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8 ottobre 2017

Madre! (Darren Aronofsky, 2017)

Madre! (Mother!)
di Darren Aronofsky – USA 2017
con Jennifer Lawrence, Javier Bardem
***1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, in originale con sottotitoli.

Uno scrittore (Javier Bardem) e la sua giovane compagna (Jennifer Lawrence) si vedono invadere la propria casa (che lei faticosamente sta ristrutturando, dopo che era stata distrutta da un incendio) da ospiti e sconosciuti sempre più numerosi e aggressivi. In un'atmosfera ambigua e disturbante (il punto di vista è quello della donna), il vorticoso e rapidissimo crescendo degli eventi – via più grotteschi e surreali, fino a diventare apocalittici – e il fatto che nessuno dei personaggi abbia un nome lascia ben presto intendere che quello cui stiamo assistendo non è un semplice thriller, e che dietro le immagini e gli stilemi dell'horror c'è un forte significato simbolico e metaforico. Ma quale? Apparentemente c'è solo l'imbarazzo della scelta. La casa vista come un organismo vivente (la donna può sentirne il cuore pulsante attraverso le pareti), invasa da una malattia devastatrice che si propaga sempre più. Oppure, la metafora della creazione artistica, con lo scrittore (il "poeta", come lo chiamano i suoi fan) che si lascia prendere dalla fama e dalla vanità e accetta che la sua sfera privata venga invasa dal pubblico, finendo col devastare tutto quello che a lui è più caro, a partire dalla sua musa (la donna viene chiamata esplicitamente, in un paio di volte, "Ispirazione"): creazione e distruzione, dopo tutto, sono concetti legatissimi fra loro. Oppure ancora, come forse suggeriva subito il titolo, il tema della madre protettrice e salvifica, che difende il focolare domestico dall'assalto del male proveniente dal mondo esterno (non a caso, in tutto il film, la Lawrence non varca mai la soglia del portico di casa, come se non potesse allontanarsene nemmeno volendo). C'è chi l'ha visto in chiave ecologista (il pianeta devastato dalle attività degli esseri umani) oppure politica-sociale (una nazione invasa dai migranti provenienti da fuori, che si portano appresso tutto il carrozzone di parenti e amici): ma sono forse le interpretazioni meno efficaci. Al contrario, invece, il significato più esplicito (a proposito del quale il precedente film di Aronofsky, "Noah", qualche indizio lo forniva anche) è quello religioso.

L'intera pellicola può infatti essere letta come un allegoria del racconto biblico, con Bardem nei panni del Dio creatore e la Lawrence in quelli della Madre Terra. La casa è naturalmente l'universo intero, gli ospiti invasori sono gli uomini che popolano la Terra (i primi che si manifestano, Adamo – con ferita nel costato! – ed Eva, hanno due figli, Caino e Abele, uno dei quali uccide l'altro e sparge per la prima volta il sangue nel mondo). L'iniziale "ondata" di caos, raccontata nella prima parte del film, equivale al Vecchio Testamento (e culmina nel diluvio universale, la rottura del lavello in cucina: il parallelo si esplica anche nei dettagli più banali, come lo studio dello scrittore cui è vietato accedere che rappresenta l'albero della conoscenza nel giardino dell'Eden). La seconda parte, ovviamente, è il Nuovo Testamento: in essa, dopo che Dio ha elargito agli uomini la sacra scrittura, assistiamo al sorgere della religione (i fan che adorano il poeta), alla nascita del figlio di Dio, che sarà ucciso dagli uomini (che si ciberanno delle sue carni, e che nonostante tutto lo scrittore inviterà a "perdonare"). E fra guerre e atrocità di ogni tipo, la stessa Madre Terra sarà violata e insultata, fino all'Apocalisse finale. Ma dall'esplosione, vero e proprio Big Bang, potrà rinascere tutto, dando vita a un nuovo ciclo. Fischiato durante la presentazione alla Mostra di Venezia, il film di Aronofsky, così caotico, claustrofobico e ricco di significati, ha lasciato disorientati molti spettatori. Forse un suo limite sta nel fatto che, una volta compresa l'allegoria religiosa, tutto può apparire scontato e di grana grossa (come spesso capita nelle opere del regista americano): si paragoni al modo in cui Lars von Trier aveva fatto in fondo la stessa cosa, con più sottigliezza, nel suo "Dogville" (anch'esso da molti incompreso, e la cui lettura religiosa era passata sotto silenzio). Ma l'intensità emotiva, il senso di disturbo e le emozioni veicolate durante la visione, grazie anche alla qualità e alla potenza visiva, sanguigna e barocca, non si possono cancellare: davvero, chi lo stronca si merita quei film anestetizzanti e fatti con lo stampino che provengono da Hollywood. Molto interessante la scelta degli attori: Caino e Abele, per esempio, sono interpretati da fratelli anche nella vita reale (Domhnall e Brian Gleeson). Adamo ed Eva sono Ed Harris e Michelle Pfeiffer.

