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9 ottobre 2022

A ciascuno il suo (Elio Petri, 1967)

A ciascuno il suo
di Elio Petri – Italia 1967
con Gian Maria Volonté, Irene Papas
***

Visto in TV (RaiPlay).

In un paesino siciliano (mai menzionato, ma è Cefalù), Arturo Manno (Luigi Pistilli), farmacista locale e noto "sciupafemmine", riceve misteriose lettere anonime che lo minacciano di morte. Quando viene ucciso durante una battuta di caccia insieme all'amico Roscio, tutti pensano a un "delitto d'onore" (vengono sospettati i parenti di una servetta con cui aveva una relazione) e che Roscio sia rimasto coinvolto solo in quanto testimone. Ma Paolo Laurana (Gian Maria Volonté), insegnante e amico delle due vittime, comincia a indagare per proprio conto, insospettito dal fatto che le lettere anonime ricevute da Arturo erano state confezionate con ritagli de "L'osservatore romano", una lettura improbabile per dei poveri contadini; e scopre che forse era proprio Roscio il vero obiettivo dell'agguato, avendo minacciato di rivelare i loschi traffici dell'avvocato Rosello (Gabriele Ferzetti), influente notabile del paese e cugino di sua moglie Luisa (Irene Papas)... Tratto dall'omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, è il primo film di Elio Petri insieme a Volontè e allo sceneggiatore Ugo Pirro, con i quali collaborerà nei suoi capolavori successivi, come "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto". E dietro le apparenze di un normale giallo (oggi diremmo "alla Camilleri"), il film affronta temi simili proprio a quelli di quei lavori, a cominciare dal potere strisciante e nascosto che si alimenta e si auto-protegge, di fronte al quale un cittadino onesto ma ingenuo – per quanto ben intenzionato – come il protagonista (un insegnante riservato, di simpatie comuniste, considerato "antisociale" dai poteri forti) non ha scampo ed è destinato a soccombere, vittima di un mondo molto più complesso di quanto poteva immaginare (il fatto che la realtà non è così semplice come appare a prima vista è un altro dei temi chiave del cinema di Petri). Siamo in Sicilia, e dunque viene spontaneo pensare alla mafia: ma non quella che assume la forma (spesso stereotipata) dell'organizzazione criminale, bensì della mafia delle piccole cose, delle "amicizie", dei rapporti clientelari o di forza, delle paure e dell'omertà, delle chiacchiere di paese e dell'ossessione per le apparenze sociali, della gente "che sa" e che però rimane in piazza a non fare niente, della continua ricerca di raccomandazioni (per lavorare o per... non farlo). Molto dinamica la regia, che ricorre di frequente a zoom, carrellate e panoramiche. Nell'ottimo cast anche Salvo Randone (il padre di Roscio, oculista cieco), Mario Scaccia (il parroco senza vocazione) e Laura Nucci (la madre di Paolo). Musiche "morriconiane" di Luis Bacalov. Il titolo è la traduzione del motto latino "Unicuique suum", presente appunto sotto la testata dell'"Osservatore romano". Nel 1976 Petri dirigerà un altro adattamento da Sciascia, sempre con Volontè come protagonista: "Todo modo".

5 ottobre 2019

Sbatti il mostro in prima pagina (M. Bellocchio, 1972)

Sbatti il mostro in prima pagina
di Marco Bellocchio – Italia/Francia 1972
con Gian Maria Volonté, Laura Betti
***

Visto in divx.

