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24 marzo 2023

Gang (Robert Altman, 1974)

Gang (Thieves like us)
di Robert Altman – USA 1974
con Keith Carradine, Shelley Duvall
***

Visto in divx.

Tre ergastolani – i gangster veterani ed esperti Chicamaw (John Schuck) e T-Dub (Bert Remsen) e il pivello Bowie (Keith Carradine), condannato per un omicidio commesso quando aveva sedici anni – evadono dai lavori forzati e decidono di mettersi insieme a rapinare banche nel Mississippi alla fine degli anni trenta. Tra un colpo e l'altro si rifugiano presso parenti o amici che li ospitano di malavoglia. Bowie si innamora della giovane Keechie (Shelley Duvall) e sogna di mettere su famiglia con lei. Ma la polizia è sulle loro tracce... Tratto dal romanzo "Ladri come noi" (1937) di Edward Anderson, lo stesso che aveva ispirato il classico "La donna del bandito" di Nicholas Ray (di cui pertanto è di fatto un remake), il film è girato da Altman focalizzandosi più sui momenti di quiete e di quotidianità dei banditi in fuga fra un colpo e l'altro che non sulle rapine vere e proprie (quasi mai rappresentate in diretta), e in questo guarda – senza nasconderlo – al "Gangster story" di Arthur Penn del 1967, che aveva portato sullo schermo la vera storia di Bonnie & Clyde. La ricostruzione d'epoca, sia pure realizzata con pochi mezzi (essenzialmente le automobili e l'ampio ricorso ai programmi radiofonici) è eccellente: gli aspetti sociali di un paese da poco uscito dalla Grande Depressione si riflettono nei discorsi di T-Dub ("Avrei dovuto fare il commercialista, e rapinare la gente con il cervello, non con la pistola"), che ricorda ai complici come alle banche, essendo assicurate, quasi conviene essere rapinate. Interessante anche l'uso diegetico della colonna sonora e delle trasmissioni radiofoniche, come nella scena in cui Bowie e Keechie amoreggiano mentre la radio trasmette un adattamento del "Romeo e Giulietta", o in quelle in cui, durante una rapina, si ode un discorso del presidente Franklin Delano Roosevelt. La narrazione appare a tratti un po' disgiunta, dando quasi la sensazione di essere improvvisata scena per scena: ma è una caratteristica del cinema di Altman. Notevole la quantità di product placement della Coca-Cola. Il cast di contorno comprende Louise Fletcher (Mattie), Ann Latham (Lula) e Tom Skerritt (Dee).

25 settembre 2021

The company (Robert Altman, 2003)

The Company (id.)
di Robert Altman – USA 2003
con Neve Campbell, Malcolm McDowell
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Quasi senza trama, il film segue le vicissitudini di una compagnia di danza moderna, guidata dal direttore artistico italo-americano Alberto Antonelli (Malcolm McDowell), mentre prova e poi mette in scena una serie di balletti. Fra i vari membri del corpo di ballo spicca la giovane Ry (Neve Campbell), che dimostra tutto il suo talento interpretando una difficile coreografia in uno spettacolo all'aperto, mentre nel cielo soprastante infuria una tempesta. Le prove e gli allenamenti, le lunghe sequenze dei balletti, le bizzarre scenografie, sono punteggiate da piccoli incidenti (l'infortunio a una ballerina, la ridistribuzione dei ruoli) e intervallate da momenti di svago o di vita quotidiana – Ry, che si guadagna da vivere come cameriera, inizia a frequentare un giovane cuoco, Josh (James Franco) – senza però mai sfiorare luoghi comuni o melodrammaticità: di fatto è quasi un documentario più che un film narrativo. Buona comunque la caratterizzazione dei personaggi. Neve Campbell, che da giovane ha studiato balletto, è anche co-autrice del soggetto, poi sceneggiato da Barbara Turner (la madre di Jennifer Jason Leigh). Altman, ovviamente, si trova a proprio agio nel dirigere un film corale, il cui risultato finale è dato dalla somma (o dalla sovrapposizione) di tanti elementi. I danzatori sono quelli del Joffrey Ballet di Chicago, e il personaggio interpretato da McDowell si ispira a Gerald Arpino, fondatore della compagnia in questione.

31 ottobre 2020

MASH (Robert Altman, 1970)

MASH (id.), aka M*A*S*H
di Robert Altman – USA 1970
con Donald Sutherland, Elliott Gould
***1/2

Rivisto in DVD.

