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16 gennaio 2023

Le avventure di Ichabod e Mr. Toad (aavv, 1949)

Le avventure di Ichabod e Mr. Toad
(The Adventures of Ichabod and Mr. Toad)
di Jack Kinney, Clyde Geronimi, James Algar – USA 1949
animazione tradizionale
**1/2

Visto in TV (Disney+).

L'undicesimo "classico Disney" (l'unico di due – l'altro è "Le avventure di Winnie the Pooh" del 1977 – a non essere mai stato distribuito al cinema in Italia, essendo uscito solo in home video) è anche il sesto e ultimo della serie di "film a episodi" prodotti fra il 1942 e il 1949, ovvero nel periodo in cui lo studio dovette fare a meno di gran parte del proprio personale a causa della seconda guerra mondiale. Con "Cenerentola", nel 1950, si tornerà ai lungometraggi completi. Questo invece, come il precedente "Bongo e i tre avventurieri", fonde insieme due mediometraggi, ciascuno dei quali era stato immaginato inizialmente come una pellicola a sé stante. E tutto considerato, è forse il migliore dei sei film in questione. Il primo segmento è tratto dal classico romanzo per bambini "Il vento tra i salici" di Kenneth Grahame, con protagonisti animali antropomorfi che vivono avventure di vario genere nella campagna britannica. Il title character (Taddeo Rospo, anche se il titolo del film mantiene il suo nome inglese, Mr. Toad), dal carattere giocoso ma scriteriato, è il facoltoso proprietario di Villa Rospo, che finisce nei guai quando le sue molte passioni (tutte improvvise e... di breve durata) lo portano in prigione, accusato di aver rubato un'automobile, e gli fanno perdere la sua agiata dimora. Lo aiuteranno tre amici fidati, ovvero un topo, una talpa e un tasso. Un'avventura divertente e movimentata, con personaggi simpatici, che soffre forse soltanto per un'animazione povera e piuttosto semplice se confrontata con le pellicole Disney dei primordi.

Il vero pezzo forte del film è però senza dubbio il secondo segmento, "La leggenda della valle addormentata", tratto dal racconto gotico "La leggenda di Sleepy Hollow" di Washington Irving. Il protagonista stavolta è Ichabod Crane, un bizzarro maestro di scuola che si trasferisce in un villaggio sperduto in una colonia americana. Qui corteggia la giovane e bella Katrina, figlia di un ricco proprietario terriero, suscitando la rivalità di Brom Bones, il "bullo" locale. Che per spaventarlo, essendo Ichabod fortemente superstizioso, la sera di Halloween gli racconta la leggenda del "cavaliere senza testa" che bazzica le campagne circostanti... Fascinoso per atmosfera e assai fedele al materiale di partenza (che non viene travisato né banalizzato, pur essendo la pellicola rivolta a un pubblico infantile: da confrontare invece con la versione dal vivo di Tim Burton del 1999, "Il mistero di Sleepy Hollow", che rivisita e cambia molte cose), l'episodio è senza dubbio un unicum all'intero della produzione Disney, anche per il finale aperto. Nella versione originale, i narratori delle due storie sono rispettivamente l'attore Basil Rathbone e il cantante Bing Crosby (il secondo segmento non ha dialoghi, ma solo la voce narrante e qualche canzone). In televisione i due episodi (che non hanno alcun legame fra loro, a parte il fatto di essere tratti da classici racconti della letteratura angloamericana) sono stati spesso trasmessi separatamente.

2 ottobre 2022

Bongo e i tre avventurieri (aavv, 1947)

Bongo e i tre avventurieri (Fun and fancy free)
di Jack Kinney, Bill Roberts, Ham Luske, William Morgan – USA 1947
animazione tradizionale e mista
**

Visto in TV (Disney+).

Quarto dei sei film d'animazione prodotti dalla Disney fra il 1942 e il 1949 che, anziché proporre una storia unica, consistevano in "compilation" di cortometraggi realizzati negli anni in cui lo studio aveva dovuto ridurre il personale e mettere da parte i progetti più ambiziosi per via della seconda guerra mondiale. Questa volta si tratta di due segmenti, del tutto slegati fra loro, uniti da una cornice che vede protagonista Jiminy Cricket, il grillo parlante di "Pinocchio" (film da cui tornano brevemente anche il gatto Figaro e il pesciolino Cleo), che introduce la pellicola all'insegna del binomio "divertimento e spensieratezza" ("Fun and fancy free", appunto, come recita il titolo originale). Cantando "Non ci si deve mai crucciar" (mentre dialoghi e immagini – le pagine di un quotidiano – citano i problemi che preoccupano l'opinione pubblica in quegli anni, l'angoscia per la bomba atomica in primis!), il grillo si aggira per una grande casa fino a incappare in una bambola e un orsetto di pezza, inanimati (a differenza di Pinocchio!) ma tristi, ai quali tira su il morale grazie a un disco dove la voce dell'attrice Dinah Shore (doppiata in italiano da Gemma Griarotti, mentre le canzoni rimangono in inglese) racconta la storia di Bongo, orsetto circense che trova la libertà tra i boschi e le montagne, in mezzo alla natura, e l'amore di Lulubel, orsetta per conquistare la quale (a suon di... schiaffoni!) deve competere con il massiccio Bullo. Nonostante l'animazione morbida e la buona qualità di disegni e sfondi, si tratta di un episodio poco ispirato e piuttosto insignificante (non stupisce in effetti come il personaggio di Bongo non sia mai stato ripreso).

Più memorabile il secondo episodio, una rilettura della classica favola di Jack e la pianta di fagioli (assai popolare nel mondo anglosassone) con Topolino, Pippo e Paperino come protagonisti, nei panni di tre poveri contadini alle prese con un gigante. La storia ci viene raccontata dal celebre ventriloquo Edgar Bergen, in una cornice girata in live action, che la narra – insieme ai suoi pupazzi Charlie McCarthy e Mortimer Snerd – all'attrice bambina Luana Patten. Ma anche se più movimentato e divertente (anche per via della suddetta cornice, con i commenti sarcastici dei due pupazzi), questo secondo segmento (che inizialmente avrebbe dovuto essere un lungometraggio a sé stante, ma il progetto venne ridimensionato) è da ricordare soprattutto perché si tratta dell'ultima volta che Walt Disney in persona fornisce la voce a Topolino al cinema (riprenderà il ruolo, brevemente, negli anni cinquanta in televisione), nonché per la tendenza in quegli anni di usare personaggi già introdotti in precedenza (è anche il caso del grillo) come "attori" in storie ambientate al di fuori del loro solito contesto (in una scena tagliata, in cui Topolino barattava la propria mucca con i fagioli magici, si sarebbero dovuti vedere anche il Gatto e la Volpe, sempre da "Pinocchio"). Di fatto, è come se si trattasse di una "grande parodia" come quelle dei fumetti Disney realizzati in Italia. Il gigante Willie tornerà nel 1983 nel "Canto di Natale di Topolino". La regia delle sequenze animate è di Jack Kinney, Bill Roberts e Hamilton Luske, mentre William Morgan ha diretto le scene dal vivo.

16 luglio 2022

Encanto (B. Howard, J. Bush, 2021)

Encanto (id.)
di Byron Howard, Jared Bush – USA 2021
animazione digitale
**

Visto in TV (Disney+), con Sabrina.

Grazie a un misterioso "miracolo", i numerosi membri della famiglia Madrigal sono dotati di magici e fantastici poteri, che si estendono persino alla loro casa e con i quali proteggono il proprio benessere e quello del villaggio colombiano in cui vivono. Ciascuno di loro ha infatti un particolare "talento", che si tratti di parlare con gli animali, controllare la vegetazione o il clima, cambiare aspetto, un super-udito o una super-forza... tutti tranne la giovane e occhialuta Mirabel, unica della famiglia senza apparentemente alcun potere magico. E cosa ancora peggiore, una profezia dello zio Bruno (la "pecora nera" dei Madrigal, emarginato da tutti perché il suo dono di prevedere il futuro è visto come portatore di sciagura) sembra presagire che proprio lei sarà la causa della fine della magia... Grande successo di critica (ha vinto l'Oscar per il miglior lungometraggio d'animazione, ed è stato scomodato persino il realismo magico di García Márquez) per uno dei film Disney più sopravvalutati degli ultimi tempi: la retorica motivazionale deborda da ogni sequenza, come i fiori e i colori che in ogni inquadratura dipingono l'irreale Colombia vista sullo schermo: il soggetto vorrebbe essere metaforico (la magia è sostenuta, in fin dei conti, dall'unità della famiglia), ma l'assenza di un vero villain e la complessiva mancanza di struttura e coesione nella trama e nella sua improvvisa risoluzione rendono il tutto generico e noioso. L'unico punto di forza (almeno quello) sarebbero i personaggi, ma gran parte dei membri della famiglia sono caratterizzati praticamente con un solo tratto, spesso legato al loro potere, che li definisce in sé stessi e nel rapporto con gli altri. Di fatto sono come i barbapapà! Canzoni (di Lin-Manuel Miranda) invadenti e poco ispirate, con due sole eccezioni: "La pressione sale" e, soprattutto, "Non si nomina Bruno" (We Don't Talk About Bruno). Piccola curiosità: come ricordato dal logo iniziale, si tratta del sessantesimo "classico Disney", e Byron Howard aveva firmato anche il cinquantesimo, "Rapunzel".

19 aprile 2022

Musica maestro (aavv, 1946)

Musica maestro (Make mine music)
di Jack Kinney, Clyde Geronimi, Hamilton Luske, Joshua Meador, Robert Cormack – USA 1946
animazione tradizionale
**1/2

Visto in divx.

Ottavo "classico Disney" (il terzo costituito da una compilation di corti; il quarto se contiamo anche "Fantasia", che però era più organico), nonché forse quello meno noto e di più difficile reperibilità: è l'unico, per dire, che non è disponibile per lo streaming sulla piattaforma Disney+. Si tratta anche del primo film Disney distribuito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, durante la quale gran parte dello staff di animatori della casa di Burbank (almeno quelli non chiamati sotto le armi) era stato impegnato nella realizzazione di film di propaganda per conto del governo americano, con il risultato di arrestare lo sviluppo di veri e propri lungometraggi animati come i grandi capolavori degli esordi: è per questo motivo che i sei "classici" usciti fra il 1942 e il 1949 non sono altro che raccolte di segmenti spesso slegati fra loro, quasi sempre a tema musicale. Al pari del successivo "Lo scrigno delle sette perle", possiamo considerarlo una sorta di "Fantasia" (il sottotitolo è in effetti "A musical fantasy") di impronta pop, country e jazzistica, anziché incentrato sulla musica classica. Fra i musicisti coinvolti figurano nomi come Benny Goodman e Dinah Shore.

1. I Testoni e i Cuticagna (The Martins and the Coys)
Due famiglie di contadini di montagna sono impegnate in una faida, talmente feroce da prendersi a fucilate fino a quando non ci lasciano tutti le penne, tranne uno per clan: un giovane e una ragazza che naturalmente si innamoreranno e si sposeranno (pur continuando a litigare). Il brano è cantato dal gruppo vocale radiofonico King's Men: nell'edizione italiana, invece, dal Quartetto Cetra. È probabilmente il segmento più controverso e censurato (è assente, per esempio, da quasi tutte le edizioni del film in home video), per via dell'eccessiva violenza (con parecchi morti) e dell'uso disinvolto delle armi da fuoco. L'episodio si ispira alla celebre e autentica faida fra i clan Hatfield e McCoy.

