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4 luglio 2023

Il piatto piange (Paolo Nuzzi, 1974)

Il piatto piange
di Paolo Nuzzi – Italia 1974
con Aldo Maccione, Agostina Belli
**1/2

Visto su YouTube.

In un paese sul Lago Maggiore (il film è ambientato a Luino, ma in realtà è stato girato a Orta San Giulio, sul Lago d'Orta), nei primi anni trenta durante il ventennio fascista, un gruppo di amici perditempo trascorre le nottate a giocare a carte ("Abbiamo battezzato un altro giorno", dicono a ogni alba) e le giornate a bighellonare, fra scherzi e donne (che si tratti di avventure galanti o di visite al locale bordello). Mario, detto "Camola" (Aldo Maccione), lavora come factotum nello studio di un avvocato ed è innamorato (come tutti) della bella Ines (Agostina Belli). Dal romanzo omonimo di Piero Chiara (nativo appunto di Luino), un ritratto della pigra quotidianità di provincia, dove giorni e notti si succedono senza che accada mai nulla, soprattutto per personaggi – come il gruppo di protagonisti – che cercano di tenersi lontani dalle responsabilità lavorative e dalla politica (il fascismo imperante). I toni, come da commedia all'italiana, mischiano umorismo e malinconia, farsa (scollacciata) e tragedia, anche se l'analisi psicologica non è particolarmente approfondita e i personaggi sono alquanto macchiettistici: più che le singole parti (personaggi o situazioni, distillati in tanti piccoli episodi slegati gli uni dagli altri), è l'insieme ad avere un suo valore nel ricostruire un ambiente ozioso, arretrato, maschilista ma a suo modo pure sincero. È il primo dei due soli lungometraggi cinematografici diretti da Paolo Nuzzi, già collaboratore e aiuto regista di Federico Fellini (le similarità con alcuni suoi lavori sono evidenti, in primis "Amarcord") nonché amico di Cesare Zavattini (il cui figlio Arturo è qui il direttore della fotografia). Nel cast corale, molti caratteristi e nomi noti come Erminio Macario, Andréa Ferréol, Renato Pinciroli, Bernard Blier, Antonio Spaccatini, Guido Leontini, Elisa Mainardi, Giuseppe Maffioli.

27 giugno 2022

La stangata (George Roy Hill, 1973)

La stangata (The sting)
di George Roy Hill – USA 1973
con Robert Redford, Paul Newman
***

Rivisto in TV (Now Tv).

Nella Chicago del 1936, fra crimine, gioco d'azzardo e l'onda lunga della Grande Depressione, due "artisti della truffa" – il giovane Johnny Hooker (Robert Redford) e il più esperto Henry Gondorff (Paul Newman) – organizzano una complessa "stangata" ai danni del gangster Doyle Lonnegan (Robert Shaw), anche per vendicare un amico comune (Robert Earl Jones) che questi ha fatto ammazzare. Da una sceneggiatura quasi perfetta di David S. Ward, ispirata fra l'altro alle imprese dei "veri" fratelli Fred e Charley Gondorff, forse il più celebrato caper movie (film di truffe) di tutti i tempi, vincitore di sette premi Oscar (miglior film, regia, sceneggiatura, scenografie, costumi, montaggio e colonna sonora, più altre tre nomination). La complessità dell' "imbroglio del telegrafo" che Johnny e Henry mettono in scena (allestendo una finta sala scommesse per le corse dei cavalli, con decine di comparse e di complici, fra i quali quelli interpretati da Ray Walston, Harold Gould, Jack Kehoe) va di pari passo con altri colpi di scena, anche ai danni dello spettatore (vedi il twist sull'identità del misterioso killer che Lonnegan ha sguinzagliato sulle tracce di Johnny, o quello – indimenticabile – nel finale, che conclude degnamente la "stangata"). Da ricordare inoltre la partita a poker sul treno. Le ottime interpretazioni (nel cast anche Eileen Brennan, Dimitra Arliss, Charles Dierkop e Charles Durning nei panni del poliziotto corrotto Snyder) e tanti piccoli dettagli (come l'iconico cenno di complicità, con le dita lungo il naso, che i truffatori si scambiano a distanza) favoriscono la caratterizzazione dei personaggi. Bella anche la ricostruzione d'epoca, accompagnata peraltro da una memorabile colonna sonora (seppur leggermente anacronistica) a base di ragtime di Scott Joplin, fra cui il celeberrimo "The entertainer" che ritrovò così una nuova e inattesa popolarità. Efficaci ma anacronistici anche i tanti rimandi al cinema muto, come i cartelli dipinti che intervallano le varie sezioni della pellicola, e le iridi circolari usate nelle transizioni da scena a scena, o per sottolineare determinati particolari dell'inquadratura. A ben pensarci, anche la colonna sonora richiama la spigliatezza e la leggerezza di certe comiche del periodo muto: in altri momenti, comunque, il film non si risparmia una certa tensione, che sfocia in autentica suspense. Alcune critiche che lo accusano di essere un po' monotono e meccanico, comunque, non sono del tutto campate in aria. George Roy Hill aveva già diretto la coppia Redford/Newman quattro anni prima nel western "Butch Cassidy".

10 gennaio 2021

Atlantic City, U.S.A. (Louis Malle, 1980)

Atlantic City, U.S.A. (Atlantic City)
di Louis Malle – Canada/Francia 1980
con Burt Lancaster, Susan Sarandon
***

Visto in TV, con Sabrina.

