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12 luglio 2023

Io confesso (Alfred Hitchcock, 1953)

Io confesso (I Confess)
di Alfred Hitchcock – USA 1953
con Montgomery Clift, Anne Baxter
**

Visto in TV (Sky Cinema).

Il profugo tedesco Otto Keller (Otto Eduard Hasse) confessa in chiesa a padre Michael Logan (Montgomery Clift), giovane prete cattolico, di aver appena ucciso un uomo in un tentativo di rapina. Non potendo rivelare ciò che gli è stato detto nel segreto del confessionale, Michael non può scagionarsi quando lui stesso viene sospettato dall'ispettore Larrue (Karl Malden) di essere l'autore del delitto... Da un dramma teatrale francese ("Nos deux consciences" di Paul Anthelme), che Hitchcock aveva visto da ragazzo e di cui sposta l'ambientazione a Québec, in Canada, un noir dallo spunto accattivante ma che si dipana poi in maniera schematica. Riguardo agli aspetti gialli o polizieschi, sappiamo già tutto sin dall'inizio: sono i dilemmi morali a far avanzare la storia, e questi si complicano quando l'ispettore si convince che il movente di padre Logan risieda nella sua passata relazione con Ruth (Anne Baxter), moglie di un abbiente avvocato (Roger Dann), che era ricattata dall'uomo ucciso. Buona la costruzione della tensione (anche se il pubblico americano, essendo protestante e non cattolico, fece fatica a comprendere il motivo per cui il protagonista scegliesse volontariamente di non scagionarsi), meno convincente la sceneggiatura, soprattutto nella caratterizzazione un po' ballerina dei personaggi. Deludente anche la risoluzione finale, che giunge in maniera casuale ed è alquanto semplificata e annacquata rispetto al dramma originale. Il cameo di sir Alfred è subito all'inizio, nella prima scena dopo i titoli di testa. Bella la colonna sonora sinfonica di Dimitri Tiomkin, che in certi passaggi ingloba il tema del "Dies irae".

18 aprile 2023

L'altro uomo (Alfred Hitchcock, 1951)

Delitto per delitto - L'altro uomo (Strangers on a train)
di Alfred Hitchcock – USA 1951
con Farley Granger, Robert Walker
***

Visto in TV (Now Tv).

Durante un breve viaggio in treno, due sconosciuti iniziano una conversazione e scoprono di avere qualcosa in comune: una persona da "eliminare" dalla propria vita. L'elegante scapestrato Bruno Anthony (Robert Walker) propone allora al giovane tennista Guy Haines (Farley Granger) di scambiarsi i delitti, dopo essersi procurati degli alibi: lui ucciderà la moglie fedifraga di Guy, che non vuole concedergli il divorzio, lasciandolo così libero di risposarsi con la sua nuova fiamma Ann (Ruth Roman); e in cambio, il ragazzo ucciderà il padre di Bruno, che minaccia di diseredarlo (se non di rinchiuderlo in manicomio). Guy rifiuta: ciò nonostante, Bruno porta a termine lo stesso la sua parte del "patto", strangolando Miriam in un parco dei divertimenti, e pretenderà poi di essere ricambiato... Dal primo romanzo di Patricia Highsmith, "Sconosciuti in treno" (pubblicato solo l'anno prima, e i cui diritti Hitchcock acquistò sotto falso nome), sceneggiato da Czenzi Ormonde, assistente di Ben Hecht (dopo che sir Alfred si dichiarò insoddisfatto della prima versione scritta da Raymond Chandler), uno dei thriller più celebri del regista, nonché il film con cui rilanciò la propria carriera hollywoodiana, dopo alcuni passi falsi. L'intrigante soggetto (poi ripreso ne "La vittima designata" di Maurizio Lucidi e "Getta la mamma dal treno" di Danny DeVito), la buona costruzione dei personaggi (a spiccare è più lo psicopatico Bruno che non il protagonista Guy, però), il tema dell'ambiguità fra il bene e il male (per un momento siamo portati a credere che Guy abbia davvero intenzione di uccidere il padre di Bruno), ma soprattutto i momenti di suspense e di forte tensione, magistrali anche dopo svariati decenni (la scena dell'omicidio di Miriam, con il riflesso della donna strangolata sulle lenti dei suoi occhiali caduti a terra; il montaggio alternato della partita a tennis, che Guy cerca di concludere nel tempo più rapido possibile, e del contemporaneo tentativo di Bruno di recuperare l'accendino che gli serve per incriminare il rivale, caduto nella grata di un tombino; lo scontro finale fra i due uomini, a bordo di una giostra del luna park impazzita), catturano lo spettatore dall'inizio alla fine. Per Walker si tratta dell'ultimo film (morirà l'anno seguente), mentre Granger aveva già recitato per Hitchcock in "Nodo alla gola". Patricia Hitchcock, figlia del regista, interpreta Barbara, la sorellina impicciona (e appassionata di gialli) di Ann, mentre Leo G. Carroll è il padre di entrambe. Sir Alfred si riconosce mentre sale sul treno portando con sé la custodia di un contrabbasso. Il titolo "Delitto per delitto" è stato aggiunto al meno memorabile "L'altro uomo" in occasione della riedizione del film in home video.

2 marzo 2023

Paura in palcoscenico (A. Hitchcock, 1950)

Paura in palcoscenico (Stage Fright)
di Alfred Hitchcock – GB 1950
con Jane Wyman, Marlene Dietrich
**1/2

Visto in divx.

Sospettato dalla polizia di avere ucciso il marito di Charlotte Inwood (Marlene Dietrich), la diva teatrale di cui è l'amante, Jonathan Cooper (Richard Todd) si rivolge all'amica Eve Gill (Jane Wyman) affinché lo aiuti a nascondersi. La ragazza, innamorata di lui, decide di fare anche di più: convinta che Charlotte abbia organizzato tutto per far ricadere la colpa su Jonathan, e sfruttando le proprie doti di aspirante attrice (frequenta infatti l'accademia di arte drammatica), Eve avvicina sia la donna (fingendosi la sua nuova cameriera) sia l'ispettore che conduce le indagini sull'omicidio, Wilfred Smith (Michael Wilding). Ma scoprirà che non tutto è come credeva... Girato a Londra (durante una breve "pausa" di Hitchcock da Hollywood) con attori inglesi (le uniche eccezioni sono le due protagoniste femminili, Wyman e Dietrich), un giallo-noir ispirato a un romanzo di Selwyn Jepson, di cui cambia però il finale: è degno di nota soprattutto per il colpo di scena conclusivo, che rivela come alcune delle informazioni mostrate sullo schermo in precedenza fossero un inganno dovuto a un "testimone inattendibile" (anticipando in parte, su scala minore, la trovata de "I soliti sospetti"). Per il resto, il ritmo è compassato e la suspence latita, e anche la caratterizzazione dei personaggi spinge soprattutto sul versante umoristico, in particolare per quanto riguarda i genitori di Eve, il "commodoro" Gill (Alastair Sim) e sua moglie (Sybil Thorndike). Il valore aggiunto è la Dietrich, nel consueto ruolo di femme fatale, che canta anche una canzone originale di Cole Porter ("The Laziest Gal in Town"), oltre a "La vie en rose". Sir Alfred le concesse grande libertà sul set, lasciandole addirittura l'ultima parola sull'illuminazione e le inquadrature. La traduzione italiana del titolo si perde il doppio senso dell'originale, che significa piuttosto "Paura da palcoscenico".