In una Milano scossa dai cortei e dalle tensioni fra i manifestanti di fazioni politiche contrapposte, lo spregiudicato caporedattore (Volonté) di un quotidiano di destra ("Il Giornale": ma il film è stato girato due anni prima che il quotidiano con questo stesso nome venisse fondato), finanziato da un ricco industriale (John Steiner) e ammanicato con la polizia, manipola a proprio piacimento le informazioni per influenzare l'opinione pubblica in vista delle elezioni. In particolare, con una precisa campagna mediatica, strumentalizza a fini politici una vicenda di cronaca nera: dopo aver pompato l'indignazione popolare insistendo per diversi giorni sugli aspetti più intimi e commoventi del brutale omicidio di una studentessa, cavalca l'indiscrezione che il colpevole sia un attivista di sinistra (Corrado Solari), indirizzando in questo senso anche le indagini della polizia. E quando, grazie agli scrupoli di coscienza del suo reporter Roveda (Fabio Garriba), verrà a conoscenza dell'identità del vero assassino, preferirà mettere a tacere la cosa, "almeno a fino dopo le elezioni". Un giallo con un taglio molto particolare, che mette in luce il "quarto potere" della stampa nell'indirizzare (o nell'addormentare) le coscienze, anche soltanto con la semplice scelta delle parole da usare nei titoli, e i suoi intrecci (non sempre occulti) con la politica e gli interessi economici. Per molti versi profetico, e ancora incredibilmente attuale (basterebbe sostituire i social media ai quotidiani), nonostante sia ovviamente calato nell'infuocato contesto di quegli anni (si citano stragi ed eventi recenti, Valpreda e Feltrinelli). Anche l'omicidio di Maria Grazia si ispira a un reale fatto di cronaca. Fra gli attivisti che appaiono nel montaggio iniziale spicca Ignazio La Russa. Il progetto era di Sergio Donati, che lo aveva pensato con un taglio più "popolare", ma per motivi di salute dovette rinunciare. Bellocchio, subentrato, fece riscrivere la sceneggiatura a Goffredo Fofi. Nel cast anche Laura Betti (l'insegnante sciroccata che per gelosia denuncia lo studente), Carla Tatò e Jacques Herlin. Le musiche sono di Nicola Piovani, le scenografie di Dante Ferretti (che ha usato la redazione de "L'Unità" per le scene ambientate al "Giornale").

10 settembre 2019

La ragazza con la valigia (V. Zurlini, 1961)

La ragazza con la valigia
di Valerio Zurlini – Italia/Francia 1961
con Jacques Perrin, Claudia Cardinale
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Il sedicenne Lorenzo Fainardi (Jacques Perrin) si innamora di Aida (una Cardinale giovane e bellissima), ballerina spiantata che suo fratello maggiore Marcello aveva sedotto (sotto falso nome, millantando di poterle procurare una scrittura) e poi abbandonato. Forse il film più famoso di Zurlini, è una classica storia di educazione sentimentale: Lorenzo, puro e ingenuo anche perché sempre vissuto nella bambagia, si affeziona alla ragazza dapprima per compassione, come per voler rimediare alla colpa del fratello, e poi per amore sincero, senza rendersi conto che lei, più grande e avvezza alle cose della vita, appartiene a un mondo diverso. Se infatti lui è di famiglia facoltosa, lei ha imparato a battersi per ogni cosa, sfruttando eventualmente anche la propria bellezza e i favori degli uomini, col rischio sempre concreto di rimanere vittima di qualche mascalzone. Ambientato fra una Parma raffinata (dove abitano i Fainardi) e una volgare Riccione (dove Aida si esibiva nei locali sulla riviera e dove torna nel finale, nella speranza di farsi riassumere nella sua vecchia orchestra), il film è delicato e ottimamente interpretato dai suoi giovani attori: per la Cardinale, in particolare, la parte fu significativa perché anche l'attrice – come il suo personaggio – aveva avuto da giovanissima un figlio che doveva tenere nascosto alla società. Certe dinamiche familiari (oltre che il volto da “bravo ragazzo” di Lorenzo) sembrano quasi anticipare “I pugni in tasca”. La Cardinale è doppiata da Adriana Asti. Nel cast anche Corrado Pani (il fratello Marcello), Romolo Valli (il prete) e Gian Maria Volonté (Piero, l'ex di Aida). La colonna sonora è ricca di hit e canzonette dell'epoca (“Il cielo in una stanza”, “Tintarella di luna”), ma c'è anche l'aria “Celeste Aida” cantata da Beniamino Gigli, che Lorenzo fa ascoltare ad Aida sul giradischi.

