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30 novembre 2022

Nuvole in viaggio (Aki Kaurismäki, 1996)

Nuvole in viaggio (Kauas pilvet karkaavat)
di Aki Kaurismäki – Finlandia 1996
con Kati Outinen, Kari Väänänen
***1/2

Rivisto in divx.

Ilona (Outinen), capocameriera in un ristorante, e il marito Lauri (Väänänen), autista di tram, perdono il lavoro quasi contemporaneamente. E trovarne uno nuovo non è facile, in un mondo e una città che cambia rapidamente e che offre poche garanzie. Dopo aver esaurito ogni possibilità, riusciranno a risollevarsi aprendo un ristorante tutto loro. Dopo "Ombre nel paradiso" e "La fiammiferaia", Kaurismäki firma un altro affresco sui problemi socio-economici delle classi medie e povere, nonché uno dei suoi film migliori, con i suoi attori preferiti e il suo consueto stile asciutto, laconico e bordato di humour (humour finlandese, si badi bene, con personaggi apparentemente inespressivi e sempre silenziosi, in ogni circostanza). I toni malinconici (il rimpianto per il passato e per un mondo "con più stile"), la colonna sonora (dove abbondano canzoni nostalgiche ma anche brani della sesta sinfonia "Patetica" di Ciajkovskij), le scenografie colorate e la fotografia in chiaroscuro fanno da sfondo a una vicenda quotidiana di due personaggi pieni di dignità anche quando sono alle prese con problemi pressanti come quelli legati al lavoro e alla disoccupazione. Problemi dai quali, a volte, non basta la buona volontà per uscire, anche perché chi è onesto è comunque circondato da imbroglioni grandi e piccoli. Attorno ai due protagonisti ruota un bel cast di caratteristi (Elina Salo, Markku Peltola, Sakari Kuosmanen, Matti Onnismaa), mentre le "nuvole in viaggio" del titolo, quelle verso cui i due coniugi volgono lo sguardo nel finale, rappresentano i momenti buoni o brutti della vita, che vanno e vengono a loro piacimento o portati da un vento imprevedibile. Scene cult: l'uscita dal cinema ("Abbi pazienza, è tua sorella") e quella della riappacificazione fra i coniugi ("Tra noi è finita" - "Torniamo a casa" - "Va bene"). Da notare anche le due brevi sequenze mute che adombrano la tragica perdita di un figlioletto. Come in quasi ogni film del regista finlandese, i protagonisti hanno un cane. Premio speciale al festival di Cannes.

6 maggio 2020

Jarinko Chie (Isao Takahata, 1981)

Chie la piccola peste (Jarinko Chie)
di Isao Takahata – Giappone 1981
animazione tradizionale
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La piccola e vivace Chie abita con lo scapestrato padre Tetsu e il gatto Kotetsu in un quartiere periferico di Osaka. Non sopportando più il marito, attaccabrighe e irresponsabile, la madre Yoshie è andata via di casa, e la bambina è costretta a portare avanti da sola il ristorantino di famiglia (che vende Horumon, ovvero spiedini di frattaglie, e sakè). Anche il rapporto di Chie con il padre (che chiama sempre per nome, Tetsu, rifiutandosi di chiamarlo papà) è alquanto problematico: da un lato si vergogna di un genitore così cialtrone e combinaguai, che perde al gioco tutto il denaro guadagnato ed è sempre in giro a provocare risse, dall'altro gli è affezionata e vorrebbe tanto poter essere orgogliosa di lui (oltre che vedere riunita la famiglia). Tratto da un manga di Etsumi Haruki, caratterizzato da uno strano contrasto fra il disegno cartoonistico e l'ambientazione realistica, un film simpatico e minimalista costituito da una successione di "vignette" che coinvolgono non solo Chie e i genitori ma anche i vari abitanti del quartiere (e persino i gatti, protagonisti di alcune sottotrame surreali e slapstick). Una dopo l'altra si succedono avventure scolastiche, problemi con gli yakuza, incontri (segreti) con la madre, gite fuori porta, combattimenti fra gatti, con toni che ondeggiano gradevolmente fra l'attenzione alle psicologie e le situazioni grottesche e sopra le righe... Isao Takahata lo diresse per la Tokyo Movie Shinsa prima di fondare con Hayao Miyazaki lo studio Ghibli. Pare che inizialmente la regia fosse stata affidata proprio a Miyazaki, ma i produttori cambiarono idea quando il maestro disse che avrebbe voluto riscrivere tutta la sceneggiatura mostrando gli eventi dal punto di vista del gatto Kotetsu. Takahata, che diresse successivamente anche la serie televisiva dedicata a Chie (in onda dal 1981 al 1983, i cui primi episodi corrispondono alle vicende qui raccontate), rimane invece fedele al manga in tutto e per tutto: in ogni caso la pellicola presenta molti temi che si vedranno anche nelle sue opere successive, come "I miei vicini Yamada" (la vita quotidiana in famiglia) e "Pom Poko" (le dinamiche fra gli animali).

20 aprile 2020

Fa' la cosa giusta (Spike Lee, 1989)

Fa' la cosa giusta (Do the right thing)
di Spike Lee – USA 1989
con Spike Lee, Danny Aiello
***1/2

Rivisto in TV.