14 aprile 2014

Noah (Darren Aronofksy, 2014)

Noah (id.)
di Darren Aronofsky – USA 2014
con Russell Crowe, Emma Watson
**

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Versione "spettacolare" e hollywoodiana del mito biblico dell'arca di Noè (anche se il titolo del film – per ragioni di marketing, suppongo – reca la grafia inglese, "Noah"), che Aronofsky trasforma in una saga fantasy alla "Signore degli Anelli" (la scena dell'assalto all'arca, protetta dai rocciosi Vigilanti, è quasi un plagio della battaglia di Isengard con gli Ent al termine de "Le due torri"). Pur prendendosi parecchie libertà, la storia è a grandi linee quella narrata nell'Antico Testamento: l'umanità è corrotta dal male e Noè, ultimo discendente di Set (il terzo figlio di Adamo ed Eva), riceve in sogno dal Creatore l'incarico di costruire un'arca per salvare gli animali innocenti dall'imminente diluvio che purificherà la Terra. Aiutato dai Vigilanti, angeli caduti e imprigionati in corpi di pietra, dovrà però difenderla dai malvagi discendenti di Caino, guidati dal guerrafondaio Tubal-cain. Assente del tutto la dimensione religiosa e sacrale, sostituita da una mitologia barbarica e sciamanica (Matusalemme è in tutto e per tutto un mago), la pellicola – ovviamente uscita anche in 3D – punta, almeno inizialmente, gran parte delle sue carte sull'azione: lunghe scene di combattimenti, profluvio di effetti digitali, caratterizzazioni psicologiche di grana grossa, background storico-sociale (volutamente?) confuso e fuori dal tempo. Più interessante la seconda parte, quella successiva al diluvio, quando Noè si convince che il Creatore non voglia risparmiare il genere umano, e che toccherà dunque a lui assicurarsi che la sua stessa famiglia non abbia un futuro. In effetti, è proprio il tema della famiglia a essere al centro dell'intera pellicola: è essa – al di là del bene e del male – l'unico valore, l'unico legame, l'unico punto di riferimento dei personaggi, persino l'unica origine dei loro dilemmi morali (Noè e la sua famiglia di vegetariani non sembrano particolarmente scossi dalla scomparsa dell'umanità, ma guai se sono in pericolo alcuni di loro!). Al fianco del mattatore Crowe, che dà vita a un personaggio con sfumature in ogni caso non banali (come può un uomo farsi interprete di Dio?), un cast eterogeneo: Jennifer Connelly torna a essere sua moglie dopo "A beautiful mind"; Ray Winstone è un cattivo solido, seppur stereotipato; Anthony Hopkins gigioneggia nei panni di Matusalemme; e fra i giovani, più che l'harrypotteriana Emma Watson (Ila) o il belloccio Douglas Booth (Sem), va ricordato Logan Lerman nel ruolo del tormentato Cam. Buono il comparto tecnico. Nel complesso però un film del genere, non distante da tante pellicole d'azione tratte da fumetti o videogiochi e pensate per il pubblico adolescente dei blockbuster, rappresenta un deciso passo indietro di Aronofsky (che in passato si era sempre dimostrato un regista anticonvenzionale, sia pure non particolarmente raffinato) dopo i due ottimi film precedenti, "The wrestler" e "Il cigno nero". Da notare la sequenza in cui Noè racconta ai figli la storia della creazione com'è narrata nella Genesi. Sulle sue parole scorrono immagini "scientifiche" sulla formazione della Terra e l'evoluzione degli esseri viventi: una furbata, da parte dei cineasti, per tenere il piede in due scarpe, considerato che negli Stati Uniti il dibattito sul creazionismo è, ahimè, ancora aperto? Basti pensare che c'è stato chi ha criticato questo film perché "romanzerebbe" eventi reali!

