo, rinnovando il genere fantascientifico e in particolare il sottogenere del cyperpunk, di cui mai fino ad allora erano state sfruttate appieno le potenzialità sul grande schermo (fra i titoli che ci avevano provato negli anni novanta: "Johnny Mnemonic" con lo stesso Keanu Reeves, e "Strange days"). Certo, l'originalità è molto minore di quanto possa sembrare a prima vista: i contenuti "pescano" da innumerevoli racconti e romanzi di fantascienza letteraria (si pensi ai lavori di Philip K. Dick, Frederick Pohl e William Gibson) e a fumetti (come l'episodio "Terrore in una piccola città" dei Fantastici Quattro di John Byrne) ma anche da film precedenti ("Dark city" di Alex Proyas su tutti, ma pure "Essi vivono" e, se vogliamo, "The Truman Show"), anime ("Ghost in the shell") e serie tv ("Doctor Who"). Non basta: anche il mood e le atmosfere retrò si ispirano a pellicole precedenti (il neo-noir e la SF hanno sempre avuto un forte connubio), mentre le coreografie delle scene d'azione sono chiaramente debitrici al cinema di Hong Kong (i film di John Woo, Tsui Hark, Yuen Woo-ping: quest'ultimo, non a caso, è il responsabile delle arti marziali nel film). Il ricorso al wire-work è ubiquo, e persino abiti e look dei personaggi (gli spolverini neri, i completi in pelle, gli occhialini) sembrano uscire da pellicole dell'ex colonia britannica come "La vendetta della maschera nera". Il che non ha impedito loro di diventare iconici in occidente, come un po' tutto il film, che ha appunto avuto il merito di frullare molte cose insieme per dar vita a un mix intrigante e coinvolgente su più livelli, dando visibilità (e popolarità) mainstream a temi e atmosfere fino ad allora di nicchia.

Non si può negare infatti l'enorme impatto, anche culturale, che "Matrix" ha avuto sul grande pubblico. Al di là della storia fantascientifica (con tanto di finale aperto: Neo accetta il proprio ruolo di "eletto" a capo della resistenza, ma la guerra è tutt'altro che vinta), la pellicola ha saputo intercettare inquietudini da sempre presenti nella società, che in passato sfociavano nella contestazione e oggi, non di rado, nel complottismo ("Matrix è il mondo che ti è stato messi davanti agli occhi per nasconderti la verità", "è un sistema che [i poteri che ci governano segretamente] usano per tenerci sotto controllo", gli uomini non sanno nemmeno di essere schiavi, e di quelli che lo scoprono, non tutti vogliono svegliarsi o essere liberi), tanto che alcuni elementi, immagini e metafore del film (a partire dall'iconica scena della "pillola azzurra e pillola rossa") sono state adottate proprio dal mondo complottista. Altro dialogo cult: "Mi fanno male gli occhi" (Neo) – "Perché non li hai mai usati" (Morpheus). Il tema del risveglio, della presa di coscienza e della consapevolezza, comunque, consente illustri riferimenti letterari ("Alice nel paese delle meraviglie", pluricitata) e filosofici (dalle visioni del mondo orientali, "Il cucchiaio non esiste", a quelle dell'antica Grecia, la caverna di Platone e il "Conosci te stesso", fino a Baudrillard). A questo si aggiunge l'ambito digitale/informatico, per quanto questo aspetto oggi risulti un po' datato (e lo sembrava anche nel 1999: vedi i vecchi monitor a fosfori con le caratteristiche tonalità di verde – l'alternativa era l'ambra! – e le linee telefoniche usate per il trasferimento dei dati: le fibre ottiche erano ancora di là da venire). L'intera Matrix ricorda un po' quegli ambienti virtuali online, come "Second Life", che in epoca pre-social media andavano tanto di moda. Per quanto riguarda la rappresentazione del "mondo reale", ovvero la parte di film ambientata nel (vero) futuro, la CGI ci mostra suggestioni a metà fra "Terminator" e il body horror di Cronenberg e Tsukamoto. Parliamo infine degli aspetti messianici (Neo, la cui venuta è stata profetizzata da un Oracolo, a un certo punto letteralmente muore e risorge) e di quelli super-eroistici (l'ultima inquadratura del film ce lo mostra addirittura volare come Superman: ma altri riferimenti vanno a Batman, a Blade – che nel film del 1998 con Wesley Snipes sfoggiava occhialini e abiti molto simili ai suoi – e, perché no?, ai molteplici manga e anime giapponesi i cui personaggi ricevono un costante power upgrade.

