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31 agosto 2022

Irma Vep - La vita imita l'arte (O. Assayas, 2022)

Irma Vep - La vita imita l'arte (Irma Vep)
di Olivier Assayas – USA/Francia 2022
con Alicia Vikander, Vincent Macaigne
*1/2

Visto in TV (Now Tv).

Remake, sotto forma di miniserie televisiva (in otto episodi), dell'omonimo film del 1996 dello stesso Assayas, che a sua volta parla(va) di un remake: quello del celebre serial muto "I vampiri" di Louis Feuillade, che il regista autoriale René Vidal (Macaigne) sta girando a Parigi con una star hollywoodiana, Mira Harberg (Vikander), nei panni della protagonista Irma Vep. Costei (interpretata da Musidora nel 1915 – anche se la serie, chissà perché, dice 1916 – e da Maggie Cheung nel 1996) è una dark lady ante litteram, fascinosa ladra vestita con una tuta nera aderente che fa parte di una banda criminale (i "Vampiri", appunto) che terrorizza Parigi. Ma l'arte e la vita, la realtà e l'immaginazione, si confondono durante la travagliata lavorazione della serie, che mette a dura prova le fragili esistenze di attori e cineasti, alle prese con spiriti e demoni personali... Autoreferenziale e autobiografica (in René c'è molto di Assayas, a partire dalla relazione con "l'attrice cinese" che aveva interpretato Irma Vep in precedenza) ma al tempo stesso meno realistica (basti notare che, a differenza del film con Maggie Cheung, stavolta nessuno interpreta sé stesso e dunque tutti i personaggi sono immaginari), la serie è purtroppo noiosa e sfilacciata: come molti prodotti televisivi che prendono l'idea di partenza da un film o da qualcosa di preesistente, ne stiracchia i contenuti per spalmarli su una durata di più ore senza una vera necessità narrativa, il che risulta in una successione di situazioni ed episodi del tutto estemporanei e inconsequenziali. E quando prova a farsi "profonda", con le discussioni sulla vita, il cinema, la spiritualità, si ha l'impressione che sia tutto improvvisato sul momento e superficiale. La Vikander è francamente inadeguata nel ruolo dell'attrice sexy e bisessuale: meglio Macaigne in quello del regista nevrotico e depresso, nonché alcuni comprimari. Fra i migliori, Vincent Lacoste (il vanesio attore francese Edmond), Lars Eidinger (l'eccentrico e tossicomane attore tedesco Gottfried) e Devon Ross (Regina, assistente personale di Mira nonché aspirante regista), mentre il personaggio della costumista lesbica Zoe (Jeanne Balibar), assieme alla protagonista stessa, è quello che più ha sofferto nel passaggio dal film alla serie tv. Velleitari i riferimenti allo stato del cinema e della tv moderna (ma è triste che un prodotto in teoria così permeato di storia del cinema sia uscito sotto forma di serie televisiva: d'altronde, il cinema è morto). I numerosi inserti con la vicenda dei vampiri, con spezzoni del serial muto e poi le scene rifatte, sono la cosa più interessante: ma a quel punto, è meglio dedicare il proprio tempo a rivedersi direttamente l'originale di Feuillade.

16 dicembre 2020

Submergence (Wim Wenders, 2017)

Submergence (id.)
di Wim Wenders – Francia/Germania/Spagna 2017
con James McAvoy, Alicia Vikander
*1/2

Visto in TV.

La ricercatrice oceanica Danielle Flinders (Alicia Vikander) e l'agente dei servizi segreti britannici James More (James McAvoy) si conoscono e si innamorano sulla costa atlantica della Francia. Quando lei partirà per una spedizione nel Mare del Nord e lui per una missione in Somalia (dove sarà catturato e imprigionato dagli jihadisti), la distanza li terrà separati ma non potrà bloccare il loro amore e una sorta di "connessione" attraverso l'acqua. Da un romanzo di J.M. Ledgard, un film confuso e malriuscito, passo falso di Wenders e flop di critica e al botteghino. I personaggi forse ci sono, ma mancano una storia coerente e significati che facciano da collante alle due vicende parallele, quella della scienziata che studia la vita nei fondali marini più oscuri (applicando la matematica alle immersioni in sommergibile) e quella dello 007 alle prese con i terroristi che cercano di convertirlo all'Islam. Se la parte con lui è un minimo avvincente, quella con lei pare un inutile riempitivo. Da un lato abbiamo stereotipi e luoghi comuni, dall'altro personaggi improbabili o di cui si fatica a capire il senso ultimo. E le belle immagini della spiaggia francese o delle isole del nord (peraltro un po' troppo fotografate o patinate) restano soltanto sullo sfondo di un intreccio che non giunge mai a catturarci veramente. La nave su cui si imbarca Danielle si chiama L'Atalante, e la scena finale, con l'immersione, sembra quasi voler citare il capolavoro di Jean Vigo.

29 settembre 2020

Ritual (Hideaki Anno, 2000)

