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26 giugno 2023

Una lunga domenica di passioni (J.P. Jeunet, 2004)

Una lunga domenica di passioni (Un long dimanche de fiançailles)
di Jean-Pierre Jeunet – Francia 2004
con Audrey Tautou, Gaspard Ulliel
**

Visto in TV (Sky Cinema).

Nel 1920, tre anni dopo la presunta morte del fidanzato Manech (Gaspard Ulliel) in una trincea della Grande guerra, la giovane Mathilde (Audrey Tautou) inizia a sospettare che il ragazzo possa ancora essere vivo. E la speranza la porta a imbarcarsi con ostinazione in una lunga e difficile indagine per ricostruire le sorti di lui e di altri quattro altri soldati, condannati a morte tutti insieme nel 1917 da una corte marziale militare per tentata diserzione e abbandonati nella terra di nessuno, fra una trincea francese e una tedesca. Realizzato subito dopo il grande successo de "Il favoloso mondo di Amélie" (e con la stessa attrice protagonista), il film è l'adattamento di un romanzo di Sébastien Japrisot, una sorta di giallo che si dipana nella Francia del primo dopoguerra: ma Jeunet sceglie di non abbandonare del tutto lo stile della pellicola che gli aveva appena dato notorietà, appesantendo così l'insieme con una voce fuori campo che espone dettagli e particolari insignificanti a proposito dei protagonisti, pieni oltretutto di peculiarità e fissazioni (Mathilde, per esempio, si abbandona a tutta una serie di rituali e superstizioni personali), ma soprattutto carica la vicenda di un'infinità di nomi, personaggi e situazioni. Alcuni di questi conducono a brevi sottotrame a loro modo anche interessanti, ma nel complesso la narrazione è inutilmente complicata e noiosa, e il finale ampiamente prevedibile. Buona comunque l'ambientazione storica, che non sorvola sugli orrori e le atrocità della guerra, con scene a tratti anche cruente (ma a volte un po' fumettistiche) che quantomeno impediscono al film di apparire come una rappresentazione asettica e artificiale di un mondo ormai passato, il tutto mentre la fotografia (di Bruno Delbonnel, peraltro nominata all'Oscar) ricopre tutte le immagini con una patina color seppia. Il vasto cast comprende sia habitué di Jeunet che attori internazionali: Dominique Pinon e Chantal Neuwirth sono gli zii di Mathilde, Ticky Holgado il detective da lei assunto, Marion Cotillard la "corsa" Tina Lombardi (compagna di uno dei soldati condannati, che a sua volta indaga sulle loro sorti, vendicandosi nel frattempo degli ufficiali della catena di comando che aveva portato alla loro morte). E ancora, fra gli altri: Clovis Cornillac, Jean-Pierre Darroussin, André Dussollier, Bouli Lanners, Tchéky Karyo, Jean-Claude Dreyfus, e persino Jodie Foster.

20 maggio 2023

La guerra ed il sogno di Momi (S. de Chomón, 1917)

La guerra ed il sogno di Momi
di Segundo de Chomón – Italia 1917
con Stellina Toschi, Alberto Nepoti
***

Visto su YouTube.