2. Palude blu (Blue Bayou)
Le immagini di questo segmento, che mostrano due aironi in una palude delle Everglades, erano originariamente destinate a "Fantasia", dove avrebbero dovuto essere abbinate al "Clair de lune" di Claude Debussy. Scartate dal montaggio finale di quel film, sono state riciclate qui, sostituendo però la colonna sonora con una lenta canzone intonata da due membri del coro di Ken Darby (nella versione italiana da Alberto Rabagliati).

3. Quando i gatti si riuniscono (All the Cats Join In)
Sulle note di un brano jazzato di Benny Goodman, un gruppo di ragazzi e ragazze va a scatenarsi nella danza in un bar (un soda shop) al ritmo di un juke box, mentre la matita del disegnatore completa lo scenario loro attorno, dando quasi l'impressione che l'episodio venga realizzato e illustrato "in diretta". Simpatico.

4. Senza te (Without You)
Una malinconica ballata romantica, cantata da Andy Russell (Natalino Otto nella versione italiana), accompagna le tristi immagini di una giornata piovosa, osservata dalla finestra di una casa, e poi di un cielo al tramonto. "A ballad in blue" è il sottotitolo: il blu, in inglese, è il colore della malinconia.

5. Casey at the Bat (id.)
Il comico e musicista di origine italiana Jerry Colonna recita un poema di Ernest Thayer su un giocatore di baseball che ha la possibilità di far vincere la propria squadra, capovolgendo il risultato di un incontro proprio all'ultima battuta dell'ultimo inning: ma per la troppa sicurezza nei propri mezzi, si fa eliminare. Questo segmento era assente nella prima versione italiana, forse perché nel nostro paese il baseball e le sue regole erano poco note.

6. Due silhouette (Two Silhouettes)
Le silhouette di due ballerini (David Lichine e Tatiana Riabouchinska) danzano su un fondale astratto, sulle note di una canzone di Dinah Shore.

7. Pierino e il lupo (Peter and the Wolf)
La favola russa di Pierino e il lupo, nella versione musicale di Sergei Prokofiev (in cui ogni personaggio è rappresentato da un diverso strumento musicale), è trasposta in animazione con la regia di Clyde Geronimi: è l'episodio più puramente "disneyano" del film, come stile e come estetica. La voce narrante in originale è di Sterling Holloway, in italiano è di Stefano Sibaldi.

8. After You've Gone (id.)
Ancora Benny Goodman e la sua orchestra sono protagonisti di questo episodio, il più breve del film, in cui una serie di immagini surreali sono dedicate a quattro strumenti musicali in versione antropomorfizzata (un flauto, un pianoforte, una chitarra e una batteria), accompagnate da un brano solo strumentale.

9. Gianni di Feltro e Alice di Paglia (Johnnie Fedora and Alice Bluebonnet)
Le sorelle Andrews (il Quartetto Cetra nella versione italiana) raccontano con il loro canto un'insolita storia d'amore fra due cappelli nella vetrina di un negozio: vengono separati quando sono acquistati da due diversi clienti, ma dopo varie avventure si ritroveranno nel momento e nelle condizioni più inattese, ovvero sulla testa di due cavalli che, affiancati, trainano un carretto.

10. La balena che voleva cantare all'Opera (The Whale Who Wanted to Sing at the Met)
La notizia che in mare vive una balena dalle stupefacenti doti canore sconvolge il mondo. Gianni (Willie in originale), questo il suo nome, già si immagina di cantare al teatro dell'opera di New York. Ma l'impresario Tetti Tatti, convinto che l'animale abbia inghiottito un cantante, le dà la caccia a bordo di una baleniera. Con il suo finale tragico, o meglio agrodolce, è l'episodio forse più celebre della pellicola, sicuramente quello che rimane più impresso. L'attore e baritono Nelson Eddy fornisce le voci di tutti i personaggi: nella versione italiana si alternano Alberto Sordi nelle parti parlate e il basso-baritono Saturno Meletti in quelle cantate. Fra i brani intonati dalla balena, spiccano "Largo al factotum" dal "Barbiere di Siviglia" di Rossini e le tre voci maschili del sestetto dalla "Lucia di Lammermoor" di Donizetti (più spezzoni da "Pagliacci", "Tristano e Isotta" e "Mefistofele").

31 maggio 2021

Fantasia (aavv, 1940)

Fantasia (id.)
di Samuel Armstrong, James Algar, Bill Roberts, Hamilton Luske, Norman Ferguson, Wilfred Jackson, et al. – USA 1940
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto in DVD.

Sin dall'avvento del sonoro, il legame fra musica classica e cinema d'animazione è sempre stato molto stretto. Proprio Walt Disney si era reso rapidamente conto del grande potenziale artistico insito nell'abbinare perfettamente la musica e i disegni animati (si dice che il grande successo di "Steamboat Willie", il primo cortometraggio di Topolino, fosse dovuto anche a questo aspetto). E contemporaneamente alla serie dedicata al topo, aveva messo in cantiere un ciclo di corti a tema musicale, le "Silly Symphonies" ("Sinfonie allegre" in italiano), dove proprio la colonna sonora (e il suo abbinamento con l'animazione, perfettamente sincronizzato) giocava un ruolo fondamentale, scandendo i tempi dell'azione e accompagnando i movimenti dei personaggi. Apprezzata dal pubblico e dalla critica, la serie non aveva un personaggio o un tema fisso, e spaziava in generi, ambientazioni e stili molto diversi, inaugurando fra l'altro (con "Flowers and trees", nel 1932) l'uso del colore in casa Disney. Anche il primo cortometraggio a colori di Mickey Mouse, "The band concert" ("Fanfara") del 1935, era a tema musicale, con Topolino nei panni del direttore di una banda di paese e Paperino in quelli del disturbatore. Nel 1937, infine, in collaborazione con il direttore d'orchestra Leopold Stokowski fu messo in cantiere "L'apprendista stregone", basato sul poema sinfonico di Paul Dukas (a sua volta ispirato all'omonima ballata di Goethe), che venne realizzato l'anno successivo. Resosi però conto che il cortometraggio era troppo bello (e costoso!) per uscire da solo nelle sale, Disney pensò di costruirvi attorno un intero film. Insieme a Stokowski e al critico musicale Deems Taylor, la cui voce narrante introdurrà i singoli pezzi, selezionò così altri sette brani di musica classica da trasformare in altrettante sequenze animate: nacque così il suo progetto culturalmente più ambizioso, una pellicola con cui avrebbe tentato di coniugare l'arte "popolare" e quella "colta", desiderio che aveva sempre covato nel profondo. E il risultato è effettivamente affascinante, un film bello e multiforme, che per molti bambini può costituire forse il primo incontro con l'incanto della musica classica. A questo proposito è da apprezzare la varietà: si va dal barocco (Bach) al contemporaneo (Stravinsky). Oltre a quelli presenti nel film, fra i brani presi in considerazione c'era inizialmente anche il "Clair de lune" dalla Suite bergamasque di Claude Debussy: ma la sequenza, già completamente animata, venne poi tagliata all'ultimo momento e riutilizzata con una nuova colonna sonora nell'antologia "Musica maestro" del 1946.

Il titolo "Fantasia" (in italiano, in quanto facente parte della terminologia musicale: quello di lavorazione era semplicemente "The concert feature") è programmatico: l'obiettivo era infatti di lasciare che "la fantasia si liberasse (...), che l'azione controllata dalla musica producesse fascino nel reame dell'irrealtà". A questo scopo, la pellicola nei suoi vari segmenti esplora stili molto diversi, passando da sequenze astratte (la "Toccata e fuga") ad altre più espressive ("Lo schiaccianoci", "La sagra della primavera"), da episodi comici e slapstick ("L'apprendista stregone", "La danza delle ore", la "Pastorale") a momenti ad alta intensità drammatica ("Una notte sul Monte Calvo") e persino religiosa (l'"Ave Maria"). In tutto questo, la ricerca sul rapporto fra musica e immagine non viene mai meno, e la grande cura nella sincronizzazione della colonna sonora con i disegni è evidente. Distribuito inizialmente in forma limitata fra il 1940 e il 1942, in una serie di roadshow in giro per l'America (il che ne fa cronologicamente il terzo lungometraggio classico della Disney, dopo "Biancaneve" e "Pinocchio"), il film venne infine distribuito dalla RKO nelle sale di tutta la nazione soltanto nel 1942 ma in una versione tagliata che eliminava la "Toccata e fuga" (troppo sperimentale) e le sequenze di raccordo, che vennero poi reintegrate a partire dal 1946. Nonostante i primi commenti positivi, però, il successo non arrise: i critici musicali lamentarono i rimaneggiamenti nelle partiture, quelli cinematografici l'arbitrarietà di alcune interpretazioni (su tutte la "Pastorale" e "La sagra della primavera"), mentre il pubblico trovò il film troppo lungo e i bambini si annoiarono durante le sequenze meno narrative. Per la delusione (sia per il flop commerciale che per il rifiuto da parte del mondo accademico), Disney accantonò ogni ulteriore proposito di accostarsi al mondo della cultura "alta". Il progetto iniziale era quello di riproporre "Fantasia" al cinema a intervalli regolari, sostituendo di volta in volta alcuni brani con altri nuovi, in modo che il pubblico potesse assistere sempre a qualcosa di diverso. Di fatto, questo avverrà soltanto sessant'anni più tardi, quando uscirà il sequel "Fantasia 2000" con sette nuovi segmenti al fianco dell'"Apprendista stregone". Il film originale, come quasi tutti i lungometraggi disneyani, sarà invece riedito nelle sale a più riprese, nel 1956, 1963, 1969 (quando finalmente rientrò nei costi!), 1977, 1982 (con una nuova colonna sonora diretta da Irwin Kostal al posto di quella di Stokowski, ormai deteriorata), 1985 e 1990 (con la musica originale digitalmente restaurata).

- "Toccata e fuga in re minore" di Johann Sebastian Bach.
Dopo l'introduzione di Taylor nei panni del maestro di cerimonie, e l'ingresso di Stokowski e dell'orchestra che accorda i suoi strumenti, proprio come in un concerto, si comincia con il primo brano. E non poteva trattarsi di un inizio più ardito e ostico. Non tanto per la musica, una versione sinfonica del celebre pezzo per organo di Bach, quanto per l'accompagnamento visivo, forse la sequenza più astratta mai prodotta dalla Disney (secondo alcuni critici, la sua fantasia psichedelica e caleidoscopica di colori e forme geometriche anticiperebbe addirittura il "2001" di Kubrick). La regia è di Samuel Armstrong, mentre l'animatore tedesco Oskar Fischinger è accreditato come responsabile dello sviluppo visivo (anche se le sue idee non piacquero a Disney, che inizialmente pensava addirittura di proiettare la sequenza in 3D, con tanto di occhialini distribuiti al pubblico).

- "Suite dello Schiaccianoci" di Pyotr Ilyich Ciajkovskij.
Il secondo brano è costituito da un pot-pourri di danze tratte dal balletto "Lo schiaccianoci", fra cui il celebre "Valzer dei fiori", interpretate visivamente da varie creature della natura durante l'alternanza delle stagioni (fatine che irrorano di rugiada i fiori, fanno appassire le foglie o pattinano sui ruscelli ghiacciati; funghi dalle fattezze "cinesi", pesci "arabi" dalle pinne seducenti, foglie e semi portati dal vento, fiocchi di neve o i fiori stessi – come campanule e tulipani "cosacchi" – che ballano vorticosamente le differenti danze). Le coreografie, che seguono il ritmo e le note della musica con mirabile sincronizzazione, sono opera di Jules Engel e (nel caso dei funghi) dell'animatore Art Babbitt. Anche questa sequenza, forse la più lodevole tecnicamente ma anche la più "innocua" e meno originale della pellicola, è diretta da Samuel Armstrong, con la direzione artistica di Sylvia Holland.