Ritual (Shiki-jitsu)
di Hideaki Anno – Giappone 2000
con Shunji Iwai, Ayako Fujitani
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Di ritorno nella sua città natale, un regista (Iwai) incontra una bizzarra ragazza (Fujitani) con il volto dipinto e un ombrello rosso, che si sdraia sui binari dismessi della stazione ferroviaria. Incuriosito dal suo strano comportamento, comincia a frequentarla, poi a filmarla nella sua routine e nelle sue idiosincrasie, per trasferirsi infine da lei, in un grande edificio disabitato, dove vive circondata da oggetti di colore rosso e trascorre giornate sempre uguali, come a seguire una sorta di "rituale", oltre a confondere la fantasia con la realtà. Alienata e sciroccata, con un passato probabilmente tragico (che fine hanno fatto il padre, la madre e la sorella, che cita in continuazione?), la ragazza è sola e prigioniera di un loop. Ogni giorno afferma "Domani è il mio compleanno", posticipando di fatto il domani e trasformando l'oggi in ieri per ritardare la sua inevitabile morte. In effetti il suo desiderio, almeno all'inizio, è quello di sparire completamente: ma proprio l'incontro con il regista le dona una compagnia di cui non riesce più a fare a meno. Ambientato a Ube (città mineraria e industriale nel sud del Giappone) nell'arco di un mese esatto (con cartelli che scandiscono i giorni trascorsi e contano quelli che mancano), e interpretato dal regista di quel piccolo capolavoro che è "All about Lily Chou-Chou" (ma il personaggio sembra una proiezione dello stesso Anno, visto che si tratta di un regista d'animazione che aspira a dirigere anche film dal vivo), il secondo lungometraggio in live action dell'autore di "Evangelion" è tratto da un romanzo della stessa Ayako Fujitani (figlia, incredibile a dirsi, di Steven Seagal!), che l'attrice e il regista hanno adattato insieme: un racconto che parla della paura dell'abbandono (o del cambiamento) e di due solitudini che si incontrano e si consolano a vicenda, con l'assurdo e il folle che fanno capolino nella disperazione e nella tristezza, colorandole di rosso (o esaltando quello – colore del sangue, dopotutto! – già presente). Purtroppo la profondità dei temi, le belle immagini (la fotografia è di Yuichi Nagata) e l'ottima prova di Fujitani non riescono a compensare i dialoghi pesanti e filosofici e una trama esile e ripetitiva. E la pellicola, ahimè, può risultare soporifera, senza la crudezza di un Sion Sono, la folle violenza di un Miike o (solo in parte) l'astratta poesia di un Kitano. Nel cast anche Jun Murakami e Shinobu Otake. Il film è stato il primo a essere prodotto dallo Studio Kajino, la succursale dello Studio Ghibli che si occupa di pellicole dal vivo.

28 ottobre 2019

Under the skin (Jonathan Glazer, 2013)

Under the skin (id.)
di Jonathan Glazer – GB/USA 2013
con Scarlett Johansson, Adam Pearson
*1/2

Visto in TV.

Una misteriosa donna si aggira per la Scozia a bordo di un furgone, adescando gli uomini che incontra. Dopo essersi assicurata che vivano da soli e che non abbiano famiglia, li conduce in una casa disabitata, dove li immerge in una strana vasca e ne risucchia l'intero contenuto del corpo, lasciandone solo la pelle. La donna è infatti una creatura aliena. Dal romanzo "Sotto la pelle" di Michel Faber, una pellicola di fantascienza low budget che, nonostante il flop al botteghino, è assurta nel corso degli anni a film di culto, soprattutto in patria (c'è stato chi, come "The Guardian", l'ha inserita nella lista dei migliori film del ventunesimo secolo). Ma è decisamente sopravvalutata: esile, ripetitiva e pretenziosa, cerca di proporsi con stilemi lontani da quelli del cinema mainstream, alternando scene iperrealistiche ad altre da video-arte (il regista proviene da spot pubblicitari e videoclip musicali, e si vede), con una storia senza trama ma che intende stimolare riflessioni (il mondo degli umani osservato da un punto di vista alieno) e suscitare inquietudini alla David Lynch (una delle vittime della protagonista è persino una sorta di Elephant Man), risultando però solo noiosa, snervante e monotona. E nemmeno tanto originale (chi ricorda "L'alieno"?) o creativa, senza significati profondi se non i soliti rimandi ai predatori sessuali (qui la donna sanguisuga o la femme fatale: la sessuofobia impera) o riflessioni appena abbozzate sulla solitudine e l'isolamento degli emarginati. L'inespressività della Johansson, poi, non aiuta di certo (il resto del cast è composto da attori non professionisti, con molte scene girate con telecamere nascoste). Il momento più intrigante, il disvelamento finale dell'alieno, arriva troppo tardi, quando lo spettatore probabilmente sta già dormendo. Fra le poche cose interessanti, gli scenari (urbani, rurali e costieri) e soprattutto il missaggio sonoro (rovinato però nell'edizione italiana da un brutto doppiaggio dei passanti e del brusio di fondo, che uccide tutto il realismo).

9 ottobre 2019

La foresta dei sogni (Gus Van Sant, 2015)

La foresta dei sogni (The sea of trees)
di Gus Van Sant – USA 2015
con Matthew McConaughey, Naomi Watts, Ken Watanabe
*1/2

Visto in TV.

Dopo la morte della moglie (Naomi Watts), un professore universitario americano (Matthew McConaughey) si reca in Giappone con l'intenzione di suicidarsi nella foresta di Aokigahara, leggendaria zona boscosa sul fianco del Monte Fuji, che si dice popolata da spiriti e dove appunto centinaia di persone scelgono ogni anno di porre fine alla propria vita. Qui incontrerà un uomo giapponese (Ken Watanabe) con il suo stesso progetto: insieme, cambiata idea, i due cercheranno inutilmente di uscire dalla foresta... Scritto da Chris Sparling, un film che vorrebbe proporsi come profondo e ricco di significati nell'affrontare i temi del lutto, della morte e del significato della vita: ma lo fa in modo generico e pedestre, con toni new age, allegorici e metafisici (specie nel finale) talmente forzati da lasciare il tempo che trovano. L'incontro fra due culture (l'americano e il giapponese) è presentato in maniera quanto mai stereotipata (così come il rapporto dello scienziato ateo con il mistero). E nella seconda metà la pellicola si premura di spiegare per bene tutto quello che già si era ampiamente capito nella prima (anche attraverso una serie di flashback sulla vita coniugale e il passato del protagonista, che si alternano alle scene da survival movie ambientate nel bosco), terminando infine su una nota metafisica davvero semplicistica e stucchevole. A poco servono allora le suggestioni visive, con la foresta avvolgente e misteriosa, rappresentata come un luogo sovrannaturale, una "selva oscura" piena di insidie e di trappole che sembra leggere le intenzioni delle persone che vi entrano (come la "Zona" di Tarkovskij) e da cui non è possibile uscire in maniera semplice (come i boschi delle fiabe, si pensi a quella di Pollicino o, citata esplicitamente, di Hansel e Gretel). "Questo posto è quello che tu chiami Purgatorio", dice Watanabe a McConaughey. Peccato che lo sia anche per lo spettatore.

