Visualizzazione post con etichetta Generazioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Generazioni. Mostra tutti i post

10 febbraio 2023

Cavalcata (Frank Lloyd, 1933)

Cavalcata (Cavalcade)
di Frank Lloyd – USA 1933
con Diana Wynyard, Clive Brook
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Dal capodanno del 1900 a quello del 1933, una "cavalcata" di eventi storici, per lo più tragici (il succedersi dei momenti e il trascorrere degli anni è rappresentato dalle immagini di una fila di cavalieri medievali in continua marcia), che sconvolgono l'Impero Britannico e, nel privato, la vita di una benestante famiglia londinese. Robert Marryot (Clive Brook) parte come volontario per la guerra in Africa contro i boeri, lasciando da sola la moglie Jane (Diana Wynyard) e i due figlioletti Edward e Joe. Ma tornerà sano e salvo (e sarà fatto cavaliere dalla regina Vittoria), e con lui anche il maggiordomo Alfred Bridges (Herbert Mundin), che si "emanciperà" acquistando un pub. I due figli dei Marryot moriranno rispettivamente nella tragedia del Titanic (Edward) e nella Grande Guerra (Joe, ucciso il giorno stesso dell'armistizio, come il Paul Bäumer di "Niente di nuovo sul fronte occidentale"), mentre nel frattempo il mondo cambia, i regnanti si succedono, e nuove idee e rivoluzioni sociali e politiche sconvolgono la vita e l'ordine mondiale, ben rappresentate – con un certo pessimismo – dalla canzone "Twentieth Century Blues" cantata da Fanny (Ursula Jeans), la figlia di Alfred, in un cabaret. Dal dramma teatrale di Noël Coward, una pellicola che ebbe un grande successo all'epoca (vinse il premio Oscar per il miglior film, oltre a quelli per la regia e le scenografie) ma che, vista oggi, mostra molti suoi limiti: in particolare una regia ingessata, una recitazione forzata e antinaturalistica, e una sceneggiatura che accatasta una successione di eventi senza un vero collante, se non quello della storia che procede indefessa, schiacciando le vite degli esseri umani. Comunque un paio di sequenze meritano la visione, come quella del Titanic (con la rivelazione a sorpresa del nome della nave attraverso un salvagente, una trovata poi ripresa da Terry Gilliam ne "I banditi del tempo") e quella della prima guerra mondiale (con un montaggio sempre più cupo e drammatico di immagini di soldati che cadono in battaglia: le scene della guerra sono state realizzate da William Cameron Menzies). Ed è da apprezzare il legame con l'attualità: in effetti, agli inizi degli anni trenta (il dramma di Coward è del 1931) c'era la sensazione diffusa che il mondo stesse andando a rotoli o alla deriva, cosa che sarà purtroppo confermata negli anni successivi. Non è molto diverso da come ci sentiamo oggi, fra pandemie, nazionalismi e guerre: speriamo che gli sviluppi siano diversi... Nel cast corale, Una O'Connor è Ellen, la cameriera dei Marryot nonché madre di Fanny; Irene Browne è Margaret, amica di famiglia e madre di Edith, che diventerà la moglie di Edward; e John Warburton e Frank Lawton sono rispettivamente i due figli Edward e Joe da adulti. Un film basato su un'idea simile (la guerra e gli eventi politici visti dagli occhi di chi rimane a casa), "La signora Miniver", vincerà l'Oscar anche nove anni più tardi.

8 maggio 2019

Tutta una vita (Claude Lelouch, 1974)

Tutta una vita (Toute une vie)
di Claude Lelouch – Francia/Italia 1974
con Marthe Keller, André Dussollier
**1/2

Visto in TV.

"Farò un film sul ventesimo secolo. Un film che inizierà nel 1900 con l'invenzione del cinema e finirà nel 2000 con l'invenzione della felicità. Mescolerò tutti gli argomenti, tutti gli stili... Sarà un film di tre ore per un solo secondo d'amore. Sarà l'anatomia di un colpo di fulmine. E per spiegarlo, andrò indietro di tre generazioni". Così esclama Simon (André Dussollier), praticamente l'alter ego di Lelouch nel suo stesso film: una dichiarazione programmatica forse troppo ambiziosa, anche perché poi la pellicola dura solo due ore (almeno la versione italiana: quella originale aveva mezz'ora in più), termina nel 1974 e non nel 2000 (ma vedi sotto), e gli stili non è che ci siano proprio tutti (anche se si comincia con didascalie scritte e toni di seppia, come nel cinema muto, per passare progressivamente al sonoro e ai colori). Parzialmente autobiografico, complesso e accattivante, il film segue le vite parallele di Simon, appunto, e di Sarah (Marthe Keller), cominciando dal primo incontro dei nonni di lei, proseguendo con frammenti della vita dei genitori, fino a terminare con il loro tanto atteso incontro, attraversando nel contempo tutti i grandi eventi storici (e di costume) del ventesimo secolo. Giovane ladruncolo il primo, che in prigione comincia ad appassionarsi di fotografia per diventare infine regista di film d'autore (passando attraverso il porno e la pubblicità); ricca rampolla di un industriale ebreo (ed ex deportato) la seconda, che cerca continuamente l'amore senza successo, all'inizio viziata e annoiata, poi sempre più consapevole (anche dei conflitti di classe) ma perpetuamente irrequieta. Con un montaggio che comprende spezzoni e documenti d'epoca, e un ampio ricorso ai piani sequenza, il lungometraggio accatasta episodi e situazioni senza pausa, con una marea di personaggi collaterali, fino a una conclusione preannunciata da tempo e che forse per questo rischia di deludere un po' (ma l'immagine delle valigie di lui e di lei affiancate sul nastro trasportatore dell'aeroporto è molto efficace). Nella versione francese era compresa anche una sequenza "futuristica" (raccontata da Simon), eliminata negli altri paesi. In ogni caso, il regista dimostra di trovarsi bene nel dipingere affreschi storico-generazionali a sfondo romantico, come poi farà (in maniera persino più compiuta) anche in "Bolero". Marthe Keller, oltre a Sarah, ne interpreta anche la madre e la nonna materna. Il cast comprende inoltre Charles Denner (il padre di Sarah), Carla Gravina (l'amica lesbica), Charles Gérard e Judith Magre. Il cantante Gilbert Bécaud (che canta "Et maintenant") compare nella parte di sé stesso. Per la versione internazionale, Lelouch ha rigirato tutte le scene in inglese anziché in francese.

