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11 gennaio 2023

Scipione detto anche l'Africano (L. Magni, 1971)

Scipione detto anche l'Africano
di Luigi Magni – Italia 1971
con Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Davanti al senato romano, Catone il Censore (Vittorio Gassman) accusa i fratelli Publio Scipione, detto l'Africano (Marcello Mastroianni), e Lucio Scipione, detto l'Asiatico (Ruggero Mastroianni), comandanti dell'esercito, di essersi "intascati" un ricco tributo di cinquecento talenti destinato dal re della Siria alla repubblica di Roma. Quando l'Africano, celebrato eroe di guerra (ha sconfitto i cartaginesi nella seconda guerra punica) nonché uomo onesto e incorruttibile, e come tale amato e idolatrato dal popolo, scopre che il responsabile è suo fratello, sarebbe anche pronto a denunciarlo. Non si rende conto però che Catone non è alla ricerca della verità, ma vuole solo impedire che un uomo come lui possa diventare troppo popolare, ingombrante e dunque "scomodo". Ispirato alle vicende reali dei "processi degli Scipioni", un peplum decisamente originale per temi, forma e confezione, a metà strada fra la ricostruzione storica e la satira politica (e umanistica) in chiave moderna. Caratterizzato da una teatralità quasi pasoliniana, con dialoghi e battute in romanesco e scenografie pauperistiche (è girato tutto in esterni, fra campagne e antiche rovine: le riprese sono state effettuate in gran parte a Pompei, ma anche a Paestum, nella Villa Adriana a Tivoli e presso la necropoli etrusca di Sovana), il film mette in scena i germi della decadenza di una Roma che dimentica il proprio passato, celebra ipocritamente eroi di cui non ha bisogno, si mostra cinica davanti ai valori morali ("Il più pulito c'ha la rogna"), dove gli schiavi non vogliono essere liberati e, quando ci si trova davanti a un uomo troppo grande, fedele e perfetto (dunque "non umano"), questi viene ripudiato e considerato fastidioso. Scipione stesso, pur di scendere dal piedistallo, sceglierà di autoaccusarsi e di distruggere la propria immagine pubblica, ma così facendo non otterrà che di esporre in piena luce le ipocrisie di tutti gli altri. Molto interessante il cast, con i due fratelli Mastroianni (Ruggero, celebre montatore, recita qui per l'unica volta in carriera) che interpretano a loro volta due fratelli. Silvana Mangano è Emilia, la moglie di Scipione. Turi Ferro è nientemeno che Giove Capitolino, con il quale Scipione ha una serie di conversazioni private. Woody Strode è Massinissa, re di Numidia e antico compagno d'armi del protagonista. Wendy D'Olive è Licia, la servetta "invisibile". Colonna sonora del flautista Severino Gazzelloni.

4 novembre 2020

La Tosca (Luigi Magni, 1973)

La Tosca
di Luigi Magni – Italia 1973
con Gigi Proietti, Monica Vitti
***

Visto in divx.

A Roma, il 14 giugno 1800 (giorno della battaglia di Marengo), il pittore Mario Cavaradossi (Gigi Proietti) aiuta il prigioniero politico Cesare Angelotti (Umberto Orsini), appena fuggito da Castel Sant'Angelo, a nascondersi dalle guardie pontificie. Ma il barone Scarpia (Vittorio Gassman), reggente dell'alta polizia romana, sfruttando la gelosia della cantante Floria Tosca (Monica Vitti), amante di Cavaradossi, individua il suo nascondiglio. Condannato a morte, a Mario viene fatto credere che avrà salva la vita se Tosca si concederà a Scarpia... Liberamente tratto non dall'opera di Puccini, ma dal dramma originale di Victorien Sardou, un film con cui Magni ripropone i temi classici del melodramma con i toni spigliati della commedia all'italiana e della farsa romanesca, pur senza stravolgere alcunché e restano fedele agli eventi narrati (finale tragico compreso). Molte le similitudini con il precedente "Nell'anno del Signore", a partire dal periodo storico (la Roma papalina di inizio ottocento) e dal protagonista (che lì era interpretato da Nino Manfredi) che dietro l'apparenza da artista "alieno alla politica" ha segretamente idee rivoluzionarie e giacobine. La vera novità è che, anche senza Puccini, si tratta comunque di un film musicale: oltre a regia e sceneggiatura, il regista firma infatti anche i testi degli stornelli romani che punteggiano la pellicola (la colonna sonora è di Armando Trovajoli). Memorabili, fra le altre, la canzone "Tremate lo stesso" (intonata dai due brigadieri che accompagnano Scarpia, interpretati da Gianni Bonagura e Fiorenzo Fiorentini), il duetto d'amore "Mi madre è morta tisica" e la ballata "Nun je da' retta Roma". Ottimo il cast, in cui figurano numerosi volti di celebri caratteristi: fra questi Aldo Fabrizi (il monsignor governatore di Roma, che prega per la sconfitta di Napoleone: "Un ave, un padre, un gloria, può far cambiar la storia"), Marisa Fabbri (la regina di Napoli), Ninetto Davoli (il messaggero ussaro che reca la notizia della vittoria di Bonaparte) e Alvaro Vitali (un mendicante).