10 aprile 2019

Mr. Nobody (Jaco Van Dormael, 2009)

Mr. Nobody (id.)
di Jaco Van Dormael – Belgio/Canada/Fra/Ger 2009
con Jared Leto, Diane Kruger
**

Visto in TV.

Nel 2092, all'età di 118 anni, Nemo Nobody (Jared Leto) è l'ultimo mortale rimasto in un mondo in cui la scienza (attraverso il rinnovo infinito delle cellule) ha donato a tutti l'immortalità. Ma non ricorda nulla del proprio passato: e una seduta di ipnosi rivelerà una serie di fatti contraddittori e alternativi fra loro. A partire da quando aveva nove anni e fu costretto a scegliere se rimanere con il padre o con la madre che stavano divorziando, la vita di Nemo ha infatti seguito tutte le possibili biforcazioni, come se le diverse linee temporali coesistessero. E così, saltando da una possibilità all'altra (o anche avanti e indietro nel tempo), assistiamo alle tante possibili evoluzioni della sua esistenza, a seconda che abbia scelto (e/o sposato) una delle tre donne della sua vita, Anna (Diane Kruger), Elise (Sarah Polley) o Jeanne (Linh Dan Pham), che sia diventato ricco o rimasto povero, che sia morto da giovane oppure no... Pellicola ambiziosa, surreale e filosofico-esistenziale, che si sviluppa in mille rivoli e direzioni differenti. Ma proprio in questo sta il suo punto debole, visto che le tante varianti si succedono senza che alcuna di essa acquisti un valore o un significato particolare ai nostri occhi: una cosa vale l'altra e tutto vale tutto. Troppo denso e lungo, il film – che procede per accumulo con uno stile a metà fra "Il meraviglioso mondo di Amelie", il Gondry di "Se mi lasci ti cancello" e Wes Anderson – stufa ben presto anche lo spettatore che si chiede dove il regista (anche sceneggiatore) voglia andare a parare, saltando di palo in frasca: dal coming-of-age al film romantico, dal fantascientifico (il viaggio su Marte) all'onirico-surreale (il mondo esterno "costruito" come in "The Truman Show"), dall'esplorazione di teorie scientifiche o presunte tali (l'effetto farfalla, l'entropia e la freccia del tempo) ai sentimenti e alle paure innate (l'amore, la perdita, la depressione), dal potere dell'immaginazione (ovviamente di un bambino) alle riflessioni sul caso e la scelta (a un certo punto Nemo si affida a una moneta, come il Due Facce di Batman). E alla fine si rimane con ben poco di concreto in mano, visto che la relativizzazione impera: non a caso si cita una (per me brutta) frase di Tennessee Williams, "Ogni cosa avrebbe potuto essere un'altra e avrebbe avuto lo stesso profondo significato". Un concetto che detesto, perché in realtà ogni significato lo elimina, giustificando invece quasiasi cosa! Anche Resnais affrontava temi simili (si pensi a "Smoking"/"No smoking"), ma puramente come gioco intellettuale, senza rivestirli di tanta zavorra metafisica. Persino la colonna sonora è un guazzabuglio che mescola "Casta diva" e "Mr. Sandman", Satie e la "Pavane" di Fauré, Bach e Britten. In ogni caso il film è molto bello visivamente (la fotografia è di Christophe Beaucarne), e quello di Leto come attore è un autentico tour de force. Toby Regbo e Juno Temple sono Nemo e Anna a quindici anni.

12 novembre 2018

Il sogno della farfalla (M. Bellocchio, 1994)

Il sogno della farfalla
di Marco Bellocchio – Italia 1994
con Thierry Blanc, Roberto Herlitzka
*

Visto in TV.

Massimo (Thierry Blanc), figlio di uno studioso di mitologia greca (Roberto Herlitzka) e di una poetessa (Bibi Andersson), ha scelto di non parlare più "in maniera normale" e di esprimersi soltanto attraverso monologhi o frammenti di dialogo tratti da testi teatrali (per esempio l'Edipo a Colono o il Macbeth). Anche per questo motivo ha scelto la carriera di attore... Su una sceneggiatura dello psichiatra Massimo Fagioli (che era l'analista del regista, e con cui aveva collaborato anche ne "Il diavolo in corpo" e "La condanna"), Bellocchio gira il suo film più criptico e meno accessibile, un'astrusa storia di silenzio e di rapporti familiari irrisolti (quella di Massimo è una ribellione?), che mescola riferimenti alla cultura greca (l'intero finale che si svolge proprio durante una vacanza nel Peloponneso), pretenziosità filosofica, banalità archetipiche e ridicolo involontario (vedi la scena del vecchio giardiniere che, sdraiato a terra, si taglia la barba con le cesoie da giardino e fa il morto). La chiusura di Massimo nel silenzio vorrebbe forse rappresentare una fuga, a differenza del fratello Carlo (Henry Arnold: sì, l'Hermann di "Heimat 2"!) che, essendo fisico, cerca invece di indagare la natura anche a costo di distruggerla (quanti luoghi comuni!): due facce della figura di Ulisse, quella curiosa e ricercatrice e quella invece che (secondo Herlitzka) fugge dal proprio inconscio per tornare nel più confortante luogo natale. Personaggi enigmatici prima ancora che irrequieti, frasi ripetute allo sfinimento finché non sono svuotate di significato ("Tu sei il mio figlio più bello"), qualche bel paesaggio (le sponde del Lago d'Iseo), ma per il resto zero cinema, tanta noia, pessimi dialoghi e personaggi con cui è impossibile trovare il minimo aggancio emotivo. Siamo di fronte a un film vuoto e presuntuoso, pseudo-intellettuale e fintamente psicologico, in cui più si cerca e meno si trova, e che rifiuta persino di affrontare il tema stesso che si era scelto, quello del silenzio (su cui peraltro ci sarebbe tanto da dire, Bergman docet). Registicamente le cose migliori sono le scene in cui nessuno parla e quelle del viaggio in Grecia. Sprecato l'interessante cast. All'inizio Massimo recita ne "Il principe di Homburg" di von Kleist, che sarà proprio il soggetto del successivo film di Bellocchio.

