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27 luglio 2023

Close (Lukas Dhont, 2022)

Close (id.)
di Lukas Dhont – Belgio/Fra/Ola 2022
con Eden Dambrine, Gustav de Waele
***

Visto in TV (Sky Cinema).

L'amicizia fra i tredicenni Léo (Dambrine) e Rémi (de Waele) è talmente stretta che a scuola i compagni suggeriscono che siano innamorati l'uno dell'altro. La cosa turba Léo, che cerca di prendere le distanze dall'amico, allontanandosi da lui – da cui in precedenza era inseparabile – per frequentare altri circoli. E quando Rémi, improvvisamente, si suiciderà, Léo sarà tormentato dai sensi di colpa. Secondo film per il regista Lukas Dhont e il suo co-sceneggiatore Angelo Tijssens: come il precedente "Girl", con cui ha molto in comune, esplora il vissuto intimo di personaggi giovanissimi alla prese con la scoperta di sé e dei propri sentimenti, qualcosa di assai difficile in un'età in cui non solo non si hanno le idee chiare, ma non si è nemmeno abbastanza forti da resistere all'influenza dell'ambiente circostante, anche quando questo non è necessariamente negativo o tossico (i genitori dei due bambini approvano la loro amicizia, i compagni di classe si limitano a scherzarci sopra). E che, per questi motivi, scelgono di cambiare strada per paura dei propri sentimenti o per il timore di essere giudicati. La maggior parte della pellicola si svolge dopo la morte di Rémi, e dunque il film parla più di elaborazione del lutto e dei sensi di colpa (quando la vita "va avanti") che di consapevolezza queer o di coming out (anzi, non è nemmeno detto che Léo sia gay: la sua amicizia con Rémi può essere semplicemente questo, un'amicizia), come invece accadeva, per esempio, in "Fucking Åmål". Rispetto a "Girl", il film è forse un po' più costruito, ma non meno intenso. Grand Prix a Cannes, e nomination all'Oscar come miglior film straniero.

24 aprile 2023

Un'estate d'amore (I. Bergman, 1951)

Un'estate d'amore (Sommarlek)
di Ingmar Bergman – Svezia 1951
con Maj-Britt Nilsson, Birger Malmsten
***

Visto in divx.

Quando la danzatrice Marie (Maj-Britt Nilsson), poco prima delle prove di un importante balletto a teatro, riceve per posta il diario di Henrik (Birger Malmsten), il ragazzo che tredici anni prima aveva amato durante una vacanza estiva ed era morto improvvisamente, tutti i ricordi di quell'estate tornano di colpo a investirla. A quel tempo la giovane Marie era una ragazza solare e piena di vita, sempre pronta a ridere e a scherzare. La relazione con il più cupo Henrik, in vacanza con il suo cane nello stesso tratto di mare, nacque infatti per gioco, salvo farsi più profonda nel giro di pochi giorni, al punto da sviluppare sogni di fidanzamento e matrimonio: ma dopo la morte del ragazzo, in seguito a una caduta da uno scoglio, Marie divenne malinconica e introversa, perdendo ogni interesse e ragione di vita a lungo termine che non fosse la sua carriera di danzatrice, di fatto erigendo un muro, chiudendo una parte di sé e rimuovendo le emozioni. La lettura del diario le risveglia, la manda in crisi e le consente finalmente di "elaborare il lutto" e di aprirsi a una nuova vita. Nella sua apparente semplicità (nonostante la struttura a flashback), uno dei film più immersivi e psicologicamente profondi del primo periodo bergmaniano: aiutato da un'eccellente prova della protagonista, che veicola moltissime emozioni diverse, il regista si concentra sull'attenzione ai dettagli, che siano i primi piani su volti e oggetti (come nelle magistrali sequenze che vedono Marie da sola davanti allo specchio del trucco) o gli accenni "premonitori" (i molti presagi di morte attorno a Henrik) anche nelle sequenze più leggere e sbarazzine (tutta la parte della vacanza estiva sembra anticipare certe cose di Rohmer). E anche se all'apparenza nel soggetto – l'amore giovanile – non c'è molta differenza rispetto agli altri lavori di inizio carriera, per molti versi si può dire che lo "stile" di Bergman, dal punto di vista sia formale (notevole la fotografia di Gunnar Fischer) che contenutistico, quello che porterà avanti per il resto della carriera (da "Il posto delle fragole" – a proposito, anche qui c'è un "fragoleto" segreto – a "Persona"), nasca qui. Georg Funkquist è lo "zio" Erland, Stig Olin il maestro di danza, Alf Kjellin il giornalista Nyström.

29 gennaio 2023

Vital (Shinya Tsukamoto, 2004)

Vital - Autopsia di un amore (Vital)
di Shinya Tsukamoto – Giappone 2004
con Tadanobu Asano, Nami Tsukamoto, Kiki
**1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Dopo aver perso la memoria in seguito a un incidente stradale nel quale è rimasta uccisa la sua compagna Ryoko (Nami Tsukamoto), il giovane Hiroshi (Tadanobu Asano) decide di riprendere gli studi di medicina all'università. E durante le lezioni di anatomia, si ritrova sul tavolo operatorio proprio il cadavere di Ryoko, la quale comincia anche ad apparirgli in una serie di visioni: che si tratti dei ricordi del passato che stanno tornando, o soltanto di sogni bizzarri? Sceneggiato dallo stesso Tsukamoto, un film sul tema della memoria e dell'elaborazione del lutto. L'ossessione di Hiroshi per la dissezione anatomica va infatti di pari passo con il tentativo di recuperare i ricordi del suo rapporto con Ryoko, mentre la figura della donna si confonde (o si sovrappone) con quella di Ikumi (Kiki), sua compagna di corso con cui instaura una relazione alquanto morbosa (con i tentativi di auto-asfissia che riecheggiano le suggestioni di suicidio di Ryoko). Regia, recitazione, atmosfere sono fredde e "sospese", come devono essere, risultando inquietanti e cronenberghiane, ma senza sfociare nell'horror puro o tenere troppo a distanza lo spettatore, anche perché qualcosa di concreto (si parla di cadaveri, dopo tutto) mantiene sempre sulla terra i personaggi alienati. Analizzando il corpo morto di Ryoko, è come se Hiroshi volesse scavare nell'inconscio, alla ricerca dell'anima, tanto in quella della donna (che per lui è un mistero) tanto nella propria (recuperando i ricordi perduti). Dopo tutto, come gli spiega un docente all'inizio, sono proprio alcune aree del cervello a essere responsabili di personalità e memoria. Nel cast Ittoku Kishibe (il professore di anatomia), Kazuyoshi Kushida (il padre di Hiroshi) e Jun Kunimura (il padre di Ryoko).