In una caldissima giornata d'estate, con la canicola che dà alla testa, un isolato di Brooklyn (il film è stato girato nel quartiere di Bedford-Stuyvesant) ribolle di tensioni razziali. I suoi abitanti sono prevalentemente neri, ma non mancano ispanici, italiani e asiatici: un melting pot che convive più o meno pacificamente e pigramente, anche se la rabbia repressa è sempre pronta a esplodere. E a far scoccare la scintilla può bastare un minimo e insignificante pretesto. Al centro di una vicenda corale c'è la pizzeria gestita dall'italo-americano Sal (Danny Aiello), insieme ai figli Pino (John Turturro) e Vito (Richard Edson), sorta di luogo d'incontro condiviso fra le varie culture, dove Mookie (Spike Lee) lavora come fattorino per consegnare le pizze a domicilio. Mookie vive con la sorella Jade (Joie Lee, sorella di Spike), che lo considera un irresponsabile, e ha avuto un figlio da Tina (Rosie Perez, protagonista delle scene di street dancing che aprono la pellicola), una ragazza portoricana. Nei suoi giri per l'isolato incontra numerosi e variopinti personaggi: il "Sindaco" (Ossie Davis), vecchio ubriacone che è un po' la voce della coscienza del quartiere, non sempre ascoltata dai più giovani (è lui a pronunciare la frase del titolo, rivolta al protagonista); il problematico Buggin Out (Giancarlo Esposito), sempre in cerca di un'occasione per piantare grane in nome dell'"orgoglio nero" (per esempio boicottando la pizzeria di Sal perché sul muro sono appesi solo ritratti di celebrità italo-americane); il colossale Radio Raheem (Bill Nunn), che vaga con un gigantesco stereo da cui spara in continuazione musica ad alto volume ("Fight the Power" dei Public Enemy); Smiley (Roger Guenveur Smith), ragazzo mentalmente disabile che gira vendendo foto di Malcolm X e Martin Luther King; la vecchia Mother Sister (Ruby Dee), che osserva tutto ciò che accade nel quartiere dalla finestra del suo appartamento; e ancora, gruppi di nullafacenti che commentano ogni cosa stando seduti in strada, bande di ragazzi che gironzolano facendo scherzi, gang di portoricani, negozianti coreani, e la voce del DJ del quartiere, Love Daddy (Samuel L. Jackson), che fornisce l'incessante colonna sonora. Ispirato ad alcuni eventi reali (il pestaggio e l'omicidio di un afro-americano da parte della polizia di New York), il film intende mostrare come l'odio, la rabbia e la violenza possano esplodere in ogni momento, se la situazione sottostante ha raggiunto il livello di guardia, coinvolgendo tanto le persone intolleranti e razziste (da un lato e dall'altro: vedi Vito o Buggin Now) quanto quelle comprensive e tutto sommato ben disposte verso le altre etnie (è il caso di Sal o di Mookie). Alla sua uscita, il film suscitò stupide e cieche polemiche negli Stati Uniti, e fu accusato di fomentare la rabbia dei neri, mentre invece si limita a ritrarre (a volte in maniera realistica, a volte ai limiti della parodia) uno stato di cose, ed è quanto mai equilibrato nel mostrare ragioni e soprattutto torti di tutti (riuscitissimo il montaggio di insulti razziali che i personaggi si scambiano fra loro, rivolti ad etnie e minoranze che pure convivono a pochi metri di distanza: tutti sono sullo stesso piano e nessuno pare migliore degli altri) e nel raccontare di come la violenza possa nascere dal minimo casus belli e distruggere anche le poche occasioni di integrazione e di fratellanza. La pellicola si conclude con due citazioni di segno opposto su questo tema, rispettivamente di Martin Luther King e di Malcolm X (per uno la violenza porta a un'insensata spirale distruttiva, per l'altro è inevitabile e giustificata), ritratti insieme nella foto che Smiley gira vendendo e che alla fine viene affissa sulla parete della pizzeria distrutta. La contrapposizione fra amore e odio è resa esplicita dai tirapugni di Radio Raheem, che recano le parole "Love" e "Hate", come i tatuaggi di Robert Mitchum ne "La morte corre sul fiume".

14 febbraio 2020

Solino (Fatih Akin, 2002)

Solino (id.)
di Fatih Akin – Germania/Italia 2002
con Barnaby Metschurat, Moritz Bleibtreu
**1/2

Visto in divx.

Emigrata in Germania dal sud dell'Italia, la famiglia Amato – composta dal padre Romano (Gigi Savoia), dalla madre Rosa (Antonella Attili) e dai figli Giancarlo (Moritz Bleibtreu) e Gigi (Barnaby Metschurat) – apre una pizzeria a Duisburg, nel bacino della Ruhr. Ma i fratelli, una volta cresciuti nel nuovo paese, cercheranno una propria strada. E fra Gigi, aspirante regista, e il geloso Giancarlo esploderà la rivalità, anche perché innamorati della stessa ragazza, Johanna (Patrycia Ziółkowska). Diviso in tre sezioni ambientate a dieci anni di distanza l'una dall'altra (1964, 1974 e 1984), il terzo film di Akin (nonché il primo di cui non ha scritto la sceneggiatura, opera di Ruth Toma) affronta alcuni degli argomenti a lui più cari, l'immigrazione e il cibo, aggiungendovi l'amore per il cinema e il tema della disgregazione della famiglia, con l'amicizia-rivalità fra i protagonisti che si dipana appunto nell'arco di vent'anni. Se la prima parte, quando i due fratelli sono ancora bambini, è gradevole ma anche un po' stereotipata e di maniera (con un occhio a Tornatore e al suo "Nuovo Cinema Paradiso"), le successive appaiono più interessanti e sincere nel ritratto di personaggi che non sono mai del tutto buoni né del tutto cattivi. Nicola Cutrignelli interpreta Gigi da bambino. Nel cast anche Tiziana Lodato (Ada) e Vincent Schiavelli (il regista Baldi, che ispira Gigi con il suo motto "Ardore e passione!"). Solino è un paese fittizio: il film è stato girato a Leverano e dintorni, in Puglia. Mai distribuita in Italia (a quanto ne so), la pellicola è bilingue: gli attori italiani parlano italiano, quelli tedeschi alternano le due lingue (e tutto sommato non se la cavano male). La bella colonna sonora (di Jannos Eolou) comprende diverse canzoni italiane di quegli anni.