Le avventure, irriverenti e scanzonate, di un gruppo di indisciplinati medici e chirurghi dell'esercito americano presso un ospedale da campo a pochi chilometri dalle linee nemiche durante la guerra in Corea (l'acronimo MASH significa infatti "Mobile Army Surgical Hospital"). Il primo grande successo nella carriera di Robert Altman, tratto da un romanzo (semi-autobiografico) di Richard Hooker (sceneggiato da Ring Lardner Jr.: ma il copione venne pesantemente stravolto dal regista) è una delle pellicole più importanti nella storia del cinema e della cultura americana di quegli anni, una pietra miliare farsesca e dissacratoria che fece una forte presa sul pubblico in tempi di contestazione contro la guerra del Vietnam. Anche se il film si svolge in Corea, con tanto di citazioni del generale MacArthur e del presidente Eisenhower sui titoli di testa, in realtà il bersaglio è infatti proprio quello: "Per me, quello era il Vietnam [...] Tutti i riferimenti politici nel film erano a Nixon e alla guerra del Vietnam", dichiarerà lo stesso Altman. Naturalmente c'erano già stati precedenti di pellicole che demistificavano o ironizzavano sul tema della guerra, in aperta opposizione alla retorica dell'eroismo bellico: da "Operazione sottoveste" di Blake Edwards (per molti versi un precursore di "MASH") al "Dottor Stranamore" di Stanley Kubrick. Pochi mesi più tardi sarebbe giunto nelle sale anche "Comma 22" di Mike Nichols, tratto peraltro da un libro che precedeva di qualche anno quello di Hooker. Ma il divertimento contagioso che si prova assistendo alle vicissitudini sfrontate e goliardiche di questi personaggi rimarrà a lungo ineguagliato. E l'impostazione corale ed episodica della pellicola, nonché la sua narrazione confusa, anarchica e destrutturata, resteranno marchi di fabbrica di gran parte del cinema di Altman (si pensi a titoli come "Nashville", "I protagonisti" o "America oggi"). Da sottolineare anche il sonoro, con le voci che si sovrappongono, si interrompono, o tentennano in maniera naturalistica (a proposito: memorabile anche il cast dei doppiatori italiani, che comprendono Sergio Graziani, Pino Locchi, Massimo Turci, Rita Savagnone, Oreste Lionello e Ferruccio Amendola), contribuendo ad altri due segreti del successo del film, vale a dire "la sintassi liberissima e il ritmo stralunato".

Fra i personaggi, uniti dal cameratismo, dall'ironia goliardica, dall'amore per l'alcol, le donne e il gioco e dall'insofferenza verso l'autorità (specie se bigotta o repressiva), spiccano i chirurghi "Occhio di Falco" ("Hawkeye") Pierce (Donald Sutherland), "Razzo" ("Trapper") John McIntyre (Elliott Gould) e "Duke" Forrest (Tom Skerritt), arrivati da poco nell'ospedale da campo comandato dal serafico colonnello Blake (Roger Bowen), che tutti chiamano semplicemente Henry, abituato a lasciar fare e a chiudere un occhio sulle frequenti infrazioni alle regole dei suoi sottoposti purché portino a compimento il proprio lavoro, che è quello di salvare vite. E i nostri eroi lo fanno, alternandosi fra lunghe e difficili operazioni chirurgiche (con profluvio di sangue mostrato sullo schermo, un modo – come le frequenti battute, elargite con nonchalance – per esorcizzare paure e tensioni: "se questo sapesse da che pagliacci è operato avrebbe un collasso") e periodi più tranquilli di svago o di scherzo, in cui giocano a golf o a football, amoreggiano con le infermiere, prendono il sole degustando un Martini con l'oliva (che il giovane attendente del campo è stato addestrato a preparare) e architettano crudeli burle ai danni di chi non sta al gioco o pretende un troppo severo rispetto delle regole. Fra questi ci sono il maggiore Burns (Robert Duvall), fanatico religioso e intransigente, e la capo infermiera Houlihan (Sally Kellerman), militarista interessata alla morale e al decoro e ribattezzata da tutti "Bollore" ("Hot Lips") dopo una memorabile beffa notturna in cui è sorpresa ad amoreggiare proprio con l'inflessibile Burns (e l'audio del loro incontro è trasmesso in diretta attraverso gli altoparlanti del campo). Da ricordare anche il cappellano "Vinsanto" (René Auberjonois), l'infermiera "Brioche" (Jo Ann Pflug), il caporale tuttofare "Radar" (Gary Burghoff) e il dentista iperdotato "Cassiodoro" (John Schuck), protagonista di uno degli episodi più elaborati, quello in cui intende suicidarsi perché convinto di essere diventato impotente e omosessuale, e gli amici lo "aiutano" a modo loro (l'inquadratura che fa il verso all'ultima cena leonardesca rimane uno dei momenti più impagabili e satirici del cinema di Altman). Nel cast anche Carl Gottlieb, David Arkin, Danny Golman, Corey Fischer, Dawne Damon, Tamara Horrocks e, non accreditati, il campione di football Ben Davidson (uno degli avversari) e un giovane Sylvester Stallone.