7 gennaio 2023

Oltre la notte (Fatih Akin, 2017)

Oltre la notte (Aus dem Nichts)
di Fatih Akin – Germania 2017
con Diane Kruger, Denis Moschitto
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Dopo la morte del marito (un immigrato di origine curda) e del figlioletto per l'esplosione di una bomba piazzata da due giovani neonazisti nel quartiere turco di Amburgo, Katja (Diane Kruger) confida nella giustizia in tribunale. Non ottenendola, cercherà vendetta da sola. Un soggetto che a prima vista appare poco originale, simile a quello di tanti revenge movie tutta azione, ma che si ispira alla realtà, e precisamente alle decine di attentati di questo tipo avvenuti in Germania all'inizio degli anni Duemila. Il regista lo sviluppa con grande intensità, appoggiandosi alla straordinaria interpretazione della Kruger (premiata a Cannes come miglior attrice) nei panni di una moglie e di una madre che non sa darsi pace per la perdita dei suoi cari. Niente elaborazione del lutto o commozione ricattatoria, ma solo durezza, rabbia, decisione e persino un certo distacco, almeno in superficie. La vicenda è divisa in tre "capitoli" (intitolati "La famiglia", "La giustizia" e "Il mare", e dedicati rispettivamente all'attentato stesso, al processo in tribunale e al finale in Grecia in cui Katja rintraccia i due terroristi), coinvolgenti per il loro realismo e con la donna sempre al centro di tutto. Il finale potrebbe essere la cosa che convince meno: ma a renderlo interessante è la scelta – intenzionale e voluta – di un volto così "tedesco" (bianca, bionda e con gli occhi azzurri) per una protagonista che, in cerca di vendetta e spinta dall'odio e dalla rabbia, diventa estremista quasi quanto i neonazisti che le hanno tolto i suoi cari, fino a scegliere di utilizzare – letteralmente – i loro stessi mezzi. Nell'insieme, al di là dell'apparente appartenenza a un genere ben preciso e alle riflessioni sul terrorismo, la pellicola rappresenta un altro tassello nella filmografia di un regista, Akin, che da sempre affronta nelle proprie opere il tema dei rapporti fra tedeschi e immigrati, soprattutto quelli di origine greca, turca e curda (essendo lui stesso uno di loro).

31 ottobre 2022

Hereditary (Ari Aster, 2018)

Hereditary - Le radici del male (Hereditary)
di Ari Aster – USA 2018
con Toni Collette, Alex Wolff
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Poco tempo dopo la morte della vecchia madre, Annie Graham (Toni Collette) perde anche la figlia Charlie (Milly Shapiro) in un bizzarro incidente provocato dal figlio Peter (Alex Wolff). Le difficoltà a elaborare il lutto, i rancori mai sopiti e i problemi personali (soffre di sonnambulismo, ha strane visioni) la mandano in crisi nei rapporti famigliari e nel lavoro. E nonostante lo scetticismo del marito Steve (Gabriel Byrne), che la crede pazza, si convince di essere vittima di una strana setta, di cui proprio sua madre era a capo, che intende evocare un demone... Il primo lungometraggio del regista e sceneggiatore Ari Aster, dopo diversi corti, è un horror psicologico su una famiglia disfunzionale, in preda a sensi di colpa, risentimenti e relazioni irrisolte, che si colora poi di soprannaturale (guardando in parte a "Rosemary's baby") e che brilla soprattutto per la confezione. L'ottima regia, molto attenta alle scenografie (d'altronde Annie si occupa di realizzare diorami e modellini in scala, e gran parte delle inquadrature degli ambienti fanno sembrare le stanze quasi finte), è a tratti kubrickiana, con un uso sapiente di movimenti lenti e geometrie interne. Convince meno la sceneggiatura: la sua complessità finisce per sembrare meccanica e un po' fine a sé stessa, con un accumulo di elementi nella prima parte in attesa del payoff nella seconda: insomma, vuole provarci un po' troppo. Discrete le prove degli attori, ottimo il riscontro della critica. Una nota sulla distribuzione: c'era proprio bisogno di un sottotitolo italiano ("Le radici del male")?

3 ottobre 2022

21 grammi (Alejandro G. Iñárritu, 2003)

21 grammi - Il peso dell'anima (21 grams)
di Alejandro González Iñárritu – USA 2003
con Sean Penn, Naomi Watts, Benicio del Toro
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Il secondo film della coppia Iñárritu (regista)-Guillermo Arriaga (sceneggiatore), al debutto negli Stati Uniti dopo la pellicola d'esordio "Amores perros", è un'altra ambiziosa vicenda corale dove le storie dei tre protagonisti – prigionieri in una spirale autodistruttiva – si intrecciano e, soprattutto, sono raccontate in maniera non lineare. La narrazione, infatti, è cronologicamente decostruita: e il montaggio ne accosta i frammenti lasciando allo spettatore il compito di rimettere insieme la trama come se fossero i tasselli di un puzzle. Jack (Benicio del Toro) è un pregiudicato che sembra aver messo la testa a posto da quando ha scoperto la religione. Provoca però un incidente stradale nel quale muoiono il marito e le figliolette di Cristina (Naomi Watts). Stravolta dal dolore, la donna ripiomba nelle cattive abitudini di un tempo (alcol e droghe), ma viene "salvata" da Paul (Sean Penn), professore di matematica cui è stato trapiantato il cuore proprio del marito di lei. E che, per sdebitarsi, accetta di portare a termine la sua vendetta nei confronti di Jack... I tre personaggi sono spinti dal lutto, da tendenze suicide o dalla proprie dipendenze (la religione, la sete di conoscenza, o più banalmente alcol e droghe), da ossessioni o semplicemente dal destino: l'esito del loro percorso, in ogni caso, sarà per certi versi sorprendente. Oltre alla narrazione decostruita, il film è degno di nota anche per la sua estetica finto-povera, con la fotografia sgranata, i colori filtrati e l'uso estensivo della camera a mano (quasi alla von Trier), come ad accentuare il realismo e l'intensità della vicenda. Il tutto, però, serve anche a dare l'impressione di una complessità maggiore di quella che la stessa storia avrebbe avuto se narrata in maniera lineare, senza contare che si trascina un po' per le lunghe, pretendendo forse troppo dallo spettatore. Ottime, in ogni caso, le prove degli attori (Del Toro e la Watts ricevettero una nomination agli Oscar): nel cast anche Charlotte Gainsbourg (la compagna di Paul), Melissa Leo (la moglie di Jack), Eddie Marsan, Danny Huston e Clea DuVall. E regia e sceneggiatura si meritano i plausi ricevuti dalla critica. Il titolo, un po' pretenzioso, si riferisce al presunto peso che un corpo umano perde nel momento della morte.

27 aprile 2022

La camera verde (François Truffaut, 1978)

La camera verde (La chambre verte)
di François Truffaut – Francia 1978
con François Truffaut, Nathalie Baye
***

Rivisto in divx.