La ricchezza di spunti e temi è anche una scusa per portare sullo schermo scene d'azione spettacolari, all'epoca rivoluzionarie (per quanto ispirate, come già ricordato, al cinema di Hong Kong). Su tutte l'irruzione di Neo e Trinity (Carrie-Anne Moss) nel palazzo dove Morpheus è tenuto prigioniero, con una tempesta di proiettili che fanno a pezzi ogni centimetro quadrato della sala, o la scena in cui Neo "scansa" le pallottole che vengono sparate contro di lui (forse la più celebre del film, imitata e parodiata numerose volte negli anni a venire: fu realizzata con una tecnica chiamata da allora bullet time, che consiste nel piazzare una serie di videocamere attorno agli attori e di fondere insieme le immagini riprese per dare l'illusione del movimento al rallentatore mentre l'inquadratura gira intorno a velocità normale). La sequenza dell'addestramento, invece, ricorda ovviamente un videogioco (e non a caso fra i film che svilupperanno ulteriormente i concetti di "Matrix" ci sono pellicole dall'impianto dichiaratamente legato ai videogame, come "Ready Player One" e i nuovi "Jumanji"). Paradossalmente, tutto questo mondo sembra molto più interessante del protagonista, la cui natura di "eletto" gli impedisce di diventare davvero un personaggio con cui identificarsi (alla fine addirittura può "vedere" il codice sorgente attorno a sé). Meglio i personaggi secondari, dal carismatico Morpheus alla "tosta" Trinity. Hugo Weaving è l'agente Smith, il principale antagonista della pellicola, uno dei "programmi senzienti" che pattugliano Matrix in cerca dei ribelli (rappresentati come una sorta di "uomini in nero", con giacca, cravatta e occhiali scuri, capaci di forzare entro un certo limite le regole del mondo virtuale); Joe Pantoliano è il "traditore" Cypher, Gloria Foster il misterioso "Oracolo". La fotografia di Bill Pope punta su colori smorti, spesso con tinte di verde che richiamano i succitati monitor monocromatici dell'epoca. Il film riscosse un enorme successo commerciale e di critica (vinse quattro premi Oscar, tutti tecnici: per gli effetti speciali, il montaggio, il sonoro e il montaggio sonoro), il che consentì di mettere in cantiere due seguiti da girare back-to-back, "Matrix Reloaded" e "Matrix Revolutions", usciti nel 2003 ma non proprio indovinati. Il problema è che, nonostante il finale aperto (come già detto), i Wachowski non avevano davvero pensato a come proseguire la storia: e la mancanza di coesione e di progettazione visibile già in questo primo capitolo mostrerà tutte le sue crepe nei sequel.

16 febbraio 2017

Bound - Torbido inganno (Wachowski, 1996)