Rimasto impressionato dalla lettera inviata a casa dal padre (Alberto Nepoti), ufficiale italiano che sta combattendo al fronte contro gli austriaci nella prima guerra mondiale, il piccolo Momi (Stellina Toschi) sogna una vera e propria guerra fra i suoi giocattoli preferiti, i due burattini Trik e Trak, ciascuno dei quali è alla guida di un esercito di propri alter ego. "Remake" esteso del cortometraggio "Il sogno del bimbo d'Italia" del 1915, questo mediometraggio è uno dei capolavori del regista spagnolo Segundo de Chomón, specialista degli effetti speciali che da qualche anno si era trasferito in Italia, dove aveva collaborato anche al kolossal "Cabiria" di Pastrone. La pellicola è essenzialmente divisa in due parti: nella prima, di una quindicina di minuti, viene raccontato un episodio della guerra "reale", sulle Alpi, in cui gli uomini guidati dal padre di Momi salvano un pastorello e sua madre dai nemici che avevano occupato la loro casa. L'episodio è realistico, anche grazie alle riprese in esterni sulla montagna innevata. Il pezzo forte, però, è il secondo segmento, quello del sogno di Momi, dove Chomón dà sfogo alla sua fantasia con echi del cinema di Méliès. I due eserciti di giocattoli (di fatto è un "Toy Story" ante litteram!) si scontrano nelle trincee ma danno vita anche a una guerra non convenzionale, con armi fantascientifiche (il cannone Kolossal) e chimiche (fumi di gas asfissiante, che viene risucchiato e "imbottigliato" dagli avversari), per non parlare di una battaglia aerea fra biplani e dirigibili, con tanto di bombardamento sui villaggi sottostanti e un incendio che viene spento... con una bottiglia di selz. L'animazione in stop motion (tecnica che Chomón aveva già utilizzato più volte in passato, per esempio ne "Le théâtre de petit Bob" o nel seminale "L'hotel elettrico" del 1908) è assolutamente pregevole per l'epoca, ma quello che stupisce è la portata – e la lunghezza – del segmento animato, che dura quasi mezz'ora. Il che ne fa un caposaldo imprescindibile del nascente cinema di animazione. E rispetto alle fonti di ispirazione ("Il sogno del bimbo d'Italia", ma anche l'ancor precedente "Il sogno patriottico di Cinessino", che però non prevedeva una sequenza a passo uno con i giocattoli), il libero sfogo della fantasia ha assolutamente predominanza sui temi patriottici e propagandistici, cosa curiosa se pensiamo che eravamo in pieno conflitto (ma nemmeno tanto: dopo due anni di guerra, in molti era ormai subentrata una certa disillusione e un rifiuto della retorica bellica degli inizi).

19 maggio 2023

Il sogno del bimbo d'Italia (R. Cassano, 1915)

Il sogno del bimbo d'Italia
di Riccardo Cassano – Italia 1915
con Eraldo Giunchi
*1/2

Visto su Teca Tv.

Quando il padre parte per combattere contro gli austriaci nelle trincee della Grande Guerra, il piccolo Cinessino (Giunchi) consola la madre affranta. Più tardi, giocando con i suoi soldatini, si addormenta sognando di essere un generale che li conduce alla vittoria. Il suo sogno si avvererà con il ritorno a casa del padre, ferito ma decorato per essersi fatto valere in battaglia. Distribuito a ottobre, è quasi un "remake" del precedente "Il sogno patriottico di Cinessino" (uscito ad aprile, dunque prima che l'Italia entrasse in guerra, e ambientato perciò in Libia). Oltre che per un tono leggermente meno patriottico e più focalizzato sui rapporti famigliari, questo corto si distingue dal precedente per la sequenza del sogno del bambino, in cui assistiamo a scene di battaglia animate a passo uno con soldatini, barche, treni e aerei giocattolo. L'intera sequenza dura poco più di un minuto ed è molto rozza e amatoriale, ma servirà da base per lo spagnolo Segundo de Chomón quando, nel 1917, realizzerà l'eccellente (e più sofisticato) "La guerra ed il sogno di Momi". Nel complesso, questo corto rimane interessante come documentazione dei primi modi in cui l'industria dell'intrattenimento e della cultura italiana guardava al conflitto appena scoppiato.

10 febbraio 2023

Cavalcata (Frank Lloyd, 1933)

