30 gennaio 2020

Operazione pirati (Jackie Chan, 1983)

Project A - Operazione pirati ('A' gai waak)
di Jackie Chan [e Sammo Hung] – Hong Kong 1983
con Jackie Chan, Sammo Hung, Yuen Biao
***1/2

Rivisto in DVD.

Alla fine del diciannovesimo secolo, il crudele Sarpeg (Dick Wei) e la sua ciurma di pirati terrorizzano le acque del Mar della Cina. A sconfiggerli ci penserà la guardia costiera di Hong Kong, guidata dal coraggioso sergente Thomas (Jackie Chan), dopo aver appianato le rivalità con il poliziotto David (Yuen Biao) e aver assoldato anche il ladruncolo Moby (Sammo Hung). Forse il capolavoro di Jackie Chan (qui anche regista e sceneggiatore), insieme al successivo "Police story": la summa del suo cinema che mescola in maniera irresistibile azione e commedia, spericolate coreografie (con alcuni stunt ad altissima pericolosità) e gag demenziali. Reduce già da diversi successi di pubblico in patria (ma anche dalla delusione per i primi tentativi poco riusciti di sfondare in occidente), Jackie mette in cantiere il suo film più ambizioso fino a quel momento: predispone uno script che gli permette di dar sfogo a tutto il suo estro e la sua fantasia, ambienta la vicenda in un periodo ben preciso della storia della colonia britannica (a differenza della maggior parte dei gongfupian che erano collocati in un'epoca passata ambigua e generica) e chiama ad affiancarlo i due "fratelli" con cui aveva condiviso da ragazzino i duri allenamenti alla scuola dell'Opera di Pechino, vale a dire Yuen Biao (che aveva già avuto una particina nel precedente "Il ventaglio bianco") e Sammo Hung (che, non accreditato, ha anche collaborato alla regia per le scene d'azione). L'enorme successo che ne conseguirà darà il via al periodo più fortunato (artisticamente parlando) della carriera di Chan, mentre il terzetto, che qui appare insieme per la prima volta, continuerà a recitare (e combattere) affiancato per tutti gli anni ottanta (in titoli come "Il mistero del conte Lobos", "Dragons forever" e il ciclo delle Lucky Stars), mantenendo nel doppiaggio italiano i nomi Thomas, David e Moby come se si trattasse sempre degli stessi personaggi, persino in epoche diverse (in originale i tre si chiamano rispettivamente Dragon Ma, Hong Tin-tzu e Zhuo Yifei). Una curiosità anche sul titolo originale, "Project A": Jackie volle che fosse il più vago e anonimo possibile per evitare che le case di produzione concorrenti, sapendo che stava girando un film sui pirati, realizzassero in fretta e furia altre pellicole sullo stesso tema per anticiparne l'uscita e bruciarlo al box office. È una procedura consueta, anche per Hollywood, soltanto che di solito poi il titolo provvisorio viene cambiato, e qui invece è rimasto fino alla fine.

Ricchissimo di scene d'azione, di combattimenti e inseguimenti, ma anche di momenti in cui i personaggi interagiscono fra loro e con l'ambiente, il lungometraggio colpisce anche per la cura riservata ai costumi e alle scenografie (molto superiore a quella dei prodotti simili realizzati fino ad allora, pure al netto di alcuni anacronismi e concessioni a fini comici o narrativi) e può essere diviso essenzialmente in tre parti. Nella prima assistiamo alla rivalità (e alle risse!) fra i membri della guardia costiera e quelli della polizia di Hong Kong, i cui comandanti (rispettivamente Lau Hak-suen e Kwan Hoi-san) sono ai ferri corti. Quando la prima viene smantellata per mancanza di navi (che i pirati hanno fatto esplodere mentre erano ancora in porto!), tutti i marinai sono costretti ad arruolarsi nella polizia e sottostare a un duro addestramento agli ordini di David, nipote del capo della polizia: ne consegue una serie di sketch comici di vario genere, prima che fra Thomas e David si cementi il reciproco rispetto. La sezione centrale introduce Moby, il ladro assoldato da un gruppo di gangster per procurare una partita di fucili da vendere ai pirati: vecchio amico di Thomas, cercherà di coinvolgerlo nel furto con l'inganno, ma i due dovranno dovranno vedersela con i banditi in una folle fuga per le stradine e i vicoli della vecchia Hong Kong. Questa sequenza ha il suo culmine in alcuni dei momenti più iconici di tutto il cinema di Jackie Chan, l'inseguimento in bicicletta (mitica la gag del sellino!) e soprattutto la famigerata caduta dalla torre dell'orologio (che inizia come una citazione evidente da "Preferisco l'ascensore" con Harold Lloyd). Una scena, quest'ultima, che nel film viene mostrata due volte (non si tratta però della stessa ripresa da angolazioni diverse, ma di due diversi stunt, ovviamente realizzati come sempre in prima persona, senza ricorrere a trucchi o a controfigure), seguita da un terzo tentativo (andato male!) nei blooper sui titoli di coda. L'intenzione era quella di rallentare la caduta per mezzo dei teloni sottostanti: ma Jackie urtò la schiena sulle sbarre di ferro che reggevano i suddetti teloni e finì rovinosamente a terra, infortunandosi al collo e rischiando, se non la morte, almeno la paralisi! L'ultima parte del film, infine, mette in scena lo scontro con i pirati, che nel frattempo hanno preso come ostaggi un gruppo di inglesi: i nostri eroi si introducono nel loro covo travestiti e li sgominano a colpi di arti marziali, fucili e granate!

Pur nella sua complessità, a tratti si ha quasi l'impressione che la trama sia solo un pretesto per mettere in scena elaborati sketch e acrobazie, che portano alle estreme conseguenze quel kung fu realistico e da strada che Jackie aveva già messo in mostra nelle pellicole precedenti, su tutte quelle dirette da Yuen Woo-ping e da lui stesso. Si tratta di combattimenti anarchici e "sporchi", dove l'ambiente e gli scenari stessi sono protagonisti al pari dei corpi dei contendenti, dove le risse disorganizzate e le mosse improvvisate (ma in realtà è tutto frutto di un'accurata coreografia) sono al servizio di momenti comici o ad alta intensità emotiva. Lo spettatore ha l'impressione che l'intera azione si dipani casualmente o in maniera estemporanea, salvo ricredersi di fronte agli istanti che confermano la vocazione teatrale e circense che sottende il tutto. Jackie non è Bruce Lee, non ambisce a uno stile di combattimento formale e rigoroso, bensì a rendere spettacolare e soprattutto divertente ogni singola scena, e trova qui in Sammo Hung e Yuen Biao (ma anche negli altri comprimari e negli stuntmen, da Mars a Dick Wei) i complici ideali. Il combattimento finale con il capo dei pirati ne è un esempio, e stupisce fra l'altro per la mancanza di fair play dei "buoni" (al cui confronto i "cattivi" sono ben più leali: la divisione fra bene e male risiede solo nei ruoli rivestiti, non nello stile delle azioni): i nostri eroi lo affrontrano in tre contro uno, e per sconfiggerlo non esitano ad avvolgerlo in un tappeto e a lanciarvi dentro una granata! Dopo aver segnalato la presenza di diverse gag verbali (come quelle sulla parola d'ordine per entrare nel covo dei pirati: "Le botte no!", "Le stelle sono nel cielo!") e di alcune perle del doppiaggio italiano ("Un vecchio proverbio inglese dice: se la tigre è inquieta, buttagli un pezzo di carne sanguinolenta, vedrai che si calmerà"), concludo ricordando la partecipazione di Isabella Wong (Winnie, la figlia dell'ammiraglio), di Hoi Sang Lee e di Wong Wai. L'accattivante marcetta che fa da tema ricorrente è cantata dallo stesso Chan: si tratta forse del primo film dell'attore con una colonna sonora (di Michael Lai) composta appositamente e non "riciclata" da altre pellicole (ma il brano diegetico che dà il via alla rissa nel locale ricorda la quinta sinfonia di Beethoven!). Quattro anni più tardi uscirà un sequel, senza però Yuen Biao e Sammo Hung.

29 gennaio 2020

Inferno (Dario Argento, 1980)

Inferno
di Dario Argento – Italia 1980
con Leigh McCloskey, Eleonora Giorgi
**1/2

Visto in divx.

La newyorkese Rose Elliot (Irene Miracle) rimane colpita da un libro acquistato in una bottega d'antiquariato, "Le tre madri", scritto dal misterioso architetto e alchimista Emilio Varelli, che avrebbe costruito tre dimore (una a New York, appunto, e le altre a Roma e a Friburgo) per altrettante streghe, chiamate Mater Tenebrarum, Mater Lacrimarum e Mater Suspiriorum. Quando la ragazza scompare all'improvviso, suo fratello Mark (Leigh McCloskey), studente di musicologia a Roma, vola a New York per indagare, e scopre che il palazzo dove viveva nasconde inquietanti presenze... Sequel spirituale di "Suspiria" (che con questo e la successiva "Le tre madri", uscito soltanto nel 2007, forma appunto una sorta di trilogia horror soprannaturale, ispirata al romanzo "Suspiria De Profundis" di Thomas de Quincey), uno dei film più barocchi e visionari di Dario Argento, realizzato quando il regista era all'apice della fortuna critica: tanto l'aspetto visivo è affascinante e inquietante, però, tanto la trama è confusa e ingenua o, più precisamente, irrilevante. Le varie sequenze sono spesso fini a sé stesse, nemmeno legate da un filo conduttore, e le azioni dei personaggi sono prive di struttura o di logica narrativa. Di fatto non c'è nemmeno un vero protagonista (Mark è una figura del tutto vuota e inconsapevole), e per lunghi tratti la vicenda passa da un personaggio all'altro: da Rose a Sara (Eleonora Giorgi), compagna di studi di Mark a Roma, dall'antiquario con le stampelle Kazanian (Sacha Pitoëff) alla contessa Elise (Daria Nicolodi). Il vasto cast comprende anche Gabriele Lavia (il giornalista Carlo), Alida Valli (la portinaia del palazzo di New York, un condominio degno delle migliori paranoie polanskiane), Leopoldo Mastelloni (l'ambiguo servitore dela contessa), Feodor Chaliapin jr. (il professor Arnold, ovvero Varelli), Veronica Lazar (Mater Tenebrarum) e Ania Pieroni (Mater Lacrimarum). La regia riesce comunque a costruire un'atmosfera ad effetto, grazie soprattutto alla fotografia (di Romano Albani) che, come in "Suspiria", abbonda di luci e di filtri colorati: il risultato è fortemente stilizzato, a volte addirittura astratto e impalbabile, compensando le mancanze strutturali della sceneggiatura. Anche se la tensione latita (rispetto ai precedenti, il film fa sicuramente meno paura), restano infatti impresse numerose sequenze: lo sguardo della ragazza con il gatto, la corsa in taxi sotto la pioggia, l'uomo divorato dai topi, l'incendio finale. Gli effetti visivi sono opera di Mario Bava, aiuto regista insieme al figlio Lamberto. La colonna sonora è di Keith Emerson, ma grande importanza in alcune scene ha anche il coro "Va, pensiero" di Giuseppe Verdi. Poco adatto il titolo (nel film non si parla mai di inferno): se proprio non andava bene l'ovvio "Le tre madri", si poteva ricorrere (in analogia con "Suspiria", incentrato su Mater Suspiriorum) a "Tenebra" (che al plurale, "Tenebre", sarà il titolo del successivo lavoro di Argento, non legato a questa trilogia).