Reduce dagli orrori della prima guerra mondiale, e dopo aver perso la moglie in giovane età, il giornalista Julien Davenne (Truffaut stesso, alla sua ultima prova come attore) ha sviluppato un vero e proprio culto ossessivo per i morti: è convinto i defunti possano "continuare a vivere, dentro di noi", purché non vengano dimenticati e non se ne tradisca la memoria. Per questo disapprova l'amico che, pochi mesi dopo la morte della moglie, è già pronto a risposarsi di nuovo; e per questo rinuncia a una promozione, che implica trasferirsi a Parigi in un giornale più grande, pur di continuare a lavorare nel piccolo paese dove è sempre vissuto e dove può commemorare amici, conoscenti e lettori ormai scomparsi. Pian piano si "ritira dalla vita", chiuso in sé stesso (con la sola compagnia di una vecchia domestica e di un bambino sordomuto), e diventa un "virtuoso della necrologia", scrivendo annunci funebri con una passione e una personalità senza pari (senza mai ripetere le stesse frasi di cordoglio: in una delle scene iniziali, se la prende con le parole di circostanza di un prete a un funerale). Per commemorare nel modo migliore la moglie, ma anche tutte le persone che hanno "contato" nella sua vita, restaura un'antica cappella funebre nel cimitero locale, raccogliendo lì tutti i ritratti e gli oggetti loro appartenuti. E quando conosce la giovane Cécilia (Nathalie Baye), innamorata di lui, le chiede di condividere insieme l'onere di custodire la cappella e di vegliare sui rispettivi defunti, nonostante la ragazza sia convinta invece che si debba dimenticare il passato e andare avanti. Ambientato nel 1928 e ispirato ad alcuni racconti di Henry James ("L'altare dei morti", "Gli amici degli amici" e "La tigre nella giungla"), un film che riflette in modo profondo sul senso del lutto e sul rapporto fra i vivi e i morti, ma soprattutto sull'importanza del ricordo e sul rifiuto dell'oblio, visto come sinonimo di superficialità a livello di sentimenti ("Sono scandalizzato dalla facilità con cui si dimenticano i morti"). In un certo senso, la pellicola prosegue nel percorso autobiografico che Truffaut ha sempre seguito durante tutta la sua filmografia (a partire da "I quattrocento colpi", per continuare in "Effetto notte" e "L'uomo che amava le donne"): qui l'attenzione si sposta alla vecchiaia e all'approccio alla morte, con la sua presenza incombente ("Metà delle persone che ho conosciuto sono già morte", diceva il regista in un'intervista pubblicata quello stesso anno), annunciata talvolta dalla degradazione del corpo (le foto degli insetti, ma anche dei corpi dei soldati sventrati dalla guerra, che Julien mostra al piccolo Georges). Nonostante il titolo, che si riferisce alla stanza che Julien ha dedicato come memoriale alla moglie, la fotografia della pellicola è cupa e quasi priva di colori. Jean Dasté è l'anziano caporedattore del giornale. La moglie di Julien, che appare solo in ritratto, è Laurence Ragon, mentre fra le foto degli altri defunti della cappella si riconoscono Marcel Proust, Oscar Wilde, Henry James, Jean Cocteau, Honoré de Balzac, Raymond Queneau, Henri-Pierre Roché, Maurice Jaubert (autore della colonna sonora) e Oskar Werner. Il fatto che uno dei pochi personaggi con cui Julien cerca di comunicare sia un ragazzino sordomuto (Patrick Maléon) ci ricorda naturalmente "Il ragazzo selvaggio", un altro film di Truffaut che aveva anche interpretato come protagonista. Piccole citazioni anche per Hitchcock (la scena del bambino in fuga e poi arrestato, un'esperienza biografica che il regista inglese aveva raccontato al collega in una delle sue interviste) e Buñuel (il manichino con le fattezze della moglie, che ricorda una sequenza di "Estasi di un delitto").

31 dicembre 2021

È stata la mano di Dio (P. Sorrentino, 2021)

È stata la mano di Dio
di Paolo Sorrentino – Italia 2021
con Filippo Scotti, Toni Servillo
***

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

Il giovane Fabio "Fabietto" Schisa (Filippo Scotti) cresce nella Napoli degli anni Ottanta, in preda al fermento per l'arrivo di Diego Armando Maradona nella squadra di calcio locale. Ma la tragedia che si abbatte sulla sua famiglia, con la morte accidentale e improvvisa di entrambi i genitori (Toni Servillo e Teresa Saponangelo), lo costringerà a maturare in fretta, accelerando il suo desiderio di diventare regista cinematografico. Nonostante i consueti tocchi "surreali" (l'incipit con San Gennaro e il "Monacello", la sorella perennemente in bagno) e i personaggi a volte sopra le righe (zii, parenti, vicini di casa), la pellicola è la più intima, realistica e autobiografica fra tutte quelle del regista: Fabietto è infatti lo stesso Paolo Sorrentino, e le circostanze della morte dei genitori sono quelle veramente accadute quando lui aveva solo 16 anni, compreso il fatto che a salvarlo, indirettamente, è stato proprio Maradona ("la mano di Dio", appunto, dal soprannome per il gol di mano segnato all'Inghilterra durante i Mondiali del 1986). Per assistere a una sua partita, infatti, il ragazzo non aveva seguito la famiglia nella casa di montagna a Roccaraso, dove una fuga di gas ha causato la tragedia. La Napoli di quell'epoca è ricostruita con calore, nostalgia e affetto, almeno nella prima parte del film, ricca di sorrisi, giochi e scherzi (anche quando mette in scena i battibecchi, le crisi in famiglia o i primi turbamenti sessuali); la seconda parte si fa inevitabilmente più amara e cupa, ma sfocia nel "confronto" con il regista Antonio Capuano (Ciro Capano) che gli consiglia di raccontare sé stesso e la sua città (consiglio che Fabio inizialmente non seguirà: e sembra quasi che Sorrentino, con questo film, abbia finalmente voluto tornare sui suoi passi e assecondare quel suggerimento dopo molti anni). A interessare Fabio, in verità, non è tanto l'amore per il cinema in sé (afferma di aver visto pochissimi film, e per l'intera pellicola cerca di guardare "C'era una volta in America" di Sergio Leone, di cui ha una videocassetta, senza riuscirci), quanto il fatto che il cinema "ti distrae dalla realtà, che è scadente". Curioso che una simile affermazione venga fatta proprio nel film di Sorrentino meno astratto e più legato proprio alla realtà, per quanto trasfigurata dalla memoria: se lo stile è simile ai lavori precedenti, con grande cura nelle scenografie, nelle immagini, nella descrizione di un mondo al tempo stesso decadente (la vecchiaia e la malattia di molti personaggi che circondano il protagonista) e ricco di spunti e potenzialità (l'arte, il cinema, le passioni), nel complesso il film appare per forza di cose più personale, sofferto e dunque sincero rispetto, per esempio, alle pellicole su Andreotti o Berlusconi. Il cast comprende Marlon Joubert (il fratello maggiore Marchino), Luisa Ranieri (la zia ninfomane Patrizia), Betti Pedrazzi: (la baronessa), Biagio Manna (l'amico contrabbandiere Armando), e ancora Massimiliano Gallo, Roberto De Francesco, Renato Carpentieri, Dora Romano. Musiche di Lele Marchitelli. La canzone sui titoli di coda (con le scritte naturalmente in azzurro) è "Napule è" di Pino Daniele.

