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29 maggio 2021

Il buio si avvicina (Kathryn Bigelow, 1987)

Il buio si avvicina (Near Dark)
di Kathryn Bigelow – USA 1987
con Adrian Pasdar, Jenny Wright
**1/2

Visto in divx.

In una notte stellata, il giovane cowboy Caleb (Pasdar) incontra la bella Mae (Wright), ragazza misteriosa ed enigmatica che lo morde sul collo e lo trasforma in un vampiro. Vagherà per le strade dell'America insieme a lei e al gruppo di cui fa parte, nascondendosi di giorno e andando a caccia di notte, rifiutandosi sempre però di uccidere per placare la propria sete, prima di riuscire a trovare una cura... Realizzato sulla scia di "Ragazzi perduti" e di altre pellicole che avevano riportato in auge il tema dei vampiri in modo non convenzionale (ma è da notare che la parola "vampiro" non viene mai pronunciata) e co-sceneggiato con Eric Red, il secondo film della Bigelow (ma il primo in cui firma la regia da sola) può vantare una bella atmosfera che mescola horror esistenziale, thriller, western moderno on the road e l'ambientazione nel sud degli Stati Uniti (Texas e dintorni), senza contare l'attrazione romantica fra Caleb e Mae, ma soffre per le tante ingenuità nella trama e per un'evidente povertà di budget. Da sottolineare la presenza di molti attori "cameroniani" nei ruoli di contorno (James Cameron e la Bigelow si sposeranno nel 1989, ma in questo film lui non è coinvolto in alcun modo): i membri del gruppo a cui Caleb si aggrega sono infatti interpretati da Lance Henriksen (il leader Jesse), Jenette Goldstein (la sua compagna Diamondback) e Bill Paxton (il tamarro e psicopatico Severen, che con il suo comportamento antagonista e sopra le righe è probabilmente il personaggio più memorabile del film, vedi per esempio la scena del massacro nel bar, che sembra anticipare Tarantino), cui si aggiunge il "piccolo" Joshua John Miller (Homer). Tim Thomerson è il padre di Caleb, che parte alla sua ricerca (evidente il contrasto fra la famiglia originale e quella di adozione, formata dai vampiri). Musica dei Tangerine Dream.

31 dicembre 2020

Strange days (Kathryn Bigelow, 1995)

Strange days (id.)
di Kathryn Bigelow – USA 1995
con Ralph Fiennes, Angela Bassett
***1/2

Rivisto in DVD.

Nella Los Angeles del 1999, caotica, violenta e alla vigilia del nuovo millennio, l'ex poliziotto Lenny Nero (Ralph Fiennes) si guadagna da vivere come spacciatore di "memorie virtuali", ovvero registrazioni clandestine di esperienze altrui che, tramite un apposito circuito neuronale, possono essere trasmesse al cervello di un fruitore che le guarda in tempo reale come se fossero sue: si tratta di una tecnologia illegale e diffusa solo sul mercato nero, perché – proprio come una droga – può provocare dipendenza e alienazione dalla realtà. Quando la prostituta Iris, prima di essere uccisa da un misterioso killer, gli chiede aiuto perché è entrata in possesso di una clip che svela la complicità della polizia nell'assassinio del popolarissimo rapper nero Jeriko One (rivelazione che rischia di far esplodere ancora di più la violenza nelle strade), Nero si preoccupa che anche la sua ex fidanzata Faith (Juliette Lewis) possa essere in pericolo: Faith ora sta infatti con Philo Gant (Michael Wincott), l'ambiguo manager di Jeriko One, che potrebbe essere implicato nel suo omicidio... Scritta e prodotta da James Cameron (che all'epoca era sposato con la Bigelow), ma più dark e "adulta" dei suoi soliti film, una pellicola cyberpunk originale e potente, fra le migliori a portare sullo schermo il tema degli innesti di memoria artificiale (la si paragoni per esempio al contemporaneo "Johnny Mnemonic", di maggior successo al botteghino ma complessivamente meno riuscito) all'interno di una vicenda che fonde il giallo-thriller (l'identità dell'assassino rimane in dubbio fino alla fine) con i temi sociali (le rivolte per le strade si ispirano alle proteste dopo il caso di Rodney King), passando per l'introspezione esistenziale fino a un finale spettacolare e liberatorio. Il film si svolge infatti nell'arco di sole 24 ore, quelle che precedono il capodanno del 2000 e l'inizio di un nuovo millennio ("il 2K") che è atteso con toni apocalittici, quasi fosse "la fine del mondo". E le sequenze conclusive, con la pioggia di coriandoli colorati che ricopre la folla in festa per le strade, non si dimenticano facilmente. Da apprezzare il world building cupo e distopico, la fotografia colorata, la regia (con le numerose "soggettive" delle memorie virtuali) ma anche la costruzione dei personaggi, in particolare quelli di contorno, che rivestono ruoli non stereotipati: fra questi Mace (Angela Bassett), la tostissima autista di colore che aiuta Nero nella sua indagine, e l'amico Max (Tom Sizemore), suo ex collega "sballato". Vincent D'Onofrio e William Fichtner sono i due poliziotti cattivi. Flop di pubblico alla sua uscita, forse anche per i sottotesti pornografici, il film – complice anche una difficile reperibilità – ha lentamente conquistato un'aura da cult movie: rimane tuttora il miglior lavoro della Bigelow, insieme a "Point Break". Il look di Ralph Fiennes con il giubbotto nero ha ispirato il personaggio di Harlan Draka nella serie a fumetti "Dampyr" della Sergio Bonelli Editore. Il titolo della pellicola proviene dall'omonima canzone dei Doors: ma sui titoli di coda spicca "While the Earth sleeps" di Peter Gabriel e dei Deep Forest.