3 settembre 2014

Quién sabe? (Damiano Damiani, 1966)

Quién sabe?, aka El Chuncho
di Damiano Damiani – Italia 1966
con Lou Castel, Gian Maria Volontè
**1/2

Visto in TV.

Nel Messico del 1917, durante la rivoluzione, un giovane americano (Lou Castel) si unisce a un gruppo di banditi, guidato dal carismatico Chuncho (Volontè), che rubano armi all'esercito regolare per venderle a un generale ribelle. In realtà il giovane è un mercenario, il cui scopo è proprio quello di uccidere il generale. Uno dei primi spaghetti western a trattare il tema della rivoluzione messicana (e dunque capostipite di quel filone che includerà i più celebri "Giù la testa", "Vamos a matar, compañeros" e "Tepepa"), è forse meno valido cinematograficamente rispetto ai lavori di Leone, Corbucci o Sollima, anche per una sceneggiatura che procede a scatti e non approfondisce più di tanto i personaggi (con l'eccezione del Chuncho, vero centro nevralgico del film), ma merita comunque un posto di rilievo nella storia del genere per aver cominciato a portare allo scoperto quei temi politici e sociali che spesso vi scorrevano sotterranei. Non ci sono infatti solo le sequenze che segnano lo sviluppo della coscienza politica del Chuncho (all'inizio interessato solo al denaro, e poi – pian piano – alle sorti della rivoluzione; significativa la sua frase finale, quando regala una borsa piena di monete d'oro a un lustrascarpe: "Non comprarti il pane con esto dinero, hombre! Compra dinamite!"). È soprattutto il personaggio interpretato da Lou Castel a rappresentare un'evidente metafora degli interventi degli Stati Uniti negli affari interni degli altri paesi: la CIA nell'America Latina in primis, ma anche il conflitto in Vietnam di quegli anni. Molto bello il finale, e in generale la costruzione della vicenda. Volontè ripropone la recitazione istrionica e vitale di cui aveva già dato prova nei film di Sergio Leone, anche se in questo caso il suo personaggio è decisamente più positivo. Castel, rivelatosi l'anno prima ne "I pugni in tasca" di Bellocchio, è freddo e controllato: reciterà successivamente in un altro western atipico, "Requiescant", al fianco di Pier Paolo Pasolini. Klaus Kinski interpreta il "Santo", prete-bandito che fa parte della gang del Chuncho, ma il suo ruolo (che ricorda un po' il Frate Tuck della banda di Robin Hood) è piuttosto limitato. Nel cast anche Martine Beswick (l'unica donna del gruppo di banditi), Andrea Checchi e Carla Gravina. Musica di Luis Bacalov (con "supervisione" di Ennio Morricone).

10 gennaio 2012

Per qualche dollaro in più (S. Leone, 1965)

Per qualche dollaro in più
di Sergio Leone – Italia/Spa/Ger/USA 1965
con Clint Eastwood, Lee Van Cleef, Gian Maria Volontè
***1/2

Rivisto in DVD con Giovanni, Rachele, Paola, Eleonora e Ginevra.

