Visualizzazione post con etichetta Giallo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giallo. Mostra tutti i post

5 dicembre 2023

Assassinio a Venezia (Kenneth Branagh, 2023)

Assassinio a Venezia (A Haunting in Venice)
di Kenneth Branagh – USA 2023
con Kenneth Branagh, Tina Fey
**1/2

Visto in TV (Disney+).

Nella Venezia del dopoguerra, dove Hercule Poirot (Branagh) si è ritirato a vita privata, deluso dall'umanità intera, il grande detective viene convinto dall'amica Ariadne Oliver (Tina Fey), scrittrice di gialli in cerca di ispirazione, a partecipare a una seduta spiritica che si terrà la notte di Halloween nel decadente palazzo della cantante lirica Rowena Drake (Kelly Reilly). Questa ha infatti ingaggiato una sedicente medium (Michelle Yeoh) per evocare l'anima di sua figlia Alicia, morta suicida da poco. Ma quando la sensitiva verrà assassinata, Poirot dovrà indagare per scoprire se il colpevole è un fantasma o un assassino in carne e ossa. Il terzo film di Branagh sul personaggio di Agatha Christie, (molto) liberamente tratto dal romanzo "Poirot e la strage degli innocenti", è forse il più riuscito dei tre, anche perché gioca su piccola scala, con un cast di volti meno noti e un'ambientazione parecchio circoscritta. In effetti proprio l'atmosfera è la cosa migliore, con il fascino decadente e spettrale di una Venezia decrepita e maledetta. La vicenda si svolge quasi tutta in un palazzo dai muri scrostati, ricolmo di vecchi oggetti, fra spifferi e leggende di bambini fantasma che si vogliono vendicare dei soprusi subiti in passato, il che dona alla vicenda toni quasi da horror soprannaturale più che da giallo classico. Nel cast, oltre a Branagh e Yeoh, il volto più noto per noi italiani è quello di Riccardo Scamarcio nei panni dell'ex poliziotto e guardia del corpo di Poirot. Ci sono poi Kyle Allen, Camille Cottin, Jamie Dornan, Emma Laird e Ali Khan.

26 giugno 2023

Una lunga domenica di passioni (J.P. Jeunet, 2004)

Una lunga domenica di passioni (Un long dimanche de fiançailles)
di Jean-Pierre Jeunet – Francia 2004
con Audrey Tautou, Gaspard Ulliel
**

Visto in TV (Sky Cinema).

Nel 1920, tre anni dopo la presunta morte del fidanzato Manech (Gaspard Ulliel) in una trincea della Grande guerra, la giovane Mathilde (Audrey Tautou) inizia a sospettare che il ragazzo possa ancora essere vivo. E la speranza la porta a imbarcarsi con ostinazione in una lunga e difficile indagine per ricostruire le sorti di lui e di altri quattro altri soldati, condannati a morte tutti insieme nel 1917 da una corte marziale militare per tentata diserzione e abbandonati nella terra di nessuno, fra una trincea francese e una tedesca. Realizzato subito dopo il grande successo de "Il favoloso mondo di Amélie" (e con la stessa attrice protagonista), il film è l'adattamento di un romanzo di Sébastien Japrisot, una sorta di giallo che si dipana nella Francia del primo dopoguerra: ma Jeunet sceglie di non abbandonare del tutto lo stile della pellicola che gli aveva appena dato notorietà, appesantendo così l'insieme con una voce fuori campo che espone dettagli e particolari insignificanti a proposito dei protagonisti, pieni oltretutto di peculiarità e fissazioni (Mathilde, per esempio, si abbandona a tutta una serie di rituali e superstizioni personali), ma soprattutto carica la vicenda di un'infinità di nomi, personaggi e situazioni. Alcuni di questi conducono a brevi sottotrame a loro modo anche interessanti, ma nel complesso la narrazione è inutilmente complicata e noiosa, e il finale ampiamente prevedibile. Buona comunque l'ambientazione storica, che non sorvola sugli orrori e le atrocità della guerra, con scene a tratti anche cruente (ma a volte un po' fumettistiche) che quantomeno impediscono al film di apparire come una rappresentazione asettica e artificiale di un mondo ormai passato, il tutto mentre la fotografia (di Bruno Delbonnel, peraltro nominata all'Oscar) ricopre tutte le immagini con una patina color seppia. Il vasto cast comprende sia habitué di Jeunet che attori internazionali: Dominique Pinon e Chantal Neuwirth sono gli zii di Mathilde, Ticky Holgado il detective da lei assunto, Marion Cotillard la "corsa" Tina Lombardi (compagna di uno dei soldati condannati, che a sua volta indaga sulle loro sorti, vendicandosi nel frattempo degli ufficiali della catena di comando che aveva portato alla loro morte). E ancora, fra gli altri: Clovis Cornillac, Jean-Pierre Darroussin, André Dussollier, Bouli Lanners, Tchéky Karyo, Jean-Claude Dreyfus, e persino Jodie Foster.

9 marzo 2023

Il coltello di ghiaccio (Umberto Lenzi, 1972)

Il coltello di ghiaccio
di Umberto Lenzi – Italia/Spagna 1972
con Carroll Baker, Alan Scott
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

La giovane inglese Martha Caldwell (Carroll Baker), diventata muta a tredici anni per un trauma in seguito all'incidente ferroviario in cui sono morti i suoi genitori, è ospite nella villa fra i Pirenei dello zio Ralph (George Rigaud), anziano professore esperto di occultismo. Quando nella zona cominciano a verificarsi strani omicidi, apparentemente opera di una setta satanica e le cui vittime sono ragazze come lei, il suo medico curante Laurent (Alan Scott) inizia a preoccuparsi della sua incolumità... Giallo-thriller con evidente ispirazione a "La scala a chiocciola" di Siodmak (vedi l'handicap della protagonista). Ma l'ambientazione, un villaggio nella Spagna settentrionale avvolto nella nebbia, e il nutrito numero di personaggi da sospettare – in primis proprio il medico, il dottor Laurent, ma anche l'autista dello zio, l'ambiguo Marcos (Eduardo Fajardo), per non parlare dell'ispettore Duran (Franco Fantasia), del sindaco, del prete del villaggio, e naturalmente dello stesso zio – fanno sì che la pellicola, nonostante alcuni difetti (l'abuso di zoom, o la recitazione sopra le righe, per esempio), funzioni bene proprio come giallo. Lo sviluppo lascia infatti lo spettatore sulle spine riguardo l'identità del colpevole fino alla fine, fra evidenti red herring (il giovane hippie satanista che si accampa nel cimitero) e indizi più sottili, rendendo impossibile fissarsi su un solo sospetto. E la risoluzione finale coglie in effetti di sorpresa, ricontestualizzando comunque immagini e flashback visti in precedenza (a partire dal ricordo ricorrente di una cruenta corrida). Si tratta della quarta e ultima collaborazione fra Lenzi e la Baker. Nel cast anche Evelyn Stewart (la cugina di Martha, prima vittima dell'assassino), Mario Pardo (il giovane drogato), Lorenzo Robledo (il vice ispettore), Silvia Monelli (la governante), Rosa Marìa Rodriguez (Christina, la nipote del prete). Il titolo proviene da una frase attribuita ad Edgar Allan Poe (ma in realtà apocrifa): "La paura è un coltello di ghiaccio che lacera i sensi fino al fondo della coscienza".