30 dicembre 2021

Personal shopper (Olivier Assayas, 2016)

Personal shopper (id.)
di Olivier Assayas – Francia/Ger/Bel 2016
con Kristen Stewart, Lars Eidinger
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

La giovane Maureen (Kristen Stewart), che lavora a Parigi come "personal shopper" per la celebrità Kyra (Nora von Waldstätten), è anche una medium in grado di percepire la presenza degli spiriti. Ma i suoi tentativi di instaurare un contatto con il fratello gemello Lewis, morto da poche settimane per un problema cardiaco, si rivelano infruttuosi... Uno strano film, che mescola in parallelo due storie/vicende legate fra loro solo dalla protagonista e dai suoi traumi: da una parte l'elaborazione del lutto e il tentativo di contattare lo spirito del fratello; dall'altro il rapporto con sé stessa, i propri desideri e le proprie paure, che si riflettono nello strano lavoro per conto della sfuggente Kyra, che praticamente non vede mai di persona, di cui cura l'immagine acquistando vestiti di lusso, scarpe, borse e gioielli che però gli è proibito provare o indossare lei stessa. Una proibizione che naturalmente si trasforma in desiderio di trasgressione, portando alla luce turbamenti nascosti. Le due storie si sfiorano soltanto, come quando Maureen inizia a ricevere strani messaggi sul cellulare da uno sconosciuto: si tratta del fratello morto, o di qualcuno dell'entourage di Kyra? E si incrociano infine nel finale-thriller, compresa una sequenza surreale (il "fantasma" che esce dall'albergo) che contribuisce al mistero di un film permeato da cupezza e disagio (vedi anche la fotografia "fredda") fino all'ultima sequenza, da horror psicologico. Un film un po' evanescente e pretenzioso, e non privo di divagazioni (come quelle artistiche, sulla pittrice astratta di inizio novecento Hilma af Klint o sulle sedute spiritiche di Victor Hugo), ma ben diretto e recitato. Assayas ha scritto il film espressamente per la Stewart, che aveva già recitato per lui in "Sils Maria". Premio per la miglior regia al festival di Cannes, ex aequo con "Un padre, una figlia" di Mungiu.

19 luglio 2021

Secret sunshine (Lee Chang-dong, 2007)

Secret sunshine (Miryang)
di Lee Chang-dong – Corea del Sud 2007
con Jeon Do-yeon, Song Kang-ho
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Lee Shin-ae (Jeon), giovane vedova con un figlio piccolo, si trasferisce da Seul nella cittadina natale del marito defunto, Miryang (nome che significa “raggio di sole segreto”, “secret sunshine” appunto), con l'intenzione di aprire una scuola di pianoforte e iniziare una nuova vita. Ma la tragedia incombe: il piccolo Jun viene rapito e ucciso, e la donna cercherà conforto dapprima nella religione e poi in una sorta di ribellione personale contro Dio, che ha “osato” perdonare il colpevole prima che l'abbia potuto fare lei. Lineare e al tempo stesso complesso, il film è essenzialmente diviso in quattro parti che seguono l'altalenante percorso di Shin-ae (il tentativo di stabilirsi a Miryang; il rapimento e la scomparsa di Jun; la ricerca di conforto nella religione; la rabbia e la ribellione), durante il quale la donna è sempre affiancata da Kim (Song), meccanico e vicino di casa che l'ha presa in simpatia, anche se il suo affetto non è ricambiato. Degna di nota la performance di Jeon Do-yeon, che riesce a esprimere le diverse fasi attraversate dalla protagonista di fronte alla tragedia della perdita di un figlio, alle avversità della vita e al rapporto con la religione, un cristianesimo che in Corea si traveste da “setta”, con riti e preghiere che sembrano scollegate dalla realtà se non nella mente dei suoi praticanti. In quello che in fondo è (per quanto originale) un thriller psicologico che scava nei temi del lutto e dei rapporti sociali in un contesto estraneo (in quanto “venuta da fuori”, Shin-ae è sempre guardata con sospetto dagli abitanti della cittadina) a mancare è forse l'ottimismo, il lieto fine; eppure la pellicola è colma di umanità e di sentimenti, spesso contrastanti ma con cui è facile empatizzare: guardandolo, si ha quasi l'impressione che l'essere umano, nella sua complessità, e nonostante ambiguità e contraddizioni, sia in fondo semplice da comprendere nelle sue reazioni più basiche di fronte alla morte e alla sofferenza.

28 aprile 2021

Six shooter (Martin McDonagh, 2004)

Six shooter (id.)
di Martin McDonagh – Irlanda/GB 2004
con Brendan Gleeson, Rúaidhrí Conroy
**1/2

Visto su YouTube, in originale.

Mentre torna a casa in treno, subito dopo la morte della moglie in ospedale, un uomo (Brendan Gleeson) si ritrova a viaggiare insieme a uno strano giovane scapestrato e psicotico (Rúaidhrí Conroy) che lo sovrasta con discorsi bizzarri e irriverenti, senza apparente rispetto per la morte e il dolore suo e degli altri occupanti della carrozza, una coppia (Dan Wilmot e Aisling O'Sullivan) che ha appena perso il figlio. Questo breve corto, pluripremiato dalla critica (ha vinto anche l'Oscar come miglior cortometraggio dal vivo), segna il debutto come regista cinematografico di Martin McDonagh, già sceneggiatore e autore di teatro (nonché fratello minore di un altro regista, John Michael McDonagh), che poi dirigerà "In Bruges" e "Tre manifesti a Ebbing, Missouri". Il tema – condito da alcuni tocchi di humour nero e con qualche colpo di scena nel finale – è quello dell'insensatezza della morte improvvisa di una persona cara, che ciascuno affronta a proprio modo: chi chiudendosi nel proprio dolore (il protagonista), chi esternandolo (la coppia di passeggeri), chi prendendosi beffe del mondo intero (il ragazzo, che racconta barzellette e non ha peli sulla lingua). La pellicola segna anche l'esordio come attore di Domhnall Gleeson, figlio di Brendan, nella piccola parte del venditore di bevande e snack a bordo del treno.

22 gennaio 2021

The farewell (Lulu Wang, 2019)

The Farewell - Una bugia buona (The Farewell)
di Lulu Wang – USA 2019
con Awkwafina, Zhao Shu-zhen
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Per stringersi un'ultima volta intorno alla nonna Nai Nai (Zhao Shu-zhen), alla quale – a sua insaputa – è stato diagnosticato un tumore in fase terminale, tutti i parenti (che vivono ora all'estero: chi negli Stati Uniti e chi in Giappone) tornano in Cina, fingendo di dover celebrare il matrimonio di uno dei nipoti. E nel timore che uno shock possa risultarle fatale, alla nonna non viene rivelata la verità: tutti attorno a lei recitano in quella che ritengono essere "una bugia buona". Da uno spunto semi-autobiografico (la storia è veramente accaduta nella famiglia della regista sino-americana Lulu Wang, con la differenza che sua nonna, a sei anni di distanza dalla diagnosi, è ancora viva e ha scoperto l'accaduto soltanto guardando il film!), un toccante dramma famigliare che dietro lo spunto da commedia – che peraltro ha molti illustri precedenti, da "Il banchetto di nozze" di Ang Lee, affine per molti versi, al tedesco "Good bye, Lenin!" – gioca con temi "profondi" come la morte e la preparazione al lutto. Ma non solo: attraverso lo sguardo della protagonista Billi (Awkwafina, alter ego della Wang e di fatto la protagonista del film), cresciuta negli Stati Uniti, la pellicola riflette sulle differenze socio-culturali fra oriente e occidente, non solo sull'approccio alla morte e sul confronto fra realtà e apparenze, ma anche su temi come il successo (economico o meno), le aspettative e le realizzazioni. Tutti argomenti su cui si mente a più riprese: si finge per motivi sociali, culturali, famigliari (le cerimonie delle nozze o quelle al cimitero, ma anche l'esibizione di ricchezza e stato sociale, o semplicemente di felicità e benessere). E Billi, l'unica in famiglia che a tratti pensa che bisognerebbe dire la verità alla nonna, a sua volta nasconde i propri fallimenti negli studi o nella vita. Anche se non del tutto compiuto, e di certo meno spigliato di quanto lo spunto di partenza lasciasse intendere – molti personaggi, potenzialmente forieri di gag, non vengono sviluppati: si pensi ai due "finti" sposi (Chen Han e Aoi Mizuhara) – il film è dunque più di una semplice commedia basata su una sola idea. Alla fine il tono è dolceamaro, decostruendo sia il "mito" degli USA (dove tutti si illudono di trovare i soldi, il successo, la felicità) sia quello della Cina (la madrepatria ammantata di un'aura nostalgica, ma dove tutto cambia e si trasforma rapidamente, i quartieri vengono demoliti e gli anziani muoiono). Nel cast anche Tzi Ma (il padre di Billi), Diana Lin (la madre), Jiang Yongbo (lo zio), Li Xiang (la zia). Lu Hong, la sorella della nonna di Lulu Wang, interpreta sé stessa, mentre la vera nonna appare nei titoli di coda, sui quali c'è una canzone in italiano (cantata anche al matrimonio): è "Per chi" di Johnny Dorelli.