12 agosto 2020

Anima persa (Dino Risi, 1977)

Anima persa
di Dino Risi – Italia/Francia 1977
con Vittorio Gassman, Catherine Deneuve
***

Visto in TV (RaiPlay).

Il giovane Tino (Danilo Mattei), aspirante pittore, si trasferisce a Venezia nella ricca ma fatiscente villa degli zii Fabio (Vittorio Gassman) ed Elisa Stolz (Catherine Deneuve). L'uomo, ingegnere che trascorre gran parte delle proprie giornate al lavoro, è rigido e all'antica, e comanda a bacchetto una moglie sottomessa e che evidentemente non ama più da tempo. Ma ad inquietare Tino sono soprattutto i misteri della grande casa, un antico palazzo diroccato con un'ala ancora da restaurare, da cui provengono strani suoni durante la notte. Il ragazzo scopre infatti che nella soffitta è recluso il fratello dello zio, impazzito (forse) per amore. E anche che la zia soffre per la perdita della figlioletta di primo letto, scomparsa misteriosamente tempo prima all'età di dieci anni. Eppure, non tutto è come sembra... Da un romanzo di Giovanni Arpino, un thriller psicologico con finale a sorpresa (benché non del tutto imprevedibile), che mette insieme molti ingredienti interessanti: una Venezia antica e decadente, dai palazzi scrostati e malsani, dove ancora si respira aria da "vecchio impero" nonostante il nuovo che avanza, e due attori sublimi, Gassman e la Deneuve, che danno vita a personaggi nevrotici e disfunzionali. A fare loro da contraltare c'è la giovinezza curiosa e spensierata del protagonista, che ancora non sa cosa fare della propria vita, e della sua amica Lucia (Anicée Alvina), giovane modella di nudo. La fotografia è di Tonino Delli Colli, le musiche (morriconiane) di Francis Lai. Il romanzo originale era ambientato a Torino, anziché a Venezia, e raccontava la storia di una sorta di Jekyll e Hyde. Curiosità: a un certo punto Gassman dice che "le donne hanno un profumo particolare", citando dunque "Profumo di donna" (da lui interpretato tre anni prima, diretto sempre da Risi e tratto come questo da un romanzo di Arpino).

16 settembre 2019

In nome del popolo italiano (Dino Risi, 1971)

In nome del popolo italiano
di Dino Risi – Italia 1971
con Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman
***

Visto in divx alla Fogona.

Il giudice istruttore Mariano Bonifazi (Tognazzi) vede nell'imprenditore Lorenzo Santenocito (Gassman) tutto quello che combatte con severità e solerzia: l'arroganza del potere, l'arricchimento ai danni della comunità, la disonestà, la corruzione, la spregiudicatezza nel commettere abusi edilizi e nell'inquinare l'ambiente, le mani in pasta in mille affari di grande e piccolo calibro. Come se non bastasse, Santenocito è un ex fascista (mentre Bonifazi è di sinistra), e questo ne fa un avversario anche dal punto di vista ideologico. Tanto basta per concentrare su di lui le indagini sulla morte di una giovane prostituta d'alto bordo (Ely Galleani) che Santenocito non solo frequentava, ma di cui si serviva per “ammorbidire” le trattative d'affari durante cene e festini. L'alibi dell'uomo per la sera in questione non regge: ma sarà davvero colpevole? Nonostante qualche personaggio minore un po' caricaturale (il medico legale, l'archivista del tribunale che cita Belli, il cameriere gay), i toni non sono quelli della commedia o della satira: strutturato come un giallo (soltanto nel finale scopriremo la verità sulla morte della ragazza) e basato sullo scontro fra due personalità contrapposte, il film fa riflettere su come il boom economico abbia prodotto una categoria di imprenditori che sfruttano ogni occasione, legale o meno, per arricchirsi (come i palazzinari de “Le mani sulla città”), nell'indifferenza se non con la complicità della società civile. Tanto che Bonifazi si trova a riflettere amaramente se quel “popolo italiano” in nome del quale la giustizia emette le sue sentenze – e che sembra trovare una propria unità soltanto di fronte alle vittorie calcistiche, per di più non senza manifestazioni di teppismo e volgarità – meriti davvero di essere tutelato e protetto. Di fatto Santenocito è un Berlusconi prima di Berlusconi (manca soltanto la discesa in politica, per il resto c'è tutto: dagli appoggi altolocati alle “cene eleganti”). Soggetto e sceneggiatura sono di Age e Scarpelli, la musica è di Carlo Rustichelli.

6 febbraio 2019

Il gaucho (Dino Risi, 1964)

Il gaucho
di Dino Risi – Italia 1964
con Vittorio Gassman, Amedeo Nazzari
**

Visto in TV.