- "L'apprendista stregone" di Paul Dukas.
Il segmento più famoso, nonché il vero "manifesto" del film. Il brano sinfonico di Dukas, con la sua melodia assai orecchiabile, è ispirato a un poema di Goethe che racconta essenzialmente la stessa storia che possiamo vedere nel cartone animato, in cui Topolino interpreta il giovane apprendista di uno stregone che, approfittando dell'assenza del suo padrone, prova a usare la magia per animare una scopa affinché questa porti l'acqua dal pozzo al suo posto. Seguiranno sogni di gloria, ma anche inevitabili disastri. Comico e con morale annessa, il cortometraggio segna l'esordio del restyling di Mickey Mouse pensato da Fred Moore (movenze più morbide, corpo più flessibile, occhi più espressivi al posto delle enormi iridi precedenti). Per il ruolo del protagonista ingenuo e combinaguai, a dire il vero, in un primo momento si era pensato al Cucciolo (Dopey) di "Biancaneve", che perse così l'occasione di diventare una star autonoma: forse sarebbe stato più adatto, visto che la caratterizzazione di Topolino (anche nei fumetti) aveva ormai preso strade diverse, perdendo la trasgressività giovanile che qui recupera almeno in parte. In ogni caso, visivamente questa è una delle sue raffigurazioni più iconiche. Il nome (non ufficiale) dello stregone è Yen Sid, ovvero Disney letto al contrario: il suo rapporto autoritario e paternalistico con Mickey sarebbe simile a quello di Walt con gli animatori e i disegnatori al suo servizio. Un critico paragonò il segmento, e i suoi temi dell'abuso di potere e del "perverso tradimento delle migliori intenzioni", a una rappresentazione del nazismo che in quegli anni dominava l'Europa. La regia è di James Algar. Al termine del brano, Topolino – smessi i panni di "attore" – raggiunge il palco per stringere la mano a Stokowski (in silhouette).

- "La sagra della primavera" di Igor Stravinsky.
La storia della Terra, dalle origini geologiche alle violente eruzioni vulcaniche con la formazione della crosta, fino alla comparsa delle prime creature viventi, all'epoca dei grandi dinosauri e infine alla loro estinzione. Insieme alla "Pastorale", è l'episodio più controverso: non per la sua qualità (disegni, animazione e atmosfera sono di alto livello), ma per l'interpretazione data da Disney a quello che era un balletto su temi antropologici e tribali (peraltro pesantemente "tagliato" da Stokowski: in un primo momento gli animatori avevano pensato di adattare "L'uccello di fuoco"). Per evitare di indispettire i creazionisti, si preferì evitare di mostrare sullo schermo uomini preistorici, il che non impedì l'insorgere di polemiche legate a una concezione "materialistica" dell'origine della vita. Venne comunque richiesta la consulenza di celebri paleontologi, biologi e astronomi. John Hubley è il direttore artistico, Bill Roberts e Paul Satterfield i registi. È il brano musicalmente più "recente" del film: Stravinsky, unico compositore ancora in vita al momento della sua uscita, non apprezzò l'arrangiamento e la semplificazione della partitura. Bruno Bozzetto, quando realizzerà il suo spoof "Allegro non troppo", si ricorderà forse di questo segmento per il "Bolero".

Segue un breve intermezzo, come a spezzare il concerto in due parti, nel quale i musicisti si dilettano in improvvisazioni di stampo jazzistico. Viene poi introdotta la "colonna sonora", rappresentata in maniera stilizzata, che timidamente emette suoni per dimostrare al pubblico come i diversi strumenti possono apparire visivamente sotto forma di linee e onde sullo schermo.

- "Sinfonia n. 6, Pastorale" di Ludwig van Beethoven.
Un'ambientazione mitologica (il monte Olimpo, residenza degli dèi) fa da sfondo alle vicende quotidiane di unicorni, pegasi, satiri, amorini e centauri (maschi e femmine, che amoreggiano). L'arrivo di Dioniso (o meglio, Bacco) e del suo corteo segna il momento della vendemmia, ma la festa è interrotta dai fulmini di Zeus e dalla tempesta che scuote ogni cosa. Però poi torna il sereno e tutti salutano il carro del sole trainato da Apollo, prima del sopraggiungere della notte. Il mondo del mito greco-romano, rappresentato in modo colorato e simpatico, ha fatto storcere il naso a gran parte dei critici, anche per l'arbitrarietà con cui è stato abbinato a una sinfonia così celebre e importante (per quanto si tratti di una delle composizioni di Beethoven più "descrittive", ovvero che più si presta a essere legata a immagini narrative e di natura bucolica, "pastorale" appunto, come un poema sinfonico). Da notare che nel programma iniziale si pensava a tutt'altro brano, "Cydalise et le Chèvre-pied" di Gabriel Pierné, con la sua marcia di apertura, "L'entrata dei piccoli fauni": ma gli animatori ebbero problemi nello sviluppare la storia e si decise di cambiare la musica. I registi sono Hamilton Luske, Jim Handley e Ford Beebe. Questo segmento è famigerato anche per la presenza delle stereotipate centaurine "nere" al servizio di quelle "bianche": furono rimosse a partire dagli anni sessanta, uno dei più celebri di casi di censura in un lungometraggio della Disney.

- "La danza delle ore" di Amilcare Ponchielli.
Il popolare balletto tratto dall'opera "La gioconda" è interpretato da una serie di animali, scelti fra quelli esteticamente più improbabili e apparentemente meno adatti alla danza classica: struzzi, ippopotami, elefanti (femmine) e alligatori (maschi). È l'episodio più buffo, divertente, comicamente contagioso, e probabilmente quello che meglio interpreta la natura giocosa della musica di partenza. I quattro gruppi di animali rappresentano i quattro momenti della giornata che si succedono (mattina, pomeriggio, sera e notte: le "ore", appunto), prima dello scatenato finale in cui tutti interagiscono fra di loro, fino al rovinoso crollo del palazzo neoclassico che li ospita. L'espressività degli animali antropomorfi è sempre stata uno dei punti di forza dei disegnatori della Disney, e qui dimostrano il perché. La regia è di T. (Thornton) Hee e Norman Ferguson. Gli animatori studiarono i movimenti di veri ballerini per realizzare una danza che, pur caricaturale, apparisse legittima.

- "Una notte sul Monte Calvo" di Modest Mussorgsky.
Si conclude con il botto. Da sempre i "cattivi" sono uno dei segreti del successo dei lungometraggi disneyani, e Chernabog, il gigantesco diavolo che emerge dalla montagna e ricopre di oscurità il sottostante villaggio con il suo sabba infernale di spiriti maligni e anime risvegliate dal cimitero, non fa eccezione. Evidenti le reminiscenze della prima "Silly Simphony", "La danza degli scheletri" del 1929 (a sua volta forse ispirata a un altro celebre brano musicale, la "Danse macabre" di Camille Saint-Saëns). Al culmine del sabba degli spiriti, che danzano e si contorcono, il suono di una campana segna il sopraggiungere dell'alba che li spazza via, mentre il demone ripiega le sue ali e si riaddormenta. Il terribile Chernabog venne animato da Vladimir Tytla ispirandosi a un disegno dell'artista svizzero Albert Hurter e ai bozzetti dell'illustratore Kay Nielsen. Il regista è Wilfred Jackson.

- "Ave Maria" di Franz Schubert.
Senza soluzione di continuità, come se si trattasse di un unico brano, dal pezzo di Mussorsgky si passa a una versione corale dell'Ave Maria di Schubert che accompagna una processione di monaci verso una cattedrale, attraversando un ponte e un bosco, ciascuno recante una fiaccola in mano che si riflette nel fiume sottostante. Evidente il desiderio di Disney di contrapporre subito una forza del bene, religiosa e celeste, alle potenze del male evocate sullo schermo in precedenza (il conflitto fra bene e male è sempre al centro dei suoi lavori), per terminare la pellicola su toni di quiete e speranza. La voce solista è di Julietta Novis, su un testo scritto appositamente da Rachel Field. Quasi statica, la sequenza fa ampio uso della cosiddetta multiplane camera, un dispositivo che permetteva di filmare, animare e fondere insieme diversi livelli di profondità (da quelli in primo piano fino ai fondali). Come nel segmento precedente, la regia è di Wilfred Jackson e i bozzetti di Kay Nielsen.

12 marzo 2020

Biancaneve e i sette nani (D. Hand, et al., 1937)

Biancaneve e i sette nani (Snow White and the Seven Dwarfs)
di David Hand, et al. – USA 1937
animazione tradizionale
****

Rivisto in divx.

La bellezza della giovane principessa Biancaneve fa ingelosire la regina cattiva, sua matrigna, che ordina a un cacciatore di condurla nella foresta e di ucciderla. Ma l'uomo non ha il coraggio di portare a termine il compito: la fanciulla si rifugia così nel bosco, dove è accolta nella casa dei sette nani. Tramutatasi in strega grazie alla magia nera, la regina avvelena Biancaneve con una mela incantata: ma il "primo bacio d'amore" del principe azzurro la ridesterà dal sonno mortale. Fortemente voluto da Walt Disney in persona (che nel cartello introduttivo si sentì in dovere di ringraziare tutti i suoi dipendenti e collaboratori), supervisionato dal regista David Hand, con sequenze dirette da William Cottrell, Wilfred Jackson, Larry Morey, Perce Pearce e Ben Sharpsteen, "Biancaneve" è il primo lungometraggio d'animazione della Disney, che fino ad allora aveva sfornato soltanto corti: quelli dedicati a Mickey Mouse e Donald Duck, certo, ma anche la serie delle "Silly symphonies" (Sinfonie allegre), con suoni e immagini perfettamente abbinati, molti dei quali prendevano spunto da celebri fiabe e anticipavano dunque, nonostante la breve durata, i grandi capolavori che sarebbero seguiti. Non solo: "Biancaneve" è il primo lungometraggio interamente in animazione tout court (un'impresa che all'epoca molti addetti ai lavori ritenevano impossibile, convinti che l'interesse e l'attenzione degli spettatori non avrebbero mai potuto essere catturati per così tanto tempo da un film senza attori in carne e ossa), anche se bisogna precisare: stiamo parlando dell'animazione tradizionale con disegni su rodovetri, perché altrimenti il primato andrebbe a "Le avventure del principe Achmed" di Lotte Reininger, realizzato nel 1926 con la tecnica delle silhouette animate, o forse addirittura a due film (andati purtroppo perduti) dell'italo-argentino Quirino Cristiani, "El Apóstol" (1917) e "Sin dejar rastros" (1918), con ritagli di carta animati a passo uno. Di più: "Biancaneve" è il primo lungometraggio d'animazione interamente a colori, con visual spettacolari (ispirati in parte alle illustrazioni di Arthur Rackham, ma anche ai classici dell'espressionismo tedesco), eccellenti sfondi dipinti, un'animazione morbida e fluente, movimenti realistici, una credibile profondità di campo (grazie alla nuova camera multiplane) e persino occasionali effetti speciali che contribuiscono a "immergere" il pubblico nella vicenda.

