Visualizzazione post con etichetta Isola. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Isola. Mostra tutti i post

31 maggio 2023

La sottile linea rossa (Terrence Malick, 1998)

La sottile linea rossa (The Thin Red Line)
di Terrence Malick – USA 1998
con Jim Caviezel, Sean Penn
***

Rivisto in TV (Disney+).

Sul fronte del Pacifico, durante la seconda guerra mondiale, una compagnia dell'esercito americano viene incaricata di conquistare le postazioni giapponesi in cima a una collina sull'isola di Guadalcanal. La battaglia sarà cruenta, ma la guerra è soprattutto mentale. E infatti le lunghe e realistiche scene di combattimento si alternano a momenti di quiete, punteggiati dai pensieri (tramite voci fuori campo) dei soldati, che riflettono sulla morte e sull'esistenza con toni filosofici e quasi religiosi, mentre tutt'attorno la natura – bella, crudele e incontaminata – assiste quasi indifferente al massacro e alla follia distruttiva degli uomini. Il grande ritorno di Terrence Malick alla regia con il suo terzo film, a vent'anni dal precedente "I giorni del cielo", fu un evento: talmente atteso che moltissimi attori celebri fecero a gara per partecipare alla pellicola, anche in ruoli minori (è il caso, per esempio, di George Clooney, John Travolta, Woody Harrelson, Jared Leto, John C. Reilly, Tim Blake Nelson, e altri ancora: molte di queste partecipazioni furono peraltro accorciate quando i produttori chiesero a Malick di ridimensionare il suo primo montaggio, che superava le sei ore di durata). Di impostazione corale, la sceneggiatura (tratta dall'omonimo romanzo di James Jones del 1962: il titolo deriva da un verso di un poema di Rudyard Kipling sulla battaglia di Balaklava, dove i soldati britannici sono definiti come "una sottile linea rossa di eroi") segue in parallelo diverse sottotrame legate a vari personaggi: su tutte, il rapporto fra il soldato Witt (Jim Caviezel, anche se il ruolo in un primo momento era stato assegnato a Edward Norton), che dopo aver disertato per un breve periodo per rifugiarsi fra gli indigeni della Melanesia – in un vero e proprio paradiso terrestre che sarà a sua volta contaminato dall'inferno della guerra – viene costretto a riarruolarsi, e il più cinico sergente Welsh (Sean Penn), che a differenza sua è poco votato alle riflessioni metafisiche e più concentrato sul "qui e ora"; quello fra l'ambizioso colonnello Tall (Nick Nolte), che vede nella guerra e nell'assalto a Guadalcanal la sua ultima occasione di gloria personale, e il più bonario e sensibile capitano Staros (Elias Koteas), che invece rifiuta di seguirne gli ordini quando questi rischiano di mettere a repentaglio la missione e la vita dei suoi uomini; e infine, i tormenti personali del soldato Bell (Ben Chaplin), guidato dalle visioni della moglie (Miranda Otto) rimasta in patria, dalla quale riceverà però per lettera, al termine della battaglia, una richiesta di divorzio. Altri soldati nella compagnia sono quelli interpretati, fra gli altri, da Adrien Brody, John Cusack, John Savage, Dash Mihok, Larry Romano, Thomas Jane e Nick Stahl. A una lunga preparazione (Malick cominciò a lavorare all'adattamento del romanzo nel 1989) sono seguiti oltre tre mesi di riprese (nel Queensland in Australia e alle Isole Salomone) e un lungo lavoro di montaggio e post-produzione. Il risultato è spettacolare per regia, fotografia, qualità delle immagini e uso della colonna sonora (di Hans Zimmer): e le due anime della pellicola – il grande realismo delle frenetiche scene di battaglia e l'intima e rilassante trascendenza di quelle di quiete – si fondono alla perfezione, anche se la lunga durata (quasi tre ore) e il ritmo a tratti compassato rischiano di rendere poco memorabile l'insieme, sacrificando la trama in favore delle atmosfere. Più che sulla storia (che fornisce solo lo scheletro, il telaio di base), Malick ha interesse a raccontare i pensieri e le emozioni umane, vale a dire paura, follia, ambizione, cinismo, rassegnazione, coraggio e codardia: tutte insieme comunicano l'assurdità e la futilità della guerra, spogliata di ogni retorica bellica, militare o patriottica. Orso d'oro a Berlino e sette nomination agli Oscar (miglior film, regia, sceneggiatura, fotografia, montaggio, colonna sonora e sonoro). Il romanzo di Jones era già stato portato al cinema nel 1964, con Keir Dullea e Jack Warden.

4 maggio 2023

The lighthouse (Robert Eggers, 2019)

The Lighthouse (id.)
di Robert Eggers – USA/Canada 2019
con Robert Pattinson, Willem Dafoe
***

Visto in TV (Netflix).

Alla fine dell'Ottocento, due uomini giungono su un'isola brulla e lontana dalla costa: dovranno rimanerci per un mese, a guardia del faro che lì si trova. La convivenza si dimostra subito difficile: il più anziano dei due (Willem Dafoe) assume per sé il comando e si arroga l'accesso esclusivo alla "luce", ovvero la lanterna del faro (con cui ha una relazione quasi mistica), relegando il più giovane (Robert Pattinson) a faticose incombenze e lavori di manutenzione. Col passare del tempo, per via della fatica, della solitudine, e mentre una tempesta scuote l'oceano e la barca che avrebbe dovuto dar loro il cambio non arriva, la salute mentale del giovane si deteriora sempre più, tanto da perdere la cognizione del tempo e da essere soggetto a sogni bizzarri e visioni di sirene e di strane creature. Il secondo lungometraggio di Robert Eggers, sceneggiato insieme al fratello Max (che inizialmente voleva ispirarsi a un racconto incompiuto di Edgar Allan Poe noto appunto come "Il faro"), è in realtà una rilettura del mito di Prometeo, come testimonia la scena finale: i due protagonisti (unici personaggi in tutto il film, se non contiamo la sirena – interpretata da Valeriia Karamän – che appare nelle visioni del giovane) rappresentano rispettivamente Zeus, la divinità che custodisce gelosamente la "luce" (ma con evidenti aspetti anche di Proteo, divinità marina, profetizzante e mutaforma), e Prometeo, o se vogliamo l'intero genere umano, che la agogna come la conoscenza per risollevarsi dalle fatiche in terra. Girato in un rigoroso bianco e nero e in formato 4:3, il film è cupo, austero, apparentemente enigmatico: lo sostengono, oltre all'eccellente prova dei due interpreti (in particolare Dafoe), l'elegante regia e l'espressiva fotografia (di Jarin Blaschke, candidata all'Oscar), benché lo stile sia a tratti un po' calcato e pretenzioso. Oltre ai sottotesti mitologici/religiosi, notevoli anche quelli psicologici, dal gaslighting al rovesciamento dei rapporti di forza nel finale, dalla rimozione del passato ai sensi di colpa che affiorano mediante i sogni (Eggers ha affermato di essere stato influenzato sia da Freud sia da Jung), nonché quelli legati alla sessualità (nella scena in cui Pattinson si masturba, il faro stesso diventa un simbolo fallico).