Marco Ravicchio (Vittorio Gassman), squattrinato addetto alle pubbliche relazioni di una piccola casa cinematografica, vola in Argentina per promuovere una pellicola neorealista ("La città morta") in occasione di un festival a Buenos Aires. Nella delegazione che lo accompagna ci sono l'attempata diva Luciana (Silvana Pampanini), due attricette oche (Maria Grazia Buccella e Annie Gorassini) e uno sceneggiatore comunista (Guido Gorgati). Troveranno una città popolata da esuli ed emigranti italiani, divisi fra chi ha fatto fortuna – come l'impetuoso Ingegner Maruchelli (Amedeo Nazzari), ricco esportatore di carne, che vive nel mito e nella nostalgia della patria abbandonata e che accoglie con il proprio entusiasmo i nuovi arrivati, ospitandoli per l'intera permanenza – e chi è rimasto uno spiantato – come Stefano (Nino Manfredi), amico ed ex commilitone di Marco, restato un pezzente nonostante le molte opportunità. Pellicola "turistica" ("Il Gaucho era un po' un pretesto per andare a fare una vacanza in Argentina", dirà lo stesso Risi), caciarona, improvvisata e senza una vera direzione, che dà il suo meglio soprattutto nel ritratto dei personaggi di Nazzari e di Manfredi (la scena migliore è proprio il malinconico incontro fra i due amici che fanno i conti con i propri fallimenti). Apprezzabile anche la demistificazione del "boom" economico (in Italia c'è ancora chi sta male e pensa di emigrare). Dal lato comico, invece, le gag sono ingenue e stereotipate, e il personaggio estroverso e un po' volgare di Gassman era già stato visto troppe volte (da notare la citazione da "Il sorpasso", quando Marco viene superato da un'auto, guidata da un romano, con lo stesso clacson della sua). Norberto Sanchez Calleja è Cecilio, lo spasimante di Luciana; Nora Carpena è la moglie di Maruchelli, che Marco prova a sedurre. Musiche di Armando Trovajoli. La sceneggiatura è firmata da Ruggero Maccari, Tullio Pinelli, Dino Risi ed Ettore Scola.

20 febbraio 2016

Quintet (Robert Altman, 1979)

Quintet (id.)
di Robert Altman – USA 1979
con Paul Newman, Vittorio Gassman
**1/2

Rivisto in divx.

In un lontano futuro, con la Terra ricoperta dai ghiacci e la popolazione ormai sterile e ridotta ai minimi termini, un cacciatore di foche, Essex (Paul Newman), torna nella città che aveva abbandonato dodici anni prima. Qui trova uno scenario desolante, con i cani che divorano i cadaveri nelle strade, le vestigia della civiltà imprigionate fra i ghiacci e le strade decorate da sbiadite gigantografie del passato. L'unica attività rimasta è il Quintet, una sorta di gioco da tavolo che, con le sue cinque fasi, simboleggia la vita stessa, e le cui regole all'interno della pellicola sono appena accennate: a una prima parte ad "eliminazione" fra cinque giocatori, ne segue una seconda dove un sesto è pronto a sfidare il superstite. Quando suo fratello rimane ucciso in un'esplosione, a causa della quale muore anche la sua giovane compagna (incinta!), Essex scopre che in città è in corso un torneo "clandestino" di Quintet dove i giocatori, per primeggiare, devono realmente uccidersi fra loro. Per indagare si sostituisce a uno di essi, assumendone l'identità ed entrando a far parte di un meccanismo pericoloso, costeggiato di alleanze, tradimenti, spietatezze e paranoie... Insolita pellicola di fantascienza post-apocalittica, vagamente ispirata a "La settima vittima" di Sheckley, un unicum nella carriera di Robert Altman che non ebbe alcun successo al botteghino o presso la critica ma che meriterebbe almeno in parte di essere rivalutato – nonostante caratteristiche indubbiamente poco accattivanti (il ritmo quasi soporifero, un messaggio cinico e pessimista) – se non altro per l'aspetto estetico e formale e per il notevole cast internazionale, che oltre a Newman comprende Vittorio Gassman (il giocatore/predicatore Saint Christopher), la bergmaniana Bibi Andersson, il buñueliano Fernando Rey (l'arbitro del gioco), la francese Brigitte Fossey e la danese Nina van Pallandt. Evidente l'intento di ammiccare ai fan del cinema d'autore, come testimonia, oltre al cast, anche il sottotesto filosofico o allegorico della vicenda: si potrebbe paragonare a "Il settimo sigillo", con il Quintet che sostituisce gli scacchi e il giudice-demiurgo interpretato da Rey al posto della Morte. Purtroppo la pellicola soffre anche per una certa pretenziosità (vedi anche la bislacca idea di sfumare i bordi dell'inquadatura, come se sulla macchina da presa fosse applicata una lente o un filtro, per contribuire al senso di torpore e di disperazione che avvolge gli abitanti di un mondo che sta per morire) e per una narrazione un po' prevedibile (che sia in atto una partita di Quintet "dal vivo" è evidente allo spettatore quasi da subito, mentre Essex lo scopre solo alla fine). Interessanti i costumi, che nella loro pesantezza mostrano foggie medievali o rinascimentali, come a sottolineare la regressione della civiltà in seguito all'era glaciale (testimoniata anche dal poco che resta, spesso travisato, del mondo precedente: dai sistemi computerizzati ai riti religiosi). La colonna sonora, ricca di percussioni e di sonorità aspre, è di Tom Pierson.

8 maggio 2015

L'arcidiavolo (Ettore Scola, 1966)

L'arcidiavolo
di Ettore Scola – Italia 1966
con Vittorio Gassman, Claudine Auger
*1/2

Visto in divx.