6 marzo 2023

The nice guys (Shane Black, 2016)

The nice guys (id.)
di Shane Black – USA 2016
con Russell Crowe, Ryan Gosling
**

Visto in TV (Prime Video).

Nella Los Angeles del 1977, un picchiatore prezzolato ma dal cuore d'oro (Russell Crowe) e un investigatore privato abbastanza inetto (Ryan Gosling) uniscono le forze per ritrovare una ragazza scomparsa, scoprendo che dietro la sua sparizione si cela un complotto che, partendo dal mondo del cinema pornografico e clandestino di Hollywood, si estende ai "poteri forti" legati all'industria automobilistica americana. La struttura è quella del giallo-noir, l'ambientazione è accuratamente ricercata e non casuale, l'intreccio è complicato come in un romanzo di Raymond Chandler... ma il tutto è affogato in un humour pieno di sarcasmo, sberleffi e battutine, molte delle quali faticano ad andare a segno e comunque giocano spesso sulla stessa falsariga (in particolare sull'incapacità dei due protagonisti e sui cliché di questo tipo di pellicola). Non si tratta di una parodia, sia chiaro: è lo stile di Shane Black, da sempre abituato a condire l'azione con la comicità. Se però ci aggiungiamo qualche passaggio meccanico o forzato, alcune ingenuità di scrittura, e almeno un personaggio (la figlia perfetta e saputella di Ryan Gosling, interpretata da Angourie Rice) francamente insopportabile, ecco che il risultato è decisamente inferiore alle aspettative e tutt'altro che memorabile. Nel cast, in ruoli minori, Kim Basinger, Matt Bomer, Beau Knapp, Margaret Qualley.

2 marzo 2023

Paura in palcoscenico (A. Hitchcock, 1950)

Paura in palcoscenico (Stage Fright)
di Alfred Hitchcock – GB 1950
con Jane Wyman, Marlene Dietrich
**1/2

Visto in divx.

Sospettato dalla polizia di avere ucciso il marito di Charlotte Inwood (Marlene Dietrich), la diva teatrale di cui è l'amante, Jonathan Cooper (Richard Todd) si rivolge all'amica Eve Gill (Jane Wyman) affinché lo aiuti a nascondersi. La ragazza, innamorata di lui, decide di fare anche di più: convinta che Charlotte abbia organizzato tutto per far ricadere la colpa su Jonathan, e sfruttando le proprie doti di aspirante attrice (frequenta infatti l'accademia di arte drammatica), Eve avvicina sia la donna (fingendosi la sua nuova cameriera) sia l'ispettore che conduce le indagini sull'omicidio, Wilfred Smith (Michael Wilding). Ma scoprirà che non tutto è come credeva... Girato a Londra (durante una breve "pausa" di Hitchcock da Hollywood) con attori inglesi (le uniche eccezioni sono le due protagoniste femminili, Wyman e Dietrich), un giallo-noir ispirato a un romanzo di Selwyn Jepson, di cui cambia però il finale: è degno di nota soprattutto per il colpo di scena conclusivo, che rivela come alcune delle informazioni mostrate sullo schermo in precedenza fossero un inganno dovuto a un "testimone inattendibile" (anticipando in parte, su scala minore, la trovata de "I soliti sospetti"). Per il resto, il ritmo è compassato e la suspence latita, e anche la caratterizzazione dei personaggi spinge soprattutto sul versante umoristico, in particolare per quanto riguarda i genitori di Eve, il "commodoro" Gill (Alastair Sim) e sua moglie (Sybil Thorndike). Il valore aggiunto è la Dietrich, nel consueto ruolo di femme fatale, che canta anche una canzone originale di Cole Porter ("The Laziest Gal in Town"), oltre a "La vie en rose". Sir Alfred le concesse grande libertà sul set, lasciandole addirittura l'ultima parola sull'illuminazione e le inquadrature. La traduzione italiana del titolo si perde il doppio senso dell'originale, che significa piuttosto "Paura da palcoscenico".

3 gennaio 2023

Glass Onion (Rian Johnson, 2022)

Glass Onion - Knives Out (Glass Onion: A Knives Out Mystery)
di Rian Johnson – USA 2022
con Daniel Craig, Edward Norton
***