Altri episodi esilaranti sono quelli legati alla breve trasferta in Giappone di Pierce e McIntyre, che approfittano dell'invito a operare il figlio di un deputato per godersi qualche giorno di vacanza e sbeffeggiare un colonnello, e la partita finale a football americano (anche se il doppiaggio italiano parla di rugby) contro la squadra di altro reparto, che i nostri eroi vinceranno grazie all'arrivo di un "neurochirurgo" ex giocatore professionista, "Catapulta" Jones (Fred Williamson), e naturalmente al gioco sporco (come le iniezioni di calmante ai giocatori avversari). Le riprese della partita, con la macchina da presa che si getta in campo e in mezzo alle mischie, fanno sembrare questo sport peggio della guerra! Ma è in generale tutta la forma filmica, per esempio la fotografia "grezza" e poco luminosa di Harold E. Stine, a rendere reale l'atmosfera di un film che si distanzia come non mai dallo stile pulito con cui Hollywood aveva sempre rappresentato la guerra e l'ambiente dell'esercito. Non a caso Altman dovette lottare con i produttori per mantenere nel montaggio alcune scene (quelle girate ai tavoli operatori) e un linguaggio pieno di parolacce e di battute sessiste o volgari. La colonna sonora comprende la bella canzone "Suicide is painless" di Johnny Mandel (il cui testo fu scritto da Mike Altman, figlio – allora quattordicenne! – del regista), nonchè diverse canzoni d'epoca (come "Tokyo Shoe Shine Boy", "My Blue Heaven" o "Chattanooga Choo Choo") cantate in giapponese e trasmesse attraverso gli altoparlanti del campo. E proprio questi sono un continuo spunto di gag, filo conduttore dell'intera pellicola con fior di comunicati sconclusionati, che talvolta comprendono l'annuncio dei film di guerra proiettati nel cinema del campo (l'ultimo dei quali è proprio "MASH", del quale lo speaker elenca i principali interpreti, sostituendosi ai titoli di coda). Il successo del film, sia di pubblico che di critica (vinse la Palma d'Oro a Cannes e il premio Oscar per la miglior sceneggiatura non originale, oltre ad altre quattro nomination fra cui quelle per il miglior film e la migliore regia), darà vita a una serie tv che proseguirà per undici stagioni (senza il coinvolgimento di Altman o dei principali attori originali). In quest'ultima, così come nelle locandine del film, l'acronimo del titolo è scritto con tre asterischi che separano le lettere (M*A*S*H), anche se sullo schermo appare senza di essi.

20 gennaio 2020

Quel freddo giorno nel parco (R. Altman, 1969)

Quel freddo giorno nel parco (That cold day in the park)
di Robert Altman – USA/Canada 1969
con Sandy Dennis, Michael Burns
**1/2

Visto in divx.

In un freddo giorno d'autunno, la solitaria e repressa Frances (Sandy Dennis) – che vive nella casa di Vancouver un tempo appartenuta alla madre – nota un ragazzo (Michael Burns) seduto su una panchina nel parco di fronte, fradicio sotto la pioggia. Mossa a compassione, lo invita a entrare in casa e gli offre cibo, un letto e un bagno caldo. Il ragazzo non parla, ma sembra accettare di buon grado le offerte della ragazza: e la sua sola presenza basta a riaccendere la spenta Frances, finora priva di ogni vita affettiva (i suoi unici frequentatori sono anziani conoscenti e amici della madre). Scopriremo poi che il misterioso ragazzo in realtà finge soltanto di essere muto: è un hippy che vive alla giornata, che si diverte a ingannare la gente e che occasionalmente fugge dalla casa di Frances (dove lei prova a tenerlo rinchiuso) per tornare a frequentare gli scapestrati amici di un tempo. Nel frattempo la donna lo coccola come un cucciolo, cerca disperatamente il suo affetto e, pur di tenerlo legato a sé, giunge persino ad avventurarsi per la città in cerca di una prostituta per lui... Un film sobrio ma dal particolare fascino, che si fa via via sempre più inquietante (anche per via del ribaltamento di ruoli: si passa dal punto di vista di lei a quello di lui), ben diretto da un Altman agli esordi, grazie anche alla fotografia “brumosa” di László Kovács e alla malinconica musica d'atmosfera di Johnny Mandel. La sceneggiatura (di Gillian Freeman) è tratta da un romanzo di Richard Miles. Eccellenti i due protagonisti (lui sembra quasi uno hobbit!). Edward Greenhalgh è il dottor Stevenson, Luana Anders l'amica Sylvia, Suzanne Benton la prostituta Nina. Nell'edizione italiana mancano diverse scene (tagliate senza motivo se non quello di accorciare la pellicola).

17 aprile 2019

Buffalo Bill e gli indiani (R. Altman, 1976)

Buffalo Bill e gli indiani, ovvero: La lezione di storia di Toro Seduto (Buffalo Bill and the Indians, or Sitting Bull's History Lesson)
di Robert Altman – USA 1976
con Paul Newman, Geraldine Chaplin
***

Visto in TV.