26 febbraio 2011

Il cigno nero (D. Aronofsky, 2010)

Il cigno nero (Black Swan)
di Darren Aronofsky – USA 2010
con Natalie Portman, Mila Kunis
***1/2

Visto al cinema Arlecchino, con Costanza.

La giovane ballerina Nina (Natalie Portman) viene scelta come protagonista di una nuova e imminente rappresentazione de "Il lago dei cigni". Frigida e perfezionista, sarebbe adattissima al ruolo del Cigno Bianco: ma l'esigente regista e coreografo Thomas (Vincent Cassel) la spinge a tirare fuori di sé anche il suo lato oscuro e passionale, quello da Cigno Nero. Tormentata dalle allucinazioni, da una madre invadente e possessiva (a sua volta ex ballerina fallita, che vede nella figlia la possibilità di realizzare i propri sogni di gloria), ma soprattutto da Lily (Mila Kunis), una collega che sembra incarnare tutto quello che lei non è, scivolerà lentamente verso l'autodistruzione, l'unico modo per far uscire da sé ciò che ha a lungo represso. Aronofsky torna a temi che aveva già affrontato nel suo primo film, "Pi – Il teorema del delirio" (e come in quello si prende qualche libertà con la materia trattata) sfornando un thriller psicologico con i fiocchi, anche dal lato formale. La bicromia, in particolare, si riflette a più livelli nell'estetica del film: dagli abiti (Nina veste sempre di bianco, Lily di nero) alle scenografie (gli arredi, gli interni e persino gli esterni), tutto è giocato sulla contrapposizione fra i due colori estremi, simbolo di una divisione netta che non può che produrre qualche incrinatura (il rosso del sangue). Angosciante, dark e disturbante, il film è attraversato da evidenti atmosfere polanskiane ("Repulsion" è il titolo che viene subito alla mente), ma ci ho anche visto rimandi a Dario Argento (il personaggio della madre), Cronenberg (la metamorfosi fisica che esprime quella interiore), Lynch (l'ambiguità del reale) e, perché no?, il Satoshi Kon di "Perfect blue" (la pressione di un ambiente che pretende troppo da una giovane artista, già fragile di suo). E poi: fantasie, specchi, riflessi, il tema del doppio (Nina proietta in Lily la parte di sé che ha a lungo represso, ossia l'audacia, la sensualità, l'istinto), ferite, graffi, e una scena lesbica già cult. Se bisogna trovargli qualche difetto, è la mancanza di sottigliezza: regia e sceneggiatura insistono troppo sui suoi temi, in maniera finanche ossessiva. Notevole la prova della Portman, che per sostenere il ruolo è dimagrita di parecchi chili (ma in alcune scene di ballo c'è una controfigura). Nel cast molti volti noti, in alcuni casi quasi irriconoscibili, come Barbara Hershey (la madre di Nina) e Winona Ryder (Beth, la "vecchia" diva che viene soppiantata suo malgrado proprio dalla protagonista).

10 marzo 2009

The wrestler (D. Aronofsky, 2008)

The wrestler (id.)
di Darren Aronofsky – USA 2008
con Mickey Rourke, Marisa Tomei
***

Visto al cinema President.

