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14 luglio 2023

Fantasma (Friedrich W. Murnau, 1922)

Fantasma (Phantom)
di Friedrich Wilhelm Murnau – Germania 1922
con Alfred Abel, Lya de Putti
**1/2

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Lorenz Lubota (Alfred Abel), impiegato comunale in una piccola cittadina, vive con la testa fra le nuvole, aspira a fare il poeta e – al pari della sorella Melanie (Aud Egede-Nissen) – è fonte di continue preoccupazioni per l'anziana madre (Frida Richard). Investito per la strada dalla carrozza guidata da una ragazza vestita di bianco (Lya de Putti), se ne innamora perdutamente. E quando incontra Melitta, che ne è praticamente la sosia, comincia a frequentarla e a dilapidare per lei il denaro che non ha, preso in prestito da una zia usuraia, convinto di poterla ripagare con le rendite delle sue poesie, ignorando però che l'editore al quale sono state proposte non ha alcuna intenzione di pubblicarle. Complici gli intrighi dell'infido Wigottschinski (Anton Edthofer), amante di Melanie, Lorenz scende così sempre più la china: perde il lavoro, fa frequentazioni equivoche, e infine si lascia convincere a compiere una rapina... L'intera vicenda (una storia di caduta ed espiazione, in chiave melodrammatica o, meglio, "psicodrammatica") è narrata in un flashback che comprende quasi tutto il film, da un Lorenz che riabilitatosi, e su suggerimento della moglie Marie (Lil Dagover), ha deciso di scrivere "la storia dei suoi misfatti". La sceneggiatura è di Thea von Harbou (già collaboratrice di Murnau ne "La terra che brucia"), tratta da un romanzo di Gerhart Hauptmann. Murnau, fedele alla corrente dell'espressionismo tedesco (evidente nella recitazione, nella fotografia, nelle scenografie della piccola e opprimente cittadina con i suoi ambienti stretti e i palazzi che sembrano prendere vita nei deliri del protagonista), la vivacizza con toni astratti e trasognanti: Lorenz è tormentato di continuo dalle sue fantasie, dalle immagini del "carretto fantasma" che rincorre, ed è completamente avulso dalla realtà, al punto da non rendersi conto delle sofferenze e dell'indigenza della madre rimasta a casa da sola. A lungo lo si era ritenuto un film perduto, prima che una copia venisse ritrovata (e restaurata) agli inizi degli anni Duemila.

5 ottobre 2022

La terra che brucia (F. W. Murnau, 1922)

La terra che brucia, aka Il campo del diavolo (Der brennende Acker)
di Friedrich Wilhelm Murnau – Germania 1922
con Vladimir Gajdarov, Stella Arbenina
**1/2

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

A differenza del fratello Peter (Eugen Klöpfer), che resta legato alle proprie origini, l'ambizioso Johannes (Vladimir Gajdarov) non intende portare avanti la fattoria di famiglia, mirando a qualcosa di più della semplice vita rurale, ovvero denaro e successo. Venuto a sapere che sotto il "campo del diavolo", un lotto di terreno che i contadini locali considerano maledetto perché non vi cresce niente, si trova nascosto un prezioso giacimento di petrolio, sposa con l'inganno la vedova Helga (Stella Arbenina), che ha ereditato il campo dal defunto marito. Il suicidio della donna, quando scopre che Johannes non l'ama, gli farà riconsiderare i propri valori... Dramma famigliare (il sottotitolo è "Il dramma di un uomo ambizioso") sul contrasto fra amore e avidità, che si snoda per sei atti (come capitoli di un romanzo) ricchi di eventi e di personaggi: dal conte Rudenburg (Eduard von Winterstein), ossessionato dal tesoro che secondo la leggenda si troverebbe sotto il campo del diavolo; a Gerda (Lya De Putti), la figlia del conte, che per gelosia incendia il pozzo di petrolio (da cui il titolo della pellicola); da Lellewel (Alfred Abel), il ricco spasimante di Gerda, da lei perennemente rifiutato; a Maria (Grete Diercks), la domestica nella fattoria dei Rog, il cui amore per Johannes è da questi disprezzato. L'ambientazione rurale, con le fatiche dei contadini e le antiche superstizioni locali, è ben ricostruita, con toni cupi che la regia sottolinea anche tramite l'uso delle iridi circolari, mentre il montaggio è già sofisticato (si veda quello alternato, nel finale, fra il campo che brucia e la preghiera dei contadini a tavola). Murnau è attorniato da fior di collaboratori: alla sceneggiatura ha collaborato Thea von Harbou, alla fotografia Karl Freund.