18 maggio 2018

Il romanzo di Mildred (Michael Curtiz, 1945)

Il romanzo di Mildred (Mildred Pierce)
di Michael Curtiz – USA 1945
con Joan Crawford, Ann Blyth
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Un uomo, Monte Beragon (Zachary Scott), viene ucciso a colpi di pistola nella sua casa sulla spiaggia. Il principale sospettato è Bert Pierce (Bruce Bennett), che era stato il primo marito della vedova Beragon, Mildred (Joan Crawford): secondo i poliziotti avrebbe agito per gelosia e dunque viene incriminato nonostante il maldestro tentativo della stessa Mildred di far ricadere la colpa sul suo ex socio in affari Wally (Jack Carson). Per convincere gli agenti dell'innocenza di Bert, nel corso di un lungo interrogatorio in commissariato Mildred racconta gli ultimi e difficili anni della propria vita: di come si era separata da Bert quattro anni prima per divergenze sul modo di educare i figli; di come, in difficoltà economiche, ha lavorato duramente per mantenere la sua esigentissima primogenita, l'ingrata e viziata Veda (Ann Blyth); di come, partendo da semplice cameriera, è riuscita a diventare proprietaria di un'avviata e prestigiosa catena di ristoranti; e di come, per garantire a Veda il lusso di cui non sembra poter fare a meno, ha accettato di sposare il ricco Beragon pur non amandolo. Qyando arriverà l'alba, anche il nome dell'assassino sarà evidente. Uno dei più celebri e classici melodrammi hollywoodiani, tratto da un romanzo di James M. Cain (ma nonostante la fame dell'autore come autore di gialli e polizieschi, la cornice noir e l'omicidio di Monte sono tutta un'aggiunta dell'adattamento cinematografico, in ossequio al codice Hays e in sostituzione di elementi più torbidi e di natura sociale: il libro era esplicitamente ambientato nell'epoca della Grande Depressione). La regia espressionistica di Curtiz e l'eccellente prova dell'intero cast – quella misurata della Crawford in particolare (che vinse l'Oscar come miglior attrice: la pellicola ebbe in tutto sei nomination) – lo rendono un film vibrante e intenso, ricco di momenti memorabili e di colpi di scena che si dipanano nell'arco di quattri anni (ma la narrazione, come detto, avviene interamente in flashback nel corso di una sola notte). Oltre ai temi sociali (le difficoltà di una madre che deve provvedere da sola alla famiglia; il disprezzo che Monte e Veda rivolgono a chi, come Mildred, lavora per guadagnarsi da vivere), il fulcro del film sta nel rapporto indissolubile e ai limiti del patologico fra una madre troppo disposta a sacrificarsi e una figlia avida e ingrata. Eve Arden è Ida, l'amica e aiutante tuttofare di Mildred. Bello il tema musicale di Max Steiner. Rifatto nel 2011 da Todd Haynes come miniserie televisiva con Kate Winslet.

24 aprile 2017

L'altro volto della speranza (Aki Kaurismäki, 2017)

L'altro volto della speranza (Toivon tuolla puolen)
di Aki Kaurismäki – Finlandia 2017
con Sherwan Haji, Sakari Kuosmanen
***

Visto al cinema Eliseo.

Da sempre intento a ritrarre il mondo degli umili e degli emarginati, già nel precedente "Miracolo a Le Havre" Kaurismäki aveva affrontato il tema, così d'attualità, dell'immigrazione e dei rifugiati che giungono in Europa per fuggire dalle guerre del Medio Oriente. Qui (in quello che dovrebbe essere, secondo il suo intento, il capitolo centrale di una "trilogia sui porti") ne fa il centro della pellicola, o almeno uno dei centri, visto che uno dei due protagonisti è Khaled Ali (Haji), profugo siriano che, per una serie di circostanze, si ritrova in Finlandia, separato dall'amata sorella di cui ha perso le tracce. Il suo tentativo di chiedere asilo alle autorità finlandesi viene frustrato, e Khaled si dà alla clandestinità: viene accolto e protetto da Waldemar Wikström (Kuosmanen), anziano proprietario di un ristorante, e dai suoi dipendenti, che lo aiuteranno anche a rintracciare la sorella. D'altronde, che il mondo venga portato avanti grazie alla solidarietà fra i singoli esseri umani, spesso proprio quelli degli strati sociali più bassi, è un tema costante delle pellicole del regista finlandese (qui evidente anche nell'amicizia fra il siriano Khaled e l'iraniano Mazdak; ma c'è anche l'operatrice del centro di accoglienza che lo aiuta a fuggire, il camionista che gli riporta la sorella, e altri esempi ancora). Lo stesso Wikström è un personaggio assolutamente kaurismäkiano, sin dalla scena che lo introduce, nel quale dà silenziosamente addio alla moglie alcolizzata e va via di casa. Impiegato come commesso viaggiatore ma deciso a cambaire vita, grazie a una cospicua vincita al gioco (una partita a poker sembra l'ideale per personaggi dalle facce sempre imperturbabili come quelli di Kaurismäki: ma per una volta, nel momento in cui svela la mano vincente, sul volto di Wikström si nota l'accenno di un sorriso!), ottiene il denaro necessario per acquistare il ristorante (come già in "Nuvole in viaggio", la ristorazione si rivela una risorsa vincente), ereditandone anche i tre bizzarri dipendenti (magistralmente interpretati da Ilkka Koivula, Janne Hyytiäinen e Nuppu Koivu). E se gli affari non vanno bene, si può sempre provare a trasformarlo in un sushi bar (in una sequenza esilarante, che oltre a far ridere fa anche riflettere: nel servire ai malcapitati turisti giapponesi delle aringhe salate con una dose abbondante di wasabi, i personaggi fanno quello che fa il film stesso: far incontrare insieme elementi che provengono da mondi diversi e che hanno poco in comune l'uno con l'altro). Per il resto, siamo dalle parti del "solito" Kaurismäki: personaggi senza casa, lunghi e rarefatti silenzi, momenti di sottile umorismo, una nostalgica malinconia (abiti e automobili guardano al passato, i prezzi del ristorante sono ancora in marchi, nonostante ormai sia in vigore l'euro), la retorica ai minimi livelli anche quando si parla dei drammi sociali di questi giorni, un grande uso degli spazi e del colore, e tanta musica diegetica (quasi tutte le canzoni che si sentono durante il film sono "eseguite" da artisti di strada o nei locali), fino a un finale (almeno in parte) riappacificatorio. E naturalmente non poteva mancare un cagnolino, in questo caso la simpatica Koistinen (lo stesso nome del protagonista de "Le luci della sera"). Breve cameo per Kati Outinen (la negoziante che progetta di emigrare in Messico). Il doppiaggio italiano, a differenza che in passato, mi è sembrato voler infondere a forza qualche emozione nelle voci dei personaggi, un effetto straniante se accoppiato all'impassibilità dei loro volti.