Bound - Torbido inganno (Bound)
di Andy e Larry Wachowski – USA 1996
con Jennifer Tilly, Gina Gershon, Joe Pantoliano
*1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Violet (Tilly), "pupa" del gangster Caesar (Pantoliano), si innamora dell'ex carcerata lesbica Corky (Gershon) e insieme progettano di sottrarre una grossa somma di denaro appartenente alla mafia... Il film d'esordio degli (allora) fratelli Wachowski è un thriller a basso budget, girato praticamente tutto fra le quattro mura di un appartamento, con un'insolita componente erotica di stampo lesbico. Ma i due elementi sono decisamente disconnessi fra loro, come se si trattasse di due pellicole differenti: se la sezione del furto del denaro e dei reciproci inganni (che vedono protagonista anche Caesar, convinto che a sottrargli la valigetta sia stato un suo complice e deciso a rendergli pan per focaccia) tutto sommato riesce a tenere lo spettatore sulle spine, quella dell'incontro fra le due donne con relativa scena di seduzione è quanto mai forzata e affettata, al limite del caricaturale e priva di ogni tensione erotica. Se ci aggiungiamo il mancato approfondimento psicologico dei personaggi, intrappolati in "ruoli" stereotipati, ne risulta un filmetto senza trasparenza e di poco o nessun interesse, se non quello di vedere i primi passi dei futuri autori della saga di "Matrix". Gli interpreti, comunque, fanno quello che possono (resta impressa soprattutto la Gershon, con canottiera e tatuaggi). Ai tempi, alcuni critici azzardarono un paragone fra i Wachowski e un'altra coppia di fratelli, i Coen.

3 agosto 2016

Jupiter - Il destino dell'universo (Wachowski, 2015)

Jupiter - Il destino dell'universo (Jupiter Ascending)
di Lana e Lilly Wachowski – USA 2015
con Mila Kunis, Channing Tatum
**

Visto in TV.

Jupiter Jones (Mila Kunis), umile immigrata clandestina che si guadagna da vivere come donna delle pulizie, scopre di essere nientemeno che la reincarnazione di colei che un tempo era la legittima proprietaria della Terra. Il pianeta, insieme a molti altri sparsi nella galassia, fa infatti parte delle proprietà di una ricca famiglia reale (gli Abrasax) che ne "alleva" gli abitanti per ricavare da essi un elisir di giovinezza che poi vende in tutto l'Universo. Contro il ritorno di Jupiter e la rivendicazione dei suoi diritti si battono i suoi tre "figli", Balem (Eddie Redmayne), Titus (Douglas Booth) e Kalique (Tuppence Middleton), che non intendono lasciare che la ragazza si riappropri della loro eredità ma soprattutto che metta fine, per motivi etici, al loro "commercio". Per fortuna Jupiter sarà aiutata dagli ex legionari spaziali Caine (Channing Tatum) – un licatante (ibrido fra uomo e lupo) di cui si innamora – e Stinger (Sean Bean). Incaricate dalla Warner Brothers di sviluppare una franchise fantascientifica nuova di zecca, le sorelle (ex fratelli) Wachowski sfornano una variazione sul tema di "Matrix" (un mondo in cui misteriose entità extraterrestri “sfruttano” gli esseri umani a nostra insaputa) stavolta in chiave di space opera, ricca di effetti speciali, di viaggi interstellari e di strane creature aliene in un universo che alterna scenari quotidiano-familiari ad altri barocco-esotici. I toni sono comunque più leggeri, con una storia che non si prende sempre sul serio (si pensi alla sezione con i burocrati), che si diverte a spiazzare le attese dello spettatore (Sean Bean non muore!), che gioca con cliché e citazioni ("Io non sono tua madre!", grida Jupiter, capovolgendo completamente la celebre frase di Darth Vader) e soprattutto che traccia un audace parallelo fra i genocidi intergalattici della dinastia Abrasax e i moderni metodi di sfruttamento delle imprese terrestri a scopi commerciali (come gli allevamenti di bestiame). Il successo al botteghino però non è arriso, e anche la critica statunitense è stata parecchio negativa: forse non solo per le scene d'azione lunghe e a volte confuse e per una sceneggiatura con diversi momenti incoerenti o sopra le righe, ma anche perché fondamentalmente la pellicola lancia un forte attacco al capitalismo, con il cattivo che agisce all'insegna del motto "Vivere è consumare" e che rivendica come la sua impresa debba “creare profitto” a ogni costo (che la protagonista sia di origine russa, dunque, forse non è un caso). In compenso, buona l'accoglienza da parte del pubblico femminile. Nel cast, da segnalare i piccoli ruoli per Bae Du-na (la cacciatrice motorizzata), Terry Gilliam (il vecchio ministro burocrate, in una scena che ricorda “Brazil”) e James D'Arcy (il padre di Jupiter).