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

L'eccentrico milionario e imprenditore tecnologico Miles Bron (Edward Norton: il personaggio è ovviamente modellato su Elon Musk) invita sulla sua isola privata in Grecia, dominata dall'avveniristica struttura chiamata "Glass Onion", un gruppo di amici e appartenenti alla sua "cerchia ristretta" – una candidata politica (Kathryn Hahn), uno scienziato (Leslie Odom Jr.), un'imprenditrice della moda (Kate Hudson) con la sua assistente (Jessica Henwick), un muscoloso influencer maschilista (Dave Bautista) con la sua compagna (Madelyn Cline), e persino l'ex socia che ha recentemente estromesso dalla sua azienda (Janelle Monáe) – per trascorrere un weekend all'insegna di giochi ed enigmi, con l'intenzione di mettere in scena la propria (finta) morte e lasciare che gli amici risolvano il mistero. Fra i presenti, a sorpresa, c'è anche l'investigatore Benoit Blanc (Daniel Craig), che qualcuno ha invitato all'insaputa di Bron. E sarà proprio lui a indagare quando un assassinio verrà commesso veramente... Il secondo film della serie "Knives out", dopo "Cena con delitto" (ma l'unico personaggio che ritorna è appunto il detective), prosegue nell'intento di rivisitare i meccanismi e le modalità del whodunit, il giallo per eccellenza alla Agatha Christie, di cui rispetta – almeno apparentemente – le classiche regole, ma colorandone i contenuti di satira e osservazioni su temi sociali. A questo giro si ironizza (via Musk) su una certa modalità di pensiero e di concezione del "successo", dal "pensare fuori dalla scatola" (thinking outside the box: esemplificato dalla scena in cui uno degli invitati, anziché risolvere i complessi enigmi contenuti nella scatola inviata da Bron, la demolisce a colpi di martello per estrarne poi il biglietto di invito) al ritenersi "al di sopra delle masse", tanto da che il gruppo formato da Bron e dai suoi amici si è denominato "i disgregatori", nel senso che si vantano di distruggere le regole di comportamento comune pur di superare gli altri e vincere ogni sfida. Blanc, invece, ne metterà crudelmente in luce i limiti, dimostrando che tutto ciò che sembrava estrosa genialità nasconde soltanto stupidità e superficialità. Strutturalmente la pellicola è divisa in tre parti: la prima è quella introduttiva, che presenta i personaggi, l'ambientazione e mette le carte in tavola; la seconda torna indietro, mostrandoci il dietro le quinte e rivelandoci che non tutto era come sembrava; la terza, quella risolutiva, conduce a un finale distruttivo e insolito per un giallo (ma lo stesso meccanismo del whodunit aveva già riservato alcune sorprese, a partire dalla vittima, che non era quella prevista). Un finale che rende il film più esagerato, grottesco e postmoderno del precedente: ciò nonostante la visione non è fastidiosa, anzi tutt'altro, perché Johnson sa misurarsi e usare questi elementi (di cui il cinema americano moderno, da Tarantino in poi, abusa allo sfinimento) in maniera sempre sensata, intelligente e coerente. E dunque poco importano l'assurdità e l'irrealtà di alcuni passaggi, situazioni o conseguenze (la Gioconda distrutta!?), visto che – come nel primo film – la trama gialla è solo un pretesto per una serie di riflessioni socio-politiche sulle distorsioni del mondo attuale (si parla anche di ambiente, crisi energetica e, visto che la pellicola è ambientata nel 2020, della pandemia di Covid: naturalmente Bron ha sviluppato, solo per sé e i suoi amici, un vaccino/cura efficace). Craig e Norton sono in forma, ma il resto del cast è meno brillante rispetto a quello del film precedente (con la Monáe che prende il posto, narrativamente parlando, che era di Ana de Armas). Del tutto inutile il personaggio di Noah Segan (lo slacker che bivacca sull'isola). Minuscole parti per Hugh Grant ed Ethan Hawke, cameo (nei panni di sé stessi) per "celebrità" come Stephen Sondheim, Angela Lansbury, Kareem Abdul-Jabbar, Yo-Yo Ma e Serena Williams.

20 novembre 2022

Mio cugino Vincenzo (Jonathan Lynn, 1992)

Mio cugino Vincenzo (My cousin Vinny)
di Jonathan Lynn – USA 1992
con Joe Pesci, Marisa Tomei
***

Rivisto in TV (Disney+).

Quando i giovani newyorkesi Billy (Ralph Macchio) e Stan (Mitchell Whitfield), di passaggio per l'Alabama, vengono arrestati dalla polizia locale con l'accusa di aver ucciso il commesso di una stazione di servizio (confessando fra l'altro il delitto, sia pure senza volerlo, visto che credevano di essere stati incriminati per non aver pagato una scatoletta di tonno), i due decidono di ricorrere all'aiuto legale del cugino di Billy, Vincenzo Gambini (Joe Pesci), avvocato appena iscritto all'albo e senza alcuna esperienza in aula. "Con dieci euro mio cugino lo faceva meglio": chi non ha mai pensato di risparmiare qualcosa rivolgendosi ad un aiuto in famiglia? Ma forse, se c'è di mezzo la propria vita (i due ragazzi rischiano la sedia elettrica), la questione è un pelo più delicata. Eppure, nonostante l'apparente inettitudine, e pur scontrandosi a più riprese con un giudice inflessibile e puntiglioso (Fred Gwynne) che non sopporta il suo andare sopra le righe (per non parlare dei suoi modi da italo-americano, decisamente fuori posto nel profondo Sud), il buon Vincenzo riuscirà a smontare le testimonianze e a fare chiarezza nella vicenda, anche con l'aiuto della vistosa ed eccentrica fidanzata Mona Lisa (Marisa Tomei) e delle sue conoscenze in campo automobilistico. Courtroom drama, anzi comedy, che gioca sugli equivoci (nella prima parte i fraintendimenti si sprecano) e sullo scontro fra personalità e ambienti opposti (Vincenzo e gli altri personaggi provenienti da Brooklyn si ritrovano immersi in uno stato, l'Alabama, che viaggia su... binari differenti), con buoni momenti comici e personaggi ben caratterizzati. L'inizio è un po' lento, ma poi la pellicola decolla e, come ogni film ambientato in tribunale che si rispetti, si fa via via più avvincente fino alla risoluzione finale. Divertenti, in particolare, i continui siparietti fra Vincenzo e il giudice. Molti i dialoghi e le scene (si pensi alla lite con il giocatore di biliardo, o allo scambio sul rubinetto rotto) che ironizzano sulla litigiosità e l'ossessione ai dettagli di un paese, gli Stati Uniti, dove pare che esista un avvocato ogni 300 abitanti. Premio Oscar (a sorpresa) per Marisa Tomei come attrice non protagonista: così a sorpresa che nacque presto una leggenda urbana, priva di fondamento, secondo la quale l'annunciatore aveva sbagliato a leggere il nome nella busta.

9 ottobre 2022

A ciascuno il suo (Elio Petri, 1967)

A ciascuno il suo
di Elio Petri – Italia 1967
con Gian Maria Volonté, Irene Papas
***

Visto in TV (RaiPlay).

