Visualizzazione post con etichetta Caserme. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Caserme. Mostra tutti i post

29 luglio 2023

Da qui all'eternità (Fred Zinnemann, 1953)

Da qui all'eternità (From Here to Eternity)
di Fred Zinnemann – USA 1953
con Burt Lancaster, Montgomery Clift
**1/2

Visto in divx.

All'inizio degli anni quaranta, il trombettiere militare Robert "Prew" Prewitt (Montgomery Clift) viene trasferito come soldato semplice in una compagnia di fucilieri stanziata alle isole Hawaii. Qui trova un ambiente ostile, fomentato soprattutto dal capitano Holmes (Philip Ober), appassionato di pugilato che, sapendo dei trascorsi di Prew come boxeur, vorrebbe che entrasse a far parte nella squadra della compagnia per vincere il torneo del reggimento. E di fronte al suo rifiuto (motivato non solo da testardaggine e orgoglio, ma anche dal trauma di aver ferito un amico durante un incontro), gli rende la vita difficile in ogni modo. La sua storia si intreccia con quella del sergente Milton Warden (Burt Lancaster), innamorato di Karen (Deborah Kerr), l'infelice moglie del capitano; e con quella di Angelo Maggio (Frank Sinatra), l'unico amico di Prew, oggetto di una crudele vendetta da parte del sadico sergente "Trippa" Judson (Ernest Borgnine). Tutte le storie prenderanno una piega drammatica quando la base militare sarà bombardata dai giapponesi, il 7 dicembre del 1941: è l'attacco di Pearl Harbour, che segna l'ingresso degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Dal romanzo di James Jones, sceneggiato da Daniel Taradash, un film corale che fece scalpore per come seppe ritrarre la vita in una caserma militare in tempo di pace, alternando momenti leggeri e altri più pesanti, fra amicizia, rivalità, cameratismo e litigi, senza edulcorarne gli aspetti più negativi: il nonnismo, il bullismo, gli abusi degli ufficiali, i traumi del passato e i tentativi di "evasione" del presente (come le visite al locale bordello). A colpire l'immaginario fu anche la forte carica sensuale di alcune scene, su tutte il celeberrimo bacio sulla spiaggia fra Lancaster e la Kerr. Ma in generale i rapporti con l'altro sesso sono problematici: sia Warden sia Prew – che si innamora dell'"intrattenitrice" Lorena (Donna Reed) – rinunciano rispettivamente alla vita da civile o da ufficiale, che le donne vorrebbero per loro (e dunque un matrimonio e un "lieto fine" romantico), pur di rimanere fedeli a sé stessi e all'esercito. Colpisce però come, fino al finale, non si parli quasi mai di guerra: se pellicole come "I migliori anni della nostra vita" mostravano le ricadute psicologiche del conflitto, qui i soldati vivono in un microcosmo isolato e che sembra distante anni luce dagli eventi che accadevano in quegli anni in Europa, di cui non si fa nemmeno menzione; l'attacco giapponese nel finale piomba quasi dal nulla e senza preavviso. E se all'epoca fu percepito come estremamente intenso e realistico, visto oggi forse risulta un po' datato e inneguo. Grande successo di pubblico e di critica, con otto premi Oscar vinti su ben 13 nomination: miglior film, regia, attore non protagonista (Sinatra), attrice non protagonista (Reed), sceneggiatura, fotografia, montaggio e sonoro. Per Sinatra (scelto al posto di Eli Wallach), in particolare, fu la tanto attesa consacrazione in campo cinematografico, curiosamente per un ruolo che non gli richiedeva di cantare. Il titolo proviene da un verso di una poesia di Rudyard Kipling.

6 dicembre 2020

Soldato Jane (Ridley Scott, 1997)

Soldato Jane (G.I. Jane)
di Ridley Scott – USA 1997
con Demi Moore, Viggo Mortensen
**

Rivisto in DVD.

Nell'ottica di integrare anche le donne nei reparti più specializzati della marina e dell'esercito degli Stati Uniti, il tenente Jordan O'Neill (Demi Moore) – soprannominata "G.I. Jane" dalla stampa – viene ammessa al corso di addestramento più duro di tutti, quello del corpo scelto dei Navy SEAL. Accolta inizialmente con aperta ostilità e con molti pregiudizi di genere, e sottoposta a un programma di addestramento massacrante e intensivo agli ordini del severo istruttore capo John James Urgayle (Viggo Mortensen), O'Neill rinuncerà a ogni trattamento diverso dagli altri (sia in senso positivo che negativo: non vuole né discriminazioni né favoritismi) e saprà guadagnarsi pian piano il rispetto dei compagni, fino a guidare il proprio gruppo al salvataggio dell'istruttore durante un'esercitazione al largo delle coste libiche che si tramuta, per via di un'emergenza, in una vera missione. Sceneggiato da David Twohy da un soggetto di Danielle Alexandra, un film che nelle intenzioni vorrebbe essere un manifesto per la parità di genere e contro i pregiudizi nell'esercito, ma che a conti fatti si rivela una pellicola enfatica, esagerata e testosteronica (fra le scene clou: il momento in cui la protagonista si rade i capelli per adeguarsi al taglio dei compagni, con paragone esplicito a Giovanna d'Arco; e il grido di orgoglio e ribellione verso l'istruttore: "Succhiami il cazzo!"). Mascolina, muscolosa, in canottiera o divisa, O'Neill ricorda la Vasquez di "Aliens". La regia di Ridley Scott (che dopo "Alien" e "Thelma & Louise" si mette al servizio di un'altra "donna forte"), la fotografia di Hugh Johnson e, tutto sommato (checché se ne dica), le buone interpretazioni garantiscono comunque una discreta confezione, rendendo il film decisamente guardabile (a tratti anche con un discreto e perverso piacere). Debole invece la caratterizzazione dei personaggi, inesistente o puramente funzionale alla storia: O'Neill, che afferma di lottare per sé stessa e non per un principio, quasi non ha voce all'interno della storia, mentre l'unico tratteggiato con qualche originalità è l'istruttore interpretato da Mortensen, severo ma giusto e a tratti enigmatico, che lascia intravedere caratteristiche interessanti (come l'amore per la cultura e la poesia: legge Neruda, Coetzee e D.H. Lawrence, e ascolta Puccini) e il cui rapporto con O'Neill evolve nel tempo sostenendo l'interesse dello spettatore. Se la parte dell'addestramento è potente e viscerale, nella seconda metà il film deraglia un po' (e finisce col sembrare una versione seria di "Stripes" di Ivan Reitman). Anne Bancroft è la senatrice texana che all'inizio sembra battersi per la parità dei diritti e che promuove la partecipazione di O'Neill all'addestramento, salvo sacrificarla poi per ragioni di opportunità politica. Nel cast anche Jason Beghe, Josh Hopkins e Jim Caviezel.