15 novembre 2017

Le forze del destino (T. Vinterberg, 2003)

Le forze del destino (It's All About Love)
di Thomas Vinterberg – Danimarca/USA 2003
con Joaquin Phoenix, Claire Danes
*1/2

Visto in divx.

Siamo nel 2021, e il pianeta Terra è soggetto a un "disordine cosmico" che provoca strani fenomeni: a New York la gente muore per le strade nell'indifferenza generale, vittima di una malattia che colpisce chi è solo e depresso; in Uganda, per qualche mistero gravitazionale, le persone "volano"; e ovunque incombe una nuova glaciazione (con l'abbassamento improvviso delle temperature e la caduta della neve a luglio). L'insegnante universitario John (Joaquin Phoenix), diretto in Canada, si ferma a New York per far firmare alla moglie Helena (da cui è separato da oltre un anno) la domanda di divorzio. Ma la donna (Claire Danes), campionessa di pattinaggio di origine polacca, gli chiede aiuto, perché si sente vittima di un inquietante complotto: il suo entourage, guidato dal manager-patriarca (Alun Armstrong) e di cui fa parte anche l'ambiguo fratello Michael (Douglas Henshall), progetta di sostituirla con tre cloni, copie senza memoria che vengono addestrate per prenderne il posto quando lei si ritirerà dalle scene. E mentre John ed Helena vanno alla riscoperta del proprio amore mai sopito, scoprono che è stato anche assoldato un killer, il signor Morrison (Geoffrey Hutchings), per sbarazzarsi di lei. Realizzato in cinque anni di lavorazione, dopo il successo di "Festen", un film ambizioso e bizzarro, che ricorda qualcosa di Wenders ("Fino alla fine del mondo") e sembra anticipare il surrealismo di Lanthimos (e pure, se vogliamo, "La quinta stagione"), ma che risulta anche fumoso e pasticciato (come nelle sequenze che vedono in scena il fratello di John, interpretato da Sean Penn, che sorvola dal suo aereo un pianeta sempre più ricoperto da ghiacci e neve, impegnato a redigere un rapporto sullo "stato del mondo") ed enigmatico in modo quasi indisponente. "Il caos nel mondo si riflette nell'animo di tutti gli esseri umani", spiega Morrison: o forse è il contrario? Che il disordine esterno dipenda dall'angoscia è in fondo tutta una metafora sull'amore (e o la sua mancanza) e la solitudine, come già rivelava il titolo originale. Un po' banale. Cast sprecato.

23 settembre 2016

I bei giorni di Aranjuez (W. Wenders, 2016)

I bei giorni di Aranjuez (Les beaux jours d'Aranjuez)
di Wim Wenders – Francia/Germania 2016
con Reda Kateb, Sophie Semin
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno (in 3D), con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Per portare sullo schermo un testo teatrale dell'amico Peter Handke (che fa un breve cameo durante il film, così come il cantante Nick Cave), Wenders sceglie di ricorrere al 3D, di cui evidentemente è ormai innamorato: scelta alquanto bizzarra, visto che la pellicola essenzialmente mostra soltanto due persone intente in una conversazione attorno a un tavolo e la terza dimensione sembra dunque superflua. Nel contesto, il regista immagina che uno scrittore (Jens Harzer), nella sua casa di campagna, al tempo stesso crei ed assista al dialogo fra i due personaggi, un uomo (Kateb) e una donna (Semin) che parlano di amore, sesso, vita e morte mentre siedono sulla veranda della villa, immersi nella natura e nel vento dell'estate. I due sono senza nome, simboleggiano forse gli uomini e le donne di tutto il mondo e di tutti i tempi: ma l'analogia principale è quella con Adamo ed Eva e il giardino dell'Eden (non a caso sul tavolo spicca, in bella vista, una mela rossa). Se la cornice ha il suo fascino, difficile è però rimanere concentrati e seguire con interesse il dialogo filosofico ed esistenzialista che si sviluppa fra i due personaggi di finzione, che fra domande e risposte, osservazioni e ricordi, accompagnano lo spettatore in un viaggio che – a parte alcuni passaggi più o meno indovinati – lascia alla fine il tempo che trova e dà l'impressione di non essere andato da nessuna parte. Nel frattempo il cagnolino della coppia si fa i fatti suoi, dal jukebox dello scrittore risuonano canzoni e ballate (fra cui "Into my arms", del citato Cave), la malinconia legata alla fine dell'estate (o del mondo?) sovrasta tutti. Alquanto esile, come se Wenders avesse avuto fra le mani il testo da portare in scena, abbia pensato giusto a un contesto e abbia voluto aggiungere il 3D per dare almeno un po' di "spessore". L'Aranjuez del titolo è la località spagnola dove il re iberico aveva una residenza estiva, con vasti giardini e ricchi orti, e di cui si rimpiange la perdita: un altro giardino dell'Eden, a suo modo.