18 giugno 2015

Le ricette della signora Toku (N. Kawase, 2015)

Le ricette della signora Toku (An)
di Naomi Kawase – Giappone 2015
con Masatoshi Nagase, Kirin Kiki, Kyara Uchida
**

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina, Daniela e Alessandro, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il quarantenne Sentaro, che gestisce un piccolo negozietto di dorayaki (dolci tradizionali formati da due pancake con un ripieno di marmellata di fagioli dolci), assume come assistente Tokue, un'anziana e timida signora ultrasettantenne, perché è in grado di preparare un'an (la suddetta marmellata) considerevolmente più buona di quella, industriale, che lui usa di solito. Ma come lui, anche la donna ha un passato misterioso e doloroso: ammalatasi di lebbra da giovane, fu rinchiusa subito dopo la guerra in una struttura di quarantena dove ha trascorso tutta la vita. A parte questo spunto interessante, il film della Kawase ha ben poco di originale: e mescola tanti ingredienti tipici del cinema giapponese (l'arte del cibo; l'amore per la natura, con gli immancabili ciliegi in fiore; il confronto fra le generazioni, qui rappresentate da Sentaro, da Tokue e dalla giovane studentessa Wakana; il minimalismo del quotidiano) per creare un film poetico, umanista e gradevole, ma fin troppo esile e manierista, tanto dal punto di vista narrativo che da quello cinematografico. Alla fine, il vero fulcro non sono i personaggi (la cui caratterizzazione non è particolarmente profonda) ma il negozio di dorayaki e i dolci stessi: il primo, un microcosmo che diventa la vera casa e il punto d'incontro di personaggi in fuga dal passato (Sentaro e Tokue) o dal futuro (Wakana); i secondi, un simbolo della tradizione culinaria e della semplicità, quasi una protezione dai ricordi e dai dolori della vita.

6 novembre 2014

The ramen girl (Robert Allan Ackerman, 2008)

The ramen girl (id.)
di Robert Allan Ackerman – USA/Giappone 2008
con Brittany Murphy, Toshiyuki Nishida
**

Visto in TV, con Sabrina.

La giovane americana Abby si è trasferita a Tokyo per vivere insieme al fidanzato Ethan, ma questi la lascia dopo un paio di settimane. Depressa e disillusa, ma anche decisa a non tornare in patria da sconfitta, Abby si getta a capofitto nella prima impresa che le passa per la testa, ovvero diventare una cuoca di ramen (i celebri tagliolini cinesi, serviti in una ciotola con brodo e varie pietanze), e chiede al burbero proprietario del ristorantino sotto casa di prenderla come allieva. Questi, all'inizio un po' riluttante, accetta: e nonostante i due non capiscano una parola delle rispettive lingue, la ragazza riuscirà dopo molte difficoltà a impadronirsi non solo della tecnica necessaria a preparare dei ramen perfetti, ma anche della capacità di "mettere la propria anima" nei piatti che cucina. En passant, troverà anche l'amore con un ragazzo giapponese (di origine coreana, Park So-hee). Film carino, innocuo, prevedibile e leggero, a modo suo anche gradevole (per una volta un film hollywoodiano non "tradisce" l'ambientazione e la cultura nipponica, anche se ne recupera molti cliché), che si regge quasi interamente sul rapporto fra maestro e allieva, con il primo apparentemente duro e autoritario ma che nel finale saprà mostrare anche il suo lato debole, e la seconda inizialmente fragile ma anche ostinata e capace di andare fino in fondo. Praticamente è come una pellicola di arti marziali, ma senza scene d'azione o violente.

18 marzo 2013

Pomodori verdi fritti alla fermata del treno (Jon Avnet, 1991)

Pomodori verdi fritti alla fermata del treno (Fried Green Tomatoes)
di Jon Avnet – USA 1991
con Kathy Bates, Mary Stuart Masterson
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

In una casa di riposo per anziani, dove si è recata per fare visita alla scontrosa zia del marito, la casalinga Evelyn (Kathy Bates) fa conoscenza con la gioviale Ninny (Jessica Tandy), che le racconta – a più riprese – la storia dell'amicizia fra Idgie (Mary Stuart Masterson) e Ruth (Mary-Louise Parker), due donne che avevano vissuto negli anni trenta del Novecento in un paesino dell'Alabama ormai abbandonato, Whistle Stop, dove gestivano un caffé-ristorante. Tratto da un romanzo di Fannie Flagg (co-sceneggiatrice insieme al regista e a Carol Sobieski), una doppia storia di amicizia al femminile all'insegna dell'anticonformismo, dell'indipendenza e dell'emancipazione, con la narrazione che si alterna fra il racconto di Ninny e le scene ambientate nel presente (in cui la timida e infelice Evelyn impara ad acquistare fiducia in sé stessa), anche se non sempre il meccanismo del flashback risulta efficace. Pur scontando una confezione patinata e un po' ruffiana, la pellicola cattura l'attenzione dello spettatore e si lascia vedere con piacere. La parte più interessante è sicuramente quella ambientata nel passato, grazie soprattutto al personaggio di Idgie, "maschiaccio" ribelle, indipendente e dal carattere forte, che seguiamo attraverso vicende di ogni genere (la morte del fratello cui era legatissima; le scorribande di gioventù, fra treni e case da gioco; l'affetto per Ruth, che giunge a "salvare" da un matrimonio infelice; la gestione del caffé, che diventa il punto di riferimento per tutto il villaggio grazie a ricette culinarie come quella che dà il titolo alla pellicola; la ribellione alla prepotenza maschile e al razzismo dilagante verso i neri). Attorno a loro, vita, nascite, morti, e un gruppo di personaggi coloriti e caratteristici del profondo sud di inizio secolo (il vagabondo, lo sceriffo, il reverendo, i domestici neri, i razzisti del Ku Klux Klan...). Da notare che l'adattamento cinematografico ha scelto di mettere in ombra alcuni degli elementi più scabrosi del romanzo da cui è stato tratto (il cui titolo completo è "Fried Green Tomatoes at the Whistle Stop Cafe"), riducendo ai minimi termini il sottotesto lesbico del rapporto fra Idgie e Ruth, ed eliminando la scena dell'eutanasia di Ruth da parte della domestica di colore. Il film termina lasciando nel dubbio lo spettatore sulla reale identità dell'anziana Ninny, con il sospetto che si tratti di Idgie in persona. Ottime le quattro protagoniste. Nel cast, anche Chris O'Donnell (il fratello di Idgie) e Gailard Sartain (il marito di Evelyn).

