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8 dicembre 2020

Mank (David Fincher, 2020)

Mank (id.)
di David Fincher – USA 2020
con Gary Oldman, Amanda Seyfried
**

Visto in TV (Netflix).

Nel 1940, costretto a letto per via di una gamba ingessata e isolato in uno chalet fuori città con un'infermiera (Monika Gossmann) e una dattilografa (Lily Collins), l'esperto e alcolizzato scrittore Hermann J. Mankiewicz (Gary Oldman) si dedica nell'arco di due mesi a redigere la sceneggiatura per il film che diventerà "Quarto potere" di Orson Welles. Una serie di flashback (ambientati dal 1930 al 1937) ce ne svelano i retroscena, ovvero i rapporti di familiarità e antagonismo che intercorsero fra lo scrittore e William Randolph Hearst (Charles Dance), il potente magnate della stampa al quale è ispirato Charles Forster Kane, il protagonista del film di Welles. "Mank" lo conobbe tramite il giovane collega Charles Lederer (Joseph Cross), nipote dell'attrice Marion Davies (Amanda Seyfried), amante di Hearst. Entrato inizialmente nelle grazie dell'imprenditore, che lo ammirava per il suo spirito caustico, lo sceneggiatore finirà per essere messo in disparte dall'industria hollywoodiana (all'epoca dominata dal sistema degli studios) a causa delle sue simpatie socialiste: e molto di ciò che avverrà durante l'elezione del governatore della California del 1934, quando la campagna del candidato democratico Upton Sinclair sarà boicottata da falsi cinegiornali prodotti proprio dagli studi del cinema, lo porterà a sviluppare uno dei temi del capolavoro di Welles (il potere dei mass media, in grado di influenzare l'opinione pubblica). Il secondo biopic firmato da David Fincher (dopo "The social network": ed entrambi scelgono come soggetto un vero e proprio "mito" della cultura americana) non è all'altezza del precedente. Nonostante la buona ricostruzione del mondo degli studios e dell'era della grande depressione, la pellicola risulta fredda, pesante, patinata e manieristica, e la sceneggiatura dà per scontata la conoscenza di troppe cose, nomi e personaggi. Inoltre, il tentativo di richiamare l'atmosfera di quegli anni (attraverso la fotografia in bianco e nero di Erik Messerschmidt, la colonna sonora retrò di Trent Reznor e Atticus Ross, e persino l'audio in mono, a dire il vero un po' fastidioso) sembra voler compensare il fatto che molti eventi e particolari sono stati romanzati o alterati. Discutibili infatti le caratterizzazioni di svariate figure di contorno, dal fratello Joe (Tom Pelphrey), ovvero il futuro regista Joseph L. Mankiewicz, la cui statura è alquanto sminuita, passando per Louis B. Mayer (Arliss Howard), ritratto come il "cattivo" del film. In generale il lungometraggio pare quasi un'agiografia di Mank, svalutando tutte le figure attorno a lui (da Welles a John Houseman, ridotto a poco più di un galoppino). Concludendosi con l'Oscar per la sceneggiatura (l'unico vinto da "Quarto potere") assegnato a Mankiewicz e Welles, entrambi assenti alla cerimonia, accenna anche alla disputa sulla paternità che ne seguì, sposando la versione (avanzata dalla critica Pauline Kael, ma controversa e ormai screditata) che questa fosse quasi esclusivamente opera del primo: in realtà Welles intervenne sulla (lunghissima) bozza originale, alterandola anche durante le riprese, e dunque è giusto che il risultato finale sia accreditato a entrambi. Nel complesso l'idea di fondo della pellicola (spiegare l'origine di "Quarto potere" attraverso il risentimento e il desiderio di rivalsa di Mank contro Hearst e la corruzione di Hollywood) è debole, per non parlare dei rimandi interni: ogni paragone che sorga spontaneo fra il film di Welles e questo non può che andare a favore del primo. Ottima comunque la prova di Oldman, ben calato nella parte. Tom Burke è Welles, Sam Troughton è Houseman, Ferdinand Kingsley è Irving Thalberg, Tuppence Middleton è Sara (la moglie di Hermann), Jamie McShane è il (fittizio) aiuto regista Shelly Metcalf, che si suicida per i sensi di colpa dopo la mancata elezione di Sinclair. La sceneggiatura è firmata dal padre del regista, Jack Fincher, che la completò negli anni novanta: il figlio l'avrebbe voluta girare già vent'anni fa (con Kevin Spacey come protagonista), ma all'epoca i produttori non gli consentirono di realizzare un film in bianco e nero, cosa che in tempi recenti è invece tornata di moda.