In un paesino siciliano (mai menzionato, ma è Cefalù), Arturo Manno (Luigi Pistilli), farmacista locale e noto "sciupafemmine", riceve misteriose lettere anonime che lo minacciano di morte. Quando viene ucciso durante una battuta di caccia insieme all'amico Roscio, tutti pensano a un "delitto d'onore" (vengono sospettati i parenti di una servetta con cui aveva una relazione) e che Roscio sia rimasto coinvolto solo in quanto testimone. Ma Paolo Laurana (Gian Maria Volonté), insegnante e amico delle due vittime, comincia a indagare per proprio conto, insospettito dal fatto che le lettere anonime ricevute da Arturo erano state confezionate con ritagli de "L'osservatore romano", una lettura improbabile per dei poveri contadini; e scopre che forse era proprio Roscio il vero obiettivo dell'agguato, avendo minacciato di rivelare i loschi traffici dell'avvocato Rosello (Gabriele Ferzetti), influente notabile del paese e cugino di sua moglie Luisa (Irene Papas)... Tratto dall'omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, è il primo film di Elio Petri insieme a Volontè e allo sceneggiatore Ugo Pirro, con i quali collaborerà nei suoi capolavori successivi, come "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto". E dietro le apparenze di un normale giallo (oggi diremmo "alla Camilleri"), il film affronta temi simili proprio a quelli di quei lavori, a cominciare dal potere strisciante e nascosto che si alimenta e si auto-protegge, di fronte al quale un cittadino onesto ma ingenuo – per quanto ben intenzionato – come il protagonista (un insegnante riservato, di simpatie comuniste, considerato "antisociale" dai poteri forti) non ha scampo ed è destinato a soccombere, vittima di un mondo molto più complesso di quanto poteva immaginare (il fatto che la realtà non è così semplice come appare a prima vista è un altro dei temi chiave del cinema di Petri). Siamo in Sicilia, e dunque viene spontaneo pensare alla mafia: ma non quella che assume la forma (spesso stereotipata) dell'organizzazione criminale, bensì della mafia delle piccole cose, delle "amicizie", dei rapporti clientelari o di forza, delle paure e dell'omertà, delle chiacchiere di paese e dell'ossessione per le apparenze sociali, della gente "che sa" e che però rimane in piazza a non fare niente, della continua ricerca di raccomandazioni (per lavorare o per... non farlo). Molto dinamica la regia, che ricorre di frequente a zoom, carrellate e panoramiche. Nell'ottimo cast anche Salvo Randone (il padre di Roscio, oculista cieco), Mario Scaccia (il parroco senza vocazione) e Laura Nucci (la madre di Paolo). Musiche "morriconiane" di Luis Bacalov. Il titolo è la traduzione del motto latino "Unicuique suum", presente appunto sotto la testata dell'"Osservatore romano". Nel 1976 Petri dirigerà un altro adattamento da Sciascia, sempre con Volontè come protagonista: "Todo modo".

15 agosto 2022

Nodo alla gola (Alfred Hitchcock, 1948)

Nodo alla gola (Rope)
di Alfred Hitchcock – USA 1948
con James Stewart, John Dall, Farley Granger
***1/2

Rivisto in divx.

Due studenti universitari, Brandon (John Dall) e Phillip (Farley Granger), uccidono l'amico David, strangolandolo con una corda, e ne nascondono il cadavere in una cassapanca, pochi minuti prima che nel loro appartamento giungano gli ospiti invitati a cena, fra cui il padre stesso di David (Cedric Hardwicke) e sua zia (Constance Collier), la sua ragazza Janet (Joan Chandler), il suo rivale Kenneth (Douglas Dick), e soprattutto l'ex istitutore e ora amico dei ragazzi, il brillante Rupert Cadell (James Stewart), dotato di grande intelligenza e capacità di osservazione... Da un testo teatrale di Patrick Hamilton, il primo film a colori di Alfred Hitchcock è noto per una particolare caratteristica: a parte l'incipit con i titoli di testa, è girato interamente in un unico piano sequenza, ovvero con la macchina da presa che si muove ininterrottamente all'interno dell'appartamento in cui si svolge la vicenda (un attico a New York, di cui si intravede la skyline attraverso il grande finestrone), senza alcuno stacco di montaggio. La tecnologia dell'epoca, a dire il vero, rendeva impossibile tutto ciò: a differenza di film più recenti ("Arca russa", "Birdman", "1917"), che possono contare sul digitale, la durata limitata dei rulli di pellicola costringeva di fatto i cineasti a dover interrompere le riprese ogni dieci minuti (o meno): Hitchcock risolse il problema facendo in modo che l'inquadratura, ogni volta, fosse brevemente "oscurata" dalla schiena di un personaggio o da un mobile (come la suddetta cassapanca), per poi riprendere dalla stessa posizione come se non ci fosse stata alcuna interruzione. Il risultato è stupefacente, anche perché il regista inglese ha coreografato nei minimi dettagli l'azione, il movimento e la disposizione dei personaggi, l'apparire di ogni oggetto di scena nell'inquadratura al momento giusto per accrescere la tensione (come quando vediamo per la prima volta la tavola apparecchiata, o la pistola nel finale, o quando i commensali discutono fuori scena mentre la macchina da presa si sofferma sulla governante (Edith Evanson) che sta liberando la cassapanca e si appresta ad aprirla). Il tutto non fa che mantenere alta la tensione e cattura l'attenzione dello spettatore dall'inizio alla fine, impresa notevole per un film costituito da soli dialoghi, ambientato in una sola stanza e che si svolge in tempo reale!

Il soggetto, naturalmente, è ispirato al celebre caso (del 1924) dell'assassinio di Bobby Franks da parte di Leopold e Loeb, due studenti dell'università di Chicago che provarono a mettere in atto un "delitto perfetto", convinti di riuscire a scamparla dall'alto del loro "intelletto superiore" che si abbinava al disprezzo provato verso il resto della società. Anche qui Brandon teorizza l'omicidio come "forma d'arte", un privilegio riservato "ai pochi che se lo possono permettere", ovvero a coloro che, per superiorità intellettuale o culturale, si stagliano sopra le masse. Idee, di derivazione nietzschiana (il Superuomo), che gli sono state suggerite dallo stesso Rupert, per il quale però erano sono provocazioni teoriche e filosofiche, non certo da mettere in pratica nella realtà. Intelligente e pignolo, Rupert recita di fatto la parte dell'investigatore in quello che è in tutto e per tutto una inverted detective story come quelle del tenente Colombo, dove cioè il delitto viene compiuto all'inizio, davanti agli occhi degli spettatori – la prima inquadratura del film dopo i titoli è proprio quella del "nodo alla gola" del povero David! – che ne conoscono perciò ogni dettaglio e sono lasciati a interrogarsi su come gli assassini verranno scoperti. E proprio Rupert svelerà l'intrigo, tormentando con la sua sola presenza i due colpevoli (in particolare Phillip, più facile a cedere alla tensione e di fatto "succube" di Brandon, che invece è sempre, o vorrebbe apparire, sicuro di sé: tra i due studenti, fra l'altro, scorre un'evidente – anche se non esplicita – tensione omosessuale), il tutto mentre l'abile sceneggiatura semina di doppi sensi e battutine "macabre" l'intera cena, dai continui riferimenti a David (e alla sua assenza) ai retroscena sui polli, cui veniva tirato il collo. Qualche affinità (a partire dal cadavere nella cassapanca) con "Arsenico e vecchi merletti" di Frank Capra, a sua volta tratto da una commedia teatrale. Da notare i tanti riferimenti meta-cinematografici (in una scena, i commensali parlano di cinema, di James Mason, Ray Milland e Gregory Peck). In Italia il film venne distribuito anche col titolo "Cocktail per un cadavere".