31 ottobre 2020

MASH (Robert Altman, 1970)

MASH (id.), aka M*A*S*H
di Robert Altman – USA 1970
con Donald Sutherland, Elliott Gould
***1/2

Rivisto in DVD.

Le avventure, irriverenti e scanzonate, di un gruppo di indisciplinati medici e chirurghi dell'esercito americano presso un ospedale da campo a pochi chilometri dalle linee nemiche durante la guerra in Corea (l'acronimo MASH significa infatti "Mobile Army Surgical Hospital"). Il primo grande successo nella carriera di Robert Altman, tratto da un romanzo (semi-autobiografico) di Richard Hooker (sceneggiato da Ring Lardner Jr.: ma il copione venne pesantemente stravolto dal regista) è una delle pellicole più importanti nella storia del cinema e della cultura americana di quegli anni, una pietra miliare farsesca e dissacratoria che fece una forte presa sul pubblico in tempi di contestazione contro la guerra del Vietnam. Anche se il film si svolge in Corea, con tanto di citazioni del generale MacArthur e del presidente Eisenhower sui titoli di testa, in realtà il bersaglio è infatti proprio quello: "Per me, quello era il Vietnam [...] Tutti i riferimenti politici nel film erano a Nixon e alla guerra del Vietnam", dichiarerà lo stesso Altman. Naturalmente c'erano già stati precedenti di pellicole che demistificavano o ironizzavano sul tema della guerra, in aperta opposizione alla retorica dell'eroismo bellico: da "Operazione sottoveste" di Blake Edwards (per molti versi un precursore di "MASH") al "Dottor Stranamore" di Stanley Kubrick. Pochi mesi più tardi sarebbe giunto nelle sale anche "Comma 22" di Mike Nichols, tratto peraltro da un libro che precedeva di qualche anno quello di Hooker. Ma il divertimento contagioso che si prova assistendo alle vicissitudini sfrontate e goliardiche di questi personaggi rimarrà a lungo ineguagliato. E l'impostazione corale ed episodica della pellicola, nonché la sua narrazione confusa, anarchica e destrutturata, resteranno marchi di fabbrica di gran parte del cinema di Altman (si pensi a titoli come "Nashville", "I protagonisti" o "America oggi"). Da sottolineare anche il sonoro, con le voci che si sovrappongono, si interrompono, o tentennano in maniera naturalistica (a proposito: memorabile anche il cast dei doppiatori italiani, che comprendono Sergio Graziani, Pino Locchi, Massimo Turci, Rita Savagnone, Oreste Lionello e Ferruccio Amendola), contribuendo ad altri due segreti del successo del film, vale a dire "la sintassi liberissima e il ritmo stralunato".

Fra i personaggi, uniti dal cameratismo, dall'ironia goliardica, dall'amore per l'alcol, le donne e il gioco e dall'insofferenza verso l'autorità (specie se bigotta o repressiva), spiccano i chirurghi "Occhio di Falco" ("Hawkeye") Pierce (Donald Sutherland), "Razzo" ("Trapper") John McIntyre (Elliott Gould) e "Duke" Forrest (Tom Skerritt), arrivati da poco nell'ospedale da campo comandato dal serafico colonnello Blake (Roger Bowen), che tutti chiamano semplicemente Henry, abituato a lasciar fare e a chiudere un occhio sulle frequenti infrazioni alle regole dei suoi sottoposti purché portino a compimento il proprio lavoro, che è quello di salvare vite. E i nostri eroi lo fanno, alternandosi fra lunghe e difficili operazioni chirurgiche (con profluvio di sangue mostrato sullo schermo, un modo – come le frequenti battute, elargite con nonchalance – per esorcizzare paure e tensioni: "se questo sapesse da che pagliacci è operato avrebbe un collasso") e periodi più tranquilli di svago o di scherzo, in cui giocano a golf o a football, amoreggiano con le infermiere, prendono il sole degustando un Martini con l'oliva (che il giovane attendente del campo è stato addestrato a preparare) e architettano crudeli burle ai danni di chi non sta al gioco o pretende un troppo severo rispetto delle regole. Fra questi ci sono il maggiore Burns (Robert Duvall), fanatico religioso e intransigente, e la capo infermiera Houlihan (Sally Kellerman), militarista interessata alla morale e al decoro e ribattezzata da tutti "Bollore" ("Hot Lips") dopo una memorabile beffa notturna in cui è sorpresa ad amoreggiare proprio con l'inflessibile Burns (e l'audio del loro incontro è trasmesso in diretta attraverso gli altoparlanti del campo). Da ricordare anche il cappellano "Vinsanto" (René Auberjonois), l'infermiera "Brioche" (Jo Ann Pflug), il caporale tuttofare "Radar" (Gary Burghoff) e il dentista iperdotato "Cassiodoro" (John Schuck), protagonista di uno degli episodi più elaborati, quello in cui intende suicidarsi perché convinto di essere diventato impotente e omosessuale, e gli amici lo "aiutano" a modo loro (l'inquadratura che fa il verso all'ultima cena leonardesca rimane uno dei momenti più impagabili e satirici del cinema di Altman). Nel cast anche Carl Gottlieb, David Arkin, Danny Golman, Corey Fischer, Dawne Damon, Tamara Horrocks e, non accreditati, il campione di football Ben Davidson (uno degli avversari) e un giovane Sylvester Stallone.