In una città in declino, che ha conosciuto tempi migliori (il boom turistico all'inizio del Novecento e il periodo del proibizionismo, quando fu sede delle attività di celebri bande di gangster), l'anziano Lou Pasco (Burt Lancaster), ex delinquente di mezza tacca, sogna l'occasione di riscatto quando entra per caso in possesso di una partita di droga che Dave (Robert Joy), un giovane ladruncolo, ha sottratto a una banda di spacciatori. Quando questi ultimi si presenteranno per riprendersela, Lou dovrà proteggere l'ex moglie di Dave, l'aspirante croupier Sally (Susan Sarandon), di cui è innamorato, dalla loro vendetta. Gangster movie minimalistico, intimo e romantico, malinconico ritratto di un mondo allo sbando, che guarda al passato mentre sta per essere spazzato via dall'imminente futuro (la demolizione dei vecchi edifici per fare posto alla costruzione di nuovi alberghi e casinò, come quelli di Donald Trump). Prigioniero di un personaggio che forse non è mai stato, Lou (come la città stessa) si illude di tornare agli antichi splendori al fianco di Sally, giovane ragazza che vuole viaggiare e fare esperienze, anche se alla fine si renderà conto che il proprio posto è insieme alla coetanea Grace (Kate Reid), vedova di un suo vecchio amico, al cui servizio si è dedicato. Nel cast anche Michel Piccoli (il mentore di Sally, che oltre a guidarla nel corso da croupier le insegna il francese e le fa ascoltare "Casta diva") e Hollis McLaren (la sorella hippie della ragazza, incinta di Dave). Scritta da John Guare, la pellicola ebbe un ottimo riscontro critico: vinse il Leone d'Oro a Venezia (ex aequo con "Gloria" di Cassavetes) e fu candidata a cinque premi Oscar (nelle cinque maggiori categorie: film, regia, sceneggiatura, attore e attrice).

3 novembre 2020

Febbre da cavallo (Steno, 1976)

Febbre da cavallo
di Steno – Italia 1976
con Gigi Proietti, Enrico Montesano
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina, per ricordare Gigi Proietti.

I tre amici romani Bruno detto "Mandrake" (Proietti), Armando detto "Er Pomata" (Montesano) e Felice (Francesco De Rosa) sono accaniti appassionati di ippica che bazzicano gli ippodromi di tutta Italia senza mai vincere una puntata. Quando Gabriella (Catherine Spaak), la compagna di Mandrake che gestisce un bar nel centro di Roma, gli affida una somma da scommettere su un'improbabile "tris" ("King, Soldatino e D'Artagnan") suggeritale da una cartomante, l'uomo e gli amici preferiscono giocarsela invece su un "cavallo sicuro" che naturalmente perderà. E per recuperare la mancata vincita dovranno escogitare una rocambolesca truffa (una "mandrakata") ai danni di un fantino italo-francese, sostituendolo durante una corsa: ma il piano naturalmente non riuscirà come sperato. L'intera vicenda è narrata in flashback davanti a un giudice (Adolfo Celi) che, per fortuna dei nostri amici, si rivelerà a sua volta un accanito appassionato di corse... Piccolo cult movie della commedia all'italiana, è una divertente farsa ambientata nel mondo dei fanatici dell'ippica, un microcosmo descritto con simpatia e popolato da personaggi scalcinati ed eccentrici, sempre pronti a gettare al vento i pochi quattrini che riescono a racimolare e a doversi inventare bizzarre trovate per sfuggire ai creditori. Alcune scene sono entrate nella leggenda, come lo spot ("un Carosello") che l'istrionico Mandrake – che si guadagna da vivere senza troppa fortuna come attore e modello – si ritrova a interpretare, impappinandosi in continuazione per via dell'assurdo slogan-scioglilingua ("Whisky maschio senza rischio"). Mario Carotenuto è l'avvocato De Marchis, proprietario del brocco Soldatino. Nel cast anche Gigi Ballista, Ennio Antonelli e Nikki Gentile. Passato relativamente inosservato alla sua uscita, il film ha acquistato popolarità nel corso degli anni grazie ai frequenti passaggi televisivi. Nel 2002, firmato da Carlo Vanzina, figlio del regista dell'originale, è uscito un sequel non all'altezza del prototipo, "Febbre da cavallo - La mandrakata".

27 ottobre 2020

Follie d'inverno (George Stevens, 1936)

Follie d'inverno (Swing time)
di George Stevens – USA 1936
con Fred Astaire, Ginger Rogers
**

Visto in divx.

Per dimostrare al padre della propria fidanzata Margaret (Betty Furness) di essere in grado di cavarsela nella vita, il ballerino di varietà John Garnett (Fred Astaire), detto "Lucky", parte per New York in cerca di fortuna. Qui si innamora però di Penny Carroll (Ginger Rogers), una graziosa istruttrice di danza, insieme alla quale viene scritturato per esibirsi in un locale notturno di lusso, il Sandalo d'Argento. Il sesto film della coppia Astaire/Rogers è una commedia degli equivoci poco originale e ancor meno divertente, con gag alquanto blande che punteggiano il solito percorso romantico dei protagonisti che procede fra alti e bassi, baruffe e riappacificazioni. A salvare la pellicola, manco a dirlo, sono i numeri musicali (con canzoni di Jerome Kern e Dorothy Fields quali "The Way You Look Tonight", che vinse l'Oscar, e "A Fine Romance") e soprattutto quelli di ballo, quattro sequenze elegantissime e una migliore dell'altra. Si va dalla polka "Pick Yourself Up", danzata da Fred e Ginger alla scuola di ballo, al brano che dà il titolo al film, "Waltz in Swing Time", composto da Robert Russell Bennett a partire da vari temi di Kern; dall'assolo di Lucky durante la serata di gala al Sandalo d'Argento, l'elaborata "Bojangles of Harlem", dove Astaire (in blackface) balla il tip tap anche con la propria ombra (anzi, con tre ombre!), fino a "Never Gonna Dance", forse il momento più magico di tutti, la danza nella sala da ballo ormai vuota, quando i due innamorati si dicono addio. Se dunque narrativamente la pellicola lascia abbastanza a desiderare, dal punto di vista della danza è considerata dagli esperti del genere come una delle migliori della coppia. In alcune scene, come quella ambientata durante una nevicata, Astaire con il cappello a bombetta assomiglia a Stan Laurel: e proprio a questa sequenza sotto la neve si deve forse lo strano titolo italiano. Curiosità: quando Lucky canta la serenata a Penny mentre lei si sta facendo uno shampoo, sulla testa della Rogers fu messa della... panna montata! Da notare il tema del gioco d'azzardo che scorre in sottofondo per tutta la pellicola: "Pop" (Victor Moore), l'amico del protagonista nonché spalla comica insieme all'attempata Mabel Anderson (Helen Broderick), è un accanito giocatore; e lo stesso Lucky prima vince al gioco, per poi perderlo di nuovo, il contratto dell'orchestra di Ricardo Romero (Georges Metaxa), altro pretendente di Penny, che dovrebbe accompagnare musicalmente le loro esibizioni. Le coreografie sono ideate in collaborazione con Hermes Pan. È l'unico film della coppia diretto da George Stevens, che lavorerà poi separatamente con Fred in "Una magnifica avventura" (1937) e con Ginger in "Una donna vivace" (1938).