18 giugno 2022

La donna della domenica (L. Comencini, 1975)

La donna della domenica
di Luigi Comencini – Italia/Francia 1975
con Marcello Mastroianni, Jean-Louis Trintignant
**1/2

Visto in TV (Prime Video), per ricordare Jean-Louis Trintignant.

A Torino, il commissario Santamaria (Mastroianni) indaga sull'assassinio dell'architetto Garrone (Claudio Gora), mediocre intrallazzatore e viscido sessuomane di cui non pochi si erano augurati la morte. Per via di un equivoco, i primi sospettati sono due membri dell'alta società: Anna Carla Dosio (Jacqueline Bisset), moglie annoiata di un ricco industriale, e il suo amico Massimo Campi (Trintignant), omosessuale nevrotico. Che a modo loro, appassionatisi al caso – così come il giovane amante di Massimo, l'impiegato comunale Lello (Aldo Reggiani) – aiuteranno il commissario nelle indagini... Ingarbugliato giallo tratto dall'omonimo e fortunato romanzo di Fruttero & Lucentini, sceneggiato da Age e Scarpelli (i dialoghi spaziano da cenni di approfondimento sociale e culturale a momenti comici ed esilaranti), che ha il suo punto di forza nella descrizione di un multicosmo torinese popolato da imprenditori che svendono i loro stabilimenti agli americani, altoborghesi in crisi di identità, finti intellettuali ipocriti e perbenisti, nobili decaduti che si lamentano del degrado che li circonda ma che al tempo stesso progettano la lottizzazione dei propri terreni, immigrati del Sud che lavorano come domestici o ricoprono cariche statali (poliziotti in primis). La soluzione del giallo (abbastanza inaspettata: d'altronde i sospettati sono numerosi) giunge grazie a un proverbio piemontese, "La cativa lavandera treuva mai la bona pera", con la resa dei conti finale che si svolge allo storico mercatino delle pulci del Balon. L'omicidio con il fallo di pietra usato come arma del delitto ricorda una scena di "Arancia meccanica" di Kubrick. Nel vasto cast anche Gigi Ballista, Franco Nebbia, Pino Caruso, Lina Volonghi, Maria Teresa Albani, Tina Lattanzi, Omero Antonutti. Musiche di Ennio Morricone.

10 maggio 2022

Il caso Paradine (Alfred Hitchcock, 1947)

Il caso Paradine (The Paradine Case)
di Alfred Hitchcock – USA 1947
con Gregory Peck, Alida Valli
**1/2

Rivisto in DVD.

Il giovane e brillante avvocato Anthony Keane (Gregory Peck) viene incaricato di difendere la vedova Maddalena Paradine (Alida Valli) dall'accusa di aver ucciso il marito, un colonnello cieco, avvelenandolo con l'arsenico. Benché gli indizi contro la donna (di modesti natali e dal passato non proprio immacolato) non manchino, pur senza prove reali, Keane si convince sempre più della sua innocenza, e durante il dibattimento cerca di deviare i sospetti verso il cameriere personale – e in precedenza attendente – del colonnello, l'enigmatico André Latour (Louis Jourdan). Anche perché nel frattempo si è innamorato dell'affascinante signora, il che rischia di mettere a repentaglio il suo rapporto con la moglie Gay (Ann Todd). L'ultimo film girato da Hitchcock con il produttore David O. Selznick, colui che lo aveva portato a Hollywood con un contratto di sette anni e con cui aveva lavorato dai tempi di "Rebecca", è un thriller giudiziario ricco di sfumature, tratto da un romanzo di Robert Smythe Hichens, dove l'andamento del processo (e la rivelazione del colpevole) contano quasi meno dei rapporti fra i personaggi. L'attrazione che Keane prova verso la signora Paradine, anche se questa si mostra scostante nei suoi confronti, diventa una vera e propria ossessione che guida tutte le sue azioni, mentre dall'altro lato la moglie Gay, che si rende conto di tutto, non solo accetta che il marito continui a difendere la "rivale" ma spera che la faccia assolvere, "così la lotta sarà ad armi pari". Anche la relazione della donna con l'attendente Latour si ammanta di toni ambigui e ambivalenti (sono stati amanti? complici? nemici? si amano o si odiano?), mentre attorno a loro si muovono figure carismatiche come il laido giudice Horfield (Charles Laughton) e l'avvocato di famiglia sir Simon (Charles Coburn), a loro volta protagonisti di siparietti con la rispettiva moglie (Ethel Barrymore) e figlia (Joan Tetzel). Il rapporto di Hitchcock con l'invadente Selznick, spesso presente sul set con continue modifiche alla sceneggiatura, non fu facile, anche perché il produttore impose il cast al regista (che avrebbe voluto Laurence Olivier e Ingrid Bergman o Greta Garbo come protagonisti). Ma Selznick voleva lanciare Alida Valli (accreditata solo come "Valli" nei titoli di testa) in America: si tratta così di una delle pochissime "brune" in un film di sir Alfred, che notoriamente preferiva le bionde. Anche la scelta di Jourdan fu contestata da Hitchcock, che immaginava il personaggio come un rude stalliere, non come un raffinato domestico. Quello che avrebbe dovuto essere il racconto di una doppia "discesa nell'abisso" (di Keane in primis, sempre più catturato dal fascino proibito della signora Paradine, e della signora stessa, con il suo passato torbido) diventa così "soltanto" un melodramma giudiziario, anche se la fattura – a livello di regia, fotografia, scenografie (l'Inghilterra, e in particolare l'Old Bailey dove si svolge il processo che occupa tutta la seconda parte del film, è stata ricostruita in studio) – è come sempre impeccabile. E il senso di alienazione e di solitudine che affligge man mano i personaggi è degno dei migliori noir. Durante le sequenze del processo, Hitchcock usò quattro diverse macchine da presa in funzione simultaneamente, ciascuna puntata su un differente attore, una tecnica mai usata prima a questi livelli. Costato moltissimo, il film ebbe uno scarso riscontro di pubblico e di critica e fu considerato fra i "passi falsi" del regista: ma naturalmente, avercene di film così oggi!

24 aprile 2022

Assassinio sul Nilo (K. Branagh, 2022)

Assassinio sul Nilo (Death on the Nile)
di Kenneth Branagh – USA/GB 2022
con Kenneth Branagh, Tom Bateman
**

Visto in TV (Disney+).