Altri episodi esilaranti sono quelli legati alla breve trasferta in Giappone di Pierce e McIntyre, che approfittano dell'invito a operare il figlio di un deputato per godersi qualche giorno di vacanza e sbeffeggiare un colonnello, e la partita finale a football americano (anche se il doppiaggio italiano parla di rugby) contro la squadra di altro reparto, che i nostri eroi vinceranno grazie all'arrivo di un "neurochirurgo" ex giocatore professionista, "Catapulta" Jones (Fred Williamson), e naturalmente al gioco sporco (come le iniezioni di calmante ai giocatori avversari). Le riprese della partita, con la macchina da presa che si getta in campo e in mezzo alle mischie, fanno sembrare questo sport peggio della guerra! Ma è in generale tutta la forma filmica, per esempio la fotografia "grezza" e poco luminosa di Harold E. Stine, a rendere reale l'atmosfera di un film che si distanzia come non mai dallo stile pulito con cui Hollywood aveva sempre rappresentato la guerra e l'ambiente dell'esercito. Non a caso Altman dovette lottare con i produttori per mantenere nel montaggio alcune scene (quelle girate ai tavoli operatori) e un linguaggio pieno di parolacce e di battute sessiste o volgari. La colonna sonora comprende la bella canzone "Suicide is painless" di Johnny Mandel (il cui testo fu scritto da Mike Altman, figlio – allora quattordicenne! – del regista), nonchè diverse canzoni d'epoca (come "Tokyo Shoe Shine Boy", "My Blue Heaven" o "Chattanooga Choo Choo") cantate in giapponese e trasmesse attraverso gli altoparlanti del campo. E proprio questi sono un continuo spunto di gag, filo conduttore dell'intera pellicola con fior di comunicati sconclusionati, che talvolta comprendono l'annuncio dei film di guerra proiettati nel cinema del campo (l'ultimo dei quali è proprio "MASH", del quale lo speaker elenca i principali interpreti, sostituendosi ai titoli di coda). Il successo del film, sia di pubblico che di critica (vinse la Palma d'Oro a Cannes e il premio Oscar per la miglior sceneggiatura non originale, oltre ad altre quattro nomination fra cui quelle per il miglior film e la migliore regia), darà vita a una serie tv che proseguirà per undici stagioni (senza il coinvolgimento di Altman o dei principali attori originali). In quest'ultima, così come nelle locandine del film, l'acronimo del titolo è scritto con tre asterischi che separano le lettere (M*A*S*H), anche se sullo schermo appare senza di essi.

7 settembre 2020

Pionieri a Ingolstadt (R. W. Fassbinder, 1971)

Pionieri a Ingolstadt (Pioniere in Ingolstadt)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1971
con Hanna Schygulla, Harry Baer
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Una truppa del genio pionieri dell'esercito giunge nella città di Ingolstadt per costruire un ponte. Le ragazze del luogo, in particolare quelle delle classi inferiori, si affrettano a farsi corteggiare dai soldati. C'è chi, come Alma (Irm Hermann), passa da uno all'altro con estrema disinvoltura, suscitando la gelosia delle compagne. E chi, come la domestica Berta (Hanna Schygulla), cerca l'amore vero, illudendosi di averlo trovato in Karl (Harry Baer), soldato scontroso e malinconico che invece non si cura di lei e finirà con l'abbandonarla, anche perché ha già una fidanzata (e magari un figlio) in ogni città. Tratto da una pièce teatrale di Marieluise Fleisser (scritta nel 1928, ispirata a fatti reali, modificata in collaborazione con Bertolt Brecht e infine riveduta nel 1968), un film per la tv che è – ingiustamente – fra i lavori meno noti di Fassbinder, anche perché frutto di compromessi fra il regista e la committenza televisiva (il primo avrebbe voluto ambientarlo nella Germania contemporanea, convinto che i temi trattati – sessismo, oppressione, invidia, grettezza – fossero comuni a ogni società piccolo-borghese; l'emittente invece voleva mantenere il setting negli anni Venti, soprattutto per non offendere l'esercito: il risultato è una collocazione temporale ambigua e indistinta). Costruito su una serie di scenette vagamente interconnesse fra loro, il dramma segue le vicende di numerosi personaggi: le ragazze, i soldati (in lotta contro un dispotico sergente maggiore), i notabili del luogo (segnatamente il datore di lavoro di Berta, un arcigno negoziante, e suo figlio, un giovane inetto senza esperienze sessuali). Nel cast, Klaus Löwitsch (il sergente maggiore), Günther Kaufmann (il soldato Max), Walter Sedlmayr (il mercante Unertl), Rudolf Waldemar Brem (suo figlio Fabian), Margit Carstensen e Carla Aulaulu (Margarete e Frieda). Realizzato mentre stava smantellando il collettivo dell'Antiteater (di cui, insieme ad "Attenzione alla puttana santa", è l'ultimo titolo prodotto), il film è considerato l'ultimo lavoro del periodo formativo (1969-71) di Fassbinder, prima che il regista cambiasse il suo stile rivolgendosi al melodramma americano di Sirk come modello e girando i film che gli daranno la notorietà.

18 aprile 2020

Comma 22 (Mike Nichols, 1970)

Comma 22 (Catch-22)
di Mike Nichols – USA 1970
con Alan Arkin, Martin Balsam
**1/2

Visto in divx.

In una base aeronautica americana in Italia, da dove i piloti partono per bombardare gli obiettivi strategici (o meno) nel Mar Mediterraneo durante la seconda guerra mondiale, il capitano Yossarian (Alan Arkin) cerca inutilmente di farsi congedare dopo aver completato il numero di missioni necessarie per avere diritto all'avvicendamento. Inutilmente non solo perché il colonnello Cathcart (Martin Balsam) continua arbitrariamente ad alzare tale numero; ma soprattutto perché il famigerato "comma 22" del regolamento militare impone che l'unica condizione valida per essere sollevati dal servizio è quella di essere pazzi: ma chi chiede di essere sollevato dal servizio, per definizione, non è pazzo. Dal romanzo di Joseph Heller (da cui recentemente è stata tratta anche una serie televisiva), una pellicola che, sulle orme di "MASH", intende mettere in luce l'assurdità e la follia che circonda ogni attività bellica. Attorno a Yossarian, infatti, si muovono personaggi alienati, grotteschi, slegati dalla realtà e protagonisti di episodi all'insegna del paradosso, della pazzia, del cinismo e dell'assurdo, con il continuo contrasto fra follia e normalità (Yossarian, che fa di tutto per farsi passare per pazzo, compreso l'andare in giro senza vestiti, appare comunque più sano e lucido di coloro che gli stanno intorno: un mondo dove il capitalismo e l'opportunismo sembrano avere più valore della vita umana o persino dell'elemento cardine della propaganda bellica, ossia il patriottismo). Pur non privo di momenti brillanti, al film mancano però l'efficacia parodistica e l'ironia surreale del capolavoro di Altman, e la continua alternanza di registri (dal grottesco al realistico) lascia spesso disorientati. Al terzo lavoro, Nichols non ottenne lo stesso riscontro dei precedenti "Chi ha paura di Virginia Woolf" e "Il laureato", ma il film è rimasto comunque nell'immaginario collettivo anche grazie a un ampio cast dove spiccano Jon Voight (il tenente maneggione Minderbinder, che mette in piedi il "monopolio" M&M Enterprises, con il quale fa affari vendendo o barattando materiale della truppa: pian piano la sua impresa diventa più importante dell'esercito o della guerra stessa), Anthony Perkins (il cappellano), Bob Newhart (il maggiore Maggiore, che riceve nel proprio ufficio solo quando non c'è) e Orson Welles (il generale Dreedle). E ancora: Art Garfunkel (sì, il cantante, al debutto sullo schermo: tre anni prima, insieme a Paul Simon, aveva firmato la celeberrima colonna sonora de "Il laureato"), Buck Henry (anche sceneggiatore), Bob Balaban, Richard Benjamin, Jack Gilford (il medico), Norman Fell, Martin Sheen. Paula Prentiss è l'infermiera, Susanne Benton l'attendente di Dreedle, Olimpia Carlisi è Luciana (la ragazza conosciuta a Piazza Navona), Marcel Dalio il vecchio italiano nel bordello.