10 aprile 2016

Alien³ (David Fincher, 1992)

Alien³ (id.)
di David Fincher – USA 1992
con Sigourney Weaver, Charles Dance
**

Rivisto in DVD.

Sulla Sulaco, l'astronave che sta riportando Ripley e i suoi compagni verso la Terra dopo gli eventi di "Aliens", si è introdotta anche una creatura aliena: questa fa precipitare la navetta su Fury 161, un avamposto minerario che funge anche da colonia penale, abitata da una ventina di carcerati che hanno scelto volontariamente di rimanere lì (formando una sorta di comunità religiosa) dopo che ogni attività di estrazione e di fusione è stata interrotta. Ancora una volta Ripley scopre di essere l'unica rimasta in vita, e che con lei nella prigione è giunto uno xenomorfo che semina la morte fra i detenuti. Come se non bastasse, la stessa Ripley è stata impregnata da un facehugger e ospita al suo interno una regina aliena pronta a nascere... Il terzo episodio della serie di Alien (il cui titolo, senza un vero motivo se non un vezzo grafico, presenta il 3 sotto forma di apice, come se si dovesse pronunciare "Alien cubed"), pur scegliendo coraggiosamente di cambiare ancora una volta direzione alla saga, anche a costo di scontentare i fan, risulta purtroppo inferiore in tutto e per tutto ai precedenti capolavori di Ridley Scott e James Cameron. La sua gestazione è stata lunga, difficile e tormentata, con numerosi sceneggiatori (lo scrittore di fantascienza William Gibson, Eric Red, David Twohy) e registi (Renny Harlin, Vincent Ward) succedutisi l'uno all'altro prima che i produttori decidessero di affidare la regia al giovane e inesperto David Fincher, al suo primo lavoro dopo alcuni video musicali e spot pubblicitari. Se l'ambientazione in cui si svolge la storia è interessante (una sorta di prigione-monastero, i cui delicati equilibri vengono turbati dall'arrivo di Ripley – unica donna e fonte di "tentazione" – prima ancora che dall'attacco dell'alieno), per il resto la pellicola – almeno nella versione uscita nelle sale – non sembra dotata di sufficiente energia. Tanto i primi due film avevano rappresentato delle pietre miliari per i rispettivi generi (la fantascienza-horror e l'action-bellico spaziale), tanto questo sembra scarno di idee e povero di suspense, con Fincher che cerca di costruire la tensione tramite ripetute sequenze del mostro in soggettiva e puntando tutte le sue carte su un finale che avrebbe voluto essere definitivo (ma non lo sarà: la franchise proseguirà cinque anni dopo con "Alien: La clonazione").