8 febbraio 2023

Gli spiriti dell'isola (Martin McDonagh, 2022)

Gli spiriti dell'isola (The Banshees of Inisherin)
di Martin McDonagh – Irlanda/GB/USA 2022
con Colin Farrell, Brendan Gleeson
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Mentre in Irlanda infuria la guerra civile (siamo nel 1923), sulla piccola isola di Inisherin, al largo della terraferma, si svolge un altro tipo di guerra: quella fra Pádraic (Colin Farrell) e Colm (Brendan Gleeson), migliori amici da sempre, o almeno fino a quando il secondo – artista e musicista dilettante – ha deciso unilateralmente di non voler più avere niente a che fare con il primo – piccolo allevatore – e di rifiutarne la compagnia. Questo perché, a suo dire, l'amico è "noioso", gli fa sprecare il suo tempo e lo distrae dal tentativo di comporre qualcosa (come la canzone che dà il titolo originale al film) destinato a restare dopo la sua morte. Il semplice e gentile Pádraic ci resta male, e fa di tutto per riconnettersi con l'amico, che dal suo canto dimostra la propria ostinazione nel modo più drastico. E in una piccola isola dove tutti sanno e sparlano di tutti (memorabili i personaggi di contorno, quasi un "coro" greco: dall'oste e dagli avventori del pub, al prete, al poliziotto, alla vecchia "strega" con le sue previsioni funeree), anche altri personaggi si sentono rinchiusi nella trappola di un microcosmo angusto: la sorella di Pádraic, Siobhán (Kerry Condon), appassionata di letteratura e come tale ritenuta eccentrica dagli abitanti dell'isola; e il giovane Dominic (Barry Keoghan), lo "scemo del villaggio", figlio del poliziotto locale da cui viene maltrattato e abusato. L'isola di Inisherin, con i suoi magnifici scenari naturali (le scogliere rocciose, i campi verdi e pietrosi, le spiagge deserte), fa da sfondo perfetto a una vicenda "piccola" ma in qualche modo universale, che vede personaggi mettere a confronto diverse filosofie di vita (l'ambizione umana e artistica di "fare qualcosa di importante" per non sprecare la propria esistenza, contro il desiderio di restare gentili e compassionevoli e di cercare la felicità nell'"ora e qui"), entrambe valide, tanto che non si può dire che uno dei due punti di vista sia sbagliato o migliore dell'altro. E l'intensità della narrazione si colora occasionalmente di toni comici, grotteschi o persino soprannaturali. Eccellente il cast (sia Farrell che Gleeson avevano già recitato in coppia per McDonagh nel precedente "In Bruges"). Espressivi anche gli animali (l'asina e la puledra di Pádraic, il cane di Colm), che osservano con i loro sguardi il dipanarsi della vicenda. Premio per la miglior sceneggiatura (e coppa Volpi a Farrell come miglior attore) alla mostra del cinema di Venezia. Nove candidature agli Oscar: quelle per il miglior film, la regia, la sceneggiatura, il montaggio, la colonna sonora, e ben quattro per gli attori (Farrell, Gleeson, Keoghan e Condon).

3 gennaio 2023

Glass Onion (Rian Johnson, 2022)

Glass Onion - Knives Out (Glass Onion: A Knives Out Mystery)
di Rian Johnson – USA 2022
con Daniel Craig, Edward Norton
***

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

L'eccentrico milionario e imprenditore tecnologico Miles Bron (Edward Norton: il personaggio è ovviamente modellato su Elon Musk) invita sulla sua isola privata in Grecia, dominata dall'avveniristica struttura chiamata "Glass Onion", un gruppo di amici e appartenenti alla sua "cerchia ristretta" – una candidata politica (Kathryn Hahn), uno scienziato (Leslie Odom Jr.), un'imprenditrice della moda (Kate Hudson) con la sua assistente (Jessica Henwick), un muscoloso influencer maschilista (Dave Bautista) con la sua compagna (Madelyn Cline), e persino l'ex socia che ha recentemente estromesso dalla sua azienda (Janelle Monáe) – per trascorrere un weekend all'insegna di giochi ed enigmi, con l'intenzione di mettere in scena la propria (finta) morte e lasciare che gli amici risolvano il mistero. Fra i presenti, a sorpresa, c'è anche l'investigatore Benoit Blanc (Daniel Craig), che qualcuno ha invitato all'insaputa di Bron. E sarà proprio lui a indagare quando un assassinio verrà commesso veramente... Il secondo film della serie "Knives out", dopo "Cena con delitto" (ma l'unico personaggio che ritorna è appunto il detective), prosegue nell'intento di rivisitare i meccanismi e le modalità del whodunit, il giallo per eccellenza alla Agatha Christie, di cui rispetta – almeno apparentemente – le classiche regole, ma colorandone i contenuti di satira e osservazioni su temi sociali. A questo giro si ironizza (via Musk) su una certa modalità di pensiero e di concezione del "successo", dal "pensare fuori dalla scatola" (thinking outside the box: esemplificato dalla scena in cui uno degli invitati, anziché risolvere i complessi enigmi contenuti nella scatola inviata da Bron, la demolisce a colpi di martello per estrarne poi il biglietto di invito) al ritenersi "al di sopra delle masse", tanto da che il gruppo formato da Bron e dai suoi amici si è denominato "i disgregatori", nel senso che si vantano di distruggere le regole di comportamento comune pur di superare gli altri e vincere ogni sfida. Blanc, invece, ne metterà crudelmente in luce i limiti, dimostrando che tutto ciò che sembrava estrosa genialità nasconde soltanto stupidità e superficialità. Strutturalmente la pellicola è divisa in tre parti: la prima è quella introduttiva, che presenta i personaggi, l'ambientazione e mette le carte in tavola; la seconda torna indietro, mostrandoci il dietro le quinte e rivelandoci che non tutto era come sembrava; la terza, quella risolutiva, conduce a un finale distruttivo e insolito per un giallo (ma lo stesso meccanismo del whodunit aveva già riservato alcune sorprese, a partire dalla vittima, che non era quella prevista). Un finale che rende il film più esagerato, grottesco e postmoderno del precedente: ciò nonostante la visione non è fastidiosa, anzi tutt'altro, perché Johnson sa misurarsi e usare questi elementi (di cui il cinema americano moderno, da Tarantino in poi, abusa allo sfinimento) in maniera sempre sensata, intelligente e coerente. E dunque poco importano l'assurdità e l'irrealtà di alcuni passaggi, situazioni o conseguenze (la Gioconda distrutta!?), visto che – come nel primo film – la trama gialla è solo un pretesto per una serie di riflessioni socio-politiche sulle distorsioni del mondo attuale (si parla anche di ambiente, crisi energetica e, visto che la pellicola è ambientata nel 2020, della pandemia di Covid: naturalmente Bron ha sviluppato, solo per sé e i suoi amici, un vaccino/cura efficace). Craig e Norton sono in forma, ma il resto del cast è meno brillante rispetto a quello del film precedente (con la Monáe che prende il posto, narrativamente parlando, che era di Ana de Armas). Del tutto inutile il personaggio di Noah Segan (lo slacker che bivacca sull'isola). Minuscole parti per Hugh Grant ed Ethan Hawke, cameo (nei panni di sé stessi) per "celebrità" come Stephen Sondheim, Angela Lansbury, Kareem Abdul-Jabbar, Yo-Yo Ma e Serena Williams.