13 gennaio 2013

Cloud Atlas (Wachowski, Tykwer, 2012)

Cloud Atlas (id.)
di Andy e Lana Wachowski, Tom Tykwer – Germania 2012
con Tom Hanks, Halle Berry, Bae Du-na
***1/2

Visto al cinema Colosseo.

"Tutto è connesso", recita la frase di lancio di un film affascinante e complesso, che racconta in parallelo sei vicende ambientate in epoche diverse (tre di queste sono state dirette dai fratelli Wachowski – che dai tempi di "Matrix" sono diventati un fratello e una sorella – e tre dal talentuoso Tom Tykwer, il regista tedesco di "Lola corre"), apparentemente scollegate l'una dall'altra ma in realtà unite non solo dal ricorrere di temi ed elementi comuni (la libertà e la schiavitù; la ricerca della verità; il cambio di prospettive; la fuga attraverso l'arte) e di attori (praticamente ogni interprete recita – camuffato in vario modo – in tutti e sei gli episodi) ma anche per il modo in cui, attraverso il tempo e lo spazio, la vita e le azioni di ciascun individuo hanno una diretta influenza su quelle degli altri; e non importa se ciò avviene attraverso i fatti oppure mediante sogni, visioni, percezioni. Al punto che "un unico atto di gentilezza si propaga attraverso i secoli per ispirare una rivoluzione in un lontano futuro". Ed è proprio questo "passaggio di testimone", che può non essere colto se si guarda a un episodio per volta, a rendere più ampio il risultato finale e a mostrare come ogni periodo dell'umanità e ogni azione di un singolo uomo abbia una profonda influenza non solo sul suo presente ma anche sul suo futuro (confutando l'affermazione dell'uomo d'affari del primo episodio, che di fronte al desiderio del suo genero di lottare per l'abolizione della schiavitù, afferma che un tale atto non produrrà nulla e sarà solo una goccia nell'oceano. "Ma l'oceano è fatto di gocce", ribatte lui). Se il sottotesto filosofico e karmico (ci sono di mezzo anche le reincarnazioni) poteva rischiare di appesantire il film, ciò non avviene perché esso è appunto veicolato in maniera naturale e mai pedante: gli autori lasciano che esso fluisca dagli eventi che ci mostrano, senza mai mollare la presa sulla narrazione e riuscendo – cosa più unica che rara – a portare a termine le sei storie con un montaggio serrato che spazia dall'una all'altra, senza smarrire per strada l'attenzione dello spettatore. Merito, oltre che di una buona sceneggiatura (che offre tanti e tali spunti, rimandi, riferimenti e citazioni, da non riuscire a tenerne il conto), anche di un cast davvero fenomenale, di cui parleremo fra poco.

