Visualizzazione post con etichetta Wrestling. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Wrestling. Mostra tutti i post

8 dicembre 2011

Chi tocca il giallo muore (R. Clouse, 1980)

Chi tocca il giallo muore (The big brawl, aka Battle Creek Brawl)
di Robert Clouse – USA 1980
con Jackie Chan, Kristine DeBell
**

Rivisto in DVD.

Nella Chicago degli anni trenta, il giovane immigrato cinese Jerry Kwak si batte per difendere il ristorante del padre dal racket della mafia: per proteggere i suoi cari e restituire la libertà alla fidanzata del fratello, rapita dai gangster, accetta di prendere parte a un torneo di lotta libera che si terrà nelle strade di Battle Creek, in Texas. Diretto dallo stesso regista che aveva portato Bruce Lee al successo in occidente con "I tre dell'operazione drago", il film rappresenta il primo tentativo di esportare Jackie Chan e le sue arti marziali comico-funamboliche in America. La pellicola, però, passò sostanzialmente inosservata. Negli anni seguenti Jackie – che nel frattempo proseguiva in patria una carriera sensazionale – si limitò a fare alcune comparsate in occidente come comprimario (per esempio nei due "Cannonball Run") prima di riprovarci nel 1985 con "The protector", che fu un altro flop. Soltanto nel 1995, con "Terremoto nel bronx", e poi in maniera più regolare a partire dal 1998, con "Rush hour", riuscì finalmente a conquistare il box office statunitense. La pellicola, in ogni caso, non è poi malvagia: il ritmo è buono, i combattimenti (ma anche le sequenze degli allenamenti) nella prima metà sono ben fatti e lasciano spazio all'estro di Jackie, mentre la parte finale – quella del torneo – è più ingessata e non si discosta dallo stile tradizionale dei film d'azione americani dell'epoca: siamo più dalle parti del wrestling (e infatti molti dei variopinti lottatori di varie nazionalità che partecipano al "big brawl" sono interpretati proprio da wrestler) che da quelle delle arti marziali. Da segnalare la lunga sequenza della corsa sui pattini a rotelle, così come la partecipazione, in ruoli minori, di attori come José Ferrer (il boss mafioso Dominici), Mako (lo zio chiropratico di Jerry, nonché suo istruttore di arti marziali) e Rosalind Chao (la ragazza rapita). Kristine DeBell, che interpreta la fidanzata di Jerry, era una modella, apparsa anche sulla copertina di "Playboy".

5 gennaio 2011

Chameli ki shaadi (B. Chatterjee, 1986)

Chameli ki shaadi
di Basu Chatterjee – India 1986
con Anil Kapoor, Amrita Singh
*1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Considerato un classico della commedia romantica bollywoodiana e ambientato in una piccola cittadina dell'Uttar Pradesh, racconta la tormentata storia d'amore fra Charandas, spiantato e perdigiorno lottatore di wrestling (il cui maestro gli ha ordinato di non pensare alle ragazze prima di aver compiuto 40 anni!), e la vivace studentessa Chameli, figlia di un ricco mercante di carbone. Nonostante l'opposizione delle rispettive famiglie e le differenze di casta (i genitori di Chameli giungono persino a rinchiuderla in casa pur di non farla più incontrare con Charandas), i due ragazzi riusciranno a convolare a nozze grazie agli intrighi e alla complicità di compagni e amici, in particolare dello scaltro avvocato Harish, consigliere di Charandas, e di Anita, compagna di scuola di Chameli. Se il plot è scontato e prevedibile (siamo di fronte alla solita variazione su "Romeo e Giulietta", stavolta con lieto fine), il film è ravvivato dalle immancabili canzoni (nulla di speciale, comunque) e dai balletti (con coreografie particolarmente oniriche o surreali), da numerosi momenti comici e da un certo fascino retrò, tipico delle produzioni hindi. Fra i due protagonisti, però, non c'è particolare alchimia e i personaggi meglio riusciti sono quelli di contorno, come l'avvocato Harish (Amjad Khan) e il padre della ragazza (Pankaj Kapur).