28 gennaio 2020

Stanlio & Ollio (Jon S. Baird, 2018)

Stanlio & Ollio (Stan & Ollie)
di Jon S. Baird – USA/GB 2018
con Steve Coogan, John C. Reilly
***

Visto in TV.

Nel 1953, invecchiati e assenti ormai dalle scene da diversi anni, il duo comico formato da Stan Laurel (Coogan) e Oliver "Babe" Hardy (Reilly) intraprende una tourneé in Gran Bretagna e Irlanda per esibirsi sui palcoscenici di teatri di second'ordine, riproponendo vecchie e nuove gag e numeri di vaudeville, nella speranza di convincere un evanescente produttore cinematografico a finanziare una nuova pellicola (una parodia di "Robin Hood"). Ma il sogno non si concretizzerà, anche perché (nonostante il pubblico non li abbia dimenticati e li ami ancora, accorrendo progressivamente sempre più in massa per vederli recitare dal vivo) i tempi sono cambiati e i manager non hanno più fiducia in loro. Inoltre i due attori sono piagati da problemi di salute e, soprattutto, da vecchi rancori legati alle scelte del passato. Affezionato omaggio e celebrazione della coppia di comici più grande e importante della prima metà del ventesimo secolo (o forse di sempre). Il taglio scelto, quello di raccontare gli anni della vecchiaia e del declino del duo, ma anche quelli del rinsaldamento dell'amicizia e delle riflessioni sul passato, è del tutto giusto: un approccio più tradizionale avrebbe rischiato di produrre una banalità come altri film biografici (si pensi all'ormai dimenticato "Charlot" (Chaplin) di Richard Attenborough). Concentrandosi invece sui loro rapporti e sulle dinamiche dietro le quinte, con l'instancabile Stanlio (la vera spinta motrice e creativa della coppia) che continua a inventare nuove gag e il più fragile Ollio che accetta di esibirle in pubblico in ogni occasione (tanto che, in occasione di un loro litigio, i presenti ridono pensando di trovarsi di fronte all'ennesimo sketch), il film riesce a rappresentare con successo gli alti e i bassi della loro amicizia, che si sovrappone alla relazione professionale e travalica quella dei loro personaggi sul palcoscenico o sullo schermo, in modo a tratti persino toccante ("In quelle storie eravamo soltanto noi due. Ognuno dei due aveva l'altro", spiega Laurel). E in un certo senso celebra anche la fine di un'epoca d'oro del cinema stesso. Da notare come (giustamente) il doppiaggio italiano abbia affibbiato ai protagonisti, nella vita di tutti i giorni, delle voci "normali": i tanto celebri e buffi accenti con cui parlano i loro personaggi (una peculiarità delle versioni straniere dei loro film, nata perché – agli albori del cinema sonoro – erano loro stessi a parlare in lingue diverse a seconda dei mercati in cui le pellicole venivano distribuite, e tali accenti furono poi conservati dai doppiatori professionisti) si odono soltanto durante le recite e gli sketch. Per semplicità, la sceneggiatura romanza un po' alcuni eventi: sembra quasi che dopo la "rottura" di Laurel con Hal Roach del 1937 (mentre Hardy rimase con quest'ultimo, essendo ancora sotto contratto) la coppia si sia separata, mentre nella realtà continuarono a girare film insieme fino al 1945 (abbandonando Roach solo nel 1940). Il tanto citato "film con l'elefante", ovvero "Ollio sposo mattacchione" (in originale "Zenobia"), girato dal solo Hardy con Harry Langdon in sostituzione di Laurel, fu solo una breve parentesi, senza le pesanti conseguenze che qui si vogliono suggerire. Se la confezione (regia e fotografia) è funzionale alla narrazione ma senza particolari guizzi, straordinari sono invece i due interpreti, vero punto di forza della pellicola, che si calano nella parte in maniera assolutamente convincente, anche grazie all'ottimo lavoro di trucco. Nel cast anche Shirley Henderson e Nina Arianda (Lucille e Ida, rispettivamente le mogli di Hardy e di Laurel), Rufus Jones (l'impresario inglese) e Danny Huston (Hal Roach).

27 gennaio 2020

Un sogno chiamato Florida (S. Baker, 2017)

Un sogno chiamato Florida (The Florida Project)
di Sean Baker – USA 2017
con Brooklynn Prince, Bria Vinaite, Willem Dafoe
**

Visto in TV.

La giovane Halley (Bria Vinaite) abita con la figlia di sei anni Moonee (Brooklynn Prince) in un motel alla periferia di Orlando, in Florida, non lontano dai parchi di divertimenti di Disney World. Mentre la bambina passa il tempo a correre in giro con i suoi amici, combinando piccoli e grandi guai e facendo spesso infuriare il direttore del motel, Bobby (Willem Dafoe), e gli altri residenti, la madre cerca in ogni modo di guadagnare il denaro necessario al suo mantenimento e a pagare l'affitto della stanza. Come nei precedenti lavori di Baker ("Starlet" e "Tangerine"), oltre ai personaggi la vera protagonista è l'ambientazione, in questo caso le strade e le periferie disagiate a pochi passi dal lusso e dai divertimenti di Disney World, che nel film non si intravedono mai se non da lontano. La struttura è comunque episodica, con una pronunciata attenzione verso il realismo e lo "slice of life": è il tipico film dove conta più l'atmosfera che circonda i personaggi che non la trama, quasi inesistente. Per molti versi ricorda "Last resort" di Pawlikowski, che comunque era migliore. Man mano che procede, infatti, si fa più melodrammatico e comincia a sembrare finto, fra luoghi comuni e personaggi troppo "costruiti". Ma forse per apprezzarne maggiormente la spontaneità (molte scene sono state improvvisate, lasciando ampio spazio ai giochi dei bambini, oppure – come quelle della vendita dei profumi – girate in strada con una videocamera nascosta) bisognerebbe vederselo in lingua originale: la versione italiana è infatti funestata da un pessimo adattamento, pieno di calchi dall'inglese e di falsi amici, accompagnato da un altrettanto pessimo doppiaggio (fastidiose, in particolare, le voci impostate e sempre urlanti dei bambini).

25 gennaio 2020

1917 (Sam Mendes, 2019)

1917 (id.)
di Sam Mendes – GB/USA 2019
con George MacKay, Dean-Charles Chapman
***

Visto al cinema Colosseo.

Nell'aprile del 1917, sul fronte occidentale nel nord della Francia durante la Grande Guerra, due soldati inglesi di fanteria (MacKay e Chapman) vengono incaricati di attraversare la terra di nessuno, apparentemente abbandonata dal nemico, per raggiungere le truppe che stanno per affrontare i tedeschi, ritiratisi oltre la Linea Hindenburg, e consegnare l'ordine di fermare l'attacco prima di cadere in una trappola (i tedeschi stavano mettendo in atto la cosiddetta Operazione Alberico), salvando così le vite di 1600 soldati, compreso il fratello di uno di loro. Ispirato ai racconti del suo nonno paterno Alfred Mendes, che aveva combattuto proprio sul fronte francese, il regista realizza un film epico, emozionante e tecnicamente spettacolare, dove la forma sovrasta la (pur rilevante) sostanza. L'intera pellicola è infatti girata in piano sequenza (a dire il vero con alcuni "montaggi invisibili" realizzati attraverso il digitale, in maniera non dissimile da quanto Iñárritu aveva fatto in "Birdman" e Hitchcock, con metodi invece più tradizionali, in "Nodo alla gola") e si svolge in tempo reale (se si eccettua un periodo di poche ore in cui uno dei personaggi perde conoscenza). Come risultato, lo spettatore si ritrova totalmente immerso nell'azione e partecipa alla missione insieme ai protagonisti, anche se in certe sequenze l'effetto è quasi quello di un videogioco, il che indebolisce un po' la tensione. Per il resto, la guerra appare per tutto quello che ha da offrire: morte, distruzione, desolazione, orrore, fra cadaveri (di uomini e di animali), fattorie e città completamente distrutte, barlumi di umanità residua in mezzo a crudeli carneficine. E l'eroismo non nasce dal compiere imprese eroiche, ma dal fare il proprio dovere e quello che impone la coscienza: i due protagonisti non partono in missione per lanciare un'offensiva ma per fermarla, non per vincere una battaglia ma semplicemente per non perderla (in questo ricorda altre pellicole di guerra recenti, come "Dunkirk" o "Salvate il soldato Ryan", che parlano di ritirate o di limitazione dei danni anziché di trionfi o vittorie campali). Per due volte, fra l'altro, entrambi i soldati hanno la tentazione di mostrare umanità ed empatia verso un soldato nemico, solo per vedere la decisione ritorcersi contro di loro. Per i due interpreti è un vero e proprio tour de force, e specialmente per MacKay, autentico protagonista della vicenda. In piccoli ruoli di ufficiali si riconoscono Colin Firth, Mark Strong e Benedict Cumberbatch. Magnifica la fotografia di Roger Deakins. La pellicola ha vinto il Golden Globe come miglior film drammatico, e ha ricevuto ben dieci candidature agli Oscar (fra cui miglior film, regista, sceneggiatura e fotografia).

23 gennaio 2020

Monty Python e il sacro Graal (Gilliam, Jones, 1975)

Monty Python e il sacro Graal (Monty Python and the Holy Grail)
di Terry Gilliam, Terry Jones – GB 1975
con Graham Chapman, John Cleese
***1/2

Rivisto in TV, in originale con sottotitoli, per ricordare Terry Jones.