18 ottobre 2022

Il peccato di Lady Considine (A. Hitchcock, 1949)

Il peccato di Lady Considine (Under Capricorn)
di Alfred Hitchcock – GB 1949
con Ingrid Bergman, Joseph Cotten, Michael Wilding
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Australia, 1831. Charles Adare (Wilding), gentiluomo irlandese giunto a Sydney per fare fortuna, conosce Sam Flusky (Cotten), ex galeotto che, scontata la pena, è diventato un ricco proprietario terriero. Questi lo assume per tenere compagnia alla moglie, Lady Henrietta Considine (Bergman), che vive isolata dalla società e soffre di depressione. La coppia, infatti, è tormentata da un tragico passato (lui fu condannato ai lavori forzati per aver ucciso in Europa il fratello di lei, che disapprovava la loro unione per via della differenza di classe: aristocratica la donna, un semplice stalliere l'uomo) e da un stigma sociale che non l'ha abbandonata nemmeno all'altro capo del mondo... Secondo film in technicolor di Hitchcock dopo il precedente "Nodo alla gola", nonché terzo e ultimo con la Bergman come protagonista (dopo "Notorious" e "Io ti salverò"), segna anche il breve ritorno di sir Alfred in Inghilterra, dove dirigerà ancora un altro film ("Paura in palcoscenico") prima di ritrasferirsi definitivamente a Hollywood. Si tratta di un melodramma romantico a sfondo storico-sociale, piuttosto sopra le righe e abbastanza lontano dai soliti thriller cari al regista (anche se non mancano paralleli con lavori realizzati in precedenza, si pensi a "Rebecca"): l'ottima qualità della regia, assai mobile ed elaborata, che fa ampio ricorso a lunghi piani sequenza, e l'uso dei colori, quasi pastello, dona all'insieme un'aura tutta particolare, al limite dell'astratto o dell'irreale, il che gli consente di superare i limiti di un soggetto – tratto da un romanzo di Helen Simpson – da soap opera (un mix fra "L'amante di Lady Chatterley" e certi polpettoni storici ambientati in luoghi esotici), evidenti per esempio nel personaggio della governante Milly (Margaret Leighton), la domestica di casa, ambigua e manipolatrice. Buone le prove degli attori: da ricordare il lungo monologo della Bergman in cui Henrietta confessa a Charles il proprio tragico passato. Il film è noto in Italia anche con il titolo "Sotto il capricorno", traduzione letterale dell'originale (il capricorno in questione è il tropico che attraversa l'Australia).

15 agosto 2022

Nodo alla gola (Alfred Hitchcock, 1948)

Nodo alla gola (Rope)
di Alfred Hitchcock – USA 1948
con James Stewart, John Dall, Farley Granger
***1/2

Rivisto in divx.

Due studenti universitari, Brandon (John Dall) e Phillip (Farley Granger), uccidono l'amico David, strangolandolo con una corda, e ne nascondono il cadavere in una cassapanca, pochi minuti prima che nel loro appartamento giungano gli ospiti invitati a cena, fra cui il padre stesso di David (Cedric Hardwicke) e sua zia (Constance Collier), la sua ragazza Janet (Joan Chandler), il suo rivale Kenneth (Douglas Dick), e soprattutto l'ex istitutore e ora amico dei ragazzi, il brillante Rupert Cadell (James Stewart), dotato di grande intelligenza e capacità di osservazione... Da un testo teatrale di Patrick Hamilton, il primo film a colori di Alfred Hitchcock è noto per una particolare caratteristica: a parte l'incipit con i titoli di testa, è girato interamente in un unico piano sequenza, ovvero con la macchina da presa che si muove ininterrottamente all'interno dell'appartamento in cui si svolge la vicenda (un attico a New York, di cui si intravede la skyline attraverso il grande finestrone), senza alcuno stacco di montaggio. La tecnologia dell'epoca, a dire il vero, rendeva impossibile tutto ciò: a differenza di film più recenti ("Arca russa", "Birdman", "1917"), che possono contare sul digitale, la durata limitata dei rulli di pellicola costringeva di fatto i cineasti a dover interrompere le riprese ogni dieci minuti (o meno): Hitchcock risolse il problema facendo in modo che l'inquadratura, ogni volta, fosse brevemente "oscurata" dalla schiena di un personaggio o da un mobile (come la suddetta cassapanca), per poi riprendere dalla stessa posizione come se non ci fosse stata alcuna interruzione. Il risultato è stupefacente, anche perché il regista inglese ha coreografato nei minimi dettagli l'azione, il movimento e la disposizione dei personaggi, l'apparire di ogni oggetto di scena nell'inquadratura al momento giusto per accrescere la tensione (come quando vediamo per la prima volta la tavola apparecchiata, o la pistola nel finale, o quando i commensali discutono fuori scena mentre la macchina da presa si sofferma sulla governante (Edith Evanson) che sta liberando la cassapanca e si appresta ad aprirla). Il tutto non fa che mantenere alta la tensione e cattura l'attenzione dello spettatore dall'inizio alla fine, impresa notevole per un film costituito da soli dialoghi, ambientato in una sola stanza e che si svolge in tempo reale!

Il soggetto, naturalmente, è ispirato al celebre caso (del 1924) dell'assassinio di Bobby Franks da parte di Leopold e Loeb, due studenti dell'università di Chicago che provarono a mettere in atto un "delitto perfetto", convinti di riuscire a scamparla dall'alto del loro "intelletto superiore" che si abbinava al disprezzo provato verso il resto della società. Anche qui Brandon teorizza l'omicidio come "forma d'arte", un privilegio riservato "ai pochi che se lo possono permettere", ovvero a coloro che, per superiorità intellettuale o culturale, si stagliano sopra le masse. Idee, di derivazione nietzschiana (il Superuomo), che gli sono state suggerite dallo stesso Rupert, per il quale però erano sono provocazioni teoriche e filosofiche, non certo da mettere in pratica nella realtà. Intelligente e pignolo, Rupert recita di fatto la parte dell'investigatore in quello che è in tutto e per tutto una inverted detective story come quelle del tenente Colombo, dove cioè il delitto viene compiuto all'inizio, davanti agli occhi degli spettatori – la prima inquadratura del film dopo i titoli è proprio quella del "nodo alla gola" del povero David! – che ne conoscono perciò ogni dettaglio e sono lasciati a interrogarsi su come gli assassini verranno scoperti. E proprio Rupert svelerà l'intrigo, tormentando con la sua sola presenza i due colpevoli (in particolare Phillip, più facile a cedere alla tensione e di fatto "succube" di Brandon, che invece è sempre, o vorrebbe apparire, sicuro di sé: tra i due studenti, fra l'altro, scorre un'evidente – anche se non esplicita – tensione omosessuale), il tutto mentre l'abile sceneggiatura semina di doppi sensi e battutine "macabre" l'intera cena, dai continui riferimenti a David (e alla sua assenza) ai retroscena sui polli, cui veniva tirato il collo. Qualche affinità (a partire dal cadavere nella cassapanca) con "Arsenico e vecchi merletti" di Frank Capra, a sua volta tratto da una commedia teatrale. Da notare i tanti riferimenti meta-cinematografici (in una scena, i commensali parlano di cinema, di James Mason, Ray Milland e Gregory Peck). In Italia il film venne distribuito anche col titolo "Cocktail per un cadavere".

10 maggio 2022

Il caso Paradine (Alfred Hitchcock, 1947)

Il caso Paradine (The Paradine Case)
di Alfred Hitchcock – USA 1947
con Gregory Peck, Alida Valli
**1/2

Rivisto in DVD.