In crociera sul Nilo, Hercule Poirot (Kenneth Branagh) deve indagare sull'omicidio dell'ereditiera Linnet Ridgeway (Gal Gadot), uccisa durante il suo viaggio di nozze. Secondo film – dopo "Assassinio sull'Orient Express" – della nuova serie dedicata al personaggio ideato da Agatha Christie, di fatto un remake dell'omonima pellicola del 1978 con Peter Ustinov. Pur non deviando dal romanzo o dall'adattamento precedente nei punti chiave della vicenda (il che significa che l'identità del colpevole, e la meccanica dell'assassinio, sono le stesse), se ne discosta in diversi dettagli e nella caratterizzazione di alcuni personaggi secondari, a cominciare dal "dottor Watson" di turno, che in questo caso non è il colonnello Race ma il giovane Bouc (Tom Bateman), l'amico di Poirot già visto nel primo film, che narrativamente prende anche il posto del Tim Allerton del libro originale. Notevoli cambiamenti (con chiari intenti di political correctness) anche per i personaggi di Salome (Sophie Okonedo) e Rosalie Otterbourne (Letitia Wright), con la prima che non è più una scrittrice ma una cantante blues di colore, di cui peraltro Poirot si innamora. E al pari del film del 2017 (anche se con meno eccessi), il detective interpretato da Branagh esonda dai limiti di un investigatore da whodunit: il regista/attore lo dota di una backstory, con tanto di flashback ambientato durante la prima guerra mondiale per spiegare l'origine dei suoi celebri baffi, nonché di emozioni e sentimenti di cui si poteva benissimo fare a meno. Girato elegantemente (belle, come sempre, le scene in bianco e nero che ricostruiscono a posteriori come è avvenuto il delitto: meno convincente l'evento clou visto in diretta, che rende più facile immaginare chi sia l'assassino), con un miglior equilibrio narrativo, ma anche con un cast meno stellare del lungometraggio di Guillermin (fra gli altri interpreti ci sono Emma Mackey, Armie Hammer, Annette Bening, Russell Brand, Jennifer Saunders e Dawn French), il film soffre a livello di sceneggiatura per qualche ridondanza e poca sottigliezza (tutto è più esplicitato, a partire dal rapporto lesbico fra Marie Van Schuyler e Miss Bowers, in precedenza lasciato soltanto intendere fra le righe). E stavolta non è stato girato in Egitto (ricostruito digitalmente), ma in Inghilterra. Probabili ulteriori sequel.

23 aprile 2022

Assassinio sul Nilo (J. Guillermin, 1978)

Assassinio sul Nilo (Death on the Nile)
di John Guillermin – GB 1978
con Peter Ustinov, David Niven
**

Rivisto in divx.

La giovane ereditiera Linnet Ridgeway (Lois Chiles), in luna di miele in Egitto dopo le nozze con l'avventuriero Simon Doyle (Simon MacCorkindale), viene uccisa durante una crociera sul Nilo. I sospettati sono parecchi, visto che in molti avevano interesse per la sua morte: a cominciare dalla sua ex amica, e rivale in amore, Jacqueline De Bellefort (Mia Farrow), che l'aveva più volte minacciata in pubblico. Ma a indagare sull'accaduto c'è l'ineffabile detective belga Hercule Poirot (Peter Ustinov), coadiuvato dall'amico colonnello Johnny Race (David Niven). Dal romanzo giallo di Agatha Christie "Poirot sul Nilo", il secondo dei film classici sul personaggio dopo "Assassinio sull'Orient Express" di Sidney Lumet di quattro anni prima, nel quale l'investigatore era però interpretato da Albert Finney. La falsariga è la stessa: una location ristretta (lì un treno, qui un battello), un nutrito numero di sospetti – tutti con un movente (il cast comprende nomi come Bette Davis, Maggie Smith, Angela Lansbury, Olivia Hussey, Jane Birkin, George Kennedy, Jon Finch e Jack Warden) – e il detective che nel finale raduna tutti in un salone per spiegare chi è il colpevole e come è avvenuto il delitto. Rispetto al film precedente, però, questo è meno accattivante, un po' troppo lungo (soprattutto nella prima parte) e ripetitivo, nonché meno brillante nella regia di Guillermin e nella sceneggiatura di Anthony Shaffer, più interessata ai fatti che alle sfumature psicologiche dei personaggi. Da notare comunque i sottotesti lesbici nel personaggio di Miss Bowers (Maggie Smith), la dama di compagnia dell'anziana Bette Davis. Musiche di Nino Rota. Il film è stato girato in esterni in Egitto: i personaggi visitano, fra gli altri, i templi di Luxor e Abu Simbel. Peter Ustinov interpreterà ancora Poirot in "Delitto sotto il sole" (1982) e "Appuntamento con la morte" (1988), nonché in tre film per la tv. Rifatto da Kenneth Branagh nel 2022.

23 settembre 2021

La donna del lago (L. Bazzoni, F. Rossellini, 1965)

La donna del lago
di Luigi Bazzoni, Franco Rossellini – Italia 1965
con Peter Baldwin, Virna Lisi
**

Visto su YouTube.

Bernard (Peter Baldwin), scrittore in crisi esistenziale, torna nel paese sul lago fra le montagne dove sin da ragazzo si recava in villeggiatura. Ma il paese, e in particolare l'albergo in cui alloggia, è scosso da alcune morti misteriose: dapprima Tilde (Virna Lisi), la giovane e bella cameriera di cui lo stesso Bernard si era invaghito, apparentemente vittima di suicidio; e poi Adriana (Pia Lindström), l'evanescente moglie di Mario (Philippe Leroy), figlio del padrone dell'albergo (Salvo Randone), che annega nelle acque del lago dopo una delle sue strane passeggiate notturne... Dal romanzo omonimo di Giovanni Commisso (dal titolo "rossiniano", o meglio tratto dal poema di sir Walter Scott), il primo film di Luigi Bazzoni – che firma la regia in coppia con Franco Rossellini; la sceneggiatura invece è di Giulio Questi, insieme ai due registi e a un Ernesto Gastaldi non accreditato – è un giallo morboso ma senza troppo nerbo, ispirato ai "misteri di Alleghe" (anche se la pellicola è stata girata a Bolsena e a Brunico), serie di delitti che scossero l'opinione pubblica nel dopoguerra. La risoluzione della vicenda, peraltro non troppo imprevedibile (e che si rifà ai primi due dei suddetti delitti), giunge all'improvviso nel finale: quel che conta, però, è l'atmosfera di angoscia e alienazione del protagonista, testimoniata dalle frequenti scene oniriche, che la fotografia di Leonida Barboni ammanta di una particolare luminosità, nelle quali l'uomo si immagina retroscena e confessioni dei personaggi che gli stanno attorno. Valentina Cortese è Irma, la sorella di Mario; Piero Anchisi è Francesco, il proprietario del negozio di foto che accompagna Bernard nelle sue "indagini"; Ennio Balbo è l'ispettore di polizia. Musiche di Renzo Rossellini.