Il primo lungometraggio vero e proprio del gruppo comico britannico dei Monty Python (composto da Graham Chapman, John Cleese, Terry Gilliam, Eric Idle, Terry Jones e Michael Palin), dopo la raccolta di sketch "E ora qualcosa di completamente diverso", è una parodia dei miti di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda, le cui vicende sono trasposte in un medioevo cupo, sporco e del tutto privo del glamour tipico dei lungometraggi hollywoodiani: un medioevo la cui natura fittizia è però rivelata a più riprese, segnatamente nel finale in cui la pellicola viene interrotta bruscamente e sul più bello dall'arrivo della moderna polizia che arresta gli attori e la troupe. Il risultato è un capolavoro di umorismo nonsense, comicità surreale e corrosiva, ironia british e non sequitur, che si alternano su un canovaccio che segue i vari personaggi impegnati nella ricerca del Santo Graal, compito affidato loro direttamente da Dio (che appare in animazione: i disegni e i cartoon sono, come sempre, opera di Terry Gilliam). Tutti i membri del gruppo interpretano diversi ruoli, anche en travesti: ma in particolare Chapman è Re Artù, Gilliam è lo scudiero Patsy (nonché "il vecchio della scena 24", ovvero il guardiano del Ponte della Morte che pone tre domande a chi cerca di passare), Cleese è il coraggioso ma troppo impulsivo Lancillotto (ma anche il bizzarro soldato francese che insulta Artù nei modi più assurdi e inventivi, o lo stregone Tim), Idle è il codardo Sir Robin (sempre seguito da una flotta di menestrelli che ne cantano le "gesta"), Jones è l'astuto Sir Bedevere (che per espugnare un castello escogita la costruzione di un "coniglio di Troia", dimenticandosi però che qualcuno doveva nascondervisi dentro) nonché l'effemminato principe Herbet, e Palin è Sir Galahad "il casto", nonché il capo dei cavalieri che dicono "Tiè!" (ma nell'originale dicono "Ni!"). La povertà del budget dà origine a grandi trovate creative: a parte l'uso dell'animazione, da ricordare le noci di cocco che vengono sbattute fra loro per simulare gli zoccoli dei cavalli (un "trucco" che viene scopertamente commentato in una delle prime scene del film), e le scenografie ripetute (i castelli diroccati, tutti uguali, immersi nelle brughiere scozzesi). Innumerevoli comunque le gag, tanto stupide, surreali o grottesche quanto memorabili, sin dai titoli di testa con i loro farlocchi sottotitoli in "svedese" (interrotti più volte dal licenziamento e dalla sostituzione dei responsabili): la discussione sulle rondini che trasportano noci di cocco, il duello contro il Cavaliere Nero, il castello assediato che risponde a colpi di vacche, il cavaliere con tre teste, le due guardie che devono sorvegliare il figlio del re per non farlo uscire dalla stanza, il coniglio feroce a guardia della caverna, il castello di Aaargh, la santa granata... Per la prima volta il gruppo dei Monty Python decide di non ricorrere a un regista esterno (come Ian MacNaughton, che aveva diretto i loro sketch precedenti) ma di fare tutto in famiglia: la pellicola segna così l'esordio alla regia sia per Gilliam (destinato poi a una brillante carriera dietro la macchina da presa) che per Jones. Diventato di culto in patria e negli Stati Uniti, il film ha dato origine anche a un musical teatrale, "Spamalot". Il doppiaggio della versione italiana, a lungo nota semplicemente con il titolo "Monty Python", realizzato dagli attori della compagnia teatrale del Bagaglino (fra cui Oreste Lionello, Bombolo e Pippo Franco), fa ampio uso di dialetti regionali e modifica diverse battute, spesso con allusioni sessuali (in ossequio al genere "boccaccesco" che andava di moda in quel periodo), per fortuna senza alterare più di tanto il senso della storia.

22 gennaio 2020

Venom (Ruben Fleischer, 2018)

Venom (id.)
di Ruben Fleischer – USA 2018
con Tom Hardy, Michelle Williams
**1/2

Visto in TV.

Licenziato ed emarginato per aver fatto domande troppo scomode allo scienziato-imprenditore Carlton Drake (Riz Ahmed) durante un'intervista, il giornalista d'inchiesta Eddie Brock (Tom Hardy) ha l'occasione di riprendere in mano la propria vita dopo essere stato "posseduto" da una creatura aliena, Venom, che lo stesso Drake ha portato sulla Terra: una sorta di parassita malvagio (ma non troppo) con cui entra in simbiosi e che gli dona eccezionali poteri e capacità. La prima pellicola dedicata all'ambiguo antieroe della Marvel, creato graficamente da Todd McFarlane come avversario dell'Uomo Ragno (almeno inizialmente), si presenta in realtà come un lungometraggio stand-alone: non fa infatti alcun riferimento alle varie incarnazioni del Tessiragnatele né all'Universo Marvel nel suo complesso (se si eccettua il consueto cameo di Stan Lee nel finale: c'è invece, curiosamente, una battuta sulla kriptonite!). E la scelta gli giova. Nonostante alcune ingenuità della trama, il film – ambientato a San Francisco – intrattiene e diverte parecchio, ricordando più certe pellicole d'azione degli anni ottanta o dei primi anni duemila che non i lungometraggi Marvel più recenti, troppo pieni di autoreferenzialità e di strizzatine d'occhio. E la fusione fra l'umano Brock e il simbiota Venom, che dialogano mentalmente fra di loro in continuazione, sembra funzionare sullo schermo addirittura più di quando non facesse sulle pagine dei comics. Convincente il cast, con il bravissimo Hardy sugli scudi (che in una scena, in cerca di equilibrio, ascolta un audiolibro di Eckhart Tolle!). Michelle Williams è la sua (ex) fidanzata Anne, avvocata battagliera che a sua volta a un certo punto "veste i panni" di Venom, mostrandocene una variante femminile. Quanto all'antagonista, lo spregiudicato Drake, è evidentemente ispirato a Elon Musk. Il personaggio di Venom era già apparso nel terzo "Spider-Man" di Sam Raimi, ma questa ne è una versione diversa e del tutto nuova. Snobbato dalla critica, il film ha riscosso un buon successo di pubblico, tanto da convincere la Sony a mettere in cantiere un sequel (nella scena post-credits con Woody Harrelson si preannuncia la presenza di Carnage) nonché altre pellicole dedicate a personaggi o villain minori del mondo di Spider-Man (il primo sarà "Morbius").

21 gennaio 2020

Assassinio sul treno (G. Pollock, 1961)

Assassinio sul treno (Murder, she said)
di George Pollock – GB 1961
con Margaret Rutherford, Arthur Kennedy
**

Visto in TV.

Mentre sta tornando a casa in treno, l'anziana Miss Marple assiste a un omicidio che avviene nel vagone di un convoglio che le passa a fianco: un uomo misterioso sta strangolando una donna. Quando comunica il fatto alla polizia non viene creduta, anche perché del presunto cadavere non c'è alcuna traccia. Essendo appassionata di letteratura gialla, decide allora di indagare di persona. E sospettando che il delitto coinvolga gli abitanti di una ricca villa di campagna, la casa degli Ackenthorpe, si fa assumere lì come domestica, trovando non solo il cadavere ma scoprendo anche che qualcuno (dall'interno) intende eliminare i membri della famiglia uno a uno... Dal romanzo di Agatha Christie "Istantanea di un delitto", il primo di un mini-ciclo di quattro film (tutti dello stesso regista) dedicati al personaggio di Miss Marple, investigatrice geniale e dilettante, portata per la prima volta sul grande schermo e interpretata dall'attrice che più di ogni altra la impersonerà nell'immaginario collettivo: la straordinaria e simpaticissima Margaret Rutherford, la cui prova è il punto di forza di una pellicola che per il resto non è nulla di speciale. Gli ingredienti del whodunit ci sono tutti, ma sono svolti senza particolari guizzi, anche perché la sceneggiatura è dispersiva e non approfondisce più di tanto i comprimari o l'intreccio. Bella però l'atmosfera, anche se già ricorda quella di un serial televisivo. Nel cast anche Stringer Davis (il bibliotecario), James Robertson Justice (il patriarca degli Ackenthorpe), Muriel Pavlow e Thorley Walters (due dei sospettati). Lo spigliato tema musicale (che rimarrà lo stesso nei film successivi) è di Ron Goodwin.

20 gennaio 2020

Quel freddo giorno nel parco (R. Altman, 1969)

Quel freddo giorno nel parco (That cold day in the park)
di Robert Altman – USA/Canada 1969
con Sandy Dennis, Michael Burns
**1/2

Visto in divx.

In un freddo giorno d'autunno, la solitaria e repressa Frances (Sandy Dennis) – che vive nella casa di Vancouver un tempo appartenuta alla madre – nota un ragazzo (Michael Burns) seduto su una panchina nel parco di fronte, fradicio sotto la pioggia. Mossa a compassione, lo invita a entrare in casa e gli offre cibo, un letto e un bagno caldo. Il ragazzo non parla, ma sembra accettare di buon grado le offerte della ragazza: e la sua sola presenza basta a riaccendere la spenta Frances, finora priva di ogni vita affettiva (i suoi unici frequentatori sono anziani conoscenti e amici della madre). Scopriremo poi che il misterioso ragazzo in realtà finge soltanto di essere muto: è un hippy che vive alla giornata, che si diverte a ingannare la gente e che occasionalmente fugge dalla casa di Frances (dove lei prova a tenerlo rinchiuso) per tornare a frequentare gli scapestrati amici di un tempo. Nel frattempo la donna lo coccola come un cucciolo, cerca disperatamente il suo affetto e, pur di tenerlo legato a sé, giunge persino ad avventurarsi per la città in cerca di una prostituta per lui... Un film sobrio ma dal particolare fascino, che si fa via via sempre più inquietante (anche per via del ribaltamento di ruoli: si passa dal punto di vista di lei a quello di lui), ben diretto da un Altman agli esordi, grazie anche alla fotografia “brumosa” di László Kovács e alla malinconica musica d'atmosfera di Johnny Mandel. La sceneggiatura (di Gillian Freeman) è tratta da un romanzo di Richard Miles. Eccellenti i due protagonisti (lui sembra quasi uno hobbit!). Edward Greenhalgh è il dottor Stevenson, Luana Anders l'amica Sylvia, Suzanne Benton la prostituta Nina. Nell'edizione italiana mancano diverse scene (tagliate senza motivo se non quello di accorciare la pellicola).

19 gennaio 2020

Estate violenta (Valerio Zurlini, 1959)

Estate violenta
di Valerio Zurlini – Italia 1959
con Jean-Louis Trintignant, Eleonora Rossi Drago
***

Visto in divx.