Quindicesimo secolo: per riaccendere la guerra fra fiorentini e romani, appena conclusa con un trattato di pace dopo la Congiura dei Pazzi, Belzebù invia sulla Terra uno dei suoi diavoli, il principe Belfagor (Gassman). Questi, aiutato da un assistente pestifero e invisibile, Adramalek (Mickey Rooney), si sostituisce a Franceschetto Cybo dell'Anguillara, figlio di papa Innocenzo VIII, che deve sposare Maddalena de' Medici (Auger), figlia di Lorenzo il Magnifico, per suggellare la pace fra le due città. Belfagor porterà a termine la sua missione, mandando all'aria il matrimonio e scatenando l'ira dei fiorentini contro Roma: ma intenzionato a provare i piaceri della carne, finirà con l'innamorarsi davvero di Maddalena e rinuncerà a tornare all'inferno. Sceneggiato da Scola insieme a Ruggero Maccari ispirandosi alla novella "Belfagor arcidiavolo" di Machiavelli, è un fumettone comico poco riuscito e, soprattutto, poco divertente, che punta le sue carte sulla verve di Gassman (al terzo film con Scola), sulla consueta rilettura del rinascimento in chiave moderna (non mancano gli anacronismi: la partita a pallone, le macchine di Leonardo – il carro armato, le ali – e allusioni alla politica odierna) e su battute ("Quasi quasi stanno meglio giù da noi", commenta Belfagor osservando le miserie degli esseri umani), gag e situazioni comiche (le varie cortigiane...) che preannunciano la stagione dei decamerotici e lo scadimento della commedia all'italiana in farsa. Fra i momenti più riusciti, l'invito/sfida di Belfagor ai fiorentini, ai quali promette che farà mostrare la riottosa Maddalena nuda a mezzanotte dalla finestra del proprio palazzo (e naturalmente la popolazione si organizza per attendere l'evento in piazza come se si trovasse in un teatro). Gabriele Ferzetti è Lorenzo de' Medici, Ettore Manni il capitano delle guardie, Rooney – doppiato da Elio Pandolfi – un'inutile spalla comica (Gassman conduce il gioco tutto da solo). Musiche di Armando Trovajoli.

10 dicembre 2014

La congiuntura (Ettore Scola, 1965)

La congiuntura
di Ettore Scola – Italia 1965
con Vittorio Gassman, Joan Collins
**1/2

Visto in divx.

Il principe Giuliano Maria Niccolai Burgos (Gassman) appartiene a una delle più nobili famiglie di Roma, ammanicata con il Vaticano e assistente presso la Santa Sede. A differenza del nonno e degli altri membri della famiglia, però, è più interessato a fare la corte (senza successo) alle ragazze nei locali notturni della città che a presenziare al soglio pontificio. Quando incontra l'affascinante inglesina Jane (Collins), accetta di buon grado di accompagnarla fino in Svizzera per "andare a trovare la zia": ma ignora che la ragazza è una truffatrice, che intende servirsi della sua auto (dotata di targa CD, ovvero Corpo Diplomatico) per varcare indisturbata la dogana e portare così a Lugano un milione di dollari da depositare nelle banche svizzere per conto di un misterioso evasore fiscale. Durante il tragitto vivranno numerose avventure (compreso il furto dell'auto, poi ritrovata, a Rapallo) e anche Jane comincerà a provare affetto per lui. Il secondo lungometraggio di Scola (come sempre scritto in coppia con Ruggero Maccari), è una spigliata commedia on the road che abbina una trama dichiaratamente da fumetto a fugaci riflessioni sulla società dell'epoca (con le prime avvisaglie di una crisi economica che si riflette non soltanto nelle grande fughe di capitali all'estero, ma anche più semplicemente nella scena che mostra gli italiani che vanno a comprare la benzina in Svizzera). Non particolarmente memorabile, nel complesso: ma è salvata dalla verve dei due protagonisti, un Gassman che aggiorna il suo personaggio ruspante e donnaiolo con una certa dose di ingenuità e di buone maniere (è pur sempre un principe!) e lo rende protagonista nel finale di sequenze d'azione e di inseguimento che sembrano uscire da un film americano (sia pur "italianizzate"), e una Joan Collins (doppiata da Maria Pia Di Meo) pulita e sbarazzina (anche se, pare, con i suoi capricci rese un inferno la lavorazione sul set). In una delle scene iniziali, Gassman canta nel night club la canzone "Ritornerai" di Bruno Lauzi.

29 luglio 2014

Se permettete parliamo di donne (E. Scola, 1964)

Se permettete parliamo di donne
di Ettore Scola – Italia 1964
con Vittorio Gassman, Sylva Koscina
**

Visto in divx, con Sabrina.