27 ottobre 2017

Come un tuono (Derek Cianfrance, 2012)

Come un tuono (The place beyond the pines)
di Derek Cianfrance – USA 2012
con Ryan Gosling, Bradley Cooper
**

Visto in TV.

Quando scopre che una vecchia fiamma (Eva Mendes) ha dato alla luce suo figlio, il motociclista vagabondo Luke "il bello" (Ryan Gosling), che si guadagna da vivere come stuntman in un circo, cerca di mettere la testa a posto per garantire un futuro a lei e al bambino. Ma non ci riuscirà: si dedicherà alle rapine in banca e farà una brutta fine, ucciso da un poliziotto in servizio. Questi, Avery (Bradley Cooper), sarà scosso dai sensi di colpa, anche perché a sua volta ha un figlio di appena un anno. La sua inclinazione per la legalità lo porterà a far piazza pulita della corruzione imperante nel suo distretto, tanto che farà carriera come procuratore. Quindici anni dopo, i figli del ladro e del poliziotto, Jason (Dane DeHaan) ed A.J. (Emory Cohen), ormai adolescenti, si conosceranno a scuola e faranno amicizia, senza sapere cosa legava i rispettivi padri. Una lunga saga generazionale, divisa in tre tronconi (dedicati rispettivamente a Luke, ad Avery e ai loro figli), ambientata nella cittadina di Schenectady (il cui nome, in lingua mohawk, significa "il posto al di là dei pini", che è il titolo originale della pellicola), una contea nello stato di New York. Se è apprezzabile per la caratterizzazione dei personaggi e per la confezione (merito soprattutto della fotografia di Sean Bobbitt, satura di colori), per il resto si fa fatica a comprendere quale sia il senso del film, al di là di generiche riflessioni sulla famiglia, sulla corruzione, sulle colpe dei padri e sulla loro eredità, che alla fine lasciano il tempo che trovano. L'impressione è che ci sia molta forma ma poca sostanza. Ray Liotta è uno dei poliziotti corrotti, Ben Mendelsohn è il proprietario dell'officina per cui lavora Mike (e da una sua frase, improvvisata sul set, proviene il titolo italiano: "Se guidi come un fulmine, ti schianti come un tuono"). Alla sceneggiatura ha collaborato Darius Marder.

27 agosto 2016

Bolero (Claude Lelouch, 1981)

Bolero (Les uns et les autres)
di Claude Lelouch – Francia 1981
con Robert Hossein, Nicole Garcia
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Un grande affresco sul destino e sul potere della musica, raccontato attraverso le vicende di quattro famiglie di diversa nazionalità (francese, americana, russa, tedesca) ma accomunate dalla passione per la musica e il balletto, che si dipanano dalla metà degli anni trenta all'inizio degli anni ottanta (attraversando così i grandi eventi della storia, a cominciare dalla seconda guerra mondiale). Le storie dei personaggi scorrono in parallelo, sfiorandosi e incrociandosi più volte, fino a quando il fato li farà convergere tutti in un unico punto: un concerto sotto la Torre Eiffel in cui viene eseguito il "Bolero" di Ravel con la celebre coreografia "circolare" di Maurice Béjart (in cui un solo ballerino danza all'interno di un cerchio rosso, con altri che gli ruotano intorno). E circolare è anche l'andamento della pellicola, che nonostante la lunga durata (tre ore) scorre rapidamente e senza tempi morti. Si comincia nel 1936, con la presentazione di quattro coppie: Tatiana (Rita Poelvoorde), danzatrice del Bolshoi, che sposa il suo impresario Boris Itovitch (Jorge Donn); gli ebrei francesi Anne (Nicole Garcia) e Simon Meyer (Robert Hossein), che suonano nelle orchestre dei cabaret di Parigi; il giovane pianista tedesco Karl Kremer (Daniel Olbrychski), apprezzato anche da Hitler, e sua moglie Magda (Macha Méril); il compositore americano di canzonette Jack Glenn (James Caan), leader di un'orchestrina jazz, e sua moglie Suzanne (Geraldine Chaplin). Lo scoppio del conflitto mescola le carte: Boris muore al fronte, lasciando sola Tatiana con il figlio Sergei; Anne e Simon vengono deportati (e sono costretti ad abbandonare il loro neonato, che Anne cercherà poi di rintracciare per tutta la vita); Karl viene inviato con le truppe di occupazione a Parigi, dove avrà una fugace relazione con la chanteuse Évelyne (Évelyne Bouix), dalla quale a sua insaputa nasce Édith; Jack suona con la sua banda in Europa ed è presente a Parigi il giorno della liberazione, mentre in patria lo attendono la moglie e i figli Jason e Sarah. Negli anni successivi, mentre Karl diventa un celebrato direttore d'orchestra (ma i legami con il nazismo continueranno a gettare un'ombra su di lui), l'attenzione si sposta sulla generazione successiva: Robert (sempre Hossein), il figlio di Anne, nel frattempo adottato da un parroco, combatterà la guerra in Algeria, diventerà un avvocato e avrà un figlio, Patrick (Manuel Gélin), che eredita la passione per la musica dalla nonna; Sarah (sempre la Chaplin) avrà successo come cantante pop, assistita dal fratello manager Jason (sempre Caan); Sergei (sempre Donn), celebre ballerino, fuggirà dall'Unione Sovietica per stabilirsi in occidente; Édith (sempre la Bouix), dopo alterne fortune, diventa un'annunciatrice televisiva e contribuirà a organizzare il concerto che vedrà riuniti tutti i personaggi.