6 aprile 2020

Stripes (Ivan Reitman, 1981)

Stripes - Un plotone di svitati (Stripes)
di Ivan Reitman – USA 1981
con Bill Murray, Harold Ramis
*1/2

Visto in divx.

Di fronte ai continui fallimenti, dopo aver perso il lavoro e la ragazza, il tassista John Winger (Bill Murray) decide di arruolarsi nell'esercito e convince l'amico Russell Ziskey (Harold Ramis) a fare lo stesso. L'addestramento sarà duro e difficile, per via della naturale irriverenza dell'indisciplinato John, dell'imbranataggine dei suoi commilitoni e dei continui contrasti con il rigido sergente istruttore Hulka (Warren Oates). Ma dopo molte disavventure, Winger e i compagni si dimostreranno degli eroi durante un'incursione fuori programma in Cecoslovacchia, a bordo di un innovativo "veicolo d'assalto urbano" (di fatto un camper corazzato!), per recuperare gli uomini del proprio plotone finiti per errore oltre la cortina di ferro a causa dell'insipienza del capitano Stillman (John Larroquette). Pensato inizialmente come film parodistico per la coppia di comici Cheech & Chong, che rifiutarono di interpretarlo senza un maggiore controllo creativo, il secondo film di Reitman con Bill Murray come protagonista dopo "Polpette" (di cui è quasi una versione adulta, con i soldati al posto dei bambini del campo estivo) è una spuntata satira dei film di ambientazione militare. Nonostante l'ampio spazio lasciato all'improvvisazione degli attori – fra i quali figurano John Candy, John Diehl, Conrad Dunn e Judge Reinhold – non si sfugge dai luoghi comuni e manca una precisa idea di fondo: è debole sia la satira antimilitarista (alla "MASH") che l'anarchia demenziale (alla "Animal House"). Ramis, anche co-sceneggiatore, era alla prima vera prova da attore cinematografico. P. J. Soles e Sean Young sono le due ragazze della polizia militare che amoreggiano con i nostri eroi. L'edizione "Director's cut" contiene una sequenza aggiuntiva in cui John e Russell, sotto LSD, si paracadutano fra un gruppo di guerriglieri in America Centrale. Il trio Reitman/Murray/Ramis, naturalmente, farà il botto tre anni più tardi con "Ghostbusters".

6 novembre 2019

Full metal jacket (Stanley Kubrick, 1987)

Full Metal Jacket (id.)
di Stanley Kubrick – USA/GB 1987
con Matthew Modine, Lee Ermey
***1/2

Visto in divx.

Il duro addestramento nel corpo dei marines di un giovane coscritto (Matthew Modine), insieme ad altre reclute, e poi le sue esperienze sul campo di battaglia durante la Guerra del Vietnam, dapprima come giornalista militare nelle retrovie e quindi come combattente in prima linea. L'ennesimo capolavoro di Kubrick nel genere bellico (il più frequentato dal grande regista, che già vi aveva firmato "Paura e desiderio", "Orizzonti di gloria" e, se vogliamo, "Il dottor Stranamore" e "Barry Lindon") è un raggelante ritratto della follia che circonda l'apparato militare, ispirato a un romanzo autobiografico di Gustav Hasford ("The Short-Timers", in italiano "Nato per uccidere"), che ha collaborato alla sceneggiatura. Diviso essenzialmente in due parti, il film è entrato nell'immaginario collettivo soprattutto per la prima sezione (che dura circa quarantacinque minuti), quasi un mediometraggio a sé stante: quella dell'addestramento dei soldati nel campo di Parris Island, in Carolina del Sud, agli ordini di un severissimo istruttore, il sergente maggiore Hartman (Ronald Lee Ermey), che pur di farne dei "duri" ("Non voglio dei robot, ma dei killer") li tartassa con esercizi e punizioni e li umilia verbalmente in continuazione, a partire dai degradanti nomignoli che affibbia loro per identificarli durante il loro soggiorno nel campo (il protagonista, per il suo spirito sarcastico, rimarrà il "soldato Joker" per tutto il film). A essere preso particolarmente di mira, come bersaglio preferito, è un giovane contadino sempliciotto, bonaccione e (purtroppo per lui) sovrappeso, subito rinominato "Palla di lardo" (Vincent D'Onofrio), il più fragile e il meno dotato del gruppo. Hartman riuscirà sì a piegarlo, a disumanizzarlo e a trasformarlo in una macchina da guerra, ma a prezzo della sua sanità mentale.

Se la sezione dell'addestramento è entrata nell'immaginario collettivo (sin dalla sequenza iniziale, quella della rasatura dei capelli a zero con la macchinetta: un rimando al musical "Hair"?) e può essere giustamente considerata come il pezzo forte del film, con il suo esasperato militarismo (talmente agghiacciante da sconfinare spesso nella satira: si pensi al rapporto che i soldati devono instaurare con il proprio fucile, dedicandogli preghiere o chiamandolo con un nome da ragazza), anche quella successiva, pur meno dirompente e originale (ma comunque esteticamente notevole), non è da meno. La guerra è spogliata di qualsiasi eroismo e rivestita invece di disillusione, antiretorica (che emerge nelle "interviste" fatte ai soldati al fronte), incoscienza e infantilismo (basti pensare al finale, con i marines che vanno in battaglia cantando la "Marcia di Topolino": poco prima hanno ucciso a sangue freddo una giovane cecchina vietnamita che era, lei sì, poco più di una bambina). D'altronde gli stessi americani, come abbiamo visto nella prima parte, non erano altro che "bravi ragazzi" costretti spesso controvoglia a trasformarsi in macchine per uccidere, "uomini indistruttibili e senza paura". A farci da guida in questo inferno è lo sguardo sarcastico e disincantato di Joker (in un certo senso il personaggio più equilibrato di tutti), le sue citazioni di John Wayne, il suo humour nero ("Volevo tanto vedere l'esotico Vietnam, il gioiello dell'Asia orientale. Volevo incontrare gente interessante, stimolante, con una civiltà antichissima... e farli fuori tutti"), le sue ambiguità e contraddizioni, come la scelta di sfoggiare un distintivo con il segno della pace e contemporaneamente scrivere "Born to kill" sul proprio elmetto: un riferimento alla dualità dell'essere umano (una "teoria junghiana", spiega a un esterrefatto superiore).