Nel 1849, l'avvocato Adam Ewing (Jim Sturgess) sta attraversando in nave l'Oceano Pacifico per riportare al suocero, un ricco uomo d'affari della California, un lucroso contratto firmato con il proprietario di una piantagione. L'incontro con uno schiavo maori che sogna la libertà e che gli salverà la vita durante la traversata, cambierà ogni sua idea, al punto da spingerlo a ribellarsi al potente suocero. Nel 1936, a Edimburgo, il giovane musicista gay Robert Frobisher (Ben Whishaw) si fa assumere come copista dall'anziano e celebre compositore Vygan Ayrs. Vivendo al suo fianco, troverà l'ispirazione per scrivere a sua volta un capolavoro, il "Cloud Atlas Sextet": ma quando il maestro vorrebbe impadronirsene e pubblicarlo con il proprio nome, minacciando di rivelare al mondo il suo passato non proprio cristallino, Robert lo ferisce e si dà alla fuga, per completare il proprio lavoro in clandestinità prima di suicidarsi. Nel 1973, a San Francisco, la reporter Luisa Rey (Halle Berry) indaga sulle attività clandestine di una potente azienda che opera nel campo dell'energia, spinta da indiscrezioni che le sono state fornite dal fisico nucleare Rufus Sixmith. Quest'ultimo viene ucciso da un misterioso sicario, e anche Luisa si ritrova in pericolo, avendo scoperto che la corporazione, al soldo delle lobby petrolifere, vorrebbe provocare un disastro in un reattore nucleare. Nel 2012, l'editore britannico Timothy Cavendish (Jim Broadbent) viene rinchiuso dal rancoroso fratello in un ospizio per anziani, gestito con il pugno di ferro dalla tirannica infermiera Noakes. Con l'aiuto di un gruppo di arzilli vecchietti, Timothy organizzerà un piano di fuga. Nel 2144, in un mondo distopico e totalitaristico, Somni-451 (Bae Du-na) lavora come "servente" in un ristorante nella megalopoli di Neo Seoul. Come tutti coloro che sono nati "artificialmente" (ossia in provetta, a differenza dei "purosangue" che nascono in maniera naturale), non ha diritti ma solo doveri, e ignora persino che sia possibile una vita diversa. L'incontro con Hae-Joo Chang, membro di un gruppo di ribelli che l'aiuta a fuggire, la porterà a scoprire un nuovo mondo e diventerà l'ispiratrice di una prossima rivoluzione. In un futuro post-apocalittico (i titoli di coda dicono che siamo nel 2321), 106 anni dopo "la caduta" (un cataclisma di origine nucleare), l'umanità ha ormai abbandonato la Terra per trasferirsi su colonie in altri pianeti, lasciando dietro di sé pochi individui che vivono divisi in sparuti gruppi: i "prescelti", privilegiati che vivono in isolamento e hanno conservato la conoscenza della tecnologia, e alcune tribù ridotte a uno stato barbarico e semi-primitivo, in perenne guerra fra loro. Fra queste ci sono gli abitanti della valle dove vive Zachry (Tom Hanks), tormentato da un fantasma misterioso e diabolico. L'arrivo della "prescelta" Meronym, in cerca di un modo di comunicare con le colonie extraterrestri, cambierà il suo mondo.

Il film (formalmente di produzione tedesca, al punto che è stato battezzato dai media "il primo blockbuster della Germania", dimenticandosi di cosucce come "Metropolis"...) è tratto dall'omonimo romanzo del britannico David Mitchell (in italiano pubblicato col titolo "L'atlante delle nuvole"), dove il meccanismo delle "storie contenute in altre storie", come scatole cinesi, era ancora più esplicito ed evidente (ogni vicenda era raccontata, letta o vista dal protagonista della storia successiva). Anche nella pellicola, comunque, ci sono questi collegamenti: Il diario di viaggio di Adam (1849) viene letto da Robert nel 1936 e contribuisce ad ispirare la sua composizione. La musica di Robert viene ascoltata da Luisa nel 1973, che ne legge anche le lettere indirizzate all'amante Rufus Sixsmith, anzi è l'incontro con quest'ultimo in persona a dare il via alla sua indagine. La storia di Luisa – come preannunciato dal suo giovane amico ispanico – diventa un libro, anzi un manoscritto che viene recapitato nel 2012 a Timothy Cavendish, che lo porta con sé nella casa di ricovero. L'avventura di Cavendish, il suo anelito per la libertà (con tanto di citazione da Solženicyn) e la sua ardita fuga si trasformeranno in un film, che sarà visto nel 2144 da Somni-451 e ispirerà il suo animo rivoluzionario. La testimonianza di Somni, infine, tramandata da generazione in generazione, si ammenterà di un'aura religiosa: le tribù barbariche nel 2321 la venereranno come una dea, mentre per i "prescelti" sarà comunque un'importante figura di riferimento. Oltre a quelle intertestuali, sono poi innumerevoli le citazioni, i rimandi e i riferimenti a libri, film, poesie, opere musicali "esterne", molte addirittura esplicite, che arricchiscono le vicende in profondità. Ne cito una su tutte: nel 2012 Cavendish grida, durante la sua ribellione, "Soylent Green is people!", la celebre frase che conclude il capolavoro fantascientifico "2022: i sopravvissuti" di Richard Fleischer con Charlton Heston. Ebbene, la trama di quel film riecheggia in modo impressionante gli eventi che si svolgono a Neo Seoul nel 2144, con tanto di scoperta che i corpi degli umani defunti vengono "riciclati" per produrre il "sapone" di cui sono costretti a nutrirsi.