Il "monco" e il Colonnello Douglas Mortimer sono due bounty killer sulle tracce dell'Indio, un criminale infido e senza scrupoli, da poco evaso di prigione, che sta progettando di compiere una spettacolare rapina alla ricca banca di El Paso. Dopo le iniziali incomprensioni, i due decidono di allearsi per sgominare la banda dell'Indio: ma se il primo è mosso soltanto dal desiderio di mettere le mani sulle taglie dei banditi, il Colonnello ha motivazioni diverse e più profonde. Lo scontro finale avverrà nel villaggio di frontiera dove l'Indio e i suoi uomini si sono rifugiati dopo aver portato a termine la rapina. Tornato al western dopo l'inatteso e straordinario successo di "Per un pugno di dollari" (del cui titolo fa un ironico upgrade: stavolta i dollari sono ben di più di un "pugno"), Leone cambia produttori (si affida ad Alberto Grimaldi, ma nell'operazione vengono coinvolti anche gli americani della United Artists), assolda lo sceneggiatore Luciano Vincenzoni (già collaboratore di Germi e Monicelli) e sforna quello che a posteriori sarà ricordato come il secondo capitolo della cosiddetta "trilogia del dollaro": se nel primo film il protagonista unico e assoluto era Clint Eastwood, qui gli si affianca un secondo personaggio, il freddo cacciatore di taglie nerovestito e interpretato da Lee Van Cleef (scelto a pochi giorni dall'inizio delle riprese, dopo che Henry Fonda, Charles Bronson e Lee Marvin non si erano resi disponibili), che rimane impresso nella memoria dello spettatore persino più del compagno, anche perché – a differenza dell'"uomo senza nome" – possiede un background e ha dunque delle motivazioni più concrete per affrontare l'antagonista di turno (il cui ruolo, come nella pellicola precedente, è ricoperto dall'ottimo Gian Maria Volontè); nel terzo film della trilogia, "Il buono, il brutto, il cattivo", da due protagonisti si passerà a tre, con Eli Wallach che si affiancherà a Eastwood e a Van Cleef.

La trama è più complessa rispetto a quella – stilizzata e lineare – di "Per un pugno di dollari", con continui colpi di scena, capovolgimenti e cambi di situazione, e anche i legami fra i personaggi vengono analizzati con maggiore profondità: oltre al rapporto fra i due protagonisti/rivali, uno giovane e uno anziano, è da segnalare la marcata caratterizzazione del "cattivo", intelligente e calcolatore, traditore al punto da voler ingannare i suoi stessi uomini, ma anche tossicodipendente e a sua volta ossessionato da un delitto commesso in passato che torna di frequente a far capolino nei suoi sogni e nella sua memoria. Alcuni personaggi minori restano a livello di macchiette (la proprietaria dell'albergo dove alloggia Clint Eastwood, il bambino che gli dà informazioni, il vecchio "profeta"), mentre fra i membri della banda di Gian Maria Volontè spicca il "gobbo" interpretato da Klaus Kinski (d'altronde fra i coproduttori figurava anche una società tedesca). Meravigliose le location: dalla chiesa sconsacrata che funge da rifugio alla banda dell'Indio, agli scenari messicani (in realtà anche questo film venne girato in Spagna). Anche lo stile di Leone si affina, culminando in sequenze di grande impatto come quella della rapina alla banca e naturalmente nel duello finale fra Van Cleef e Volontè nel piazzale del pueblo, scandito dal suono del carillon dell'orologio da tasca che lega tragicamente il passato dei due personaggi (davvero memorabile, a questo proposito, la musica di Ennio Morricone, che parte proprio dal semplice campanello del carillon per ricamarci su un tema trascinante). Non mancano, infine, sequenze ciniche e umoristiche: su tutte la conta dei cadaveri nella scena finale.

26 novembre 2011

Per un pugno di dollari (S. Leone, 1964)

Per un pugno di dollari
di Sergio Leone – Italia/Spagna 1964
con Clint Eastwood, Gian Maria Volontè
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola ed Eleonora.