Lasciando da parte i risvolti psicanalitici della fiaba originale dei fratelli Grimm, che non è il caso di affrontare in questa sede (ma che in parte sono conservati anche nel film, a differenza delle versioni edulcorate delle favole in molte pellicole disneyane successive), è da segnalare come la sceneggiatura, pur semplificando a tratti la vicenda, non glissi sui suoi elementi fondanti: si parla esplicitamente di oscurità e di morte, e sono presenti scene assai espressive e che fanno visceralmente paura (la fuga di Biancaneve nella foresta, con gli alberi che ghermiscono le sue vesti) od orrore (l'antro della strega, con il corvo e lo scheletro nella cella). La stessa regina è davvero inquietante, anche visivamente (nel suo aspetto originale è anche dotata di una notevole carica sexy che contrasta con le forme più morbide da adolescente, se non addirittura da bambina, della protagonista). E non dimentichiamo uno degli elementi "magici" più iconici e misteriosi, ovvero lo specchio che la regina consulta ogni giorno per soddisfare la propria vanità ("Specchio, servo delle mie brame: chi è la più bella del reame?"), dotato di volto parlante. Ma naturalmente ci sono anche ingredienti più leggeri, comici e romantici, in un intreccio azzeccato ed equilibrato (anche se forse la parte centrale riservata ai nani, con le sequenze del lavaggio delle mani o della danza, si trascina un po' troppo a lungo: e per fortuna che altre scene di questo tipo sono state tagliate, vedi sotto). Un mix che ha fatto la fortuna del film e ha indicato la strada sui cui proseguire e su cui si focalizzeranno i successivi lavori della casa di Burbank, a cominciare dalle spalle comiche (qui i nani, ma anche gli animaletti del bosco) e dalle canzoni (di fatto i film Disney, con poche eccezioni, saranno sempre dei musical). A intonare i brani è soprattutto Biancaneve (con canzoni celeberrime come "Impara a fischiettar" e "Il mio amore un dì verrà"), affiancata dal principe azzurro ("Oggi non ho che un canto") e ovviamente dai nani (la popolarissima marcetta "Ehi-Ho!" e la cosiddetta "Tirolese"). Nessuna canzone, invece, per la regina cattiva (nonostante in futuro proprio ai cattivi Disney saranno riservati alcuni dei brani più belli) e per il cacciatore, unici altri personaggi umani presenti nella storia. Il resto del "cast" è infatti composto solo da animali: quelli della foresta, che accompagnano Biancaneve comunicando con lei (e aiutandola nei lavori domestici!), più il cavallo bianco del principe, il corvo nero della strega, e i due avvoltoi.

La scelta di adattare una fiaba già nota anziché partire da un soggetto originale, e il successo che ne conseguirà, condizionerà non solo tutti i futuri film disneyani (dando vita nel dopoguerra, in particolare, al fortunato filone delle "principesse") ma contribuirà anche a caratterizzare lo stesso Walt Disney nell'immaginario collettivo come un moderno affabulatore e narratore di storie per grandi e (soprattutto) piccini. In fondo le fiabe, pur nella loro apparente semplicità, veicolano nella maniera più efficace le emozioni, le paure e i sentimenti primordiali, anche grazie all'ampio ricorso agli archetipi. Ecco perché il contesto storico e l'ambientazione della vicenda rimangono ambigui o generici. In che paese siamo? In che epoca? Di quale regno è principessa Biancaneve e regina Grimilde? (A proposito, il nome della regina cattiva – come d'altronde quelli del principe o del cacciatore, tutti archetipi appunto – non viene mai pronunciato nella pellicola: "Grimilde" le viene affibbiato soltanto nell'adattamento ufficiale a fumetti scritto da Merrill De Maris, disegnato da Hank Porter e Bob Grant e pubblicato sui quotidiani, e deriva probabilmente da Crimilde, versione tedesca della norrena Gudrun, un personaggio della saga dei Nibelunghi; da notare anche l'assonanza con la parola inglese "grim", ovvero "truce, torvo"). E il principe azzurro, da quale regno proviene? Il suo castello, nella scena finale, sembra trovarsi in mezzo alle nuvole: il che lascia intendere che si tratti di un luogo immaginario, e che il personaggio stesso (e l'infatuazione di Biancaneve) siano una metafora dell'amore e dell'avvento della vita sessuale adulta ("Someday my prince will come..."), con il crudele distacco dai genitori come corollario. Ops, avevo scritto che avrei lasciato da parte i risvolti psicanalitici, ma evidentemente quando si tratta di fiabe è impossibile ignorarli... Anche per questo, è pericoloso quando l'adattamento di una fiaba ne modifica gli elementi cardine (come avverrà in alcuni brutti remake moderni o nelle versioni live action che si sono viste di recente). Qui, per fortuna, le differenze con il testo originale sono poche e tendono per di più alla semplificazione: nella fiaba dei Grimm, per esempio, quello con la mela avvelenata era il terzo tentativo della regina di attentare alla vita di Biancaneve, dopo averci provato con una veste magica e un pettine stregato (che nel film non compaiono).

E parlando di differenze con la fiaba originale, veniamo ai sette nani. Eletti in tutto e per tutto a co-protagonisti della vicenda, tanto da condividere l'onore del titolo con Biancaneve, essi erano presenti anche nella versione dei fratelli Grimm, ma formavano un gruppo indistinto, senza personalità o nomi individuali. Disney sceglie invece di caratterizzarli separatamente e di dare un nome a ciascuno di loro (non fu il primo a farlo: l'idea proviene da una commedia di Broadway del 1912, trasposta poi in un film muto nel 1916 che l'allora quindicenne Walt ricorda di aver visto), contribuendo così a stagliarli indelebilmente nella memoria dello spettatore. Quelli che rimangono più impressi, anche perché protagonisti con maggiore frequenza di scene loro dedicate, sono indubbiamente Dotto (Doc), il leader del gruppo, con il suo pomposo farfugliare; Brontolo (Grumpy), sempre di cattivo umore, maldisposto verso Biancaneve perché teme le donne e le loro "arti subdole"; e Cucciolo (Dopey), il più giovane dei sette, che non parla "perché non ci ha mai provato". Completano il lotto Pisolo (Sleepy), Eolo (Sneezy), Gongolo (Happy) e il timido Mammolo (Bashful). Prima di scegliere i nomi e le relative personalità, Disney e i suoi collaboratori ne presero in considerazione più di cinquanta (siamo quasi di fronte agli antesignani dei Puffi)! Il numero sette, fra le altre cose, rimanda naturalmente ai sette vizi capitali, e in effetti le caratteristiche dei nani sembrano un distillato delle inclinazioni morali e universali dell'uomo (come l'ira o la pigrizia). Misteriose sono anche le loro età, quasi indefinibili: le lunghe barbe suggeriscono anzianità, eppure il loro comportamento è decisamente infantile (quando Biancaneve entra per la prima volta nella loro casa, pensa che sia abitata da bambini; e quando li rimprovera per avere le mani sporche, li tratta proprio come tali). Ma nella scena in cui pregano attorno alla bara di cristallo, sembrano una comunità di vecchi frati. Fa eccezione Cucciolo, caratterizzato in tutto e per tutto come un giovane monello, anche se è poi l'unico che richiede più volte a Biancaneve un bacio sulla bocca (gli altri si accontentano di essere baciati sulla "pelata" sotto il berretto). Infine, ci viene mostrato che i nani sono minatori: possiedono infatti una miniera di diamanti e altre gemme preziose, di cui però non è chiaro che cosa facciano: le pietre vengono semplicemente ammassate in un magazzino, la cui chiave è appesa fuori dalla porta alla mercé del primo che passa. Un'ultima considerazione: i nani sono figure classiche del folklore germanico e scandinavo, e oltre che nelle fiabe come quella dei Grimm sono presenti per esempio nell'Edda norrena (che, di converso, ha ispirato quelli che appaiono nelle saghe tolkeniane, per esempio ne "Lo hobbit", pubblicato nello stesso 1937). L'età avanzata, la professione di minatori e la vita isolata nei boschi ne fanno quasi una razza a parte, più simile agli gnomi che agli esseri umani.

Se Biancaneve è la prima di tante eroine Disney senza un padre (le figure paterne, salvo rare eccezioni – come Geppetto –, saranno essenzialmente assenti dalle pellicole disneyane fino al "Re leone" del 1994!), la regina/matrigna è la prima dei molti fortunatissimi villain della cinematografia animata, in questo caso due cattivi in uno: altrettanto memorabile della sua algida forma da sovrana, infatti, è quella decrepita e mostruosa da strega in cui si trasforma grazie alle sue arti oscure, una vera e propria megera con mani adunche e naso bitorzoluto che ricorda l'iconografia classica della befana. È degno di nota il fatto che, pur di avvicinare Biancaneve e consegnarle la mela, la perfida regina giunga a sacrificare (momentaneamente) la cosa alla quale tiene di più, ovvero la sua bellezza. Il grido di compiacimento "E ora la più bella sono io!", che Grimilde esclama nel momento in cui la fanciulla cade a terra avvelenata e lei pregusta il trionfo, è quasi paradossale: in quel momento a guardarla è tutt'altro che bella. E se poi, come si dice, la bellezza non è quella esteriore ma quella interiore, in quel momento la regina è priva sia dell'una che dell'altra. A punirla per i suoi delitti – anche in questo ci si discosta dalla fiaba dei Grimm – saranno i nani, richiamati dagli animaletti del bosco, che inseguiranno la strega sotto la pioggia con armi e bastoni (in una delle rare scene in cui non recitano ruoli buffi ma appaiono invece decisi e minacciosi), ma anche il destino, che la farà precipitare in un burrone mentre si apprestava a smuovere un enorme masso per scagliarlo sui suoi inseguitori. A chiudere il film, infine, c'è l'iconica scena del bacio del principe che risveglia la fanciulla distesa nella sua bara di cristallo (prefigurando ciò che accadrà a un'altra eroina Disney, l'Aurora de "La bella addormentata nel bosco"). Anche la magia nera, infatti, ha le sue regole, e il veleno usato dalla strega (che rende la mela di un rosso scarlatto vivissimo e innaturale, grazie anche al Technicolor) non procurava semplicemente la morte ma solo un sonno apparente che il "primo bacio d'amore" può dissolvere. Eppure, nelle prime fasi di progettazione del film si era pensato a un approccio comico anche per gli altri personaggi (come il principe o la regina), prima di riservarlo ai soli nani. Se Disney era partito da subito con l'idea di rendere questi ultimi i veri protagonisti della pellicola, la scelta di spostare il focus sul conflitto fra Biancaneve e la matrigna costrinse gli animatori ad eliminare alcune sequenze (già completate!) con i sette nani, come quella in cui mangiano la zuppa preparata da Biancaneve (che avrebbe dovuto seguire la scena, rimasta nella pellicola, in cui si lavano prima di andare a tavola).