Il modo in cui vengono fatti subito uscire di scena Newt e Hicks, dopo tutta la fatica fatta da Ripley per salvarli in "Aliens" (in particolare la bambina), è particolarmente anticlimatico e ha suscitato parecchie critiche (anche da chi aveva lavorato ai film precedenti). L'androide Bishop, anch'egli danneggiato oltre ogni possibile riparazione, viene almeno riattivato brevemente dalla protagonista (e Lance Henriksen, nel finale, interpreta anche il Bishop originale, lo scienziato che ha creato gli androidi e che non è altro che uno dei pezzi grossi della compagnia Weyland-Yutani). Alcuni passaggi narrativi sono confusi (come ha potuto un facehugger entrare nella navetta della Sulaco? L'aveva forse lasciato la regina aliena al termine di "Aliens"? E da dove arriva quello che impregna il cane?) e in generale gli elementi più tipici della franchise sono riproposti senza particolare spessore (il mostro alieno non fa mai davvero paura). Anche i personaggi di contorno, a parte Ripley (che sfoggia un inedito look con i capelli rasati a zero), sono meno interessanti rispetto a quelli dei precedenti capitoli: si va dal medico della prigione, Clemens (Charles Dance), a sua volta un ex carcerato, al supervisore Andrews (Brian Glover), dal leader dei detenuti, Dillon (Charles S. Dutton), a vari altri prigioneri pressoché intercambiabili l'uno con l'altro (si riconoscono, fra i tanti, i volti di Paul McGann, Pete Postlethwaite e Ralph Brown). Del tema della religione, introdotto a fianco di quello della prigionia (fondendo di fatto due versioni precedenti della sceneggiatura, una che ambientava la storia in una colonia penale e un'altra in un pianeta-monastero), alla fine non se ne fa nulla di concreto: pare però che una versione estesa e rieditata, uscita nel 2003 (la cosiddetta "Assembly Cut"), insista maggiormente sul simbolismo religioso, di cui nella copia uscita al cinema c'è giusto traccia nel sacrificio finale di Ripley, quando si getta nella fornace nella sequenza più memorabile della pellicola. Rispetto ad "Aliens", spicca la quasi totale assenza di armi e, in parte, di tecnologia, scelta che contribuisce a dare a questo terzo capitolo almeno una sua personale identità. Diverso anche l'aspetto estetico, con la fotografia di Alex Thomson che punta quasi sempre su colori caldi, il rosso e (soprattutto) il giallo, al posto del freddo blu che caratterizzava il film di Cameron.

15 gennaio 2015

L'amore bugiardo (David Fincher, 2014)

L'amore bugiardo - Gone girl (Gone girl)
di David Fincher – USA 2014
con Ben Affleck, Rosamund Pike
**

Visto al cinema Uci Bicocca.

Nel giorno del loro quinto anniversario di matrimonio, Nick Dunne (Affleck) scopre che la moglie Amy (Pike) è misteriosamente scomparsa di casa. Segni di un'effrazione e tracce di sangue fanno pensare al peggio, e proprio il marito appare come il principale indiziato, quantomeno davanti all'opinione pubblica: soprattutto quando si scopre che il matrimonio non era felice, che l'uomo aveva una relazione con una studentessa, che la donna era incinta e che lui era spesso violento nei suoi confronti. Peccato che si tratti solo di una messinscena, abilmente studiata da Amy per incastrare il marito, e che dietro l'aspetto angelico e "perfetto" (sin dall'infanzia, fra l'altro, la ragazza è stata il modello di una serie di libri scritti dai suoi genitori, "Mitica Amy", e come tale ha stuoli di fan e di ammiratori che ne seguono le vicende con il fiato sospeso) la donna sia una subdola manipolatrice, come ben sa chi l'aveva già incontrata sulla sua strada... Da un romanzo di Gillian Flynn, adattato dalla stessa autrice, Fincher trae un thriller "glaciale" e ambiguo, che scava con cinismo nel rapporto malato fra i due protagonisti e demolisce pezzo dopo pezzo il loro "matrimonio felice", cambiando più volte le carte in tavola. La prima metà del film sembra seminare dubbi anche nello spettatore riguardo la possibile colpevolezza di Nick, a tratti ritratto come un sociopatico, mentre il colpo di scena a metà pellicola inverte del tutto la prospettiva, a costo di alcune svolte narrative inverosimili. Poco più che un contorno l'ambientazione nella provincia del profondo sud degli Stati Uniti (siamo in Missouri), mentre prominente è il contesto mediatico, con talk show e opinione pubblica a dare giudizi e a fare processi in base a "sensazioni" e simpatie, ancor prima che agisca la polizia. Il risultato è una pellicola non guidata dai personaggi (quanto mai irreali o improbabili, nel loro lucido cinismo e nella mancanza di empatia) ma dalle loro storie: e dunque il meccanismo della sceneggiatura – come spesso capita nel cinema di Fincher – risulta a posteriori fin troppo evidente allo spettatore. Gli attori fanno quello che possono (meglio la Pike di Affleck, comunque) nel dare vita a caratteri che non hanno scopo né altra esistenza al di fuori della vicenda in cui sono intrappolati. Pessimo il doppiaggio italiano, a livelli di serie tv.