Dopo aver toccato vent'anni prima l'apice della propria carriera in un incontro ancora leggendario, il wrestler Randy "The Ram" Robinson sopravvive alternandosi fra piccoli lavori e match fra vecchie glorie in palazzetti di quart'ordine. Rimasto solo (cerca inutilmente di riallacciare un rapporto con la figlia), malandato (dopo un infarto, i medici gli hanno proibito di combattere ancora) e ancorato al passato (fra canzoni degli anni ottanta – "gli anni novanta sono stati uno schifo" – e pupazzetti e videogiochi che gli ricordano i suoi giorni di gloria), l'unica cosa che può fare è rialzarsi e continuare a combattere: in fondo il ring è l'unico posto dove The Ram non si senta rifiutato. Devastante ritratto di un personaggio crepuscolare e patetico, che cerca di sopravvivere in un mondo dove non ci sono buoni o cattivi ma solo vincenti o perdenti e dove la solitudine è il peggior nemico, il film non offre facili scorciatoie o concessioni alla retorica e al sensazionalismo (anche se le sequenze melodrammatiche con la figlia le ho mal digerite). Aronofsky contribuisce al buon risultato tenendo parzialmente a freno il suo stile ruffiano e mettendosi per una volta completamente al servizio del personaggio, restandogli continuamente attaccato, seguendolo da vicino ma anche riprendendolo spesso di spalle, come a non voler svelare del tutto le sue espressioni mentre avanza lungo il cammino della vita (evidenti le similitudini fra l'ingresso nelle arene sportive e quello al bancone del supermercato); Rourke, di suo, ci mette invece il viso disfatto, la pelle lacerata e una recitazione intensa e sincera, anche se tutta corporea (motivo per il quale non me la sento di dar torto ai giurati dell'Academy che hanno preferito assegnare l'Oscar a un'interpretazione più completa come quella di Sean Penn in "Milk"), riuscendo però a tirar fuori dalla sua "carne maciullata" anche sorrisi e lacrime. Magnifiche certe battute (come quelle sul film "La passione di Cristo") e divertenti i momenti in cui i wrestler si accordano nel backstage sulle mosse da eseguire. Ma anche se tutto è finto, il sangue e le ferite sono veri. Complimenti infine alla quarantacinquenne Marisa Tomei, brava e coraggiosa nei panni dell'amica-spogliarellista alla quale Randy si appoggia come possibile ancora di salvezza: fra i due personaggi, entrambi sul viale del tramonto nelle rispettive carriere, c'è più di un parallelismo. Il Leone d'Oro al festival di Venezia è senza dubbio meritato: ma quanto è dipeso dalla mediocrità degli altri film in concorso?

12 gennaio 2009

π - Il teorema del delirio (D. Aronofsky, 1998)

π - Il teorema del delirio (Pi)
di Darren Aronofsky – USA 1998
con Sean Gullette, Mark Margolis
**

Rivisto in divx.

È il film d'esordio del pretenzioso Aronofsky. La prima volta che l'ho visto l'avevo detestato per l'assoluta inconsistenza della parte matematica, quella su cui in teoria si dovrebbe incentrare tutta la vicenda (oltre che per l'ennesima riproposizione del luogo comune dello scienziato come alienato e squilibrato, in grado di fare conti difficili senza calcolatrice ma incapace di socializzare: una visione che va di pari passo con quella secondo cui la conoscenza del mondo è arcana e inaccessible, e chi vi si addentra troppo non può che impazzire e autodistruggersi). Ora però queste cose mi hanno dato meno fastidio e ho rivalutato la pellicola, apprezzandone quanto meno l'aspetto estetico, formale e più prettamente cinematografico, con uno stile un po' cerebrale (e non molto originale, a dire il vero) che ricorda o si rifà esplicitamente a Lynch, Cronenberg o Tsukamoto. Fra lenti che distorcono, macchina a mano, primissimi piani e una fotografia sgranata e in bianco e nero, il regista racconta l'angoscia e il viaggio verso la follia di Max Cohen, un matematico prodigio convinto che ovunque in natura esistano degli schemi interpretabili mediante i numeri. Mentre cerca di trovare con il computer una formula che predica l'andamento della borsa, le sue intuizioni attirano l'interesse di una misteriosa multinazionale legata a Wall Street e di un gruppo di ebrei ortodossi che sta studiando la Torah attraverso la numerologia. La sceneggiatura, narrata in prima persona, mescola alla rinfusa teoria dei numeri e filosofia giapponese, cabala ebraica e meccanismi di borsa, struttura dell'universo e gioco del go, spirali e concezioni pitagoriche. In mezzo a tutto questo, però, cosa c'entri il pi greco che dà il titolo al film non è affatto chiaro (e la scena in cui Max traccia sul giornale formulette da scuola media è ridicola). Ed ecco i difetti di cui parlavo: ogni elemento è spiattellato senza motivo e senza legame con il resto, la matematica e l'informatica sembrano velate di misticismo e concetti come la sezione aurea o i numeri di Fibonacci vengono citati come se veicolassero chissà quali misteri, giusto per far colpo o suggestione su uno spettatore incapace di distinguere fra scienza e magia. In fondo la matematica vista da Max Cohen è come il cinema di Aronofsky, pura fuffa. Di buono resta il ritratto del protagonista: schizofrenico, paranoico, fobico, confuso, che soffre di allucinazioni e dipende da farmaci e droghe per curare le sue continue emicranie. Bravo l'interprete e bella la musica elettronica e "disturbante" di Clint Mansell.