La lunga e difficile lavorazione richiese quasi quattro anni (dall'inizio del 1934, quando – come racconta un celebre aneddoto – Walt Disney "recitò" l'intero film a voce, mimando tutti i personaggi, davanti al suo staff, fino al dicembre 1937, quando la pellicola ormai completata venne proiettata in anteprima al Carthay Circle Theatre di Los Angeles, per poi essere finalmente distribuita nelle sale di tutto il mondo – Italia compresa – nel corso del 1938) e coinvolse gran parte degli animatori che a quei tempi lavoravano negli studi Disney (situati a Hollywood, in Hyperion Avenue, e non ancora a Burbank). Scorrendo i credits – posti a inizio film, come si usava allora, e non alla fine – si riconoscono infatti molti nomi noti o destinati a diventarlo: per esempio Samuel Armstrong fra i disegnatori dei fondali, Merrill De Maris, Earl Hurd e Ted Sears fra gli autori degli storyboard, Hamilton Luske, Fred Moore, Vladimir "Bill" Tytla e Norman Ferguson fra i supervisori dell'animazione, James Algar, Art Babbitt, Les Clark, Bill Roberts, Frank Thomas, Ward Kimball, Grim Natwick e Woolie Reitherman fra gli animatori. Dei registi ho già detto sopra, mentre i character designer sono Albert Hurter e Joe Grant, i concept artist Ferdinand Hovarth e Gustaf Tenggren, e la colonna sonora (nominata all'Oscar) è firmata da Frank Churchill (per le canzoni), Leigh Harline e Paul J. Smith. La pellicola venne distribuita dalla RKO (la Buena Vista, la casa di distribuzione della stessa Disney, non esisteva ancora). Per la sua realizzazione furono necessarie ingenti risorse e anche un notevole progresso tecnologico, evidente dalla fluidità dell'animazione e dalla maestria tecnica che rimarrà a lungo ineguagliata (persino fra i lungometraggi della stessa Disney: l'unico, di quelli immediatamente successivi, che ci si avvicina è "Pinocchio"). Per i personaggi umani (Biancaneve, il principe, la regina e il cacciatore), allo scopo di ottenere un maggior realismo, in alcune scene si scelse di ricorrere alla tecnica di animazione rotoscope, che consiste nel "ricalcare" le movenze filmate di un attore in carne e ossa. La modella per Biancaneve, in particolare, fu la ballerina quindicenne Marge Belcher (la voce originale, invece, è quella della cantante italo-americana Adriana Caselotti, allora diciannovenne, la cui carriera paradossalmente ne risentì perché lo stesso Walt Disney non volle che la sua voce venisse più utilizzata successivamente in altre produzioni "per non rovinare l'illusione di Biancaneve").

Nonostante in molti, compreso suo fratello Roy e sua moglie Lillian, spaventati dal costo del film (dieci volte superiore a quello di un normale cartone animato), avessero cercato di dissuaderlo da un'impresa che altri produttori hollywoodiani consideravano "una follia", Disney riuscì alla fine nel suo intento. E la pellicola riscosse uno strepitoso successo di pubblico (per qualche tempo fu il film con il maggior incasso di sempre, superato poi da "Via col vento" un paio d'anni più tardi) e di critica (tanto che Walt ricevette, dalle mani di Shirley Temple, un Oscar alla carriera che consisteva in una statuetta di dimensioni normali attorniata da sette statuette in miniatura). Di fatto contribuì ad aumentare il prestigio della Disney, proiettandola definitivamente al di sopra di tutte le case concorrenti che lavoravano nel campo dei cartoni animati. Amatissimo da Sergej Eisenstein (che lo definì "il più grande film mai realizzato") e da Charles Chaplin, il lungometraggio spinse la MGM a mettere in cantiere "Il mago di Oz" e i fratelli Fleischer a produrre a loro volta un film d'animazione, "I viaggi di Gulliver". E naturalmente convinse definitivamente Disney che quella dei lungometraggi era la strada giusta: grazie anche ai ricchi proventi della pellicola, che consentirono di finanziare i nuovi studios di Burbank, negli anni seguenti (dal 1940 al 1942) uscirono "Pinocchio", "Fantasia", "Dumbo" e "Bambi", che insieme a "Biancaneve" compongono il gruppo dei big five, i primi cinque "classici Disney", prima che la guerra e la crisi economica spingessero lo studio a ripiegare su più economiche compilation di corti (i lungometraggi veri e propri torneranno soltanto nel 1950 con la seconda principessa, "Cenerentola"). Rieditato e ridistribuito nelle sale cinematografiche a intervalli regolari, all'epoca della sua uscita in Italia il film godette di una localizzazione con i titoli, i cartelli e persino le scritte (come quelle sui letti dei nani) nella nostra lingua. In occasione della riedizione del 1972, il film fu interamente ridoppiato perché la versione originale del 1938 era considerata troppo datata e infarcita di dialoghi eccessivamente aulici. Fra le curiosità del ridoppiaggio: nel 1938 il cacciatore ingannava la regina portandogli il cuore di un capretto, nel 1972 quello di un cinghiale (in originale era di un maiale!). Alla sua uscita il film fece molta impressione, fra gli altri, anche sul giovane disegnatore veneziano Romano Scarpa, che nel corso della sua carriera pubblicherà poi su "Topolino" diversi sequel a fumetti in cui si immagina che la strega cattiva sia sopravvissuta alla caduta nel burrone.

14 gennaio 2019

Ralph spacca Internet (Johnston, Moore, 2018)

Ralph spacca Internet (Ralph breaks the Internet)
di Phil Johnston, Rich Moore – USA 2018
animazione digitale
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Visto al cinema CityLife Anteo, con Sabrina.

Sequel di "Ralph Spaccatutto", realizzato (e ambientato) sei anni dopo l'originale. Per recuperare un pezzo di ricambio per il videogioco "Sugar Rush", in vendita soltanto su eBay, Ralph e la sua amica Vanellope abbandonano la comfort zone della loro sala giochi per tuffarsi online nello sconfinato (e sconosciuto) mondo di Internet. Qui, fra novità e pericoli di ogni tipo, allargheranno i propri orizzonti e la loro amicizia sarà messa a dura prova quando Vanellope si lascerà affascinare da un gioco di corse assai più realistico (e cupo) del proprio, "Slaughter Race". Raramente i sequel di film-gioiello sono all'altezza del prototipo, e questa ne è l'ulteriore conferma. La pellicola originale era perfetta nel suo mix di avventura, kawaii, citazionismo e nostalgia per gli anni ottanta: questa vuole allargare il campo all'universo della rete che ci circonda, citando i siti e i servizi più disparati (ma ben pochi, come appunto eBay, hanno un ruolo nella trama) nonché alcuni degli aspetti più affascinanti e deleteri al tempo stesso (i video acchiappaclick, lo spam, i commenti degli hater, il dark web), ma lasciando intendere che il fulcro di tutto devono rimanere i rapporti umani. E infatti il climax della pellicola ruota attorno al concetto di amicizia, a rischio di scomodare cliché e di suscitare sbadigli. Anche perché i due protagonisti, estrapolati dal loro ambiente naturale, sembrano di colpo molto più convenzionali e meno interessanti. Fra le scene migliori (anche se si tratta di una strizzatina d'occhio autoreferenziale, essendo la pellicola prodotta dalla casa di Burbank), quella dell'incontro di Vanellope con le principesse Disney, che le insegnano la loro filosofia e l'utilizzo delle canzoni per esprimere i propri sentimenti. Una cosa, però, lasciatemela dire: "Sugar Rush" era molto più divertente di "Slaughter Race".

24 agosto 2018

Basil l'investigatopo (aavv, 1986)

Basil l'investigatopo (The Great Mouse Detective)
di Ron Clements, Burny Mattinson, David Michener,
John Musker – USA 1986
animazione tradizionale
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Rivisto in TV.

Parodia "topesca" di Sherlock Holmes, ispirata a una serie di libri per bambini di Eve Titus e ambientata nella Londra vittoriana. Basil (il nome è un omaggio all'attore Basil Rathbone, che interpretò proprio il personaggio di Conan Doyle in una serie di film degli anni trenta e quaranta) è un topo detective, la cui tana è situata proprio sotto l'appartamento del "vero" Sherlock in Baker Street. A lui si rivolge la piccola Olivia, il cui padre – un giocattolaio – è stato rapito da un misterioso pipistrello. Insieme al dottor Topson, Basil scoprirà che dietro il rapimento c'è il malvagio Professor Rattigan, che intende costringere il padre di Olivia a costruire un robot con le fattezze della Regina per trasferire a sé tutti i suoi poteri. Cartone animato senza infamia e senza lode, ma con alcuni meriti: nella sua semplicità (e poca originalità: qualche anno prima c'era stato lo Sherlock Holmes "canino" di Hayao Miyazaki, e la stessa Disney aveva realizzato una parodia a fumetti del personaggio con le storie di Ser Lock) è comunque gradevole e accattivante, e contribuì a rimettere in carreggiata il reparto animazione della Disney che negli anni precedenti aveva vissuto tempi grigi, toccando il fondo con il colossale flop di "Taron e la pentola magica". Tanto che il nuovo management dell'epoca, proprio in virtù del moderato successo di "Basil" (e del contemporaneo "Fievel" di Don Bluth), si convinse a dare il via libera a nuovi progetti, e questo portò al Rinascimento Disney a partire dal 1989 con "La sirenetta". Fra i quattro registi, oltre al veterano Mattinson e al misconosciuto Michener, figurano proprio i due nomi che più di altri saranno legati al periodo successivo, ovvero la coppia Clements-Musker (che dirigeranno, oltre alla "Sirenetta", anche "Aladdin" ed "Hercules"). Musiche di Henry Mancini, con alcune canzoni non proprio eccezionali. I personaggi, naturalmente, sono tutti corrispettivi di quelli delle reali storie di Holmes. Fra i doppiatori originali, spicca Vincent Price nel ruolo del cattivo. Nella scena del duello all'interno del Big Ben, gli ingranaggi in movimento sono stati disegnati al computer in wireframe.

29 febbraio 2016

Zootropolis (B. Howard, R. Moore, 2016)

Zootropolis (Zootopia)
di Byron Howard, Rich Moore [e Jared Bush] – USA 2016
animazione digitale
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

In un mondo dove tutte le specie di mammiferi (e non solo gli esseri umani, che anzi brillano per la loro assenza) si sono evolute oltre lo stadio selvatico e hanno imparato a convivere pacificamente, la coniglietta Judy Hopps aspira sin da bambina a diventare poliziotta. Nonostante tutti cerchino di dissuaderla (i conigli sono considerati buoni soltanto a fare i contadini), Judy riesce a realizzare il proprio sogno e viene assegnata al distretto centrale di Zootropolis (Zootopia in originale), gigantesca città popolata da milioni di animali antropomorfi, simbolo di integrazione e di convivenza, ogni distretto della quale rappresenta un differente habitat naturale (la foresta pluviale, il deserto, i ghiacci artici, ecc.). Inizialmente preposta all'incarico più umile (l'ausiliaria del traffico), ben presto rimane coinvolta in un caso spinoso, quando scopre che alcuni predatori sono "regrediti" al loro stadio naturale, feroce e selvaggio, mettendo così in pericolo la comunità. E con l'aiuto della cinica volpe Nick Wilde, truffatore di piccolo calibro, scoprirà che è in atto un complotto per rivoltare la popolazione (il 90% della quale è costituita da "prede") contro di essi. Impostato come un classico buddy movie poliziesco, un film vivace e ricco di personaggi simpatici (scena cult: quella dei bradipi impiegati alla motorizzazione civile), ma soprattutto che veicola messaggi importanti: al fianco del classico tema della forza di volontà e di autodeterminazione (tanto Judy quanto Nick devono superare difficoltà e pregiudizi per realizzare i propri sogni: la prima, in quanto "tenera" coniglietta, non è presa sul serio come poliziotta; il secondo, in quanto volpe, è bollato da tutti come infido e pericoloso), e naturalmente a quello dell'amicizia, ci sono quelli del razzismo e dell'ostilità all'integrazione, quanto mai attuali in tempi di migranti e di terroristi (per via di pochi casi, tutti i predatori vengono guardati con sospetto: come non pensare ai musulmani oggi?), con alcuni scambi di battute che mettono anche in luce l'ignoranza degli xenofobi ("Tornatene nella foresta!", "Ma io vengo dalla savana!"). Certo, non tutto brilla per originalità: già l'idea di realizzare un cartoon in stile poliziesco non è nuovissima (era già stata usata, per esempio, nel sottovalutato "Osmosis Jones"). Inoltre parecchi sviluppi della trama sono francamente prevedibili, e alcune citazioni sono un po' inflazionate (c'era davvero bisogno dell'ennesima parodia de "Il padrino"?). La scena dell'addestramento di Judy all'accademia di polizia ricorda quella analoga, che però era migliore e più efficace, di "Mulan". Da notare il personaggio della popstar Gazelle, la cui voce e le cui canzoni sono di Shakira. Alla regia, nominalmente di Byron Howard ("Rapunzel") e Rich Moore ("Ralph Spaccatutto"), ha collaborato anche l'esordiente Jared Bush.