27 settembre 2015

Heart of a dog (Laurie Anderson, 2015)

Heart of a dog (id.)
di Laurie Anderson – USA 2015
con Archie, Laurie Anderson
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, Daniela e Laura, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Un oggetto strano, questo film sperimentale, esistenzialista ed autobiografico realizzato dall'artista d'avanguardia newyorkese, musicista e vedova di Lou Reed. Prendendo come filo conduttore i ricordi del suo passato, in particolare quelli legati alla cagnetta Lolabelle, rat terrier morta pochi anni prima, il film mette insieme – come in una specie di diario intimo e personale – racconti, immagini, suggestioni di vario tipo a proposito degli animali, della vita e della morte. Aneddoti su Lolabelle, sull'11 settembre e sul conseguente cambiamento del mondo, citazioni filosofiche (Wittgenstein, Kierkegaard), ricordi d'infanzia, sogni, insegnamenti buddisti (in particolare dal Libro Tibetano dei Morti) sono esposti in un flusso continuo e ininterrotto dalla voce narrante della stessa Anderson, mentre sullo schermo scorrono fotografie e filmati, composizioni concettuali e ricostruzioni di esperienze d'infanzia o addirittura oniriche. Il rischio "fuffa" è sempre in agguato, e in alcuni punti (quelli in cui si parla della morte e delle sue conseguenze) il film non riesce ad evitarlo. La Anderson si concede a cuore aperto ai suoi spettatori, che possono rimanere un po' perplessi di fronte a certe bizzarrie (far dipingere, scolpire o suonare il pianoforte alla cagnolina, facendole persino tenere dei concerti o incidere un disco!) e a certi temi (il "bardo" tibetano, quella sorta di limbo in cui le anime dei morti restano per 49 giorni dopo il decesso), così come nell'affastellarsi di immagini non sempre originali e un po' troppo new age (il vetro rigato dalle gocce d'acqua, che come uno schermo è posto davanti ai filmati), ma nel complesso riesce a dare una coerenza d'insieme a tali contenuti e a suggestionare con il suo modo di porsi davanti al mondo e all'esistenza, raccontando – più che il suo cane, i suoi amici o la sua famiglia – soprattutto sé stessa. Il titolo proviene ovviamente dal romanzo di Bulgakov, "Cuore di cane".

14 giugno 2015

Peace to us in our dreams (S. Bartas, 2015)

Peace to us in our dreams
di Sharunas Bartas – Lituania/Fra/Rus 2015
con Sharunas Bartas, Lora Kmieliauskaite
*

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Un uomo (lo stesso regista), sua figlia (Ina Marija Bartaité) e la sua giovane fidanzata (Lora Kmieliauskaite), violinista in crisi, si recano nella casa di campagna per trascorrere un week-end in isolamento. Qui entreranno in contatto con la natura, con vicini problematici (un ragazzo scappato di casa e che si aggira per i boschi, due vecchi litigiosi) e con sé stessi. Difficile parlare di un film dove a lunghi tratti non solo non succede nulla, ma che fa di tutto per impedire allo spettatore di trovare un appiglio di qualsiasi tipo, tanto che è facilissimo che durante la visione la mente vaghi pensando ad altro. Silenzi infiniti, rotti solo da dialoghi di banalità assurda o di filosofia spicciola e saccente; personaggi enigmatici, il cui ruolo nella storia – se mai ce n'è uno – è rivelato solo alla fine; un utilizzo del paesaggio quanto mai evanescente, che anziché avvolgere lo spettatore pare tenerlo lontano; piccoli episodi che non si collegano l'uno all'altro, e che non sembrano avere alcun significato nel grande schema delle cose. Per me, che pure amo autori come Tarkovskij o Tsai Ming-Liang, questo film è il vuoto assoluto. Ero stato avvisato su Bartas e sul suo cinema micidiale, ho voluto provare lo stesso, ma difficilmente le nostre strade si incroceranno di nuovo.

22 settembre 2013

L'arte della felicità (Alessandro Rak, 2013)

L'arte della felicità
di Alessandro Rak – Italia 2013
animazione tradizionale
**

Visto al cinema Apollo, con Sabrina (rassegna di Venezia).

Sergio, un tempo musicista insieme al fratello Alfredo (i due suonavano rispettivamente il piano e il violino), è diventato ora un tassista che vaga per le strade di una Napoli perennemente sommersa dalla pioggia e infestata da montagne di spazzatura. L'aver rinunciato alla musica è stato il suo modo di reagire alla decisione del fratello di trasferirsi in Nepal per vivere in un monastero buddista. E alla notizia dell'improvvisa morte di Alfredo, si chiude ancora di più in sé stesso, trascorrendo tutto il suo tempo nel taxi, senza nemmeno tornare a casa a dormire. Ma qualcosa cambierà... Film d'animazione italiano dai toni filosofici ed esistenzialisti, che intende far riflettere sul significato della vita (con forti rimandi alle teorie orientali della reincarnazione e dei cicli di morte e rinascita), sull'importanza dei legami familiari, sul caso e sulle opportunità. Francamente, le ambizioni si risolvono in gran parte in "fuffa", e se non fosse stata realizzata a cartoni animati sarebbe una pellicola dalla visione quasi insostenibile. I disegni, invece, riescono a rendere in parte accettabile l'insolita commistione fra la filosofia orientale e la realtà napoletana (per sua natura altrettanto "filosofica") e la leggera scorrevolezza con cui l'autore – al suo esordio – riesce a portare avanti il discorso. L'animazione "povera", ma ricca di dettagli, è però forse l'unico punto a favore di una pellicola che si snoda confusamente fra passato e presente, fra le lunghe conversazioni di Sergio con i suoi passeggeri (dall'ingegnere che ricicla rifiuti al dj di una trasmissione radiofonica dai toni apocalittici), i rimpianti per il passato e la sfiducia verso il futuro, da cui sgorga la consapevolezza dell'importanza di vivere pienamente il presente. Il tutto in una Napoli che viene mostrata come degradata ma ricca di potenzialità, al tempo stesso assai concreta e metafora universale di tutto il paese, se non di tutto il mondo. Visto il contesto (si parla di musicisti), delude parecchio la colonna sonora.