14 novembre 2010

The social network (D. Fincher, 2010)

The social network (id.)
di David Fincher – USA 2010
con Jesse Eisenberg, Andrew Garfield
**1/2

Visto al cinema Eliseo.

Il film racconta la storia della nascita di Facebook, social network ideato in un campus dell'Università di Harvard e che conta oggi 500 milioni di iscritti in tutto il mondo per un valore di circa 25 miliardi di dollari (come recitano le didascalie alla fine della pellicola), attraverso i dissidi e le due cause legali che ne hanno opposto il creatore Mark Zuckerberg al suo ex miglior amico Eduardo Saverin (finanziatore e socio iniziale dell'impresa, poi estromesso da Mark per motivi mai del tutto chiariti) e a un terzetto di studenti che lo avevano accusato di aver rubato loro l'idea. Lo stile classico e senza fronzoli di Fincher, l'incisiva sceneggiatura a flashback di Aaron Sorkin e la fotografia fredda e scura di Jeff Cronenweth mettono la figura di Mark – molto più che la sua creatura, della quale in realtà si parla pochissimo – al centro dell'attenzione, presentandolo come un nerd inespressivo e con scarse capacità comunicative e relazionali (il che è ironico, se si pensa che il suo sito serve proprio a coltivare le relazioni sociali). Forse perché si occupa di persone ancora in vita e di eventi così recenti, per giunta oggetto di controversie in tribunale, il film non si azzarda a spiegare i "tradimenti" di Mark nei confronti dei suoi compagni, lasciandoli solo intuire (la frustrazione e una rivalsa contro il mondo esclusivo – come le confraternite di Harvard – che lo teneva a distanza?). Il personaggio rimane distante e impenetrabile, e i soli momenti in cui qualcosa sembra accendersi nei suoi occhi sono quelli in cui trova una sorta di anima gemella in Sean Parker (interpretato da Justin Timberlake), fondatore di Napster e a sua volta giovane genio dell'informatica, l'unico con il quale sembra trovarsi in sintonia di idee. Il finale mette comunque in luce la profonda solitudine in cui si trova prigioniero "il più giovane miliardario del mondo", rimasto senza un vero amico al di fuori del suo mondo virtuale: forse chi ha ironicamente ribattezzato il film "Sesto potere" non ha tutti i torti. A Fincher non interessa dunque analizzare il fenomeno dei social network o l'impatto che hanno sui loro utenti: non approfondisce le spinose questioni relative alla perdita della privacy, alla profilazione a fini di marketing cui gli utilizzatori di Facebook si consegnano volontariamente, o al distacco dal mondo reale, argomenti ai quali la maggior parte degli aficionados del sito presta sconsideratamente poca attenzione. Pur ripercorrendo le varie tappe della crescita del social network (che inizialmente era riservato solo agli studenti di Harvard e di pochi altri college americani), queste per la sceneggiatura sono soltanto un pretesto per illustrare la frustrazione e la personalità complessata del protagonista. Allo stesso modo, non viene spiegato il motivo del successo di Facebook ("è fico", si limitano a dire i ragazzi: ma cosa lo distingue da altri siti simili se non l'aver raggiunto più velocemente una "massa critica" di utenti?), e nemmeno quello del suo valore commerciale (anzi, uno dei punti chiave della pellicola è proprio l'opposizione di Mark allo sfruttamento pubblicitario della sua creazione, perseguito invece da Eduardo). Dove il film brilla, oltre che sul versante formale, è invece nella rappresentazione di un ambiente dominato dalle disfunzioni sociali (le personalità problematiche di Mark e di Sean, il rapporto fra Mark ed Eduardo, quello patologico con le ragazze). Bella, ma sostanzialmente fuori posto, la sequenza della gara di canottaggio sulle note (riarrangiate) di Grieg: è l'unico momento in cui il film perde di vista l'oggetto del racconto e si concede una divagazione che forse poteva risparmiarsi.

