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8 aprile 2023

Il mio profilo migliore (Safy Nebbou, 2019)

Il mio profilo migliore (Celle que vous croyez)
di Safy Nebbou – Francia/Belgio 2019
con Juliette Binoche, François Civil
*1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Gelosa dal tempo che il suo compagno Ludo (Guillaume Gouix) dedica all'amico e collega Alex (François Civil), sottraendolo a lei, la cinquantenne Claire (Juliette Binoche), professoressa di letteratura francese all'università, crea un falso profilo social su internet per mettersi in contatto con quest'ultimo, spacciandosi per un'affascinante ventiquattrenne di nome Clara. L'esperienza di fingersi una donna più giovane la galvanizzerà (al punto da cominciare a usare anche in pubblico un linguaggio più "giovanile"). E pur comunicando solo online, "Clara" e Alex finiranno per innamorarsi. La cosa però sfocerà in tragedia, con due possibili finali opposti (uno "reale" e uno soltanto immaginato da Claire in un suo scritto). L'intera storia è narrata in flashback dalla donna alla sua psichiatra (Nicole Garcia). Dal romanzo "Quella che vi pare" di Camille Laurens, una torbida vicenda alla Haneke su identità e apparenza, verità e menzogna, con un finale intricato che offre alcuni colpi di scena, narrata in modo freddo e tagliente ma anche – e purtroppo – a tratti implausibile e artificioso. Poco convincente – e in fondo pretestuoso – anche il rapporto con la psichiatra. Brava la Binoche, ma il suo personaggio non sempre appare credibile.

17 ottobre 2019

Le verità (Hirokazu Koreeda, 2019)

Le verità (La vérité)
di Hirokazu Koreeda – Francia 2019
con Catherine Deneuve, Juliette Binoche
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno.

Lumir (Juliette Binoche), sceneggiatrice francese trapiantata a Hollywood dove ha sposato un attore televisivo (Ethan Hawke), torna a Parigi per far visita alla madre Fabienne (Catherine Deneuve), celebre attrice che ha appena pubblicato un libro di memorie in cui racconta a modo suo – cioè inventandosene la gran parte – le proprie verità. Il rapporto fra madre e figlia è sempre stato difficile, ostacolato da incomprensioni di ogni tipo: prima fra tutte la convinzione, da parte di Fabienne, che il mestiere di attrice debba avere la prevalenza su tutto ("Meglio essere una cattiva madre e una buona attrice"). Ma sul set di un film di fantascienza in cui Fabienne interpreta proprio una figlia che deve confrontarsi con la propria madre, rimasta giovane perché vissuta nello spazio mentre lei invecchiava sulla Terra, l'attrice e la figlia riusciranno in qualche modo a ricucire le proprie divergenze. Dopo la Palma d'Oro con "Affari di famiglia", Koreeda gira il suo primo film fuori dal Giappone, affidandosi a un gruppo di interpreti eccezionali (una sicurezza, specie poi se alla Deneuve tocca un ruolo quasi autobiografico, pieno di frecciatine verso le attrici sue coetanee) e scrivendo una sceneggiatura che, ancora una volta, mette sotto i riflettori i legami familiari. L'ambiente cinematografico, con un mestiere (l'attore) che ha fra le sue caratteristiche quella di dover imitare o falsificare le emozioni e i sentimenti a beneficio del pubblico, fa da sfondo al tentativo di recupero di un rapporto messo a repentaglio da anni di finzioni e dissimulazioni (non solo da parte di Fabienne ma anche di Lumir, che, in quanto sceneggiatrice, scrive dialoghi e scene madri che i vari personaggi rappresentano poi nella realtà). Manon Clavel è la giovane attrice che recita con Fabienne sul set, e che ricorda a tutti una vecchia amica suicidatasi forse proprio per colpa della donna. Clémentine Grenier è Charlotte, figlia di Lumir e nipote di Fabienne. Piccoli ruoli anche per Ludivine Sagnier, Christian Crahay, Roger Van Hool e Alain Libolt. Il film in cui Fabienne recita, "Ricordi di mia madre", si ispira a un racconto di Ken Liu.