27 dicembre 2014

Big Hero 6 (D. Hall, C. Williams, 2014)

Big Hero 6 (id.)
di Don Hall, Chris Williams – USA 2014
animazione digitale
**

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Dopo l'acquisizione della Marvel da parte della Disney, prima o poi doveva succedere: un "classico" d'animazione disneyano tratto dai fumetti supereroistici della Casa delle Idee. Oggetto della pellicola sono un gruppo di personaggi molto marginali dell'universo Marvel, peraltro rivisitati a tal punto da dipartire notevolmente dal concetto originario. Ambientato in una futuristica "San Fransokyo" (una bizzarra fusione delle due metropoli ai lati del Pacifico: vediamo per esempio un Golden Gate con i tetti a pagoda o file di ciliegi che costeggiano le celebri salite percorse dai tram), il film ha come protagonista Hiro, quattordicenne genio della robotica, che riprogramma Beymax (robot-infermiere creato dal fratello maggiore Tadashi) come robot da combattimento per scoprire chi è il misterioso super-villain mascherato che ha provocato la morte di Tadashi. A Hiro e Beymax si uniscono quattro giovani ricercatori (Gogo, Wasabi, Honey Lemon e Fred) che assumono colorate identità da supereroi. La trama d'azione, che oltre ai comics si ispira ai manga e agli anime robotici del Sol Levante (l'ambientazione è dunque quanto mai appropriata) con echi di Osamu Tezuka, è addolcita dalla caratterizzazione dei personaggi e in particolare da quella di Beymax, tenero e pacioccone robot gonfiabile, la cui programmazione originale è rivolta soltanto alla cura e all'assistenza sanitaria, che vede Hiro prima di tutto come un suo "paziente" e che fa di tutto per assicurarne il benessere psico-fisico. Senza di lui, il film avrebbe sinceramente poco di originale o di memorabile da offrire agli spettatori, anche dal punto del coinvolgimento emotivo, nonostante l'ottima tecnica di animazione digitale (il "gap" fra Disney e Pixar è stato orami colmato da tempo, e d'altronde John Lasseter figura come produttore esecutivo anche dei lavori della casa di Burbank: questo, per di più, è già il secondo lungometraggio disneyano – dopo "Ralph Spaccatutto" – che uno spettatore distratto potrebbe facilmente scambiare con un prodotto Pixar anche dal punto di vista contenutistico). Naturalmente, trattandosi di una pellicola ispirata a personaggi Marvel (anche se la produzione è interamente Disney, senza coinvolgimento dei Marvel Studios), era inevitabile un cameo di Stan Lee: la sua versione digitale compare nella scena dopo i titoli di coda, nei panni del padre di Fred. Al film è abbinato un simpatico cortometraggio in animazione 2D, "Winston", su un cagnolino e il suo rapporto con il cibo.

23 dicembre 2013

Frozen (C. Buck, J. Lee, 2013)

Frozen - Il regno di ghiaccio (Frozen)
di Chris Buck, Jennifer Lee – USA 2013
animazione digitale
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Elsa, principessa del regno di Arundell, ha il magico potere di generare e controllare ghiaccio e neve. Nel timore che possa fare involontariamente del male alla sorellina Anna o ad altre persone, i genitori le impongono di non uscire mai dalle sue stanze del castello. Quando è cresciuta, il giorno della sua incoronazione, perde però il controllo dei suoi poteri e ricopre l'intero reame di una coltre di neve, dando il via a un gelido e perenne inverno. Ritenuta una strega malvagia, fugge sulle montagne: spetterà alla sorella minore andarla a cercare e riportare tutto alla normalità. Ispirato alla fiaba "La regina delle nevi" di Andersen, un film che procede sulla strada segnata da "Rapunzel" ("Tangled" in originale: c'è continuità anche nei titoli, con l'uso di un participio passato): versioni moderne e "leggere" delle classiche favole, con protagoniste "super-simpatiche", numerose canzoni (non memorabili in verità, a parte "Let it go", in italiano "All'alba sorgerò"), spalle comiche come nel periodo d'oro dell'animazione disneyana, anche se con meno profondità (non siamo alla Pixar, nonostante John Lasseter figuri come produttore esecutivo) e un utilizzo spinto delle gag fisiche e visive (bisogna pur tenere il passo di DreamWorks, Fox e compagnia!). Non che manchino, dal punto di vista della sceneggiatura, alcune soluzioni di "rottura" rispetto al passato – su tutte, la "regina malvagia" che per una volta è in realtà buona, e la principessa che salva sé stessa (Anna, moribonda, può essere salvata solo da un "atto di puro amore": ma non si tratta del bacio del principe, come tutti credevano, bensì da un'azione che lei stessa deve compiere) – ma per il resto siamo nella routine e nel puro intrattenimento, con la consueta maestria tecnica per quanto riguarda l'animazione. Perfetto per i bambini (ma qualcuno si annoierà comunque), molto meno per gli adulti. Ciò nonostante, enorme il successo di pubblico, tanto che la pellicola ha fatto segnare il record di incassi per un film d'animazione. Non eccezionale il character design, che rende le due protagoniste delle bamboline. E a proposito delle spalle comiche, raramente se n'è vista una così inutile dal punto di vista narrativo come Olaf, il pupazzo di neve: molto meglio l'alce Sven, anche se non parla (o forse proprio per questo). Due premi Oscar (miglior film d'animazione, il primo per la Disney (!) da quando esiste la categoria, e miglior canzone). Un sequel nel 2019.

17 luglio 2013

Rapunzel (N. Greno, B. Howard, 2010)

Rapunzel - L'intreccio della torre (Tangled)
di Nathan Greno, Byron Howard – USA 2010
animazione digitale
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Ispirato alla favola di Raperonzolo dei fratelli Grimm (il mantenimento del nome della protagonista in inglese, Rapunzel, è dovuto alle stesse leggi del marketing che ci avevano già "regalato" i vari Aladdin ed Hercules), il cinquantesimo classico animato della Disney è un'avventura vivace e diverente che da un lato si inserisce perfettamente nella tradizione fiabesca delle "principesse" della casa di Burbank (Biancaneve, Cenerentola, la Bella Addormentata, la Bella e la Bestia...) e dall'altro porta con sé anche l'imprinting "tecnologico" della Pixar (John Lasseter è produttore esecutivo). La fusione fra il character design tradizionale e l'animazione digitale è decisamente riuscita e assai gradevole, grazie anche ai riferimenti artistici al rococò francese. Il rendering non fotorealistico, in particolare, dona alla pellicola un'aura romantica e lussureggiante (soprattutto nella resa dei lunghi capelli biondi della protagonista). Numerose, com'era lecito aspettarsi, le modifiche apportate rispetto alla fiaba originale. Se molti elementi iconici sono rimasti intatti (la torre nel bosco, la lunga chioma, la frase "Sciogli i tuoi capelli", le lacrime guaritrici), altri sono stati eliminati o alterati. In particolare, nella favola Raperonzolo era di umili origini mentre il suo innamorato era un principe: qui i ruoli sono invertiti, con il portagonista maschile (Flynn Rider) che è addirittura un ladro. L'ambientazione è medievale e i personaggi sembrano usciti da un gioco di ruolo: e alcuni (i due complici di Flynn, per esempio) ricordano il "Dragon's Lair" di Don Bluth, che guarda caso nei tardi anni novanta aveva in programma proprio un film su Raperonzolo (ma il progetto non si concretizzò). Il ritmo incalzante, le trovate comiche (la padella che Rapunzel usa come arma), i bei disegni e l'eccellente fludità dell'animazione compensano ampiamente la debole caratterizzazione dei personaggi (tanto i buoni quanto i cattivi sono alquanto stereotipati, per non parlare dei comprimari): ma forse, in casi come questi, la semplicità è più un vantaggio che un difetto. Per il resto, sono presenti tutti i topòi dei classici d'animazione disneyani, dalle canzoni (opera di Alan Menken: non particolarmente ispirate, ma per fortuna poche) agli animaletti-sidekick (qui due: Pascal, il camaleonte compagno di Rapunzel; e Maximus, il cavallo bianco che dà prima la caccia e poi aiuta Flynn/Eugene). Una curiosità sul titolo originale: inizialmente il film sarebbe dovuto uscire con il titolo "Rapunzel" anche in America, e così era stato pubblicizzato. All'ultimo momento, nel timore che l'enfasi sulla protagonista femminile potesse tenere lontano il pubblico maschile (evidentemente non così amante delle "principesse"), la Disney ha cambiato il titolo in "Tangled", suscitando parecchie critiche ("È come se La sirenetta fosse stato ribattezzato Beached", ha commentato "Variety").

25 dicembre 2012

Ralph Spaccatutto (Rich Moore, 2012)

Ralph Spaccatutto (Wreck-It Ralph)
di Rich Moore – USA 2012
animazione digitale
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Ralph Spaccatutto è il "cattivo" di un vecchio videogioco arcade, "Felix Aggiustatutto", dove ha il compito di danneggiare un palazzo che l'eroe dovrà appunto rimettere a posto. Il suo sogno è però quello di diventare un "buono", per ricevere rispetto, onori e magari anche una medaglia come quelle che Felix vince ogni volta che completa la sua missione. Decide così di trasferirsi in un altro videogame, visto che – quando la sala giochi è chiusa – i personaggi sono liberi di interagire fra loro e di spostarsi da un ambiente all'altro. Costruito su un'idea simile a quella di "Toy Story" (i giocattoli, se non ci sono bambini o esseri umani attorno, si animano e conducono una vita propria), è forse il primo lungometraggio in animazione digitale della Disney a reggere il confronto con quelli della Pixar: guarda caso, c'è John Lasseter come produttore esecutivo. L'effetto nostalgia (la maggior parte dei videogame sono coin-op "vecchio stile"), le apparizioni di personaggi dei titoli più svariati (da Pac-Man a Q*bert, da Street Fighter a Tapper), le citazioni rivolte ai videogiocatori di lunga data (il "Konami code" che Re Candito utilizza come combinazione, o i graffiti sulle pareti della stazione centrale quali "Aerith lives" e "All your base are belong to us") e la grafica accattivante sono solo ciliegine sulla torta di un film comunque apprezzabilissimo anche da chi non conosce i videogiochi: colorato, dinamico, coinvolgente, divertente, con almeno un plot twist (la rivelazione dell'identità del cattivo) che giunge inaspettato benché preparato con largo anticipo, e a tratti anche commovente, per come sa trattare in maniera fresca e leggera i classici temi dell'amicizia, dell'autostima e dell'accettazione del proprio ruolo. Non si può che concordare con la recensione di Variety: "With plenty to appeal to boys and girls, old and young, Walt Disney Animation Studios has a high-scoring hit on its hands in this brilliantly conceived, gorgeously executed toon, earning bonus points for backing nostalgia with genuine emotion". Fra le scene cult sono da ricordare la riunione dei cattivi (fra i quali si riconoscono uno dei fantasmini di Pac-Man, Zangief e M. Bison di Street Fighter, Bowser di Super Mario Bros.) e il riferimento (non fine a sé stesso, peraltro, ma del tutto funzionale alla trama) all'esplosiva combinazione fra Coca-Cola e Mentos. I tre videogame in cui si svolge l'azione, diversissimi fra loro per mood e stile grafico (e ai quali è possibile giocare veramente, sul sito ufficiale del film), sono ispirati rispettivamente a "Donkey Kong" (Felix Aggiustatutto), a "Call of Duty" (Hero's Duty) e a "Super Mario Kart" (Sugar Rush): e proprio nel caramelloso mondo di quest'ultimo – dove Ralph stringerà amicizia con la pestifera Vanelope Von Schweetz, aspirante pilota emarginata dagli altri perché ritenuta un glitch, un errore di programmazione – è ambientata gran parte della pellicola; dal suo canto, invece, Felix (colpito dalla "alta definizione" del suo volto!) si innamorerà della militaresca protagonista del fantascientifico "Hero's Duty". Nella colonna sonora di Henry Jackman spicca la canzone (sui titoli di coda) "Sugar Rush" del gruppo idol giapponese AKB48. Il regista ha diretto in precedenza episodi de "I Simpson" e "Futurama".