14 aprile 2008

L'albero della vita (D. Aronofsky, 2006)

L'albero della vita (The fountain)
di Darren Aronofsky – USA 2006
con Hugh Jackman, Rachel Weisz
*1/2

Visto in DVD.

Già non ero fra quelli che si erano stracciati le vesti di fronte ai precedenti lavori di Aronofsky (anche se "Requiem for a dream" non mi era dispiaciuto), figuriamoci quanto poco possa avermi entusiasmato questo confuso polpettone misticheggiante, colmo di cialtronerie new age e di deliri storici e scientifici. E pensare che il regista ha lavorato parecchi anni (la gestazione del film risale al 1999 e inizialmente avrebbe dovuto intepretarlo Brad Pitt) per partorire un simile cumulo di banalità sull'amore e la morte, mescolando la leggenda della fontana dell'eterna giovinezza con il mito biblico dell'albero della vita (per una volta il titolo italiano non è a sproposito). Ma se il film è essenzialmente palloso e decisamente presuntuoso, pieno com'è di simboli vuoti e di immagini cortocircuitanti, devo anche ammettere che presenta un certo fascino dal punto di vista dell'estetica e persino della narrazione, così ipnotica, onirica e richiusa su sé stessa, e che nei giorni successivi alla visione può lasciare un retrogusto piacevole. Persino i due interpreti si salvano: Jackman veste i panni di un improbabile ricercatore che tenta disperatamente di trovare una cura per la moglie morente, scoprendo che la corteccia di una pianta sudamericana fa ringiovanire un macaco malato di tumore: la sua storia si intreccia con quella – narrata dalla moglie in un libro – di un conquistador spagnolo inviato dalla regina Isabella nel Nuovo Mondo a cercare l'albero della vita per salvare la Spagna dall'inquisizione (!) e con quella – forse sognata, forse proveniente dal futuro – di un misterioso viaggiatore astrale che medita a gambe incrociate all'interno di una bolla di sapone (sicuramente la parte più indifendibile del film). A parte i pochi pregi, resta essenzialmente una pellicola sbagliata che si merita più pernacchie che tentativi di analisi critica.

1 agosto 2007

Requiem for a dream (D. Aronofsky, 2000)

Requiem for a dream (id.)
di Darren Aronofsky – USA 2000
con Jared Leto, Ellen Burstyn
***

Visto in DVD, con Albertino.

Sconvolgente e devastante film sulla droga e la tossicodipendenza, che azzarda persino un parallelo fra la dipendenza da eroina che caratterizza il giovane protagonista, il suo amico e la sua fidanzata (Jennifer Connelly) e quelle per la televisione e le diete che riguardano invece sua madre, un'eccezionale Ellen Burstyn. Un vero pugno nello stomaco, una disperata discesa all'inferno di quattro personaggi in un crescendo di degradazione e autodistruzione, forse persino esagerata e un po' improbabile in certi punti (soprattutto quelli relativi alla madre, comunque il personaggio più interessante del film). L'assoluta e tragica mancanza di un lieto fine fa quasi pensare che il regista abbia voluto programmaticamente accanirsi sui suoi personaggi, portando le loro sofferenze all'estremo e senza ritorno. Folgorante lo stile, che punta quasi tutto sul montaggio rapidissimo e frammentato di determinate sequenze, ipnotiche e meccanicamente ripetute, e sulla messa in scena di una percezione accelerata o rallentata del tempo, che accresce l'intensità della narrazione. Importante anche il ruolo della musica di Clint Mansell e del quartetto d'archi Kronos, il cui tema principale è stato poi ripreso addirittura in un trailer de "Il signore degli anelli". Di Aronofsky avevo visto finora soltanto "Pi - il teorema del delirio", che non mi era piaciuto per niente.