20 settembre 2018

Il gioco delle coppie (Olivier Assayas, 2018)

Il gioco delle coppie, aka Non-fiction (Doubles vies)
di Olivier Assayas – Francia 2018
con Guillaume Canet, Juliette Binoche
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Pellicola corale con cui Assayas riflette sulle trasformazioni del panorama editoriale – e culturale in generale – ai tempi di internet e del digitale. Alain (Guillaume Canet) è il curatore di una storica e prestigiosa casa editrice. Leonard (Vincent Macaigne) è uno scrittore che basa tutti i suoi romanzi su episodi autobiografici. Selena (Juliette Binoche), la moglie di Alain, è un'attrice che recita da anni in una fortunata serie televisiva. Valérie (Nora Hamzawi), la compagna di Leonard, è un'attivista politica che si dà da fare per sostenere un candidato populista. La giovane Laure (Christa Théret) viene assunta per occuparsi dello "sviluppo digitale" della casa editrice. Alta densità di dialoghi (è un film essenzialmente parlato, con una successione di scenette dall'impianto quasi teatrale) e vicende che si incrociano (con molti tradimenti: Alain diventa l'amante di Laure, Selena lo è di Leonard da anni), presentate con toni leggeri e spigliati, una forte ironia di fondo che scherza sugli intellettuali (e il modo di atteggiarvisi: vedi Leonard che nel suo romanzo finge di aver avuto un'esperienza sessuale durante la proiezione de "Il nastro bianco" di Haneke, quando invece è accaduto durante un film di "Star Wars") e affronta i temi del cambiamento nella comunicazione, presentando i punti di vista di tutti senza prendere posizione (il che può essere un pregio ma anche un difetto). Non tutti i personaggi sono sviluppati adeguatamente (bene Leonard, anche se è una figura un po' caricaturale e macchiettistica; meno convincente Alain, che pure è l'alter ego del regista): in fondo sono tutti intellettuali superficiali in ogni cosa che fanno (persino nell'amore e nei tradimenti, che non sfocieranno mai in tragedia). In ogni caso un film garbato e simpatico, ironico e mai gridato, benché alla resa dei conti abbia forse le polveri bagnate e non dica nulla di veramente interessante o sconvolgente sulla rivoluzione digitale in atto. Tante le strizzatine d'occhio (l'autocitazione di Juliette Binoche) e i riferimenti letterari, cinematografici o culturali (da "Luci d'inverno" di Bergman al "Gattopardo").

30 aprile 2017

Niente da nascondere (M. Haneke, 2005)

Niente da nascondere (Caché)
di Michael Haneke – Francia/Aut/Ger/Ita 2005
con Daniel Auteuil, Juliette Binoche
***1/2

Rivisto in divx.