22 agosto 2021

Il castello di Vogelöd (F. W. Murnau, 1921)

Il castello di Vogelöd (Schloß Vogelöd)
di Friedrich Wilhelm Murnau – Germania 1921
con Lothar Mehnert, Olga Tschechowa
**

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Fra gli ospiti nel castello di Vogelöd, invitati dal padrone di casa (Arnold Korff) per una battuta di caccia, c'è anche l'enigmatico conte Oetsch (Lothar Mehnert), guardato da tutti con sospetto perché accusato (senza prove) di aver ucciso tre anni prima il proprio fratello. Quando nel castello giunge anche la vedova di quest'ultimo (Olga Tschechowa), risposatasi con il barone Safferstätt (Paul Bildt), la tensione monta a mille. E le cose peggiorano la notte successiva, per via dell'improvvisa sparizione di Padre Faramund, prete e amico fidato con cui la baronessa intendeva consultarsi... Da un romanzo di Rudolph Stratz (sceneggiato da Carl Mayer, già co-autore de "Il gabinetto del dottor Caligari" e poi abituale collaboratore di Murnau), uno dei pochi fra i primi lavori del regista tedesco a essere sopravvissuto: si tratta di un giallo da camera con (prevedibile) colpo di scena finale, permeato da un'atmosfera misteriosa, oscura e malsana, cui non mancano sequenze quasi horror (come il sogno del "gentiluomo ansioso" (Julius Falkenstein) che vede entrare di notte nella propria stanza un mostro dalle mani adunche: una scena che anticipa con ogni evidenza il "Nosferatu" dell'anno successivo). All'interno di un cast corale spiccano Mehnert e la Tschechowa, che danno vita a due personaggi ambigui, a metà fra il bene e il male (di Oetsch sapremo solo alla fine se è davvero un assassino, mentre la donna dichiara a più riprese di essere "attratta dalla malvagità"). Le scenografie sono di Hermann Warm, la direzione della fotografia è di Fritz Arno Wagner e László Schäffer. Eccellente la qualità della copia restaurata (dalla Cineteca di Bologna) nel 2002.

9 dicembre 2017

Il cammino nella notte (F.W. Murnau, 1921)

Il cammino nella notte (Der Gang in die Nacht)
di Friedrich Wilhelm Murnau – Germania 1921
con Olaf Fønss, Gudrun Bruun-Stefenssen
*1/2

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Sedotto dalla ballerina Lily (Gudrun Bruun), l'affermato medico Eigil (Olaf Fønss) abbandona la moglie Helene e si risposa con lei. Ma sarà lasciato a sua volta quando Lily si innamorerà di uno dei suoi pazienti, un pittore cieco (Conrad Veidt) a cui il medico ha restituito – sia pure temporaneamente – la vista. Sesto film di Murnau, ma il più antico di cui sopravvive a oggi una copia (i precedenti cinque, compreso il film d'esordio "Der Knabe in Blau", sono tutti andati perduti). Pur senza essere trascendentale, non c'è nulla che non vada nella regia (che sfrutta anche alcune scene in esterni per raffigurare simbolicamente le emozioni umane, come quando le onde del mare in tempesta rappresentano i tormenti dell'animo del protagonista) o nella recitazione (da notare la mascherina nera attorno agli occhi di Fønss, per farne risaltare meglio le espressioni; ma il più inquietante, come al solito, è Conrad Veidt, il cui ruolo ricorda a tratti quello di Cesare nel "Gabinetto del dottor Caligari"). Il problema è che i personaggi sono soltanto delle figurine, e la storia, melodrammatica e poco interessante, si trascina in modo quanto mai convenzionale. Solo una curiosità per scoprire i primi passi del grande regista tedesco. Il titolo stesso è metaforico, e si riferisce tanto alla cecità reale di Veidt quanto a quella sentimentale del dottor Eigil.

31 agosto 2014

Nosferatu (Friedrich W. Murnau, 1922)

Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens)
di Friedrich Wilhelm Murnau – Germania 1922
con Max Schreck, Gustav von Wangenheim
***1/2

Rivisto in DVD.