Già sceneggiatore di commedie all'italiana e di spettacoli di varietà sia televisivi che radiofonici, il trentatreenne Ettore Scola esordisce alla regia con un film a episodi, scritto insieme al fido Ruggero Maccari, che consiste in una serie di nove sketch (o di "barzellette", come le definì Tullio Kezich in una stroncatura dell'epoca) sul tema del sesso o del rapporto fra uomo e donna. Protagonista di tutti i segmenti è sempre Vittorio Gassman, che cerca di diversificare i personaggi cambiando di volta in volta accento, modo di muoversi, capigliatura e quant'altro. Il risultato però è modesto, e solo due o tre degli episodi strappano più di un sorriso. Per salvare il marito che ritiene in pericolo, una donna si concede allo straniero che è giunto a casa sua con un fucile: ma l'uomo voleva soltanto restituire l'arma che aveva avuto in prestito. Un impiegato gioca e scherza in continuazione con i colleghi di lavoro, ma quando torna a casa si mostra serio e scontroso con la moglie e il figlioletto. Un barista scopre che la prostituta con cui è appena stato è la moglie di un suo vecchio compagno di scuola, il quale è consenziente. Un giovane timido e moralista fa amicizia con il seduttore che ha "disonorato" sua sorella e va a donne insieme a lui. Una ragazza mette fretta al suo amante perché quella stessa mattina si deve sposare. Un cliente "scrocca" un passaggio fino a casa alla prostituta che ha abbordato. Un carcerato ottiene una licenza premio di due giorni per stare insieme alla moglie, che però ha un amante e ha architettato tutto per rendere plausibile al marito la propria gravidanza. Una ricca e annoiata aristocratica adesca e fa salire in casa uno stracciaiolo, che rimane deluso quando la donna non ha stracci da vendergli. Un uomo gira per tutto il giorno in auto con la fidanzata alla ricerca di un posto discreto dove appartarsi, ma la ragazza non approva nessun luogo, e l'uomo finirà col soddisfare le proprie voglie con la donna delle pulizie di un motel. Da notare che in quest'ultimo episodio, Gassman cita sé stesso ne "Il sorpasso" (il clacson dell'auto è identico a quello del film di Risi). Fra le attrici che recitano al suo fianco ci sono Sylva Koscina, Giovanna Ralli, Eleonora Rossi Drago, Antonella Lualdi, Jeanne Valérie e Maria Fiore; fra i pochi comprimari maschili, Gigi Proietti e Walter Chiari.

7 luglio 2013

Il sorpasso (Dino Risi, 1962)

Il sorpasso
di Dino Risi – Italia 1962
con Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant
****

Visto in divx, con Marco, Eleonora e Sabrina.

In una Roma assolata e svuotata dal caldo ferragostano, l'estroverso e invadente Bruno Cortona (Gassman) stringe amicizia con il timido studente Roberto Mariani (Trintignant) e lo trascina in un'improvvisata gita in auto fuori porta che si protrarrà sempre più verso nord, prima nell'alto Lazio, poi in Toscana e infine verso la Liguria. Dopo numerosi incontri e avventure, la loro corsa si fermerà per un incidente sull'Aurelia, dove Roberto perderà la vita. Capolavoro di Risi, inizialmente accolto con tiepidità ma divenuto ben presto uno dei più noti e popolari esempi di commedia all'italiana (dove l'analisi sociale e la critica di costume si nascondono dietro i toni ironici e i personaggi sopra le righe), è uno straordinario affresco della società italiana nel pieno del boom economico, di cui uno dei simboli è proprio la vettura guidata dal protagonista: una Lancia Aurelia B24 ("uscita dalle officine nel 1956", cito da Wikipedia, "rappresentava allora il prototipo di un'idea di eleganza e raffinatezza, ma ben presto si trasformò nell'ideale dell'automobile aggressiva, prepotente, truccata nel motore e negli allestimenti"). Tantissimi i riferimenti, nei dialoghi e nelle situazioni, alla cultura (Antonioni, di cui si cita irriverentemente "L'eclisse": e la scena iniziale e quasi surreale in cui Bruno vaga per le strade di una Roma deserta in cerca di sigarette e di un telefono ricorda proprio alcune sequenze di quel film), alla politica (Krusciov, le bombe atomiche) e alla vita dell'epoca (un esempio sono le numerose canzonette presenti nella colonna sonora: fra le altre, successi come "Saint Tropez Twist" di Peppino di Capri, "Guarda come dondolo" e "Pinne, fucile ed occhiali" di Edoardo Vianello, "Vecchio frac" di Domenico Modugno). Ottimamente caratterizzati i due personaggi, anche per merito di due attori eccellenti. Bruno, cialtrone e nullafacente, amante della velocità, delle donne e della bella vita, all'apparenza un vincente (così lo considerano gli altri) ma in realtà un fallito, è il simbolo dell'Italia gaudente che però fatica a togliersi di dosso le sue origini umili e cerca di "nasconderle" dietro l'esuberanza e la vitalità. L'introverso e spaesato Roberto, incapace di difendersi o di non lasciarsi prevaricare da coloro che gli stanno attorno, è invece l'immagine dell'Italia povera ma perbene che stava scomparendo poco a poco. Pur disapprovando il comportamento di Bruno, Roberto non può non sentirne una certa attrazione e il desiderio di diventare come lui (ed è questo il motivo, oltre la naturale arrendevolezza, che lo spinge a rimanere in sua compagnia). E man mano che lascia da parte la propria timidezza e la propria educazione, prendendo l'amico come modello di comportamento (con i suoi contro ma anche i suoi pro, come l'imparare a godersi la vita e a non lasciar fuggire le occasioni che si presentano), non si rende conto di rappresentare simbolicamente la nuova direzione in cui sta muovendo l'Italia. I due uomini infatti "rappresentano due identità della nazione, giunta a un bivio della propria storia. La prima, quella legata ai princìpi, sarà sedotta e morirà, nella fine di un sogno, lasciando campo libero alla seconda Italia, quella furbesca, individualista e amorale". Da sottolineare l'insolito (allora) ricorso alla voce-off, "l'io pensante" di Roberto, attraverso il quale "veniamo a conoscenza della contraddizione tra pensiero e azione che il ragazzo vive a contatto con Cortona, e soprattutto del percorso d'iniziazione erotica e sociale che egli compie. I personaggi protagonisti, così diversi ma in egual misura positivi e negativi, si attraggono e si respingono tra loro, attraendo a loro volta gli spettatori verso due poli distinti e contrapposti d'identificazione sociale". Anche le due scene in cui Bruno e Roberto portano rispettivamente l'amico a conoscere la propria famiglia (da cui si sono irrimediabilmente staccati) vogliono mostrare, fra le altre cose, come il miracolo economico stesse trasformando l'Italia da una società tradizionalmente incentrata sulla famiglia a una più individualistica e consumistica. Quella di Roberto, rimasta ancorata a una rurale e provinciale, è troppo distante persino per lui, che pure fatica a staccarsi dal passato, dalla nostalgia per l'infanzia e dall'influenza del proprio contesto familiare e sociale. Quella di Bruno è quanto di più "moderno" si possa immaginare: genitori separati, figlia (Catherine Spaak) che frequenta (e vorrebbe sposare) un ricco industriale del nord che ha il triplo dei suoi anni (Claudio Gora); ognuno dei suoi membri, Bruno compreso, incarna una caratteristica della nuova alta borghesia benestante, rampante o arrivista.