Georges e Anne Laurent (Auteuil e Binoche), coniugi colti e benestanti – lui conduce un programma di letteratura in tv, lei lavora in una casa editrice – che vivono a Parigi con il figlio dodicenne Pierrot, ricevono una misteriosa videocassetta che mostra una ripresa, dall'esterno, della porta della loro casa. Ulteriori cassette nei giorni successivi, accompagnate da telefonate anonime e da inquietanti disegni infantili, non fanno che accrescere la tensione, seminando anche dubbi e incomprensioni nella coppia. Fino a quando Georges non comincia a sospettare che il mistero possa essere legato a un lontano episodio della sua infanzia, quando da bambino fece cacciare dalla fattoria di famiglia un giovane orfano algerino che i suoi genitori pensavano di adottare... Da uno spunto di partenza (ma solo quello) che ricorda l'incipit di "Strade perdute" di David Lynch, uno dei film più significativi di Michael Haneke e in generale della cinematografia europea degli anni Duemila. Dietro l'apparenza da thriller familiare e borghese (in superficie, una vita tranquilla è disturbata dal solo fatto di sentirsi osservati), il vero punto centrale è una lettura politica-sociale del rapporto fra la Francia e il suo violento passato coloniale, segnatamente durante la guerra d'Algeria (i genitori di Majid morirono proprio nel massacro dei manifestanti alegrini a Parigi nel 1961, per lungo tempo negato dalle autorità). Georges ha praticamente rimosso non solo l'episodio in cui, da bambino, negò a Majid la possibilità di un futuro adeguato, ma anche i suoi stessi sensi di colpa. Persino il suicidio di Majid, davanti ai suoi occhi ("Volevo che tu fossi presente"), non basta a fargli assumere le proprie responsabilità, così come la successiva visita del figlio dell'uomo. Se a livello cosciente la rimozione è evidente, così non è nei sogni, anche se il regista si mantiene ambiguo: nel finale, Georges prende del sonnifero per addormentarsi, come a voler continuare nel suo "sonno della coscienza"; la scena successiva, che mostra l'allontamento di Majid dalla fattoria, potrebbe essere un sogno così come un flashback reale (curiosamente ripreso in quello stesso campo lungo che caratterizzava le immagini registrate nelle videocassette). Eccellente sotto ogni aspetto la confezione, dalla regia misurata di Haneke (che come sempre predilige i piani sequenza) alle interpretazioni degli attori (curiosamente, Auteuil è nato proprio in Algeria). Annie Girardot è la madre di Georges. Privo di accompagnamento musicale, il film è coprodotto anche dall'Italia (nei telegiornali che come di consueto Haneke fa scorrere sullo sfondo dei suoi film, spicca uno spezzone del TG3 sull'intervento militare in Iraq). E a proposito delle misteriose videocassette: il film non rivela apertamente la loro provenienza (sia Majid che suo figlio negano di esserne i responsabili), ma la scena sui titoli di coda mostra, davanti alla scuola, il dodicenne Pierrot incontrarsi e parlare proprio con il figlio di Majid, suggerendo una possibile complicità fra i due ragazzi. D'altronde, che Pierrot manifesti una ribellione contro i genitori è chiaro (la sequenza della sua sparizione da casa, che si rivela essere un falso allarme, è seguita da un atto d'accusa nei confronti della madre). Che si tratti di un semplice segnale di riavvicinamento fra le nuove generazioni, o forse sono proprio queste a voler inchiodare quelle vecchie alle loro responsabilità negate?

2 aprile 2017

Ghost in the shell (R. Sanders, 2017)

Ghost in the shell (id.)
di Rupert Sanders – USA 2017
con Scarlett Johansson, Pilou Asbæk
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina e Sabine.

Versione in live action dell'iconico manga cyberpunk di Masamune Shirow, dal quale nel corso degli anni sono già stati tratti diversi film animati e serie televisive (da ricordare in particolare le due pellicole dirette da Mamoru Oshii). In una città futuristica, dove gran parte degli esseri umani è stata "potenziata" con innesti cibernetici, il Maggiore è invece un androide interamente artificiale tranne che per il cervello umano: il titolo fa infatti riferimento alla sua mente o psiche (il ghost) imprigionata in un corpo meccanico (lo shell). Assegnata alla speciale Sezione 9 delle forze di pubblica sicurezza, incaricata di dare la caccia ad hacker e terroristi cibernetici, il Maggiore ricorda pochissimo della sua vita precedente. E proprio il mistero della sua identità sarà la chiave della pellicola. Colorato e affascinante dal punto di vista visivo (con le strade e i palazzi di una Hong Kong futuristica, sovrastata da immensi ologrammi, comunque in parte derivativa da "Blade Runner" come già il manga originale) e con un cast tanto ricco quanto insolito (dove spiccano due "mostri sacri" come Takeshi Kitano – non doppiato, e che a Hollywood aveva già recitato in un altro film cyberpunk, "Johnny Mnemonic" – e Juliette Binoche, nei panni rispettivamente del capo della Sezione 9 e dello scienziato che ha creato il Maggiore; Michael Pitt è invece l'enigmatico terrorista Kuze), il film non raggiunge forse le complesse (e contorte) profondità del prototipo, che si interrogava sulla natura dell'essere umano, sul rapporto fra realtà e finzione, sull'autocoscienza e l'intelligenza artificiale, ma riesce comunque a fonderne alcuni temi (le riflessioni sull'identità, l'invadenza della tecnologia) con le esigenze del blockbuster d'azione, e complessivamente dà sfoggio di una propria anima, stratificata e multiculturale (l'atmosfera giapponese è ben presente, nonostante le critiche ricevute per il fatto che la protagonista non sia asiatica: ma avendo un corpo artificiale, la questione è in fondo priva di senso). Tutto sommato, mi aspettavo di peggio. Sui titoli di coda si può udire un brano dell'iconica colonna sonora scritta da Kenji Kawai per il primo film di Oshii.