30 giugno 2020

Il cattivo tenente (Abel Ferrara, 1992)

Il cattivo tenente (Bad Lieutenant)
di Abel Ferrara – USA 1992
con Harvey Keitel, Frankie Thorn
***1/2

Rivisto in TV.

Un tenente di polizia newyorkese (il personaggio non ha nome), dedito a vizi e depravazioni di ogni tipo – dall'alcol alle droghe e al sesso – e abituato ad agire fuori dalle regole e ad abusare del proprio potere, si ritrova emotivamente coinvolto dall'indagine su un violento stupro subito da una suora. Questa, infatti, intende perdonare i propri aguzzini. E il tenente, che nel frattempo è posto sotto pressione per via di alcuni crescenti debiti di gioco (il film si dipana durante una serie di playoff di baseball fra i New York Mets e i Los Angeles Dodgers, con i primi – sui quali ha scommesso il protagonista – che "bruciano" un vantaggio di tre incontri a zero, facendosi clamorosamente rimontare), ne rimane a tal punto colpito e ossessionato da decidere di espiare a sua volta i propri peccati. Forse il capolavoro di Abel Ferrara, scritto insieme alla modella e attrice Zoë Lund (che appare in una piccola parte) e ad Edouard de Laurot, non accreditato: un viaggio negli inferi di un "peccatore" che compie una sorta di via crucis in cerca di una redenzione impossibile. Temi e metafore religiose, come si vede, si sprecano: l'ambiente, dopo tutto, è quello delle comunità cattoliche italo-americane, lo stesso visto nei primi film di Scorsese, come "Chi sta bussando alla mia porta" e "Mean Streets" (non a caso entrambi questi titoli vedevano come protagonista Keitel, che funge dunque da filo conduttore). Linguaggio e situazioni forti, nudi integrali, abuso di droga e visioni mistiche (un Cristo che scende dalla croce) completano il tutto per dare vita a una pellicola potente e indimenticabile, a tratti un vero pugno nello stomaco. Il film di Werner Herzog del 2009, "Il cattivo tenente - Ultima chiamata New Orleans", nonostante il titolo, non ha nulla a che fare con questo (se non per la presenza di un protagonista simile).

19 giugno 2020

Molly's game (Aaron Sorkin, 2017)

Molly's Game (id.)
di Aaron Sorkin – USA 2017
con Jessica Chastain, Idris Elba
***

Visto in TV, con Sabrina.

Molly Bloom (Chastain), ex sciatrice freestyle ritiratasi dalle competizioni per un grave infortunio, si "reinventa" gestendo un giro clandestino di partite di poker (nella variante "Texas hold 'em") riservato a ricche celebrità e uomini potenti. Anche se la sua unica colpa è quella di aver intascato delle commissioni sulle vincite, l'FBI l'accusa di essere complice della mafia russa nel riciclaggio di denaro, per cercare di convincerla a svelare i nomi e i segreti di tutti i partecipanti alle sue serate. Difesa da un agguerrito avvocato (Idris Elba), Molly resterà però fedele a sé stessa, e nel frattempo recupererà il rapporto con il padre (Kevin Costner), psicologo e allenatore, figura autoritaria che è all'origine (inconscia) di tutti i suoi guai. Da una storia vera (la pellicola è tratta dal libro di memorie della stessa Bloom), un film girato in maniera spigliata e accattivante dallo sceneggiatore Aaron Sorkin (all'esordio dietro la macchina da presa), che vivacizza la vicenda con una struttura a flashback, dialoghi arguti, riflessioni – a volte controcorrente – sui temi del potere e del denaro (da sempre al centro dei lavori di Sorkin, dalla serie tv "West Wing" al film "The social network"), e interessanti analisi sulla psicologia dei giocatori d'azzardo. Protagonista assoluta (non c'è praticamente una sequenza che non la veda in scena) nel ruolo di una donna sola che si destreggia con spirito d'iniziativa e nonchalance in un mondo popolato da uomini ricchi e potenti senza sacrificare la propria integrità, Jessica Chastain compie un autentico tour de force che le è valso un ampio riscontro critico (per molti si tratta della sua prova migliore). Nomination ai Golden Globe (per Chastain) e agli Oscar (per la sceneggiatura). Michael Cera è il "giocatore X", ispirato a varie celebrità di Hollywood amanti del gioco d'azzardo (come Leonardo DiCaprio, Tobey Maguire e Ben Affleck). Nel cast anche Jeremy Strong, Chris O'Dowd e Brian d'Arcy James.