10 novembre 2022

Triangle of sadness (Ruben Östlund, 2022)

Triangle of sadness (id.)
di Ruben Östlund – Svezia/Ger/Fra 2022
con Harris Dickinson, Charlbi Dean
***

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Carl (Harris Dickinson) e Yaya (Charlbi Dean), giovani modelli e "influencer", partecipano a una crociera di lusso a bordo di uno yacht ricolmo di folli oligarchi russi, imprenditori superficiali e mercanti d'armi insensibili. Fra un episodio e l'altro, la crociera si rivela più movimentata del previsto. E dopo un naufragio, alcuni dei superstiti finiranno su un'isola deserta, dove i rapporti sociali si rovesceranno (l'addetta alle pulizie sulla nave, essendo l'unica in grado di procurare il cibo agli altri, diventa il capo della nuova comunità). Dopo aver vinto la Palma d'Oro a Cannes con un quadrato ("The square" nel 2017), Östlund la rivince con un triangolo (il "triangle of sadness", viene spiegato nella scena iniziale, è la zona delle rughe fra le sopracciglia). E ancora una volta prende di mira, attraverso il linguaggio della satira e del grottesco, i paradossi e le storture di una società dominata dalla vacuità, dalle apparenze e dal denaro, focalizzandosi in particolare sulla moda (dove la bellezza è una "valuta di scambio") e sul mondo dei super-ricchi. Come hanno fatto illustri precedenti prima di lui (vengono in mente il Buñuel de "Il fantasma della libertà" e il Ferreri de "La grande abbuffata", ma anche certe cose di Pasolini o, in tempi recenti, il Bong Joon-ho di "Parasite"), il regista svedese punta sul surreale contrasto fra gli opposti: dai ruoli di genere del maschio e della femmina a livello di regole sociali (vedi il litigio fra Carl e Yaya su chi debba pagare il conto al ristorante) o di rapporti di forza (il matriarcato instaurato sull'isola da Abigail (Dolly De Leon), con Carl nel ruolo del "concubino"); al dibattito "ideologico" fra l'americano comunista (il capitano della nave, interpretato dall'unica star della pellicola, Woody Harrelson) e il russo capitalista (Zlatko Burić); al contrasto fra la raffinatezza della ricchezza (i piatti di alta cucina alla cena sullo yacht) e l'oscenità e il lerciume corporale causato dal mal di mare (vomito e merda! A proposito, sul grande schermo non si vedeva una scena di vomito così dai tempi di "Stand by me", o forse da "Il senso della vita" dei Monty Python). Per non parlare del conflitto fra la civiltà e il "ritorno alle origini", basato sulla necessità di sopravvivere, dei naufraghi che, isolati dal mondo, ribaltano tutte le loro priorità e le regole cui obbedivano in precedenza. Il risultato è un film provocatorio, proprio come era "The square" (ricordiamo tutti la scena dello scimmione sui tavoli), capace di scuotere e far pensare lo spettatore come poche altre pellicole recenti. Fosse uscito negli anni sessanta o settanta, magari firmato da uno dei registi sopra citati, non ci sarebbe stato da stupirsi: ma oggi, in un'epoca di cinema sempre più commerciale, adolescenziale e preconfezionato, Östlund è certamente una mosca bianca. Se dunque il film – a tratti forzato, esagerato e ridondante (soprattutto nella seconda delle tre parti in cui è diviso, intitolate rispettivamente "Carl e Yaya", "Lo yacht" e "L'isola") – non è forse all'altezza dei lavori precedenti del regista (si pensi anche a "Forza maggiore"), riesce comunque a spiccare nel piattume generale che lo circonda. Nell'ottimo cast corale anche Vicki Berlin (Paula, l'addetta alla sicurezza sullo yacht), Iris Berben (la turista tedesca che si esprime con un'unica frase, "In den Wolken!"), Henrik Dorsin e Jean-Christophe Folly.

31 luglio 2022

Mediterraneo (Gabriele Salvatores, 1991)

Mediterraneo
di Gabriele Salvatores – Italia 1991
con Diego Abatantuono, Giuseppe Cederna
***

Rivisto in DVD.

Nel giugno 1941, otto soldati dell'esercito italiano sbarcano su un'isoletta nel mar Egeo per una missione di ricognizione: dovrebbero rimanerci pochi mesi, ma ci resteranno per oltre tre anni, isolati dal mondo (e dalla guerra, che nel frattempo va avanti senza di loro) e sempre più adattati al ritmo lento della vita locale, in armonia con sé stessi e la natura e ben accolti dalla popolazione (soltanto donne, vecchi e bambini, essendo gli uomini stati deportati dai tedeschi). È il terzo film della "trilogia della fuga" di Salvatores, al quale il nome del regista resterà per sempre legato (nonostante in seguito dimostrerà di avere ben altre ambizioni), grazie anche allo straordinario e imprevisto successo di pubblico e di critica. Vinse infatti a sorpresa l'Oscar per il miglior film straniero (non in pochi, quell'anno, pronosticavano il premio per "Lanterne rosse") e contribuì a perpetuare lo stereotipo, o se vogliamo il mito, piuttosto discutibile, degli "Italiani brava gente", che anche in guerra, in fin dei conti, non erano poi così cattivi (soprattutto se paragonati ai tedeschi). Gli otto protagonisti, in effetti, sembrano più un gruppo di amici in villeggiatura ("Questa atmosfera mi ricorda la fine delle vacanze", dice uno di loro nel finale), imbranati e caciaroni, che veri o convinti soldati: abbiamo il tenente Montini (Claudio Bigagli), ex insegnante di ginnasio che trascorrerà il suo tempo sull'isola a dipingere gli affreschi sulle pareti della chiesa locale su richiesta del pope ortodosso (Luigi Montini); il suo attendente Farina (Giuseppe Cederna), timido e sensibile, che si innamorerà della prostituta locale Vassilissa (Vana Barba); il ruspante sergente maggiore Lorusso (Diego Abatantuono), forza vitale del gruppo ma anche il personaggio più comico; il marconista Colasanti (Ugo Conti), che una volta distrutta la radio perde ogni utilità all'interno della squadra; il montanaro Strazzabosco (Gigio Alberti), simbioticamente legato alla sua asina; l'eterno disertore Noventa (Claudio Bisio), che sogna in continuazione di tornare in patria dalla propria moglie; e infine i due fratelli alpini Munaron (Memo Dini e Vasco Mirandola). Irene Grazioli è la pastorella che "intrattiene" i due alpini di vedetta sui monti dell'isola, Alessandro Vivarelli è Aziz, il mercante turco che rifornisce i nostri eroi di oppio.