Il giovane agente immobiliare Hutter si reca nei Carpazi per far visita all'elusivo conte Orlok, che intende acquistare una casa nella cittadina tedesca di Wisborg. Scoprirà che il conte è un nosferatu (un "non morto", ovvero un vampiro), intenzionato a seminare il male in città. E infatti il suo arrivo a bordo di una nave fantasma, che trasporta lui e le sue bare piene di terra, scatena un'epidemia di peste per le strade di Wisborg: solo il sacrificio della virginale Ellen (Greta Schröder), la fidanzata di Hutter che si consegna volontariamente al vampiro facendogli dimenticare che l'alba sta sorgendo, porrà fine al dominio del male. Caposaldo dell'horror e del cinema espressionista tedesco (anche se, a differenza di pellicole puramente espressioniste come "Il gabinetto del dottor Caligari", stilisticamente mostra l'inizio di una contaminazione con il realismo: si pensi alle numerose scene girate in esterni), il film è ovviamente un adattamento non autorizzato del romanzo "Dracula" di Bram Stoker, del quale i produttori cambiarono l'ambientazione e tutti i nomi dei personaggi. In seguito al successo della pellicola, nel 1925 gli eredi di Stoker fecero causa e un tribunale ordinò di distruggere tutte le copie del film. Per fortuna alcune sopravvissero (lo stesso Murnau ne mise in salvo una) fino ai nostri giorni: da queste provengono le attuali versioni restaurate. Non si tratta del primo adattamento cinematografico di "Dracula" (esisterebbero infatti due versioni, rispettivamente russa e ungherese, del 1920 e del 1921, andate perdute e chissà quanto fedeli) ma sicuramente del più influente, almeno fino alla versione hollywoodiana del 1931 con Bela Lugosi. Qui il nosferatu, più che un semplice vampiro, è un vero e proprio catalizzatore di malvagità, la cui sola presenza scatena l'inferno in terra: indimenticabile l'invasione di ratti che fuoriescono dalle bare, la processione di morti per le strade della città, la follia che si fa strada nelle menti di personaggi come Knock (Alexander Granach), che corrisponde al Renfield del romanzo originale. Murnau dona alle varie sequenze una palpabile "qualità cinematografica", rende l'orrore tangibile (ai tempi fu persino criticato per la "concretezza" del male e del vampiro, che diversi osservatori avrebbero voluto reso in maniera più eterea, per esempio soltanto attraverso ombre) e utilizza molti dei trucchi ottici che il cinema di allora gli metteva a disposizione: sequenze accelerate, la fotografia in negativo che rende spettrale il bosco attorno al castello, dissolvenze e animazioni a passo uno che permettono a Orlok di mettere in mostra i propri poteri. Eppure il fascino maggiore non è dato dagli effetti speciali ma, appunto, dalla presenza stessa del vampiro, le cui fattezze fisiche (testa calva, orecchie appuntite e sporgenti, denti pronunciati, e soprattutto le mani adunche la cui ombra si allunga), da vero pipistrello-umano, sono ancora terrorizzanti ai giorni nostri. A lungo si è speculato che il misterioso attore Max Schreck, di cui non si sapeva quasi niente (e il cui cognome, in tedesco, significa "spavento"), fosse lo stesso Murnau. Nel film "L'ombra del vampiro", uscito nel 2000, si azzarda addirittura l'ipotesi che fosse un vero vampiro! In realtà pare che si trattasse di un attore di teatro, fra l'altro apparso anche in altre pellicole minori negli anni venti. Nel 1979 Herzog ne ha fatto un remake con Klaus Kinski e Isabelle Adjani, girato in doppia versione (inglese e tedesco).

23 dicembre 2007

L'ultima risata (F. W. Murnau, 1924)

L'ultima risata (Der letzte Mann, aka The last laugh)
di Friedrich Wilhelm Murnau – Germania 1924
con Emil Jannings, Maly Delschaft
***1/2

Visto in DVD, con Martin.

Uno dei grandi capolavori di Murnau e del cinema muto tedesco, in quegli anni probabilmente il migliore del mondo. Il grande Jannings è il portiere di un albergo di lusso, che trae soddisfazione e orgoglio nell'indossare la sua splendente uniforme gallonata. Quando, per la vecchiaia, viene degradato a guardiano dei bagni, l'umiliazione è troppo forte: segretamente trafuga la sua vecchia livrea e continua a indossarla fuori dal lavoro. Scoperto, verrà scacciato di casa e deriso da tutti. La sua storia tragica e patetica sembrerebbe destinata alla fine, ma un cartello (l'unico di tutto il film, a parte quello introduttivo: potenza delle immagini, che non hanno bisogno né di dialoghi né di didascalie!) annuncia che l'autore ha avuto pietà di lui e ha voluto regalare al suo protagonista un happy end "improbabile": e la sequenza conclusiva, nella quale l'uomo diventa ricco per un'improvvisa eredità, è infatti esageratamente irreale e la si guarda quasi pensando che non faccia veramente parte del film, il che aggiunge ancora più emozione per il destino del personaggio. Il titolo originale tedesco significa "L'ultimo uomo", che mi sembra molto più appropriato per raccontare la storia di una persona umile. Il film è ispirato al racconto "Il cappotto" di Gogol e, nelle intenzioni dell'autore, voleva mettere in guardia dall'eccessiva importanza che viene data alle uniformi anziché a coloro che le indossano. Ma alcuni critici lo hanno letto anche come metafora politica di una Germania derisa e umiliata dalle altre potenze e incapace di accettare la sua nuova situazione. Eccezionale la scenografia, sontuosa e meno espressionista di altri film tedeschi dell'epoca, e naturalmente la regia, moderna e dinamicissima, con grande profondità grazie a carrelli che attraversano le grandi stanze dell'albergo, inquadrature attraverso finestre, vetrate e soprattutto la porta girevole dell'hotel. Ottima la copia restaurata, ottenuta da frammenti di provenienza diversa.