Uno "straniero senza nome" e senza passato (chiamato Joe, per praticità, dagli altri personaggi), vestito con un caratteristico poncho, giunge nel villaggio di San Miguel – nei pressi del confine fra Stati Uniti e Messico – dove spadroneggiano due famiglie rivali: i messicani Rojo, che trafficano in armi con i ribelli oltre il confine, e i gringos Baxter, che commerciano in liquori. Offrendo i propri servigi come pistolero alternativamente agli uni e agli altri, riuscirà a fare in modo che le due bande si eliminino a vicenda, per poi andarsene dal villaggio così come vi era arrivato. Il film che ha dato origine al fortunatissimo filone del western all'italiana (noto anche come "spaghetti western"), trascendendo e rinnovando i canoni del genere cinematografico americano per eccellenza, nasce quasi per caso quando Sergio Corbucci, dopo aver visto al cinema "La sfida del samurai" di Akira Kurosawa, suggerisce all'amico Sergio Leone che sarebbe stato assai semplice adattarlo per ricavarne un western. La pellicola giapponese, d'altronde, aveva già tutto quello che serviva: il setting, i personaggi, i temi, persino il duello finale nella main street. Bastava soltanto sostituire il samurai con un pistolero, aggiungervi una colonna sonora adeguata, modificare qualche piccolo dettaglio, e il gioco era fatto. Convinti che la pellicola non sarebbe mai uscita al di là dei propri confini e che all'estero sarebbe passata sotto silenzio, i produttori italiani non si presero nemmeno il disturbo di chiedere ai giapponesi il permesso di realizzare il remake (e in fondo, come ha spiegato lo stesso Leone, lo spunto era vecchio come il mondo: da "Arlecchino servitore di due padroni" di Carlo Goldoni ai romanzi noir di Dashiell Hammett, la cui influenza è stata riconosciuta anche da Kurosawa). Ma quando il successo arrise a livello internazionale, la Toho fece causa in tribunale e ottenne i diritti per lo sfruttamento dell'opera sul mercato giapponese.

In precedenza non erano mancati altri western girati in Italia, così come molti se ne producevano in Spagna e in altri paesi europei, ma si trattava di imitazioni pedisseque se non di copie sputate dei film americani (al punto che i cineasti erano soliti firmarsi con pseudonimi che non lasciavano trapelare l'origine europea delle pellicole: lo stesso Leone, inizialmente, era ricorso al nome d'arte Bob Robertson, poi eliminato in occasione della riedizione del film). Con "Per un pugno di dollari", invece, per la prima volta non si guarda più al cinema americano classico come unico modello ma si cercano nuove strade, appoggiandosi anche alla lezione del cinema popolare italiano (e aprendo a propria volta nuove prospettive per il western statunitense: dai film dello stesso Eastwood fino a Tarantino). Fra le grandi novità rispetto al cinema dei Ford e degli Hawks c'è soprattutto l'elevazione al rango di protagonista di un personaggio più ironico, cinico e amorale del tradizionale eroe senza macchia. Ma qualche legame con gli eroi del passato rimane: proprio come lo Shane del classico "Il cavaliere della valle solitaria", di Joe non sappiamo nulla: da dove viene, dove va, quali sono le sue reali motivazioni (solo a metà pellicola il taverniere Silvanito capisce – e noi con lui – che non si tratta di un semplice mercenario). "Più che un personaggio con una precisa caratterizzazione psicologica", ha scritto un critico, "Joe è un simbolo, che viene dal nulla e nel nulla ritorna. È il destino, il deus-ex-machina", e non a caso nel descrivere questo film si è fatto riferimento anche al mondo della tragedia classica, a Eschilo e agli autori greci. Fuori dalle parti, apparentemente disinteressato a tutto quello che negli altri smuove passioni sfrenate (l'oro, le donne: significativo il momento in cui – come aveva fatto Mifune nel film di Kurosawa – dona il proprio denaro alla donna che ha liberato dalla prigionia, lasciandola libera di fuggire in compagnia del marito e del figlioletto), "l'uomo senza nome" è un personaggio assoluto e universale, mitologico ma anche calato nella realtà, privo di interessi personali se non quello di restituire la libertà ai più deboli e capace di esprimere amare considerazioni sociali o politiche ("Devo ancora trovare un posto dove non ci siano padroni").