12 dicembre 2016

Storie (Michael Haneke, 2000)

Storie (Code inconnu)
di Michael Haneke – Francia/Germania/Romania 2000
con Juliette Binoche, Thierry Neuvic
**1/2

Rivisto in divx.

A Parigi, sulle facciate delle case, non ci sono citofoni: per aprire i portoni occorre digitare un codice numerico. E se non lo si conosce, è impossibile entrare in contatto. Il "codice sconosciuto" del titolo originale, dunque, allude al filo conduttore di questo film, il primo girato da Haneke fuori dall'Austria: la difficoltà nel comunicare, anche quando si vive sotto lo stesso tetto (che si tratti di coniugi, parenti o vicini di casa) o nella stessa città (e qui il riferimento va agli immigrati, di prima o di seconda generazione). Come nel precedente "71 frammenti di una cronologia del caso", la pellicola è composta da una serie di scene (quasi tutte in piano sequenza, e separate da un breve momento in cui lo schermo si fa nero) che seguono in parallelo le vicende di vari personaggi: l'attrice Anne (Juliette Binoche); il suo compagno Georges (Thierry Neuvic), fotografo di guerra; il giovane Jean (Alexandre Hamidi), fratello di Georges, che vuole fuggire di casa; il padre di questi (Josef Bierbichler), contadino taciturno; Amadou (Ona Lu Yenke), figlio di immigrati africani; Maria (Luminița Gheorghiu), migrante rumena; e tanti altri ancora. Stavolta, però, non c'è un punto di convergenza finale (anzi, c'è divergenza: molti di questi si incontrano nella prima scena per poi seguire strade differenti): il sottotitolo, "Racconto incompleto di diversi viaggi", preannuncia che in effetti mancherà un'esplicita risoluzione. I personaggi sembrano incapaci di comprendersi non soltanto perché parlano lingue diverse (nel film si odono il francese – doppiato in italiano – oltre all'arabo e al rumeno), ma anche perché, pur condividendo lo stesso linguaggio, non sono in grado di comprendere le ragioni o le esigenze degli altri, in una società dove mondi diversi possono coesistere senza mai entrare veramente in contatto. Eppure i possibili linguaggi con cui comunicare sarebbero molteplici, al di là di quello verbale: le immagini (le foto di guerra scattate da Georges), la recitazione o il doppiaggio (Anne), la religione (la madre di Amadou), i riti condivisi (il matrimonio festeggiato in Romania), le dinamiche di gruppo (come quelle fra compagni di classe), i gesti, le regole della convivenza civile, la ribellione, la solidarietà, o semplicemente l'empatia. Tutti sembrano destinati a fallire (persino i bambini sordomuti che aprono e chiudono la pellicola, impegnati nel gioco dei mimi con il linguaggio dei segni, non indovinano mai!). E se viene a mancare anche il rapporto fra innamorati (nella scena finale Georges rimane chiuso fuori di casa, perché non conosce il "codice" del portone che Anne ha cambiato), o quello fra padre e figlio, perché dovrebbe esserci solidarietà fra i popoli? Il film è stato girato nel 2000, all'alba del nuovo millennio: e rivisto oggi, in piena crisi dei migranti, si dimostra non solo preveggente, ma più realista che pessimista.