21 giugno 2020

Il dolce domani (Atom Egoyan, 1997)

Il dolce domani (The Sweet Hereafter)
di Atom Egoyan – Canada 1997
con Ian Holm, Sarah Polley
***

Rivisto in divx, con Sabrina, per ricordare Ian Holm.

Quando lo scuolabus locale esce di strada e sprofonda nel lago ghiacciato, gli abitanti di una cittadina devono far fronte alla tragedia collettiva della perdita di tutti i loro figli. Ognuno reagisce a proprio modo: chi con la rabbia, chi con la rassegnazione e chi si chiude nel proprio dolore. È allora che fa la sua apparizione Mitchell Stephens (Ian Holm), avvocato che intende convincere tutti i genitori ad unirsi insieme per intentare una causa di risarcimento (non è chiaro verso chi: il produttore dell'autobus? l'autista alla guida (Gabrielle Rose), che pure amava profondamente quelli che chiamava "i miei bambini"? l'ente che doveva curare le strade o il guardrail?). Lo stesso Stephens, però, ha in fondo perduto una figlia: la sua Zoe (Caerthan Banks), tossicodipendente, che un tempo amava alla follia e che ora è diventata una fastidiosa estranea... Sceneggiato dallo stesso regista a partire da un romanzo di Russell Banks, a sua volta ispirato a un episodio realmente accaduto, è forse il miglior film di Egoyan, che dopo "Exotica" torna ad affrontare i temi della perdita, della manipolazione del dolore e del contatto emotivo: una riflessione acuta e profonda, intensa e niente affatto cinica, sul caso e la fatalità, sul lutto e le conseguenze, che coglie parte del proprio fascino dal suggestivo parallelo con la favola del Pifferaio di Hamelin, il quale portò via tutti i bambini di un villaggio per punire i genitori. Mentre nella fiaba a rimanere indietro fu un solo bambino perché zoppo, qui l'unica sopravvissuta è Nicole (Sarah Polley), costretta su una sedia a rotelle (e dalla cui testimonianza dipende l'esito della causa), per la quale la tragedia diventa un modo per uscire dalla propria infanzia e prendere consapevolezza della dura realtà della vita, compreso il torbido rapporto con il proprio genitore (Tom McCamus). Se c'è chi spera di ottenere del denaro dalla tragedia, altri – come il vedovo Billy (Bruce Greenwood), che ha perso i due figli – hanno una visione più fatalista: l'incidente è semplicemente capitato, ora è meglio voltare pagina e guardare avanti. Dopo tutto, interrogarsi sulle ragioni della tragedia per "incanalare la propria rabbia" (come dice Stephens), quando nulla fa pensare a qualcosa di diverso di una fatalità (una lastra di ghiaccio sulla strada), è come prendersela con una punizione divina. La struttura decostruita intervalla la trama principale con numerosi flashback (vedremo l'incidente soltanto a metà film) e flashforward (le sequenze di Stephens in aereo, mentre parla della figlia a una vecchia amica), mentre scenari e ambientazione (neve, ghiaccio) sembrano voler "congelare" i sentimenti per impedire loro di esplodere. Ma alla fine, in un modo o nell'altro, tutti troveranno la pace. Ottimo Holm in uno dei suoi rari ruoli da protagonista, che alterna momenti in cui appare freddo e cinico ad altri in cui si dimostra compassionevole (la stessa ambivalenza che ha verso la figlia).

3 giugno 2020

Storia di un fantasma (D. Lowery, 2017)

Storia di un fantasma (A Ghost Story)
di David Lowery – USA 2017
con Casey Affleck, Rooney Mara
***

Visto in TV.

Dopo la sua morte in un incidente stradale, un uomo (Affleck) torna sotto forma di fantasma nella casa in cui viveva con la moglie (Mara). Rimasto legato a quel luogo, vedrà scorrere il tempo attorno a sé (in un senso e nell'altro!), mentre gli inquilini cambiano e le trasformazioni si succedono. Una ghost story straordinaria e originale: non una pellicola horror ma esistenziale, soprannaturale e romantica (e giusto un po' pretenziosa), non "una storia di fantasmi" ma la storia, appunto, "di un fantasma", una sorta di moderno "Il fantasma e la signora Muir" con echi del cinema di Malick (senza però le sovrastrutture religiose) e del filippino Lav Diaz (senza le sue durate fluviali). Rappresentato nel modo più semplice e apparentemente ingenuo possibile, ovvero con il classico lenzuolo con i buchi per gli occhi (ma l'aspetto è irrilevante, dato che non può essere visto da nessuno), che però contribuisce al fascino del film, il fantasma non parla e (a parte qualche fenomeno di poltergeist) non interagisce con gli esseri umani o l'ambiente circostante, limitandosi a osservare in silenzio. Ne scaturisce una riflessione poetica sull'amore, la perdita, la solitudine, l'eternità e l'elaborazione del lutto, che lancia spunti sui temi del tempo (con continui "scarti" cronologici, quasi istantanei, nella coscienza dello spirito) e della memoria (l'incontro con un altro fantasma che ha ormai "dimenticato" chi sta aspettando). In mezzo, momenti di tenerezza e tante scene suggestive, da quella lentissima e struggente della Mara che piange mentre mangia una torta al cioccolato (reminiscente, forse, dello Tsai Ming-Liang di "Vive l'amour") a quella dell'uomo (il cantautore Will Oldham) che "filosofeggia" sulla morte, il destino, l'umanità, l'arte e la civiltà, dalla distruzione della casa a opera di un bulldozer al triste destino di un'antica famiglia di coloni. Girato in un claustrofobico 4:3 e a basso budget, con un quadro dai bordi smussati come se fossimo di fronte a un filmino amatoriale, il film riesce in più modi a commuovere e colpire nel profondo. Casey Affleck e Rooney Mara avevano già recitato per Lowery in "Senza santi in paradiso".

9 ottobre 2019

La foresta dei sogni (Gus Van Sant, 2015)

La foresta dei sogni (The sea of trees)
di Gus Van Sant – USA 2015
con Matthew McConaughey, Naomi Watts, Ken Watanabe
*1/2

Visto in TV.