Luglio 1943: mentre l'Italia vive giorni decisivi per le sorti della guerra, il ventenne Carlo (Trintignant) – che ha evitato finora di andare sotto le armi grazie ai maneggi del padre, gerarca fascista di provincia – raggiunge gli amici a Riccione per un'estate all'insegna del divertimento e del disimpegno. Qui conosce la trentaquattrenne Roberta (Rossi Drago), vedova di guerra, e intreccia con lei una relazione sentimentale, osteggiata da più parti (la famiglia di lei, che non ritiene appropriato mettersi con un ragazzo più giovane, e la gelosia degli amici – e in particolare delle amiche – di lui). Ma gli eventi precipitano con la caduta del governo Mussolini e del fascismo: il padre di Carlo fugge precipitosamente dalla città, la villa di famiglia viene requisita e il giovane viene invitato a presentarsi in caserma per essere arruolato. I due amanti progettano allora di fuggire insieme... Il primo film davvero personale di Zurlini (il secondo in totale, dopo l'esordio con "Le ragazze di San Frediano" di cinque anni prima: in mezzo c'era stato il progetto di "Guendalina", poi diretto da Alberto Lattuada) si ispira a esperienze di gioventù dello stesso regista. Ma anche l'interprete vi apporta qualcosa di suo: Trintignant, al primo film italiano, aveva infatti appena concluso il servizio militare obbligatorio in Algeria. Scritto insieme a Suso Cecchi D'Amico e Giorgio Prosperi, il lungometraggio fonde il tema della relazione "proibita" (per via della differenza di età e delle convenzioni sociali) con la descrizione del momento storico, attraverso le esistenze di personaggi che cercano in ogni modo di dimenticare di trovarsi in un paese in guerra, anche se i fatti (i bombardamenti aerei, le notizie alla radio, la luce che va via) glielo ricordano continuamente. E sullo sfondo dell'amore fra Carlo e Roberta ci sono le dinamiche del gruppo di amici: dalla gelosa Rossana (Jacqueline Sassard), invaghita di Carlo, alla giovane Maddalena (Federica Ranchi), sorella del defunto marito di Roberta. Lilla Brignone è la madre di Roberta, Enrico Maria Salerno il padre di Carlo. Molto belle alcune sequenze dall'atmosfera inquieta e surreale, come in un quadro di De Chirico (il ballo notturno sotto la luce dei ricognitori, quando Carlo e Roberta si baciano per la prima volta, al suolo di "Temptation" cantata da Teddy Reno).

18 gennaio 2020

Le ragazze di San Frediano (V. Zurlini, 1954)

Le ragazze di San Frediano
di Valerio Zurlini – Italia 1954
con Antonio Cifariello, Rossana Podestà
**

Visto in divx.

Andrea Sernesi (Cifariello), detto “Bob” in onore dell'attore hollywoodiano Robert Taylor, è un giovane meccanico dongiovanni e perdigiorno che abita nel quartiere fiorentino di San Frediano, dove divide il suo tempo fra varie conquiste. Corteggia infatti contemporaneamente cinque ragazze, passando da una all'altra con estrema disinvoltura, ma senza il minimo desiderio di legarsi a nessuna di loro. Fra le “vittime” delle sue menzogne e dei suoi inganni ci sono la timida vicina di casa Gina (Marcella Mariani), cui ha promesso di sposarla contando sul fatto che l'animosità fra le rispettive famiglie, sempre in lite per questioni condominiali, impedirà alle nozze di concretizzarsi; la gelosa e intraprendente Tosca (Rossana Podestà), figlia di un attore di teatro; l'ingenua Silvana (Giulia Rubini), insegnante serale fidanzata con un suo amico, alla quale fa credere di essere un corridore professionista sulle due ruote; la ballerina Mafalda (Giovanna Ralli), pronta a rinunciare alla propria carriera per lui; e la ricca stilista francese Bice (Corinne Calvet), che lo vuole come toyboy. Tratto alquanto liberamente dal romanzo omonimo di Vasco Pratolini, il lungometraggio d'esordio di Zurlini – realizzato su commissione dopo diversi documentari – è un affresco di quartiere leggero e spigliato, con un protagonista imbroglione e amorale ma ritratto sempre con una certa simpatia. Peccato per un finale un po' anticlimatico (che è diverso da quello del libro). Piccole parti per Adriano Micantoni, Sergio Raimondi e Giuliano Montaldo.

16 gennaio 2020

Scappo dalla città (Ron Underwood, 1991)

Scappo dalla città - La vita, l'amore e le vacche (City Slickers)
di Ron Underwood – USA 1991
con Billy Crystal, Daniel Stern, Bruno Kirby
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

In crisi di mezza età, tre amici newyorkesi alle soglie dei quarant'anni (Billy Crystal, Daniel Stern, Bruno Kirby) si prendono una vacanza di due settimane in un ranch per turisti, con il compito di scortare una mandria di mucche dal Nuovo Messico al Colorado. Quando l'anziano ed esperto cowboy che li guida (Jack Palance) muore all'improvviso durante il viaggio, i tre amici dovranno imparare a cavarsela da soli, riacquistando la stima di sé stessi. In un certo senso antesignano di "Una notte da leoni" e simili, ma più maturo e meno demenziale, un piccolo film di culto che fonde comicità slapstick e riflessioni esistenziali, con tre personaggi (e segnatamente il protagonista Mitch, ovvero Crystal) che ritrovano sé stessi, l'orgoglio e la voglia di ricominciare quando si immergono in un'impresa di altri tempi in mezzo alla natura e lontana dal tran tran quotidiano della vita di città. Memorabili i dialoghi (determinare qual è stato il loro giorno più bello, insegnare come si usa il videoregistratore) e alcune scene che fungono da rito di passaggio (Mitch che aiuta a far nascere un vitellino, che poi gli si affeziona; il passaggio della mandria di vacche attraverso la corrente di un fiume). Tanti anche i rimandi alla cultura pop, e naturalmente ai western classici (come "Il fiume rosso" di Hawks) o televisivi (gli amici cantano le sigle di "Rawhide" e "Bonanza"). Underwood è un regista che nonostante un paio di film di successo a inizio carriera (questo e "Tremors") ha diretto per lo più pellicole di serie B o a tema natalizio. Premio Oscar come attore non protagonista a Jack Palance per il ruolo del vecchio e burbero cowboy Curly. Curiosità: il figlioletto di Billy Crystal è interpretato da un decenne Jake Gyllenhaal, al debutto nel cinema.

15 gennaio 2020

Storia di un matrimonio (N. Baumbach, 2019)

Storia di un matrimonio (Marriage Story)
di Noah Baumbach – USA 2019
con Adam Driver, Scarlett Johansson
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Il matrimonio fra il regista teatrale Charlie (Adam Driver) e l'attrice Nicole (Scarlett Johansson) è in crisi, tanto che i due decidono di separarsi di comune accordo. Ma quando intervengono gli avvocati, la causa di divorzio si fa sempre più complessa, litigiosa e costosa. Anche perché c'è un figlio di otto anni di mezzo, e i due ex coniugi vorrebbero vivere ai lati opposti degli Stati Uniti (lui a New York, dove dirige la sua compagnia di teatro d'avanguardia; lei a Los Angeles, dove è nata, per tornare a lavorare nel cinema e nella televisione). Nel filone di "Kramer contro Kramer", un film che, nonostante il titolo, non è la storia di un matrimonio ma di un divorzio: ma proprio attraverso la sua dissoluzione i due protagonisti sono costretti a riflettere su quella che è stata la loro relazione e che cosa ha significato (nella prima scena, su suggerimento di un mediatore familiare, li vediamo mettere per iscritto i lati positivi del rispettivo coniuge). Attento agli aspetti psicologici e alle ragioni di entrambe le parti (anche se forse il punto di vista del personaggio maschile è leggermente privilegiato), dal desiderio di autodeterminazione dalle esigenze lavorative, dalla necessità dei propri spazi al bisogno di mantenere un rapporto con il figlio, il lungometraggio sembra voler criticare soprattutto le assurdità di un sistema, quello degli avvocati divorzisti, che soprattutto in USA "premia i cattivi comportamenti" (come ammette uno degli stessi legali) e che consuma tutte le risorse delle parti (emotive ma anche economiche) in nome del presunto "bene" del bambino, rischiando di lasciare dietro di sé soltanto macerie. E per questo motivo può risultare una visione sgradevole. Noah Baumbach aveva già raccontato (e vivisezionato) una separazione ne "Il calamaro e la balena". Buone le interpretazioni: Driver, in particolare, conferma tutte le sue qualità (ricordiamo che aveva già recitato in un film sulla dissoluzione di una coppia, l'italiano "Hungry hearts"). Gli avvocati sono interpretati da Laura Dern, Alan Alda e Ray Liotta. Ben sei le nomination agli Oscar (fra cui quelle per il miglior film, sceneggiatura, attore e attrice).

14 gennaio 2020

Gates of heaven (Errol Morris, 1978)

Gates of Heaven
di Errol Morris – USA 1978
con Floyd McClure, Cal Harberts
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Un documentario sul tema dei cimiteri per animali domestici. Il regista intervista i proprietari di alcune di queste strutture, che raccontano alla telecamera come hanno avuto l'idea di crearli, come li gestiscono e come vanno gli affari, sfiorando anche argomenti quali la religione e il legame "speciale" che unisce l'uomo e gli animali (vengono intervistati anche alcuni padroni di cani sepolti nei cimiteri). È l'opera prima di Morris, allora trentenne, che diventerà un importante e influente documentarista (con film acclamati da pubblico e critica come "La sottile linea blu" e "The fog of war", vincitore dell'Oscar). Ai tempi, pur provandoci da parecchio, non riusciva a portare a termine nessun progetto, tanto che l'amico e collega Werner Herzog scommise che non ci sarebbe riuscito nemmeno questa volta: «Mi mangio una scarpa se riesci a terminare "Gates of Heaven"», gli disse. Avendo perso la scommessa, Herzog cucinò e si mangiò una delle proprie scarpe, e il tutto naturalmente finì in un film (il cortometraggio "Werner Herzog eats his shoe" di Les Blank).

12 gennaio 2020

Dune (David Lynch, 1984)

Dune (id.)
di David Lynch – USA 1984
con Kyle MacLachlan, Francesca Annis
**1/2

Rivisto in divx (versione estesa).