18 giugno 2014

Sils Maria (Olivier Assayas, 2014)

Sils Maria (Clouds of Sils Maria)
di Olivier Assayas – Svizzera/Francia/Germania 2014
con Juliette Binoche, Kristen Stewart
**1/2

Visto al cinema Orfeo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Dopo l'improvvisa morte dello scrittore e regista che l'aveva lanciata quando aveva solo 18 anni, l'attrice francese Maria Enders (Juliette Binoche) accetta di recitare in una nuova edizione della piéce teatrale con cui aveva esordito al cinema, una scabrosa storia d'amore: soltanto che ora dovrà interpretare il personaggio più anziano, quello della donna matura che si lascia sedurre e abbandonare da una ragazzina giovane e manipolatrice, il cui ruolo viene invece affidato a una stellina hollywoodiana del momento. Per preparare al meglio la parte, l'attrice si trasferisce nella casa dello scrittore defunto, fra le montagne svizzere (per l'appunto a Sils Maria, nell'Engadina), in compagnia della sua assistente personale Val (Kristen Stewart). Ma fare i conti con sé stessa e con il proprio passato sarà difficile e doloroso. Profonda riflessione sul tempo che passa, sull'importanza di accettare i cambiamenti e su come rispecchiarsi (o meno) nel mondo che ci circonda. A fare da contraltare alla protagonista, più che l'attricetta trasgressiva e iper-paparazzata con cui dovrà lavorare (Jo-Ann, interpretata da Chloë Grace Moretz), c'è la sua giovane assistente: è dal continuo confronto con lei e con la sua visione della vita che Maria imparerà ad affrontare il presente, la propria fragilità e le proprie paure. Ambizioso, colmo di citazioni metacinematografiche e di riferimenti al mondo reale (il "curriculum" di Maria è quasi identico a quello della Binoche, per dirne una), il film affianca alla buona caratterizzazione psicologica dei personaggi alcune interessanti riflessioni sul rapporto fra l'arte e la vita (vedi le differenti interpretazioni a proposito della piéce teatrale, o i pareri sul cinema commerciale con la pellicola di fantascienza pop che Maria e Val vanno a vedere a Sankt Moritz). Peccato però per un certo eccesso di freddezza e precisione, che a tratti dona alla pellicola il tono di un distante gioco intellettuale e gli impedisce di decollare pienamente (anche se non mancano alcuni momenti lasciati all'immaginazione dello spettatore, vedi la misteriosa scomparsa di Val: che la sua presenza a Sils fosse solo frutto della fantasia di Maria, un modo per restare ancorata alla propria giovinezza?). A proposito, data per scontata la bravura della Binoche, sorprende invece la Stewart, autrice di una prova intensa e convincente. Affascinante l'ambientazione: il titolo della piéce che Marie deve recitare, "Il serpente del Maloja", si riferisce al fenomeno atmosferico delle nuvole che si formano lungo il passo del Maloja, la serpentina che dall'Italia conduce alla bellissima valle dell'Alta Engadina. La pellicola è stata girata in parte anche in Alto Adige (in Val Gardena).

27 maggio 2013

Il paziente inglese (A. Minghella, 1996)

Il paziente inglese (The english patient)
di Anthony Minghella – USA/GB 1996
con Ralph Fiennes, Juliette Binoche
**

Rivisto in TV.