Buffalo Bill, al secolo William F. Cody (Paul Newman), il cui mito di eroe della frontiera americana è dovuto ai romanzi d'avventura dello scrittore Ned Buntline (Burt Lancaster), ingaggia come guest star per gli spettacoli del suo circo itinerante nientemeno che il feroce capo indiano Toro Seduto (Frank Kaquitts), da poco sconfitto. Questi accetta di prestarsi a tali pagliacciate – che ricostruiscono le guerre indiane, fra comparse acrobatiche e bande musicali, a beneficio di un pubblico pagante – soltanto per raccontare i massacri perpetrati dai bianchi e per guadagnare migliori condizioni di vita per il suo popolo rinchiuso nelle riserve. L'incontro con la silenziosa dignità del pellerossa porterà Cody a confrontarsi con sé stesso, con la propria immagine di eroe fasulla e creata a beneficio dello show business (come la falsa capigliatura che sfoggia in testa: significativa la frase di Buntline al momento di accomiatarsi da lui: "Buffalo Bill, lieto di averti inventato") e con i propri fantasmi. Ispirandosi alla commedia teatrale "Indians" di Arthur Kopit (riscritta dal regista insieme ad Alan Rudolph), Altman demistifica e smaschera il mito dell'eroismo e del selvaggio west attraverso la figura della "stella" vanitosa di uno spettacolo fatto soltanto di finzione e pantomime. Non contento, il regista destruttura la narrazione (come aveva già fatto con "MASH") per dare vita a un film corale dalla struttura episodica e caotica, dove le tante figure storiche (tutte realmente esistite) appaiono nella loro completa e umana fragilità, rendendo ancora più netto il contrasto con l'orgoglio e la dirittura morale dei pellerossa sconfitti ma non piegati (ben diversi dai selvaggi sanguinosi raccontati dalla mitologia del tempo). Geraldine Chaplin è una Annie Oakley nevrotica, John Considine un pavido Frank Butler, Harvey Keitel è il nipote di Buffalo Bill che vive nel mito dello zio, Will Sampson il gigantesco interprete di Toro Seduto. Nel cast anche Joel Grey, Kevin McCarthy, Pat McCormick e Shelley Duvall. Il film vinse l'Orso d'Oro a Berlino ma fu male accolto dal pubblico americano in un anno in cui gli Stati Uniti festeggiavano il loro bicentenario e non erano pronti a mettere in discussione alcuni dei loro miti fondanti. I titoli di testa non presentano i nomi dei personaggi, ma il loro ruolo nella storia ("L'impresario", "La stella", ecc.). L'edizione italiana dura quasi mezz'ora in meno rispetto a quella originale.

22 luglio 2018

I compari (Robert Altman, 1971)

I compari (McCabe & Mrs. Miller)
di Robert Altman – USA 1971
con Warren Beatty, Julie Christie
***

Rivisto in divx.

Un western insolito che – com'è tipico di Altman – più che sulla storia o sui personaggi si concentra sulla descrizione di un ambiente: quello delle città americane di frontiera che sorgevano nel giro di pochi giorni nei pressi delle miniere fra le montagne e si popolavano rapidamente di disperati pronti a tutti pur di fare fortuna. Il protagonista, John McCabe (un Beatty che, con il barbone, assomiglia quasi a Kris Kristofferson), ex giocatore d'azzardo professionista e forse ex pistolero, vede l'occasione di emergere mettendo in piedi qualcosa che alla comunità manca ancora: un bordello. L'impresa, grazie anche alla consulenza e alla collaborazione di una "professionista" del settore come la signora Miller (Julie Christie), ha rapidamente successo. Ma quando un'importante compagnia intende rilevare la sua attività, tira troppo la corda e si ritrova costretto a difendere la propria vita con le armi. Violenza, cinismo, opportunismo, prevaricazione: questa era la giovane America nell'ottocento. Il film ne ricrea bene il panorama, grazie anche alla fotografia d'atmosfera di Vilmos Zsigmond, cupa nel ritrarre tanto gli esterni (mostrandoci una cittadina fredda, sporca e perennemente sferzata dalla pioggia, dal vento e dalla neve: il climax finale si svolge proprio sotto una copiosa nevicata) che gli interni (illuminati fiocamente e con colori caldi). Ne risulta un western del tutto atipico, antiromantico e che va volontariamente contro le convenzioni del genere (dall'eroe tutto d'un pezzo al setting asciutto e soleggiato), illustrando un mondo dimenticato da Dio (significativa la chiesa che brucia nel finale) e dalla legge. Alcuni personaggi di contorno avrebbero potuto essere caratterizzati di più o avere maggior spazio nella vicenda (il barbiere nero, la giovane sposina), ma nel complesso si tratta di un film originale e "di rottura", giustamente celebrato. Nel cast anche René Auberjonois, John Schuck, Shelley Duvall e Keith Carradine. Interessante la colonna sonora, con tre canzoni di Leonard Cohen ("The Stranger Song", "Sisters of Mercy" e "Winter Lady").