8 settembre 2010

Symbol (Hitoshi Matsumoto, 2009)

Symbol (id.)
di Hitoshi Matsumoto – Giappone 2009
con Hitoshi Matsumoto, David Quintero
***

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Un uomo, vestito con un buffo e colorato pigiama a pallini, si risveglia in un'enorme stanza bianca, senza soffitto e priva di uscite. Presto scoprirà che le migliaia di interruttori che ricoprono le pareti – dei quali non rivelerò qui la natura, uno dei tanti sberleffi di cui si compone il film – fanno materializzare ciascuno un diverso oggetto nella stanza ("materializzare" per modo di dire: si apre uno sportellino e qualcuno ce lo getta dentro!): troverà il modo per uscire? Nel frattempo, in Messico, un wrestler professionista di mezza età si prepara a un difficile incontro sul ring, sostenuto dal vecchio padre e dal giovane figlio (mentre un'altra bizzarra figlia è diventata una suora che guida in maniera spericolata – con sigaretta e occhiali da sole – il suo fuoristrada nel deserto)...

Ormai soltanto in Giappone fanno film così! In una successione di situazioni folli, surreali ed esilaranti, il secondo lungometraggio del comico Hitoshi Matsumoto (dopo il mockumentary "Big Man Japan") soprende a ogni svolta narrativa ed è talmente imprevedibile da catturare l'attenzione (e la curiosità) dello spettatore sin dalla prima inquadratura, per non mollarla più. Per quasi tutta la durata della pellicola si alternano due fili narrativi che non potrebbero sembrare più distanti l'uno dall'altro, fino a quando capiremo qual è il principale e quale lo scopo recondito dell'altro. Se il segmento messicano fonde il realismo della messa in scena con temi e trovate colorite che paiono uscite da un fumetto di Jaime Hernandez, l'ambientazione allucinata e fantastica della stanza bianca, una specie di art performance sorretta dalla formidabile mimica e dalla comica presenza dello stesso Matsumoto, ricorda alla lontana – ma in chiave ironica e non horror – "Cube", mentre il finale si tinge di surrealismo metafisico e new age, quasi alla "2001: Odissea nello spazio". Imperdibili, fra le altre cose, i siparietti musicali e fumettistici con cui il protagonista espone allo spettatore i suoi piani di fuga. In ogni caso, oggi è raro trovare un film che, nel bene e nel male, stupisca dall'inizio alla fine: da vedere!

9 marzo 2010

Man on the moon (M. Forman, 1999)

Man on the moon (id.)
di Miloš Forman – USA 1999
con Jim Carrey, Danny DeVito
***1/2

Rivisto in DVD, con Giuseppe, Giovanni e Rachele.

Andy Kaufman è stato un comico americano (anche se lui non si definiva tale, bensì showman – per la precisione "song and dance man" – e si vantava di non aver mai dovuto raccontare una barzelletta per far ridere il pubblico), divenuto celebre per la capacità di disorientare gli spettatori con comportamenti e messinscene ai limiti della provocazione e un umorismo incompreso e alternativo. Fra litigi in diretta (dove non era facile capire se gli insulti fossero fasulli o meno), spettacolari incontri di wrestling (per lo più contro donne, ma anche contro veri lottatori), sfoggio di personalità multiple (la più celebre era il cantante litigioso e volgare Tony Clifton, interpretato a volte anche dall'amico Bob Zmuda in modo da lasciar credere che si trattasse di un personaggio reale) e performance spiazzanti per l'apparente assenza di comicità (durante uno spettacolo arrivò a leggere ad alta voce "Il grande Gatsby" di Scott Fitzgerald per intero), ha diviso le platee degli anni settanta e ottanta, trovando modi sempre nuovi per sorprendere il pubblico. Artista originale ed eclettico, da lui era lecito aspettarsi di tutto, al punto che non pochi hanno dubitato della sua morte per un tumore ai polmoni nel 1984, all'età di soli 35 anni, e ritengono che sia ancora vivo e nascosto sotto una falsa identità, proprio come quell'Elvis Presley del quale faceva un'eccellente imitazione a inizio carriera. Da noi era noto per la sua partecipazione (controvoglia) alla sitcom "Taxi" nel ruolo di Latka, ingenuo meccanico immigrato che potrebbe aver ispirato il "Borat" di Sacha Baron Cohen. L'ottimo Forman, specializzato in biografie di personaggi geniali ed eccentrici (da "Amadeus" a "Larry Flint"), ne racconta la vita con un bel film che è al contempo un omaggio sincero e commovente all'artista e un ritratto dissacratorio dello show business dell'epoca, e si affida completamente all'estro di Jim Carrey: l'attore, grande fan di Kaufman e nato il suo stesso giorno, il 17 gennaio, dimostra una volta di più di essere – quando vuole – un interprete di altissimo livello.