Mentre gli alleati avanzano in Italia durante gli ultimi giorni della Seconda Guerra Mondiale, un uomo gravemente ferito, dal volto sfigurato e privo di memoria (Ralph Fiennes), viene affidato alle cure della giovane infermiera canadese Hana (Juliette Binoche), che se ne prende cura fra i ruderi di un monastero abbandonato nella campagna toscana. Conosciuto solo come "il paziente inglese", l'uomo riacquista pian piano i suoi ricordi: si tratta in realtà di un avventuriero ungherese, il conte Laszlo de Almásy, che prima della guerra lavorava come cartografo e pilota per la Reale Società Geografica nel deserto del Sahara. La sua vicenda, dominata dalla tragica passione per Katherine (Kristin Scott Thomas), moglie dell'agente inglese Geoffrey Clifton (Colin Firth), viene narrata alternandola in parallelo con le sequenze ambientate in Italia, nelle quali a far compagnia al ferito e alla sua infermiera giungono il misterioso ladro morfinomane Caravaggio (Willem Dafoe), che aveva già conosciuto Almásy al Cairo e lo sospetta di essere una spia tedesca, e l'artificiere sikh Kip (Naveen Andrews), di cui Hana si invaghisce. Da un romanzo di Michael Ondaatje (che ha collaborato alla sceneggiatura), un polpettone patinato che, nonostante la bellezza dei luoghi in cui è girato (l'entroterra senese – il monastero si trova presso Pienza – e il deserto egiziano), l'intensità dei personaggi e la drammaticità degli eventi, alla resa dei conti si rivela abbastanza... palloso. Potrà non dispiacere ai cultori del romanticismo tragico e disperato (dove le vicende private e sentimentali si intrecciano inevitabilmente con quelle della guerra, e i tradimenti coniugali fanno passare in secondo piano quelli nazionalisti), e ha di certo le sue buone carte da giocare dal lato della tecnica cinematografica (più la fotografia – che nelle scene egiziane si rifà pedissequamente allo Storaro de "Il tè nel deserto" – e il montaggio che la regia, abbastanza piatta), ma è francamente difficile sostenerne una seconda visione, anche perché è fin troppo lungo per la storia che racconta. Fra gli spunti da ricordare: il libro di Erodoto (colmo di lettere, appunti e disegni) da cui Almásy non si separa mai; e la bellezza della "caverna dei nuotatori" che gli esploratori scoprono nel deserto del Sahara, che fa da contraltare alle pareti della chiesa toscana che Kip porta Hana ad esplorare ("imbragandola" con delle funi e facendola ondeggiare lungo le pareti alla luce di una torcia: la scena più bella e memorabile del film) durante la loro permanenza in Italia. Fiennes recita per metà film con il volto sfigurato, anticipando in un certo senso quello che sarà il suo aspetto nei panni di Voldemort nei film di Harry Potter. Vincitore di ben nove premi Oscar, incluso quelli per miglior film, regia e attrice non protagonista (la Binoche).

28 agosto 2012

Il danno (Louis Malle, 1992)

Il danno (Fatale, aka Damage)
di Louis Malle – Francia/GB 1992
con Jeremy Irons, Juliette Binoche
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Il politico Stephen Fleming (Irons), la cui vita è sempre stata morigerata e "priva di passione", intreccia una relazione clandestina con Anna Barton (Binoche), la fidanzata del figlio Martyn, verso la quale prova una vera ossessione. Finirà in tragedia. Tratto da un romanzo di Josephine Hart e interpretato in maniera intensa e al contempo misurata da due ottimi attori (ma anche il cast di contorno non è male, a cominciare da Miranda Richardson nei panni della moglie; il figlio è invece Rupert Graves), il penultimo lavoro di Malle è un film dalle atmosfere fredde e torbide (che non poteva non ambientarsi in Inghilterra) su una passione insana e distruttrice. Pur se il punto di vista è costantemente quello dell'uomo, il motore della vicenda è la donna, il cui passato scabroso (il "danno" al quale si fa riferimento nel titolo è il suicidio del fratello di Anna, uccisosi da adolescente per amore di lei) l'ha portata a fuggire ogni forma di possessività: è per questo motivo che non intende rinunciare alla relazione con l'uomo più maturo persino mentre sta organizzando il matrimonio con il figlio. Una scena madre che lascia un po' perplessi (quella della caduta di Martyn dalla tromba delle scale) e un eccesso di "costruzione" narrativa a tavolino sono compensati dalla buona indagine psicologica nell'animo del protagonista, dall'eleganza formale (la mano del grande regista, nella messa in scena, si vede) e dall'atmosfera generale di "discesa all'inferno". Particina, nel finale, per David Thewlis nei panni di un poliziotto.

30 maggio 2012

Cosmopolis (David Cronenberg, 2012)

Cosmopolis (id.)
di David Cronenberg – Canada/Fra/Por/Ita 2012
con Robert Pattinson, Paul Giamatti
***

Visto al cinema Apollo, con Sabrina.