Cavalcata (Cavalcade)
di Frank Lloyd – USA 1933
con Diana Wynyard, Clive Brook
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Dal capodanno del 1900 a quello del 1933, una "cavalcata" di eventi storici, per lo più tragici (il succedersi dei momenti e il trascorrere degli anni è rappresentato dalle immagini di una fila di cavalieri medievali in continua marcia), che sconvolgono l'Impero Britannico e, nel privato, la vita di una benestante famiglia londinese. Robert Marryot (Clive Brook) parte come volontario per la guerra in Africa contro i boeri, lasciando da sola la moglie Jane (Diana Wynyard) e i due figlioletti Edward e Joe. Ma tornerà sano e salvo (e sarà fatto cavaliere dalla regina Vittoria), e con lui anche il maggiordomo Alfred Bridges (Herbert Mundin), che si "emanciperà" acquistando un pub. I due figli dei Marryot moriranno rispettivamente nella tragedia del Titanic (Edward) e nella Grande Guerra (Joe, ucciso il giorno stesso dell'armistizio, come il Paul Bäumer di "Niente di nuovo sul fronte occidentale"), mentre nel frattempo il mondo cambia, i regnanti si succedono, e nuove idee e rivoluzioni sociali e politiche sconvolgono la vita e l'ordine mondiale, ben rappresentate – con un certo pessimismo – dalla canzone "Twentieth Century Blues" cantata da Fanny (Ursula Jeans), la figlia di Alfred, in un cabaret. Dal dramma teatrale di Noël Coward, una pellicola che ebbe un grande successo all'epoca (vinse il premio Oscar per il miglior film, oltre a quelli per la regia e le scenografie) ma che, vista oggi, mostra molti suoi limiti: in particolare una regia ingessata, una recitazione forzata e antinaturalistica, e una sceneggiatura che accatasta una successione di eventi senza un vero collante, se non quello della storia che procede indefessa, schiacciando le vite degli esseri umani. Comunque un paio di sequenze meritano la visione, come quella del Titanic (con la rivelazione a sorpresa del nome della nave attraverso un salvagente, una trovata poi ripresa da Terry Gilliam ne "I banditi del tempo") e quella della prima guerra mondiale (con un montaggio sempre più cupo e drammatico di immagini di soldati che cadono in battaglia: le scene della guerra sono state realizzate da William Cameron Menzies). Ed è da apprezzare il legame con l'attualità: in effetti, agli inizi degli anni trenta (il dramma di Coward è del 1931) c'era la sensazione diffusa che il mondo stesse andando a rotoli o alla deriva, cosa che sarà purtroppo confermata negli anni successivi. Non è molto diverso da come ci sentiamo oggi, fra pandemie, nazionalismi e guerre: speriamo che gli sviluppi siano diversi... Nel cast corale, Una O'Connor è Ellen, la cameriera dei Marryot nonché madre di Fanny; Irene Browne è Margaret, amica di famiglia e madre di Edith, che diventerà la moglie di Edward; e John Warburton e Frank Lawton sono rispettivamente i due figli Edward e Joe da adulti. Un film basato su un'idea simile (la guerra e gli eventi politici visti dagli occhi di chi rimane a casa), "La signora Miniver", vincerà l'Oscar anche nove anni più tardi.

31 gennaio 2023

Niente di nuovo sul fronte occidentale (E. Berger, 2022)