10 giugno 2012

Mystic Pizza (Donald Petrie, 1988)

Mystic Pizza (id.)
di Donald Petrie – USA 1988
con Annabeth Gish, Julia Roberts
*1/2

Visto in TV.

Nella cittadina portuale di Mystic in Connecticut, popolata da un’ampia comunità di origine portoghese, tre ragazze che lavorano come cameriere nella locale pizzeria sognano un futuro diverso e vivono le loro prime storie romantiche: Kat (Annabeth Gish), aspirante studentessa di astronomia, fa da babysitter per il figlio di un affascinante uomo sposato, di cui si innamora; la sua disinibita sorella Daisy (Julia Roberts) riesce a conquistare un rampollo dell’alta borghesia; mentre la minuta Jojo (Lili Taylor) si sente troppo giovane per sposare il suo storico fidanzato Bill (Vincent D’Onofrio). Fra pressioni individuali, sociali e religiose, non tutte le vicende andranno a buon fine: in compenso, la pizzeria verrà visitata da un celebre gastronomo che ne parlerà in televisione con toni entusiastici. Un filmetto che, a parte la bella ambientazione e il mood anni ottanta, non offre granché di interessante: piccoli drammi minimalisti per tre vicende di coming-of-age che non prendono mai quota, anche perché la caratterizzazione dei personaggi rimane abbastanza superficiale (fa parzialmente eccezione solo Jojo, il personaggio che sfida i cliché e coinvolge maggiormente lo spettatore). Buona, comunque, la prova delle tre (allora sconosciute) protagoniste. Di lì a poco, la Roberts sarebbe diventata una star (a partire da “Pretty Woman”), la Taylor avrebbe continuato ad apparire in interessanti pellicole indipendenti (fra cui “Arizona Dream”), mentre la Gish, a parte alcune comparsate televisive, sarebbe finita nel dimenticatoio. Minuscola parte per un Matt Damon al debutto (è il ragazzino che mangia l’aragosta). La pizzeria al centro della storia esiste davvero, ed è ormai divenuta un’attrazione turistica.

12 febbraio 2012

Super Size Me (M. Spurlock, 2004)

Super Size Me (id.)
di Morgan Spurlock – USA 2004
con Morgan Spurlock, Alexandra Jamieson
*1/2

Visto in TV.

L’obesità è ormai una vera e propria epidemia in molti paesi industrializzati, Stati Uniti in testa. Per dimostrare la dannosità dei cibi grassi e ricchi di zucchero, come quelli serviti dalle grandi catene di fast food, il regista e interprete di questo documentario ha provato a nutrirsi per 30 giorni esclusivamente da McDonald’s, mangiando hamburger e patatine a colazione, pranzo e cena (abbinando il tutto a una completa assenza di esercizio fisico, in modo da “riprodurre” lo stile di vita di molti americani). L’esperimento, condotto sotto stretto controllo medico, rivela quello che in fondo si sapeva già dal principio: mangiando così, si ingrassa e si sta male. C’era davvero bisogno di farci su un film? Realizzata nel periodo in cui alcuni gruppi di consumatori cominciavano a far causa a McDonald’s e soci perché non li avrebbero informati dei danni provocati dal loro cibo, la pellicola intende denunciare gli effetti di una dieta di scarsa qualità, accusare le compagnie alimentari di lanciare campagne pubblicitarie rivolte ai minori per fornire loro un “imprinting” sin dall’infanzia, dare voce agli esperti nutrizionisti che sconsigliano di ingurgitare cibo spazzatura. Ma se il messaggio è giusto e l’argomento importante, lo stile di Spurlock (sulle orme di Michael Moore) è paternalista, retorico, banale, sensazionalista. Non mancano comunque alcuni spunti interessanti (come le riflessioni sul fatto che, mentre negli Stati Uniti è ormai “socialmente accettato” criticare i fumatori, attaccare una scorretta alimentazione – tranne quando riguarda i bambini, con riferimento alle mense scolastiche – è ancora visto come una limitazione della libertà personale). Uno degli effetti della pellicola fu quello di spingere McDonald’s a eliminare il menù “Super Size” dai suoi ristoranti.

28 agosto 2011

La locanda del gabbiano (N. Ogigami, 2006)

La locanda del gabbiano (Kamome shokudo)
di Naoko Ogigami – Giappone 2006
con Satomi Kobayashi, Hairi Katagiri
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa e Monica, in originale con sottotitoli.