Il film venne girato con un budget bassissimo in Spagna, per la precisione in Almeria, la regione che diventerà lo scenario tipico di gran parte delle pellicole del filone. Il protagonista Clint Eastwood (doppiato da Enrico Maria Salerno), allora semisconosciuto, era stato notato da Leone nel telefilm "Rawhide" (sì, quello la cui sigla è cantata dai Blues Brothers!). La sua scelta, con il senno di poi, è stata fondamentale per il successo della pellicola: freddo e imperturbabile ("Clint ha solo due espressioni: con il cappello e senza cappello", dichiarò il regista), contrasta nettamente con il principale rivale Gian Maria Volontè, esagitato e nevrotico, che interpreta il più giovane dei tre fratelli Rojo, quello con il fucile (equivalente del personaggio armato di pistola nel film di Kurosawa): indimenticabile, nel duello finale, Clint che lo invita a sparare "al cuore, Ramon, al cuore!" e, con la sua provocazione, riesce a fargli scaricare tutti i proiettili contro la lastra di metallo che indossa come protezione sotto il poncho. Negli anni seguenti Leone proseguì la cosiddetta "trilogia del dollaro" con lungometraggi via via più ambiziosi e personali: "Per qualche dollaro in più" (dove ad affiancare Eastwood – e Volontè – arriva Lee Van Cleef) e "Il buono, il brutto e il cattivo", tutti film dove a ben vedere quello interpretato da Clint è sempre lo stesso personaggio. Fondamentale la colonna sonora di Ennio Morricone, qui alla sua prima collaborazione con il regista (che era stato suo compagno di scuola), ispirata ai lavori di Dimitri Tiomkin (il tema principale con il fischio ricorda "Sfida all'O.K. Corral", mentre quello con la tromba è simile al celebre Deguello). Resosi conto di quanto sarebbe stato importante il suo contribuito per il risultato finale, Leone allungò apposta alcune scene per evitare di dover tagliare anzitempo il tema musicale: anche da questo è nata la sua tendenza a un ritmo lento e a inquadrature prolungate sugli attori o sui paesaggi! Tuttavia, pur essendo già indubbiamente un film tipicamente "leoniano", a partire dalla rappresentazione esplicita e realistica della violenza, molti degli elementi che caratterizzeranno lo stile del regista nei lavori successivi non sono ancora così marcati: i primissimi piani sui volti dei protagonisti, il florilegio di frasi ironiche e celebri (anche se non ne mancano: la più memorabile è "Quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile, quello con la pistola è un uomo morto"), l'insistenza su particolari "sporchi" o dettagli insignificanti. Fra le innumerevoli citazioni e gli omaggi che successivamente sono stati tributati al film, ricordo con piacere quelli nel secondo e nel terzo episodio di "Ritorno al futuro".

20 gennaio 2011

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (E. Petri, 1970)

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto
di Elio Petri – Italia 1970
con Gian Maria Volontè, Florinda Bolkan
***1/2

Visto in TV, con Hiromi.

Il capo della sezione omicidi, appena promosso alla polizia politica dopo molti successi nella lotta al crimine, uccide a sangue freddo la propria amante: pur seminando volontariamente indizi contro sé stesso – in una sorta di impulso autopunitivo o per dimostrare che il proprio ruolo lo rende assolutamente insospettabile di un tale delitto – nessuno dei suoi colleghi che indagano sull'omicidio lo considererà un possibile indiziato. E anche quando si autoaccuserà con una confessione scritta, scoprirà che il potere protegge sempre sé stesso. Vibrante pellicola a sfondo socio-politico, a tratti grottesca, ambientata in un'epoca di tensioni sociali (le contestazioni degli studenti di sinistra, gli attentati anarchici, gli scontri di classe) e finalizzata a illustrare le aberrazioni dell'apparato poliziesco e del potere. La complessa struttura a flashback consente di delinare sempre meglio la personalità contorta e reazionaria del protagonista, e soprattutto il difficile rapporto con l'amante. In un certo senso progenitrice di tanti poliziotteschi incentrati su funzionari e poliziotti con turbe patologiche, la pellicola vinse l'Oscar come miglior film straniero e il Grand Prix della Giuria a Cannes: applaudita alla sua uscita, è stata in seguito ridimensionata da alcuni critici (come il Mereghetti) perché "attribuisce ai rappresentanti del potere un'eccessiva coscienza (ancorché negativa) del proprio ruolo e della propria funzione". Notevole comunque la prova di Volontè, che interpreta (con un forte accento siciliano) un personaggio rigido e fragile allo stesso tempo, il cui senso di onnipotenza sconfina nella pazzia, paladino della repressione e dell'autoritarismo ma anche immaturo, sessualmente represso (uccide l'amante perché questa si prendeva gioco del suo infantilismo) e fondamentalmente ancorato alle sue radici di piccolo borghese. Per gran parte della vicenda la sua figura è enigmatica e contraddittoria, divisa fra il desiderio di essere scoperto e quello di farla franca. Dopo un pre-finale onirico (con la grottesca caricatura di un processo/interrogatorio, al termine del quale il protagonista è "costretto a confessare la propria innocenza"), il finale autentico è comunque lasciato in sospeso, mentre sullo schermo compare una citazione di Frank Kafka: "Qualunque impressione faccia su di noi, egli è un servo della legge, quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano". Oltre allo scrittore ceco, i punti di riferimento dello sceneggiatore Ugo Pirro (con il quale Petri collaborerà in altri tre film: "A ciascuno il suo", "La classe operaia va in paradiso" e "La proprietà non è più un furto"; tutti, tranne l'ultimo, con Volontè come protagonista) sembrano essere Brecht e Dostoevskij. L'originale colonna sonora, ricca di contaminazioni sonore, è di Ennio Morricone.