Dopo la morte della moglie (Naomi Watts), un professore universitario americano (Matthew McConaughey) si reca in Giappone con l'intenzione di suicidarsi nella foresta di Aokigahara, leggendaria zona boscosa sul fianco del Monte Fuji, che si dice popolata da spiriti e dove appunto centinaia di persone scelgono ogni anno di porre fine alla propria vita. Qui incontrerà un uomo giapponese (Ken Watanabe) con il suo stesso progetto: insieme, cambiata idea, i due cercheranno inutilmente di uscire dalla foresta... Scritto da Chris Sparling, un film che vorrebbe proporsi come profondo e ricco di significati nell'affrontare i temi del lutto, della morte e del significato della vita: ma lo fa in modo generico e pedestre, con toni new age, allegorici e metafisici (specie nel finale) talmente forzati da lasciare il tempo che trovano. L'incontro fra due culture (l'americano e il giapponese) è presentato in maniera quanto mai stereotipata (così come il rapporto dello scienziato ateo con il mistero). E nella seconda metà la pellicola si premura di spiegare per bene tutto quello che già si era ampiamente capito nella prima (anche attraverso una serie di flashback sulla vita coniugale e il passato del protagonista, che si alternano alle scene da survival movie ambientate nel bosco), terminando infine su una nota metafisica davvero semplicistica e stucchevole. A poco servono allora le suggestioni visive, con la foresta avvolgente e misteriosa, rappresentata come un luogo sovrannaturale, una "selva oscura" piena di insidie e di trappole che sembra leggere le intenzioni delle persone che vi entrano (come la "Zona" di Tarkovskij) e da cui non è possibile uscire in maniera semplice (come i boschi delle fiabe, si pensi a quella di Pollicino o, citata esplicitamente, di Hansel e Gretel). "Questo posto è quello che tu chiami Purgatorio", dice Watanabe a McConaughey. Peccato che lo sia anche per lo spettatore.

20 settembre 2019

Les enfants d'Isadora (Damien Manivel, 2019)

Les enfants d'Isadora
di Damien Manivel – Francia/Corea del Sud 2019
con Agathe Bonitzer, Manon Carpentier
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Visto al cinema Colosseo, con Eleonora e Paola, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

Nel 1913 la celebre Isadora Duncan, la fondatrice della danza moderna, perse i due figli di 7 e 3 anni, annegati nella Senna dopo esservi caduti a bordo di un'automobile. Per elaborare il lutto la Duncan creò un assolo, "La mère", con il quale dava spiritualmente l'addio ai suoi bambini e li lasciava andare via. Cento anni dopo, alcune donne scoprono questa danza e ciascuna la interpreta alla sua maniera. Vediamo infatti una ragazza (Agathe Bonitzer) studiare accuratamente la coreografia del pezzo per replicarne con precisione i movimenti (e questo film mi ha fatto scoprire che esistono "partiture" della danza, con simboli che identificano ogni posizione e ogni movimento sul palco); una bambina con sindrome di down (Manon Carpentier) che si prepara insieme alla sua istruttrice (Marika Rizzi) per mettere in scena l'assolo, con la seconda che le spiega come per Isadora "ciascuno deve trovare il proprio gesto, il proprio modo di danzare"; e infine un'anziana spettatrice fra il pubblico (Elsa Wolliaston), che rimane emotivamente colpita dalla performance, forse perché – a differenza delle due ragazze – probabilmente anche lei ha vissuto davvero quel dolore (ed essendo nera, è anche una sorta di "grande madre" di tutti). Tre modi diversi – o quattro, se contiamo l'insegnante – di rivivere la danza della Duncan (su una musica di Scriabin), tutti a loro modo validi, che rendono le protagoniste in fondo figlie (spirituali) anch'esse di Isadora, della quale sullo schermo non si vedono che un paio di fugaci fotografie. Il film è lento, fatto quasi solo di silenzi e di corpi in movimento, impegnati sì nella danza ma anche in momenti della vita quotidiana. La consapevolezza di sé e del proprio corpo e l'espressione dei sentimenti rinchiusi al proprio interno può aiutare non solo ad elaborare il lutto ma anche a trasmettere queste emozioni agli altri, facilitando la comprensione e annullando le distanze (di spazio, di tempo, di cultura) che separano gli esseri umani. Ottime le protagoniste e la regia, premiata a Locarno.

2 maggio 2019

Avengers: Endgame (A. e J. Russo, 2019)

Avengers: Endgame (id.)
di Anthony e Joe Russo – USA 2019
con Robert Downey Jr., Chris Evans
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Visto al cinema Colosseo.

Nel precedente "Avengers: Infinity War" (di cui questo film è il seguito diretto), il folle extraterrestre Thanos aveva usato il potere delle sei gemme dell'infinito per spazzare via (con uno schiocco di dita!) metà degli esseri viventi di tutto l'universo. Fra questi, anche tantissimi supereroi (in particolare Spider-Man, il Dottor Strange, Black Panther, Falcon, Bucky, Scarlet, Wasp, Nick Fury e tutti i Guardiani della Galassia tranne Rocket), nonché molti loro amici e familiari. I Vendicatori rimasti (Iron Man, "recuperato" nello spazio da Captain Marvel, oltre a Thor, Cap, Hulk e War Machine, con l'aggiunta di Nebula e Rocket) partono al contrattacco, ma la loro è una vittoria di Pirro: Thanos, ormai raggiunto il proprio scopo e ritiratosi "in pensione" su un lontano pianeta, si lascia uccidere senza opporre resistenza, consapevole che ciò che ha fatto non potrà più essere cancellato (l'ultimo suo atto con le sei gemme è stato quello di distruggerle). Tutto finito? No: cinque anni più tardi, Scott Lang fa ritorno dal regno quantico in cui lo avevamo lasciato alla fine di "Ant-Man and the Wasp" con una sconvolgente intuizione: le particelle Pym, le stesse che gli permettono di mutare le proprie dimensioni, potrebbero potenzialmente consentire di viaggiare nel tempo, e dunque di tornare nel passato per impadronirsi delle sei gemme. Non per cambiare il corso degli eventi (che – ci viene spiegato – non possono essere alterati) ma per riportare in vita tutti coloro che sono scomparsi. Ma nel frattempo gli eroi superstiti sono molto cambiati: se alcuni (Captain America, Vedova Nera, War Machine, Rocket, Nebula e un'ormai distante Captain Marvel) continuano la propria missione come sempre, altri si sono ritirati a vita privata. Tony Stark/Iron Man si è sposato con Pepper Potts ed è padre di una figlia); Bruce Banner/Hulk ha imparato a "fondere" le sue due personalità, dominando con il proprio cervello la parte più selvaggia (come nelle storie a fumetti scritte da Peter David); Thor si è lasciato andare alla depressione, e trascorre le giornate a bere birra e a guardare la tv (con tanto di panza!); e Clint Barton/Hawkeye è diventato un sanguinario vendicatore. Ma la possibilità di rimettere le cose a posto fa riunire il gruppo, che, suddiviso poi in vari team, torna indietro nel tempo a recuperare le diverse gemme, rivisitando luoghi e scenari visti nelle precedenti pellicole (la New York del 2012, durante "The Avengers"; l'Asgard del 2013, durante "Thor: The Dark World"; e il pianeta Morag del 2014, durante "Guardians of the Galaxy"). Come in "Ritorno al futuro", citato esplicitamente, i nostri eroi agiranno "dietro le quinte" degli eventi già narrati, e qualcuno dovrà affrontare sé stesso. C'è anche spazio per una capatina nel 1970, che dà a Tony l'opportunità di incontrare suo padre Howard. La missione ha successo, ma con un indesiderato effetto collaterale: anche il Thanos del 2014 giunge nel presente, deciso a sottrarre le gemme agli eroi, questa volta per distruggere l'universo del tutto (e poi ricostruirlo da zero). Ne consegue una battaglia finale cui partecipano davvero tutti, anche i personaggi scomparsi ed ora redivivi: uno scontro campale che si conclude vittoriosamente soltanto grazie ad un estremo sacrificio...