Il giovane e brillante avvocato Anthony Keane (Gregory Peck) viene incaricato di difendere la vedova Maddalena Paradine (Alida Valli) dall'accusa di aver ucciso il marito, un colonnello cieco, avvelenandolo con l'arsenico. Benché gli indizi contro la donna (di modesti natali e dal passato non proprio immacolato) non manchino, pur senza prove reali, Keane si convince sempre più della sua innocenza, e durante il dibattimento cerca di deviare i sospetti verso il cameriere personale – e in precedenza attendente – del colonnello, l'enigmatico André Latour (Louis Jourdan). Anche perché nel frattempo si è innamorato dell'affascinante signora, il che rischia di mettere a repentaglio il suo rapporto con la moglie Gay (Ann Todd). L'ultimo film girato da Hitchcock con il produttore David O. Selznick, colui che lo aveva portato a Hollywood con un contratto di sette anni e con cui aveva lavorato dai tempi di "Rebecca", è un thriller giudiziario ricco di sfumature, tratto da un romanzo di Robert Smythe Hichens, dove l'andamento del processo (e la rivelazione del colpevole) contano quasi meno dei rapporti fra i personaggi. L'attrazione che Keane prova verso la signora Paradine, anche se questa si mostra scostante nei suoi confronti, diventa una vera e propria ossessione che guida tutte le sue azioni, mentre dall'altro lato la moglie Gay, che si rende conto di tutto, non solo accetta che il marito continui a difendere la "rivale" ma spera che la faccia assolvere, "così la lotta sarà ad armi pari". Anche la relazione della donna con l'attendente Latour si ammanta di toni ambigui e ambivalenti (sono stati amanti? complici? nemici? si amano o si odiano?), mentre attorno a loro si muovono figure carismatiche come il laido giudice Horfield (Charles Laughton) e l'avvocato di famiglia sir Simon (Charles Coburn), a loro volta protagonisti di siparietti con la rispettiva moglie (Ethel Barrymore) e figlia (Joan Tetzel). Il rapporto di Hitchcock con l'invadente Selznick, spesso presente sul set con continue modifiche alla sceneggiatura, non fu facile, anche perché il produttore impose il cast al regista (che avrebbe voluto Laurence Olivier e Ingrid Bergman o Greta Garbo come protagonisti). Ma Selznick voleva lanciare Alida Valli (accreditata solo come "Valli" nei titoli di testa) in America: si tratta così di una delle pochissime "brune" in un film di sir Alfred, che notoriamente preferiva le bionde. Anche la scelta di Jourdan fu contestata da Hitchcock, che immaginava il personaggio come un rude stalliere, non come un raffinato domestico. Quello che avrebbe dovuto essere il racconto di una doppia "discesa nell'abisso" (di Keane in primis, sempre più catturato dal fascino proibito della signora Paradine, e della signora stessa, con il suo passato torbido) diventa così "soltanto" un melodramma giudiziario, anche se la fattura – a livello di regia, fotografia, scenografie (l'Inghilterra, e in particolare l'Old Bailey dove si svolge il processo che occupa tutta la seconda parte del film, è stata ricostruita in studio) – è come sempre impeccabile. E il senso di alienazione e di solitudine che affligge man mano i personaggi è degno dei migliori noir. Durante le sequenze del processo, Hitchcock usò quattro diverse macchine da presa in funzione simultaneamente, ciascuna puntata su un differente attore, una tecnica mai usata prima a questi livelli. Costato moltissimo, il film ebbe uno scarso riscontro di pubblico e di critica e fu considerato fra i "passi falsi" del regista: ma naturalmente, avercene di film così oggi!

9 dicembre 2021

Notorious (Alfred Hitchcock, 1946)

Notorious - L'amante perduta (Notorious!)
di Alfred Hitchcock – USA 1946
con Ingrid Bergman, Cary Grant, Claude Rains
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Figlia americana di una spia nazista incarcerata per tradimento, Elena Huberman (Ingrid Bergman) viene contattata dall'agente segreto T.R. Devlin (Cary Grant) affinché sfrutti la sua ascendenza per avvicinarsi ad Alessio Sebastian (Claude Rains), un ricco espatriato tedesco in Brasile, e ne conquisti la fiducia, sperando così di venire a conoscenza dei suoi segreti. La ragazza accetta, spingendosi fino a sposare Sebastian, pur essendosi nel frattempo innamorata (ricambiata) di Devlin... Seminale thriller spionistico con cui Hitchcock recupera alcuni temi già trattati in opere precedenti (come "Amore e mistero" o "L'uomo che sapeva troppo", quello del 1934), aggiornandoli e contaminandoli con una preponderante love story: il "triangolo" fra Grant, Rains e la Bergman, anzi, è il vero motore della vicenda, ancor più della trama gialla/spionistica (il "MacGuffin", in questo caso, è la polvere di uranio che i tedeschi stanno contrabbandando per costruire una bomba, e che Sebastian conserva all'interno delle bottiglie di cabernet nella sua cantina). A guidare la trama, infatti, sono i rapporti fra i personaggi: quello fra Devlin ed Elena, considerata da tutti come una "donna di facili costumi", alcolizzata e dal comportamento immorale (questo è uno dei significati del titolo "Notorious"), che si amano in segreto; e quello fra Elena e Sebastian, che passa dall'amarla al volerla uccidere dopo aver scoperto il suo doppio gioco (che però non può rivelare ai propri complici, per il timore che se la prendano con lui per la sua ingenuità). L'uomo, insieme alla madre (una memorabile Leopoldine Konstantin, attrice austriaca qui alla sua unica apparizione hollywoodiana), cercherà dunque di avvelenarla lentamente con il caffè, in una serie di scene reminiscenti de "Il sospetto". Notevole la costruzione della suspense, per esempio nella sequenza della festa in casa di Sebastian, durante la quale Devlin ed Elena cercano di introdursi nella cantina senza che il padrone di casa se ne accorga. Memorabile anche il bacio fra i due protagonisti, della durata record di due minuti e mezzo, che in realtà è una serie di baci interrotti ogni tre secondi per aggirare un'assurda regola del codice Hays che vietava di mostrare sullo schermo un'effusione più lunga, appunto, di tre secondi. Grant e la Bergman erano entrambi al secondo film con Hitchcock (rispettivamente dopo "Il sospetto" e "Io ti salverò"), mentre Rains, che non aveva mai lavorato con il regista inglese, aveva ovviamente già recitato con la Bergman in "Casablanca". Proprio l'ottimo Rains sarà nominato agli Oscar come miglior attore protagonista, una delle due nomination ricevute dal film (l'altra è quella alla sceneggiatura di Ben Hecht). Sir Alfred appare nei panni di uno degli invitati alla festa, mentre beve un bicchiere di champagne. Nella versione originale, il personaggio della Bergman non si chiama Elena ma Alicia (e Alessio è Alexander).

27 ottobre 2021

Io ti salverò (Alfred Hitchcock, 1945)

Io ti salverò (Spellbound)
di Alfred Hitchcock – USA 1945
con Ingrid Bergman, Gregory Peck
***

Visto in TV (Prime Video).