Niente di nuovo sul fronte occidentale (Im Westen nichts Neues)
di Edward Berger – Germania/USA 2022
con Felix Kammerer, Albrecht Schuch
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Le vicende del giovanissimo soldato tedesco Paul Bäumer (Felix Kammerer) e dei suoi commilitoni, fra cui il più "esperto" Stanislaus 'Kat' Katczinsky (Albrecht Schuch), sul fronte francese della prima guerra mondiale (il film si svolge dalla primavera del 1917 fino al novembre del 1918, quando viene firmato l'armistizio), impegnati in una sporca "guerra di trincea", dove milioni di soldati muoiono inutilmente nel fango per conquistare pochi chilometri di terra. Terzo adattamento dell'omonimo romanzo semi-autobiografico di Erich Maria Remarque, dopo il capolavoro del 1930 ("All'ovest niente di nuovo" di Lewis Milestone, che rimane la versione migliore) e il TV movie del 1979 (di Delbert Mann). Questa volta la realizzazione è tedesca (anche se la produzione è di Netflix), opera di un regista dai trascorsi per lo più televisivi, che si concentra sugli eventi bellici, trascurando quelli legati alla società di contorno che pure erano importanti per il contesto generale. A parte una breve scena all'inizio, quando Paul e i suoi amici lasciano la scuola, mancano infatti i momenti di confronto con la società civile e in particolare è assente la sequenza del breve ritorno di Paul a casa in licenza, ma anche quelle in cui il ragazzo ritrova sotto le armi il professor Kantorek, l'insegnante che lo aveva "indottrinato". Se dunque le scene di battaglia e di combattimento mantengono la loro potenza (l'enfasi visiva ed emozionale con cui sono riprodotte sullo schermo, del tutto spogliate di eroismo, riesce a denunciare l'orrore e l'assurdità di un conflitto in cui milioni di ragazzi perdono la vita, usati come carne da cannone), i personaggi stessi risultano invece quasi privi di personalità, compreso un protagonista di cui manca la prospettiva. E le sequenze dedicate alla trattativa dell'armistizio, con il capo della delegazione tedesca Erzberger (Daniel Brühl), nonché quelle con il generale guerrafondaio Friedrichs (Devid Striesow), che si oppone alla pace e manda i suoi uomini a combattere fino all'ultimo momento anche quando la sconfitta è ormai certa, quasi distraggono dall'intento di mostrare la guerra dal punto di vista del più umile dei soldati, e dunque con un valore universale ed esistenziale, anziché da quello della ricostruzione storica, legata alle trattative geopolitiche o a un conflitto specifico. Fotografia virata quasi sempre al blu. Ottimo il riscontro critico, con ben nove nomination agli Oscar (forse troppe?), compresa quella per il miglior film.

19 marzo 2022

The King's Man - Le origini (M. Vaughn, 2021)

The King's Man - Le origini (The King's Man)
di Matthew Vaughn – GB/USA 2021
con Ralph Fiennes, Harris Dickinson
**1/2

Visto in TV (Disney+).

A inizio Novecento, un misterioso individuo – noto solo come "il Pastore" – progetta di rovesciare le case regnanti d'Europa e di precipitare il continente nella guerra. Grazie ai suoi complici e alle sue pedine, fra le quali figurano Gavrilo Princip, Rasputin, Lenin e Mata Hari, riesce a scatenare il primo conflitto mondiale. Ad opporsi ai suoi piani, nel tentativo di salvare almeno la corona britannica, c'è il duca di Oxford (Ralph Fiennes), dichiarato pacifista, affiancato dal figlio Conrad (Harris Dickinson) e da una rete di domestici al servizio dei potenti della Terra che lavorano nell'ombra e gli passano informazioni riservate. Dopo un promettente inizio di carriera come regista, da un decennio Vaughn sembra ormai essersi impantanato nella saga della Kingsman, l'agenzia segreta di spie inglesi che si nascondono dietro un negozio di alta sartoria. Ciò detto, questo prequel che ne racconta la nascita, ambientato durante la grande guerra, nella sua retorica fumettosità è forse il capitolo migliore della serie. Fruibile a sé stante, divertente, più misurato, vanta almeno due/tre momenti davvero indovinati (lo scontro con Rasputin, personaggio sopra le righe che Rhys Ifans interpreta in maniera esilarante; e le sequenze in trincea durante la prima guerra mondiale, con un notevole colpo di scena). Il mix di storia vera, scene d'azione e spionaggio internazionale funziona meglio del previsto: e rispetto ai precedenti film, la collocazione temporale a inizio secolo rende la vicenda notevolmente più interessante. Anche se non è da prendere sul serio, il film riesce comunque a trasmettere emozioni e contemporaneamente a intrattenere a un livello superficiale. Ottima la regia e il cast, che comprende Gemma Arterton (la "tata" Polly), Djimon Hounsou (l'autista di colore Shola), Tom Hollander (in un triplo ruolo: re Giorgio V d'Inghilterra, il kaiser Guglielmo II e lo zar Nicola II), e ancora Daniel Brühl, Charles Dance, Matthew Goode, Stanley Tucci... Un po' fastidioso il turpiloquio, davvero eccessivo, nei dialoghi italiani. Gran parte delle riprese sono state effettuate a Torino e in generale in Piemonte.

21 gennaio 2021

L'affondamento del Lusitania (W. McCay, 1918)

L'affondamento del Lusitania (The sinking of the Lusitania)
di Winsor McCay – USA 1918
animazione tradizionale
**1/2

Visto su YouTube.