"Questa è la battaglia della nostra vita", dice Steve Rogers/Cap ai compagni. E infatti il quarto film degli Avengers nonché il ventiduesimo film dell'Universo Cinematico Marvel (MCU) è il punto d'arrivo cui tendevano tutti i precedenti, gran finale di una "saga" (quella delle gemme dell'infinito, appunto) durata oltre dieci anni e iniziata con il primo "Iron Man" nel 2008. Non a caso nel finale – insieme a tantissimi personaggi e comprimari apparsi nelle altre pellicole – rivediamo proprio il regista di quel film, Jon Favreau, nei panni dell'autista e amico di Tony Stark, Happy Hogan. Kolossal epico, monumento all'immaginario fantastico dell'ultimo decennio, campione d'incassi in tutto il mondo (ha superato persino "Avatar"!), atteso dai fan con trepidazione da un anno esatto (ovvero dal cliffhanger del precedente capitolo), il lungometraggio non delude di certo: le sue tre ore di durata (record per un film Marvel, giustificate anche dalla moltitudine di personaggi da giostrare e degli eventi di cui tirare le fila) sono assolutamente ben spese, senza mai provare la sensazione che gli sceneggiatori vogliano allungare il brodo. La prima parte, anzi, quella con i supereroi che devono affrontare le rispettive perdite, è a tratti toccante e coinvolgente, superando tutti i limiti dei film anteriori, a volte troppo fracassoni o di puro entertainment. Questo, a parte appunto la battaglia finale (comunque epica e spettacolare, entusiasmante soprattutto per chi ha visto tutti i capitoli precedenti), è invece più character-driven, e scava nelle psicologie dei vari eroi (con particolare attenzione per quelli che sono sempre stati le colonne portanti del MCU, ovvero Tony Stark e Steve Rogers), mostrandone le debolezze e sottolineandone le differenze (come la cialtroneria e i lati comici dei vari Thor, Ant-Man e Star-Lord). Spazio ridotto, invece, per il cattivo Thanos, più monodimensionale e stereotipato rispetto a "Infinity War". Grazie ai viaggi nel tempo, rivediamo anche molti personaggi e volti del passato, come Frigga, Loki, l'Antico. E ritornano, fra gli altri, la Valchiria, Okoye e Wong. Non tutti sono propriamente o formalmente reintrodotti, e dunque uno spettatore che si avvicinasse a questo film senza aver visto gran parte delle pellicole precedenti (o senza ricordarne ogni particolare) rischia di trovarsi spesso spiazzato, anche perché gli stessi protagonisti usano talvolta il nome proprio e talvolta quello di battaglia. Il lungometraggio, tuttavia, è decisamente ben equilibrato fra esigenze di trama, di approfondimento, di spettacolo e le immancabili strizzatine d'occhio per i fan dei comics (Cap che dice "Hail Hydra" o che solleva il martello di Thor, la figlia di Tony che si chiama Morgan, Clint armato di spada nei panni del Ronin: tutti riferimenti più o meno occulti a celebri storie a fumetti) o degli stessi film del MCU ("Io sono Iron Man"). E ci offre quella che è probabilmente l'ultima apparizione sullo schermo di Stan Lee, il creatore di quasi tutti questi personaggi (scomparso pochi mesi fa), in un cameo (insieme alla moglie) nei panni di un contestatore che sfreccia in auto davanti alla base militare negli anni '70).

Un punto d'arrivo, dicevamo: con "Endgame" (titolo traducibile con "finale di partita", dal gergo degli scacchi e di alcuni sport) si chiude un ciclo di ventidue film, e diamo l'addio ad alcuni personaggi (o meglio, a questa particolare incarnazione). Nell'Universo Marvel (fumettistico o cinematografico, non importa), lo sappiamo bene, la morte non è mai definitiva. L'impressione è che si sia voluto sfruttare l'occasione per mettere la parola fine alla collaborazione con alcuni attori che da un lato stanno invecchiando e dall'altro sono diventati ormai troppo costosi per una franchise che ha scoperto di poter riscuotere incassi record al box office anche con interpreti meno noti o alle prime armi (il nuovo Spider-Man docet). Addio, dunque, a Robert Downey Jr., a Chris Evans e (forse) a Scarlett Johansson: se mai rivedremo sul grande schermo Iron Man, Cap e la Vedova Nera (e non ci sono molti dubbi a proposito!), si tratterà di nuove versioni, magari più giovani e "aggiornate". D'altronde il tintinnio sul finire dei titoli di coda (niente scena post-credit, per la prima volta!) suggerisce che un nuovo Iron Man sia già in costruzione da qualche parte. Cap ha già individuato in Sam Wilson il proprio successore, e forse tornerà anche la Visione (in fondo Gamora è già tornata, col trucco: la sua versione del 2014 ha preso il posto nei Guardiani della Galassia di quella defunta). E presto, nelle successive "fasi" del MCU, all'ensemble dovrebbero unirsi anche tutti quei personaggi (come gli X-Men e i Fantastici Quattro) i cui diritti erano della 20th Century Fox, acquisita recentemente dalla Disney. Forse il futuro del Marvel Universe sarà meno Avengers-centrico e più basato su pellicole stand-alone (come consiglierebbe il successo di "Black Panther"), e la cosa non mi dispiacerebbe (la sensazione di assistere ad episodi di un telefilm è sempre stato l'aspetto che ho gradito meno di questi film), ma dubito che si rinuncerà del tutto a fidelizzare i fan con la continuity, croce e delizia nonché caratteristica fondante anche dei comics. Salutano il MCU (almeno temporaneamente) anche i fratelli Anthony e Joe Russo, registi mestieranti senza infamia e senza lode (comunque meglio loro di Joss Whedon): i meriti del film stanno tutti nella sceneggiatura (qualche buco logico a parte), nella recitazione e negli effetti speciali, ingredienti dosati a livello superiore rispetto ai precedenti capitoli. Ma il valore maggiore sta proprio nel costituire un degno finale di una saga lunghissima, nel portare a termine estese sottotrame e percorsi individuali senza tradire le aspettative (a vari livelli) e, cosa non da poco, senza annoiare, anzi coinvolgendo e a tratti divertendo parecchio. Meritato "l'onore della firma" per i principali interpreti sui titoli finali. Ah, un ultimo appunto semi-ironico (ma non troppo): mezzo punto in più per aver menzionato, in mezzo a tanti celebri film sui viaggi nel tempo, il semisconosciuto – e inedito in Italia – ma mio personal cult "Bill & Ted's Excellent Adventure" (di cui proprio la Marvel pubblicò un adattamento a fumetti).