La regia di Kubrick è tagliente ed efficace, con il consueto ampio uso di piani sequenza e carrelli. Le scene di battaglia in Vietnam furono ricostruite e girate in Gran Bretagna: la lunga sequenza dell'assalto del cecchino fra i palazzi della città semidistrutta e in fiamme, in particolare, presenta uno scenario urbano apocalittico che ispirerà, nella sua estetica, tanti videogiochi. La colonna sonora comprende diverse canzoni del periodo in cui si svolge la storia (gli anni sessanta), da "Hello Vietnam" di Johnnie Wright (sui titoli di testa) a "These Boots Are Made for Walkin'" di Nancy Sinatra, da "Surfin' Bird" dei Trashmen a "Paint It Black" dei Rolling Stones. Modine (qui con caratteristici occhiali con la montatura in metallo) aveva già interpretato un soldato in caserma quattro anni prima, nel bel film "Streamers" di Robert Altman. Lee Ermey era stato un vero istruttore di marines durante la Guerra del Vietnam: la sua interpretazione così sopra le righe, urlata e piena di volgarità (gran parte della quale fu scritta o improvvisata sul set: una rarità per Kubrick, che si fidò dell'attore in nome dell'autenticità), ha conquistato il pubblico ed è diventata oggetto di numerose parodie (lo stesso Ermey parodiò sé stesso in "Sospesi nel tempo"). Nel cast anche Adam Baldwin (Animal), Arliss Howard (Cowboy) e Kevyn Major Howard (Rafterman). Il titolo del film fa riferimento a un tipo di pallottole blindate (o "incamiciate" con un metallo più duro). Una nomination agli Oscar per la miglior sceneggiatura non originale. Rispetto alla versione uscita originariamente nelle sale, la riedizione della Warner altera, chissà perché, alcune battute del doppiaggio italiano (come la frase sul finale, "Fottuta dedizione al dovere", che diventa un più banale "Adesso sei un duro, Joker") ed elimina la localizzazione della marcia di Topolino sulle scene conclusive (che torna ad essere in inglese). Qui un confronto fra le due versioni.

31 marzo 2019

Youth (Feng Xiaogang, 2017)

Youth (Fang hua)
di Feng Xiaogang – Cina 2017
con Huang Xuan, Miao Miao
**1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

Trent'anni di storia della Cina (dalla Rivoluzione Culturale alla morte di Mao, dalla guerra sino-vietnamita ai cambiamenti sociali e le riforme del paese) raccontate attraverso la vita, le amicizie, il cameratismo, gli amori, i tradimenti, i sacrifici e le sofferenze di un gruppo di giovani artisti (musicisti e ballerine) della "troupe artistica" dell'esercito cinese, una speciale compagnia di canto e danza incaricata di esibirsi in occasione di eventi e manifestazioni propagandistiche. La voce narrante è quella di Suizi (Zhong Chuxi), alter ego della scrittrice Yan Geling (dal cui romanzo – da lei stessa sceneggiato e parzialmente autobiografico – è tratto il film). E nonostante l'impostazione corale, la pellicola segue in particolare le vicende di due personaggi: Liu Feng (Huang Xuan), soldato modello, gentile e ammirato da tutti, che però soffrirà per amore, finirà a combattere in prima linea e diventerà un invalido di guerra; e He Xiaoping (Miao Miao), giovane ballerina figlia di un intellettuale esiliato durante la rivoluzione culturale, bullizzata e maltrattata dalle compagne, ma dotata di una grande forza di volontà. Fra colossal e melodramma, il film è forse un po' enfatico, nostalgico e patinato (da notare, per esempio, il lungo ed elaborato piano sequenza dell'assalto alla carovana durante la guerra): ma riesce comunque a descrivere in maniera equilibrata un passato ricco di idealismo ed entusiasmo (quello della gioventù, appunto), mettendolo a confronto con le amarezze e la disillusione del presente (e della maturità).

15 febbraio 2018

Ender's game (Gavin Hood, 2013)

Ender's Game (id.)
di Gavin Hood – USA 2013
con Asa Butterfield, Harrison Ford
***

Visto in TV.

In un futuro non precisato, il giovane Ender Wiggin (Butterfield) è uno dei tanti bambini che vengono addestrati per combattere contro i Formic, una razza di extraterrestri insettoidi che cinquant'anni prima avevano attaccato la Terra e quasi sterminato l'umanità, salvatasi solamente per l'azione eroica del "leggendario" comandante Mazer Rackham (Ben Kingsley). Agli ordini del colonnello Graff (Harrison Ford), i ragazzini – scelti per le loro menti agili, perché abituate ai videogiochi – sono sottoposti a una serie di prove sempre più competitive: e ben presto risulta evidente che proprio Ender è un leader naturale e un perfetto statega, destinato a diventare il comandante che guiderà l'intera flotta terrestre nella battaglia decisiva contro gli alieni. Quasi tutta la pellicola è incentrata sull'addestramento e sulla crescita del protagonista, un personaggio eccezionale e fuori dagli schemi, geniale ma introverso, ribelle (quanto basta) verso l'autorità ma dotato del carisma necessario per farsi seguire dai suoi compagni. E il film sfugge le trappole della retorica bellica per affrontare molti temi degni di nota: la disumanità e l'irrealtà della guerra, che si confonde con gli scenari virtuali dei videogames; i videogiochi stessi, così come altri giochi di strategia, usati come metodi di addestramento per forgiare le abilità di comando, l'elaborazione delle strategie e la capacità di lavorare in team; la giovane età dei bambini mandati in guerra, resa accettabile soltanto facendo loro credere che si tratta solamente di un gioco. Ma dopo tante simulazioni, come si comporteranno di fronte alla realtà? Dal romanzo "Il gioco di Ender" di Orson Scott Card (uno dei capisaldi della letteratura fantascientifica degli anni ottanta), un film che prometteva di essere un action movie fracassone come molti altri, ma che alla resa dei conti si è rivelato assai meno stupido e molto più interessante del previsto, oltre che focalizzato e coerente: peccato solo che a dirigerlo non ci fosse un regista di maggior spessore (ma Hood, quanto meno, se la cava bene con la sceneggiatura, nel difficile compito di adattare e "semplificare" il testo originale di Card). "Quando capisco davvero il mio avversario, abbastanza profondamente da poterlo battere, in quel preciso momento comincio ad amarlo", è la frase chiave, citata anche in apertura. Asa Butterfield convince nei panni del protagonista e forse ha un futuro come attore (il che non può essere garantito, invece, per gli altri interpreti bambini). Viola Davis è la psicologa dell'esercito, Abigail Breslin la sorella (e riferimento emozionale) di Ender.