Il terzo film di David Lynch è un ambizioso adattamento di uno dei più importanti romanzi di fantascienza di tutti i tempi, "Dune" di Frank Herbert, affresco epico e caledoiscopico che mescola temi ad ampio raggio come la religione, la politica, la guerra e l'ecologia. E non pochi sono gli elementi che, dietro l'apperente setting fantascientifico, rimandano o addirittura anticipano delicate questioni e problemi del mondo contemporaneo. L'obiettivo dei produttori era quello di realizzare una sorta di "Guerre Stellari" per spettatori adulti: fu invece uno sfortunato e spettacolare flop sia di pubblico che di critica, considerato forse il meno "lynchiano" fra tutti i lavori del regista (nonostante non manchino elementi di interesse). In un lontano futuro – siamo nell'anno 10191 – l'universo è governato da un sistema di tipo feudale che vede al suo vertice l'imperatore Shaddam IV, mentre i singoli pianeti sono sotto il dominio di grandi famiglie aristocratiche. Due di queste, la casa degli Atreides e quella degli Harkonnen, sono in conflitto fra loro da tempi immemori: per eliminare i primi, che stanno mettendo a punto una nuova arma, l'imperatore stringe una segreta alleanza con i secondi. Agli Atreides, per attirarli in trappola, viene affidato l'ambito controllo del pianeta Arrakis, detto anche Dune, un mondo desertico eppure prezioso perché soltanto lì viene estratta la "spezia", misteriosa sostanza dai molti poteri, in grado di allungare la vita, accelerare l'evoluzione e ampliare la percezione (come una sorta di droga psichedelica), consentendo ai membri della Gilda dei Navigatori di “annullare lo spazio” e permettere dunque i viaggi interstellari. Grazie a un traditore, gli Harkonnen – spalleggiati dall'imperatore – attaccano gli Atreides e ne uccidono il capo famiglia, il duca Leto. Ma suo figlio Paul, scampato al massacro, si unirà ai Fremen, la popolazione indigena di Arrakis, e con il nome di Muad'Dib li guiderà in una "guerra santa" (Jihad) alla riconquista del pianeta. Vera e propria figura messianica (la sua venuta era predetta da una profezia), Paul è infatti lo "Kwisatz Haderach", l'essere supremo, risultato di un progetto di selezione genetica portato avanti per quaranta generazioni dalla sorellanza delle Bene Gesserit (la setta cui appartiene sua madre Jessica).

Pubblicato nel 1965 (ma apparso prima sotto forma di serial su rivista già dal dicembre 1963), il romanzo di Herbert era stato subito acclamato per la ricchezza e la profondità dei temi, il fascino dell'ambientazione e la complessità delle dinamiche. Giochi di potere, paranoia, sospetti e intrighi fra multiple fazioni in lotta tra loro si mescolano a riferimenti religiosi (evidenti i rimandi al Vecchio e al Nuovo Testamento, a partire dai molti nomi di ispirazione araba e semitica), filosofici e politici (la battaglia per il controllo di Arrakis, e dunque della spezia, riecheggia – oggi ancora di più! – le guerre per il petrolio che insanguinano il Medio Oriente nel nostro mondo). I tentativi di realizzarne una versione cinematografica erano partiti sin dai primi anni settanta, quando i diritti furono acquistati da Arthur P. Jacobs (il produttore de “Il pianeta delle scimmie”) con l'intenzione di far dirigere la pellicola a David Lean (che con “Lawrence d'Arabia” aveva già dimostrato di sapersela cavare con storie epiche ambientate in un deserto). Ma non se ne fece nulla, e alla morte di Jacobs i diritti passarono a un consorzio francese che mise in piedi un progetto di proporzioni mastodontiche: la regia sarebbe dovuta essere del visionario Alejandro Jodorowsky, con la collaborazione di Jean Giraud (alias Moebius), Dan O'Bannon, H. R. Giger e un cast comprendente, fra gli altri, Salvador Dalì, Orson Welles e Mick Jagger. I costi elevati e l'eccessiva durata prevista del film portarono alla chiusura del progetto, e nel 1976 i diritti vennero acquisiti da Dino De Laurentiis, che mise in cantiere una versione che avrebbe dovuto essere diretta da un giovane Ridley Scott. Dopo la rinuncia di quest'ultimo, spaventato dai continui ritardi, Raffaella De Laurentiis (figlia di Dino) scelse di rimpiazzarlo con un altro giovane e promettente regista, quel David Lynch reduce dal successo di "The elephant man" (da cui proviene anche il direttore della fotografia Freddie Francis), che per dirigere "Dune" rinunciò a un'altra proposta, nientemeno che la regia de "Il ritorno dello Jedi". Nelle intenzioni, "Dune" e i suoi eventuali seguiti avrebbero dovuto inserirsi proprio nel filone della SF avventurosa (e proficua commercialmente) aperto da "Star Wars". Ma le cose non andarono come previsto.

La lavorazione fu lunga e faticosa. Girato in Messico (i panorami desertici sono quelli dei Médanos de Samalayuca, mentre a Città del Messico furono costruiti oltre 80 set), il film – sceneggiato dallo stesso Lynch – avrebbe dovuto durare tre ore, ma uscì in sala in una versione accorciata a poco più di due ore, cosa di cui il regista si lamentò, anche perché le pressioni dei produttori limitarono il suo controllo creativo e gli negarono il final cut. Molti elementi della trama furono eliminati, semplificati o condensati, soprattutto nella parte finale, che scorre troppo rapidamente (di fatto, i primi due terzi della pellicola corrispondono al primo terzo del romanzo), rendendo il risultato poco omogeneo e a tratti confuso, e venne aggiunta una nuova introduzione narrata dalla principessa Irulan (Virginia Madsen), personaggio praticamente assente nel resto del film (fa giusto una comparsata nel finale). Costato più di 40 milioni di dollari, un'enormità per l'epoca, il film ne incassò soltanto 30 e venne stroncato dalla critica. In effetti, imbrigliato com'è dalla trama, dai personaggi e dalle esigenze di spettacolarizzazione imposte dalla produzione, fatica a respirare e non riesce ad accattivarsi l'attenzione dello spettatore. È inoltre poco "lynchiano", dicevamo, anche se non mancano sequenze più visionarie (come quelle dei sogni o delle premonizioni di Paul) e momenti di body horror (dall'aspetto deforme dei piloti della Gilda alle disgustose pratiche degli Harkonnen). Eppure a tratti ha un suo fascino innegabile, con personaggi originali e protagonisti di dinamiche di notevole crudeltà, che pianificano progetti segreti, comunicano telepaticamente o tramite il condizionamento mentale, esplorano mondi o si battono sul campo di battaglia, lasciando intravedere non pochi aspetti che avrebbero certo meritato maggior approfondimento. Negli anni seguenti usciranno (ufficialmente o meno) più versioni "estese" con le scene tagliate che tentano di ripristinare la visione originale di Lynch, risultando se non altro decisamente più coerenti, complete e godibili. Nessuna di queste, però, è stata curata direttamente dal regista, che ha preferito non aver più a che fare con questa pellicola, di fatto rinnegandola.

Il rimpianto nasce dalle enormi potenzialità del progetto, a partire dal suo affascinante scenario. Grande cura è stata posta negli effetti visivi, nelle scenografie e nei costumi. Pur ambientato in un lontano futuro, il mondo del film è tutt'altro che asettico: le scenografie sono sporche e realistiche, e testimoniano di un mondo "vissuto" e con un passato. I pianeti sono militarizzati, i personaggi sono bizzarri, eccentrici, talvolta anche sgradevoli fisicamente (soprattutto gli Harkonnen). Dune è un pianeta interamente desertico e ostile, spazzato da violente tempeste di sabbia e di elettricità statica nonché abitato dai “vermi”, mostruose creature (realizzate da Carlo Rambaldi) che nascondono un misterioso legame con la spezia e che sono venerate come divinità dai Fremen, la popolazione indigena del pianeta. Questi, nomadi del deserto dai caratteristici occhi azzurri come il mare, sono capaci di sopravvivere in un ambiente inospitale di cui conoscono ogni segreto, anche grazie a innovazioni tecnologiche come le tute distillanti che riciclano il sudore e i fluidi corporei. Nel vasto cast, volti conosciuti – Sting (Feyd-Rautha), Patrick Stewart (Gurney Halleck), Dean Stockwell (il dottor Yueh), Brad Dourif (Piter DeVries), José Ferrer (l'imperatore), Max von Sydow (il dottor Kynes), Freddie Jones (Thufir Hawat), Silvana Mangano (la reverenda madre), Linda Hunt (la Shadout Mapes) – si affiancano a interpreti alle prime armi. Il protagonista Kyle MacLachlan (Paul Atreides), al debutto sul grande schermo, legherà la propria carriera a doppio filo con quella di Lynch, recitando per lui in “Velluto blu” e soprattutto nel serial televisivo “I segreti di Twin Peaks”, nonché nel suo prequel "Fuoco cammina con me". Jürgen Prochnow è il Duca Leto Atreides, Kenneth McMillan è il Barone Vladimir Harkonnen, Francesca Annis è Lady Jessica, Sean Young è Chani, Everett McGill è Stilgar, Richard Jordan è l'amico Duncan Idaho (personaggio che qui appare in poche scene, ma che diventerà una figura chiave nei numerosi seguiti del romanzo), Paul Smith (il "finto" Bud Spencer!) è Rabban, e infine Alicia Witt, all'epoca di soli 8 anni, è Alia, la sorella di Paul. La colonna sonora è opera del gruppo rock Toto, con la collaborazione di Brian Eno per il "tema della profezia". Nel 2000, dal romanzo di Herbert è stata tratta una serie tv in tre episodi. E a fine 2020 dovrebbe arrivare nelle sale una nuova versione cinematografica, divisa in due parti, firmata da Denis Villeneuve.

10 gennaio 2020

Boogie nights (Paul T. Anderson, 1997)

Boogie Nights - L'altra Hollywood (Boogie Nights)
di Paul Thomas Anderson – USA 1997
con Mark Wahlberg, Burt Reynolds
***

Rivisto in TV.

L'ascesa (e la caduta) di Dirk Diggler, nome d'arte di Eddie Adams (Mark Wahlberg), star del porno nella Los Angeles di fine anni '70 e inizio anni '80, alla fine dell'età d'oro del cinema per adulti, prima che l'avvento del video cambiasse radicalmente volto all'intera industria. Il giovane Eddie è convinto che "ognuno nasce con un talento speciale": e visto che il suo è nei suoi pantaloni, non c'è nulla di male nel provare a diventare un pornodivo. Ci riesce grazie all'aiuto dell'affermato regista Jack Horner (Burt Reynolds), che aspira a dirigere pellicole pornografiche di "qualità" (cioè che raccontino anche una storia) e che lo prende sotto la propria protezione, trasformandolo in una vera e propria stella. Il successo, e la vita dorata ed eccessiva che ne conseguirà, fra feste scatenate e droga che scorre a fiumi, gli faranno però perdere progressivamente il contatto con la realtà... Sceneggiato dallo stesso Anderson, che si è ispirato a un breve mockumentary da lui stesso realizzato nel 1988, "The Dirk Diggler Story", è un film dall'impianto corale (il punto di riferimento del regista, come sarà evidente anche nei lavori successivi, è Robert Altman) che segue le parabole non solo del protagonista Dirk e del regista Jack, ma di tutte le persone che fanno parte del loro entourage, unite da legami di lavoro, di amicizia e di affetto (molti di loro, con il passare degli anni, cercheranno con alterne fortuna di cambiare vita). Il maggior pregio della pellicola, oltre a fornire una visione d'insieme – senza pregiudizi o moralismi di alcun genere – dell'industria del porno in un'epoca ingenua e spensierata, sta proprio nella struttura corale che dona consistenza e spessore anche a storie e personaggi che, se presi singolarmente, sarebbero in fondo banali o già visti. Essenzialmente siamo di fronte a una vicenda già raccontata tante volte, da "A che prezzo Hollywood" in poi, soltanto che stavolta non si parla del cinema mainstream ma di quello per adulti. Al secondo lungometraggio, Anderson sembra già preoccupato di voler dare sfoggio della sua tecnica, con ampio uso (ed abuso) di piani sequenza, e inserisce anche finti video e filmati d'epoca (i "film" interpretati da Dirk, come la serie porno-poliziesca "Brock Landers", e gli spezzoni di interviste). Buona la ricostruzione storica, con la citazione di tante "mode" di quegli anni (il kung fu, gli stereo ad alta fedeltà) e una colonna sonora ricca di brani del periodo.