La dottoressa Costanza Petersen (Ingrid Bergman), giovane psicoanalista che lavora in un istituto psichiatrico, si innamora a prima vista del nuovo primario, il dottor Edwardes (Gregory Peck). E quando si scoprirà che costui è un impostore amnesico, che ha preso il posto del vero Edwardes (probabilmente da lui ucciso), decide di fuggire insieme a lui, nel tentativo di "curarlo", aiutandolo a recuperare la memoria e, si spera, a scagionarlo. Sceneggiato da Ben Hecht a partire da un romanzo di Francis Beeding, un thriller romantico imperniato sul tema della psicoanalisi, di cui vengono spiegate le basi (fu coinvolto persino uno "psychiatric advisor"). La pellicola si apre infatti con una didascalia che ne illustra le fondamenta scientifiche, oltre che con una frase dal "Giulio Cesare" di Shakespeare ("La colpa non è nelle stelle, ma in noi stessi"). Certo, a ben vedere la vicenda è a tratti improbabile per la semplicità con cui mette in scena i meccanismi dell'amnesia, della rimozione e del complesso di colpa: diciamo che si tratta di un'approssimazione a fini hollywoodiani (e in futuro si vedrà ben di peggio, con la psicoanalisi spesso oggetto di ridicolo). Da segnalare la sequenza del sogno, che fu immaginata da Salvador Dalì (con evidenti influssi dei dipinti di De Chirico) e diretta da William Cameron Menzies anziché da sir Alfred, per via di contrasti con il produttore David O. Selznick che portarono, fra le altre cose, a tagliare la suddetta sequenza riducendola a soli due minuti (secondo alcune fonti, in originale erano venti: il resto pare sia andato perduto). Proprio il sogno rivelatore contribuirà a risolvere la trama gialla, rivelando l'identità del vero colpevole. Ottimi i due protagonisti, in particolar modo la splendida Bergman nei panni di una donna considerata fredda e razionale che scopre per la prima volta l'amore, cosa che la discredita agli occhi dei colleghi ("Una donna innamorata occupa l'ultimo posto nella scala dei valori intellettuali"), al che lei replica "Ma il cuore vede più lontano della mente, a volte" e, parlando del finto Edwardes, "Non potrei amarlo così tanto se fosse malvagio". L'attrice è al primo di tre film girati con Hitchcock (gli altri due saranno "Notorious" e "Il peccato di Lady Considine"). Anche Peck tornerà a lavorare con il regista inglese ne "Il caso Paradine". Curiosità: la domanda che Costanza gli rivolge, "Sei mai stato a Roma?" sembra prefigurare "Vacanze romane"!

Molti temi ed elementi sono tipicamente hitchcockiani (l'uomo in fuga, la donna salvifica, la location risolutiva – in questo caso la montagna innevata). Notevole il capovolgimento dei ruoli di forza fra i due sessi rispetto alle consuetudini (qui l'eroina è la protagonista impavida e l'uomo è l'elemento sperso, in difficoltà e da salvare). Nel cast anche Leo G. Carroll (il dottor Murchison, il vecchio primario della clinica), Rhonda Fleming (all'esordio sul grande schermo: è la ninfomane violenta) e soprattutto Michael Čechov, nipote del drammaturgo Anton Čechov, nei panni del vecchio dottor Brulov, il mentore di Costanza. Allievo di Stanislavskij e insegnante di recitazione, Čechov contava fra i suoi allievi a Hollywood proprio Peck e la Bergman. La regia di Hitchcock (che si concede il consueto cameo: è l'uomo che esce dall'ascensore dell'albergo fumando un sigaro) è elegante, con tanti zoom e primi piani e un uso espressionistico della luminosa fotografia di George Barnes. Da sottolineare la resa delle immagini del subcosciente (come il corridoio con le porte che si aprono per lasciare entrare la luce, nel momento del bacio fra i due protagonisti), l'ossessione di Peck per le righe nere su fondo bianco (che gli riportano alla mente lo shock subito), la sequenza dell'arresto e della condanna dell'uomo (attraverso una serie di primi piani della Bergman), la soggettiva da dentro il bicchiere di latte e soprattutto quella, nel finale, della pistola dell'assassino, che ruota di 180 gradi e che consentì alla produzione di superare il divieto della censura nel mostrare un suicidio sullo schermo. Dopo lo sparo, per due fotogrammi la pellicola è colorata di rosso. La bella colonna sonora di Miklós Rózsa (che vinse l'Oscar: il film ricevette anche le candidature come miglior pellicola, regista, attore non protagonista (Čechov), fotografia ed effetti visivi) fa ampio uso del theremin, all'epoca una novità: ma anch'essa fu oggetto di contrasti fra il regista e il produttore. Cosa non rara nei lungometraggi di quegli anni, il film si apre con una "overture" di quattro minuti (su immagine fissa) e si chiude con una "exit music" di oltre due (manca invece l'"intermission"). L'edizione italiana presenta come al solito nomi "italianizzati" (Costanza, Antonio, Alessio, ecc., al posto degli originali Constance, Anthony, Alex...).

2 giugno 2021

The fighting generation (A. Hitchcock, 1944)

The Fighting Generation
di Alfred Hitchcock – USA 1944
con Jennifer Jones
[sv]

Visto su YouTube.

Oltre ai due cortometraggi di propaganda in francese girati per il ministero dell'informazione britannico ("Bon voyage" e "Avventura malgascia"), nel 1944 Hitchcock (non accreditato nei titoli di testa, così come non sono menzionati lo sceneggiatore Stephen Longstreet e il direttore della fotografia Gregg Toland) realizzò anche questo breve short per il dipartimento del tesoro americano con l'obiettivo di promuovere le vendite dei titoli di guerra (war bond). Il film dura poco meno di due minuti (è praticamente uno spot pubblicitario) e soltanto un breve stacco dopo trentatré secondi gli impedisce di essere composto da un solo piano sequenza. Jennifer Jones, unica attrice (il corto è prodotto dal suo futuro marito David O. Selznick), appare nel ruolo di sé stessa e nei panni di un'aiuto infermiera che si prende cura di un soldato ferito in guerra, suo "amico d'infanzia". La Jones parla rivolta in camera, direttamente agli spettatori, invitandoli a partecipare allo sforzo bellico acquistando war bond. Nulla più che una curiosità o un documento storico, il film fu girato in un solo giorno e fa parte di una serie di "annunci di pubblico interesse" prodotti negli anni della guerra, spesso coinvolgendo celebri star del cinema come testimonial.

12 marzo 2021

Avventura malgascia (A. Hitchcock, 1944)

Avventura in Madagascar (Aventure malgache)
di Alfred Hitchcock – GB 1944
con Paul Clarus, Paul Bonifas
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Mentre si prepara per entrare in scena, un attore francese espatriato a Londra (Paul Clarus) racconta ai colleghi di come quattro anni prima, quando lavorava come avvocato in Madagascar (ai tempi colonia francese), si sia scontrato a più riprese con il corrotto capo della polizia locale (Paul Bonifas). Dopo l'occupazione della Francia a opera dei tedeschi, la loro battaglia si spostò sul piano politico: il poliziotto schierato con i collaborazionisti di Vichy, l'avvocato sostenitore clandestino della resistenza e a favore della liberazione del Madagascar da parte degli alleati. L'intera vicenda aiuterà uno degli attori, sosia del poliziotto, a calarsi meglio nella parte di un farabutto. Come "Bon voyage", questo cortometraggio fu girato da Hitchcock a scopo di propaganda in tempo di guerra per conto del ministero dell'informazione britannico, con attori francesi (il gruppo denominato The Molière Players). Nei limiti del possibile, la storia e la struttura drammatica sono più interessanti rispetto al film gemello: non mancano vivacità e una punta di ironia, e soprattutto i due personaggi rivali a modo loro divertenti nelle loro diatribe verbali. La scena in cui una bottiglia di acqua minerale di Vichy viene gettata nel cestino ricorda ovviamente quella analoga in "Casablanca".