Ma chi era il vero Kaufman e qual era la sua personalità più autentica? È difficile stabilirlo, visto che l'anticonformista Andy era una miniera di contraddizioni: oscillava tra una maschera aggressiva e l'amore per la meditazione trascendentale, e lasciava che la finzione dominasse continuamente anche la sua vita privata. E dunque la pellicola non può che incentrarsi soprattutto sulla sua carriera artistica, di cui ripropone i principali momenti clou, ricostruendoli con grande cura (provate a confrontare le scene del film con gli spezzoni del vero Kaufman su YouTube, per esempio le sue memorabili apparizioni televisive), e nel finale rende omaggio al mito della sua "finta morte" mostrando un'esibizione di Tony Clifton (che canta "I will survive"!) avvenuta un anno dopo la sua dipartita. Effettivamente, anche nella realtà Clifton è comparso in pubblico dopo il 1984, ma si suppone che sotto i suoi panni si celasse Bob Zmuda (che invece Forman inquadra tra la folla) o addirittura il fratello di Andy, Michael. Geniale anche la scena iniziale, nella quale Kaufman/Carrey annuncia che il film è venuto male perché "tutte le cose più importanti della mia vita sono state cambiate per motivi drammaturgici" e che pertanto il film è già finito, invitando gli spettatori ad andarsene mentre scorrono i titoli di coda, accompagnati dal disco con la sigla del telefilm di Lassie. Dopo alcuni secondi di schermo buio, si riaffaccia dal bordo dell'inquadratura e spiega che lo ha fatto per sbarazzarsi di coloro che comunque non lo avrebbero apprezzato: ora il film può davvero cominciare. Numerosi personaggi che hanno conosciuto Kaufman recitano nella parte di sé stessi (da David Letterman al wrestler Jerry Lawler, da Christopher Lloyd a Paul Shaffer) o in ruoli minori (l'agente George Shapiro, lo stesso Bob Zmuda). Il cast comprende anche Danny DeVito, Courtney Love e il bravissimo Paul Giamatti nei panni della spalla di Andy. Il titolo del film è lo stesso della canzone che i R.E.M. hanno dedicato a Kaufman (e alle teorie del complotto).

22 luglio 2009

Calamari wrestler (M. Kawasaki, 2004)

Calamari wrestler (Ika resuraa)
di Minoru Kawasaki – Giappone 2004
con Osamu Nishimura, Kana Ishida
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli, con Monica, Roberto, Marco ed Elena.