Il cast è ampio e di altissimo livello: comprende Julianne Moore (Amber Waves, compagna di Jack e "figura materna" per Dirk e gli altri giovani attori, anche se lei stessa si vede tolta la propria vera figlia per colpa dell'ambiente in cui lavora), John C. Reilly (Reed Rothchild, collega e miglior amico di Dirk), Heather Graham (Rollergirl, cameriera e attricetta porno che non si leva mai i pattini a rotelle), Don Cheadle (Buck, esperto di Hi-Fi, che vorrebbe aprire un negozio di elettronica), Philip Seymour Hoffman (Scotty J., membro della troupe dalle tendenze gay e innamorato di Dirk), William H. Macy (Little Bill, l'assistente regista che andrà fuori di matto in seguito ai continui tradimenti della moglie), Luis Guzmán (il portoricano Maurice), Thomas Jane (il ballerino e spogliarellista Todd), Robert Ridgely (il "colonnello", produttore dei film di Jack), Ricky Jay, Jack Wallace, Nicole Ari Parker, Philip Baker Hall, fino ad Alfred Molina (Rahad, l'uomo che Dirk, Reed e Todd tentano di truffare vendendogli cocaina fasulla). L'attenzione maggiore rimane però puntata su Dirk, che da ragazzo timido, insicuro e disprezzato dai genitori diventa rapidamente una celebrità, assapora la ricchezza e l'eccesso, crolla e litiga con tutti, cerca inutilmente altre strade (diventare un cantante o un attore "serio", per esempio), prima di tornare lentamente nell'oblio e ricucire i rapporti con il suo mentore Jack. E se il mondo attorno a lui sembra cambiare in peggio (gli anni '80 appaiono più brutti e squallidi, rispetto ai dorati '70), i legami di amicizia e di solidarietà continuano a rappresentare un rifugio per quella che è in fondo una "grande famiglia". Pur occupandosi di pornografia, il film non mostra mai esplicitamente scene di sesso o nudi integrali fino all'ultima sequenza in cui Eddie/Dirk, mentre prova la parte da solo davanti allo specchio (la scena è ispirata a quella analoga di Robert De Niro in "Toro scatenato"), mostra finalmente anche a noi spettatori il suo tanto famoso pene (realizzato con una protesi). Tre nomination agli Oscar (per la sceneggiatura e per Reynolds e Moore come attori non protagonisti).

9 gennaio 2020

Piovono polpette (P. Lord, C. Miller, 2009)

Piovono polpette (Cloudy with a chance of meatballs)
di Phil Lord, Christopher Miller – USA 2009
animazione digitale
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Visto in TV.

A Swallow Falls (Swallow Marina in italiano), fittizia isola nell'Atlantico che ha sempre vissuto sulla pesca e sul commercio delle sardine, ora in crisi, il giovane aspirante inventore Flint Lockwood costruisce una macchina che trasforma l'acqua in cibo. Le conseguenti piogge di cheeseburger, gelato o polpette attirano turisti e calamitano l'opinione pubblica sull'isola e su di lui, che da nerd sbeffeggiato da tutti si ritrova ad essere considerato un eroe. Ma l'inghippo sta dietro l'angolo: il cibo prodotto dalla macchina diventa sempre più grande e pericoloso... Tratto da un libro illustrato per bambini, un simpatico film d'animazione costruito su uno spunto bizzarro e originale: peccato che gli sviluppi siano poi assolutamente prevedibili, che il character design sia semplicistico e privo di immaginazione, e che il concetto di cibo rappresentato sia talmente americano (quasi solo junk food: peraltro, nonostante il titolo, in realtà piove di tutto e non solo le "polpette" che in America sono sempre associate – chissà perché – agli spaghetti) che non ci si deve sorprendere come quello dell'eccesso (e dell'obesità) sia uno dei temi preponderanti della storia. L'impianto è infatti da fiaba morale (il troppo stroppia!), con la seconda parte che imita le pellicole catastrofiche (la pioggia di cibo si trasforma in un vero e proprio tornado). Ma i bambini, probabilmente, si divertiranno, anche grazie a piccoli tocchi indovinati (la "nerditudine" dei protagonisti: oltre a Flint, anche la giovane meteorologa Sam Sparks) e un buon cast di contorno (il padre di Flint, pescatore di poche parole che parla solo con metafore a tema peschereccio; Steve, la scimmietta "spalla" di Flint; Manny, l'operatore di Sam, omettino dall'aspetto insignificante che si rivela straordinariamente versatile; "Baby" Brent, da piccolo la mascotte dell'industria delle sardine, ora cresciuto; l'ingordo sindaco Shelbourne). Si potrebbe poi fare un paragone, sicuramente casuale ma interessante, con la "pioggia di sardine" di una classica storia Disney di Romano Scarpa ("Paperino e la leggenda dello Scozzese Volante"). Il film segna l'esordio della coppia di sceneggiatori e registi Phil Lord e Chris Miller, che firmeranno sia pellicole in animazione ("The Lego movie") che in live action. Ha dato origine a un sequel (nel 2013) e a una serie animata (nel 2017).

8 gennaio 2020

Fantasmagorie (Émile Cohl, 1908)

Fantasmagorie
di Émile Cohl – Francia 1908
animazione tradizionale
***

Visto su YouTube.

Una mano (che vediamo soltanto nei primi secondi) disegna un burattino, una specie di Pinocchio, che si anima e comincia a interagire con altri personaggi, spostandosi attraverso diversi scenari. Nonostante gli esperimenti precedenti di Méliès (“La Luna a un metro”) e Blackton ("Humorous phases of funny faces", "The haunted hotel"), questo breve cortometraggio del francese Émile Cohl è spesso considerato il primo cartone animato su pellicola nella storia del cinema, per tutta una serie di ragioni. I lavori succitati, infatti, presentavano un'animazione molto parziale e a scatti (realizzata con la tecnica della stop action), mentre in questo caso essa è decisamente più fluida e soprattutto continua. A differenza di Blackton, infatti, Cohl non disegnava su una lavagna ma su normali fogli di carta, che poi venivano filmati uno dopo l'altro e virati in negativo (in modo da mostrare le linee bianche su un fondo nero). Questo consentiva una maggior libertà e versatilità nei disegni, rendendo anche più facile e pratica la loro animazione. Senza una vera trama, il film è una pantomima (o se vogliamo, un "flusso di coscienza") con un susseguirsi di scene e di eventi slegati fra di loro, a volte realistici e a volte surreali, spesso con il burattino iniziale come protagonista (che a un certo punto, si spezza in due: e devono intervenire di nuovo le mani del disegnatore per rimetterlo a posto). Il tono è onirico, spigliato, modernista. È da notare in particolare come, fra le scenette comiche che si succedono, ce ne sia persino una metacinematografica (un uomo in sala non riesce a vedere lo schermo perché davanti a lui si siede una donna con un enorme cappello piumato): abbiamo già visto come il cinema amasse parlare di sé stesso sin dai primordi, anche in maniera autoironica – per esempio in "The countryman and the cinematograph" (1901) di Robert W. Paul – ed è significativo ritrovare questa tendenza persino in una delle prime pellicole a disegni animati. Cohl era un vignettista satirico, allievo del celebre André Gill, che aveva frequentato molti ambiti artistici della Parigi di fine ottocento. Entrato in contatto con il mondo del cinema solo nel 1907, aveva iniziato a lavorare per la Gaumont (uno dei suoi primi film è "L'hotel du silence"). Il grande successo di pubblico dei film di Blackton lo spinse a dedicarsi all'animazione. Dopo "Fantasmagorie" (realizzato da febbraio a maggio del 1908, e distribuito in agosto), firmò diverse altre pellicole di questo tipo (una delle più celebri all'epoca fu "Le peintre néo-impressionniste", del 1910), per poi tornare occasionalmente alla live action e al montaggio delle newsreel. Trasferitosi negli Stati Uniti dal 1912 al 1914, lavorò alla prima serie animata della storia, "The Newlyweds" (tratta da una strip sui quotidiani di George McManus). Tornato in Francia, finì rapidamente nel dimenticatoio e morì in povertà nel gennaio del 1938, a poche ore dalla morte di Méliès, proprio mentre il cinema di animazione stava riacquistando un'enorme popolarità grazie a Walt Disney.

7 gennaio 2020

The haunted hotel (J. Stuart Blackton, 1907)

The haunted hotel, or Strange adventures of a traveler
di James Stuart Blackton – USA 1907
con Paul Panzer
**1/2

Visto su YouTube.

In una notte di tempesta, un uomo in una stanza d'albergo in campagna ha a che fare con oggetti che si muovono da soli, come se fossero maneggiati da spiriti o fantasmi. Il tema della casa infestata era assai frequentato dal cinema dei primordi, sin da quando Georges Méliès aveva dimostrato che era possibile usare trucchi cinematografici (anziché teatrali) per far sparire, spostare o muovere oggetti inanimati. E in effetti questo film – che ebbe un notevole successo internazionale – può essere considerato un remake de "L'auberge ensorcelée" (1897) dello stesso Méliès (o dei successivi “L'auberge du bon repos”, 1903, e “Le diable noir”, 1905), e a sua volta venne rifatto in maniera quasi identica nel 1908 da Segundo de Chomón, con "La maison ensorcelée". Degna di nota è soprattutto la lunga ed elaborata sequenza della cena che si prepara da sola, con il coltello che taglia il pane sulla tavola e la teiera che versa il caffé, realizzata mediante la tecnica della stop motion (come nei coevi lavori dello stesso Chomón, stiamo assistendo alle origini dell'animazione a "passo uno" nello stile che sarà di Jan Švankmajer o di Ray Harryhausen). La scena è ripresa in primo piano, senza la presenza di attori in carne ed ossa, e lasciò una forte impressione su artisti come Émile Cohl (che la vide a Parigi, quando aveva iniziato da poco a lavorare per la Gaumont), spingendolo a realizzare un film interamente in animazione, "Fantasmagorie" e dando così il via all'industria dei cartoni animati.