Il succedersi delle generazioni ne mette in mostra gli elementi in comune (la musica in primo luogo, autentico filo conduttore del destino dei personaggi) ma anche le differenze: nonostante le difficoltà, i drammi e gli orrori della guerra, le coppie originali mantengono quella visione e quell'ottimismo che le spingono a non arrendersi mai e a cercare di sopravvivere a ogni costo, a portare avanti i propri sogni e poi quelli dei propri figli. La generazione intermedia, invece, sembra molto meno felice: si succedono malattie (Sarah), divorzi (Robert), tentati suicidi (Jason, uno degli amici di Robert). I più giovani, infine, rappresentati da Patrick, sono una pagina ancora bianca, il cui destino è tutto da scrivere. Ma è bello come, nel concerto finale, a contribuire al risultato comune ci siano rappresentanti di tutte e tre le generazioni (Karl dirige l'orchestra, Sergei danza il "Bolero", Sarah e Patrick cantano). Se la sceneggiatura (dello stesso Lelouch) cerca di dare il sufficiente spazio sotto i riflettori a tutti i personaggi (compresi quelli minori o di contorno: si pensi a Évelyne, o agli amici di Robert, compagni d'arme in Algeria), la regia è ariosa, fra movimenti circolari che seguono gli attori con il grandangolo (per esempio quando salgono o scendono le scale), lunghi piani sequenza (memorabile quello alla stazione di Parigi, alla fine della guerra, che mostra il ritorno di Anne dal campo di concentramento e, contemporaneamente, la partenza di Karl per la Germania). Bello anche, nel finale, il momento dell'incontro fra Robert (cresciuto ignaro dell'identità dei propri genitori) e sua madre Anne nell'istituto psichiatrico, accompagnato dalle prime note di quel "Bolero" che proseguirà poi sulle immagini del ballo di Sergei. La ricca colonna sonora (che naturalmente comprende molti brani di vari generi: dalla musica classica a quella leggera) è opera, fra gli altri, di Michel Legrand. I personaggi sono immaginari, ma non è difficile riconoscere le ispirazioni a celebri musicisti o figure iconiche del ventesimo secolo (Karajan, Nureyev, Edith Piaf, Glenn Miller, ecc.). Nel cast, in ruoli minori, anche Jean-Claude Brialy, Fanny Ardant, Jacques Villeret, Richard Bohringer, Alexandra Stewart, Jean-Claude Bouttier, Francis Huster e persino, non accreditata, una giovanissima Sharon Stone. I titoli di testa sono parlati. Il film vinse il Grand Prix tecnico al Festival di Cannes.

31 dicembre 2007

Heimat (Edgar Reitz, 1984)

Heimat (Heimat – Eine deutsche Chronik)
di Edgar Reitz – Germania 1984
film in undici episodi
****

Rivisto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli.

Con Marita Breuer (Maria), Gertrud Bredel (Katharina), Willi Burger (Mathias), Michael Lesch/Dieter Schaad (Paul), Rüdiger Weigang (Eduard), Karin Rasenack (Lucie), Karin Kienzler/Eva Maria Bayerwaltzes (Pauline), Arno Lang (Robert), Rolf Roth/Markus Reiter/Mathias Kniesbeck (Anton), Sabine Wagner (Martha), Roland Bongard/Michael Kausch (Ernst), Jörg Richter/Peter Harting (Hermann), Gudrun Landgrebe (Klara), Jörg Hube (Otto), Johannes Metzdorf (Pieritz), Gabriele Blum (Lotti), Kurt Wagner (Glasisch), Johannes Lobewein (Alois Wiegand), Ralf Isermann/Hans-Jürgen Schatz (Wilfried), Alexander Scholz (Hans), Eva Maria Schneider (Marie-Goot), Wolfram Wagner (Maethes-Pat), Otto Henn (Glockzieh), Helga Bender (Martina).