Il giovane lottatore Taguchi ha appena conquistato il titolo nazionale della federazione Super Japan Pro Wrestling, quando all'improvviso sul ring sale un... calamaro gigante che lo sfida e gli strappa la cintura! Comincia da qui un film che sembrerebbe seguire il classico schema delle pellicole sportive (allenamenti, sfide, rivincite, momenti di difficoltà e vittoria finale) se non fosse per la demenziale trovata di metterci un cefalopode come protagonista. Il bello è che tutti i personaggi, a parte un primo attimo di sbigottimento, accettano la cosa senza particolari problemi ("È un preconcetto delle menti mediocri pensare che i calamari possano vivere solo in acqua"): e dunque vediamo il calamaro che viene intervistato dai giornalisti, che va a fare la spesa, che si allena (in un tempio buddista!) e che ha una storia d'amore con una ragazza che ha riconosciuto in lui il suo ex fidanzato, con tanto di momenti strazianti e strappalacrime. L'invertebrato, dall'aspetto tenero e incazzoso allo stesso tempo, è interpretato da un attore in un evidente costume di gomma (una lunga tradizione del cinema nipponico, per fortuna – a quanto pare – non accantonata con l'arrivo delle tecniche digitali), e lo stesso vale per i suoi successivi rivali, un lottatore-piovra e un pugile-crostaceo. Girato con pochi mezzi e ancor meno senso del ridicolo, è naturalmente un film da gustare a cervello spento, senza badare alla qualità di regia e recitazione e senza spirito critico (uno dei personaggi, a proposito di un plot twist nel finale, ha persino il coraggio di commentare "È difficile da spiegare razionalmente"). Oltre che ai fan del cinema trash, ha tutto per piacere anche agli appassionati di wrestling, del quale non è solo una parodia ma anche un sentito omaggio: nel personaggio di Godozan, per esempio, si può riconoscere il leggendario Rikidozan, la prima star nipponica della disciplina. Lo stesso regista ha realizzato in seguito altri film su animali umanizzati (un genere in cui si può inserire, volendo, anche "Porco rosso"), come "Executive Koala" o "Crab Goalkeeper".

10 marzo 2009

The wrestler (D. Aronofsky, 2008)

The wrestler (id.)
di Darren Aronofsky – USA 2008
con Mickey Rourke, Marisa Tomei
***

Visto al cinema President.

Dopo aver toccato vent'anni prima l'apice della propria carriera in un incontro ancora leggendario, il wrestler Randy "The Ram" Robinson sopravvive alternandosi fra piccoli lavori e match fra vecchie glorie in palazzetti di quart'ordine. Rimasto solo (cerca inutilmente di riallacciare un rapporto con la figlia), malandato (dopo un infarto, i medici gli hanno proibito di combattere ancora) e ancorato al passato (fra canzoni degli anni ottanta – "gli anni novanta sono stati uno schifo" – e pupazzetti e videogiochi che gli ricordano i suoi giorni di gloria), l'unica cosa che può fare è rialzarsi e continuare a combattere: in fondo il ring è l'unico posto dove The Ram non si senta rifiutato. Devastante ritratto di un personaggio crepuscolare e patetico, che cerca di sopravvivere in un mondo dove non ci sono buoni o cattivi ma solo vincenti o perdenti e dove la solitudine è il peggior nemico, il film non offre facili scorciatoie o concessioni alla retorica e al sensazionalismo (anche se le sequenze melodrammatiche con la figlia le ho mal digerite). Aronofsky contribuisce al buon risultato tenendo parzialmente a freno il suo stile ruffiano e mettendosi per una volta completamente al servizio del personaggio, restandogli continuamente attaccato, seguendolo da vicino ma anche riprendendolo spesso di spalle, come a non voler svelare del tutto le sue espressioni mentre avanza lungo il cammino della vita (evidenti le similitudini fra l'ingresso nelle arene sportive e quello al bancone del supermercato); Rourke, di suo, ci mette invece il viso disfatto, la pelle lacerata e una recitazione intensa e sincera, anche se tutta corporea (motivo per il quale non me la sento di dar torto ai giurati dell'Academy che hanno preferito assegnare l'Oscar a un'interpretazione più completa come quella di Sean Penn in "Milk"), riuscendo però a tirar fuori dalla sua "carne maciullata" anche sorrisi e lacrime. Magnifiche certe battute (come quelle sul film "La passione di Cristo") e divertenti i momenti in cui i wrestler si accordano nel backstage sulle mosse da eseguire. Ma anche se tutto è finto, il sangue e le ferite sono veri. Complimenti infine alla quarantacinquenne Marisa Tomei, brava e coraggiosa nei panni dell'amica-spogliarellista alla quale Randy si appoggia come possibile ancora di salvezza: fra i due personaggi, entrambi sul viale del tramonto nelle rispettive carriere, c'è più di un parallelismo. Il Leone d'Oro al festival di Venezia è senza dubbio meritato: ma quanto è dipeso dalla mediocrità degli altri film in concorso?