La minuta Sachie apre una locanda in Finlandia per servire agli avventori caffè, dolci alla cannella e pietanze giapponesi (pesce alla griglia e onigiri). Dapprima i clienti latitano, e l'unico frequentatore abituale è un timido ragazzo con la passione per gli anime (i cartoni animati nipponici); ma pian piano, grazie anche all'aiuto di altre due "giapponesi in trasferta" – l'emotiva e stravagante Midori e la più formale Masako, che si trasferiscono da lei e le danno una mano in cucina – la locanda arriva a riempirsi, superando la diffidenza e il sospetto dei compassati finlandesi. Un "piccolo" film sull'amicizia e il cibo, incentrato su tre donne sole che si ritrovano – per motivi casuali o bizzarri (come l'aver puntato a caso il dito su un atlante) – sperse e isolate in un paese lontano (lost in translation), e che punta le sue carte sulla strana commistione fra Giappone e Finlandia; commistione, comunque, che è meno insolita di quanto possa sembrare, come dimostra lo stile minimalista della pellicola, caratterizzato da un umorismo surreale, sottile e rarefatto che, pur essendo tipicamente giapponese, ricorda anche le pellicole di Aki Kaurismäki. Non a caso le parole che Masako usa per descrivere i finlandesi, "gente che prende seriamente cose così stupide", e che "sembrano tutti così calmi e pacifici, liberi dai legami con il mondo", potrebbero adattarsi anche a certi abitanti del paese del Sol Levante. Il cast è prevalentemente femminile: attorno alla protagonista Satomi Kobayashi spiccano, per simpatia, i volti di Hairi Katagiri (dalle fattezze e dalle espressioni impareggiabili, a tratti sembra un Kitano al femminile) e di Masako Motai. Ma ci sono anche attori kaurismäkiani come Markku Peltola.

19 settembre 2009

Soul Kitchen (Fatih Akin, 2009)

Soul Kitchen (id.)
di Fatih Akin – Germania 2009
con Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu
***

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Dopo "La sposa turca" e "Ai confini del paradiso", Akin si conferma un regista di razza e sforna un'altra ottima pellicola. Stavolta si tratta di una scatenata commedia, ambientata – come quasi tutti i suoi film – ad Amburgo: ma al posto dei soliti immigrati turchi, i protagonisti in questo caso sono greci. Zinos gestisce uno scalcinato ristorante, il "Soul Kitchen", dove serve agli avventori pietanze di dubbio gusto. Sommerso da problemi vari (la fidanzata Nadine si trasferisce a Shanghai; un colpo della strega gli procura un forte dolore alla schiena, impedendogli di lavorare; il fisco esige il pagamento dei debiti pregressi; l'ufficio d'igiene ha qualcosa da dire in merito alla cucina; il fratello Ilias esce di galera in cerca di un lavoro; un losco affarista vorrebbe impadronirsi del terreno su cui sorge il locale), ha la bella pensata di assumere uno bizzarro chef, licenziato da un ristorante di lusso a causa del suo caratteraccio: ma la sua cucina troppo raffinata ha il solo effetto di allontanare persino i pochi clienti abituali. Eppure, dopo le prime difficoltà, il locale comincia a diventare immensamente popolare, grazie a una commistione fra musica e cibo che rende finalmente onore al suo nome, "la cucina dell'anima"... Personaggi variopinti e simpatici (ci sono anche un pittoresco marinaio, un'attraente cameriera, una cordiale fisioterapista, e molti altri), situazioni paradossali ed esilaranti, il connubio fra musica e gastronomia: tutto contribuisce a creare un cocktail efficace e soddisfacente. Molto belli i titoli di coda, realizzati attraverso una serie di poster e manifesti.

23 febbraio 2009

The chinese feast (Tsui Hark, 1995)

The chinese feast (Jin yu man tang)
di Tsui Hark – Hong Kong 1995
con Leslie Cheung, Anita Yuen
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Sun, un gangster delle triadi, ha una vera e propria passione per la cucina e pur non avendo il minimo talento ai fornelli riesce a farsi assumere come cuoco in un prestigioso ristorante cinese, dove si innamora pure dell'eccentrica figlia del proprietario. Ma quando quest'ultimo viene sfidato in una gara di cucina da un rivale che intende appropriarsi di tutti i locali di Hong Kong, Sun è costretto a cercare l'aiuto di due cuochi leggendari, uno dei quali ha abbandonato la professione in seguito a una delusione d'amore. La sfida, che si svolge in occasione di un ricchissimo "banchetto imperiale", vedrà i contendenti misurarsi nella preparazione di piatti sontuosi e sofisticatissimi che hanno come ingredienti zampe d'orso, proboscidi d'elefante e cervelli di scimmia... Una commedia gastronomica che a tratti può ricordare il capolavoro di Stephen Chow "God of cookery", anche se è decisamente meno divertente. Come spesso capita nel cinema di Hong Kong, il film alterna momenti di comicità demenziale a passaggi melodrammatici o sentimentali. Tsui Hark perde presto di vista i personaggi principali per concentrarsi soprattutto sulle scene di cucina, ma l'eccentricità dei piatti preparati (dove l'aspetto estetico conta quanto, se non più, del sapore) non riesce a solleticare l'appetito dello spettatore come invece succede in pellicole come "Mangiare bere uomo donna" o "Il pranzo di Babette". Nel cast la migliore è Anita Yuen, che dà vita a un personaggio punk e sciroccato.

26 settembre 2008

Kebab connection (Anno Saul, 2004)

Kebab connection
di Anno Saul – Germania 2004
con Denis Moschitto, Nora Tschirmer
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