28 agosto 2017

Kansas City (Robert Altman, 1996)

Kansas City (id.)
di Robert Altman – USA 1996
con Jennifer Jason Leigh, Miranda Richardson
**

Visto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

Alla vigilia delle elezioni congressuali del 1934, il ladruncolo Johnny O'Hara (Dermot Mulroney) tenta di rapinare un facoltoso scommettitore appena giunto in città per sperperare il proprio denaro allo Hey Hey Club, locale di musica e gioco d'azzardo gestito dal gangster Seldom Seen (Harry Belafonte). Scoperto, viene “prelevato” dagli uomini di questi, che intende punirlo per l'affronto. E per tirarlo fuori dai guai, la sua giovane moglie Blondie (Jennifer Jason Leigh) rapisce a sua volta Carolyn (Miranda Richardson), consorte – dipendente dal laudano – del politico Henry Stilton (Michael Murphy), consigliere del presidente F. D. Roosevelt, sperando di costringere le autorità a fare irruzione nel locale. Mentre dietro le quinte vengono fatte trattative e prese decisioni, le due donne trascorrono insieme tutta la notte in giro per la città, stringendo uno strano legame. Come al solito, Altman immerge i suoi personaggi in un ambiente che è quasi più importante della storia narrata: siamo negli anni del New Deal, un'epoca descritta attraverso gli abiti e le vetture, i riferimenti culturali (divi come Jean Harlow, di cui Blondie è una fan e imita la capigliatura, o Charles Lindberg, di cui si cita nei dialoghi il celebre caso del rapimento del figlioletto; il fumetto "Blondie" e il programma radiofonico "Amos 'n' Andy") e politici, e soprattutto la musica, con il jazz incessante nel locale di Seldom Seen, dove leggendari sassofonisti (come Coleman Hawkins, Lester Young e Ben Webster, interpretati da musicisti contemporanei) improvvisano l'uno di fronte all'altro in una sfida continua. Proprio il ritratto della vivace scena musicale della Kansas City di quegli anni è l'aspetto migliore della pellicola, mentre d'altro canto la struttura narrativa appare deboluccia, nonostante i diversi personaggi – Addie Parker e suo figlio Charlie, il futuro jazzista; la quattordicenne di colore Nettie (Jane Adams), giunta in città perché incinta; lo spregiudicato Johnny Flynn (Steve Buscemi), che manipola le elezioni portando carriolate di vagabondi e di disperati a votare ai seggi – che incrociano il cammino delle due protagoniste. A deludere è soprattutto il finale, che in qualche modo vanifica tutto quello che si era visto in precedenza (e rende persino inutili alcune sottotrame e diversi personaggi di contorno).

28 marzo 2016

Conto alla rovescia (R. Altman, 1968)

Conto alla rovescia (Countdown)
di Robert Altman – USA 1968
con James Caan, Robert Duvall
**

Visto in divx.

Per anticipare i sovietici, che stanno per inviare sulla Luna una capsula con tre cosmonauti, la NASA accelera a sua volta il programma segreto Pilgrim: con sole tre settimane di addestramento verrà lanciato sul satellite l'astronauta civile Lee Stegler (James Caan), scelto a discapito dell'amico Chiz (Robert Duvall) perché quest'ultimo è un militare e gli Stati Uniti non vogliono – al pari dei russi – dare l'impressione che la conquista della Luna abbia connotazioni belliche. Fra Lee e Chiz scoppia un'accesa rivalità, ma alla fine il secondo accetta di addestrare il primo per la difficile missione. Un film di hard science fiction che segna il ritorno di Altman al cinema dopo un paio di tentativi senza successo e un decennio trascorso a lavorare per lo più in televisione. La pellicola affronta un tema che era quanto mai di attualità, visto che in quegli anni la guerra fredda si combatteva anche nello spazio e la conquista della Luna era ormai percepita da tutti come imminente (avverrà infatti l'anno dopo). In ogni caso, rispetto a quella dell'Apollo 11, il film (tratto da un romanzo di Hank Searls) racconta una missione leggermente diversa: gli americani inviano un solo uomo sulla Luna (i russi tre), e questi dovrà rimanere sul satellite per quasi un anno, all'interno di un "rifugio" lanciato in precedenza, in attesa che una capsula successiva giunga a riprenderlo. Pur realizzato con un budget notevolmente basso, la pellicola è ben curata dal punto di vista scientifico, anche se tutto sembra su "piccola scala", compresa l'organizzazione della NASA (che ha collaborato alla realizzazione). Peccato che sia nel complesso poco emozionante, con poca suspense e con personaggi debolmente caratterizzati (il rapporto fra Lee e Chiz si basa solo sulla loro amicizia/rivalità): si salva la scena in cui Lee, sulla Luna, trova i cosmonauti russi morti ed espone la bandiera sovietica insieme a quella americana. La colonna sonora è di Leonard Rosenman. Ad Altman fu rifiutato il montaggio finale.

20 febbraio 2016

Quintet (Robert Altman, 1979)

Quintet (id.)
di Robert Altman – USA 1979
con Paul Newman, Vittorio Gassman
**1/2

Rivisto in divx.