“Uno spettro si aggira per il mondo: è lo spettro del capitalismo”. Adattando il profetico romanzo di Don DeLillo, che nel 2003 aveva già previsto la deriva antisociale e la crisi generata da un’economia “virtuale” che nel giro di pochi secondi può distruggere patrimoni o interi paesi (“Stiamo speculando sul nulla”, rivela a un certo punto uno dei personaggi), Cronenberg si allontana dai thriller più “commerciali” che aveva realizzato negli ultimi tempi e ritorna alle proprie origini, sfornando quasi un “Videodrome” aggiornato agli anni duemila: al posto della televisione e dei media, come simbolo dell’annullamento dell’identità e della fusione fra realtà e virtuale c’è ora il mondo finanziario, veicolo psicotico verso l’apocalisse del terzo millennio, un mondo dove sesso, denaro e potere si confondono in un freddo esistenzialismo. A bordo della sua lunga e bianca limousine blindata e insonorizzata (a significare un ulteriore distacco con il resto del mondo), il giovane miliardario e speculatore Eric Packer attraversa la città di New York per andare a tagliarsi i capelli. Ma forse non è la giornata giusta: la crescita dello yuan, che non aveva previsto, sta fagocitando il suo patrimonio; la visita in città del presidente degli Stati Uniti ha messo in allarme tutti i reparti di sicurezza e fatto andare in tilt il traffico di Manhattan, ulteriormente rallentato dal funerale new age di un popolare rapper; le strade sono investite dalle proteste di gruppi di anarchici (che ricordano gli indignados o i movimenti “Occupy Wall Street”) che suggeriscono provocatoriamente di usare topi morti come nuova moneta di scambio, e imbrattano anche l’auto di Eric, facendola assomigliare ai quei dipinti di arte moderna (Pollock – come nei titoli di testa – o Rothko – come in quelli di coda) da cui il nostro è tanto attratto; inoltre c’è la voce di un imminente attentato che un misterioso terrorista avrebbe in programma proprio contro di lui. Nel microcosmo della sua limousine, il protagonista ospita i suoi consulenti di mercato (giovanissimi esperti di computer, fanatiche dello jogging, “fumose” teoriche dell’economia), si fa fare accurati check-up medici (che rivelano, con suo grande sconcerto, la presenza di un’asimmetria della prostata), fa sesso, orina, mangia e dorme. Il cinema mutante di Cronenberg torna a essere ossessionato dai corpi e dagli oggetti, i secondi visti come veri e propri prolungamenti dei primi (come la stessa limousine, quasi un essere vivente – “Dove dormono queste auto di notte?” – o come la pistola tecnologica della guardia del corpo che risponde ai comandi vocali: la distinzione si perde al punto che più tardi Eric si sentirà in dovere di attivare con la propria voce anche una comunissima rivoltella). L’ostinazione nel voler tornare nella bottega della propria infanzia per farsi aggiustare il taglio è tipica di uno scenario “mafioso”. Se gran parte dei dialoghi e dei discorsi sull’economia risultano astratti, fuorvianti, noiosi e pretenziosi (difetti ereditati probabilmente dall’origine letteraria della sceneggiatura), l’atmosfera sensoriale costruita dal regista, dal direttore della fotografia (Peter Suschitzky) e dal compositore (Howard Shore) cattura lo spettatore e lo intrappola nello stesso inferno in cui si chiude volontariamente il protagonista, in un odissea (non a caso il romanzo di DeLillo è stato paragonato allo “Ulysses” di Joyce) senza scampo verso la follia e l’autodistruzione. Proprio come le tele di Pollock, il film va visto “da lontano” per apprezzarne l’insieme: focalizzando l’attenzione sui singoli particolari si vedrebbero soltanto macchie di colore insignificanti, come le cifre sputate dai freddi monitor che collegano l’auto di Eric ai mercati globali. Peccato per la prova non del tutto convincente dell’attore protagonista (il vampiro di “Twilight”), scelto forse dalla produzione per dare maggior appeal commerciale a un film difficile e sui generis: Pattinson esce sconfitto dal confronto con quasi tutti gli altri personaggi, soprattutto da quello con il monumentale Paul Giamatti che interpreta il suo attentatore nel finale. Nel cast anche Juliette Binoche, Mathieu Amalric (il “terrorista-pasticciere” che lancia le torte in faccia ai suoi bersagli), Samantha Morton e Jay Baruchel.