8 luglio 2012

Profumo di donna (Dino Risi, 1974)

Profumo di donna
di Dino Risi – Italia 1974
con Vittorio Gassman, Alessandro Momo
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Il giovane attendente Giovanni "Ciccio" Bertazzi (Momo) riceve l'incarico di accompagnare il capitano in pensione Fausto Consolo (Gassman) in un viaggio in treno da Torino a Napoli. Ma ignora che l'uomo – rimasto cieco e senza un braccio in seguito a un incidente – ha progettato, una volta giunto a destinazione, di uccidersi insieme a un suo collega, cieco a sua volta. Nel corso delle varie tappe del viaggio – Genova, dove Fausto si intratterrà con una prostituta (Moira Orfei), e Roma, dove farà visita a un cugino prete – il legame fra il capitano e il suo giovane accompagnatore si farà sempre più stretto; a Napoli sarà invece un’ostinata ragazza, Sara (Agostina Belli), a far breccia nel cuore dell’uomo e a farlo desistere dal suo proposito di chiudersi in sé stesso, rifiutare ogni aiuto e rinunciare alla vita. Come nel successivo remake hollywoodiano (“Scent of a woman”, del 1992, con Al Pacino), quasi tutto il “peso” del film si regge sulle spalle dell’attore protagonista, qui un superbo Gassman che dà vita a un personaggio carismatico ed eccentrico, esuberante e sgarbato, che nasconde la depressione e la tristezza di vivere dietro a un comportamento sopra le righe che soltanto la giovane Sara, innamorata di lui sin da bambina, riesce a “leggere” in maniera positiva. Privo della vista, Fausto si affida agli altri sensi (e soprattutto all’olfatto) per godere di quello che ritiene essere il principale piacere della vita, ovvero le donne. Nel cast, comparsata per Alvaro Vitali (il barista). Bel tema musicale di Armando Trovajoli. La sceneggiatura (di Dino Risi e Ruggero Maccari) è ispirata a un romanzo ("Il buio e il miele") di Giovanni Arpino.

17 gennaio 2011

L'udienza (Marco Ferreri, 1971)

L'udienza
di Marco Ferreri – Italia 1971
con Enzo Jannacci, Claudia Cardinale
*1/2

Visto in divx, con Marisa.

Un uomo cerca inutilmente di ottenere un'udienza dal papa in Vaticano, e si ritrova ostacolato da barriere di ogni tipo: burocrazia, politica, conflitti clericali, continui "rimpalli" da un'autorità all'altra e l'ostracismo di una serie di personaggi che rappresentano i cosiddetti poteri forti. "Mi sembra di essere in una situazione kafkiana", dice Enzo Jannacci (in una delle sue rare prove d'attore: ma la sua inespressività non convince particolarmente), e infatti il riferimento principale è proprio "Il castello" di Kafka. Peccato però che il film – pur partendo da un buono spunto: l'incomunicabilità fra il cittadino e il potere, qui rappresentato da una gerarchia religiosa che si rende inaccessibile ai fedeli – sia troppo labirintico e giri a vuoto, risultando poco interessante, popolato com'è da personaggi monolitici e schematici. Alla lunga, è noioso e ripetitivo. Non sapere che cosa Amedeo voglia dire di persona al papa (non che poi importi, fra l'altro, ai fini del film) non facilita certo il coinvolgimento dello spettatore, mentre la sottotrama sentimentale – con tanto di figlio illegittimo – lascia il tempo che trova. Forse Ferreri non fa per me: dal poco che ho visto finora non è mai riuscito a catturarmi appieno (mi manca però "La grande abbuffata", che da molti è considerato il suo film migliore). Peccato anche perché il cast è notevole: da Ugo Tognazzi (un funzionario di polizia) a Claudia Cardinale (una prostituta d'alto bordo), da Vittorio Gassman (un principe) a Michel Piccoli (un monsignore).