11 marzo 2021

Bon voyage (Alfred Hitchcock, 1944)

Bon voyage (id.)
di Alfred Hitchcock – GB 1944
con John Blythe, Janique Joelle
*1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Pur essendo ormai trapiantato a Hollywood da qualche anno, nel 1944 Hitchcock girò due cortometraggi di propaganda in lingua francese (il secondo è "Avventura malgascia") per conto del ministero dell'informazione britannico. L'intenzione era quella di diffonderli nel Regno Unito e in Francia per sostenere la lotta contro gli invasori nazisti nelle ultime fasi della seconda guerra mondiale. Ma a quanto pare, nessuno dei due brevi film fu effettivamente proiettato in pubblico: soltanto negli anni Novanta le pellicole vennero restaurate dal BFI e rese disponibili in home video. Di questo "Bon voyage", l'unico aspetto interessante è dato dalla struttura narrativa: la storia è infatti narrata inizialmente in flashback dal protagonista John Dougall, un ufficiale scozzese della RAF (John Blythe) fuggito da un campo di prigionia tedesco insieme a un complice, che racconta ai servizi segreti le modalità dei suoi spostamenti attraverso la Francia occupata, con l'aiuto della resistenza, fino al ritorno in Inghilterra. Ma nella seconda metà del film le stesse vicende vengono rilette in maniera del tutto diversa, per mezzo di nuove informazioni offerte dal servizio di controspionaggio che rivelano come il compagno di fuga di Dougall fosse in realtà una spia della Gestapo. A parte Blythe, il resto del cast e della troupe è composto da attori e cineasti francesi rifugiati in Gran Bretagna dopo l'occupazione tedesca (i cui nomi non sono citati nei titoli del film per evitare rappresaglie contro i loro parenti rimasti in patria).

27 agosto 2020

Prigionieri dell'oceano (A. Hitchcock, 1944)

Prigionieri dell'oceano (Lifeboat)
di Alfred Hitchcock – USA 1944
con Tallulah Bankhead, Walter Slezak
***

Visto in divx.

A bordo di una scialuppa di salvataggio malmessa, alla deriva nel bel mezzo dell'Oceano Atlantico, ci sono nove sopravvissuti all'affondamento di una nave americana che da New York era diretta a Londra, colpita dal siluro di un sommergibile tedesco. Non hanno bussola né radio, e solo poca acqua e cibo. Fra i nove c'è anche il capitano del sommergibile nazista (anch'esso colato a picco), che gli altri naufraghi hanno salvato e, dopo un'accesa discussione, hanno deciso di accogliere fra loro. Ma pur essendo in teoria un prigioniero, approfittando della loro fame, della sete e della disperazione, riuscirà pian piano a manipolarli a proprio piacimento... Da un romanzo di John Steinbeck, un piccolo capolavoro di Hitchcock nonché uno dei suoi primi film a essere ambientato interamente in un luogo ristretto (come, in seguito, saranno "Nodo alla gola", "Il delitto perfetto" e "La finestra sul cortile"): in questo caso la scialuppa in balìa delle onde dell'oceano, che la macchina da presa riprende sempre dall'interno, come se ci trovassimo anche noi in compagnia dei passeggeri (non c'è una sola inquadratura dal di fuori dello scafo!), in uno stato di perenne confusione e ondeggiamento che contribuisce alla sensazione di essere perduti e alla deriva. Costruito su un impianto corale, che mostra le personalità dei vari occupanti della barca cozzare le une contro le altre (corrispondono infatti a diverse classi sociali, etnie, convinzioni politiche, personalità psicologiche: abbiamo uomini e donne, militari e civili, ricchi e poveri, egoisti e solidali), il lungometraggio generò polemiche e controversie alla sua uscita (in piena seconda guerra mondiale) perchè rappresenta il tedesco Willi (interpretato da un grande Walter Slezak) come "superiore" in tutto e per tutto ad americani e britannici. Pur essendo da solo contro otto, è infatti furbo, calcolatore, più forte fisicamente e capace di resistere alle avversità. Hitchcock e lo sceneggiatore Jo Swerling spiegarono che la loro intenzione era proprio quella di mettere in guardia gli alleati: se il nemico è così organizzato, efficiente e subdolo, per sconfiggerlo è necessario rimanere uniti, mettendo da parte i dissidi, le differenze o le antipatie reciproche. Il cast corale comprende Tallulah Bankhead (la giornalista snob Connie Porter), Henry Hull (l'industriale armaiolo e conservatore Charles "Ritt" Rittenhouse Jr.), John Hodiak (il macchinista comunista John Kovac), William Bendix (il timoniere Gus Smith, con la gamba ferita nell'esplosione), Hume Cronyn (il marconista Stanley Garrett), Mary Anderson (l'infermiera Alice MacKenzie), Canada Lee (il cameriere di colore Joe Spencer). Memorabile in particolare Connie, che man mano che la storia procede perde in mare tutte le cose materiali che le sono care (la macchina fotografica, quella per scrivere, la pelliccia, il braccialetto di diamanti). Ma in generale, tutti i personaggi perdono qualcosa: chi un figlio, chi la gamba, chi le proprie certezze, e tutti l'orientamento. Più attiva a teatro che al cinema, la Bankhead non recitava in un film di finzione da oltre dieci anni. Quanto a sir Alfred, non potendo apparire in uno dei suoi consueti cameo, sceglie di figurare in una delle foto sul giornale che si trova a bordo della barca (nella pubblicità di una cura dimagrante!). Da notare l'assenza di una tradizionale colonna sonora extradiegetica: a parte il rumore delle onde e del mare, gli unici brani musicali presenti sono quelli suonati o cantati dagli stessi personaggi a bordo della scialuppa. Curiosità: esiste un remake fantascientifico, "Lifepod", del 1993.

22 febbraio 2020

L'ombra del dubbio (A. Hitchcock, 1943)

L'ombra del dubbio (Shadow of a doubt)
di Alfred Hitchcock – USA 1943
con Joseph Cotten, Teresa Wright
**1/2

Visto in divx.