"Heimat tratta del partire e ritornare. Del rispetto che si ha per il proprio lavoro e la propria casa e del campare a credito. Di madri e di figli. Di padri e di come al mattino presto la luce risplende nelle stanze... Di bordelli berlinesi e del primo amore... Parla delle differenze tra uomini e donne. Della pagnotta che si stringe al petto per affettare... Del martello e dell’incudine. Narra dell’alba di nuove ere e di bisnonne. Della costruzione di autostrade e di piedi che camminano 5000 chilometri per tornare a casa… E sempre di pietre che rotolano senza attecchire nel fango".
(Edgar Reitz)

Intenso, struggente, immenso affresco storico della Germania dal 1919 al 1982, vista attraverso gli occhi degli abitanti di Schabbach, un paesino rurale e immaginario situato nella regione renana dell'Hunsrück (di cui è originario lo stesso Reitz), e in particolare attraverso i membri della famiglia Simon, microcosmo che rispecchia in sé un intero popolo e che esprime di volta in volta nostalgia per il passato e ottimismo per il futuro. "Heimat" significa "patria", ma con un significato più intimo e soggettivo di "nazione": è la casa natale, il luogo di origine, l'identità culturale, l'infanzia e la fanciullezza che si perdono quando si cresce. E il film offre per l'appunto un punto di vista soggettivo e "interno" sugli eventi storici (il nazismo, la crisi sociale, la guerra, il miracolo economico...): Schabbach è "fuori dalla mischia", in una zona del tutto marginale, il che consente di raccontare la storia senza retorica e come viene vista dalla gente comune. Il paese rimane sempre e comunque al centro della vicenda, punto di riferimento attorno al quale si muovono uomini e donne, chi restando e chi partendo per poi tornare profondamente cambiato (o non tornare mai più). Realizzato in oltre cinque anni di lavorazione, diviso in undici episodi (di durata diseguale: da 58' a 138') per un totale di quindici ore e trenta minuti, è un film unico e indimenticabile, con decine e decine di personaggi ai quali non ci si può non affezionare e le cui vicende si seguono con partecipazione e interesse. L'effetto telenovela, sempre incombente, è scongiurato dall'eccellente fattura tecnica e artistica, dalla sceneggiatura mai scontata, dall'ampio respiro della trama, dall'intreccio fra realismo e surrealismo, e naturalmente dagli ottimi attori, in gran parte sconosciuti se non addirittura non professionisti, dotati di volti espressivi e significativi. Alcuni dei personaggi (come Maria, il fulcro della saga, o Eduard) vengono invecchiati con il trucco, mentre altri (come Paul, Anton o Hermann) vengono interpretati da attori differenti nelle diverse epoche. Anche se coprodotto dalla televisione tedesca, il film è stato concepito sin dall'inizio per il cinema e il risultato è altamente cinematografico, e tecnicamente molto vario: l'alternanza fra le scene in bianco e nero (la maggior parte) e quelle a colori non dipende dai contenuti o dall'importanza delle sequenze, ma segue un criterio puramente espressionistico: l'utilizzo del colore o meno consente di far risaltare maggiormente alcuni momenti a scapito di altri, in maniera talvolta drammaticamente efficace. Avevo già visto interamente il film con Martin una decina di anni fa, ma abbiamo voluto riguardarlo tutto per prepararci alla visione, l'anno prossimo, di "Heimat 2" (ancora più lungo: circa 26 ore!) e "Heimat 3", non tanto seguiti quanto spin-off che seguono le vicende di Hermann, personaggio che sceglie di andare via dal paese in cerca di una "seconda patria". Sono felice, stavolta, di averlo visto in lingua originale: i personaggi non parlano infatti un tedesco puro ma un dialetto che varia con il tempo e a seconda del personaggio stesso. Ogni episodio, che pur facendo parte di un tutt'unico ha anche una certa autonomia, è introdotto da uno splendido riassunto raccontato da Glasisch, lo "scemo del villaggio", personaggio minore ma onnipresente, che commenta le fotografie dei momenti più importanti degli eventi precedenti: a volte si tratta di foto fatte da Eduard o da Anton negli episodi passati, ma spesso sono foto "impossibili" che nessuno può aver scattato.