21 maggio 2020

Diamanti grezzi (J. e B. Safdie, 2019)

Diamanti grezzi (Uncut gems)
di Josh e Benny Safdie – USA 2019
con Adam Sandler, Julia Fox
***

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

Il gioielliere ebreo Howard Ratner (Adam Sandler) ha un negozio nel Diamond District di Manhattan. "Maneggione" dai mille traffici, si barcamena fra debiti (deve una forte somma di denaro all'usuraio Arno (Eric Bogosian), che è anche suo cognato, dai cui esattori si defila in continuazione), gioco d'azzardo (è un appassionato di basket, sulle cui partite scommette senza freni), famiglia (è in fase di separazione dalla moglie Dinah (Idina Menzel) e ha tre figli che spesso ignora) e amante (la giovane Julia (Julia Fox), commessa nel suo negozio, che vive nel suo appartamento). Un giorno riesce a procurarsi un prezioso e misterioso opale grezzo dall'Etiopia, che intende vendere all'asta: ma questo attira l'interesse del superstizioso Kevin Garnett, giocatore di basket della NBA (che interpreta sé stesso), convinto che gli porti fortuna... Un film caotico e colorato, un affresco gridato e debordante su un personaggio dalla vita notturna e sregolata, che sguazza nell'inganno e nel disordine, nel kitsch e nella volgarità, sballottato dal destino avverso in una New York ostile che a tratti ricorda quella dello Scorsese di "Fuori orario" e di altri film del regista italo-americano ambientati nella Grande Mela (la fotografia di Darius Khondji aiuta di certo nell'immedesimazione). Altri punti di riferimento dei fratelli Safdie sembrano essere il Tarantino di "Pulp fiction" (per la violenza che scoppia all'improvviso, la ricchezza dei personaggi di contorno e l'incrociarsi di più fili narrativi) e l'Abel Ferrara del "Cattivo tenente" (con la sfida fra Boston e Philadelphia nelle semifinali della NBA 2012 che fa da sfondo e filo conduttore alla vicenda, proprio come in quel film capitava per una serie di playoff del baseball). Se il protagonista della pellicola è di certo sgradevole e irresponsabile, la sceneggiatura e l'interpretazione di Sandler (sorprendentemente a suo agio in una parte drammatica) riescono però a tenere agganciato lo spettatore dall'inizio alla fine e a renderlo partecipe delle sue disavventure, grazie anche una cadenza serrata (nei dialoghi, nel montaggio) che ben si sposa con il ritmo adrenalinico di chi fa dell'azzardo la propria regola di vita, fino a un finale che giunge a sorpresa ma anche con un certo grado di inevitabilità. Nel cast anche Lakeith Stanfield (l'assistente di Howard che gli procura clienti famosi), Keith Williams Richards (l'esattore di Arno), Judd Hirsch (il suocero di Howard) e Mike Francesa (l'allibratore), oltre a vari cantanti e rapper newyorkesi nelle parti di sé stessi.

2 dicembre 2019

Sydney (Paul Thomas Anderson, 1996)

Sydney (Hard Eight)
di Paul Thomas Anderson – USA 1996
con Philip Baker Hall, John C. Reilly
**

Visto in divx.

Il misterioso Sydney (Philip Baker Hall), anziano gentiluomo dai modi affabili che bazzica i casinò del Nevada, prende sotto la propria ala protettiva il giovane e sprovveduto John (John C. Reilly), insegnandogli a barcamenarsi ai tavoli da gioco e tirandolo fuori dai guai quando si ficcherà in un brutto pasticcio per aver aiutato Clementine (Gwyneth Paltrow), la cameriera di un locale di cui si è innamorato. Ma qual è il vero motivo della sua gentilezza? All'esordio nel lungometraggio, Paul Thomas Anderson costruisce un noir già valido per atmosfera e regia, ma con una storia irrisolta e che perde progressivamente interesse: se l'enigmatica prima parte cattura lo spettatore lasciandogli immaginare chissà che cosa, nella seconda la vicenda cambia direzione e si rivela piuttosto banale. Tarantiniano nei dialoghi e nella costruzione episodica della vicenda (nonché per la presenza di Samuel L. Jackson in un ruolo minore, quello del delinquente ricattatore), il film solletica a lungo l'immaginazione dello spettatore, smarrendo poi il focus sui personaggi e trasformandosi essenzialmente in un esercizio di stile, difetto che sarà congenito a tutto il cinema di un regista che manterrà sempre meno di quel che promette. Breve parte anche per Philip Seymour Hoffman, che come Hall e Reilly si rivedrà spesso nei lavori di Anderson. Il titolo originale si riferisce al punteggio del gioco dei dadi in cui escono due quattro (chiamato "otto reale" nei dialoghi).

14 luglio 2019

Le forze del male (Abraham Polonsky, 1948)

Le forze del male (Force of Evil)
di Abraham Polonsky – USA 1948
con John Garfield, Beatrice Pearson
**1/2

Visto in divx.

Joe Morse (John Garfield), avvocato senza troppi scrupoli, è complice del gangster Ben Tucker (Roy Roberts) nel tentativo di impadronirsi di un lucroso giro di scommesse legate a una popolare lotteria clandestina (la "truffa dei numeri") associata alle corse dei cavalli. A questo scopo, i due complottano per far fallire tutte le ricevitorie indipendenti, per poi rilevarle a poco prezzo: fra queste c'è anche quella gestita dal fratello di Joe, Leo (Thomas Gomez), che dunque si adopera affinché venga risparmiato dal fallimento e inserito nell'organizzazione. Le sue manovre al di là della legalità, però, metteranno a repentaglio non solo il rapporto con il fratello ma anche quello con Doris, graziosa ragazza che lavora per Leo e di cui Joe si innamora... Un originale gangster movie che racconta le dinamiche dietro le quinte del mondo delle ricevitorie clandestine (chiamate "banche dei numeri"), dove si muovono personaggi poco raccomandabili, ovvero gangster che cercano di ricostruirsi una reputazione come uomini d'affari (Tucker opera per far legalizzare le scommesse, naturalmente dopo che si sarà impadronito di tutta l'attività) ma non rinunciano ai propri metodi sporchi. Da notare che il gangster rivale di Tucker, chiamato in italiano Garcia, nella versione originale era italo-americano (Bill Ficco). Howland Chamberlain è il contabile pentito Bauer, Marie Windsor è la conturbante moglie di Tucker. Lo sceneggiatore Polonsky, all'esordio come regista, era di idee comuniste (qui è chiaro l'attacco al capitalismo) e sarà a breve inserito nella lista nera del Maccartismo: di conseguenza vedrà compromessa la sua carriera e tornerà a dirigere un paio di film soltanto vent'anni più tardi.