In un lontano futuro, con la Terra ricoperta dai ghiacci e la popolazione ormai sterile e ridotta ai minimi termini, un cacciatore di foche, Essex (Paul Newman), torna nella città che aveva abbandonato dodici anni prima. Qui trova uno scenario desolante, con i cani che divorano i cadaveri nelle strade, le vestigia della civiltà imprigionate fra i ghiacci e le strade decorate da sbiadite gigantografie del passato. L'unica attività rimasta è il Quintet, una sorta di gioco da tavolo che, con le sue cinque fasi, simboleggia la vita stessa, e le cui regole all'interno della pellicola sono appena accennate: a una prima parte ad "eliminazione" fra cinque giocatori, ne segue una seconda dove un sesto è pronto a sfidare il superstite. Quando suo fratello rimane ucciso in un'esplosione, a causa della quale muore anche la sua giovane compagna (incinta!), Essex scopre che in città è in corso un torneo "clandestino" di Quintet dove i giocatori, per primeggiare, devono realmente uccidersi fra loro. Per indagare si sostituisce a uno di essi, assumendone l'identità ed entrando a far parte di un meccanismo pericoloso, costeggiato di alleanze, tradimenti, spietatezze e paranoie... Insolita pellicola di fantascienza post-apocalittica, vagamente ispirata a "La settima vittima" di Sheckley, un unicum nella carriera di Robert Altman che non ebbe alcun successo al botteghino o presso la critica ma che meriterebbe almeno in parte di essere rivalutato – nonostante caratteristiche indubbiamente poco accattivanti (il ritmo quasi soporifero, un messaggio cinico e pessimista) – se non altro per l'aspetto estetico e formale e per il notevole cast internazionale, che oltre a Newman comprende Vittorio Gassman (il giocatore/predicatore Saint Christopher), la bergmaniana Bibi Andersson, il buñueliano Fernando Rey (l'arbitro del gioco), la francese Brigitte Fossey e la danese Nina van Pallandt. Evidente l'intento di ammiccare ai fan del cinema d'autore, come testimonia, oltre al cast, anche il sottotesto filosofico o allegorico della vicenda: si potrebbe paragonare a "Il settimo sigillo", con il Quintet che sostituisce gli scacchi e il giudice-demiurgo interpretato da Rey al posto della Morte. Purtroppo la pellicola soffre anche per una certa pretenziosità (vedi anche la bislacca idea di sfumare i bordi dell'inquadatura, come se sulla macchina da presa fosse applicata una lente o un filtro, per contribuire al senso di torpore e di disperazione che avvolge gli abitanti di un mondo che sta per morire) e per una narrazione un po' prevedibile (che sia in atto una partita di Quintet "dal vivo" è evidente allo spettatore quasi da subito, mentre Essex lo scopre solo alla fine). Interessanti i costumi, che nella loro pesantezza mostrano foggie medievali o rinascimentali, come a sottolineare la regressione della civiltà in seguito all'era glaciale (testimoniata anche dal poco che resta, spesso travisato, del mondo precedente: dai sistemi computerizzati ai riti religiosi). La colonna sonora, ricca di percussioni e di sonorità aspre, è di Tom Pierson.

15 agosto 2015

Popeye (Robert Altman, 1980)

Popeye - Braccio di Ferro (Popeye)
di Robert Altman – USA 1980
con Robin Williams, Shelley Duvall
*1/2

Rivisto in divx alla Fogona.

Dai fumetti di E.C. Segar (di cui cerca di recuperare l'irriverente anarchia, l'umorismo nonsense e la commistione di generi, caratteristiche che nelle strisce originali erano molto più marcate rispetto alle successive versioni a cartoni animati), una pellicola su uno dei più popolari personaggi dell'immaginario americano degli anni trenta: Braccio di Ferro, il marinaio guercio, qui interpretato da un Robin Williams agli esordi e incredibilmente in parte. E proprio il cast è forse il punto di forza di una pellicola che sotto gli altri aspetti, invece, fatica a decollare, non aiutata da canzoni poco ispirate e da una sceneggiatura (del cartoonist satirico Jules Feiffer) che unisce tanti fili e spunti senza un vero collante. Al fianco di Williams, Shelley Duvall è una Olivia perfetta, mentre gli sgraziati Paul Dooley (Wimpy/Poldo), Paul L. Smith (Bluto/Brutus) e Ray Walston (Braccio di Legno) sembrano a tratti essere davvero usciti dalle tavole disegnate. Per non parlare di personaggi da tempo dimenticati, come i genitori di Olivia, suo fratello Castor Oyl (che fu addirittura il protagonista della strip prima dell'arrivo di Popeye, quando questa si chiamava ancora "Thimble Theatre"), Geezil/Barbaspina, Roughhouse, Ham Gravy, eccetera. Se il lungometraggio ha dunque come riferimento le strisce di Segar, rende comunque omaggio ai cartoon Fleischer (il ruolo ampliato di Bruto, il suo scontro finale con Braccio di Ferro, gli spinaci – che peraltro il protagonista mangia solo nel finale, dopo averli rifiutati per tutto il film, ignorando il potere che essi hanno su di lui), mentre ignora del tutto i fumetti “apocrifi” made in Italy (che modificavano sensibilmente la caratterizzazione di molti personaggi, Braccio di Legno/Trinchetto in primis, trasformato da cinico e “cattivo” lupo di mare in bonario e inguaribile ubriacone). Il pittoresco villaggio di Sweethaven, dove Popeye giunge in cerca del padre e dove incontra per la prima volta Olivia, è stato ricostruito a Malta. Gli episodi raccontati (il fidanzamento di Olivia con Bruto, il ritrovamento di Pisellino, la capacità di quest'ultimo di predire il futuro, il “misterioso” Commodoro che tartassa di tasse il villaggio, ecc.) sono tenuti insieme, più che da autentici temi narrativi, da un tono cartoonesco (danze, botti e capitomboli, violenza alla Bud Spencer, parlata sgrammaticata) che funziona poco nella trasposizione in live action. Ma il vero punto debole, come già detto, è dato dalle tante canzoni, davvero niente di che: dopotutto il film venne co-prodotto dalla Disney, che evidentemente era troppo legata alla formula del musical per rinunciarvi a cuor leggero. E Altman, di cui si notano caratteristiche come l'impostazione corale e confusamente anarchica, non riesce ad essere un valore aggiunto.