16 novembre 2011

Dumbo (Ben Sharpsteen, 1941)

Dumbo (id.)
di Ben Sharpsteen – USA 1941
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele e Leonardo.

L'elefantino Dumbo ha le orecchie talmente grandi che tutti gli animali del circo – e anche i visitatori – lo prendono continuamente in giro. Per difenderlo dalle umiliazioni, la madre si ribella e di conseguenza viene imprigionata in una carrozza isolata, mentre Dumbo è costretto a lavorare come clown. Ma saprà riabilitarsi, diventando addirittura la stella del circo, quando scoprirà – grazie al sostegno del topolino Timothy, suo unico amico – che le sue enormi orecchie gli consentono di volare. Quarto dei primi cinque grandi lungometraggi della Disney, il film (che con i suoi 64 minuti è il più breve fra tutti i "classici" di animazione della casa di Burbank) venne messo in cantiere per recuperare le perdite subite al botteghino dal precedente "Fantasia", rispetto al quale segna un ritorno a una struttura più classica e presenta uno stile meno ambizioso e sofisticato. Il soggetto, tratto da un libro illustrato per bambini, è essenzialmente una rilettura della fiaba del brutto anatroccolo, ma la semplice e commovente vicenda è impreziosita dai tanti personaggi di contorno, particolarmente riusciti e per certi versi indimenticabili (dalla cicogna che porta Dumbo alla madre, ai corvi che lo aiutano a volare usando la "pizzicologia"; senza dimenticare Timothy, topolino disegnato in modo ben più realistico dello stilizzato Mickey Mouse, il cui look era stato ideato quando – solo tredici anni prima – le tecniche di animazione erano molto più rudimentali). Davvero ottima, in ogni sua parte, la colonna sonora: fra le numerose canzoni spiccano la toccantissima "Baby mine", cantata dalla mamma di Dumbo; il gangsta-rap ante litteram dei corvi (che sono evidentemente un gruppo di afro-americani), "Ne ho vedute tante da raccontar / giammai gli elefanti volar"; e soprattutto la lunga, inquietante e allucinata sequenza degli elefanti rosa, in cui Dumbo e Timothy – ubriacatisi accidentalmente – vedono scorrere davanti ai loro occhi tutta una serie di pachidermi colorati, deformi o antropomorfi: la sequenza fu diretta da Norman Ferguson, uno dei vari animatori che si sono alternati alla regia delle diverse scene del film (gli altri sono Samuel Armstrong, Wilfred Jackson, Jack Kinney e Bill Roberts, mentre Ben Sharpsteen è il supervisore dell'intera pellicola). Nel corso della lavorazione ci fu il celebre "sciopero degli animatori" di casa Disney, cui si fa riferimento anche nel film quando i clown manifestano l'intenzione di chiedere un aumento al direttore del circo. Da notare che nella versione originale il nome scelto dalla madre per il protagonista non è Dumbo ma Jumbo Junior: Dumbo (nome che richiama la parola inglese "dumb", che significa "stupido") è soltanto il nomignolo che gli viene crudelmente appioppato dagli altri elefanti del circo.

19 marzo 2011

Mulan (B. Cook, T. Bancroft, 1998)

Mulan (id.)
di Barry Cook, Tony Bancroft – USA 1998
animazione tradizionale
***

Rivisto in DVD, con Giovanni e Costanza.

Seguendo il progetto di "rotazione dei continenti" deciso dalla Disney per l'ambientazione dei suoi film di animazione, dopo l'Africa de "Il re leone", l'America di "Pocahontas", e l'Europa de "Il gobbo di Notre Dame", nel 1998 toccava all'Asia: ecco allora il primo lungometraggio disneyano ambientato in Estremo Oriente, ispirato alla leggenda cinese di Hua Mulan (ma nel film si usa la dizione Fa Mulan), una ragazza che si traveste da uomo per arruolarsi nell'esercito imperiale al posto dell'anziano padre e combattere le truppe nomadi che avevano invaso la Cina (insomma, una specie di Giovanna d'Arco!). Nonostante la presenza di quelle che all'epoca erano ancora caratteristiche irrinunciabili di ogni lungometraggio disneyano (le canzoni, che troppo spesso rallentano la vicenda; gli animaletti come spalla comica, in questo caso il draghetto Mushu – che nella versione originale aveva la voce di Eddie Murphy – e un grillo portafortuna, più un cavallo e un cagnolino ai quali viene dato fortunatamente meno spazio), il film è ben riuscito e rappresenta uno dei migliori esempi del cosiddetto "rinascimento disneyano" degli anni novanta: scenari e ambientazioni sono azzeccati (memorabile l'attacco degli Unni sulla neve), la storia è coinvolgente, lo stile di disegno minimalista è gradevole, i temi sono decisamente adulti e la psicologia del personaggio principale (gli altri sono poco più che macchiette) è sfaccettata e dinamica. Ad appesantire il tutto, purtroppo, c'è la succitata colonna sonora, con canzoni fra le meno ispirate mai sentite in un film disneyano (quasi tutte concentrate nella prima parte della pellicola: quando la trama decolla, fortunatamente, se ne fa a meno): si salva solo (ed è una delle mie canzoni Disney preferite!) quella relativa all'addestramento delle truppe, "Farò di te un uomo", che oltre ad essere assai orecchiabile ha anche il merito di non presentarsi come un semplice intermezzo musicale ma di contribuire a portare avanti la storia. La scena nel finale in cui l'imperatore si inchina davanti a Mulan, e tutta la sua corte fa lo stesso, potrebbe avere ispirato quella analoga ne "Il ritorno del re" di Peter Jackson. Il film venne proiettato anche in Cina (fra i doppiatori della versione in mandarino c'è persino Jackie Chan), ma con una distribuzione limitata che frustrò nell'immediato le speranze della Disney di conquistare il lucroso mercato dell'intrattenimento di quel paese.

9 gennaio 2011

I tre caballeros (aavv, 1944)

I tre caballeros (The Three Caballeros)
di Norman Ferguson, Clyde Geronimi, Jack Kinney, Bill Roberts, Harold Young – USA 1944
animazione tradizionale e mista
**

Rivisto in DVD.

A differenza del suo predecessore "Saludos amigos", di cui può essere considerato il sequel, "I tre caballeros" ha una struttura più libera e meno rigida: sono ancora presenti episodi autoconclusivi (segnatamente quelli relativi al pinguino Pablo e al "gauchito volante"), ma il film si dipana in una successione di quadri e numeri musicali che fluiscono l'uno nell'altro senza una vera soluzione di continuità e facendo ampio ricorso alla fusione fra animazione e sequenze con attori in carne e ossa (perlopiù cantanti e ballerini). Protagonista della pellicola è ancora Paperino, affiancato stavolta non solo dal pappagallo brasiliano José Carioca (già visto in "Saludos amigos") ma anche dal galletto messicano Panchito (al suo esordio): i tre pennuti sono, per l'appunto, i "tre caballeros" del titolo. E proprio il Brasile e il Messico sono i due paesi cui è dedicata quasi interamente la pellicola. Il lungometraggio si apre con Paperino che riceve un pacco dagli amici sudamericani per il suo compleanno (che, apprendiamo, cade naturalmente di venerdì 13). Il pacco contiene numerosi regali, il primo dei quali è un proiettore per assistere a un documentario sugli uccelli rari ("Aves raras") diviso in tre segmenti: la prima parte racconta la storia di Pablo, pinguino freddoloso che sogna di trasferirsi ai tropici; la seconda è dedicata ai variopinti uccelli dell'Amazzonia, fra i quali spicca il buffo e pestifero Aracuan, che continuerà ad apparire durante il film nei momenti meno opportuni; la terza, infine, è la storia di un gaucho bambino dell'Uruguay alle prese con un ciuchino alato. Il secondo regalo è un libro illustrato, dal quale fuoriesce José Carioca in persona che accompagna l'amico a visitare la città di Bahia, dove i due pennuti si delizieranno a ballare il samba con la ballerina e cantante Aurora Miranda, sorella della più celebre Carmen Miranda. Il terzo regalo, infine, viene presentato da Pachito: si tratta di una piñata, un tradizionale contenitore messicano pieno di doni. Fra questi c'è un serapè, un tappeto volante grazie al quale Panchito, José e Paperino viaggiano attraverso le più celebri località messicane (da Vera Cruz alla spiaggia di Acapulco), assistendo a balli tradizionali. Paperino cerca inutilmente di corteggiare le graziose danzatrici che incontra, e finisce con l'innamorarsi della cantante Dora Luz, i cui baci danno il via a una concitata sequenza conclusiva, surreale e astratta. Da notare che il trio di caballeros è stato recentemente riproposto da Don Rosa in due storie a fumetti, e che nei piani della Disney c'era un terzo film – mai realizzato – in cui Paperino avrebbe incontrato un "quarto caballero", stavolta di origine cubana.

8 gennaio 2011

Saludos amigos (aavv, 1942)

Saludos amigos (id.)
di Norman Ferguson, Wilfred Jackson, Jack Kinney, Hamilton Luske, William Roberts – USA 1942
animazione tradizionale e mista
**

Rivisto in DVD.