28 gennaio 2019

Charlie - Anche i cani vanno in paradiso (Don Bluth, 1989)

Charlie - Anche i cani vanno in paradiso (All Dogs Go to Heaven)
di Don Bluth – Irlanda/GB/USA 1989
animazione tradizionale
**1/2

Rivisto in divx alla Fogona, con Marisa, Monica e Roberto.

Louisiana, 1939: il pastore tedesco Charlie, avanzo di galera che gestisce insieme al subdolo pitbull Carface una bisca clandestina per cani, viene ucciso a tradimento dal socio. Ma saprà fuggire dal paradiso e tornare in vita per vendicarsi, trovando la propria redenzione e sacrificandosi nuovamente per salvare una povera bambina orfana, Anne Marie, che ha la capacità di parlare con gli animali. Commistione fra gangster story e cinema fantastico alla Frank Capra, il tutto in chiave animalesca, è il quarto e ultimo dei titoli "di successo" di Don Bluth degli anni ottanta (dopo "Brisby e il segreto di NIHM", "Fievel sbarca in America" e "Alla ricerca della Valle Incantata"), con cui il regista cercò di affrancarsi dalla Disney e recuperare il fascino e le atmosfere (anche dark) delle pellicole dei primordi della Casa di Burbank: titoli che ebbero un certo riscontro soprattutto nel campo dell'home video, generando fra l'altro sequel e spin-off a ripetizione, non sempre con il coinvolgimento dello stesso Bluth ("Charlie", per esempio, darà vita a un seguito cinematografico e a una serie televisiva). Nonostante il budget limitato rispetto ai tre lavori precedenti (ma la qualità dell'animazione non ne risente più di tanto), il film ha un suo fascino particolare per come gioca con temi (la morte, il crimine, il gioco d'azzardo, un anti-eroe come protagonista) poco frequentati dal cinema d'animazione per bambini. Anche altre caratteristiche tipiche dei film Disney, come le canzoni, sono presenti in chiave trasfigurata, quasi parodistiche o comunque espressionistiche (interessante l'uso dei colori). La voce di Charlie in inglese è di Burt Reynolds, quella del suo amico Itchy è di Dom DeLuise. Il titolo italiano traduce in maniera imprecisa quello originale, che sarebbe "Tutti i cani vanno in paradiso" (ovvero, a differenza degli uomini, anche quelli cattivi).

25 febbraio 2017

Il caffè (Rainer W. Fassbinder, 1970)

Il caffè (Das Kaffehaus)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1970
con Kurt Raab, Hanna Schygulla
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Più che un film, la ripresa (per la tv) dell'omonimo spettacolo teatrale di Fassbinder, adattamento della commedia "La bottega del caffè" di Carlo Goldoni. Il palco è spoglio (soltanto una manciata di sedie), e la regia consiste in lunghi piani sequenza, quasi privi di movimenti di macchina. Gli interpreti sono il solito gruppo dell'Antiteater: Margit Carstensen (Vittoria), Ingrid Caven (Placida), Hanna Schygulla (Lisaura), Kurt Raab (Don Marzio), Harry Baer (Eugenio), Günther Kaufmann (Leander), Peter Moland (Pandolfo), Peer Raben (Ridolfo) e Hans Hirschmüller (Trappolo). L'adattamento è interessante, mantenendo l'ambientazione (Venezia), la trama e i personaggi di Goldoni, ma cambiando sensibilmente l'atmosfera, che si fa esistenzialista, riflessiva e malinconica. E i temi, naturalmente, sono quelli del gioco, dell'amore e del destino. Decisamente apprezzabile da vedere a teatro, poco più che una curiosità in televisione (o al cinema). Da notare come, forse per attualizzare il testo, ogni volta che viene menzionata una somma in denaro c'è immediatamente qualcuno che converte la valuta veneziana dell'epoca in dollari o marchi contemporanei.

20 febbraio 2016

Quintet (Robert Altman, 1979)

Quintet (id.)
di Robert Altman – USA 1979
con Paul Newman, Vittorio Gassman
**1/2

Rivisto in divx.