Il 7 maggio 1915 il transatlantico britannico di linea RMS Lusitania, in viaggio da New York verso Liverpool, venne affondato dal siluro di un sommergibile tedesco al largo delle coste dell'Irlanda. I tedeschi, che stavano attuando un blocco navale attorno alla Gran Bretagna, sospettavano – a ragione – che la nave trasportasse munizioni e altro materiale bellico (eravamo agli inizi della prima guerra mondiale). Nel naufragio morirono 1200 persone, fra cui oltre un centinaio di americani. Ai quei tempi il magnate della stampa William Randolph Hearst sosteneva una politica statunitense di non interventismo nella guerra, e pertanto decise di non dare troppa evidenza all'evento sui suoi giornali. Deluso, McCay (che era impiegato come cartoonist proprio per i quotidiani di Hearst) cominciò nel 1916 a lavorare per proprio conto a un film d'animazione che ricostruisse l'affondamento sullo schermo, realizzandolo nei ritagli di tempo e di tasca propria. La pellicola fu completata in 22 mesi, e può essere considerata non solo uno dei primi "documentari animati" della storia, ma anche il primo esempio di animazione (foto)realistica e drammatica. A differenza dei suoi lavori precedenti, ma anche da quelli di altri colleghi, il cortometraggio (12 minuti) non ha intenti comici, parodistici o di puro intrattenimento: è un vero e proprio film di denuncia, con cartelli dai toni retorici, patriottici e propagandistici che si abbinano a immagini altamente realistiche. Il disegnatore e i suoi assistenti (fra i quali John Fitzsimmons e William Apthorp Adams) fecero uso per la prima volta dei rodovetri, fogli trasparenti in acetato di cellulosa che risparmiavano la fatica di dover ridisegnare ogni volta lo stesso fondale (come ancora veniva fatto nel precedente "Gertie il dinosauro"), una tecnica inventata quattro anni prima da Earl Hurd che rimarrà di uso comune nella produzione dei cartoni animati tradizionali (fino all'avvento cioè del digitale). McCay afferma di aver realizzato "25.000 disegni", un numero superiore a quello dei fotogrammi dell'intero film: si tratta dunque di una cifra esagerata o comprendente anche gli elementi separati dell'immagine. Non esistendo fotografie né tantomeno riprese dirette del naufragio, l'artista si affidò al giornalista August F. Beach, uno dei primi reporter a occuparsi dell'evento, per ottenere informazioni e dettagli (l'incontro fra i due è documentato nelle brevi sequenze dal vivo che precedono la parte animata). La cronistoria si dipana in maniera fluida e realistica, come se fosse un film in live action, anche se non mancano imprecisioni storiche (l'U-boot lanciò un solo siluro, non due) e una particolare enfasi sulla perdita di vite umane (l'obiettivo era al tempo stesso documentare l'accaduto e accendere l'animo degli spettatori in chiave anti-tedesca, in maniera non dissimile dalle vignette politiche sui quotidiani). Pietra miliare dal punto di vista tecnico, la pellicola non ebbe però l'influenza o il successo sperato, e i cartoni animati continuarono per lungo tempo a rimanere confinati nel campo degli sketch e delle commedie.

25 agosto 2020

Tolkien (Dome Karukoski, 2019)

Tolkien (id.)
di Dome Karukoski – USA 2019
con Nicholas Hoult, Lily Collins
*1/2

Visto in TV.