Dopo una prima serie di cinque capolavori (da "Biancaneve" a "Bambi"), dal 1942 al 1949 Walt Disney smise di produrre lungometraggi animati e realizzò invece sei pellicole "antologiche" che mescolavano cortometraggi, brevi episodi, numeri musicali e sequenze in live action. I primi due di questi titoli, "Saludos amigos" e il suo sequel "I tre caballeros", furono messi in cantiere allo scopo di rinsaldare i "rapporti di buon vicinato" fra gli Stati Uniti e i paesi dell'America Latina, con obiettivi sia culturali sia commerciali (nonché, visti i tempi, politici: il progetto venne infatti commissionato a Disney direttamente dal governo statunitense alla vigilia dell'ingresso nella seconda guerra mondiale). Il pretesto narrativo di quello che è essenzialmente un collage di episodi – o "cartoline animate" – è il viaggio di un gruppo di artisti degli studi Disney attraverso i paesi dell'America Latina, un tour che fornirà spunti e ispirazione per la realizzazione dei quattro segmenti proposti (da notare che la pellicola, con una durata di soli 42 minuti, è sicuramente la più breve fra tutte quelle che fanno parte dei cosiddetti "Classici Disney"). Il protagonista del primo episodio, ambientato in Perù, è Paperino, personaggio che aveva ormai rimpiazzato Topolino come principale star della casa di Burbank: lo troviamo qui in veste di turista sul Lago Titicaca. Nel secondo segmento assistiamo alle peripezie di Pedro, piccolo aeroplano umanizzato che deve consegnare la posta attraversando le Ande cilene. Protagonista del terzo episodio è Pippo, nelle vesti di un gaucho della pampa argentina. Infine, nel quarto segmento (il migliore e il più significativo) facciamo la conoscenza di José Carioca, pappagallo brasiliano che guida lo spettatore in "Aquarela do Brasil", una sequenza colorata e surreale in cui un fantasioso pittore ritrae le bellezze di Rio de Janeiro. Nel corso dell'episodio ricompare Paperino, che insieme a José si scatena in danze e numeri musicali. Certo, rivisto oggi il film non sembra godere di particolare appeal e, pur offrendo occasionali momenti di divertimento, si trascina stancamente, risultando alla lunga anche un po' noiosetto: pur importanti da una prospettiva storica e documentaristica, i film disneyani a episodi non regalano allo spettatore lo stesso piacere che forniscono i lungometraggi animati veri e propri.

12 ottobre 2009

Lo scrigno delle sette perle (aavv, 1948)

Lo scrigno delle sette perle (Melody Time)
di Jack Kinney, Clyde Geronimi, Ham Luske, Wilfred Jackson – USA 1948
animazione tradizionale e mista
**

Visto in DVD, con Elena, Alberto e Marisa.

I sei lungometraggi disneyani usciti tra il 1942 ("Saludos Amigos") e il 1949 ("Le avventure di Ichabod e Mr. Toad"), pur essendo inseriti regolarmente nella lista ufficiale dei "classici" della casa di Burbank, in realtà non sono altro che antologie di spezzoni indipendenti, legati tra loro da una cornice più o meno pretestuosa. Anche questo "Melody Time" non sfugge alla regola e presenta – come suggerisce il titolo italiano – sette brevi episodi che avrebbero potuto benissimo far parte della serie di cortometraggi musicali "Silly Symphonies", se questa non fosse stata conclusa nel 1939. Visto il ruolo importante svolto dalla colonna sonora (che domina in almeno sei episodi su sette), il film è stato descritto da alcuni critici come una versione di "Fantasia" con brani contemporanei anziché musica classica. I segmenti in cui è divisa la pellicola vogliono rendere omaggio al continente americano, a volte per il tema trattato e a volte per gli interpreti e gli artisti coinvolti, molti dei quali erano piuttosto noti all'epoca (mentre oggi sono quasi dimenticati).

1. C'era una volta (Once upon a wintertime)
Sulle note di una canzone di Frances Langford, seguiamo due innamorati che vanno a pattinare sul lago gelato. Il ghiaccio si rompe, ma la ragazza viene salvata grazie anche all'intervento degli animaletti della foresta.

2. Il boogie del calabrone (Bumble Boogie)
L'orchestra di Freddy Martin reinterpreta nel proprio stile Il volo del calabrone di Rimsky-Korsakov. Le immagini sono astratte, surreali e oniriche, simili a quelle della Toccata e fuga in "Fantasia".

3. La leggenda di Johnny Seme di mela (The Legend of Johnny Appleseed)
L'attore Dennis Day racconta la storia di John Chapman, celebre personaggio del folklore statunitense, un pioniere che ha contribuito in modo incruento alla conquista del west piantando ovunque alberi di mela. Fra tutti gli episodi, è quello dove la musica ha il ruolo minore.

4. Little Toot (id.)
Ispirata da un racconto di Hardie Gramatky e cantata dalle Andrews Sisters, è la storia di un piccolo rimorchiatore combinaguai che dimostra tutto il proprio eroismo salvando dal naufragio una gigantesca portaerei.

5. Alberi (Trees)
Fred Waring intona il testo del celebre poema di Joyce Kilmer. È l'episodio più breve. Belle le immagini, stilizzate, che mostrano il paesaggio variare attraverso le stagioni.

6. Tutta colpa della samba (Blame it on the Samba)
Paperino e José Carioca vengono trascinati nel variopinto e allegro mondo della samba dall'uccello Aracuan (già apparso in "Saludos Amigos") e da una "vulcanica senhorita", vale a dire la musicista Ethel Smith (che compare in carne e ossa, rendendo l'episodio un misto di animazione e riprese dal vivo).

7. Pecos Bill (id.)
La vita, esagerata e sopra le righe, del più celebre cowboy di tutti i tempi. Vengono descritte tutte le sue favolose imprese: da quando, bambino, è allevato dagli sciacalli nel deserto, fino al suo incontro con la bella Sue, della quale si innamora perdutamente. L'episodio, il più lungo e sicuramente anche il più divertente del film, è introdotto da un breve segmento dal vivo in cui il narratore (Roy Rogers) e altri interpreti intonano una bella ballata country, "Blue shadows on the trail".

Purtroppo il film manca di coesione e soffre per la qualità altalenante, oltre che per lo stile un po' datato, di alcuni segmenti. L'episodio migliore, a mio parere, è quello di Pecos Bill; i meno interessanti, i primi due. Quattro episodi (1, 3, 4 e 7) raccontano una storia, mentre gli altri tre (2, 5 e 6) si affidano soltanto alla suggestione delle immagini e della musica. Curiosamente, stando al doppiaggio, l'edizione italiana all'epoca dell'uscita in sala aveva invertito l'ordine dei primi due episodi. Nel dvd, comunque, l'ordine è tornato quello normale, ma la voce presenta ancora Once upon a wintertime come "la seconda perla", e Bumble boogie come "la prima perla".

16 aprile 2009

Le avventure di Peter Pan (aavv, 1953)

Le avventure di Peter Pan (Peter Pan)
di Clyde Geronimi, Wilfred Jackson, Ham Luske – USA 1953
animazione tradizionale
**1/2

Rivisto in DVD, con Elena.

Tratto dalla commedia di J.M. Barrie, "Peter Pan" fa parte di quel gruppo di lungometraggi disneyani degli anni cinquanta che – benché non agli stessi livelli dei cinque capolavori degli inizi – hanno contribuito ad affermare la casa di Burbank come leader nel campo dell'intrattenimento a cartoni animati. La trama, pur semplificata, è essenzialmente fedele a quella dell'opera originale, di cui ripropone tutti i personaggi – Peter Pan, il bambino che non vuole crescere; Wendy Darling e i suoi fratellini John e Michael (Gianni e Michele nella versione italiana), che lo seguono dalla Londra vittoriana fino all'isola che non c'è; i Ragazzi Perduti, fedeli seguaci di Peter; la capricciosa fatina Trilli (il cui nome originale, Tinker Bell, è tradotto a volte come Campanellino); il perfido Capitan Uncino e la sua ciurma di pirati, fra i quali spicca il nostromo Spugna; l'affamato coccodrillo che ha ingoiato una sveglia e che segue Uncino come un ombra nella speranza di divorarlo; la principessa indiana Giglio Tigrato – in parte ispirandosi all'iconografia classica e in parte creandone una nuova, destinata a molta fortuna. Anche i principali temi del testo di Barrie sono fortunatamente sopravvissuti alla rielaborazione disneyana: il conflitto fra l'innocenza e la fantasia infantile da una parte (esemplificate da Peter Pan e dal suo desiderio di non crescere mai) e la responsabilità dell'età adulta dall'altra (impersonata soprattutto dal padre di Wendy – il cui interprete, in teatro, recita spesso anche il ruolo di Uncino – ma anche dalla scelta dei bambini, nel finale, di ritornare nel proprio mondo). Oltre al piacere dell'avventura, vissuta quasi sempre come un gioco, ci sono gradevoli e curiose sottotrame romantiche, con la gelosia di Trilli (e delle sirene) nei confronti di Wendy e quella di Wendy stessa nei confronti di Giglio Tigrato: per non parlare di come tutti i personaggi femminili, e in particolare Trilli (che secondo alcune voci dell'epoca, poi smentite, sarebbe stata modellata su Marilyn Monroe!), risultino sexy e spigliati. Rispetto ad altri classici disneyani, le musiche e le canzoni non sono particolarmente memorabili (il brano che mi piace di più è quello iniziale, "You can fly!"). Si tratta dell'ultimo film Disney distribuito dalla RKO prima della fondazione della Buena Vista Pictures, oltre che dell'ultima pellicola in cui i leggendari "nine old men" (i primi e più fedeli collaboratori di Walt) hanno lavorato tutti insieme.

21 dicembre 2008

Il gobbo di Notre Dame (Trousdale, Wise, 1996)

Il gobbo di Notre Dame (The Hunchback of Notre Dame)
di Gary Trousdale, Kirk Wise – USA 1996
animazione tradizionale
**

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Quando l'avevo visto al cinema dodici anni fa, questo adattamento animato del classico di Victor Hugo non mi era dispiaciuto e avevo apprezzato il coraggio degli animatori nell'aver scelto un testo apparentemente così lontano dallo stile disneyano, pieno di lati oscuri e di ambiguità. Rivedendolo adesso, però, mi ha un po' deluso: l'ho trovato a tratti ipocrita proprio nel suo adattamento "buonista", e ne salverei soltanto alcune sequenze isolate (come quella di apertura). A dire il vero, non comprendo più il motivo per cui è stato realizzato: con tutte le fiabe o i racconti che esistono, perché scegliere un testo del genere se poi bisogna stravolgerlo per renderlo adatto ai bambini? Numerosi aspetti, infatti, sono stati edulcorati: in primis Frollo, il cattivo, che da arcidiacono è diventato un giudice (e l'unico prete che compare nel film è invece buono). Quasi ogni personaggio, comunque, ha visto smussati i suoi lati negativi (il capitano delle guardie Febo, per esempio, ma anche lo stesso Quasimodo) e il finale (ispirato peraltro all'opera lirica di cui lo stesso Hugo aveva scritto il libretto) li lascia praticamente tutti in vita. Ma a parte il discorso sull'adattamento, che lascia sempre il tempo che trova (e in fondo gli stessi problemi erano presenti anche nelle precedenti versioni hollywoodiane), è la pellicola stessa a non brillare particolarmente: disegni e animazioni non sono eccezionali, le scenografie della cattedrale mancano di "personalità" e la sceneggiatura presenta molte parti noiose, soprattutto nella prima metà. Un altro punto debole, infine, sono le musiche e le canzoni, stucchevoli e tutt'altro che memorabili (a parte quella iniziale, "Le campane di Notre Dame", che mi piace molto, e quella di Frollo, "Fiamme dell'inferno"). Eppure, come dicevo, di elementi interessanti (e inediti o controversi per un film d'animazione disneyano) ce ne sarebbero: la passione di Frollo per Esmeralda, la deformità del protagonista, le tensioni razziali, l'attacco al moralismo e la presenza di un tema religioso (appena accennato, a dire il vero). Ma a parte il personaggio di Frollo, al quale non a caso sono legate le scene migliori (l'inseguimento iniziale alla zingara sotto la neve, il ballo nel fuoco del caminetto), il politically correct rovina un po' tutto e gli altri character – da Esmeralda (bella senz'anima, e nell'edizione italiana funestata dalla pessima voce di Mietta) a Febo, dai gargoyle di pietra (inutili comic relief incapaci di far ridere) allo stesso Quasimodo (le cui fattezze si ispirano a quelle di Charles Laughton nella versione di William Dieterle del 1939) – non riescono a "bucare" lo schermo.