23 agosto 2021

Il canto dell'uomo ombra (E. Buzzell, 1947)

Il canto dell'uomo ombra (Song of the thin man)
di Edward Buzzell – USA 1947
con William Powell, Myrna Loy
**

Visto in divx.

Il sesto e ultimo film della serie classica de "L'uomo ombra" prosegue nella formula consolidata di mescolare il giallo alla commedia sofisticata, con charme e leggerezza. La storia prende avvio durante una serata di beneficenza sulla S.S. Fortune, nave che ospita una sala da ballo e un casinò. Quando il direttore d'orchestra Tommy Drake (Phillip Reed), mascalzone e sciupafemmine, viene assassinato a colpi di pistola, i sospetti ricadono sul proprietario della nave, Brant (Bruce Cowling), che lo aveva minacciato poco prima. La giovane Janet (Jayne Meadows), che ha sposato Brant contro il volere del padre (Ralph Morgan), chiede allora aiuto a Nick e Nora Charles (Powell e Loy) per scagionarlo. Ma l'intricata vicenda coinvolge anche un clarinettista emotivamente instabile (Don Taylor), cui Drake aveva soffiato la ragazza (Gloria Grahame); un gangster (William Bishop) con cui l'uomo era indebitato; e il gestore di un locale rivale (Leon Ames), la cui moglie (Patricia Morison) aveva avuto una relazione con Drake e la cui collana di diamanti si rivelerà un elemento chiave del caso. Ad aiutare Nick e Nora nelle indagini, oltre all'inseparabile cagnolino Asta, c'è un altro clarinettista, "Clinker" Krause (Keenan Wynn). Se la trama gialla non è particolarmente accattivante, per via dei troppi personaggi (spesso poco caratterizzati o indistinguibili anche fisicamente) e di una risoluzione deludente, il punto di forza rimangono le dinamiche famigliari e il rapporto fra i coniugi Charles, alle prese anche con l'educazione di un figlio ormai cresciutello (interpretato da Dean Stockwell!) e appassionato di crime stories. La Grahame canta la canzone "You're not so easy to forget" (ma la voce è quella di Carol Arden). Non più impersonati da Powell e Loy, i personaggi di Nick e Nora Charles torneranno in una serie televisiva nei tardi anni cinquanta.

17 aprile 2021

L'uomo ombra torna a casa (R. Thorpe, 1945)

L'uomo ombra torna a casa (The thin man goes home)
di Richard Thorpe – USA 1945
con William Powell, Myrna Loy
**

Visto in divx.

In visita ai genitori di lui, nella cittadina rurale di Sycamore Springs (nel New England) dove è nato e cresciuto, Nick e Nora Charles (senza il figlio, rimasto "all'asilo", ma con il cagnolino Asta) rimangono coinvolti nell'ennesimo delitto che l'uomo, aiutato a suo modo dalla moglie, dovrà risolvere. Questa volta a essere ucciso sulla soglia della loro casa è un giovane pittore, le cui tele sembrano essere ambite un po' da tutti nel villaggio. Il quinto film della serie dell'uomo ombra, il primo non diretto da W.S. Van Dyke (morto due anni prima), è sempre gradevole ma rappresenta un passo indietro rispetto ai precedenti. La trama gialla, in particolare, è poco interessante, così come i personaggi di contorno (e la risoluzione è sempre la solita: tutti i sospettati riuniti in un'unica stanza, con il colpevole che si rivela essere quello meno atteso). La sceneggiatura (a questo giro è di Robert Riskin e Dwight Taylor, su un soggetto di Riskin e Harry Kurnitz: Dashiell Hammett non è più coinvolto) si incentra soprattutto sulle dinamiche famigliari fra Nick e Nora, e fra il detective e il padre Bertram (Harry Davenport), medico che disapprova il lavoro del figlio. Dopo aver conosciuto la famiglia di Nora (nel secondo film), ora dunque è il turno di quella di Nick, anche se il suo background si rivela ben diverso da quanto suggerito nel romanzo originale (dove era il figlio di un immigrato greco). Un po' spuntate le gag, e assai ridotto (per non dire assente) il consumo di alcol: evidentemente i tempi erano cambiati rispetto agli anni Trenta. Nel cast anche Lucile Watson (la madre di Nick), Gloria DeHaven, Anne Revere, Helen Vinson, Leon Ames, Lloyd Corrigan ed Edward Brophy (in un ruolo diverso rispetto al film originale). Da notare che per la prima volta il titolo della pellicola suggerisce esplicitamente che "l'uomo ombra" sia Nick Charles (ricordiamo che si trattava invece dello scienziato sulla cui scomparsa Nick indagava nel primo film). I personaggi torneranno sullo schermo ancora nel 1947 ("Il canto dell'uomo ombra").

29 marzo 2021

Marlowe, il poliziotto privato (D. Richards, 1975)

Marlowe, il poliziotto privato (Farewell, My Lovely)
di Dick Richards – USA 1975
con Robert Mitchum, Charlotte Rampling
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Il detective privato Philip Marlowe (Robert Mitchum) viene incaricato dall'energumeno Moose Malloy (Jack O'Halloran), appena uscito di prigione, di rintracciare la sua ragazza di un tempo, Velma Valento, misteriosamente scomparsa. E nel corso delle indagini scoprirà che lo stesso Moose è oggetto di una caccia all'uomo... Secondo adattamento cinematografico (dopo "L'ombra del passato" di Edward Dmytryk) del romanzo "Addio, mia amata" di Raymond Chandler. L'ottimo cast (con Charlotte Rampling, Sylvia Miles, John Ireland, John O'Leary, Harry Dean Stanton, Anthony Zerbe, Walter McGinn e persino un giovane Sylvester Stallone) e una regia anonima ma professionale sono al servizio di una storia apparentemente ingarbugliata, ma in cui alla fine tutti i nodi vengono sciolti. Il valore aggiunto comunque è Mitchum, che dona al personaggio notevoli sfumature (il senso dell'umorismo, con la battuta sempre pronta, ma anche una dose di fatalità e di cinismo amplificata dall'età). La bella atmosfera (la Los Angeles degli anni Quaranta, mentre Joe DiMaggio batte ogni record nel baseball e dall'Europa giungono venti di guerra), i costumi e la musica fanno il resto. Mitchum tornerà nei panni del personaggio anche nel successivo "Marlowe indaga" del 1978, il che lo rende l'unico attore ad aver interpretato il ruolo due volte.

13 febbraio 2021

Amsterdamned (Dick Maas, 1988)

Amsterdamned (id.)
di Dick Maas – Olanda 1988
con Huub Stapel, Monique van de Ven
**

Visto in divx.