1 – Nostalgia di terre lontane (Fernweh) (1919-1928)
Dopo la prima guerra mondiale il giovane Paul Simon torna alla casa dei suoi genitori nel villaggio di Schabbach nell'Hunsrück, in Renania, dove vivono anche il fratello Eduard e la sorella Pauline. Ma si sente diverso dagli altri e fuori posto. Il padre, contadino e artigiano, vorrebbe che diventasse fabbro come lui e come i suoi nonni. Paul sogna invece orizzonti più ampi e paesi lontani: è appassionato di radio e costruisce il primo apparecchio ricevente di tutta la regione. Si innamora della bella Apollonia, una ragazza di padre ignoto chiamata da tutti "la zingara" perché ha i capelli neri. Messa incinta da un soldato francese a 17 anni, Apollonia lascia però il paese per recarsi in Francia con il suo amante. Paul sposa allora Maria, figlia di Alois Wiegand, l'uomo più ricco e importante del villaggio. Nel frattempo suo fratello Eduard, che non può lavorare nei campi per la sua malattia ai polmoni, fa un po' di tutto: è appassionato di fotografia, inventa un metodo per alzare i teloni dei monumenti (come quello ai caduti che viene inaugurato in paese), cerca l'oro nel ruscello Goldbach in compagnia degli amici Glockzieh e Glasisch. Quest'ultimo, con le mani rovinate da una malattia, è sempre ai ferri corti con il "saccentone" Wiegand, che non rinuncia mai a stuzzicare. Fra gli altri personaggi che vengono introdotti nel primo episodio ci sono il piccolo Hans, un ragazzino orbo a un occhio; Jakob, il proprietario della locanda; e naturalmente il silenzioso Mathias e la saggia Katharina, i genitori di Paul. Passano gli anni: Wiegand diventa borgomastro e continua a essere sempre il primo in tutto: il primo ad acquistare una moto, il primo a guidare un'automobile, il primo ad avere una radio (costruita ovviamente da Paul): non c'è da stupirsi se suo figlio Wilfried, fratello minore di Maria, sia viziato e detestato dagli altri bambini. Ma gli anni successivi alla guerra sono duri: c'è la crisi economica e l'inflazione, i soldi non valgono più niente, e il paese è controllato dalle forze di occupazione francesi. Si vedono i primi semi del nazismo: tutti attendono un "genio" che possa guidare i tedeschi a riconquistare dignità e potere. Pauline si sposa con Robert, l'orologiaio di Simmern, il grande paese vicino. Maria dà alla luce due figli, Anton ed Ernst, ma nemmeno loro riescono a togliere a Paul un po' di irrequietezza. Poco dopo aver trovato una misteriosa donna morta nei boschi vicino a Schabbach, Paul esce di casa: dice a tutti di voler andare a bere una birra, e invece abbandona il paese senza lasciare traccia. Per essere un episodio introduttivo, la carne al fuoco è già molta e la narrazione ha già un senso compiuto. La contrapposizione fra la "nostalgia di terre lontane" e la "nostalgia per la terra natale" sarà il tema cardine di tutta la saga, visto che contribuirà a dividere i personaggi in due gruppi: quelli che partono (Paul, Hermann) e quelli che restano (Maria, Katharina) o tornano (Anton, Ernst, Otto).

2 – Il centro del mondo (Die Mitte der Welt) (1928-1933)
Mentre Paul approda in America a Ellis Island, accolto da un barbiere italiano che canta "Mamma mia dammi cento lire", e di lui non ne sapremo più nulla per molto tempo, Eduard si reca a Berlino per curarsi i polmoni. Nella grande città conosce Lucie, maitresse in un bordello: l'ambiziosa ragazza crede che Eduard sia un ricco proprietario terriero, accetta di sposarlo e lo segue nell'Hunsrück. Pur delusa di scoprire che è semplicemente il figlio di un fabbro, gli assicura che entro due anni possiederanno una grande villa e che lui diventerà l'uomo più potente di Schabbach: tutti lo seguiranno. Nel frattempo il villaggio viene attraversato da una ragazza francese, una cavallerizza di passaggio che si sta recando da Parigi a Berlino: per tutti è il segno che Schabbach si trova "al centro del mondo", a metà strada fra le due grandi capitali, e magari anche "fra il Polo Nord e il Polo Sud". Siamo in una nuova epoca, all'insegna dell'ottimismo. Le cose vanno meglio, tutti acquistano e spendono, ma Katharina ha molti dubbi: le persone, in realtà, stanno facendo debiti, "e prima o poi bisognerà pagarli". La Germania vive l'ascesa di Hitler: i bambini indossano uniformi, ovunque ci sono celebrazioni, arriva la luce elettrica (ma scoppiano anche epidemie di difterite). Fritz, parente comunista dei Simon che vive nella Ruhr, viene arrestato e inviato ai campi di riabilitazione. Katharina, che conduce con sé a Schabbach la nipotina Lotti, è dichiaratamente contro i nazisti, o forse è semplicemente più saggia e realista di tutti gli altri: chiede al nipote Anton di non indossare più la divisa. Wilfried, figlio di Wiegand, vuole invece entrare nelle SS.

3 – Natale come mai fino allora (Weihnacht wie noch nie) (1935)
Le cose sembrano andare sempre meglio, e il progresso pare inarrestabile: dopo la luce elettrica, arriva persino il telefono in casa, naturalmente dai Wiegand. Hans, il ragazzo cieco da un occhio, si diverte a sparare ai pali della luce: la sua menomazione lo rende un cecchino perfetto, ed Eduard – che nel frattempo è stato convinto da Lucie a entrare nel partito e a diventare borgomastro del vicino paese di Rhaunen, ma continua a sembrare capitato lì per caso e non percepisce che cosa sta per accadere – lo incoraggia. Anche Lucie continua a sognare sempre il meglio dalla vita: chiedendo i soldi in prestito a un banchiere ebreo, lei ed Eduard costruiscono una grande casa e hanno un figlio, Horst. Il Natale 1935 è all'insegna della felicità, dei consumi, della grandiosità e dell'ottimismo (soltanto Katharina sembra esserne immune): gli affari di Robert e Pauline vanno a gonfie vele e si festeggia con un lungo canto (Stille Nacht) nella chiesa cattolica in una magistrale sequenza a colori. Wilfried torna da Berlino, dove sta facendo l'addestramento per entrare nelle SS, portando un albero di natale. Qualche giorno più tardi, tre importanti personalità del partito nazista passano per Schabbach e si fermano per qualche ore a casa di Eduard e dell'orgogliosissima Lucie.