Humorous phases of funny faces (J. S. Blackton, 1906)

Humorous phases of funny faces
di James Stuart Blackton – USA 1906
animazione a passo uno

Visto su YouTube.

Una mano umana (quella dello stesso Blackton) disegna alcuni personaggi e volti su una lavagna, che poi si animano e interagiscono fra loro. Ogni tanto, con il cancellino, la scena viene ripulita e si ricomincia da capo con nuovi personaggi. Siamo di fronte a un cartone animato primordiale e davvero rudimentale (in effetti, a un certo punto viene animata – a mo' di marionetta – anche una sagoma proprio di "cartone", disegnata anch'essa in bianco su fondo nero per far sembrare che si tratti di segni su una lavagna). Rispetto ai suoi esordi (con "The enchanted drawing" nel 1900), Blackton ha fatto alcuni passi in avanti: si può ora parlare propriamente di stop motion (filmando un fotogramma alla volta, modificando il disegno prima di passare a quello successivo, si ha l'illusione del movimento) e non più soltanto di stop action (in cui la ripresa veniva fermata e poi riattivata una singola volta, creando una discontinuità, con il risultato di osservare dei cambiamenti a scatti e non un'animazione vera e propria). Questa tecnica permette di dare l'illusione che i disegni prendano forma da soli e gradualmente sulla lavagna, e che i personaggi muovano gli occhi o cambino espressione quasi "in diretta". Bisognerà però aspettare ancora un paio d'anni, ovvero Émile Cohl con il suo "Fantasmagorie" (che disegnava su fogli di carta, e non su una lavagna), per vedere queste tecniche applicate in tutta la loro potenzialità.

6 gennaio 2020

Le théâtre de petit Bob (S. de Chomón, 1906)

Le théâtre de petit Bob (aka Le théâtre de Bob)
di Segundo de Chomón – Francia 1906
animazione a passo uno

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Un bambino si annoia in casa, e insieme al fratellino costruisce con i propri giocattoli un “teatrino” nel quale assistiamo a una serie di esibizioni/pantomime di pupazzi animati, che si affrontano con le spade, lottano a mani nude o volteggiano atleticamente sulle parallele. L'animazione di marionette o di oggetti in stop motion (ovvero a “passo uno”, muovendoli a mano e filmando fotogramma per fotogramma) era già stata sperimentata occasionalmente da Georges Méliès e da altri cineasti (come l'americano James Stuart Blackton, che l'aveva applicata ai disegni su una lavagna), ma Chomón vi ricorre più diffusamente in questa pellicola, dove soltanto l'incipit presenta degli attori in carne e ossa (le sequenze successive, tutte con i pupazzi protagonisti, sono precedute da cartelli con i numeri 1, 2 e 4: manca dunque la terza, andata perduta). Si tratta di uno dei lavori più iconici e originali del regista spagnolo, ben diverso dalle semplici “imitazioni” delle pellicole e dei trucchi di Méliès cui appartengono gran parte degli altri suoi film (girati spesso, ricordiamolo, su commissione della Pathè, la casa per la quale lavorava e che volutamente intendeva fare concorrenza al più celebre cineasta parigino). La qualità dell'animazione è fluida e tutto sommato impressionante per l'epoca, anche se i movimenti dei personaggi non sempre appaiono naturali. Chomón perfezionerà la tecnica negli anni successivi, usandola anche a scopi più narrativi (come ne “L'araignée d'or“ o “La maison ensorcelée”) e non soltanto per mettere in scena numeri da acrobata o da mago del vaudeville.

5 gennaio 2020

Rescued by Rover (C. Hepworth, L. Fitzhamon, 1905)

Rescued by Rover
di Cecil M. Hepworth, Lewin Fitzhamon – GB 1905
con May Clark, Cecil M. Hepworth
***

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Vistasi rifiutare l'elemosina, una mendicante si vendica rapendo in strada una bambina dalla carrozzina, mentre la tata che la portava in giro era distratta a flirtare con un poliziotto (!). Alla notizia del rapimento, mentre la madre si dispera, l'eroico cane di famiglia Rover balza fuori dalla finestra per gettarsi alla ricerca della sua compagna di giochi. Dopo aver attraversato la città (e anche un fiume), arriva nei bassifondi e identifica la casa dove è custodita la bambina. Torna allora indietro a chiamare il suo padrone e si fa seguire fino alla dimora della rapitrice (alla quale, se non altro, resteranno i lussuosi vestiti del bebè). Il padre riporta la figlia a casa e la famiglia (cane compreso) è così riunita. In questo vivace e divertente film d'avventura siamo di fronte al primo attore canino, precursore di Lassie, Rin-Tin-Tin e tanti loro colleghi. Rover, di razza collie (proprio come Lassie), è “interpretato” da Blair, il cane di proprietà dello stesso Hepworth, che a sua volta recita nel film insieme alla sua vera moglie (anche autrice del soggetto) e alla figlioletta Barbara. May Clark, assistente al montaggio e già protagonista dell'“Alice in Wonderland” del 1903, è la tata, mentre due attori professionisti, Sebastian Smith e sua moglie Lindsay Gray, sono il poliziotto e la mendicante (si tratterebbe di uno dei primi casi di attori pagati per recitare in un film). La pellicola riscosse un enorme successo di pubblico, tanto che si dice che il negativo si usurò per far fronte alle richieste di copie da proiettare, e Hepworth dovette rigirare nuovamente il film altre due volte. E Blair, in particolare, divenne talmente popolare che il suo nome e quello di Rover furono per alcuni anni fra i più comuni per i cani nel Regno Unito. Blair tornerà a interpretare il ruolo di Rover in altri brevi film fra il 1905 e il 1908. Tecnicamente la pellicola è un susseguirsi di inquadrature in campo lungo (con gli stessi ambienti ripetuti ogni volta che Rover li attraversa), con l'eccezione della prima scena ravvicinata, che mostra in primo piano il cane e la bambina. Il montaggio collega le varie sequenze prestando grande attenzione ai raccordi di direzione (per andare dalla casa dei padroni a quella della rapitrice il cane si muove dall'alto al basso e da destra a sinistra, per tornare indietro fa invece l'opposto), consentendo di chiarire anche agli spettatori i rapporti spaziali fra i vari ambienti. Curiosità: nella sequenza in cui il padrone attraversa il fiume in barca seguendo il cane, sulla destra si vede che c'è un ponte proprio accanto!

4 gennaio 2020

Viaggio attraverso l'impossibile (G. Méliès, 1904)

Viaggio attraverso l'impossibile (Voyage à travers l'impossible)
di Georges Méliès – Francia 1904
con Georges Méliès, Fernande Albany
***1/2

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Modellato sul precedente “Viaggio nella Luna” e ispirato come quello ai romanzi di Jules Verne (ma stavolta, anziché sulla Luna, si va sul Sole!), “Viaggio attraverso l'impossibile” è probabilmente il secondo film più famoso di Georges Méliès. Divertente, movimentato e se possibile ancora più raffinato tecnicamente del lavoro di due anni prima, con una durata di circa 20 minuti era anche la pellicola più lunga realizzata dal regista fino ad allora (non un record, però: “La vie et la passion de Jésus-Christ” filmata l'anno prima da Ferdinand Zecca e Lucien Nonguet per la Pathé contava 44 minuti). I protagonisti sono i membri del cosiddetto Istituto per la Geografia Incoerente (guidati dal barbuto ingegnere Mabouloff, interpretato dallo stesso Méliès). Dopo aver pianificato il proprio viaggio e aver costruito i vari veicoli e l'equipaggiamento necessario, il gruppo – composto da uomini e donne – si trasferisce sulle Alpi svizzere da dove (non prima di alcune disavventure) avverrà il decollo. Volati in cielo a bordo di un treno che corre fra stelle e comete (e che sembra anticipare l'anime giapponese “Galaxy Express 999”!), gli improbabili avventurieri giungono sul Sole mentre l'astro stava sbadigliando, venendone inghiottiti: anche il Sole ha un volto, come la Luna. Per sfuggire al troppo calore si rifugiano nella cella frigorifera che avevano portato con sé, ma qui finiscono per congelarsi. Infine si lanciano giù con una navicella per tornare sulla Terra: caduti in mare, ne esplorano le profondità prima che il loro sottomarino esploda e li proietti sulla costa. Il film si conclude con il solito corteo trionfale per festeggiare la riuscita dell'impresa. I toni sono decisamente comici e leggeri più che drammatici o avventurosi: si pensi alle varie scenette umoristiche con la giovane valletta pasticciona o con la signora grassa. Di fatto si tratta di una satira o di una caricatura dell'esplorazione scientifica che, per l'abbondanza di fondali dipinti e sagome semoventi, ha praticamente l'aspetto di un cartone animato ante litteram, con personaggi in carne e ossa che si muovono all'interno di un ambiente disegnato. Summa di tutti i trucchi, dell'inventiva fantasiosa e delle competenze tecniche di Mèliés, il film riscosse naturalmente un grande successo, ma può anche essere considerato il canto del cigno del regista parigino (che pure rimase attivo ancora per diversi anni, sfornando altre pellicole sempre più sofisticate e ambiziose). I gusti del pubblico e soprattutto il linguaggio cinematografico stavano infatti cambiando, con i registi britannici e americani (come Hepworth, Porter e Griffith) che si affidavano a un maggiore realismo e, soprattutto, ai primi rudimenti del montaggio narrativo, dell'alternanza fra i diversi campi e dell'uso dei primi piani. La teatralità enfatica di Méliès e del suo “cinema delle attrazioni”, ma anche la sua natura di cineasta artigiano e indipendente, stavano per cedere il passo a una concezione della settima arte sempre più verista, industriale e collaborativa.