Gli splendidi scenari naturali (il film è stato girato nell'isola di Castelrosso/Kastellorizo, ovvero Megisti, al largo delle coste della Turchia), l'indovinata colonna sonora (di Giancarlo Bigazzi e Marco Falagiani) ricca di sonorità greco-mediterranee, il tono semplice e nostalgico della narrazione (soggetto e sceneggiatura sono di Enzo Monteleone, che già aveva collaborato a "Marrakech Express" e che qui si ispira al romanzo autobiografico "Sagapò" di Renzo Biasion, ma anche chiaramente a "Gli ammutinati del Bounty") contribuiscono al fascino di un film forse un po' sopravvalutato, è vero, ma che sa rendere bene i due aspetti che più gli stanno a cuore: il desiderio di fuga, appunto (la pellicola si apre con una frase di Henri Laborit, "In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare", e si chiude con "Dedicato a tutti quelli che stanno scappando"), legato a doppio filo alla disillusione politica (se per lungo tempo c'è chi soffre per essere tagliato fuori dal conflitto bellico o dagli eventi che stanno riplasmando l'Europa, "Il mondo sta cambiando e noi siamo qua", nel malinconico finale ambientato ai giorni nostri un Lorusso invecchiato – che in precedenza aveva ostentato con convinzione "Andiamo a costruire un grande paese" – confessa "Non si viveva poi così bene in Italia, non ci hanno lasciato cambiare niente..."), e la ricerca di sé stessi e di una maggiore armonia con la natura, che può essere trovata solo isolandosi dalla frenesia del mondo e riscoprendo (senza distrazioni) la poesia, l'amore, l'amicizia. In più, naturalmente, il mondo greco e in generale mediterraneo, antico e profondo, che affonda le sue radici nella cultura classica, è l'alveo primordiale in cui è facile rifugiarsi per fuggire dagli orrori della guerra, un mondo cui anche noi italiani apparteniamo, anche se tendiamo a dimenticarcene ("Italiani greci una faccia una razza"). Tutto troppo semplice e ingenuo? Forse sì, ma raccontato in maniera gradevole e sincera, con personaggi simpatici (il gruppo di attori è ben collaudato e si ritrova a meraviglia: i migliori sono Abatantuono e Cederna) e scene che a modo loro sono diventate indimenticabili (le partite a pallone sulla spiaggia, il "colloquio di lavoro" di Vassilissa, Farina che si nasconde nel barile delle olive...) e sfumature malinconiche che fanno spesso capolino fra una scena e l'altra come nella migliore tradizione della commedia all'italiana.

21 luglio 2022

Survival of the dead (G. Romero, 2009)

Survival of the dead - L'isola dei sopravvissuti (Survival of the dead)
di George A. Romero – USA/Canada 2009
con Kenneth Welsh, Alan van Sprang
**

Visto in divx.

Per sfuggire all'apocalisse zombie che ormai impazza per il mondo, un gruppo di militari della Guardia Nazionale (Alan van Sprang, Eric Woolfe, Stefano Di Matteo e Athena Karkanis), insieme a un ragazzo (Devon Bostick), si rifugiano su Plum, isola nell'Atlantico al largo delle coste del Delaware. Qui scoprono però che è in atto una faida fra le due famiglie che da sempre popolano l'isola, guidate dai rispettivi patriarchi: Patrick O'Flynn (Kenneth Welsh), che dà la caccia alle "teste morte" (così vengono soprannominati i morti viventi) per eliminarli una volta per tutte, e Seamus Muldoon (Richard Fitzpatrick), che, spinto anche da motivi religiosi, vuole tenerli con sé, prigionieri, in attesa di una cura o perlomeno che imparino a mangiare anche carne non umana. Ispirato al classico western di William Wyler del 1958 "Il grande paese", il sesto film della saga ufficiale dei morti viventi è un onesto film zombesco, forse non spettacolare ma con tutti i crismi del genere, inserito nella continuity riavviata dal precedente "Le cronache dei morti viventi" (di cui rivediamo all'inizio i protagonisti in un breve inserto). Come ormai al solito, gli zombie non sono i veri nemici e non fanno paura (sono lenti e si uccidono facilmente con un colpo alla testa: al limite si soffre nel farlo se si trattava dei propri cari, amici o parenti). Il conflitto è semmai quello fra i gruppi contrapposti di sopravvissuti, che qui è letto in chiave di faida famigliare, con sottotesti tribali e religiosi. Niente di originale, ma nemmeno di sbagliato o di fastidioso. Nel cast anche Kathleen Munroe (in un doppio ruolo, quello delle due figlie di O'Flynn, una diventata zombie e l'altra no) e Joris Jarsky. Si tratta dell'ultimo film di Romero, che morirà nel 2017.

21 aprile 2022

La Gomera (Corneliu Porumboiu, 2019)

La Gomera - L'isola dei fischi (La Gomera)
di Corneliu Porumboiu – Romania/Fra/Ger 2019
con Vlad Ivanov, Catrinel Marlon
***

Visto in divx.

A La Gomera, isola delle Canarie, esiste una bizzarra lingua fatta solo di fischi, simili quelli degli uccelli, sviluppata dai pastori locali per comunicare a grandi distanze. Cristi (Vlad Ivanov), poliziotto corrotto della squadra narcotici di Bucarest, immanicato con Zsolt (Sabin Tambrea), imprenditore che lavora per conto di una banda di trafficanti di droga, vi si reca per impararla: gli servirà infatti per comunicare con i complici dell'uomo e organizzarne la fuga, senza farsi intercettare dai colleghi che ormai sospettano di lui. Ma intrighi e doppi giochi sono in agguato... Insolito e interessante thriller/neo-noir poliziesco, sfaccettato e complesso, con una struttura narrativa costruita su una serie di flashback e divisa in otto capitoli – ciascuno intitolato a un diverso personaggio – non in ordine cronologico. Il tema del linguaggio e della comunicazione, a partire dalla strana lingua dei fischi (il "silbo gomero", che esiste realmente), si appoggia su una vicenda caratterizzata da una ragnatela di relazioni fra i vari personaggi, tutti con una notevole dose di ambiguità e dove il bene e il male si fondono fra loro: dal protagonista stesso, poliziotto corrotto ma "buono" (e soprattutto silenzioso e impenetrabile: non abbiamo mai accesso ai suoi pensieri), alla bella Gilda (Catrinel Marlon), femme fatale amante/complice di Zsolt, di cui anche Cristi si innamora; dalla spregiudicata procuratrice Magda (Rodica Lazar), superiore di Cristi, che non esita a usare metodi discutibili pur di raggiungere i propri scopi, al boss della droga Paco (Agustí Villaronga) e al suo sottoposto Kiko (Antonio Buíl), fino all'inquietante concierge (István Teglas), appassionato di opera e proprietario di un motel al centro di diverse scene. Linguaggio, infatti, non significa solo parole, o fischi: è anche musica (fra i brani ricorrenti ci sono "Casta Diva" dalla "Norma", l'aria di Barbarina dalle "Nozze di Figaro", e la Barcarola dai "Racconti di Hoffmann" di Offenbach), e naturalmente cinema (innumerevoli le citazioni (meta)filmiche: il nome stesso di Gilda, lo spezzone di "Sentieri selvaggi" in cui viene usata un'altra lingua dei fischi!, il fatto che lo showdown finale avvenga in uno stabilimento cinematografico abbandonato, l'allusione alla scena di "Psyco" nella doccia). Citazione anche per un classico del cinema noir rumeno, "Un commissario accusa" di Sergiu Nicolaescu. Il finale forse è un po' disgiunto e trascinato. Anche se perfettamente guardabile a sé stante, il film è di fatto un sequel/spin-off del precedente "Politist, adjectiv" (2009) di Porumboiu, in cui Cristi aveva conosciuto il giovane Zsolt.