14 marzo 2014

Zero Dark Thirty (Kathryn Bigelow, 2012)

Zero Dark Thirty (id.)
di Kathryn Bigelow – USA 2012
con Jessica Chastain, Jason Clarke
*1/2

Visto in TV.

Dopo gli attentati terroristici dell'11 settembre 2001 (di cui non vengono mostrate immagini: si odono solo suoni e registrazioni audio su uno schermo nero), un'unità speciale della CIA dà la caccia al principale responsabile, Osama Bin Laden, il capo di Al Qaeda. Seguendo per anni una pista assai esile, un'agente particolarmente ostinata riuscirà a individuare il suo rifugio segreto in Pakistan, permettendo così ai marines di irrompere nell'edificio e di ucciderlo. Dopo l'imprevisto successo di "The Hurt Locker", la Bigelow decide di battere il ferro finché è caldo e sforna una versione romanzata della caccia all'uomo più ricercato del mondo, che la sceneggiatura (di Mark Boal) racconta dal punto di vista di un singolo personaggio, l'agente Maya (interpretato da Jessica Chastain), ritratta dapprima come sperduta e a disagio e poi, via via, sempre più dura, decisa e ostinata. Ma tale protagonista, dalla caratterizzazione superficiale e priva di personalità, non è in alcun modo in grado di fare da guida allo spettatore, lasciato di fatto a sé stesso in una pellicola noiosa e senza ritmo né suspense, che si barcamena infelicemente fra finzione e documentario e che cerca inutilmente di coprire la propria mediocrità con l'emozione fornita dai fatti reali. Il risultato è piatto, retorico, vendicativo, americano-centrico, incapace di approfondire tanto il contesto storico quanto i suoi stessi personaggi, oltre che troppo lungo e senza un'idea di cinema che lo sostenga. Dopo 20-25 minuti già avevo perso ogni interesse in un film che per quasi un'ora e mezza gira a vuoto, e solo nel finale pare cambiare marcia con la sequenza dell'irruzione dei marines, peraltro girata (con notevole stacco stilistico rispetto al resto) come se si trattasse di un videogioco: irreale, del tutto priva di tensione e da guardare come anestetizzati. Velatamente pro-Bush e anti-Obama, soprattutto nella descrizione delle torture e degli interrogatori da parte degli agenti della CIA, ritratti come necessari: quando viene eletto il nuovo presidente, gli agenti commentano che "è cambiata l'aria" e si mostrano delusi di non poter più continuare con gli stessi metodi perché i nuovi politici non glielo permetteranno. Il titolo significa, in gergo militare, "mezzanotte e mezza", l'ora in cui è stato ucciso Bin Laden.

30 giugno 2013

Point break (Kathryn Bigelow, 1991)

Point Break - Punto di rottura (Point Break)
di Kathryn Bigelow – USA 1991
con Keanu Reeves, Patrick Swayze
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