Acclamata da una (piccola) parte della critica, la pellicola è stata invece male accolta da chi l'ha accusata di essere eccessivamente ambiziosa o addirittura caotica e confusa. A torto: perché seguirla, pur nella sua stratificazione, non è difficile. E non solo perché le varie storie, anche se corrono in parallelo, sono comunque lineari (non ci sono salti temporali, flashback o contorcimenti narrativi), ma anche perché ciascuna di esse ha un proprio look e un proprio tono che la rende diversa dalle altre. E non mancano i punti di riferimento cinematografici: l'episodio del 1973, per esempio, si rifà chiaramente alle pellicole di blaxploitation di quegli anni, come il celebre "Shaft", oppure ai film di fantapolitica e di indagine poliziesca; quello del 2012 è quasi una commedia, dai toni grotteschi e surreali (merito anche della comicità del protagonista, Jim Broadbent), ma con richiami a "Qualcuno volò nel nido del cuculo" (vedi l'infermiera Noakes); il mondo futuristico del 2144 richiama naturalmente "Blade Runner", "Il quinto elemento" ma anche sparute pellicole di SF giapponesi e coreani ("The resurrection of the little match girl"), e così via. Le regie di autori diversi non rappresentano in questo caso un handicap, ma contribuiscono ulteriormente a differenziare fra loro le storie. In ogni caso, bravi sia i Wachowski (che hanno diretto gli episodi più fantascientifici o avventurosi: quelli del 1849, del 2144 e del 2321) che il talentuoso Tykwer (dallo stile più classico, responsabile dei segmenti del 1936, del 1973 e del 2012). Tornando alle citazioni, un riferimento fondamentale – che pochi hanno colto ma che mi sembra evidente – è quello del manga giapponese "Le bizzarre avventure di JoJo" di Hirohiko Araki: il film lo ricorda per le avventure ambientate in epoche diverse ("JoJo" è diviso in varie serie, che partono appunto dall'ottocento per poi proseguire negli anni trenta del novecento, ai giorni nostri, nel futuro, e così via), ma anche per dettagli minori come la voglia a forma di stella (qui una cometa) che è sempre presente sul corpo dei protagonisti delle varie storie... E c'è persino uno "stand"! Mi riferisco, naturalmente, al fantasma che appare a Zachry nell'ultimo episodio, visibile a lui solo, che gli parla e influenza le sue azioni: anche nell'aspetto ricorda certe creazioni grafiche di Araki, con tanto di cappello a cilindro (che peraltro richiama quello indossato da Adam nel primo episodio: un altro ciclo che si chiude!).