In un lontano futuro, con la Terra ricoperta dai ghiacci e la popolazione ormai sterile e ridotta ai minimi termini, un cacciatore di foche, Essex (Paul Newman), torna nella città che aveva abbandonato dodici anni prima. Qui trova uno scenario desolante, con i cani che divorano i cadaveri nelle strade, le vestigia della civiltà imprigionate fra i ghiacci e le strade decorate da sbiadite gigantografie del passato. L'unica attività rimasta è il Quintet, una sorta di gioco da tavolo che, con le sue cinque fasi, simboleggia la vita stessa, e le cui regole all'interno della pellicola sono appena accennate: a una prima parte ad "eliminazione" fra cinque giocatori, ne segue una seconda dove un sesto è pronto a sfidare il superstite. Quando suo fratello rimane ucciso in un'esplosione, a causa della quale muore anche la sua giovane compagna (incinta!), Essex scopre che in città è in corso un torneo "clandestino" di Quintet dove i giocatori, per primeggiare, devono realmente uccidersi fra loro. Per indagare si sostituisce a uno di essi, assumendone l'identità ed entrando a far parte di un meccanismo pericoloso, costeggiato di alleanze, tradimenti, spietatezze e paranoie... Insolita pellicola di fantascienza post-apocalittica, vagamente ispirata a "La settima vittima" di Sheckley, un unicum nella carriera di Robert Altman che non ebbe alcun successo al botteghino o presso la critica ma che meriterebbe almeno in parte di essere rivalutato – nonostante caratteristiche indubbiamente poco accattivanti (il ritmo quasi soporifero, un messaggio cinico e pessimista) – se non altro per l'aspetto estetico e formale e per il notevole cast internazionale, che oltre a Newman comprende Vittorio Gassman (il giocatore/predicatore Saint Christopher), la bergmaniana Bibi Andersson, il buñueliano Fernando Rey (l'arbitro del gioco), la francese Brigitte Fossey e la danese Nina van Pallandt. Evidente l'intento di ammiccare ai fan del cinema d'autore, come testimonia, oltre al cast, anche il sottotesto filosofico o allegorico della vicenda: si potrebbe paragonare a "Il settimo sigillo", con il Quintet che sostituisce gli scacchi e il giudice-demiurgo interpretato da Rey al posto della Morte. Purtroppo la pellicola soffre anche per una certa pretenziosità (vedi anche la bislacca idea di sfumare i bordi dell'inquadatura, come se sulla macchina da presa fosse applicata una lente o un filtro, per contribuire al senso di torpore e di disperazione che avvolge gli abitanti di un mondo che sta per morire) e per una narrazione un po' prevedibile (che sia in atto una partita di Quintet "dal vivo" è evidente allo spettatore quasi da subito, mentre Essex lo scopre solo alla fine). Interessanti i costumi, che nella loro pesantezza mostrano foggie medievali o rinascimentali, come a sottolineare la regressione della civiltà in seguito all'era glaciale (testimoniata anche dal poco che resta, spesso travisato, del mondo precedente: dai sistemi computerizzati ai riti religiosi). La colonna sonora, ricca di percussioni e di sonorità aspre, è di Tom Pierson.

26 dicembre 2013

Regalo di Natale (Pupi Avati, 1986)

Regalo di Natale
di Pupi Avati – Italia 1986
con Carlo Delle Piane, Diego Abatantuono
***1/2

Visto in TV, con Marisa.

A Bologna, nella notte di Natale, quattro amici di lunga data (Diego Abatantuono, Gianni Cavina, Alessandro Haber e George Eastman) si ritrovano dopo parecchi anni per giocare a poker in una lussuosa villa fuori città. L'intenzione è quella di spennare un "pollo" di passaggio, un bizzarro e ricco industriale dai modi eccentrici (lo straordinario Carlo Delle Piane, premiato a Venezia come miglior attore): ma non tutto è come sembra, e nel corso della nottata verranno alla luce vecchi rancori e nuovi retroscena. Uno dei film più celebri e belli di Avati, che innesta sul tema dell'amicizia – costante di gran parte del cinema italiano – una riflessione amara e malinconica sul fallimento, la solitudine e la discontinuità fra passato e presente, per non parlare dell'abile costruzione della suspense legata alla partita a poker: la posta si alza vertiginosamente man mano che il gioco procede, fino al punto di non ritorno, con tanto di colpo di scena finale. Se la sceneggiatura asciutta e precisa (dello stesso Avati) è efficace nello scavare a fondo nei personaggi (Franco è il proprietario di un cinema di Milano, l'unico del gruppo che ha fatto fortuna; Ugo è un conduttore di scalcinate televendite su una tv locale; Lele è un giornalista e critico cinematografico fallito, con una passione per John Ford; Stefano è il gestore di una palestra gay), attraverso l'unità di tempo e d'azione (a parte i brevi incipit che presentano i personaggi e alcuni flashback che illustrano le ragioni della rivalità tra Franco e Ugo – per colpa di una donna, ovviamente, interpretata da Kirstina Sevieri – quasi tutta la pellicola è ambientata al tavolo da gioco) riesce a mescolare abilmente commedia e dramma. Fu grazie a questo film che Abatantuono cominciò ad abbandonare lo stereotipo del "terrunciello" e a farsi apprezzare anche come attore drammatico. Musiche di Riz Ortolani. Con un seguito nel 2004, "La rivincita di Natale".

28 novembre 2013

La ragazza sul ponte (P. Leconte, 1999)

La ragazza sul ponte (La fille sur le pont)
di Patrice Leconte – Francia 1999
con Daniel Auteuil, Vanessa Paradis
***

Rivisto in divx, con Paola, Marta, Beatrice, Esther, Costanza, Florian e Sabine.