In un ristorante di kebab ad Amburgo, due uomini si affrontano a colpi di spada e arti marziali per contendersi l'ultimo panino rimasto. Il violento scontro si dipana fra ralenti alla John Woo, riprese alla Tsui Hark e musica da wuxiapian: ma si tratta soltanto di uno spot pubblicitario che il giovane Ibrahim, detto "Ibo", turco-tedesco di seconda generazione nonché cineasta dilettante e appassionato di film orientali, ha girato per il ristorante dello zio. Lo spot è un successo e il locale si riempie, con grande scorno del proprietario della taverna greca che si trova proprio di fronte. Ma Ibo, che spera di girare un giorno "il primo film di kung fu tedesco", fatica a concentrarsi sul cinema perché ha altri problemi per la testa, ben più pressanti: la sua ragazza, Titzi, è rimasta incinta e lui non sa se è pronto per diventare padre. Come se non bastasse, la famiglia lo ripudia perché ha scelto una ragazza tedesca e non turca, e il rapporto con Titzi sembra precipitare a più riprese. Sceneggiata fra gli altri da Fatih Akin, futuro regista di ottimi film come "La sposa turca" e "Ai confini del paradiso", è una commedia romantica e multietnica (con un'insolita commistione culturale turco-tedesco-cinese), che illustra in maniera forse un po' ingenua ma frizzante il microcosmo degli immigrati turchi in Germania (in maniera non dissimile dai quei film britannici che ritraggono le comunità indiane e pakistane) e che attorno ai personaggi principali ne fa agire molti altri: la coinquilina di Titzi, Nadine, impegnata a superare un difficile esame di ammissione a una scuola di teatro; gli amici di Ibo, il vegetariano Ela (che ha aperto un take-away arabo) e il tedesco Valid (che si innamora in una ragazza-madre italiana); Stella, la disinibita nipote del proprietario del ristorante greco; il padre di Ibo, tassista burbero ma in fondo buono; altri parenti assortiti; un gruppo di teppisti che terrorizza il quartiere e i proprietari dei negozi; e persino Bruce Lee, punto di riferimento spirituale del protagonista, in un'apparizione onirica.

3 aprile 2008

Un bacio romantico (Wong Kar-wai, 2007)

Un bacio romantico (My blueberry nights)
di Wong Kar-wai – Hong Kong/USA 20007
con Norah Jones, Jude Law
**

Visto ieri al cinema Colosseo, con Hiromi.

Il primo film di Wong Kar-wai in lingua inglese, nonostante il regista mantenga il proprio stile, i temi e le ambientazioni preferite, mi ha un po' deluso. Non solo non sembra offrire molto di nuovo rispetto ad alcune pellicole precedenti (a tratti sembra quasi una versione made in USA di opere come "Hong Kong Express" e "Angeli perduti"), ma è anche meno efficace nel mettere in scena i soliti personaggi in cerca d'amore o di consolazione e le loro piccole manie, le abitudini, i sogni e i desideri. La protagonista, la cantante Norah Jones (al suo esordio sullo schermo), reduce da una delusione d'amore, trova conforto nell'amicizia con il barista Jude Law, nel cui locale si reca ogni sera all'ora di chiusura per scambiare qualche chiacchiera e divorare la torta al mirtillo che – immancabilmente – nessun cliente ha ordinato durante la giornata. Partirà poi per un anno di vagabondaggi da una costa all'altra degli Stati Uniti, lavorando come cameriera in diner e locali notturni e incrociando i destini di altri personaggi più o meno tormentati: un poliziotto alcolizzato (David Strathairn) abbandonato dalla moglie (Rachel Weisz) e una giovane giocatrice di poker (Natalie Portman) che non si fida delle altre persone. Alla fine la ragazza non potrà che tornare al punto di partenza, al locale newyorkese di Jude Law, dove i due si scambieranno il bacio che i distributori italiani hanno voluto proditoriamente mettere nel titolo della pellicola. Senza il fidato Christopher Doyle alla fotografia (ma Darius Khondji è altrettanto colorato, anche se più iperrealista), e affidandosi a una ricca colonna sonora rhythm'n'blues (a fianco di pezzi classici e di brani inediti di Ry Cooder e della stessa Jones c'è persino un rifacimento del tema di "In the mood for love"), Wong traspone le sue storie in un ambiente americano che sembra disposto ad accoglierle bene: peccato che i personaggi siano poco interessanti e che quello più promettente, ossia Jude Law, funga soltanto da cornice a tutta la vicenda. L'inizio del film, nel suo bar, è infatti la parte migliore di una pellicola che poi si perde in un viaggio a vuoto.

17 dicembre 2007

Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante (P. Greenaway, 1989)

Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante (The Cook The Thief His Wife & Her Lover)
di Peter Greenaway – GB/Francia 1989
con Michael Gambon, Helen Mirren
**1/2

Visto in DVD.

Un delinquente ricco, buzzurro e volgare trasforma un raffinato ristorante francese nella sua corte, recandovisi di frequente con la moglie e i suoi scagnozzi. La donna, continuamente umiliata, intreccia una relazione clandestina con uno sconosciuto incontrato proprio nel locale. I loro incontri amorosi avvengono in cucina, con la benedizione del cuoco che li protegge. Quando il marito scoprirà tutto, laverà l'onta uccidendo il rivale. Ma la moglie, con l'aiuto dello chef, preparerà a sua volta una crudele vendetta degna di una tragedia greca. Teatrale e scenografico come al solito, raffinato e sontuoso grazie alla fotografia colorata di Sacha Vierny, ai costumi di Jean Paul Gaultier e alla musica di Michael Nyman, questa storia di sesso, morte e gastronomia è uno dei film più popolari di Greenaway grazie anche al fatto di essere stato distribuito da una major (la Universal). I lenti carrelli orizzontali trasportano i personaggi e lo spettatore dalla barocca sala da pranzo all'affollata e caotica cucina, simile a uno studio cinematografico, dove alimenti e utensili si confondono e dove il canto di un ragazzino dalla voce bianca si integra nella colonna sonora. I salumi, le carni, i pesci e i piatti d'argento contribuiscono a rendere alcune scene delle vere e proprie nature morte, ma resta memorabile anche la vetusta biblioteca dove si rifugiano i due amanti. La Mirren non si fa problemi a mostrarsi nuda, mentre nel cast c'è anche Tim Roth.