Eccezionale – come dicevo – il cast, per varietà e composizione (che bello vedere come l'attrice coreana Bae Du-na, mia beniamina già da diversi anni, sia stata finalmente notata e scoperta anche da Hollywood!) ma soprattutto per la capacità interpretativa (su tutti mi sono piaciuti Halle Berry e Jim Broadbent, ma nessuno sfigura e persino Tom Hanks e Hugh Grant riescono a sorprendere in più occasioni). Come già sottolineato, quasi tutti gli attori ricompaiono in tutti gli episodi: a volte da protagonisti, a volte in piccole parti; a volte camuffati con pesanti trucchi che li rendono quasi irriconoscibili, a volte addirittura in ruoli femminili (gli attori maschi) o maschili (le femmine). Tom Hanks, oltre a Zachry (2321, ma anche nel prologo e nell'epilogo ambientato ancora più nel futuro), è dunque anche il medico avvelenatore nel 1849, il portiere d'albergo nel 1936, l'impiegato che consegna il dossier nucleare a Luisa nel 1973, lo scrittore gangster nel 2012, l'attore che interpreta Cavendish nel film del 2144. Halle Berry, oltre a Luisa Rey (1973), è anche una maori nel 1849, la moglie dell'anziano compositore nel 1936, e soprattutto la "prescelta" Meronym nel 2321. Jim Broadbent, oltre a Cavendish nel 2012, è il capitano della nave nel 1849 e il compositore nel 1936. Jim Sturgess, oltre ad Adam nel 1849, è Hae-Joo Chang nel 2144 e il cognato di Zachry nel 2321. Bae Du-Na, oltre a Somni nel 2144 (in più ruoli, e concedendoci anche una scena di nudo!), è anche la moglie di Adam nel 1849 e la messicana nel 1973. Ben Whishaw, oltre a Robert Frobisher nel 1936, è anche Georgette, la cognata di Cavendish, nel 2012. Ma oltre a questi ruoli ce ne sono tanti altri, ancora più "minori": la visione dei titoli di coda, dove vengono mostrate tutte le "incarnazioni" (è la parola giusta) degli attori, riserva non poche sorprese, visto che in certi casi gli interpreti sono davvero irriconoscibili, soprattutto quando si tratta di personaggi del sesso opposto (ci sarà stato lo zampino, in questa scelta, di Lana Wachowski?). Incidentalmente, la cosa ha anche generato una stupida polemica: un'associazione si è lamentata perché alcuni personaggi di Neo Seoul erano interpretati da attori occidentali "truccati" con gli occhi a mandorla, come ai tempi delle yellowfaces (in particolare Jim Sturgess nei panni di Chang), anziché usare veri attori asiatici. Evidentemente questi sedicenti paladini dei diritti altrui non si sono resi conto che uno degli scopi del film era proprio quello di mostrare, per dirla con le parole dei Wachowski, "la continuità delle anime": tanto che ci sono anche asiatici nel ruolo di occidentali (la suddetta Bae Du-na), neri in ruoli di bianchi (e viceversa), e appunto maschi nel ruolo di femmine (e viceversa).

La stessa varietà di apparizioni vale anche per il cast di contorno, pure questo di notevole livello. Parliamo infatti di Susan Sarandon (il primo amore di Cavendish nel 2012; la sciamana nel 2321; e altro ancora), Hugo Weaving (il suocero di Adam nel 1849; il killer nel 1973; l'infermiera Noakes nel 2012; il fantasma diabolico nel 2321; e altro ancora), Hugh Grant (il boss della corporazione nel 1973; il fratello di Cavendish nel 2012; e altro ancora), James D'Arcy (Rufus Sixsmith sia nel 1936 che nel 1973; l'archivista nel 2144), e inoltre Zhou Xun, Keith David, David Gyasi... Da notare come Hugo Weaving faccia praticamente il cattivo in ogni episodio! Al contrario, altri personaggi (ed ecco perché è giusto chiamarle "incarnazioni") compiono un viaggio karmico attraverso il tempo, alternando vite "positive", "negative" o "neutrali", e portando con sé elementi, luoghi e sensazioni che si ripeteranno lungo lo scorrere del tempo (pensiamo a quante volte vengono citati certi luoghi, per esempio: l'Oceano Pacifico, la California, la Scozia, la Corea...). La gestazione del film è stata lunga e travagliata: l'idea iniziale di adattare il romanzo di Mitchell è stata di Tykwer, che ha poi coinvolto i Wachowski, avendo questi opzionato i diritti del testo. Più volte, per problemi di budget, la produzione ha rischiato di abbandonare il progetto: l'entusiasmo di coloro che erano stati coinvolti, come Tom Hanks, ha contribuito a portarlo avanti. La colonna sonora è stata composta dallo stesso Tom Tykwer (con i suoi soliti collaboratori Reinhold Heil e Johnny Klimek) ed è ricca di fascino: da ricordare soprattutto il brano orchestrale che, nel film, è composto da Robert Frobisher e che riecheggia in tutti gli altri segmenti: anch'esso è protagonista di un "ciclo karmico", visto che dal futuro torna nel passato: Vygan Ayrs lo ode in un sogno ambientato nella "mangeria" del 2144 dove lavora Somni-451. E Luisa Rey afferma di conoscerne già la musica prima ancora di udirla in un disco per la prima volta.... Un'ultima riflessione da fare è quella relativa al linguaggio, soprattutto nei due episodi ambientati nel futuro. La lingua ha evoluzioni, alcune parole mutano di significato e altre si semplificano mentre ne nascono di nuove, ma soprattutto è la grammatica a cambiare, al punto che – pur rimanendo intellegibile – la lingua parlata nel 2144 e soprattutto nel 2321 è profondamente diversa da quella del passato e del presente. Anche in questo si nota la cura nella realizzazione del film (e, per una volta, nell'adattamento italiano).