25 giugno 2015

Quella sporca dozzina (R. Aldrich, 1967)

Quella sporca dozzina (The Dirty Dozen)
di Robert Aldrich – USA 1967
con Lee Marvin, Charles Bronson
***

Visto in TV.

Poche settimane prima dello sbarco in Normandia, il maggiore americano Reisman (Lee Marvin) viene incaricato di addestrare un gruppo di dodici soldati detenuti, condannati a morte o all'ergastolo per crimini vari, e di farne una squadra in grado di compiere una missione "impossibile": raggiungere un castello nella Francia occupata dai nazisti, all'interno del quale si radunano gli ufficiali nemici, e sterminarli tutti. Nonostante le iniziali difficoltà (Reisman, a sua volta refrattario alle regole e all'autorità, si troverà a gestire uomini indisciplinati, inaffidabili, incorreggibili o addirittura psicopatici), il gruppo imparerà pian piano a conoscersi e a dimostrare spirito di squadra. E saprà portare a termine la missione con coraggio, anche se la maggior parte ci rimetterà la pelle. Uno fra i più celebri film di guerra "non convenzionali", divertente, violento e fumettoso (non a caso è fra le fonti di ispirazione citate da Tarantino per "Bastardi senza gloria"), riscosse un enorme successo di pubblico proprio perché, alla vigilia del 1968, metteva in scena una serie di individualità che contestavano apertamente la catena di comando e le logiche della guerra (la pellicola si chiude addirittura con la frase "C'è una buona notizia: ammazzare generali può essere un lavoro!"). Solo l'ultimo quarto del film è dedicato alla missione vera e propria: in precedenza assistiamo al lungo processo di addestramento e soprattutto all'esercitazione in cui la "sporca dozzina" (chiamata così perché, per punizione, da un certo punto in poi agli uomini viene proibito di lavarsi o di radersi) dimostra il proprio valore contro i reparti organizzati e regolari dell'esercito alleato, guidati dallo sprezzante colonnello Breed (Robert Ryan). E non mancano altre scene in cui i protagonisti tendono a farsi beffe dell'autorità costituita (come quando uno di loro, spacciandosi per generale, passa in rassegna le truppe). A causa di tutto ciò, anche il finale in cui i nostri eroi si sacrificano durante la missione può essere visto più come un attaccamento ai propri compagni che non agli ideali patriottici o bellici, verso i quali c'è sospetto, diffidenza o totale distacco. La sceneggiatura, estremamente lineare e facilmente divisibile in "atti", è tratta da un romanzo del 1965 di E. M. Nathanson, ispirato a sua volta (pare) da personaggi reali, i "Filthy Thirteen". Ricco, ovviamente, il cast: fra i membri del gruppo spiccano Charles Bronson (Wladislaw, il leader silenzioso e imperturbabile, l'unico che parla tedesco), Telly Savalas (Maggott, il maniaco religioso, il più pazzo del gruppo), John Cassateves (Franco, il più indisciplinato ma anche il più carismatico), Donald Sutherland (Pinkley, il più giovane), Jim Brown, campione di football americano (Jefferson, l'immancabile nero) e Clint Walker (Posey, il "gigante buono"), mentre in altri ruoli troviamo Ernest Borgnine (li generale di divisione), Richard Jaeckel (il sergente di collegamento), Ralph Meeker e George Kennedy. Lee Marvin e Telly Savalas sostituirono all'ultimo minuto John Wayne e Jack Palance, che rifiutarono i ruoli. Uno dei dodici soldati (Jimenez) muore fuori scena perché l'attore che lo interpretava (Trini Lopez) abbandonò il set per divergenze con la produzione. La pellicola fu interamente girata in Inghilterra: il castello francese fu costruito appositamente dallo scenografo William Hutchinson e si rivelò talmente solido che, nella scena dell'esplosione, i cineasti furono costretti a utilizzare un modellino in sughero. Il successo del film, e soprattutto l'impatto che ebbe sul pubblico, portarono alla realizzazione di svariate imitazioni ma anche di tre sequel ufficiali e persino di una serie televisiva negli anni ottanta.

23 settembre 2014

Good kill (Andrew Niccol, 2014)

Good Kill (id.)
di Andrew Niccol – USA 2014
con Ethan Hawke, January Jones
**

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Thomas (Hawke) è un pilota di droni: dalla sua base militare nel deserto del Nevada, nei pressi di Las Vegas, controlla a distanza velivoli senza pilota che sganciano missili su vere o presunte basi di terroristi in Afghanistan e dintorni. Fra dubbi e problemi di coscienza, il desiderio di tornare a pilotare aerei "veri" e la sensazione che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in gran parte delle sue operazioni (che sempre più spesso hanno come effetto collaterale la morte di vittime civili e innocenti), il suo mondo comincia ad andare in pezzi. E si ritroverà a dover compiere una difficile scelta. Con un occhio all'attualità e un altro alla finzione (la guerra combattuta come un videogioco), Niccol aggiorna allo scenario della "lotta al terrore" alcuni dei temi che aveva già affrontato ai tempi del "Truman Show": difficile non pensare a quel film quando Thomas alza lo sguardo al cielo, consapevole della presenza di satelliti e veicoli spia che attraversano le orbite, invisibili a tutti. Ma pur non rinunciando a porre domande scomode e ad instillare dubbi di ogni genere tanto nei suoi personaggi quanto negli spettatori (con il merito di affrontare, forse per primo, un tema che potrebbe diventare sempre più pressante nell'immediato futuro: come l'evoluzione tecnologica sta cambiando, o forse ha già cambiato, le regole della guerra), il film fallisce nel dare risposte accettabili o non troppo semplificate, e si limita a tracciare un inquietante parallelo fra le strade dei poveri villaggi del Medio Oriente bombardati dai droni e quelle delle villette a schiera tutte uguali dell'America o, addirittura, il colorato e kitsch "strip" di Las Vegas: due modi ben diversi di vivere in mezzo al deserto. Il titolo si riferisce al gergo con cui si indica un colpo andato a segno. Nel cast, January Jones è la moglie di Hawke, Zoë Kravitz il suo "copilota", Bruce Greenwood il suo superiore.