Johnny Utah (Keanu Reeves), giovane agente dell'FBI appena trasferito in California, deve indagare su una banda di rapinatori di banche che compiono i loro colpi mascherati da ex presidenti degli Stati Uniti (Reagan, Nixon, Carter e Johnson). Insieme al collega Angelo Pappas (Gary Busey), sospetta che dietro ai furti ci possa essere un gruppo di surfisti, che con i proventi delle rapine si finanziano le trasferte invernali nell'emisfero australe. Sotto copertura, si introduce così nelle "tribù" dei praticanti di questo sport, conquistando prima l'amore della bella Tyler (Lory Petty) e poi l'amicizia di Bodhi (Patrick Swayze), carismatico "guru" di un gruppo di amanti degli sport estremi. Naturalmente proprio quest'ultimo si rivelerà essere il capo della banda. Il miglior film della Bigelow (checché ne dicano i giurati del premio Oscar) è una pellicola fra le più iconiche dei primi anni novanta, forse il terzo miglior surf movie della storia (dopo "Un mercoledì da leoni" e "Il silenzio sul mare", ovviamente), che sul classico tema dell'indagine poliziesca (e del buddy movie) innesta riflessioni "filosofiche" sull'amicizia, la libertà, il "sapore" di una vita vissuta pericolosamente. È un film carico di testosterone (il che è ironico, se si pensa che alla regia c'è una donna), a tratti quasi viscerale: un critico, ai tempi, scrisse che "Point Break fa sentire quelli come noi, che non trascorrono la vita in cerca di un'emozione fisica estrema, come cittadini di seconda classe. Il film trasforma lo spericolato valore atletico in una nuova forma di aristocrazia". È inoltre, probabilmente, la pellicola che ha fatto da modello al primo "Fast and Furious", quasi un remake che ne sposta il focus dal surf alle corse automobilistiche illegali. Anche se Reeves sforna una delle sue migliori interpretazioni, a rubare la scena è il personaggio di Swayze, appassionato di filosofia orientale (il nome Bodhi è un diminuitivo di "bodhisattva") e dedito, oltre che al surf (dove è perennemente alla ricerca dell'"onda giusta"), anche al paracadutismo; del suo carisma persino il protagonista fatica a non sentire il fascino. Memorabile la trovata di mascherare i rapinatori come presidenti; fuori posto, invece, il finale in cui Reeves getta via il distintivo come faceva Gary Cooper in "Mezzogiorno di fuoco". In gran parte delle sequenze tra le onde, gli attori non fanno uso di controfigure: Swayze, in particolare, recitò di persona anche nelle scene in cui si getta nel vuoto con il paracadute. Il titolo è un termine del gergo surfistico che si riferisce alla rottura di un'onda quando impatta con una scogliera che emerge dalle acque. James Cameron (ai tempi marito della Bigelow) figura come produttore esecutivo. Nel 2015 è uscito un remake.

16 febbraio 2010

The hurt locker (K. Bigelow, 2008)

The hurt locker (id.)
di Kathryn Bigelow – USA 2008
con Jeremy Renner, Anthony Mackie
**

Visto in DVD.

Nella Bagdad occupata dalle truppe americane, una squadra speciale composta da un artificiere e dai suoi due compagni – alle prese con bombe da disinnescare, terreni da bonificare e ordigni da rimuovere dalle strade della città (o, talvolta, direttamente dai corpi dei kamikaze) – sfida quotidianamente la morte e cerca di esorcizzare le proprie paure. Le loro missioni, scandite dal countdown dei giorni che mancano prima di tornare a casa, sono illustrate attraverso una serie di situazioni e di episodi slegati l'uno dall'altro. Il vero punto di forza del film non è infatti la trama ma l'ambientazione: un paese straniero, desolato e "alieno", ostile e pieno di nemici invisibili, dove i soldati sono circondati dagli sguardi e dalla curiosità di mille volti che li scrutano in silenzio dalle case attorno. I nemici, che si tratti di ribelli, di guerriglieri o di terroristi, rimangono quasi sempre nell'ombra, al limite intravisti a distanza attraverso le ottiche di un binocolo: la loro esistenza è per lo più testimoniata dalle bombe, dai fili e dagli inneschi che disseminano un po' dappertutto, sotto il terreno, dentro una macchina o persino all'interno del corpo di un bambino. Qualche ingenuità nella sceneggiatura e i dialoghi didascalici riducono in parte la forza della pellicola, che non brilla particolarmente nemmeno per la regia: ho trovato fastidiosi l'uso della camera a mano e il ricorso indiscriminato agli zoom e ai ralenti. Interessanti invece alcune suggestioni fantascientifiche: il robot che gli artificieri usano per controllare le bombe a distanza ricorda molto quelli che la NASA ha inviato in esplorazione su Marte, mentre la protezione che il protagonista indossa per avvicinarsi agli ordigni assomiglia a una tuta spaziale (l'inquadratura ravvicinata del casco fa venire in mente lo scafandro dell'astronauta di "2001"). Come dire: non siamo sulla Terra ma su un altro pianeta, e infatti la guerra in Iraq è completamente svuotata di contesto e di significato. Brevi apparizioni in ruoli minori, fra gli altri, per Guy Pearce (l'artificiere che salta in aria nella scena iniziale) e Ralph Fiennes (il capo del gruppo di contractors che i nostri incontrano nel deserto). Brutte le voci del doppiaggio italiano. Nel complesso, è un film che ha il merito di fuggire dalla classica impostazione del cinema bellico, anche a livello narrativo e semantico, e che – in mezzo a tanta astrazione – nel finale approfondisce il tema suggerito dalla didascalia introduttiva ("La guerra è come una droga"). Ma nove nomination agli Oscar (poi tradottesi in sei statuette, fra cui quella per il miglior film e quella "storica" per la regia, assegnata per la prima volta a una donna) sono francamente troppe.