10 febbraio 2010

C'eravamo tanto amati (E. Scola, 1974)

C'eravamo tanto amati
di Ettore Scola – Italia 1974
con Nino Manfredi, Vittorio Gassman
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Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria, Ginevra, Monica e Giuseppe.

Uno dei capolavori del cinema italiano, questa ispiratissima commedia dolce-amara segue per trent'anni – attraverso speranze, amori, delusioni e fallimenti, in un paese che cambia e che si trasforma – le vite parallele e incrociate di tre amici che si conoscono da partigiani, durante la resistenza, ma prendono poi strade diverse, assistendo lungo la via al crollo dei loro ideali sociali, politici e culturali. L'infermiere e portantino romano Antonio (Nino Manfredi), il più spontaneo dei tre, aspira ad un'esistenza semplice e onesta ma sconta la fedeltà alle proprie idee politiche e la mancanza di ambizioni; il meridionale Nicola (Stefano Satta Flores), dapprima insegnante frustrato e poi intellettuale cinefilo, si pone in continua polemica con il mondo e si smarrisce in rivendicazioni astratte e iperboliche; l'arrivista Gianni (Vittorio Gassman), avvocato rampante, mette da parte i propri valori e tradisce amici ed affetti, sposando per interesse la figlia di un ricco palazzinaro. Tutti e tre, a un certo punto della loro vita, si innamoreranno di Luciana (Stefania Sandrelli, figura centrale ma sfuggente nell'economia del film), aspirante attricetta che alla fine sceglierà Antonio, lasciando Gianni a rimpiangerla per tutta la vita. Come nei migliori esempi di commedia all'italiana, il film fonde – grazie all'intensa e scoppiettante sceneggiatura di Scola, Age e Scarpelli – momenti di riuscitissimo umorismo (con battute memorabili come "Nocera è inferiore perché ha dato i natali a gente come voi!"), uno sguardo amaro e realista sulle vicissitudini della vita (con tutta la delusione nell'assistere al crollo delle speranze che avevano animato gli anni della liberazione e del dopoguerra), ficcanti ritratti delle categorie che caratterizzavano allora – e tuttora – lo scenario socio-politico del paese (i tre protagonisti impersonano rispettivamente il populismo di sinistra, l'inconcludenza degli intellettuali, il trasformismo degli opportunisti) e una convinta caratterizzazione dei personaggi che, lungi dal trasformarsi in caricature fini a sé stesse, sono delineati con sincera umanità e convincente introspezione, al punto che al termine del film dispiace quasi dover dire loro addio. Molto bravi gli attori: oltre ai protagonisti, nel magnifico cast brillano anche il grande – in tutti i sensi – Aldo Fabrizi (impresario edile ricco e ruspante, simbolo di una concezione degli affari "familiare" e prevaricatrice, convinto – a ragione – che i ricchi siano le persone più sole al mondo e talvolta inquadrato dal basso come Orson Welles ne "L'infernale Quinlan") e Giovanna Ralli (sua figlia Elide, la moglie di Gianni, che da semianalfabeta cerca teneramente di "elevarsi" per dimostrarsi degna del marito), comprimari a loro volta ritratti da Scola con grande simpatia e indulgenza.

La ricostruzione storica e ambientale si giova della trovata di girare in bianco e nero le scene del dopoguerra (tutta la prima metà del film), passando al colore in concomitanza con il momento in cui l'Italia si trasforma da paese arretrato e "neorealista" in nazione moderna e industrializzata senza però mettere da parte squilibri e contraddizioni (il passaggio vero e proprio avviene sull'inquadratura del dipinto di un madonnaro sul selciato, nella scena in cui i tre amici si separano per poi ritrovarsi solo molti anni dopo, alla fine del film). Ma anche la regia ci mette del suo, con numerose trovate geniali – talvolta ai limiti del surreale – come quelle che fanno comunicare tra loro i personaggi in maniera inusuale, dandogli modo di esplicitare pensieri e frasi non dette: dallo spoof dello "Strano interludio" di Eugene O'Neill alla scena in cui Antonio e Luciana si parlano per bocca dei personaggi del film che stanno guardando al cinema ("Schiavo d'amore", con Kim Novak); dalla solitudine di Nicola che, nella sua "redazione", interloquisce con la moglie e il figlio a chilometri di distanza, al dialogo fra Gianni e la moglie Elide, appena scomparsa in un incidente stradale, nella spettrale penombra di uno sfasciacarrozze. L'utilizzo delle luci e della fotografia risulta fondamentale in molte di queste sequenze che, prese singolarmente, sembrano giocare con lo spazio (riducendolo, ampliandolo, destrutturandolo), mentre la pellicola nel suo complesso sembra attraversare invece un'altra dimensione, quella del tempo. Non a caso, è come se tutto il film si svolgesse nello spazio di un attimo, di una frazione di secondo: quella che servirà a Gianni a completare il suo "tuffo" in piscina, interrotto con un fermo immagine all'inizio della pellicola e portato a termine – come aveva preannunciato Nicola rivolgendosi direttamente agli spettatori (un'altra trovata che i personaggi continueranno a sfruttare in continuazione, parlando al pubblico come per invitarlo a partecipare alle loro vicende) – soltanto dopo aver concluso quello che di fatto è un lungo, lunghissimo flashback.