18 ottobre 2007

Ratatouille (Brad Bird, 2007)

Ratatouille (id.)
di Brad Bird [e Jan Pinkava] – USA 2007
animazione digitale
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

E alla fine, volenti o nolenti, si ritorna sempre ai topi, come se l'animazione (disneyana o no) non ne potesse proprio fare a meno. Già l'anno scorso il miglior film animato occidentale, "Giù per il tubo", vedeva come protagonista un topolino finito nelle fogne. Quest'anno l'ennesimo capolavoro Pixar (ormai un vero e proprio marchio di garanzia) presenta, più che un topo, un simpaticissimo ratto che – a differenza dei propri simili – ha avversione per la spazzatura e nutre invece ambizioni di alta cucina, al punto da diventare – con l'aiuto di un cuoco giovane e inesperto – il più bravo e raffinato chef di tutta Parigi. Diretto dal Brad Bird già responsabile de "Gli incredibili" (ma si vede chiaramente anche la mano del suo assistente Jan Pinkava, quello de "Il gioco di Geri"), Il film parte un po' lentamente ma ben presto raggiunge livelli eccezionali, sia tecnicamente sia narrativamente. La scena più bella e commovente, nel finale, è quella in cui il severo critico Anton Ego (il cui personaggio e le cui riflessioni sul ruolo "parassitario" della critica rispetto all'arte potrebbero sposarsi perfettamente con altri ambiti artistici, cinema compreso) assaggia per la prima volta la Ratatouille preparata dal piccolo topolino e piomba immediatamente – potremmo quasi dire "proustianamente" – nei suoi ricordi d'infanzia. Il film, che riesce a raffigurare il mondo dell'alta cucina in maniera niente affatto snob, brilla in effetti di luce propria: niente ammiccamenti, citazioni o parodie, la pellicola punta le proprie carte esclusivamente sulla storia (divertente ed emozionante) e sui personaggi. Mancano anche le spalle comiche appartenenti a specie animali differenti: nel mondo di Ratatouille ci sono soltanto ratti ed esseri umani. Memorabile il sistema con cui il ratto Remy controlla i movimenti dell'umano Linguini, manovrandolo tramite i capelli come se si trattasse di un robot. Ottime anche le scenografie e l'ambientazione: Parigi, la Ville Lumiére, la Senna e i suoi ponti immersi nella nebbia sono realistiche e romantiche. Per essere un film a stelle e strisce, ho notato soltanto due riferimenti alla rivalità e al modo in cui gli americani vedono i transalpini: la frase con cui si apre il film, "i francesi ritengono che la miglior cucina del mondo sia quella francese", e una a metà pellicola "Siamo francesi, quindi dobbiamo essere rudi". Un 'altra cosa che mi ha stupito è che si parla senza pudore della morte (uno dei personaggi principali, Gusteau, è morto; e di un altro, la madre di Linguini, si dice chiaramente che lo è) o dell'amore (la scena del bacio fra Linguini e Colette non è meno adulta che infantile). Curiosamente, invece, dal mondo dei topi sembra essere assente il sesso femminile (tranne che, brevemente, nei titoli di coda). In conclusione: il miglior film dell'anno (finora).

19 settembre 2007

Cous cous (A. Kechiche, 2007)

Cous cous (La graine et le mulet)
di Abdellatif Kechiche – Francia 2007
con Habib Boufares, Hafsia Herzi
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Hiromi, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Licenziato dal cantiere navale dove aveva lavorato per 35 anni, l'anziano franco-magrebino Slimani (Habib Boufares) decide di lanciarsi nel campo della ristorazione, trasformando una vecchia nave in ristorante per servire lo squisito cous-cous di pesce che prepara la sua ex moglie Souad. Lo aiuteranno i membri della sua numerosa famiglia, ma anche la figlia (Hafsia Herzi) della proprietaria dell'albergo dove risiede. Il giorno dell'inaugurazione, però, le cose non potrebbero andare più storte. "Le graine et le mulet" sono la semola e il muggine, i due ingredienti principali della pietanza che è la vera protagonista del film. Dopo il bellissimo "La schivata", Kechiche si conferma regista di discreto interesse: ma se quello era un "piccolo" film quasi perfetto nella sua compattezza, questo ha il difetto di essere troppo lungo (quasi due ore e mezza) e di dilatare eccessivamente alcune sequenze, come tutta la parte finale. E dire che lo stesso Marco Muller, direttore del festival di Venezia, ha chiesto al regista (che non era d'accordo) di tagliare 45 minuti di pellicola: figuriamoci com'era prima! Se fosse durato meno di due ore sarebbe stato un piccolo gioiello, ma purtroppo Kechiche (come dimostrerà anche in seguito) ama i tempi lunghi e un'esposizione che non lascia quasi nulla all'immaginazione degli spettatori. Resta comunque intatta la grande umanità dei personaggi, che si traduce nella calda convivialità del pranzo in famiglia ma anche nelle tensioni e nei litigi domestici. E in ogni caso si tratta di una di quelle opere che fanno... venire fame, come "Il pranzo di Babette" o "Mangiare bere uomo donna".

11 settembre 2007

Waitress - Ricette d'amore (A. Shelly, 2007)

Waitress – Ricette d'amore (Waitress)
di Adrienne Shelly – USA 2007
con Keri Russell, Nathan Fillion
*1/2

Visto al cinema Apollo, con Hiromi, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno)

Questo è un film per sole donne: scritto e diretto da una donna, con una sceneggiatura che approfondisce soltanto i personaggi femminili (quelli maschili sono stereotipati al massimo e sembrano usciti da un romanzo Harmony), è permeato da un femminismo cieco ed egoista che francamente ritenevo superato da venti o trent'anni. La vicenda ha come protagonista una giovane cameriera di un diner specializzato in torte, che ogni giorno inventa una nuova ricetta a seconda degli umori del momento. Sposata con un marito geloso, violento e possessivo che non ama più, sogna di abbandonare tutto e fuggire via per rifarsi una vita altrove, ma scopre di essere rimasta incinta. La gravidanza indesiderata la costringe a rimanere ma le dà anche l'occasione di conoscere un affascinante ginecologo del quale si innamora all'istante. Moderatamente divertente all'inizio, il film diventa via via sempre più stanco e prevedibile. Le continue presentazioni di nuove ricette e nuove torte hanno un non so che di Greenaway. Carina la protagonista, che quando sorride ricorda un po' Nicole Kidman. La regista (morta tragicamente poco dopo la fine delle riprese: il film è stato distribuito postumo) recita nella parte dell'amica e collega bruttina.