Quando lo zio Carlo (Joseph Cotten), l'elusivo fratello minore di sua madre, giunge da New York a casa loro, in California, per visitarli dopo tanto tempo, la giovane Carla (Teresa Wright), che ne condivide il nome (in originale si chiamano entrambi Charlie), è particolarmente contenta, essendo sempre stata affezionata a questo zio così misterioso, bello, benestante e con la fama di avventuriero. Ma ben presto le risulta evidente che Carlo sta scappando da qualcosa: e quando la ragazza scopre che la polizia è in cerca di un "killer di vedove" che si è dato alla fuga, si convince che proprio lo zio sia il responsabile dei delitti... Un insolito thriller di ambientazione familiare che lo stesso Hitchcock considerava fra i suoi lavori preferiti, dove la tensione del noir e il cinismo del mondo esterno fanno capolino nella quotidianità, nella routine e nelle convenzioni sociali di una famiglia del tutto normale e serena. Il mistero relativo allo zio e alle ragioni della sua fuga è prolungato per tutta la pellicola, con l'amata nipote che lentamente passa dall'iniziale fiducia verso di lui (il rapporto fra i due è talmente stretto da sfiorare la telepatia) alla paura e alla repulsione, senza che il resto della famiglia sospetti minimamente qualcosa: e la realtà si ritrova trasfigurata non solo dai sospetti (l'ombra del dubbio, come recita il titolo) ma anche dall'immaginazione, dalla fantasia e dai sogni, oltre che dalla fascinazione per la letteratura e i romanzi polizieschi che contagia anche altri membri della famiglia, come la piccola Anna (Edna May Wonacott), accanita lettrice, e il padre Joe (Henry Travers), che "gioca" con l'amico Herbie (Hume Cronyn) a inventare i modi più fantasiosi per uccidersi a vicenda. Se Carlo vive alla giornata (li suo motto è "non pensare al passato né al futuro, solo l'oggi esiste") e dietro l'apparenza affabile disprezza il mondo intero, per Carla l'intera vicenda rappresenta l'ingresso nell'età adulta, attraverso le fasi della disillusione verso lo zio e dell'innamoramento per il giovane poliziotto (Macdonald Carey) che dà la caccia all'assassino. Forse a uno spettatore moderno, che si aspetta sempre il twist finale, la conclusione può risultare deludente: ma ai tempi di Hitchcock l'attrattiva nasceva proprio dalla suspense in sé, dalla rappresentazione del crimine e delle devianze sullo schermo in un contesto apparentemente a loro estraneo, quello appunto della normalità e della quotidianità. Nel cast anche Patricia Collinge (la madre) e Wallace Ford (il poliziotto anziano). Sir Alfred fa un cameo nei panni dell'uomo che, giocando a carte, ha una scala completa di picche. Memorabile la preghiera serale della piccola Anna: "Signore, benedici la mamma, papà, Capitan Midnight, Veronica Lake e il presidente degli Stati Uniti". Alla sceneggiatura, ispirata forse dai delitti di Earle Nelson negli anni venti, ha lavorato anche lo scrittore Thornton Wilder. La colonna sonora di Dimitri Tiomkin, alla prima collaborazione con Hitchcock, cita ripetutamente il valzer "La vedova allegra" di Franz Lehár, che allude – insieme alle immagini di coppie che ballano – ai delitti del killer. Il doppiaggio italiano dell'epoca, oltre ad "italianizzare" i nomi dei personaggi, presenta una strana inflessione in alcune voci che lo rende particolarmente bizzarro: questo perché fu doppiato a Madrid, in attesa che la guerra finisse, ad opera di attori italiani che si trovavano momentaneamente nel paese iberico.

21 ottobre 2019

Sabotatori (Alfred Hitchcock, 1942)

Sabotatori (Saboteur)
di Alfred Hitchcock – USA 1942
con Robert Cummings, Priscilla Lane
**1/2

Visto in divx.

Accusato ingiustamente di essere il responsabile di un'esplosione nella fabbrica di aerei dove lavora, l'operaio Barry Kane (Robert Cummings) fugge alla ricerca del vero colpevole, Frank Fry (Norman Lloyd). E scopre che questi fa parte di un gruppo di sabotatori che intendono minare alla base lo sforzo bellico degli Stati Uniti. Il tema per eccellenza del cinema di Hitchcock (l'innocente in fuga, un uomo comune che è costretto dalle circostanze a diventare un eroe), già sviluppato in precedenza – fra gli altri – ne "Il club dei 39" e in "Giovane e innocente", è al centro di una pellicola di spionaggio il cui pretesto (il sabotaggio, appunto) è ancorato all'attualità e alle tensioni del "fronte interno" (siamo infatti nel 1942, in piena seconda guerra mondiale): i "cattivi", che si nascondono spesso in piena vista fra la crema dell'alta società, vogliono distruggere anche una centrale elettrica e impedire il varo di una nave ammiraglia. Proprio il contrasto fra le apparenze "rispettabili" del gruppo di ricchi e potenti che complottano contro il proprio paese (non si tratta di spie straniere, ma di americani scontenti dell'attuale governo) e quelle, invece, umili e dimesse di chi si fida di Barry e lo aiuta a sfuggire ai persecutori (il pianista cieco, la compagine di freaks del circo) è sottolineato a più riprese dalla sceneggiatura. Hitchcock, che sembra fare le prove generali per quello che diventerà uno dei suoi film più celebri, nonché il culmine di questo filone ("Intrigo internazionale": c'è già persino lo scontro finale su un celebre monumento, in questo caso la statua della libertà), ebbe qualche perplessità sugli attori che gli furono imposti dalla produzione: il protagonista Cummings era più adatto alle commedie che non a un thriller, e sia la co-protagonista Priscilla Lane (Patricia, la ragazza che inizialmente lo vuole denunciare e poi lo aiuta) che il villain Otto Kruger (Tobin, il capo dei sabotatori) non lo convinsero del tutto. In ogni caso la pellicola (la prima girata da sir Alfred per la Universal) ebbe un buon successo al botteghino.

7 settembre 2018

Il sospetto (Alfred Hitchcock, 1941)

Il sospetto (Suspicion)
di Alfred Hitchcock – USA 1941
con Joan Fontaine, Cary Grant
***

Visto in TV.

Lina (Joan Fontaine), ragazza di buona famiglia, sposa – contro il volere dei genitori – l'affascinante ma scapestrato Johnnie Aysgarth (Cary Grant), scoprendo soltanto dopo il matrimonio che l'uomo non ha un soldo e vive al di sopra delle proprie possibilità grazie a continue menzogne, prestiti (che sperpera al gioco) ed espedienti. Spinta dall'amore, la donna accetta di rimanere al suo fianco e cerca inutilmente di riportarlo sulla retta via. Ma poi inizia lentamente a sospettare che il marito intenda ucciderla per intascare i soldi dell'assicurazione... Lo spunto a base di paranoia coniugale ricorda in parte "Rebecca", il primo lavoro americano di Hitchcock (girato solo un anno prima, con la stessa Fontaine come protagonista), ma qui non siamo nel campo della favola gotica bensì in quello del thriller psicologico di ambientazione altoborghese. Il film è tratto dal romanzo "Before the Fact" di Francis Iles (ovvero Anthony Berkeley Cox), che ribaltava il tipico assunto del noir (dove di solito un uomo cade vittima del fascino di una dark lady, mentre qui è il contrario), di cui però altera il finale per scelta dei produttori. A una prima parte con toni da commedia brillante (l'incontro fra i due protagonisti, l'innamoramento e il matrimonio) segue una progressiva discesa nel baratro del sospetto. Ogni volta che Johnnie sembra cambiare e mettere la testa a posto, ecco che qualcosa rivela a Lina un nuovo "lato oscuro" del marito, facendola ripiombare nell'incertezza. Celebre la scena in cui Cary Grant sale le scale per portare un bicchiere di latte alla moglie, convinta che sia stato avvelenato: Hitchcock la girò con una lampadina nel bicchiere per far sì che questi risaltasse al massimo all'interno dell'inquadratura. Tutta la vicenda è raccontata dal punto di vista della donna, in modo da costruire la suspense in soggettiva, tanto che resta il dubbio che si tratti della proiezione delle fantasie di una donna frustrata e nevrotica sul proprio marito (all'inizio la vediamo leggere un trattato di psicologia infantile, e più volte viene sottolineato che "John è come un bambino"). In effetti la risoluzione finale può forse deludere un pubblico moderno, abituato a plot twist e colpi di scena di ogni tipo, ma mantiene comunque l'ambiguità: potrebbe trattarsi dell'ennesima menzogna di John, alle quali Lina crede ciecamente (come ha sempre fatto) perché è la scelta più rassicurante per lei. Ottimi i due protagonisti, una Fontaine occhialuta, insicura e fragile che per questa performance vinse l'Oscar per la miglior attrice, e un Grant (per la prima volta in un film di Hitchcock) a suo agio nella parte del mascalzone sfacciato e impenitente. Nigel Bruce è Beaky, l'amico sempliciotto e socio d'affari di John, Auriol Lee è la scrittrice di romanzi polizieschi, Cedric Hardwicke è il padre di Lina.