4 – Via delle alture del Reich (Reichshöhenstraße) (1938)
Il giovane Anton, figlio maggiore di Paul e Maria, è diventato un grande appassionato di meccanica, di fotografia e di cinema, mentre suo fratello minore Ernst fa volare aerei e modellini. Nelle vicinanze di Schabbach è in costruzione la grande strada provinciale dell'Hunsrück, che dovrà unire Coblenza a Treviri. L'ingegnere Otto Wohlleben, responsabile del progetto insieme al suo assistente Pieritz, soggiorna temporaneamente a casa dei Simon. Sono passati dieci anni dalla partenza di Paul: Maria, che in tutto questo tempo ha pensato soltanto ai suoi figli, se ne innamora. E comincia finalmente a pensare anche a sé stessa (magnifica, e splendidamente fotografata, la scena nella quale lei e Pauline vanno al cinema e poi si acconciano i capelli con i tirabaci simili a quelli dell'attrice Zarah Leander). Nel frattempo Lucie ed Eduard ospitano Martina, amica di Lucie giunta da Berlino (testimonianza, per Lucie, di una vita ormai passata). È interessante come Reitz descrive il nazismo: la gente comune ci crede senza rendersi conto di che cosa si tratta, o ci vede una grande occasione di riscatto: c'è poi chi come Wilfried si lascia trasportare, o chi come l'opportunista Lucie sfrutta ogni cosa a proprio favore, ma anche chi come Katharina rimane sempre con i piedi per terra. Il "sempliciotto" Eduard commenta così il momento attuale di felicità: "il tempo dovrebbe fermarsi ora". Reminiscenze del Faust? "Verweile doch, du bist so schön".

5 – Scappato via e ritornato (Auf und davon und zurück) (1938-1939)
Lucie vorrebbe portare i suoi genitori a Schabbach, ma muoiono entrambi in un incidente automobilistico. Maria continua a frequentare Otto, che però è protagonista di varie vicissitudini: prima si rompe il braccio e deve tenerlo ingessato per diversi mesi, poi viene trasferito a Treviri (e Maria lo raggiunge ogni volta che può), infine viene licenziato perché sua madre è ebrea. Improvvisamente arriva una lettera di Paul: scrive dall'America, dove ha fatto fortuna e ha messo in piedi una florida azienda di materiale elettrico: la Simon Electric Incorporated di Detroit. Annuncia che sta per approdare al porto di Amburgo. Maria si reca lì con Anton e con sentimenti contrastanti: ma a Paul, sprovvisto di certificato di razza ariana, i nazisti impediscono di sbarcare. I tentativi di Eduard e di Wilfried di provare che Paul Simon non è ebreo annegano in un mare di burocrazia e scartoffie (in una scena molto divertente): nell'ottocento si usavano troppi nomi biblici! Mentre il vecchio Mathias sta diventando cieco e Rudolf Pollack, giovane assistente di Robert in negozio, flirta con Martina, il primo settembre 1939 inizia la guerra. Ernst entra in aviazione. Katharina commenta sconsolata: "adesso pagheremo tutti i debiti".

6 – Fronte interno (Heimatfront) (1943)
Ben lungi da durare poche settimane come Wilfried assicurava ancora alla fine dell'episodio precedente, la guerra si trascina ormai da quasi quattro anni. Ernst è riuscito a diventare aviatore, mentre Anton è stato inviato al fronte in Russia. A casa Simon arriva Martha, una ragazza di Amburgo incinta di sei mesi che Anton ha deciso di sposare a distanza, per procura. Nel frattempo è nato anche Hermann, figlio illegittimo di Maria e Otto, che nel 1943 ha già quattro anni. Wilfried Wiegand è il responsabile delle SS nella regione e mostra tutta la propria natura di "cattivo": maltratta i prigionieri francesi (scontrandosi più volte con la zia Katharina), uccide un paracadutista inglese caduto nel bosco, rivela di essere a conoscenza della "soluzione finale". Otto e Pieritz lavorano ancora insieme, stavolta come artificieri, e disinnescano le bombe inesplose. Hans, diventato fuciliere, muore in guerra: la cosa scuote Eduard, che l'aveva incoraggiato. Al cinema le donne vanno ad assistere a un film che si chiama "Heimat", ancora con Zarah Leander (un film del 1938 realmente esistente: diavolo di un Reitz!).