Un misterioso e feroce serial killer, che sceglie a caso le sue vittime fuoriuscendo dai canali d'acqua, terrorizza la città di Amsterdam. Le indagini, dirette dal detective Eric Visser, si concentrano sull'ambiente dei sommozzatori dilettanti: l'assassino, infatti, indossa una tuta da sub. A metà strada fra il giallo all'italiana e il poliziesco d'azione americano, il terzo film del regista Dick Maas (nonché quello che lo ha portato all'attenzione della critica internazionale) è un'onesta pellicola con tutti i crismi e i cliché del genere, che compensa la scarsa originalità di storia e personaggi con la buona fattura delle scene d'azione (memorabile in particolare l'inseguimento in barca per i canali della città, ispirato a un film inglese del 1971, "Puppet on a chain") e soprattutto con l'ambientazione, che sfrutta la particolare topografia della capitale olandese senza limitarsi a fare il verso agli action movie hollywoodiani. Da ricordare anche le soggettive dell'assassino e l'alta tensione nel finale. Fra le cose migliori del film c'è sicuramente anche il titolo (l'omonima canzone, che figura nella colonna sonora firmata dal regista stesso, è della band femminile Loïs Lane). Curiosamente, molte scene non sono state girate ad Amsterdam ma a Utrecht.

8 gennaio 2021

L'ombra dell'uomo ombra (W. S. Van Dyke, 1941)

L'ombra dell'uomo ombra (Shadow of the thin man)
di W. S. Van Dyke – USA 1941
con William Powell, Myrna Loy
**1/2

Visto in divx.

La scelta di tradurre a suo tempo "The thin man" con "L'uomo ombra" si ripercuote comicamente sul titolo italiano di questo film, il quarto della serie e l'ultimo diretto da W. S. Van Dyke, che morirà due anni più tardi. È anche il primo che non coinvolge in alcun modo il creatore dei personaggi, ovvero lo scrittore Dashiell Hammett, né gli sceneggiatori dei film precedenti, Albert Hackett e Frances Goodrich, sostituiti da Harry Kurnitz (autore anche del soggetto) e Irving Brecher. La storia ruota attorno all'omicidio di un fantino, coinvolto in un giro di scommesse clandestine. Per risolvere il caso, che si complica poi con la morte di un giornalista corrotto, l'incompetente tenente Abrams (Sam Levene, che torna dal secondo film) chiede l'aiuto di Nick Charles (Powell), il quale lo decifrerà come suo solito, coadiuvato dalla moglie Nora (Loy) e dal cagnolino Asta. L'intreccio poliziesco non è forse all'altezza di quelli delle pellicole precedenti (e viene risolto grazie a un dettaglio rivelato solo nel finale: ovviamente anche stavolta il colpevole è il meno sospettabile di tutti), ma ormai la serie segue un'impronta ben chiara: non è tanto la trama gialla a importare, quanto lo stile, la commedia, le gag e i rapporti fra i personaggi. Anche se il figlio Nick Jr. sta crescendo (dimostra circa quattro anni), Nick e Nora proseguono la propria vita a base di alcolici, divertimento e pericoli affrontati con estrema nonchalance. Fra i momenti memorabili, Nora che assiste all'incontro di wrestling, Nick costretto a bere un bicchiere di latte, la rissa al ristorante (provocata da Asta) e soprattutto la scena del cameriere (Tito Vuolo) che insiste affinché tutti ordinino la spigola. Nel cast anche Barry Nelson (il giornalista Paul Clarke, amico di Nick e accusato dei delitti), Donna Reed (la sua fidanzata Molly), Henry O'Neill (il maggiore Sculley), Lou Lubin (l'allibratore Benny "Arcobaleno") e Stella Adler, influente insegnante di recitazione teatrale, qui in uno dei suoi rarissimi ruoli cinematografici (l'enigmatica "pupa del boss" Claire Porter).

14 dicembre 2020

Reazione a catena (Mario Bava, 1971)

Reazione a catena (aka Ecologia del delitto)
di Mario Bava – Italia 1971
con Claudine Auger, Luigi Pistilli
**1/2

Visto in TV.

La morte della contessa Federica (Isa Miranda), paralitica proprietaria di una tenuta su una baia che fa gola a molti, dà il via a una serie di omicidi che coinvolge tutti coloro che le stanno attorno. Cinicissimo giallo-nero nel quale Bava inscena, come da titolo, una serie di cruenti delitti: se all'inizio sembra di assistere a un giallo che ci invita a indovinare l'identità dell'assassino (cosa difficile, perché tutti sembrano nutrire interessi verso la tenuta della contessa), ben presto ci rendiamo conto che nessuno è innocente. E man mano che si procede nella catena degli omicidi, con numerose sequenze splatter e gore (la pellicola è a tutti gli effetti un'antesignana degli slasher degli anni ottanta), ci accorgiamo che non c'è alcun protagonista positivo (anzi: a prescindere dallo stato sociale o da qualsiasi altra caratteristica, tutti sono ugualmente e "democraticamente" cattivi, avidi, disprezzabili), fino allo sberleffo finale appena prima dei titoli di coda. Proprio l'apparente nichilismo, o il pessimismo cosmico se vogliamo (ma senza compiacimento), diventa così la ragion d'essere della pellicola, una delle poche di cui il regista si dichiarò soddisfatto (e che potè girare senza pressioni o imposizioni indesiderate da parte dei produttori). Fra gli interpreti: Leopoldo Trieste e Laura Betti (l'entomologo Paolo e sua moglie Anna), Chris Avram e Anna Maria Rosati (l'architetto Franco e la sua amante Laura), Claudio Volonté (il pescatore Simone, figlio illegittimo della contessa), Giovanni Nuvoletti (Filippo, il marito della contessa), Claudine Auger e Luigi Pistilli (Renata, la figlia di quest'ultimo, e suo marito Alberto), Brigitte Skay, Paola Rubens, Guido Boccaccini e Roberto Bonanni (i quattro ragazzi Sylvie, Denise, Luca e Roberto). Memorabile il nudo integrale della Skay, quando si tuffa nella baia e trova uno dei cadaveri. Da sottolineare anche la fotografia dello stesso Bava, dominata dalle tinte fosche e dai colori autunnali, e la regia dinamicissima, con camera a mano, movimenti rapidi e soggettive per accrescere la tensione. Gli effetti speciali sono di Carlo Rambaldi, la musica di Stelvio Cipriani. Lamberto Bava, figlio del regista e suo assistente, avrebbe diretto alcune sequenze (come quella della morte di Simone).