La giovane Adèle sta per suicidarsi gettandosi in acqua da un ponte di Parigi, stufa di un'esistenza fatta di rapporti sentimentali tanto frequenti quando sfortunati. A salvarla è Gabor, lanciatore di coltelli che "recluta" le proprie partner fra coloro che non sembrano aver più nulla da chiedere alla vita. Nel corso del loro tour per l'Europa, fra circhi ambulanti e spettacoli sulle navi da crociera, scopriranno di portarsi reciprocamente fortuna: insieme si completano, come una banconota strappata che torna ad avere valore solo unendo le due metà. E proprio il tema della fortuna, del rischio e del gioco d'azzardo (e cosa c'è di più "azzardato" del lancio di coltelli?) fa da sfondo a una storia d'amore quasi metafisica che Leconte gira con estro e sensibilità, aiutato da un'espressiva fotografia in bianco/nero che riveste tutto di un'aura romantica e fuori dal tempo. La magia unisce i due protagonisti anche nel finale, quando si separano momentanemante ma continuano a "comunicare" fra di loro anche a distanza di chilometri l'uno dall'altra: una sorta di entanglement quantistico? Per tutta la pellicola sembra quasi di assistere a un incrocio fra il "realismo poetico" del cinema francese d'anteguerra (che in fondo si tratti di una fiaba è suggerito da diversi elementi: a un certo punto Gabor si autodefinisce "una fata") e la surrealità di certi lavori di Fellini (impressione rinforzata dall'ambiente circense e dal mood delle scene girate in Italia), anche se non manca – soprattutto nella parte iniziale – una certa dose di sarcasmo quasi da black comedy. La raggiante Paradis brilla di luce propria, ma anche il bravo Auteuil non è mai stato così bello e fascinoso. Ottima la colonna sonora, dove spiccano le canzoni "Who will take my dreams away" di Marianne Faithfull (usata durante il lancio dei coltelli), "I'm Sorry" di Brenda Lee e il classico "Sing, Sing, Sing" di Benny Goodman. Da segnalare in particolare due scene dove la musica aggiunge qualcosa di più a sequenze già magnificamente girate, recitate e montate: quella dello shopping a Montecarlo (dove Vanessa Paradis sfoggia per la prima volta il taglio corto di capelli) e quella del lancio dei coltelli "in privato", in un capannone dietro la stazione, quasi il surrogato di un atto sessuale. Ovviamente, il ponte stesso è una metafora dell'amore (qualcosa che unisce due elementi altrimenti separati). Il finale, ambientato su un altro ponte (stavolta a Istanbul), chiude il cerchio in maniera forse prevedibile, ma non era possibile terminare altrimenti.

12 maggio 2009

Il passato è una terra straniera (D. Vicari, 2008)

Il passato è una terra straniera
di Daniele Vicari – Italia 2008
con Elio Germano, Michele Rondino
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Giovane di buona famiglia, a un passo dalla laurea in giurisprudenza con il massimo dei voti e fidanzato con una ragazza perbene, il barese Giorgio conosce a una festa il misterioso e tenebroso Francesco e si lascia trascinare da lui in un mondo più oscuro, fatto di partite a poker, imbrogli, delinquenza, droga, sesso e violenza: un'escalation drammatica che porterà alla luce il suo lato peggiore. Quando tutto sarà tornato normale, però, quell'esperienza sembrerà soltanto una breve parentesi, come un viaggio in una terra straniera "dove le cose si fanno in maniera diversa" (il titolo è una citazione da L. P. Hartley) e che si tende a dimenticare una volta tornati a casa... Tratto da un romanzo di Gianrico Carofiglio, è un noir convincente e parecchio distante dai consueti buonismi del cinema italiano, un film che scava nella psiche del protagonista mostrandone l'insoddisfazione per la propria vita borghese e le pulsioni verso un'esistenza trasgressiva e violenta che l'incontro con Francesco non fa altro che catalizzare. L'amicizia fra i due è intensa e contrastata, fino a raggiungere il punto di rottura. Anche se la corsa di Giorgio verso il baratro si arresta, al contrario di quella dell'amico, al ragazzo manca però un vero riscatto finale: il rientro nei ranghi, con la coda fra le gambe, è motivato dai propri sensi di colpa e non da una crescita interiore, al punto che il fugace incontro in tribunale con la ragazza che gli riporta alla mente la sua vita passata lo lascia scosso e inebetito, come se si trovasse di fronte a un fantasma che sperava di aver rimosso. Bella l'ambientazione, discreti gli attori e buona la confezione.

29 ottobre 2008

La grande peccatrice (Jacques Demy, 1963)

La grande peccatrice (La baie des anges)
di Jacques Demy – Francia 1963
con Claude Mann, Jeanne Moreau
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Contagiato da un amico con la passione per il gioco d'azzardo, un giovane impiegato di banca si reca a Nizza per frequentarne il casinò. Qui conosce un'accanita giocatrice che ha abbandonato il marito e la famiglia per seguire la sua irrefrenabile compulsione per la roulette. Uniti dal comune amore per il gioco e da un'attrazione reciproca, i due trascorreranno insieme alcuni giorni: ma la loro relazione sarà destinata a durare? A differenza del precedente "Lola", il secondo lungometraggio di Demy è praticamente incentrato su due soli personaggi: Jean, affascinato da uno stile di vita lussuoso e opulento (che "sembra uscito da un romanzo americano") ma con i piedi per terra e capace di fermarsi al momento giusto, quando sa che sta per cominciare a perdere; e Jacqueline, che non gioca per il denaro ma per l'emozione dell'azzardo, apparentemente incapace di amare qualcuno. Sullo sfondo si vedono scorci della Promenade des Anglais di Nizza (su cui si apre la "baia degli angeli" del titolo originale), gli alberghi di Montecarlo, i locali della Costa Azzurra. Bravi gli attori (la Moreau è particolarmente sexy). Ma la pellicola, seppur intrigante, è forse un po' monotona, con lunghe e ripetute scene tutte uguali in cui i due protagonisti giocano alla roulette, vincendo somme enormi per poi perderle rapidamente, a seconda di come vuole un imperscrutabile destino.

27 agosto 2008

21 (Robert Luketic, 2008)

21 (id.)
di Robert Luketic – USA 2008
con Jim Sturgess, Kevin Spacey
**

Visto in volo da Osaka a Londra.