3 gennaio 2020

Personal (Wallace McCutcheon, 1904)

Personal
di Wallace McCutcheon – USA 1904
**

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In cerca di una moglie, un giovane e ricco gentiluomo francese da poco giunto negli Stati Uniti pubblica un annuncio personale sul “New York Herald”: incontrerebbe volentieri una bella ragazza americana, davanti al memoriale del generale Grant, a mezzogiorno. Dopo essersi sbarazzato di una vedova con figlioletta che si era presentata in anticipo all'appuntamento, si ritrova attorniato da una decina di accalorate pretendenti. Circondato e spaventato dalla loro irruenza, il giovane decide di darsi alla fuga, ma le ragazze non esitano a corrergli dietro. Il lungo inseguimento prosegue fin fuori città, attraverso campi di grano, strade nei boschi, ponticelli sui fiumi, staccionate, e persino giù per una scarpata. Essenzialmente un prolungato sketch comico, questo film fa ridere nel mostrare le impettite signorine, vestite di tutto punto con ampie e ingombranti gonne (e che si reggono i cappelli per non farli volare via durante la corsa), tenere testa alla loro agognata preda attraversando tutta una serie di ostacoli naturali (ogni tanto, naturalmente, qualcuna inciampa o capitombola). Nel finale, una di loro riuscirà finalmente ad accalappiare l'oggetto del desiderio, costringendolo (sotto la minaccia di una pistola!) a sposarla. Grande successo di pubblico, il film prefigura molte comiche che verranno, basate appunto sugli inseguimenti (si pensi anche all'incipit de “La bambola di carne” di Lubitsch). Lo stesso anno Edwin S. Porter ne farà un remake per Edison, intitolato “How a french nobleman got a wife through the New York Herald personal columns”, mentre nel 1905 sarà la volta della Pathé (“Dix femmes pour un mari” di Hatot, Nonguet e Zecca, con Max Linder come protagonista).

The moonshiner (Wallace McCutcheon, 1904)

The Moonshiner
di Wallace McCutcheon – USA 1904
con Wallace McCutcheon, Harold Vosburgh
**1/2

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William K.L. Dickson, principale tecnico e operatore di Thomas Edison negli anni del kinetoscopio, aveva lasciato il suo datore di lavoro nel 1895 per fondare – insieme agli inventori Herman Casler e Henry Marvin e al finanziatore Elias Koopman – una propria società cinematografica, l'American Mutoscope and Biograph Company (più tardi nota solamente come Biograph), che per molti anni sarà una delle case di produzioni americane più importanti nonché, inizialmente, la principale concorrente della Vitascope dello stesso Edison (con tanto di autentiche battaglie legali a colpi di brevetti: la Biograph riuscì a sopravvivere agli attacchi del rivale perché deteneva i diritti di un'innovazione tecnologica essenziale, il cosiddetto “ricciolo di Latham”, che consentiva di isolare la pellicola per proteggerla dalle eccessive vibrazioni). Nei suoi primi anni di vita, però, la Biograph si limitò a realizzare decine di cosiddette “actualities”, brevi filmati panoramici o documentari. Il passaggio ai “film di finzione” con una trama vera e propria, come quelli che venivano già prodotti in Europa, avverrà nel 1903, con i western “Kit Carson” e “The Pioneers” diretti da Wallace McCutcheon, il primo importante regista della Biograph, che ne rimarrà il nome di punta fino al 1908, quando sarà costretto a ritirarsi per una grave malattia (il suo posto sarà preso dapprima brevemente dal figlio Wallace McCutcheon Jr., e poi da David W. Griffith).

Fra i lavori più interessanti di McCutcheon nel 1904 c'è questo “The Moonshiner”, un western che racconta di un contadino che si guadagna da vivere come distillatore clandestino di whisky. Lo vediamo contrabbandare il liquore illegale, nascosto nel suo carro con l'intera famiglia a bordo, e poi trasportare un sacco di granturco (necessario per produrre il whisky) fino alla distilleria, segretamente celata fra le rocce. Ma gli uomini della legge ne scoprono l'ubicazione: seguirà uno scontro a fuoco, dove il nostro protagonista è ferito a morte (ma sarà vendicato dalla moglie, che uccide lo sceriffo che lo aveva colpito). Girato in esterni, con movimenti di camera, profondità di campo e un discreto realismo nelle scene d'azione, il film appare sufficientemente moderno per l'epoca. Colpisce la scelta di rendere protagonista quello che in teoria sarebbe il “cattivo” della storia (e le scene in cui interagisce con la moglie servono a suscitare la simpatia dello spettatore nei suoi confronti: di contro, gli uomini di legge appaiono anonimi e non caratterizzati). L'aspetto tecnico forse più interessante è l'ampio ricorso ai cartelli, raramente utilizzati fino ad allora (sono del tutto assenti, per esempio, nei celebri film di Porter dell'anno precedente, come “La grande rapina al treno”; per i precedenti bisogna andare a vedere pellicole inglesi come “Scrooge, or Marley's ghost” del 1901). Gli intertitoli qui introducono le scene, i luoghi o i vari personaggi, anticipando o spiegando talvolta al pubblico (a mo' di capitoletti o di didascalie) cosa sta per accadere: e forse non sarebbe nemmeno necessario, visto che la vicenda pare comprensibile già di suo, solamente attraverso le immagini (anzi, in certi casi, come nell'uso dell'ultima didascalia, “The law vindicated”, ciò che vediamo sullo schermo sembra quasi contraddire le scritte stesse).

2 gennaio 2020

Mary Jane's mishap (G. A. Smith, 1903)

L'errore di Mary Jane (Mary Jane's mishap)
di George Albert Smith – GB 1903
con Laura Bayley
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Una cameriera pasticciona (interpretata dalla moglie del regista, Laura Bayley) dapprima si macchia la faccia col lucido da scarpe, e poi ha la bella pensata di versare della paraffina nella stufa per accenderla più facilmente... col risultato di saltare (letteralmente) in aria. Al cimitero, le donne che visitano la sua tomba sono spaventate dall'apparizione del suo fantasma. Questa pellicola è importante perché rappresenta uno dei primi esempi di utilizzo espressivo del cosiddetto “raccordo sull'asse”, ovvero il montaggio (cito da Wikipedia) di “due inquadrature di cui la seconda è sulla stessa linea della prima, come se si guardasse dallo stesso punto di vista, ma più vicina oppure più lontana. L'effetto è quello di un balzo in avanti o indietro sullo stesso asse”. Il cinema insomma si allontana sempre più dal teatro, sfruttando strumenti e potenzialità del tutto uniche. George Albert Smith aveva già alternato l'inquadratura di un dettaglio in primo piano al totale in alcuni lavori precedenti (“Grandma's reading glass” e “As seen through a telescope” del 1900), ma in quei casi aveva usato dei mascherini circolari per “simulare” l'utilizzo di una lente di ingrandimento o di un cannocchiale: lo spettatore, insomma, “vedeva” quello che vedeva il protagonista del film. In questo caso invece (così come in “The little doctors” del 1901, andato perduto, e nel suo remake “The sick kitten” del 1903, dove due bambini giocavano a curare un micino malato), l'inserimento di inquadrature ravvicinate serve a mettere in risalto dei dettagli non visibili nel campo totale che fa da cornice all'intera vicenda. Se quest'ultimo ci mostra infatti l'ambiente completo, cioè la cucina, con il personaggio a figura intera, una serie di inquadrature a piano medio o a mezza figura consentono allo spettatore di apprezzare meglio Mary Jane che sbadiglia, che si sporca la faccia (regalandosi un paio di baffi!), che si guarda allo specchio ridendo (e ammiccando al pubblico!), e infine che versa la paraffina nella stufa, rendendo ben leggibile la scritta sulla tanica. La scena dell'esplosione, con tanto di effetti speciali (le parti del suo corpo che volano grottescamente in alto) è seguita da quella conclusiva nel cimitero, dove – anche in questo caso – un'inquadratura più ravvicinata ci permette di leggere l'ironica scritta sulla lapide: “Here lies Mary Jane who lighted the fire with paraffine - Rest in pieces”. La conclusione con il fantasma (realizzato col trucco della sovrimpressione e della doppia esposizione) poteva servire a risollevare il morale del pubblico, visto che si trattava in ogni caso di uno sketch comico (con aspetti grotteschi da cartoon).

1 gennaio 2020

Il regno delle fate (Georges Méliès, 1903)

Il regno delle fate (Le royaume des fées)
di Georges Méliès – Francia 1903
con Georges Méliès, Marguerite Thévenard
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Dopo l'enorme successo del “Viaggio nella Luna” che aveva realizzato l'anno precedente, Méliès mise in cantiere altre lunghe e sofisticate pellicole di genere fantastico-avventuroso. A cominciare da quello che per molti critici rimane uno dei suoi lavori migliori (per fattura) e più ambiziosi, una movimentata fiaba ispirata – fra le altre cose – alla “Bella addormentata” di Charles Perrault. Al matrimonio della principessa Azurine (Marguerite Thévenard) con il principe Bel-Azor (Méliès stesso) appaiono quattro fate che recano doni, ma anche una strega cattiva, furiosa per non essere stata invitata, che rapisce la principessa e la fa portare nel suo castello da un'orda di demoni infernali. Armato di elmo, spada e scudo d'argento donatigli dalla fata Aurora (Bleuette Bernon), il principe salpa con i suoi uomini per andare a salvarla, ma la loro nave è affondata da una tempesta evocata dalla strega. Le fate li soccorrono e li conducono (su carrozze trainate da pesci) al regno sottomarino di Nettuno, da dove ritornano sulla terraferma portati in bocca da un'enorme balena. Penetrato nel castello della strega, il principe salva la propria sposa e, con l'aiuto di Aurora, sconfigge la megera. Il film si conclude con il corteo trionfale e i dovuti festeggiamenti (nonché l'apparizione delle culle con i numerosi principini che nasceranno!). Lungo circa 16 minuti, diviso in più tableaux, sontuoso per costumi e scenografie (che appaiono ancora più ricche nelle copie colorate a mano), il film impressiona per la commistione sempre più perfetta fra i "trucchi" da palcoscenico (fondali dipinti e semoventi, modellini, fumogeni, botole, carrucole, ecc.) e quelli cinematografici (stop action, sovrimpressioni, dissolvenze). Spettacolari, in particolare, le scene sottomarine, con veri pesci e crostacei che si muovono davanti ai personaggi (fra la macchina da presa e la scena fu collocato un acquario come nel precedente “Visite sous-marine du Maine”), e alcune rudimentali animazioni (vedi la sequenza dei fondali che si aprono l'uno dopo l'altro, che sembra anticipare l'effetto della multiplane camera della Disney). Certo, non c'è alcuna traccia del realismo, del montaggio narrativo, delle inquadrature ravvicinate o dei movimenti di macchina che i contemporanei cineasti britannici e americani stavano già cominciando a sperimentare. La differenza fra il cinema francese (rimasto ancorato ai trucchi e alle atmosfere teatrali) e quello di queste altre due nazioni (che stavano sviluppando un linguaggio più moderno) comincia a essere evidente, ma per adesso il pubblico apprezza ancora e la pellicola divenne estremamente popolare. A parte la scena finale (girata nel giardino di casa Méliès), il resto del film venne filmato in interni. Secondo alcune fonti, la strega sarebbe interpretata da un attore di teatro chiamato Durafour.