8 giugno 2009

America oggi (Robert Altman, 1993)

America oggi (Short cuts)
di Robert Altman – USA 1993
con Andie MacDowell, Jack Lemmon
***1/2

Visto in DVD, con Martin e Marisa.

Se c'è un tipo di pellicola alla quale il nome di Altman rimarrà legato per sempre, questo è senza dubbio il film corale. Il regista americano è stato infatti un vero maestro nel mostrare sullo schermo le vite di decine e decine di personaggi che si sfiorano, si incontrano o si incrociano ripetutamente, in maniera più o meno stretta, raccontando nel contempo storie minimaliste o drammatiche, leggere o sconvolgenti, esistenziali o paradossali. "America oggi", che segue per tre giorni le vicende di alcuni gruppi di coniugi, di famiglie o di amici a Los Angeles e dintorni, mostrandone tutti gli egoismi e le ipocrisie e ricamando sui temi del caso, della morte, della felicità e dell'infedeltà, ne è uno degli esempi più alti. Molti altri cineasti (da Paul T. Anderson a Paul Haggis) hanno tentato di imitare il suo stile, ma il tocco di Altman rimane insuperabile. In questa pellicola, le cui tre ore di durata non stancano affatto e dove non si ha mai l'impressione che qualche segmento o qualche personaggio sia "di troppo", il regista si appoggia a una sceneggiatura di ferro (che lega insieme una decina di racconti brevi di Raymond Carver) e a un cast di tutto rispetto, riuscendo a caratterizzare meravigliosamente ogni singolo personaggio. Il risultato è un mosaico di situazioni, di vite e di esistenze che lascia allo spettatore un'impressione di coerenza e compattezza che non si ritrova facilmente in altre pellicole di questo genere, in particolare in quelle dei succitati imitatori. Ann (Andie MacDowell) e Howard Finnigan (Bruce Davison) sono una coppia felice, il cui figlioletto Casey di otto anni viene investito da un'automobile ed entra in coma. Alla guida dell'auto c'era Doreen (Lily Tomlin), una cameriera che cerca di riallacciare i legami con il marito ubriacone (Tom Waits). Il medico che cura il bambino (Matthew Modine) e sua moglie Marian (Julianne Moore), una pittrice, hanno invitato a cena una coppia conosciuta a un concerto: Claire (Anne Archer), che lavora come clown negli ospedali, e Stuart (Fred Ward), appassionato di pesca. Sherri (Madeleine Stowe), la sorella di Marian, è alle prese con i continui tradimenti di suo marito Gene (Tim Robbins), un poliziotto arrogante e bugiardo che odia il cane di famiglia e che intreccia una relazione con Betty (Frances McDormand), moglie del pilota di elicotteri Stormy Weathers (Peter Gallagher), che si vendica distruggendo l'appartamento della consorte in sua assenza. All'ospedale dove è ricoverato Casey, nel frattempo, giunge Paul (Jack Lemmon), il padre di Howard, che non parla con il figlio da molti anni, mentre un pasticciere infuriato (Lyle Lowett) lascia messaggi ingiuriosi nella segreteria telefonica dei Finnigan. La figlia di Doreen, Honey (Lili Taylor), deve custodire la casa dei suoi vicini e ne approfitta per scattarci fotografie sadomaso con il marito Bill (Robert Downey jr.), truccatore cinematografico. I loro migliori amici sono Lois (Jennifer Jason Leigh), che lavora da casa come operatrice di una linea erotica, e Jerry (Chris Penn), un uomo placido che forse ha dovuto inghiottire troppe umiliazioni nella vita e che finirà con esplodere. I quattro si ritrovano spesso nel locale jazz dove canta l'anziana Tess (Annie Ross), vicina dei Finnigan e madre di Zoe (Lori Singer), una violoncellista depressa e sempre sull'orlo del suicidio... La pellicola si apre con gli elicotteri della protezione civile che spargono insetticida contro un insetto che funesta i raccolti, e si conclude con un tremendo terremoto che scuote le case e le vite di tutti gli abitanti della città, suggellando la conclusione, più o meno aperta, di tutte le storie. Regia e montaggio non perdono mai il controllo del film, mentre alcune attrici non si fanno problemi a mostrarsi nude: in particolare resta indelebile la scena in cui Julianne Moore si aggira in casa a pube scoperto. L'episodio in cui Stuart e i suoi due compagni di pesca (Buck Henry e Huey Lewis) trovano un cadavere nel fiume fra le montagne e scelgono di rimanere a pescare anziché avvertire subito la polizia ha ispirato nel 2006 una (brutta) pellicola australiana, "Jindabyne".