27 marzo 2019

Los silencios (Beatriz Seigner, 2018)

Los silencios
di Beatriz Seigner – Brasile/Colombia 2018
con Marleyda Soto, Enrique Diaz
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Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

In fuga dalla guerra civile che per decenni ha insaguinato la Colombia, una donna e il suo figlioletto giungono su un'isola nei pressi del confine con il Brasile. E mentre cercano di riprendere una vita normale (attraverso il lavoro e la scuola), al loro fianco si muovono anche gli spiriti dei loro defunti: il marito, guerrigliero rimasto ucciso in battaglia, e la figlia più grande, Nuria. Un film stupefacente, permeato da un "realismo magico" che si fa via via sempre più esplicito (all'inizio non è affatto chiaro che, oltre al padre – del quale il figlio indossa gli stivali, il cappello, il fucile – anche Nuria è in realtà un fantasma: la verità, un po' come ne "Il sesto senso", viene alla luce poco a poco, suggerita da scene, dettagli e dialoghi sparsi, oltre che dal fatto che la bambina non parla mai con nessuno). Il clou si ha nella bellissima scena dell'incontro notturno fra i vivi e i morti, con i primi che domandano ai secondi quale sia il loro punto di vista sulle trattative di pace in atto fra il governo e le FARC: è giusto dimenticare, perdonare e andare avanti, oppure le ferite che il paese ha ricevuto sono ancora troppo fresche e dolorose per essere chiuse così rapidamente? La pellicola è ambientata nella "Isla de la fantasia", dove appunto il presente si congiunge con il passato (ed entrambi sono minacciati dal futuro, sotto la forma di speculazioni economiche o immobiliari). Particolarmente suggestiva la sequenza finale, quella del funerale sull'acqua, quando i defunti appaiono ancora una volta al fianco dei loro cari, ricoperti da colorati simboli e segni tribali come quelli degli antenati mitici. E i colori luminescenti e "fluo" che ne rivelano la natura ultraterrena finiscono per trasferirsi anche sui titoli di coda.

8 ottobre 2018

Ordet - La parola (Carl Theodor Dreyer, 1955)

Ordet - La parola (Ordet)
di Carl Theodor Dreyer – Danimarca 1955
con Henrik Malberg, Preben Lerdorff Rye
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Rivisto in divx, con Marisa, Giovanni, Giuliana e altri.

Uno dei crucci dell'anziano fattore Morten (Henrik Malberg), patriarca della famiglia Borgen, è la follia del figlio Johannes (Preben Lerdorff Rye), che si crede Gesù Cristo e vaga per la casa e la campagna in vestaglia, predicando nel deserto. Non è l'unico, però: ci sono anche il figlio maggiore Mikkel (Hemil Hass Christensen), che ha perso la fede, e il minore Anders, che si è innamorato di Anna, figlia del sarto del villaggio con cui i Borgen sono in disputa da anni per questioni teologiche. Quando la tragedia colpisce la famiglia con la morte per parto di Inger (Brigitte Federspiel), moglie di Mikkel e cuore pulsante della serenità domestica, sarà proprio un miracolo compiuto dal “folle” Johannes a trasformare il dolore in gioia. Capolavoro del cinema della spiritualità, tratto da un dramma teatrale del 1932 del pastore luterano Kaj Munk, il penultimo film di Dreyer (una delle sue pellicole di maggior successo critico, vincitrice fra l'altro del Leone d'Oro a Venezia) è un'intensa e commovente riflessione sul mistero dell'irrazionale e del trascendente, sul potere della fede, della volontà e – come da titolo – della parola. Il riferimento principale, come suggerito anche dal nome del figlio pazzo (Johannes), è l'incipit del Vangelo di Giovanni (“In principio era la parola...”: una parola vivente e che dona, o restituisce, la vita). Da notare che quello di Johannes non è solo un delirio mistico, tanto che compie il miracolo quando ormai è già rinsavito: anche se esso avviene tramite lui, la fede che lo catalizza è quella “pura” e semplice di una bambina, la nipotina Maren, l'unica che vede al di là dell'ordinario, della ragione e delle apparenze. A lei si contrappongono non solo gli altri membri della famiglia, ma anche le figure delle autorità “ufficiali”, come il pastore del villaggio (cinico e burocratico, anche nel discorso al funerale, colmo di luoghi comuni) e il dottore (un medico scrupoloso ma scientista), che non si accorgono della straordinarietà che li circonda. Che la sceneggiatura derivi da un testo teatrale (fra l'altro già portato sullo schermo nel 1943 dallo svedese Gustaf Molander, con Victor Sjöström come protagonista) è evidente nella composizione delle scene (quasi tutte in interni) e dei dialoghi, anche se Dreyer arricchisce la pellicola con la sua regia essenziale e rigorosa, con lunghi e lenti piani sequenza, con la fotografia austera in bianco e nero, con alcuni scorci esterni (i campi di grano, il canneto, il vento che muove i panni bianchi stesi ad asciugare, simbolo dello spirito) di un mondo fuori dal tempo (se non fosse per i telefoni e l'automobile del dottore, potremmo essere nel settecento o nell'ottocento). E non manca un accenno di satira sociale e religiosa (la faida teologica fra i due patriarchi, che appartengono a correnti protestanti diverse fra loro, raccontata quasi con toni da commedia).

7 agosto 2018

Another Earth (Mike Cahill, 2011)

Another Earth (id.)
di Mike Cahill – USA 2011
con Brit Marling, William Mapother
**1/2

Visto in divx.

La notte stessa in cui viene scoperto in cielo un pianeta del tutto identico alla Terra, la giovane Rhoda (Brit Marling), appassionata di astronomia e in procinto di partire per il college, provoca per imprudenza un incidente stradale in cui perde la vita l'intera famiglia del compositore John. Dopo aver scontato quattro anni di prigione per omicidio colposo, la ragazza va in cerca dell'uomo (che ne ignora l'identità) per chiedergli perdono. Non riuscendoci, si fa assumere come donna delle pulizie in casa sua, cercando in qualche modo a rimettere in moto e in ordine la sua vita. E nel frattempo, la seconda Terra (sempre più vicina e ormai costantemente visibile in cielo) le ricorda che forse un'altra occasione per ricominciare è a portata di mano... Una piccola produzione indipendente e a basso budget (la protagonista è co-sceneggiatrice insieme al regista) per un film originale e psicologico che, con le dovute distanze, può ricordare per affinità "Melancholia" di Lars von Trier. Anche in questo caso, infatti, quello fantascientifico è solo uno spunto per parlare di problemi personali, crisi, paure, bivi della vita, sensi di colpa e ricerca di redenzione. Se la forma cinematografica è piuttosto grezza, le idee comunque non mancano e gli sviluppi sono intriganti. Interessante soprattutto l'ipotesi che Terra 2 sia non solo identica alla nostra, ma abitata da copie di noi stessi, e che la sincronicità si sia "interrotta" soltanto nel momento in cui i due pianeti si sono resi conto l'uno dell'esistenza dell'altro. Naturalmente tutto rimane a livello di suggestione e di metafora: il film non affronta le conseguenze realistiche o scientifiche dell'esistenza di una seconda Terra (né ne spiega l'origine), anche perchè il focus rimane costantemente sui tormenti esistenziali e sulle scelte della protagonista.