18 giugno 2012

Post tenebras lux (C. Reygadas, 2012)

Post tenebras lux (id.)
di Carlos Reygadas – Messico 2012
con Adolfo Jiménez Castro, Nathalia Acevedo
*1/2

Visto al cinema Apollo, in lingua originale (rassegna di Cannes).

Una famiglia (padre, madre e due bambine piccole) si trasferisce a vivere in aperta campagna. Il rapporto fra marito e moglie non va benissimo, e l’uomo – ossessionato dalla pornografia – rimane vittima di un’aggressione da parte di El Siete (“Sette”), uno sbandato che si guadagna da vivere con lavoretti non sempre legali e che aveva tentato di svaligiargli la casa: ma saprà perdonarlo, aiutandolo a rintracciare a sua volta la propria famiglia. Il cinema di Reygadas non è certo facile e lineare: lo spettatore è chiamato a districarsi in una successione di scene lunghe e criptiche, che solo in parte presentano un collegamento fra loro (alcune sembrano davvero avulse dal resto: la sequenza con gli scambisti nella sauna, l’incontro di rugby, la riunione di famiglia). Si fatica a trovare un filo conduttore che vada oltre una pretenziosa collezione di esperienze, sogni, desideri o fantasie personali. Il film è infatti da leggere in chiave semiautobiografica (non a caso le due bambine – Rut ed Eleazar – sono interpretate dalle figlie stesse di Reygadas). Questo tipo di approccio può essere soddisfacente se ci si lascia “catturare” dalla ragnatela di immagini e dalla suggestione dei possibili significati (si pensi a Tarkovskij, a Lav Diaz o a certe cose – non tutte – di Lynch); fallisce miseramente quando – come in questo caso – si ha la sensazione di assistere al semplice montaggio di sequenze in libertà (o, peggio, ai filmini delle vacanze) di un regista senza idee che si limita ad accatastare materiale sperando che sia poi lo spettatore a connettere il tutto al posto suo. Certo, è innegabile la bellezza di alcune sequenze (come quella d’apertura, con la bambina piccola – scopriremo poi che si tratta di un sogno – che si aggira sul campo, fra le pozzanghere, in mezzo agli animali che corrono, mentre il sole tramonta e lentamente cala il buio), pur distorte da curiose scelte stilistiche (il filtro sulla telecamera, che dona alle immagini un fastidioso “effetto lente”). Ma è troppo poco, anche perché a tratti la pellicola scade invece nel ridicolo involontario, soprattutto quando cerca di proporre grossolane suggestioni soprannaturali (il demonio rosso, il finale in cui un personaggio si stacca la testa con le mani). Difficile da condividere la decisione di assegnargli a Cannes il premio per la miglior regia, un riconoscimento peraltro in linea con le assurde Palme d’Oro regalate negli ultimi due anni ad altri film su questa falsariga, lo “Zio Boonmee” di Weerasethakul e "The Tree of Life" di Malick.

26 maggio 2011

The tree of life (Terrence Malick, 2011)

The tree of life (id.)
di Terrence Malick – USA 2011
con Brad Pitt, Jessica Chastain
**

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

Una religiosissima famiglia del midwest texano è scossa dalla perdita di uno dei figli. Ai giorni nostri, il primogenito Jack riuscirà a ritrovare la pace interiore e a recuperare il rapporto con la bellezza (interiore ed esteriore) e con i genitori. La sensazione di trovarsi di fronte a pura fuffa new age sorge dopo pochi minuti di pellicola, e per tutte le quasi due ore e mezza di visione sarà difficile liberarsene, nonostante il tentativo di scoprirci dentro chissà quali significati oltre a quelli suggeriti dalla citazione iniziale del Libro di Giobbe. Il documentario in stile Discovery Channel sui dinosauri, che irrompe inatteso dopo qualche scena, e la surreale (e banalissima) sequenza finale con Sean Penn nei panni di un Jack adulto che ritrova i genitori e gli altri personaggi della sua infanzia sulle rive di un immenso mare/limbo (che pare uscito da un pilot de "Il fiume della vita" di Philip J. Farmer) non aiutano di certo. Per fortuna la parte centrale della pellicola, quella che racconta più concretamente l'infanzia del protagonista negli anni '50, offre qualche appiglio al povero spettatore che da un film chiede qualcosa di più che un videoclip di belle immagini e un concentrato teosofico-spirituale di aria fritta. Il difficile rapporto di Jack con un padre severo e dittatore, i suoi tentativi di ribellione, la scoperta della bellezza e delle brutture del mondo, e i giochi con i fratelli e gli altri bambini del vicinato riescono parzialmente a tenere desta l'attenzione, grazie anche al piccolo interprete (Hunter McCracken) e pur con qualche lungaggine di troppo, ma senza dire nulla di veramente originale o sconvolgente. Malick, che per gran parte del film gira fastidiosamente con la camera a mano e in movimento, gioca a fare il Tarkovskij (l'acqua, la memoria) e il Kubrick (negli effetti speciali è coinvolto pure il Douglas Trumbull di "2001"), ma non ha né la profondità psicologica del primo, né il rigore formale del secondo.