20 agosto 2018

Il signore e la signora Smith (A. Hitchcock, 1941)

Il signore e la signora Smith (Mr. & Mrs. Smith)
di Alfred Hitchcock – USA 1941
con Robert Montgomery, Carole Lombard
**

Visto in divx alla Fogona.

I coniugi David e Ann Smith (Montgomery e Lombard), avvocato lui e casalinga lei, sono una coppia litigiosa ma affiatatissima. Dopo tre anni di vita insieme, però, scoprono che a causa di un disguido burocratico il loro matrimonio non è legalmente valido. La moglie si aspetterebbe che il marito voglia rimediare all'istante, sposandola una seconda volta: ma quando lui non accenna a prendere sul serio la questione, è lei a decidere di non volerne più sapere di lui, cacciandolo di casa e lasciandosi corteggiare invece dal suo socio in affari, Jeff (Gene Raymond). Fra bisticci e tentativi di ingelosirsi a vicenda, alla fine l'amore tornerà a trionfare. Una delle poche commedie “pure” di Hitchcock (priva cioè del benché minimo elemento giallo o di suspense), che ricorda in parte le pellicole screwball degli anni trenta sul “rimatrimonio” (quel genere di commedia romantica, così definito dal filosofo Stanley Cavell, basato sulla “rottura” di un legame coniugale per permettere ai due protagonisti di vivere la tentazione di avventure separate prima di rimettersi insieme a fine film, in modo da ottemperare formalmente all'obbligo – imposto dal codice Hays – di non rappresentare l'adulterio sullo schermo). Ma gli manca la verve e l'energia dei film migliori di Hawks o Cukor: i personaggi non escono dai limiti del loro ruolo nella storia, sono poco empatici e non capiamo mai cosa pensino veramente (perché all'inizio David tergiversa? E Ann ha davvero intenzione di sposare Jeff?). Inoltre la vicenda si trascina troppo a lungo e termina bruscamente, con un finale che giunge all'improvviso. Anche stilisticamente la pellicola sembra più datata di quanto non sia (i due attori maschili paiono uscire da un film muto). A parte il titolo, nulla in comune con la spy comedy "Mr. & Mrs. Smith" del 2005 con Brad Pitt e Angelina Jolie.

6 agosto 2018

Il prigioniero di Amsterdam (A. Hitchcock, 1940)

Il prigioniero di Amsterdam, aka Corrispondente 17
(Foreign Correspondent)
di Alfred Hitchcock – USA 1940
con Joel McCrea, Laraine Day
**

Visto in divx.

Alla vigilia della seconda guerra mondiale, il giornalista americano John Jones (McCrea) viene inviato in Europa come corrispondente estero con il compito di intervistare l'anziano diplomatico olandese Van Meer (Albert Bassermann). Questi viene apparentemente ucciso in un attentato, ma Jones scopre che si tratta di un complotto: la vittima è un sosia, mentre Van Meer è ancora vivo ed è stato portato a Londra contro la sua volontà. Indagando, anche con l'aiuto del collega Scott Ffolliot (George Sanders), risalirà al responsabile: nientemeno che Stephen Fisher (Herbert Marshall), un politico pacifista che in realtà vuole favorire lo scoppio della guerra. Il problema è che, nel frattempo, Jones si è innamorato di Carol (Day), l'inconsapevole figlia di Fisher... Il secondo film americano di Hitchcock è una pellicola di spionaggio che, nonostante il setting quasi da instant movie, ricorda diverse cose che il regista aveva fatto in passato ("Amore e mistero", "La signora scompare", "Il club dei 39"): e naturalmente il canovaccio sarà riutilizzato in futuro. La ragione del rapimento di Van Meer, del tutto pretestuosa, è un tipico MacGuffin (i rapitori vogliono conoscere la clausola di un trattato che solo lui conosce a memoria): quel che conta è che l'ingenuo Jones si ritrova catapultato in un intrigo politico e spionistico più grande di lui, in costante pericolo di vita, e imparerà a cavarsela nel corso di un'avventura inverosimile e rocambolesca. Forse troppo lungo e sfilacciato, il film si lascia comunque ricordare per alcune sequenze d'impatto e ad alta intensità (quella nel mulino a vento; quella in cui un sicario, che si finge sua guardia del corpo, cerca di uccidere Jones buttandolo giù dalla torre di Londra; e lo spettacolare ammaraggio forzato nel finale, con l'aeroplano civile abbattuto da una nave da guerra tedesca e i sopravvissuti a bordo di un'ala a mo' di zattera sull'oceano), anche per merito degli effetti speciali e dei modellini di William Cameron Menzies. A tratti Jones, più che un giornalista, ricorda proprio un agente segreto, con tanto di falso nome (il suo editore gli ha infatti affibbiato lo pseudonimo di Huntley Haverstock). Edmund Gwenn è il sicario inglese, Eduardo Ciannelli il "cattivo" Krug, Eddie Conrad il diplomatico lituano. In una scena, McCrea fischietta il tema musicale del film. Alla sceneggiatura (di Charles Bennett, da un romanzo autobiografico del giornalista Vincent Sheehan) ha collaborato anche Ben Hecht, che ha riscritto il finale. Sei nomination ai premi Oscar, fra cui quella per il miglior film.

14 giugno 2018

Rebecca - La prima moglie (A. Hitchcock, 1940)

Rebecca - La prima moglie (Rebecca)
di Alfred Hitchcock – USA 1940
con Joan Fontaine, Laurence Olivier
***1/2

Visto in DVD.

Una giovane dama di compagnia (Joan Fontaine) conosce a Montecarlo l'aristocratico vedovo Maxim de Winter (Laurence Olivier), di cui si innamora a prima vista. Nonostante le differenze di carattere – lei è semplice e modesta, timida e sensibile; lui è elegante e misterioso, autoritario e tormentato – i due convolano a nozze e si trasferiscono a vivere nella sua dimora in Cornovaglia, il castello di Manderley, dove però la ragazza si trova a disagio sin da subito. E non solo perché non abituata al lusso e alla servitù, ma soprattutto perché ogni cosa nel castello reca con sé il ricordo della prima moglie dell'uomo, Rebecca, morta annegata l'anno prima. A quanto si dice, Rebecca era bella, intelligente, affascinante e perfetta: e al suo confronto la giovane sposina si sente in soggezione, non certo aiutata da una governante, la signora Danvers (Judith Anderson), che nutriva per lei un'adorazione talmente sconfinata da sfociare nell'ossessione... Il primo film americano di Hitchcock (giunto a Hollywood su insistenza del produttore David O. Selznick) è, come il suo ultimo lavoro britannico, un adattamento di un romanzo di Daphne du Maurier. Complesso e articolato, ha un'inquietante atmosfera da favola gotica (incrociando temi da "Cenerentola" e da "Barbablù"), ma passa poi dal melodramma al noir attraverso un paio di twist (la verità sulla morte di Rebecca, la rivelazione del medico nel finale), sfiorando en passant l'horror e il thriller. Eccellente la caratterizzazione dei personaggi, sorretta da due grandi interpreti (in particolare Joan Fontaine, quasi un prototipo della bionda hitchcockiana che vedremo in numerosi altri film), che a un certo punto superano i limiti che sembravano imprigionarli all'interno di stereotipi (la vittima spaurita e insicura, ma pure innamorata e tenace; l'uomo malinconico e tormentato, incapace di dimenticare il primo amore). La chiave di volta della vicenda, naturalmente, sta nella scena forse più magistrale della pellicola, quella della lunga "confessione" di Maxim alla giovane moglie, girata senza far uso di flashback e basata tutta sul racconto a voce di lui. Su richiesta di Selznick (che "battagliò" con Hitchcock per il controllo creativo e il montaggio finale, imponendogli diverse sequenze), la sceneggiatura è assai fedele al romanzo originale, tranne che per un piccolo particolare (l'effettiva responsabilità di Maxim) che è stato necessario modificare per permettere un relativo (e insperato) lieto fine in ossequio al codice Hays. Da notare che in tutta la storia non ci viene mai detto il nome della giovane protagonista, come a volerla completamente lasciare nell'ingombrante ombra di Rebecca (quest'ultima, pur morta, continua a essere chiamata da tutti "la signora de Winter", nonostante il titolo ormai spetterebbe alla nuova sposa). Di contro, l'immagine di Rebecca non ci viene mai mostrata, nemmeno in foto o in ritratto, ed è soltanto descritta a parole. Il lungometraggio ebbe un ottimo riscontro di critica, con undici nomination e due premi Oscar (per il miglior film, l'unico mai vinto da Hitchcock, e la migliore fotografia). Nel cast (quasi interamente britannico) anche George Sanders (l'infido "cugino" di Rebecca), Reginald Denny (Frank, l'amministratore), Gladys Cooper, Nigel Bruce, C. Aubrey Smith e Florence Bates. Il doppiaggio d'epoca "italianizza" il lungo nome del protagonista maschile in Giorgio Fortebraccio Massimiliano "Massimo" de Winter.