7 – L'amore dei soldati (Die Liebe der Soldaten) (1944)
In una delle rare e più lunghe sequenze ambientate fuori dall'Hunsrück, scopriamo che Anton fa l'assistente operatore al fronte in Russia e realizza cinegiornali di propaganda, agli ordini di un ufficiale convinto che la vera arte cinematografica stia nel documentario. Nel frattempo Otto e Pieritz tornano a Schabbach, dove Otto ritrova Maria dopo quattro anni e vede per la prima volta suo figlio Hermann. In questo periodo i Simon ospitano anche Lotti e Ursula, due lontane parenti (Lotti era la bambina che Katharina aveva portato con sé nel 1933!), oltre al soldato Specht. Le tragedie sembrano non finire mai: Otto muore nell'esplosione di un ordigno che stava disinnescando (in una sequenza interminabile che tiene lo spettatore col fiato sospeso); un bombardamento inglese provoca la morte di Specht; Mathias sta sempre più male. Mentre nasce la figlia di Anton e di Martha, Marlies, gli americani arrivano a Schabbach. Il mondo è cambiato, Wilfried si sente perduto, mentre Lucie sta già pensando a come adattarsi alla nuova situazione.

8 – L'americano (Der Amerikaner) (1945-1947)
Si tratta dell'episodio centrale della saga, vera chiave di volta che chiude un periodo e ne apre un altro. La guerra finalmente finisce, mentre a Berlino Pollack e Martina muoiono fra le bombe. Dal riassunto veniamo a sapere che Mathias è morto poco prima dell'arrivo degli americani, che Anton e Robert (il marito di Pauline) sono dispersi in Russia e che Ernst è stato abbattuto in Francia: in realtà è sopravvissuto, però per ora non intende fare ritorno a casa e si limita a inviare da sua madre una ragazza di nome Klara, che ha perso la famiglia e la casa. Nel maggio del 1946 torna finalmente Paul, "l'americano", elegante e con una vettura condotta da un autista di colore. Ma il suo tentativo di ristabilirsi in patria si rivela fallimentare: Maria lo accoglie freddamente, e per tutti – tranne forse che per sua madre Katharina e suo fratello Eduard – è come se fosse un estraneo, ancora più fuori posto di prima. Paul si trattiene comunque a Schabbach per un anno. In un locale incontra suo figlio Ernst, che girovaga in compagnia di una bionda e traffica nel mercato nero, ma i due non si riconoscono. Nel maggio 1947 ritorna anche Anton, che ha percorso a piedi oltre 5000 chilometri dagli Urali fino alla Germania. Lo stesso giorno muore Katharina, e l'indomani Paul riparte definitivamente per gli Stati Uniti. Anton rivela a Martha la sua intenzione di costruire una fabbrica di componenti ottici nell'Hunsrück: ci ha pensato per tutto il viaggio di ritorno ed è convinto che sia il posto ideale. Le promette che verranno tempi migliori.

9 – Il piccolo Hermann (Hermännchen) (1955-1956)
È l'episodio più lungo (due ore e venti) e più intenso di tutto "Heimat". Siamo nel 1955, l'attenzione si sposta su Hermann (il personaggio nel quale è più facile vedere Reitz stesso), che ha quindici anni e va al liceo della città vicina: Maria vorrebbe che fosse il primo Simon ad andare all'università e spera che diventi ingegnere come Otto, ma lui preferisce filosofeggiare con gli amici, scrivere poesie e suonare musica jazz. Veniamo anche a sapere cosa ne è stato dei suoi fratelli: Ernst ha sposato la figlia di un ricco magnate del legname, e adesso pilota l'elicottero che trasporta i tronchi dalla montagna al fiume; Anton ha messo in piedi con successo la sua fabbrica di componenti ottici in quello che era il campo del nonno Mathias, e ha dato lavoro a molti abitanti di Schabbach, fra i quali – con mansioni varie – anche Glasisch, Pieritz, Lotti (che fa la segretaria) e Klärchen (Klara). Proprio quest'ultima, pur avendo quasi il doppio dei suoi anni, "svezza" sessualmente il giovane Hermann. La relazione fra i due viene tenuta segreta a tutti, ma dopo che Klara resta incinta e fugge dal paese per abortire, Maria e gli altri ne vengono a conoscenza. Anton proibisce a Klara di rivedere Hermann (è un po' triste vedere personaggi amati in precedenza, come Anton e Maria, comportarsi così da "cattivi": soltanto Ernst, pecora nera della famiglia, si mette dalla sua parte). Il giovane, dopo averla salutata per l'ultima volta la notte di capodanno del 1956, decide che una volta compiuti diciott'anni lascerà Schabbach per andare a studiare in una grande città e non tornare mai più. La didascalia finale ci rivela che diventerà un compositore: e da questo punto preciso prenderà il via "Heimat 2". Tutto l'episodio si svolge negli anni del miracolo economico e della ricostruzione della Germania, e non a caso è quasi interamente a colori (il rapporto di predominanza fra colori e bianco e nero sembra ormai completamente invertito rispetto alle puntate precedenti). Mentre gli affari di Anton vanno bene, per "l'avventuriero" Ernst non è così: i suoi investimenti falliscono, la moglie lo ripudia e lui è costretto – per la prima volta dopo la guerra – a tornare a vivere dalla madre a Schabbach. Fra gli altri personaggi che ricompaiono c'è Wilfried, ora membro della CDU, che effettua esperimenti con gli insetticidi nei campi di Schabbach (mandando su tutte le furie il nipote Anton). Scopriamo che Anton ha tre figli (un quarto è in arrivo: alla fine della saga saranno cinque!), mentre praticamente nulla ci viene detto di Pauline, Robert (presumibilmente disperso in guerra), Eduard e Lucie.