11 giugno 2010

Lo zio Boonmee... (A. Weerasethakul, 2010)

Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti
(Loong Boonmee raleuk chat)
di Apichatpong Weerasethakul – Thailandia 2010
con Thanapat Saisaymar, Jenjira Pongpas
*1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

L'anziano Boonmee, gravemente malato, gestisce una fattoria ai margini della giungla con l'aiuto di immigrati laotiani. Qui riceve la visita della cognata Jen e del nipote Tong, ma soprattutto quelle del fantasma della moglie, morta diciannove anni prima, e del figlio, che era scomparso nella foresta e che ora ritorna trasformato in uno scimmione dagli occhi rosso fuoco. Dopo una lunga scena apparentemente slegata dal resto (ma che, alla luce del fin troppo esplicito titolo del film, potrebbe essere interpretata come un momento di una vita passata) in cui un'antica principessa cerca di ritrovare la gioventù e la bellezza facendosi possedere da uno spirito-pesce, vediamo Boonmee e i suoi cari addentrarsi nella giungla fino a una grotta dove l'uomo si lascerà morire, circondato da presenze ancestrali e primitive. Dopo il funerale, Jen e Tong (diventato ora un monaco) si "sdoppieranno". L'incomprensibile (in tutti i sensi) Palma d'Oro di Cannes 2010 è un film ermetico e animista che alterna sequenze realistiche e concrete con altre fiabesche e oniriche, cercando di costruire un'atmosfera sospesa e magica che però elude costantemente lo spettatore, senza mai dare l'impressione di sviluppare in maniera sensata i temi della morte, della memoria e della trasformazione. Proprio la contaminazione di momenti prosaici e realisti con altri più surreali e inquietanti gioca a sfavore della pellicola, che alla fine non risulta né carne né pesce. Il ritmo è lentissimo (come il modo di parlare e di muoversi dei personaggi), lo stile impescrutabile (cosa c'entrano i fermo immagine con i soldati e l'uomo travestito – questa volta apertamente, si vede anche la lampo! – da gorilla?), i costumi ridicoli (l'uomo-scimmia sembra un incrocio fra un Wookie con i peli neri e il testimonial del Crodino), e regia e fotografia non impressionano in alcun modo. Non sempre l'atmosfera basta a salvare un film o a fornire una chiave di lettura, soprattutto quando allo spettatore è preclusa qualsiasi connessione emotiva con i personaggi e gli eventi.

16 giugno 2008

La frontière de l'aube (P. Garrel, 2008)

La frontière de l'aube
di Philippe Garrel – Francia 2005
con Louis Garrel, Laura Smet
*

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Un giovane fotografo si innamora di un'attrice, ma poi la lascia e questa si suicida. Un anno dopo, proprio mentre lui sta per sposarsi con un'altra donna, il fantasma di lei comincerà ad apparirgli negli specchi per chiedergli di raggiungerla nella morte. Un film sterile e vuoto, chiuso in una ricerca formale che si esaurisce nel solito bianco e nero (come in "Les amants réguliers"), nella fotografia sgranata, nei primissimi piani dei volti, nella musica da camera e nelle dissolvenze a iride come nei film muti. Philippe Garrel, che continua a usare il proprio figlio Louis come protagonista, gira in maniera barbosa e soporifera, incapace di offrire un guizzo, una scossa o un'emozione: dei personaggi e della loro storia non ci importa mai niente, e la svolta metafisica della seconda parte è più ridicola che altro.

14 aprile 2008

L'albero della vita (D. Aronofsky, 2006)

L'albero della vita (The fountain)
di Darren Aronofsky – USA 2006
con Hugh Jackman, Rachel Weisz
*1/2

Visto in DVD.

Già non ero fra quelli che si erano stracciati le vesti di fronte ai precedenti lavori di Aronofsky (anche se "Requiem for a dream" non mi era dispiaciuto), figuriamoci quanto poco possa avermi entusiasmato questo confuso polpettone misticheggiante, colmo di cialtronerie new age e di deliri storici e scientifici. E pensare che il regista ha lavorato parecchi anni (la gestazione del film risale al 1999 e inizialmente avrebbe dovuto intepretarlo Brad Pitt) per partorire un simile cumulo di banalità sull'amore e la morte, mescolando la leggenda della fontana dell'eterna giovinezza con il mito biblico dell'albero della vita (per una volta il titolo italiano non è a sproposito). Ma se il film è essenzialmente palloso e decisamente presuntuoso, pieno com'è di simboli vuoti e di immagini cortocircuitanti, devo anche ammettere che presenta un certo fascino dal punto di vista dell'estetica e persino della narrazione, così ipnotica, onirica e richiusa su sé stessa, e che nei giorni successivi alla visione può lasciare un retrogusto piacevole. Persino i due interpreti si salvano: Jackman veste i panni di un improbabile ricercatore che tenta disperatamente di trovare una cura per la moglie morente, scoprendo che la corteccia di una pianta sudamericana fa ringiovanire un macaco malato di tumore: la sua storia si intreccia con quella – narrata dalla moglie in un libro – di un conquistador spagnolo inviato dalla regina Isabella nel Nuovo Mondo a cercare l'albero della vita per salvare la Spagna dall'inquisizione (!) e con quella – forse sognata, forse proveniente dal futuro – di un misterioso viaggiatore astrale che medita a gambe incrociate all'interno di una bolla di sapone (sicuramente la parte più indifendibile del film). A parte i pochi pregi, resta essenzialmente una pellicola sbagliata che si merita più pernacchie che tentativi di analisi critica.