Uno spregiudicato professore di matematica del MIT assolda cinque dei suoi migliori studenti per recarsi ogni weekend a Las Vegas, giocare a black jack nei casinò e vincere "scientificamente", contando le carte e calcolando le probabilità di successo, applicando cioè un sistema "sicuro" senza farsi trascinare dalle emozioni e dall'azzardo. Il protagonista Ben, studente introverso con una particolare predisposizione per il calcolo e i numeri, inizialmente accetta di far parte della squadra soltanto per guadagnare la somma necessaria a pagare i suoi studi di medicina, ma si lascia poi prendere la mano dalla febbre del gioco e dalla "botta di vita" che sta sperimentando (la città del vizio, gli alberghi di lusso, le donne e i casinò diventano un mondo facile e affascinante, quasi una doppia vita della quale non può naturalmente parlare ai suoi normali amici) e non riesce più a fermarsi, mettendosi in pericolosa competizione con lo stesso professore. Come se non bastasse, dovrà vedersela con un ostinato sorvegliante (Laurence Fishburne) incaricato dai casinò di scoprire chi usa tecniche non ortodosse per far saltare il banco. Interessante nel soggetto (tratto, pare, da una storia vera: ma la sceneggiatura non è a prova di buchi) e con un approccio tutto sommato non sciatto ai temi della matematica e del calcolo delle probabilità (viene citato persino il problema di Monty Hall, quello delle tre porte, anche se sembra poco probabile che una classe del MIT non lo conoscesse già), il film non sfugge da alcuni cliché delle pellicole adolescenziali hollywoodiane (dove il successo si misura soltanto in soldi, vestiti, belle ragazze), anche se non mancano tocchi anticonformisti (il personaggio di Fishburne, per esempio, la cui professione è in crisi perché minacciata dai software di riconoscimento dei visi e dalle tecnologie moderne che avanzano).

17 giugno 2008

Stranger than paradise (Jim Jarmusch, 1984)

Stranger than paradise (id.)
di Jim Jarmusch – USA 1984
con John Lurie, Eszter Balint, Richard Edson
**1/2

Visto allo spazio Oberdan, in originale con sottotitoli
(retrospettiva di Cannes).

Bola (il musicista jazz John Lurie, autore anche della colonna sonora), che si fa chiamare Willie rinnegando le proprie origini ungheresi, riceve nel proprio appartamento di New York la visita della cugina Eva, appena giunta da Budapest. Un anno più tardi, in compagnia dell'amico Eddie, ricambia la visita andando a trovare Eva e la zia, che vivono a Cleveland, e propone alla cugina di andare tutti e tre in Florida. Ma non ci arriveranno mai, e perderanno l'uno le tracce dell'altro. Un film estremamente minimalista, il cui stile può ricordare il teatro dell'assurdo, girato in bianco e nero e costituito da una serie di (brevi) piani sequenza intervallati da fotogrammi neri che raccontano storie di vita e noia quotidiana, di partite a poker e di scommesse alle corse, di stanze d'albergo e di laghi ghiacciati, di strani incontri e altrettanto strane separazioni. L'atmosfera è intrigante e per fortuna non si sente odore di manierismo, ma si percepisce che si tratta di un cortometraggio allungato (inizialmente era prevista solo la prima parte, quella ambientata a New York, quasi sempre nell'appartamento di Willie). In Italia è uscito soltanto in lingua originale, con sottotitoli che a volte edulcorano i dialoghi (per esempio, quando la zia sbotta in un "You son of a bitch!", i sottotitoli recitano "Che disgraziato!"). Pare che per realizzarlo Jarmusch abbia sfruttato quel che restava della pellicola usata da Wenders per girare "Lo stato delle cose".

11 aprile 2008

I quattro dell'Ave Maria (G. Colizzi, 1968)

I quattro dell'Ave Maria
di Giuseppe Colizzi – Italia 1968
con Terence Hill, Bud Spencer
**1/2

Rivisto in DVD.

Dopo l'ottimo riscontro del film precedente, "Dio perdona... io no!", Colizzi prova subito a riproporre la stessa coppia di protagonisti che, stando agli screen test, quando comparivano insieme sullo schermo suscitavano l'entusiasmo del pubblico. Grazie al finanziamento di alcuni produttori americani, stavolta il regista può permettersi un budget decisamente più elevato e l'ingaggio di un attore di richiamo come Eli Wallach, già coprotagonista de "Il buono, il brutto e il cattivo" di Sergio Leone. Nei titoli e nella locandina i nomi di Hill e di Wallach sono davanti a tutti gli altri, ma a tratti il mattatore è proprio Bud Spencer, la cui alchimia con il compagno comincia a decollare anche se le dinamiche fra i due sono ancora limitate. La pellicola è dichiaratamente un sequel della precedente (all'inizio vediamo Bud e Terence restituire il denaro rubato da Bill Santantonio e "riscuotere" la ricompensa), ma il tono è meno violento – pur se sparatorie e morti continuano a non mancare – e più ironico e scanzonato, anche per la presenza di Wallach nei panni di Cacopulos, pulcioso e inaffidabile bandito di origine greca, inizialmente rivale dei due amici e poi loro alleato in cerca di vendetta nei confronti di chi l'aveva tradito anni prima. Ai tre protagonisti si affianca, non si capisce bene perché, un pistolero e acrobata di colore (Brock Peters): insieme, i quattro sconfiggeranno i cattivi in un duello "all'ora dell'Ave Maria". Anche se l'ambientazione è ancora quella di un tipico western all'italiana, si intravedono squarci del "genere universale" del tutto particolare dei futuri film di Spencer e Hill: c'è persino la prima scazzottata in due contro molti. La trama presenta qualche lungaggine di troppo, è tutt'altro che compatta e procede per spunti ed episodi quasi slegati l'uno dall'altro (l'introduzione dei personaggi, la prima vendetta in Messico, lo scontro nella casa da gioco con la roulette truccata). Guardandolo, mi sono trovato a apprezzare e a rimpiangere il bel doppiaggio di quei tempi (indimenticabile la voce mellifua di Wallach: "e io miagolavo...") e un periodo in cui persino gli attori italiani accettavano di far sostituire la propria voce per risultare più adeguati (prendi esempio, Bellucci!).