26 novembre 2008

Speed Racer (A. e L. Wachowski, 2008)

Speed Racer (id.)
di Andy e Larry Wachowski – USA 2008
con Emile Hirsch, Christina Ricci
*1/2

Visto in DVD, con Hiromi.

Per gli americani la serie animata giapponese "Mach Go Go Go" ("Superauto Mach 5") rappresenta quello che per noi italiani sono stati "Heidi" e "Goldrake", ossia uno dei primi anime (se non il primo) ad arrivare nel paese e a diventare oggetto di culto per un'intera generazione. Ecco spiegati i motivi per i quali i fratelli Wachowski hanno deciso di trarne un adattamento ipertecnologico, che si rivela colorato, psichedelico, cartoonesco, fracassone e infantile. La trama ruota attorno a un giovane pilota che, a bordo di una super vettura realizzata tutta in famiglia, sfida la potente scuderia di un corrotto magnate delle corse. Le movimentate gare, a base di scorrettezze di ogni tipo, sorpassi incredibili, acrobazie irrealistiche e mancanza di rispetto alle leggi della fisica, riescono talvolta a lasciare a bocca aperta, ma il resto del film è francamente noioso, visto che i Wachowski si dimostrano incapaci di creare una storia coerente, di sviluppare personaggi degni di nota, di costruire gag divertenti, insomma di offrire dei contenuti validi al pubblico. L'aspetto tecnico e formale della pellicola, invece, vale sicuramente la visione: di fatto si tratta di un film d'animazione, dove i volti e i corpi degli attori (che hanno recitato davanti al blue screen) sono inseriti in scenari e ambientazioni completamente ricostruiti al computer. È il trionfo del cinema virtuale, già sperimentato in "Sky Captain and the World of Tomorrow" e passato attraverso fasi come la trilogia di "Matrix" (degli stessi Wachowski) o "300", dove tutto è finto e dove, proprio per questo, non stupisce che i personaggi non siano soggetti alle leggi fisiche. Rispetto al passato, ormai, i rispettivi pesi della live action e degli effetti speciali sono ribaltati, e a tratti sembra di assistere a un videogioco, non a un film. Ma le leggi fisiche non valgono più nemmeno per i registi o per la macchina da presa: essendo virtuale, questa può essere posizionata idealmente ovunque, compiere acrobazie pari a quelle delle autovetture in corsa, sovrapporre campi a controcampi, annullare le distanze passando in un millisecondo da un punto all'altro, roteare a 360 gradi su uno sfondo digitale, senza alcuna limitazione. In futuro, non ho dubbio, autori di valore ci andranno a nozze. Eppure, film come questo (e come il mediocre e già citato "Sky Captain") dimostrano anche come il vero valore del cinema continuerà a risiedere nelle storie, nei personaggi, nelle sceneggiature. Trascurando i contenuti e basandosi solo sulla forma, un film brutto non cesserà mai di essere tale. E nel frattempo, il ricco cast (ci sono anche Susan Sarandon, Benno Fürmann e Moritz Bleibtreu) sembra sprecato: il migliore (a parte lo scimpanzé ^^) è comunque John Goodman, nei panni del padre del protagonista.