14 settembre 2007

Io non sono qui (T. Haynes, 2007)

Io non sono qui (I'm not there)
di Todd Haynes – USA 2007
con Christian Bale, Cate Blanchett
*

Visto al cinema Brera, con Hiromi, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Ispirato alla vita e alle opere di Bob Dylan, questo guazzabuglio senza capo né coda ne racconta i diversi aspetti della personalità attraverso sei differenti attori che lo interpretano in altrettante fasi della sua carriera. Ne risulta una pellicola pasticciata e insopportabile, che non ho nemmeno terminato di vedere: sono uscito dalla sala mezz'ora prima della fine, cosa che credo di non aver mai fatto in precedenza in vita mia per nessun film (Mifed a parte). E dire che avevo cominciato a guardarlo con tutte le miglior intenzioni, anche se di Haynes non avevo apprezzato più di tanto il precedente "Velvet Goldmine" (mentre "Lontano dal paradiso" mi era piaciuto). Ma dopo soli dieci minuti aveva già irrimediabilmente smarrito ogni presa su di me. Non mi è piaciuto nulla: lo stile di regia (postmoderno e confuso), le scelte di fotografia (che senso ha il continuo passaggio dal colore al bianco e nero?), il montaggio (completamente random). Non ho colto eventuali citazioni dalle opere di Bob Dylan, anche perché devo ammettere di conoscere poco il personaggio e di trovare le sue canzoni gradevoli e poco più. Soprattutto non ho nemmeno capito che genere di film stavo vedendo: un falso documentario (con interviste ad attrici come Julianne Moore che fingono di essere qualcun altro)? Un film biografico (che però salta di palo in frasca e introduce un'inutile serie di personaggi fittizi)? Un film musicale? Un viaggio nell'anima di un (ex) contestatore, completamente avulso dal contesto e destoricizzato? Dopo quasi un'ora e mezza trascorse a cercare un appiglio, un filo conduttore o un semplice motivo per il quale valesse la pena di continuare a vederlo (mentre Hiromi, dal canto suo, si era addormentata), ho deciso di rinunciarci e di sfruttare meglio il tempo che restava per raggiungere con più calma la sala dove veniva proiettato il successivo film della rassegna, riflettendo durante il percorso su come un certo tipo di cinema sembri aver smarrito la capacità di raccontare storie. Richard Gere nei panni di Billy the Kid è semplicemente ridicolo, mentre degli attori che interpretano Dylan l'unica che rimane impressa è Cate Blanchett: ma solo perché è una donna, non perché faccia qualcosa di speciale.

12 febbraio 2007

Inland Empire (D. Lynch, 2006)

Inland Empire – L'impero della mente (Inland Empire)
di David Lynch – USA/Polonia 2006
con Laura Dern, Justin Theroux
**

Visto al cinema Arlecchino, con Marisa.

L'ultimo film di Lynch è un incubo visionario caratterizzato dalla sovrapposizione di diversi piani di realtà (o di universi paralleli). Ma se in "Mulholland Drive" i piani erano sostanzialmente due, quello "reale" e quello onirico, qui invece le cose sembrano – a una prima visione, ma ne serviranno altre – ben più complicate. "Inland Empire" (ma il titolo, per volontà esplicita del regista stesso, andrebbe scritto tutto in maiuscolo) è forse la storia di un'attrice alle prese con una difficile parte nel remake di un film "maledetto"? O è la storia del suo personaggio e della sua vicenda di degradazione fino alla morte sul selciato della via delle stelle di Hollywood? Si tratta forse soltanto dell'immaginazione di una giovane ragazza che si lascia troppo coinvolgere da quello che vede in tv, al punto da inserire i propri cari (il marito e il figlio) all'interno della vicenda? Oppure è il racconto profetico di una vecchia megera, una vicina di casa che gioca con il passato e il futuro? Sono domande senza risposta, ma se a questo si aggiungono strani personaggi che parlano in polacco, una misteriosa stanza popolata da conigli alle cui frasi rispondono le sonore risate di una platea invisibile (oppure si tratta di una laugh track, come quelle delle sitcom?), angoscianti flussi spazio-temporali e il solito campionario di atmosfere, suoni e colori tipico del cinema del regista, ecco che le tre ore del film si traducono in un frastuono emotivo da gustare senza mettere troppo in funzione il cervello. In fondo Lynch ha cominciato a piacermi quando mi sono reso conto che guardare le sue opere è come ammirare un quadro astratto: non bisogna sempre cercarci una storia, facendo combaciare a forza tutti i pezzi, ma basta lasciarsi assorbire dalle atmosfere proprio come se si assistesse a un sogno privo di consequenzialità logica. Purtroppo, però, "Inland Empire" non ha la brillantezza, il calore e la sensualità del già citato "Mulholland Drive", è un po' troppo lungo e pesante per essere davvero un capolavoro e a tratti mi ha persino annoiato. Ho letto che Lynch ha iniziato a realizzarlo senza avere uno script, e che scriveva ogni scena appena prima di girarla: questo non va a discapito del risultato finale, ma in un certo senso spiega il senso di improvvisazione e di dispersione che si percepisce durante la visione e la mancanza di valore simbolico delle situazioni e dei personaggi. La Dern è un'habituè di Lynch, avendo già recitato in "Velluto blu" e "Cuore selvaggio". Fra gli altri volti noti, ci sono Jeremy Irons (il regista), Harry Dean Stanton (il suo assistente Freddy) e Nastassja Kinski in un'apparizione speciale.

10 settembre 2006

Khadak (P. Brosens, J. Woodworth, 2006)

Khadak
di Peter Brosens e Jessica Hope Woodworth – Belgio/USA/Germania 2006
con Khayankhyarvaa Batzul, Dagvadorj Dugarsuren
*1/2

Visto al cinema Ariosto, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Una famiglia di pastori che vive nelle steppe della Mongolia viene obbligata dalle autorità a trasferirsi in una città mineraria con la scusa di un'epidemia che sta colpendo gli animali. L'urbanizzazione forzata amplifica in loro un profondo malessere. Il giovane figlio epilettico, in particolare, entra in contatto con un gruppo di ladruncoli e vagabondi che compiono strani riti, simili a quelli che la sciamana del suo villaggio eseguiva su di lui. A una prima parte di tono neorealistico segue una seconda metafisica e surreale, piena di visioni che vorrebbero essere poetiche ma lasciano il tempo che trovano. Lungo, pretenzioso, noioso, inconcludente: mentre lo guardavo non riuscivo minimamente a interessarmi a quello che accadeva sullo schermo. Ha vinto il premio per la miglior opera prima: ma se questo è il cinema del futuro, siamo fritti.