9 giugno 2021

Dragon (Indar Dzhendubaev, 2015)

Dragon (On – drakón)
di Indar Dzhendubaev – Russia 2015
con Maria Poezzhaeva, Matvey Lykov
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Nel giorno del suo matrimonio, la principessa Miroslava viene rapita da un drago, che la conduce con sé nella sua isola. In attesa dell'arrivo del suo promesso sposo Igor, che dovrebbe salvarla, la ragazza scopre però che il drago può assumere le fattezze di un uomo, da lei ribattezzato Arman, e lentamente se ne innamora... Rilettura in chiave fantasy de "La bella e la bestia" (passando per "Laguna blu"!), questa pellicola è un'interessante variazione del genere romantico per young adult che in tempi recenti (da "Twilight" in poi) ha saccheggiato un po' tutti i luoghi dell'immaginario horror/fantastico. La buona confezione, gli effetti speciali e la rappresentazione del mondo ancestrale russo/scandinavo da cui proviene la protagonista (il villaggio sul mare e immerso nella neve) lo rendono assai gradevole, almeno più degli equivalenti prodotti hollywoodiani, visto che rispetta e non banalizza gli archetipi delle fiabe. Ovviamente la metafora sottostante è quella dell'innamoramento e della scoperta della sessualità ("Hai paura dei draghi, ma vuoi giocarci"). Il produttore è Timur Bekmambetov. Flop al botteghino in patria, il film è stato invece ben accolto all'estero (per esempio in Cina, dove è diventato il film russo con il maggiore incasso).

21 dicembre 2020

A casa tutti bene (G. Muccino, 2018)

A casa tutti bene
di Gabriele Muccino – Italia 2018
con Stefano Accorsi, Gianmarco Tognazzi
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Per festeggiare le nozze d'oro di Pietro e Alba, i numerosi membri della loro famiglia allargata si riuniscono sull'isola dove questi risiedono (isola senza nome: ma il film è stato girato a Ischia). Ma la sospensione dei traghetti per via del maltempo costringerà tutti a trattenersi sull'isola più del previsto, due giorni durante i quali esploderanno litigi, tensioni, gelosie, rancori e infedeltà. Con un ampio cast corale, Muccino torna ad affrontare temi in fondo già visti a più riprese, tanto nel suo cinema quanto in quello cui fa (o vorrebbe fare) riferimento: un'analisi cinica e spesso impietosa del malessere e delle nevrosi individuali o di gruppo, che si trasforma in un gioco al massacro senza però un particolare intento di fornire una rappresentazione realistica o credibile della società contemporanea. I personaggi, infatti, rappresentano soltanto sé stessi: individui antipatici, egoisti, qualunquisti, buzzurri o idioti (oltre che generici e intercambiabili nei propri ruoli), che si esprimono attraverso dialoghi banali e retorici, scene gridate o stereotipate, caratterizzazioni da fiction nazional-popolare (non a caso sono tutti identificati solo con il nome, come in una soap opera: ignoriamo persino il cognome della famiglia!), le immancabili canzoni cantate in coro, amori e tradimenti di scarso interesse e di cui non ci importano gli sviluppi, e naturalmente nessuna idea a livello di stile, di ricerca visiva o di composizione dell'immagine. Il vasto cast (del tutto inutile specificare o distinguere i ruoli) comprende Stefano Accorsi, Carolina Crescentini, Elena Cucci, Tea Falco, Pierfrancesco Favino, Claudia Gerini, Massimo Ghini, Sabrina Impacciatore, Ivano Marescotti, Giulia Michelini, Sandra Milo, Giampaolo Morelli, Stefania Sandrelli, Valeria Solarino, Gianmarco Tognazzi: ma ognuno recita per conto proprio (o a coppie) le proprie scenette, biascicando frasi a volta difficili da comprendere per via del solito mix micidiale fra l'incompetenza dei fonici e le pessime dizioni che funestano da vent'anni il cinema italiano (maledetto il giorno in cui è stato abbandonato il doppiaggio in nome di un presunto realismo o, più probabilmente, dell'ego degli attori). Con poche ma notevoli eccezioni, a dire il vero: si vede per esempio che la Sandrelli è della "vecchia scuola", ovvero che ha studiato dizione. Non che poi ci fosse molto da comprendere: se il soggetto in fondo ha i suoi meriti, i dialoghi – come detto – sono la cosa peggiore del film, espositivi e didascalici, mediocri e fasulli sia quando vorrebbero essere "poetici" sia nelle tante sequenze delle litigate. Di maniera anche la colonna sonora di Nicola Piovani.

15 settembre 2020

La tartaruga rossa (M. Dudok de Wit, 2016)

La tartaruga rossa (La tortue rouge, aka The red turtle)
di Michaël Dudok de Wit – Francia/Giappone 2016
animazione tradizionale
***

Visto in TV.

Trascinato dalla forza delle onde su un'isola deserta, un naufrago non riesce ad abbandonarla perché una misteriosa tartaruga gigante dall'insolito colore rosso gli demolisce ogni zattera che costruisce. La tartaruga si trasformerà poi magicamente in una donna, con cui l'uomo sceglierà di trascorrere tutta la vita sull'isola... Il primo lungometraggio dell'animatore olandese Michaël Dudok de Wit, già autore di magnifici corti come "Il monaco e il pesce" e "Father and daughter", è un'incantevole pellicola completamente senza dialoghi, in cui i personaggi e la storia sono immersi in un mondo naturale, mistico e affascinante. Co-prodotto dallo Studio Ghibli (si tratta della prima collaborazione dello studio di Miyazaki & C. con un artista occidentale), il film è esteticamente davvero bellissimo, con un disegno ispirato alla linea chiara del fumetto franco-belga (i volti sembrano uscire dal "Tintin" di Hergé) e degli sfondi colorati e al tempo stesso realistici e astratti: un'autentica gioia per gli occhi. Il soggetto, invece, è assai semplice, quasi una variazione di "Laguna blu", anche se non privo di suggestioni con i suoi rimandi al soprannaturale (la natura misteriosa della tartaruga, i sogni e le visioni) e soprattutto con la comunione del protagonista (e poi di suo figlio) con il mondo immacolato della natura, un mondo che sa essere generoso ma anche terribile (vedi la sequenza dello tsunami che devasta l'isola), e che alla fine completa il suo cerchio: un tema quanto mai adatto a una pellicola universale in cui l'immaginario orientale e quello occidentale si fondono. Le spiagge, il mare, il canneto, gli animali – come i simpatici granchietti che fanno da testimone all'intera vicenda – e tutto ciò che fa parte dell'ambientazione sfiorano la perfezione artistica. Una volta visto la prima volta, sarebbe quasi da impostare come screen saver nel maxischermo di casa e da proiettare in loop, come un quadro in movimento.

9 gennaio 2020

Piovono polpette (P. Lord, C. Miller, 2009)

Piovono polpette (Cloudy with a chance of meatballs)
di Phil Lord, Christopher Miller – USA 2009
animazione digitale
**

Visto in TV.