23 dicembre 2007

Streamers (Robert Altman, 1983)

Streamers (id.)
di Robert Altman – USA 1983
con Matthew Modine, Mitchell Lichtenstein
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Visto in DVD, con Martin e Luisa.

Un Altman minore, ma molto bello. Tre reclute in addestramento condividono una gigantesca camerata in una caserma presso Washington. Sono in attesa di partire per la guerra del Vietnam, ma nel frattempo tra loro scoppiano tensioni di ogni tipo: sociali, razziali, e soprattutto sessuali. Tratto da un testo teatrale (e si vede) e girato completamente in un'unica stanza (anche le poche volte che i personaggi agiscono al di fuori della camerata, la macchina da presa li riprende restando al di qua delle finestre), il film è tipicamente altmaniano nella sua coralità e caoticità. Nei primi minuti sembra quasi che possa essere una sorta di "MASH 2", ma poi il tono comico-grottesco scompare gradualmente e subentra quello drammatico. Nonostante la guerra che incombe (i cui temi sembrano riguardare più i sottoufficiali, che hanno già combattuto, che le reclute, che non hanno idea di cosa le aspetta), l'interesse dei personaggi è rivolto soprattutto al proprio intimo e ai rapporti interpersonali. Ottimo il cast, che ha ricevuto nel suo insieme il premio per la miglior recitazione al festival di Venezia. Quattro anni più tardi Matthew Modine si ritroverà a interpretare una parte simile (un soldato in caserma, in attesa di partire per il Vietnam) anche in "Full metal jacket" di Stanley Kubrick.

20 maggio 2007

Terapia di gruppo (R. Altman, 1987)

Terapia di gruppo (Beyond therapy)
di Robert Altman – USA 1987
con Jeff Golblum, Julie Hagerty
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Visto in DVD, con Martin.

Robert Altman è un regista tutt'altro che perfetto: lavora per accumulo, e dunque ogni tanto sbraca. Questo "Terapia di gruppo" (basato su una commedia di Broadway) è un'insopportabile caricatura della psicanalisi che, se durasse dieci minuti, sarebbe già troppo. Personaggi ridicolmente grotteschi, dialoghi fuori registro, storia priva di senso e di interesse: ambientato quasi interamente fra un ristorante francese di New York e gli studi di due terapisti che sembrano peggio dei loro pazienti, prende di mira i "soliti" bersagli, gay e mamme, maniaci del jogging o del sesso, senza mai far ridere né pensare.

27 novembre 2006

Radio America (R. Altman, 2006)

Radio America (A Prairie Home Companion)
di Robert Altman – USA 2006
con Garrison Keillor, Meryl Streep
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Visto in DVD, con Martin.

In ricordo di Robert Altman, scomparso la settimana scorsa, io e Martin ci siamo visti il suo ultimo film, che non avevo fatto in tempo a gustarmi al cinema. E non è affatto un caso che "Radio America" sia stato il suo ultimo lavoro, visto che parla proprio della morte: la morte della radio, la fine di un'epoca, la chiusura di un certo tipo di spettacolo, ma anche la scomparsa di una generazione di uomini e di artisti. Ho letto che il regista è morto per le complicazioni di un tumore: dunque è probabile che mentre girasse il film fosse già cosciente della propria imminente fine. Quasi tutta la pellicola si svolge su un palco buio, durante la registrazione della puntata finale di uno spettacolo radiofonico che va in onda da circa cinquant'anni: il teatro da dove viene trasmesso è infatti stato acquistato da una compagnia che intende demolirlo per farne un parcheggio. Parzialmente incuranti della fine imminente, davanti al microfono passano numerosi artisti e cantanti che dilettano il pubblico con canzoni vecchio stile (country, ma anche bluegrass o gospel) e jingle pubblicitari molto retrò. L'atmosfera è calda e malinconica, mentre tra le quinte si aggira silenziosamente una misteriosa donna in impermeabile bianco con l'aspetto di un fantasma: si tratta in realtà di un angelo: è in attesa di qualcosa? A un certo punto, in occasione della morte di un anziano cantante nel proprio camerino, la donna dice alla sua compagna: "La morte di un vecchio non è mai una tragedia. Perdonalo per le sue mancanze e ringrazialo per l'amore e la tenerezza". Impossibile non pensare a questa frase come a un epitaffio per lo stesso Altman. Belle le canzoni (eseguite tutte dal vivo) e bravi gli attori, un cast numeroso e variopinto fra i quali, oltre alla Streep, spiccano Kevin Kline, Lily Tomlin, John C. Reilly, Woody Harrelson, Lindsay Lohan e Virginia Madsen. Per il tema trattato, l'ambientazione e certe atmosfere, il film mi ha ricordato una pellicola che stilisticamente c'entra ben poco: il bellissimo "Goodbye Dragon Inn" di Tsai Ming-Liang.