Ma il film è anche un omaggio a trent'anni di cinema italiano, con citazioni esplicite dalle pellicole di De Sica (Nicola e la moglie assistono a "Ladri di biciclette", accapigliandosi con i notabili del paese che condividono le opinioni di Andreotti sui panni sporchi da lavare in casa), Fellini (Antonio incontra nuovamente Luciana, dopo averla persa di vista per qualche tempo, sul set de "La dolce vita") e Antonioni (Elide si identifica con Monica Vitti, paladina dell'alienazione e dell'incomunicabilità), mentre molti protagonisti della scena culturale e dello spettacolo di quegli anni vi recitano nei panni di sé stessi (Mike Bongiorno, Fellini, Mastroianni; era prevista anche la partecipazione di Vittorio De Sica, ma il regista morì proprio durante le riprese, e dunque le scene in cui compare sono tratte da immagini di repertorio. Il film, naturalmente, è dedicato a lui). Non mancano citazioni atipiche per Visconti e Rossellini, e nemmeno riferimenti a Eisenstein ("La corazzata Potëmkin", che l'esaltato Nicola illustra a Luciana sulla scalinata di Piazza di Spagna) e Resnais (gli amici di Antonio si recano a vedere "L'anno scorso a Marienbad"). Fra le tante sequenze che varrebbero da sole la visione del film, vorrei citare quella quasi straziante di Nicola che si presenta a "Lascia e raddoppia" e sbaglia una risposta proprio su "Ladri di biciclette"; Antonio che scambia Gianni per un parcheggiatore a Piazza del Popolo; gli abitanti della villa di Gianni che non riescono a incontrarsi e a comunicare fra di loro (e che poi, quando escono di casa, utilizzano ognuno un'automobile diversa); l'attesa davanti al falò per iscrivere i bambini a scuola; le litigate sotto la pioggia e nelle piazze di una Roma che assurge al rango di scenario ideale, vero contenitore di emozioni e di esistenze di ogni tipo. Molte pure le frasi da annotarsi sul taccuino: "Vincerà l'amicizia o l'amore? Sceglieremo di essere onesti o felici?, "Erano tempi duri, ma noi eravamo poveri ma felici, come dicono i ricchi", "Il futuro è già passato, e non ce ne siamo accorti", "Vivere come ci pare e piace costa poco, perché lo si paga con una cosa che non esiste: la felicità", "L'intellettuale è più avanti, è più su, è più giù, egli è irraggiungibile, egli è più oltre!", e la più celebre e citata di tutte: "Credevamo di cambiare il mondo, e invece il mondo ha cambiato noi". La bella colonna sonora è di Armando Trovajoli (compresa la canzone "Ed io ero Sandokan"). Il titolo del film, da allora entrato nel linguaggio comune, proviene invece da un verso di una canzone degli anni venti, "Come pioveva", a suo tempo cantata – fra gli altri – anche da Vittorio De Sica.

8 giugno 2008

Una vita difficile (Dino Risi, 1961)

Una vita difficile
di Dino Risi – Italia 1961
con Alberto Sordi, Lea Massari
***1/2

Visto in DVD.

Dino Risi era un maestro della commedia all'italiana, ma con questo film dimostra di saper padroneggiare perfettamente anche il cinema drammatico a sfondo sociale, realizzando – con l'aiuto di un fenomenale Alberto Sordi – il ritratto di un uomo “che non cerca la fortuna”, disposto a rinunciare a ogni cosa in nome della coerenza e della fedeltà alle proprie idee. La sua vicenda umana si muove di pari passo con la storia dell'Italia dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni del boom economico, e le diverse scene, spesso ambientate ad anni di distanza l'una dall'altra, attraversano i principali eventi storici e politici del dopoguerra. Dapprima partigiano sul lago di Como (dove incontra la ragazza che diventerà sua moglie), Sordi diventa poi un intransigente giornalista politico in un quotidiano di sinistra e rinuncia a ogni tentazione di ricchezza e di corruzione, preferendo vivere nella miseria, andare in prigione e perdere la moglie piuttosto che tradire i propri ideali: ma quando, dopo l'ennesima sconfitta morale, pur di riconquistare la donna che ha sempre amato accetta di mettersi al servizio di quegli stessi potenti che aveva attaccato e denunciato in passato, l'ennesima umiliazione lo spingerà a rialzare la testa. Fra scene memorabili (su tutte la cena in casa dei nobili monarchici che ha luogo la sera stessa del referendum del 1946), citazioni cinematografiche (Vittorio Gassman, Silvana Mangano e Alessandro Blasetti, nella scena a Cinecittà, compaiono nelle parti di sé stessi), geniali improvvisazioni (la scena in cui Sordi sputa sulle auto di lusso sul lungomare di Viareggio non era nel copione), una colonna sonora ricca di canzonette d'epoca e un misto di ironia e melodramma, con quella comicità amara e malinconica che ha reso grande il cinema italiano, il film descrive con efficacia “una vita difficile” (il titolo è anche quello del romanzo autobiografico che Sordi scrive e che viene rifiutato da tutti gli editori) in un “paese difficile”, attaccando la corruzione e la retorica del potere ma soprattutto l'opportunismo e la mancanza di orgoglio di chi sceglie volontariamente di sottomettervisi.