A Swallow Falls (Swallow Marina in italiano), fittizia isola nell'Atlantico che ha sempre vissuto sulla pesca e sul commercio delle sardine, ora in crisi, il giovane aspirante inventore Flint Lockwood costruisce una macchina che trasforma l'acqua in cibo. Le conseguenti piogge di cheeseburger, gelato o polpette attirano turisti e calamitano l'opinione pubblica sull'isola e su di lui, che da nerd sbeffeggiato da tutti si ritrova ad essere considerato un eroe. Ma l'inghippo sta dietro l'angolo: il cibo prodotto dalla macchina diventa sempre più grande e pericoloso... Tratto da un libro illustrato per bambini, un simpatico film d'animazione costruito su uno spunto bizzarro e originale: peccato che gli sviluppi siano poi assolutamente prevedibili, che il character design sia semplicistico e privo di immaginazione, e che il concetto di cibo rappresentato sia talmente americano (quasi solo junk food: peraltro, nonostante il titolo, in realtà piove di tutto e non solo le "polpette" che in America sono sempre associate – chissà perché – agli spaghetti) che non ci si deve sorprendere come quello dell'eccesso (e dell'obesità) sia uno dei temi preponderanti della storia. L'impianto è infatti da fiaba morale (il troppo stroppia!), con la seconda parte che imita le pellicole catastrofiche (la pioggia di cibo si trasforma in un vero e proprio tornado). Ma i bambini, probabilmente, si divertiranno, anche grazie a piccoli tocchi indovinati (la "nerditudine" dei protagonisti: oltre a Flint, anche la giovane meteorologa Sam Sparks) e un buon cast di contorno (il padre di Flint, pescatore di poche parole che parla solo con metafore a tema peschereccio; Steve, la scimmietta "spalla" di Flint; Manny, l'operatore di Sam, omettino dall'aspetto insignificante che si rivela straordinariamente versatile; "Baby" Brent, da piccolo la mascotte dell'industria delle sardine, ora cresciuto; l'ingordo sindaco Shelbourne). Si potrebbe poi fare un paragone, sicuramente casuale ma interessante, con la "pioggia di sardine" di una classica storia Disney di Romano Scarpa ("Paperino e la leggenda dello Scozzese Volante"). Il film segna l'esordio della coppia di sceneggiatori e registi Phil Lord e Chris Miller, che firmeranno sia pellicole in animazione ("The Lego movie") che in live action. Ha dato origine a un sequel (nel 2013) e a una serie animata (nel 2017).

23 giugno 2019

Ritratto della giovane in fiamme (C. Sciamma, 2019)

Ritratto della giovane in fiamme (Portrait de la jeunne fille en feu)
di Céline Sciamma – Francia 2019
con Noémie Merlant, Adèle Haenel
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Alla fine del settecento, la pittrice Marianne (Noémie Merlant) viene invitata a recarsi su un'isola al largo della Bretagna per realizzare il ritratto di Héloïse, contessina destinata a sposarsi con un nobile che non ha mai visto, e che pretende appunto una sua immagine prima di accettarla. Ma la ragazza, appena uscita dal convento e refrattaria al matrimonio (di fatto ha preso il posto della sorella, che si è suicidata), non intende posare: e così Marianne, fingendo di essere lì come dama di compagnia, trascorre le giornate osservandola accuratamente, per poi ritrarla in segreto nella sua stanza. Il gioco di sguardi incrociati (dove guardare significa in fondo possedere, e chi guarda viene sempre guardato a sua volta) le farà avvicinare e inevitabilmente innamorare... Al quarto lungometraggio, Céline Sciamma abbandona per la prima volta la contemporaneità, ma non i temi che le sono più cari: e anzi, scegliendo la sua (ex) compagna Adèle Haenel (già co-protagonista del suo film d'esordio, "Naissance des pieuvres") per il ruolo dell'enigmatica Héloïse, ne fa sullo schermo quel ritratto che il personaggio da lei interpretato vuole invece sfuggire. Raffinato ma anche compiaciuto e programmatico, il film è un po' pallosetto nel suo romanticismo letterario, patinato e femminista (che pure spinge noi spettatori a invadere, come guardoni, quell'intimità che i personaggi vorrebbero tenere per sé), nonché privo della vitalità e della naturalezza dei lavori precedenti. Ha però alcuni ottimi momenti, in particolare nella prima parte e nel finale, dove la musica diegetica (l'Estate di Vivaldi) sottolinea i turbamenti e i sentimenti che sconvolgono i personaggi. Da sottolineare anche i riferimenti al mito di Orfeo, il cui sguardo verso Euridice è al tempo stesso un segno d'amore e un modo per dirle addio. Valeria Golino è la contessa, Luàna Bajrami è la servetta Sophie (che le due ragazze aiutano ad abortire). Lo spunto ricorda in parte "Mademoiselle" di Park Chan-wook. Premio a Cannes per la miglior sceneggiatura.

20 febbraio 2019

King Kong (Cooper, Schoedsack, 1933)

King Kong (id.)
di Merian C. Cooper, Ernest B. Schoedsack – USA 1933
con Fay Wray, Robert Armstrong, Bruce Cabot
***1/2

Rivisto in divx.

"Then something went wrong
for Fay Wray and King Kong
they got caught in a celluloid jam..."

Carl Denham (Armstrong), eccentrico produttore cinematografico, guida una spedizione sulla misteriosa Isola del Teschio, lembo di terra non segnato sulle mappe, anche perché popolato da dinosauri e mostri giganti. Il re di tutti questi è Kong, colossale gorilla temuto e idolatrato dai locali indigeni, che gli dedicano sacrifici umani e pensano bene di donargli in sposa Ann Darrow (Wray), la bionda protagonista del film che Denham intendeva girare. La ragazza viene salvata dall'intrepido primo ufficiale Jack Driscoll (Cabot), e lo scimmione è catturato e condotto a New York per essere esibito nei teatri di Broadway come "ottava meraviglia del mondo". Ma riuscirà a liberarsi dalle catene che lo tenevano imprigionato (suscitando il panico fra la folla), a catturare Ann e ad arrampicarsi con lei in cima all'Empire State Building, dove sarà abbattuto dall'aviazione. Il padre di tutti i film di mostri, una pellicola seminale e influente che non solo ha generato innumerevoli imitazioni, sequel e remake (basti citare le versioni del 1976 di John Guillermin e del 2005 di Peter Jackson), ma ha creato una vera e propria icona massmediale (lo scimmione King Kong, appunto) e ha addirittura dato vita a un intero genere cinematografico di successo a livello globale (basti pensare al giapponese "Godzilla"). La sceneggiatura di James Ashmore Creelman e Ruth Rose (oltre che di Horace McCoy e Leon Gordon, non accreditati), da un soggetto del regista Cooper e di Edgar Wallace, insiste a più riprese sul tema de "La bella e la bestia": non solo Kong agisce perché invaghito della bella Ann, ma la frase finale di Denham sugella in questo modo il suo destino: "Oh, no, it wasn't the airplanes. It was Beauty killed the Beast". Il tutto rende Kong un personaggio tragico, quasi un antieroe, e non un semplice cattivo da film horror: e dunque gli spettatori arrivano a provare una certa empatia nei suoi confronti, creatura strappata al proprio mondo selvaggio per essere trasportata nella "civiltà" ed esibita come un fenomeno da baraccone (qui c'è anche una metafora dello schiavismo).