3 febbraio 2016

La taverna della Giamaica (A. Hitchcock, 1939)

La taverna della Giamaica (Jamaica Inn)
di Alfred Hitchcock – GB 1939
con Charles Laughton, Maureen O'Hara
**1/2

Visto in divx.

A inizio Ottocento, lungo le coste frastagliate della Cornovaglia, un gruppo di banditi e pirati provoca ad arte il naufragio sugli scogli delle navi mercantili di passaggio per poterle saccheggiare impunemente, dopo aver sterminato tutti i marinai. La banda, che ha base nella malfamata "Taverna della Giamaica", è guidata dal taverniere Joss (Leslie Banks): ma all'insaputa dei suoi stessi uomini, egli è al soldo del nobile sir Humphrey Pengallan (Charles Laughton), il giudice di pace locale, che gli fornisce informazioni sulle rotte delle navi e nelle cui tasche finisce la maggior parte del bottino. L'arrivo nella taverna della giovane Mary (Maureen O'Hara, al primo ruolo importante della sua carriera), nipote orfana della moglie di Joss, Patience (Marie Ney), cambierà gli equilibri, anche perché la ragazza aiuterà – sia pure un po' controvoglia, non volendo coinvolgere la zia – Jem Traherne (Robert Newton), un agente al servizio del re che si è introdotto sotto copertura nella banda per smascherarne il vero capo. L'ultimo film di Hitchcock in patria prima del "gran balzo" a Hollywood, tratto da un romanzo di Daphne Du Maurier, è decisamente un lavoro in chiave minore, con una trama da fumetto o da romanzo avventuroso di serie B che solo a tratti riesce a tenere lo spettatore sulle spine. I critici dell'epoca, che non apprezzarono il tono della pellicola (più leggero rispetto alla cupezza del romanzo), lo considerarono "un film di Charles Laughton più che di Hitchcock", e a ben ragione: nonostante il cast piuttosto ampio, l'esuberante attore inglese – anche co-produttore – domina la scena nel ruolo del cattivo (molto ampliato rispetto al romanzo, dove fra l'altro era un prete e non un magistrato), avido e folle, a discapito di una protagonista femminile debole e poco caratterizzata, benché ricordi altri personaggi hitchcockiani che rimangono coinvolti in vicende più grandi di loro. Non mancano comunque spunti interessanti, a partire dall'ambiguità di molti personaggi, combattuti fra il bene e il male (come gli zii della protagonista). E il regista, come sempre, si diverte a caratterizzare con pochi tocchi anche le figure minori, dai vari membri della banda di Joss alla servitù di sir Humphrey (in particolare il valletto Chadwick, interpretato da Horace Hodges), creando un affresco tutto sommato gradevole e sottovalutato, se pur poco originale, anche grazie all'ambientazione e all'atmosfera quasi gotica. Hitchcock – che aveva accettato di dirigere il film, oltre che per il lauto compenso, anche per "rafforzare" i rapporti con la Du Maurier, della quale intendeva adattare un altro romanzo, "Rebecca", per il suo esordio a Hollywood – ebbe a lamentarsi delle continue interferenze di Laughton, che modificò a proprio piacimento la sceneggiatura e la caratterizzazione del suo personaggio. L'attore riporterà con sé la O'Hara in America per girare "Notre Dame".

12 dicembre 2015

La signora scompare (Alfred Hitchcock, 1938)

La signora scompare (The Lady Vanishes)
di Alfred Hitchcock – GB 1938
con Margaret Lockwood, Michael Redgrave
***

Visto in divx alla Fogona.

A bordo di un treno che sta attraversando il piccolo stato centro-europeo di Bandrika, la giovane Iris (Lockwood) scopre che Miss Froy (May Whitty), anziana governante che viaggiava con lei e che aveva conosciuto poco prima, è misteriosamente scomparsa. A rendere la cosa ancor più strana è il fatto che nessuno degli altri passeggeri ricorda di averla mai vista, e anzi molti negano addirittura che sia esistita. Che si tratti di un complotto, oppure – come suggerisce un eminente psichiatra (Paul Lukas) presente sul convoglio – del frutto dell'immaginazione della ragazza? Il penultimo film realizzato da Hitchcock in Gran Bretagna, forse uno dei suoi migliori di questo periodo, è uno spigliato thriller con venature di commedia che attraversa più fasi, dal lungo incipit che presenta i vari personaggi nella locanda fra le montagne dove trascorrono la notte, non privo di momenti comici, fino alle sequenze d'azione nel finale, trasformandosi lentamente lungo il percorso in una vicenda di spionaggio. Scopriremo infatti che l'anziana signora è stata fatta sparire da agenti nemici, e che tutti coloro che mentono sulla sua esistenza hanno un motivo per farlo e per non essere coinvolti in un'indagine: dalla coppia di amanti clandestini che fa di tutto per mantenere un basso profilo (Cecil Parker e Linden Travers) ai due gentlemen inglesi appassionati di cricket (Basil Radford e Naughton Wayne) che vogliono solo giungere a destinazione in tempo per non perdere la coincidenza e recarsi ad assistere a una partita (due personaggi, questi ultimi, che si dimostrarono talmente popolari da tornare in numerose altre pellicole britanniche negli anni successivi – da "Night Train to Munich", anch'esso ambientato quasi tutto su un treno, a "Due nella tempesta" – e persino in una serie televisiva dedicata completamente a loro, "Charters and Caldicott"). Iris riuscirà a svelare il mistero con l'aiuto di Gilbert (Redgrave), un impertinente musicologo e studioso di danze popolari di cui – dopo un inizio all'insegna dei bisticci – si innamorerà, e per il quale manderà anche all'aria il matrimonio combinato che l'aspettava in patria. E proprio a una melodia popolare (che nasconde un messaggio in codice) è legata la misteriosa sparizione di Miss Froy. Curiosa la scelta di ambientare la storia in un paese fittizio, anche se è evidente che si tratti di uno stato alleato della Germania nazista. Dopo che gli ultimi tre film del regista erano andati male al botteghino, in questo caso il successo di pubblico fu enorme, al punto che il film fece registrare il maggior incasso per Hitchcock fino a quel momento, convincendo definitivamente i produttori americani a portarlo a Hollywood.