18 febbraio 2009

Il curioso caso di Benjamin Button (D. Fincher, 2008)

Il curioso caso di Benjamin Button (The Curious Case of Benjamin Button)
di David Fincher – USA 2008
con Brad Pitt, Cate Blanchett
**

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

Benjamin nasce a New Orleans nel 1918, durante i festeggiamenti per la fine della prima guerra mondiale, con un corpo caratterizzato da tutti i malanni della vecchiaia, come se avesse ottant'anni di età. La sua "crescita" procederà a ritroso e sarà un continuo ringiovanimento: da anziano a uomo maturo, da ragazzo a bambino. Adattando un racconto di Francis Scott Fitzgerald, Fincher realizza un lunghissimo film su un'esistenza surreale e controcorrente, in gran parte imperniata sulla storia d'amore fra il protagonista e l'amata Daisy (conosciuta da bambina), che culmina nel momento in cui i due personaggi si ritrovano ad avere "la stessa età" e possono così coronare il loro sogno d'amore (come i due amanti di "Ladyhawke", in grado di incontrarsi solo in un breve momento di passaggio?). Poi, naturalmente, sono destinati ad allontanarsi: lei invecchierà (l'intera vicenda è letta in un diario dalla figlia di Daisy alla madre, in un letto di ospedale mentre l'uragano Katrina sta per abbattersi sulla città), lui diventerà un neonato. L'insolito soggetto è affascinante e a tratti il film – soprattutto nel finale – commuove, ma restano parecchi dubbi sull'effettiva profondità della pellicola: dopo tutto, a parte la bizzarra peculiarità che lo caratterizza (e che metaforicamente si rispecchia nell'orologio della stazione che procede all'indietro), Benjamin e la sua vita non sono poi così interessanti e il personaggio non è indagato più di tanto in profondità. Quello che fa, e come si relaziona con il mondo, non ha niente di speciale e non giustifica fino in fondo le premesse fantastiche della vicenda, così come alcune circostanze del racconto (l'uragano, per esempio). Coppola, nel suo "Un'altra giovinezza" (che pure, per altri versi, non era un film riuscitissimo), aveva affrontato un tema simile ammantandolo di suggestioni e riflessioni ben più originali e stimolanti. Qui la condizione di Benjamin è vissuta e accettata da tutti come se si trattasse di una "normale" malattia, e la sceneggiatura sceglie di non sviscerarla a livello medico-scientifico (come mai l'evoluzione cerebrale e mnemonica di Benjamin, per dirne una, procede invece nella maniera consueta?) né filosofico-simbolico: sarebbe stato un altro film, certo non necessariamente migliore. Buoni gli attori, ottimi trucco ed effetti speciali, curiose alcune sequenze che – pur belle – sembrano un po' fuori posto nell'economia globale dell'opera (l'immagine dei soldati che si rialzano dal campo di battaglia; la digressione sul destino in occasione dell'incidente stradale; il vecchio che racconta di essere stato colpito sette volte dai fulmini). Forse qualche taglio avrebbe giovato alla pellicola, anche se è difficile dire cosa sarebbe stato meglio tener fuori: per esempio la lunga parte ambientata in Russia, quella con Tilda Swinton, è superflua ma anche molto bella. Esagerate, comunque, le 13 nomination agli Oscar (una solo in meno del record di 14, detenuto da "Eva contro Eva" e "Titanic").