18 agosto 2014

Riflessi in un occhio d'oro (J. Huston, 1967)

Riflessi in un occhio d'oro (Reflections in a Golden Eye)
di John Huston – USA 1967
con Marlon Brando, Elizabeth Taylor
**

Visto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

In un campo militare in Georgia, il maggiore Weldon Penderton (Brando) sospetta che la moglie Lenora (Taylor), appassionata cavallerizza, abbia una relazione con l'addetto al maneggio, il soldato Williams (Robert Forster, al suo debutto). In realtà l'amante della donna è un altro ufficiale, il colonnello Langdon (Brian Keith), la cui moglie Alison (Julie Harris) – nevrotica dopo la recente perdita di un figlio – è affidata alle cure del cameriere filippino effemminato Anacleto (Zorro David). Tratto da un romanzo di Carson McCullers, un film ambiguo e patinato, che più che dell'omosessualità repressa (come erroneamente affermano molte critiche) è una metafora – finanche troppo esplicita – dell'impotenza: esemplare la scena in cui il personaggio interpretato da Brando, incapace di cavalcare lo stallone Firebird, dopo essere stato gettato a terra dall'animale si sfoga su di lui frustandolo a sangue, per poi subire una sorte simile – essere colpito con il frustino – dalla moglie nel corso di una festa. Di contro, Williams (che cavalca nudo nella foresta, è maggiormente in sintonia con gli animali che con gli uomini, si introduce nottetempo nella camera di Lenora per guardarla dormire) rappresenta gli istinti animaleschi, il richiamo della natura, la libertà sessuale: tutto ciò che a Weldon è ormai precluso, di cui è invidioso o da cui è attratto. Altri riferimenti all'impotenza sono nelle figure di Anacleto, cui Langdon affida la moglie come alle cure di un eunuco, e del capitano Weincheck, costretto a un congedo precoce perché giudicato inadatto a esercitare l'autorità del comando. Peccato che il film, al di là della lettura psicologica, risulti piuttosto noioso e privo di ritmo e si faccia ricordare più per le caratteristiche tecniche (in una prima versione, la fotografia era stata iper-filtrata per rendere tutte le immagini di un color oro diffuso) che non per i contenuti. In quegli anni (fine '60 e inizio '70) il cinema hollywoodiano cercava una nuova strada dopo il crollo del sistema degli studios, rivolgendosi al cinema d'autore europeo, di cui provava a recuperare la profondità e gli intenti autoriali, con il rischio di sfornare pellicole pretenziose come questa. Solo l'avvento dei "movie brats" (Scorsese, Coppola, Lucas, Spielberg, ecc.), di lì a poco, avrebbe restituito al cinema americano una propria identità e una direzione da seguire. Il ruolo di Brando era stato inizialmente affidato a Montgomery Clift, che però morì poco prima dell'inizio delle riprese. Il titolo del libro piacque tanto a Ian Fleming da ispirargli un'avventura di James Bord ("GoldenEye", appunto).

16 giugno 2014

Queen & country (John Boorman, 2014)

Queen & country
di John Boorman – GB 2014
con Callum Turner, Caleb Landry Jones
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Seguito dell'autobiografico "Anni '40" dello stesso regista, di cui riprende il protagonista principale (che allora era un bambino, alle prese con i bombardamenti tedeschi su Londra, e ora è appena diventato maggiorenne). Siamo all'inizio degli anni cinquanta, nel periodo in cui Elisabetta II sale al trono d'Inghilterra e i venti della guerra in Corea si fanno più forti. Il giovane Bill Rohan (Callum Turner), in servizio di leva, è assegnato all'addestramento delle reclute che partiranno per il fronte. Per sopravvivere al "sistema", insieme all'amico Percy (Caleb Landry Jones), ancora più refrattario di lui alla disciplina e irriverente verso le istituzioni, imbastisce una sorta di guerra al proprio superiore, il sergente maggiore Bradley (un grande David Thewlis), che al contrario di loro è dedito all'applicazione del regolamento alla lettera. E nel frattempo si innamora di Ophelia (Tamsin Egerton), misteriosa, sfuggente e tormentata ragazza d'alta classe. Con il suo cinema introspettivo ma ironico, nostalgico ma mai retorico, Boorman torna a lanciare uno sguardo disincantato al passato recente del suo paese. Si scherza e si ride, ma la guerra e le disavventure della vita incombono. Memorabile la casa dove vive la famiglia di Bill, su un'isola in mezzo al Tamigi. La pellicola è impreziosita da un ottimo cast (Vanessa Kirby è la sorella, Sinéad Cusack è la madre, Pat Shortt è il soldato "lavativo" Redmond, Richard E. Grant è il maggiore della caserma), una bella atmosfera retrò e numerose citazioni cinefile d'epoca (i personaggi parlano di Hitchcock, Wilder, Preminger, "Casablanca", e vanno al cinema a vedere "Rashomon" di Kurosawa). E proprio al cinema potrebbe essere legata la futura vita del protagonista, che nel finale vediamo alle prese con una videocamera. L'impressione è che Boorman stia costruendo, appunto in chiave autobiografica, un proprio "Antoine Doinel": vedremo i prossimi sviluppi.

24 gennaio 2011

The coast guard (Kim Ki-duk, 2002)

The coast guard (Hae anseon)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2002
con Jang Dong-gun, Kim Jeong-hak
***

Rivisto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Sulla costa militarizzata della Corea del Sud, dove plotoni di soldati – osteggiati o derisi dai civili che vivono nei dintorni – pattugliano le spiagge giorno e notte in attesa di spie del Nord che non si vedono mai, il giovane ed esaltato Kang uccide per errore un ragazzo che si era recato nottetempo sulla spiaggia in compagnia della sua fidanzata. La tragedia segnerà in modo indelebile i due sopravvissuti all'episodio, il soldato e la ragazza, incapaci di restare lontani da quel posto e di tornare a una vita normale. Il primo, dapprima elogiato dai superiori e poi congedato, rifiuterà di svestire l'uniforme e di abbandonare il servizio; la seconda, divenuta mentalmente instabile, continuerà a bazzicare i dintorni della zona militare e si farà addirittura ingravidare dagli ex compagni di Kang. In un crescendo di tensione e di paranoia, il film – uno fra i più sottovalutati lavori di Kim Ki-duk – mostra la follia che si sviluppa attorno al campo militare e che si fa strada lentamente fra tutti i soldati: i quali da un lato si sentono sotto assedio quando Kang, sfuggente come un fantasma, ruba un fucile e minaccia di ucciderli tutti; e dall'altro approfittano della ragazza, scatenando l'ira di un fratello vendicativo. Non mancano momenti crudeli ma visivamente belli, come la danza della ragazza folle fra i totem sulla spiaggia o la scena in cui la stessa, dopo aver abortito, si immerge nella vasca dei pesci colorando l'acqua di rosso. Ma purtroppo è l'ultimo lungometraggio di Kim con queste caratteristiche incisive ed emozionanti: dal successivo, la vena sanguigna e viscerale lascerà il posto a un più facile esotismo da festival, tanto poetico quanto sempre più vuoto e privo di mordente.