8 febbraio 2008

I senza nome (J.P. Melville, 1970)

I senza nome (Le cercle rouge)
di Jean-Pierre Melville – Francia/Italia 1970
con Alain Delon, Gian Maria Volontè, Yves Montand
***

Visto in DVD.

"Se due uomini sono destinati a incontrarsi un giorno, inevitabilmente lo faranno in questo cerchio rosso": inizia così, con una finta frase che il Buddha avrebbe pronunciato dopo aver tracciato un cerchio per terra con il gessetto, il penultimo film di Melville (che già aveva fatto ricorso a una finta citazione del bushido per aprire il suo "Frank Costello faccia d'angelo"). I due personaggi che il caso porta a incontrarsi nel cerchio (metaforicamente costituito dai posti di blocco della polizia che delimitano una regione della campagna francese) sono Corey (un baffuto Alain Delon), ex galeotto appena uscito di prigione, e Vogel (Volontè), pregiudicato scappato dal treno che lo stava trasportando in carcere e che si rifugia proprio nel portabagagli dell'automobile del primo. Insieme a un ex poliziotto alcolizzato (un grande Yves Montand, il migliore del cast) tenteranno un audace furto a una gioielleria di Place Vendôme, ma dovranno vedersela con l'ostinato commissario Mattei (Bourvil, al suo ultimo film) che dà loro la caccia in ogni modo. Classico come impostazione, efficace nel mettere in scena "un mondo notturno dominato da figure solitarie", è la summa del polar (il noir poliziesco alla francese) secondo il regista, che affermò di avervi inserito tutte le 19 situazioni 'tipiche' del genere. Proprio 19, sì, non una di più o di meno, che Melville avrebbe catalogato personalmente e che aveva già usato nei suoi precedenti film, ma mai tutte insieme in una sola pellicola. Se Delon è giustamente il personaggio più melvilliano, silenzioso ma attento, che abbandona le foto della sua ex donna (l'unica fugace presenza femminile in un universo maschile) nella cassaforte del socio dopo aver capito di essere stato ormai tradito, Volontè tratteggia in maniera essenziale un sempre imprevedibile killer italiano, Bourvil fa quello che deve fare con la sua faccia da poliziotto e Montand propone una figura tormentata da delirium tremens, allucinazioni e incubi di ragni, topi, insetti e serpenti che lo assalgono sul letto. Ma restano impressi anche i personaggi minori, dal capo della polizia convinto che "tutti gli uomini sono colpevoli: nascono innocenti, ma non dura a lungo", al barman Santi che il commissario tenta ripetutamente di corrompere. Magistrale la lunghissima sequenza muta della rapina notturna (quasi mezz'ora, praticamente in tempo reale).