10 – Gli anni ruggenti (Die stolzen Jahre) (1967-1969)
Una multinazionale propone ad Anton di acquistare la sua fabbrica di componenti ottici, ma in realtà è interessata soltanto ai suoi brevetti. Indeciso sul da farsi, Anton decide di chiedere consiglio a suo padre, scoprendo che questi, all'insaputa di tutti, si trova in Germania. È infatti a Baden-Baden, in compagnia del figliastro Hermann (nel frattempo diventato un celebre compositore di musica sperimentale), per aiutarlo con le apparecchiature elettroniche. Paul consiglia ad Anton di vendere l'azienda e di godersi i soldi, ma il figlio sceglie di non seguire il consiglio. A differenza di Paul e anche di Hermann, che hanno scelto di abbandorare la "patria" e hanno ormai smarrito le proprie radici, Anton è ancora molto legato a Schabbach e ai suoi abitanti. Anche per questo non vede di buon occhio la nuova attività di Ernst, che acquista i mobili e gli infissi delle vecchie case dell'Hunsrück, rivendendoli ai ricchi delle grandi città e sostituendoli con altri più nuovi ma decisamente meno preziosi. Ma nel frattempo tutta la Germania sta ancora cambiando: persino Maria viene convinta da Pauline a vendere la sua vecchia mucca e a progettare un viaggio all'estero che non si farà mai. Il concerto di Hermann viene trasmesso in diretta radiofonica, ma gli abitanti di Schabbach non apprezzano la sua musica d'avanguardia. Soltanto Glasisch sembra capirci qualcosa.

11 – La festa dei vivi e dei morti (Das Fest der Lebenden und der Toten) (1982)
Glasisch ci introduce all'ultimo capitolo con un albero genealogico delle famiglie principali del paese anziché con le solite fotografie. Veniamo così a sapere che nel frattempo sono morti in parecchi: fra gli altri, Eduard, Lucie (che però rivediamo in un flashback), Pauline e Wilfried. E l'episodio si apre con un altro funerale, quello di Maria, che si svolge sotto la pioggia. Sono presenti persino i parenti brasiliani di cui si parlava sin dal primo episodio. I tre figli di Maria si riuniscono così a Schabbach ed esplorando la vecchia casa hanno l'occasione per riconciliarsi e fare un tuffo nella memoria. Durante la fiera del paese, anche i morti (che emozione rivedere dopo tanto tempo Maria e gli altri ancora giovani!) si radunano nell'edificio centrale di Schabbach per partecipare alla festa e osservare di nascosto i loro congiunti ancora vivi. La cronaca di "Heimat", proprio nel finale, abbandona dunque i toni neorealistici per entrare in una dimensione onirica che – a dire il vero – qua e là era presente sin dall'inizio. Maria può finalmente riunirsi all'amato Otto, e con loro c'è anche Glasisch: il nostro narratore se ne è infatti andato silenziosamente proprio durante la festa, senza che nessuno dei personaggi principali se ne sia accorto. E mentre Hermann (protagonista dei futuri "Heimat 2" e "Heimat 3") fa eseguire un coro nelle grotte sottostanti il paese, la macchina da presa si allontana lentamente dal villaggio seguendo la strada di campagna che tante volte abbiamo visto calcare dai personaggi, primo fra tutti Paul, quindici ore e mezzo (o 64 anni?) or sono.

30 luglio 2007

L'orgoglio degli Amberson (O. Welles, 1942)

L'orgoglio degli Amberson (The magnificent Ambersons)
di Orson Welles – USA 1942
con Joseph Cotten, Tim Holt
**1/2

Rivisto in DVD.

Per il suo secondo lungometraggio dopo il fenomenale "Quarto potere", Welles scelse di adattare un romanzo di Booth Tarkington, una saga generazionale che narra della caduta di una grande e ricca famiglia del sud degli Stati Uniti. Alla fine del diciannovesimo secolo, Isabel Amberson rifiuta per orgoglio la corte del giovane ed eccentrico Eugene Morgan, preferendo sposare un altro pretendente. Vent'anni dopo, sarà suo figlio George a innamorarsi della figlia di Morgan, Lucy, e a venirne respinto in una sorta di contrappasso. Ma ormai la ruota è girata e la fortuna degli Amberson è svanita nel nulla. Welles non si riservò alcun ruolo da attore e si limitò a stare dietro la macchina da presa: forse anche per questo il film non ebbe il successo sperato e la produzione, non appena ne ebbe l'occasione, incaricò il montatore (Robert Wise!) di accorciarlo di oltre 40 minuti, imponendo fra l'altro un lieto fine che stona con tutto il resto e annacqua decisamente la vicenda. Ne soffrono, oltre alla tensione drammatica che decolla solo a tratti, anche alcuni personaggi minori (come il maggiore Amberson, il padre di Isabel) che non vengono indagati a sufficienza. Tecnicamente, però, il film mostra tutta la maestria del suo autore, con movimenti di macchina e piani sequenza (come quello iniziale al ballo) che non avevano pari in quegli anni. Celebri, inoltre, i titoli di coda: non scritti, ma letti dalla voce di Welles in persona, che terminano con le parole "io ho scritto il film e l'ho diretto. Mi chiamo Orson Welles".