9 gennaio 2008

The game (David Fincher, 1997)

The game – Nessuna regola (The game)
di David Fincher – USA 1997
con Michael Douglas, Sean Penn
*1/2

Rivisto in DVD, con Marisa.

David Fincher, più di altri registi, alterna film belli ad altri molto brutti, quasi senza vie di mezzo. Questo, purtroppo, appartiene alla seconda categoria. "Che cosa regalare a un uomo che ha già tutto?", si chiede Sean Penn, fratello scapestrato dell'affarista Michael Douglas, prima di proporgli di partecipare a un misterioso "gioco" dalle regole sconosciute. Il protagonista si trova così immerso in un oscuro complotto, e costretto a lottare per difendere la propria vita, fino a una serie di colpi di scena finali. Peccato che dopo mezz'ora la sospensione dell'incredulità dello spettatore sia già evaporata, e che l'inverosimilità degli eventi che si succedono non provochi nessun interesse né alcun tipo di coinvolgimento. Tutto è talmente implausibile, sia perché siamo sempre consapevoli che si tratta, appunto, di un "gioco", sia perché gli snodi della sceneggiatura richiedono da parte dei personaggi un comportamento così imprevedibile da rendere davvero poco credibile che tutto sia preordinato. Nemmeno l'atmosfera, se si eccettua l'inizio e – in parte – la fine del film, si salva. Per quanto riguarda la recitazione, Sean Penn è sprecato: Douglas invece non se la cava male.

13 giugno 2007

Zodiac (David Fincher, 2007)

Zodiac (id.)
di David Fincher – USA 2007
con Jake Gyllenhaal, Mark Ruffalo
***

Visto al cinema Apollo, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Ispirato alla cronaca (ossia alla lunga serie di delitti e di lettere spedite ai quotidiani dal sedicente "Zodiac", un serial killer la cui identità non venne mai identificata con certezza) questo film di Fincher spiazza decisamente chi si attendeva dal regista una pellicola come il suo precedente "Seven", che trattava di un tema simile. Siamo invece più dalle parti di "Tutti gli uomini del presidente" o, per certi versi, del coreano "Memories of murder": Fincher ci mostra le lunghe e interminabili indagini di una coppia di poliziotti (Ruffalo e Anthony Edwards) e, parallelamente, quelle di un reporter (il sempre ottimo Robert Downey jr.) e di un ostinato cartoonist (Gyllenhaal) del "San Francisco Chronichle", senza lesinarci tutte le false piste, i piccoli dettagli tecnici, le indecisioni, i fallimenti, le frustrazioni personali. Con poca o nessuna concessione allo spettacolo hollywoodiano, il film si dipana dal 1969 al 1991 attraverso una lunga serie di personaggi (fra i molti comprimari si riconoscono volti noti come Brian Cox, Chloë Sevigny o Elias Koteas) impegnati nella spasmodica ricerca o ricostruzione della verità. Forse verrà trovata, anche se ne mancherà la certezza al 100%. Grande stile, grande sceneggiatura, grandi attori: Jake Gyllenhaal, se saprà scegliersi con cura i ruoli giusti, potrebbe diventare un nuovo Al Pacino o Dustin Hoffmann. E pensare che una volta, per me, era soltanto "il fratello di Maggie Gyllenhaal", quella di "Secretary".

Nota: Il serial killer si ispirava al film "The most dangerous game" e la sua vicenda fornì a sua volta lo spunto per numerose pellicole, prima fra tutte "Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo", film d'esordio di Dirty Harry.