14 giugno 2007

Le voyage du ballon rouge (Hou Hsiao-hsien, 2007)

Le voyage du ballon rouge
di Hou Hsiao-hsien – Francia 2007
con Juliette Binoche, Fang Song
**

Visto al cinema Arcobaleno, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Anche Hou Hsiao-hsien, dopo Tsai Ming-Liang con il suo "Che ora è laggiù?", va a girare in Francia. A differenza del compare taiwanese, che aveva mantenuto stile, lingua e personaggi, HHH però realizza un film francofono in tutto e per tutto, a cominciare dalla protagonista, una grande Juliette Binoche che recita soprattutto con la voce (veste i panni di una doppiatrice di marionette). Se mai il film dovesse essere distribuito nelle sale italiane doppiato, sarebbe quasi meglio che non uscisse affatto. Il film narra di una donna superimpegnata, delle sue beghe condominiali con il vicino-affittuario, del suo figlioletto che suona il pianoforte e della nuova babysitter, una ragazza cinese che studia cinema all'università e che intende realizzare un remake de "Il palloncino rosso", il celebre cortometraggio di Albert Lamorisse del 1956 nel quale un palloncino seguiva un bambino per le strade di Parigi. A dire il vero, a me il titolo ha ricordato invece il film iraniano di Jafar Panahi "Il palloncino bianco" (a sua volta ispirato al corto di Lamorisse), forse perché i rumori del traffico della prima parte e le scene girate in strada (con alcuni passanti occasionali che guardano addirittura in macchina) mi hanno fatto pensare a un altro classico di Panahi, "Lo specchio". In ogni caso, il film trascorre via senza impressionare più di tanto. Non è brutto, intendiamoci, ma fra tanto minimalismo e poeticità (le scene con il palloncino) non dice in fondo nulla di interessante. Da notare che si tratta del primo e unico film di Hou Hsiao-hsien dal 1983 a oggi senza l'apporto del fido Chu Tien-wen alla sceneggiatura (che è firmata da HHH stesso e da François Margolin).

27 aprile 2006

"Je vous salue, Marie" (J.L. Godard, 1985)

"Je vous salue, Marie" (id.)
di Jean-Luc Godard – Francia/Svizzera 1985
con Myriem Roussel, Thierry Rode
**1/2

Visto in DVD.

Giuseppe fa il tassista a Ginevra. Maria è una giovane giocatrice di basket, figlia del gestore di una stazione di servizio. Sono fidanzati ma il loro rapporto è assolutamente casto, con lei che letteralmente non si lascia nemmeno toccare da lui. Quando Maria riceve la visita di uno sconosciuto che le annuncia che sta aspettando un bambino, la fedeltà di Giuseppe viene messa a dura prova dalla gelosia, prima che subentri l'inevitabile rassegnazione. Più che una versione moderna della storia sacra, a Godard interessa descrivere la relazione fra i due personaggi (del bambino che sta per nascere non si parla quasi mai, se non in una breve visita di Maria dal ginecologo che le chiede se lo vuole tenere) e affrontare il tema del rapporto fra anima e corpo (la macchina da presa si sofferma innumerevoli volte sul corpo di Maria e sulla sua nudità, cosa che a quanto pare fece scandalizzare parecchi benpensanti all'epoca). A suo modo affascinante, pur nella cerebralità tipica del regista, che inoltre gioca molto con la frammentazione della colonna sonora (a base di Bach e Dvorak). Interessante anche il personaggio del professore di scienze che insegna a scuola una teoria del Disegno Intelligente ante litteram. Fra le attrici c'è anche una giovane Juliette Binoche nei panni della ragazza innamorata di Giuseppe e non corrisposta. La traduzione italiana è a tratti ridicola, soprattutto per quanto riguarda i termini scientifici: i computer vengono chiamati "ordinatori"!