25 luglio 2010

Address unknown (Kim Ki-duk, 2001)

Address unknown (Suchwiin bulmyeong)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2001
con Yang Dong-kun, Ban Min-jung
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Film duro e fra i migliori di Kim Ki-duk, racconta i traumi di una nazione attraverso le vicende di alcuni personaggi che abitano nei pressi di una base militare americana in Corea del Sud. Siamo in "un autunno degli anni settanta": la guerra con il Nord è terminata da anni ma continua a vivere nei ricordi di coloro che l'hanno combattuta, influenza le esistenze di chi è nato in seguito ed è perennemente rievocata proprio dalla presenza dei soldati americani, impegnati in continue esercitazioni di cui pochi percepiscono la vacua inutilità. Il giovane e robusto Chang-guk, figlio illegittimo di un soldato afroamericano e di una prostituta, non ha mai conosciuto il padre (da tempo ritornato nel proprio paese), lavora come assistente di un "macellaio di cani" (che acquista gli animali per poi ucciderli a bastonate e venderne la carne ai ristoranti) e abita in un vecchio autobus con la madre, la quale insiste nel continuare a scrivere al "marito" e si vede tornare indietro tutte le missive con l'indicazione "indirizzo sconosciuto". L'introversa studentessa Eun-ok, figlia di un soldato scomparso durante la guerra, è rimasta accecata a un occhio da bambina a causa del fratello e ha come unico compagno il suo cagnolino, al quale concede tutta sé stessa. Il timido e gentile Ji-hum lavora come assistente di un ritrattista, è innamorato a distanza di Eun-ok e ha un difficile rapporto con un padre che si vanta delle imprese compiute in battaglia, sognando una medaglia che gli è sempre stata negata. Come capita spesso nei film di Kim, i protagonisti sono vittime di disagi fisici e psicologici, di ferite interne ed esteriori, che trovano nella follia (Chang-guk), nella rassegnazione (Eun-ok) o nella vendetta (Ji-hum) la forza per ribellarsi al mondo violento che li circonda. "Sono come quelle lettere che non hanno trovato il loro destinatario", ha commentato il regista. "Chang-guk ha subito una violenza totale, Eun-ok ne ha subita una a metà e Ji-hum sarà capace di riprendersi, come un'erba cattiva". Anche i personaggi di contorno (il macellaio di cani, i due bulli che tormentano Ji-hum e violentano Eun-ok, il soldato americano alla ricerca di qualcosa – le droghe, l'amore di Eun-ok – che lo aiuti a superare l'alienazione e la nostalgia di casa) contribuiscono alla descrizione di un mondo disperato e pessimista, rendendo il film paragonabile per certi versi al capolavoro di Kim, "L'isola". In un panorama di desolazione e crudeltà (la natura perennemente spoglia, le violenze sui cani) fanno occasionalmente la loro comparsa squarci di dolce ironia (i protagonisti, come per solidarietà, sfoggiano a un certo punto tutti e tre una benda sull'occhio destro), di poesia surreale (il ritaglio sull'occhio di Eun-ok, che prefigura la "maschera" di "Time") e di umorismo grottesco (Chang-guk infilato a testa in giù nel terreno ricoperto da una nevicata). Non mancano naturalmente metafore sociali e politiche: Eun-ok, che può guarire dalla sua parziale cecità attraverso un'operazione nell'ospedale militare americano (in cambio della quale dovrà concedersi al giovane soldato), è forse un simbolo della Corea, dimezzata, che spera nell'aiuto degli Stati Uniti (ma cosa dovrà dare in cambio?) per tornare in possesso della sua "altra metà".

23 dicembre 2007

Streamers (Robert Altman, 1983)

Streamers (id.)
di Robert Altman – USA 1983
con Matthew Modine, Mitchell Lichtenstein
***

Visto in DVD, con Martin e Luisa.

Un Altman minore, ma molto bello. Tre reclute in addestramento condividono una gigantesca camerata in una caserma presso Washington. Sono in attesa di partire per la guerra del Vietnam, ma nel frattempo tra loro scoppiano tensioni di ogni tipo: sociali, razziali, e soprattutto sessuali. Tratto da un testo teatrale (e si vede) e girato completamente in un'unica stanza (anche le poche volte che i personaggi agiscono al di fuori della camerata, la macchina da presa li riprende restando al di qua delle finestre), il film è tipicamente altmaniano nella sua coralità e caoticità. Nei primi minuti sembra quasi che possa essere una sorta di "MASH 2", ma poi il tono comico-grottesco scompare gradualmente e subentra quello drammatico. Nonostante la guerra che incombe (i cui temi sembrano riguardare più i sottoufficiali, che hanno già combattuto, che le reclute, che non hanno idea di cosa le aspetta), l'interesse dei personaggi è rivolto soprattutto al proprio intimo e ai rapporti interpersonali. Ottimo il cast, che ha ricevuto nel suo insieme il premio per la miglior recitazione al festival di Venezia. Quattro anni più tardi Matthew Modine si ritroverà a interpretare una parte simile (un soldato in caserma, in attesa di partire per il Vietnam) anche in "Full metal jacket" di Stanley Kubrick.

28 maggio 2006

I giardini di pietra (F. F. Coppola, 1987)

I giardini di pietra (Gardens of Stone)
di Francis Ford Coppola – USA 1987
con James Caan, Anjelica Huston, James Earl Jones
*1/2

Visto in DVD, con Martin.

Durante la guerra del Vietnam, i soldati della Vecchia Guardia hanno il compito di gestire il cimitero militare di Arlington, a Washington, dove vengono sepolti con tutti gli onori i caduti. Un sergente prende sotto la propria ala protettiva una giovane recluta che naturalmente, a un certo punto, preferirà partire "eroicamente" per il fronte. Un film e un argomento per me di nessun interesse. Pieno di retorica militare (l'esercito è una grande famiglia, solo i militari sanno veramente quanto sia brutta la guerra, ecc.) e di eroismo dietro le quinte (non si vedono mai scene di battaglia, se non in alcuni filmati di repertorio in televisione), si lascia guardare solo per le capacità registiche di Coppola e per i nomi degli attori, che peraltro sembrano recitare al minimo sindacale. Molto meglio, su temi simili, "Streamers" di Robert Altman (uscito nel 1983), per non parlare naturalmente di "Full metal jacket" (uscito lo stesso anno) e del capolavoro dello stesso Coppola, "Apocalypse Now", di dieci anni prima.