L'avvincente lungometraggio, che si dipana senza un attimo di tregua, ha tutte le stimmate dei film (o dei fumetti o romanzi) d'avventura ambientati nella giungla o in luoghi esotici, compreso qualche stereotipo coloniale. In particolare è fortemente debitore al classico racconto di Arthur Conan Doyle "Il mondo perduto", da cui provengono i dinosauri, e che pochi anni prima – nel 1925 – era stato portato sullo schermo con gli effetti speciali di Willis O'Brien, responsabile anche di quelli di "King Kong". E proprio l'eccezionale (per l'epoca) resa del gorilla gigante, modellato da Marcel Delgado e animato a passo uno, che interagisce lungamente con gli attori in carne e ossa (per non parlare degli altri mostri e dei dinosauri con i quali si batte: memorabile soprattutto lo scontro con il tirannosauro con cui si contende Ann, ma sullo schermo compaiono anche uno stegosauro, un brontosauro, uno pterodattilo, un'iguana e un serpente gigante), fu uno dei segreti dell'enorme successo del film. C'è poi la trovata di spostare, nel finale, il setting in un ambiente urbano, lasciando che lo scimmione si aggiri per le strade di New York, distruggendo treni e ferrovie e arrampicandosi sui palazzi, fino al catastrofico e celeberrimo finale sulla cima di quello che allora era il grattacielo più alto del mondo (a questo proposito, uno dei tanti lasciti del film nella cultura di massa è anche l'ispirazione per il videogioco "Donkey Kong", dal quale proviene il popolarissimo personaggio di Super Mario). Da notare che nel film non viene data nessuna spiegazione (scientifica o di altro tipo) per l'esistenza di Kong e dei dinosauri. Il fatto che lo scimmione compaia soltanto a film già inoltrato (dopo un'attesa di oltre 40 minuti) non fa altro che accrescere la suspense. Cooper e Schoedsack si divisero equamente i compiti di regia: il primo si occupò delle sequenze d'azione, il secondo di quelle di dialogo. Nel ruolo più celebre della sua carriera, Fay Wray (che aveva già lavorato con Cooper, Schoedsack e Armstrong l'anno prima ne "La pericolosa partita") divenne la prima scream queen del cinema horror. Già nove mesi più tardi, in quello stesso 1933, Schoedsack realizzava un seguito, "Il figlio di King Kong". Il film originale fu ridistribuito più volte nelle sale (fino al 1956), con varie censure, e nel 1989 venne colorizzato per la televisione.

16 febbraio 2019

More (Barbet Schroeder, 1969)

More - Di più, ancora di più (More)
di Barbet Schroeder – Francia 1969
con Klaus Grünberg, Mimsy Farmer
***

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Il giovane autostoppista tedesco Stefan (Grünberg) conosce a Parigi la bella e misteriosa Estelle (Farmer), se ne innamora e la segue fino all'isola di Ibiza. Qui scopre che la ragazza è una tossicomane, finendo per condividerne il destino... Opera prima di Schroeder, celebre per la colonna sonora realizzata appositamente dai Pink Floyd (fu il loro terzo album in studio) ma anche per la descrizione realistica e senza compromessi della dipendenza dalla droga. A quei tempi, Ibiza era un po' "sinonimo di psichedelia ed esperienze di vita al di fuori di qualsiasi controllo", e la permanenza di Stefan sull'isola in compagnia di Estelle lo illustra perfettamente. I due ragazzi dapprima si illudono di poter convivere insieme in totale libertà (quasi sempre nudi, a casa o in spiaggia), per poi dover fare i conti con i propri fantasmi. E come gli "adoratori del sole" che si accecano a furia di guardare l'astro nel cielo, il desiderio di volere sempre di più (e l'incapacità di fermarsi) li porta all'autodistruzione. Emblematica la scena della lotta contro i mulini a vento (come Don Chisciotte). Molto bella l'ambientazione e in generale l'atmosfera, con evidenti influssi della Nouvelle Vague: e gli scenari naturali, con il passaggio delle stagioni (dall'estate all'inverno), sono uno sfondo suggestivo. Il finale è brusco, ma efficace. Heinz Engelmann è l'ambiguo Dottor Wolf, ex nazista, proprietario di alberghi e ristoranti sull'isola, ma soprattutto amante di Estelle e suo spacciatore di eroina. Michel Chanderli è il ladruncolo Charlie, amico di Stefan che cerca inutilmente di allontanarlo dalla ragazza. Nel cast anche Henry Wolf (Henry) e Louise Wink (Cathy). Accolto in maniera controversa alla sua uscita, è poi diventato un film di culto.

9 maggio 2018

L'isola dei cani (Wes Anderson, 2018)

L'isola dei cani (Isle of Dogs)
di Wes Anderson – USA 2018
animazione a passo uno
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, Florian e Sabine.

Nel 2037, in seguito a un'ordinanza del sindaco di Megasaki City (ultimo discendente di una famiglia di samurai che amano i gatti e odiano i cani) e con la scusa di una malattia infettiva (in realtà creata in laboratorio dallo stesso sindaco), tutti i cani della città vengono dichiarati fuorilegge e abbandonati sulla vicina Isola della Spazzatura. Il dodicenne Atari Kobayashi, intraprendente figlio adottivo del sindaco, si reca però sull'isola in cerca del suo cane Spots. Qui verrà aiutato da una banda di cinque cani guidata dal randagio Chief. La seconda incursione di Wes Anderson nel campo dell'animazione in stop motion (dopo "Fantastic Mr. Fox") è un film d'avventura animalista e distopico, ambientato in un Giappone futuristico: gli esseri umani parlano in giapponese, mentre i cani sono doppiati, facendo sì che lo spettatore si identifichi con questi ultimi e non capisca invece le frasi dei loro padroni (tranne alcune singole parole, vale a dire gli ordini come "Seduto!"). La trovata è divertente, e la pellicola è tutto sommato piacevole, anche se si tratta del solito film-giocattolo di Anderson dove la forma sovrasta la sostanza. Ma l'essere stato realizzato in animazione (con uno stile volutamente grezzo, che ricorda certe serie nipponiche a passo uno degli anni sessanta e settanta), l'avere dei cani come protagonisti e appunto la curiosa ambientazione (ricca di stereotipi culturali: è evidente che si tratti di una produzione occidentale) lo rendono di certo più interessante della media. Esilaranti le "risse" fra i cani, realizzate con nuvole di polvere. Fior di attori importanti come doppiatori nella versione originale (Bill Murray, Edward Norton, Jeff Goldblum, Frances McDormand, Scarlett Johansson, Harvey Keitel, F. Murray Abraham, Tilda Swinton, Yoko Ono fra gli altri). Anderson ha affermato di essere stato influenzato dal cinema di Akira Kurosawa: vista l'ambientazione in una discarica, immagino da film come "Dodes'ka-den" o "I bassifondi", anche se il gruppo di cani (con tanto di eroe riluttante) ricorda "I sette samurai".

18 dicembre 2016

La stoffa dei sogni (G. Cabiddu, 2016)

La stoffa dei sogni
di Gianfranco Cabiddu – Italia 2016
con Sergio Rubini, Ennio Fantastichini
**

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

Una furiosa tempesta fa naufragare su un'isola-prigione nel Mediterraneo (mai nominata, ma il film è stato girato all'Asinara) una piccola compagnia di attori teatrali, guidata da Oreste Campese (Rubini), fra i quali si nascondono però anche tre camorristi che erano destinati proprio a quella prigione. Per capire chi di loro è un vero attore e chi è un criminale, il direttore del carcere (Fantastichini) ordina al gruppo di mettere in scena una commedia. Con soli cinque giorni a disposizione per le prove prima che giunga il battello postale, il riluttante Oreste (costretto a reggere la corda ai camorristi, che minacciano sua moglie e sua figlia) organizzerà una riduzione in dialetto napoletano della "Tempesta" di Shakespeare: ma sull'isola la vita reale e la finzione si confondono, così come i ruoli di ogni personaggio... Liberamente ispirato a "L'arte della commedia" di Eduardo De Filippo (del quale viene usata anche la traduzione de "La tempesta"), un film gradevole nella prima metà, ma che perde progressivamente interesse quando il tema dei rimandi fra realtà e teatro comincia a farsi troppo scoperto. Una volta compreso che ogni personaggio della pellicola ha il suo contraltare in uno della commedia di Shakespeare (che non sempre è quello che lo interpreta sul palco: Prospero è in realtà il direttore del carcere, Calibano il pastore sardo, e così via), ci si accorge che il film non ha molto altro da raccontare, se non l'inflazionato tema del teatro e dell'arte che rende liberi anche i prigionieri. Belli comunque gli scenari naturali e incontaminati dell'isola, perfetto sfondo per una storia metaforica e tragicomica. L'omaggio a Eduardo è completato dal cameo di suo figlio Luca De Filippo (anche se il film è uscito nelle sale a fine 2016, è stato infatti girato nel 2015, prima della morte di Luca).

4 ottobre 2016

Fuocoammare (Gianfranco Rosi, 2016)

Fuocoammare
di Gianfranco Rosi – Italia 2016
con Samuele Caruana, Pietro Bartolo
**

Visto in TV, con Sabrina, Daniela, Domenico e Roberta.

Documentario che segue – in parallelo – gli arrivi delle imbarcazioni cariche di migranti africani al largo delle coste di Lampedusa e la vita quotidiana degli abitanti dell'isola, che non sembra toccata dai drammatici eventi che accadono a poca distanza da loro (che "l'occhio pigro" del piccolo Samuele, protagonista principale di queste sezioni, sia una metafora della "cecità selettiva" di molti europei nei confronti di questa tragedia?). Come in "Sacro GRA", l'altro documentario che aveva reso celebre Rosi (vincendo il Leone d'Oro a Venezia), il regista non segue un filo narrativo preciso ma lascia che la macchina da presa documenti la realtà attorno a sé come farebbe un naturalista. Gli episodi apparentemente insignificanti che riguardano gli abitanti dell'isola (mamme e nonne che cucinano, un deejay di una radio locale che trasmette canzoni e dediche, i pescatori al lavoro o preoccupati per il maltempo, e soprattutto il piccolo Samuele che si fabbrica una fionda, gioca con un amico, va a "caccia" di uccelli, studia inglese a scuola – un segnale di speranza per un'apertura al mondo? – e cerca di vincere il proprio mal di mare) fanno da contrappunto alle immagini tragiche degli sbarchi dei migranti e alle testimonianze di coloro che li soccorrono (toccante, in particolare, quella del medico Pietro Bartolo). È come se fossimo tutti sulla stessa barca, dice Rosi: soltanto che alcuni non se ne accorgono. Stilisticamente, in quanto docu-drama, il film è quasi diviso in due: le scene con i lampedusani sembrano prevalentemente "ricostruite" con attori che interpretano sé stessi, mentre quelle con i migranti – decisamente intense – sono catturate dalle videocamere in guisa di reportage. Nel complesso il film ha il merito di affrontare un argomento d'attualità in modo sincero e non ricattatorio, lasciando allo spettatore il compito di trarre le proprie conclusioni. Ma il vero cinema è un'altra cosa. Orso d'Oro al Festival di Berlino, e candidatura italiana ai premi Oscar. Il titolo proviene da una canzone che ricorda i bombardamenti delle navi nel porto di Lampedusa durante la seconda guerra mondiale, con le fiamme e i razzi di segnalazione che tingevano il mare di rosso.

25 settembre 2015

Tanna (M. Butler, B. Dean, 2015)

Tanna (id.)
di Martin Butler e Bentley Dean – Australia/Vanuatu 2015
con Mungau Dain, Marie Wawa
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

"Giulietta e Romeo" in salsa Vanuatu e antropologica. Ambientato sull'isola vulcanica di Tanna, nell'arcipelago del Pacifico, racconta una storia avvenuta nel 1987 all'interno di una tribù Yakel, popolazioni indigene che hanno scelto di vivere secondo le usanze Kastom (da "Custom"), ossia le leggi tradizionali che precedono l'arrivo delle potenze coloniali. Abitando in mezzo alla natura e rifuggendo dalle tentazioni dell'Occidente (tecnologia, soldi, cristianità), i popoli Yakel seguono leggi rigide e antichissime, fra cui spicca quella del matrimonio combinato. Ma quando la giovane Wawa viene promessa in sposa a un membro di una belligerante tribù rivale, la ragazza preferisce fuggire insieme a Dain, l'uomo che ama. Braccati da entrambe le tribù, i due innamorati non avranno altra via di fuga che il suicidio: e l'evento spingerà tutti gli abitanti dell'isola ad integrare nella loro Kastom anche il matrimonio d'amore. I due registi realizzano di solito documentari, ma qui scelgono la via del film di finzione. I paesaggi, con i loro colori accesi (il verde della vegetazione, l'azzurro del mare, il rosso e il nero del vulcano attivo), dominano ogni inquadratura, mentre i personaggi, con la loro vitalità (si pensi a Selin, la sorellina di Wawa, che corre da ogni parte scatenata e irrefrenabile ed è di fatto la principale testimone della tragedia; ma anche al vecchio sciamano, ai genitori, alla nonna, e a tutti gli altri abitanti del villaggio) fanno da contorno a una storia che assume sempre più intensità man mano che procede. Non mancano momenti di straniante comicità, come quando il nonno spiega a Wawa che "anche la regina Elisabetta e il principe Filippo si sono sposati con un matrimonio combinato", o quando i due innamorati in fuga si avvicinano all'insediamento dei cristiani; ma dopo aver assistito alle loro stravaganti cerimonie, preferiscono andare a vivere nella foresta.

6 febbraio 2014

La pericolosa partita (Pichel, Schoedsack, 1932)

La pericolosa partita (The most dangerous game)
di Irving Pichel, Ernest B. Schoedsack – USA 1932
con Joel McCrea, Leslie Banks
***

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Il conte Zaroff, esule dalla Russia ed appassionato cacciatore di ogni specie di animale vivente, si è ritirato a vivere su un'isola privata nei Caraibi, dove sfoga la sua passione dando la caccia alla "preda più pericolosa" di tutte: l'uomo. Sfrutta infatti i numerosi naufragi che avvengono nelle acque circostanti, piene di scogli insormontabili, per procurarsi le "vittime" designate. Tratto da un racconto breve di Richard Connell che tornerà più volte a ispirare il cinema (basti ricordare la pellicola d'esordio di John Woo a Hollywood, "Senza tregua", con Jean-Claude Van Damme), un classico del genere pulp, prodotto da Schoedsack e Merian C. Cooper, i registi di "King Kong". E con il film sullo scimmione ha parecchio in comune, a partire dagli attori di contorno (Fay Wray, Robert Armstrong), gran parte della troupe e persino numerosi set (quelli della "giungla", che venivano impiegati solo di notte perché di giorno erano usati appunto per le riprese di "King Kong"). Il tema della caccia all'uomo per sport è onnipresente sin dalle prime scene del film, quando al protagonista Joel McCrea, provetto cacciatore newyorkese a bordo dello yacht che lo condurrà suo malgrado sull'isola, viene chiesto come si sentirebbe se si trovasse al posto delle tigri che solitamente affronta nelle sue battute, e lui risponde: "Non mi capiterà mai. Il mondo si divide in cacciatori e prede, e io sono un cacciatore". Viscerale e forse ingenuo, il film ha comunque un suo fascino divertente e sinistro, oltre a rappresentare archetipicamente il tema narrativo del conflitto. E il personaggio del cattivo, il conte Zaroff (interpretato alla perfezione da un Leslie Banks che nella versione originale sfoggia un magnifico falso accento russo), si staglia memorabile come uno dei malvagi più interessanti nella storia dei B-movie.