Pellicola biografica su J.R.R. Tolkien, l'autore de "Il Signore degli Anelli": ma il film si concentra sui suoi primi anni di vita, quelli formativi e dell'adolescenza, interrompendosi dunque prima che iniziasse a scrivere i romanzi che lo hanno reso celebre, ovvero "Lo Hobbit" e la trilogia dell'anello. Si comincia nel 1902, quando il futuro scrittore, all'età di dieci anni, si trasferisce con la madre e il fratello Hilary dall'idilliaco villaggio di Sarehole (che ispirerà la Contea) alla moderna città di Birmingham. Qui, dopo la morte della madre, il giovane J.R.R. viene affidato a un prete cattolico, padre Francis Morgan (Colm Meaney), e si innamora di Edith Bratt (Lily Collins), che diventerà sua moglie (e gli farà capire che "una parola senza significato è solo un suono"). Nel frattempo comincerà a inventare da solo lingue e leggende, farà amicizia con un gruppo di studenti della King Edward's School di Birmingham, con i quali formerà un club artistico, culturale e letterario (il TCBS, Tea Club and Barrovian Society) e con cui rimarrà in contatto anche dopo il trasferimento all'Università di Oxford dove si dedicherà alla sua vera passione, le lingue antiche. A fare da cornice al tutto c'è la scioccante esperienza della Grande Guerra (Tolkien combatté nella Battaglia delle Somme), fra trincee, terra bruciata e morti, che ispirerà gli scenari di Mordor (ad accompagnarlo c'è anche un Sam). Nonostante la buona confezione (è il primo film in lingua inglese del regista finlandese Dome Karukoski) e una complessiva fedeltà agli eventi storici e biografici, il lungometraggio manca purtroppo di mordente e di profondità, preferendo appoggiarsi sulle solite banalità su amore e amicizia anziché approfondire temi più peculiari come il rapporto fra il quotidiano e il fantastico, la religione, la mitopoiesi e il significato mitologico delle creazioni letterarie. Insomma, come tante biografie sceglie di "normalizzare" il personaggio per mostrarne i lati più comuni anziché esaltarne le caratteristiche uniche. Forse il problema è che la vita dello scrittore non era così interessante da farci un film, che dunque può risultare appetibile giusto per i fan della Terra di Mezzo (io stesso in passato ho letto svariate sue biografie). O al limite era meglio dedicare la pellicola al periodo successivo della vita di Tolkien, quello appunto dei grandi romanzi e della frequentazione con gli Inklings, probabilmente più stimolante e meno stereotipato. Lo stesso Tolkien, fra parentesi, era convinto che "investigare sulla biografia di un autore sia un modo inutile e sbagliato di accostarsi alle sue opere". Non del tutto convincente Hoult nel ruolo del protagonista. Nel cast anche Harry Gilby (Tolkien da bambino) e Derek Jacobi (il professor Wright).

10 aprile 2020

Niente di nuovo sul fronte occidentale (D. Mann, 1979)

Niente di nuovo sul fronte occidentale (All quiet on the western front)
di Delbert Mann – USA 1979
con Richard Thomas, Ernest Borgnine
**1/2

Visto in divx.

Arruolatosi volontario per combattere contro i francesi nella prima guerra mondiale, il giovane soldato tedesco Paul Bäumer (Richard Thomas) è testimone degli orrori del conflitto. Secondo adattamento dell'omonimo romanzo di Erich Maria Remarque dopo il classico di Lewis Milestone del 1930 ("All'ovest niente di nuovo"), di cui è praticamente un remake, questo TV movie è sicuramente ben fatto sotto tutti i punti di vista (per essere un prodotto televisivo, la qualità realizzativa è ottima: non a caso ha anche goduto di una limitata distribuzione cinematografica), ma ha il difetto di giungere fuori tempo massimo, quando i temi antibellici non fanno più notizia o scalpore e, anzi, sono stati ampiamente assimilati e sdoganati (anche in chiave dissacrante o parodistica, si pensi al "Dottor Stranamore", a "MASH" o a "Comma 22"). Inoltre le scene di battaglia non reggono minimamente il confronto con l'originale, per violenza o intensità, e appaiono più convenzionali e derivative. Bene invece il cast di contorno, in particolare i personaggi "adulti", interpretati da attori del calibro di Ernest Borgnine ("Kat", il veterano che prende Paul e agli altri giovani soldati sotto la propria ala protettrice, insegnando loro come sopravvivere al fronte), Ian Holm (il severo caporale istruttore Himmelstoss, personaggio a dire il vero un po' macchiettistico) e Donald Pleasence (il professor Kantorek, i cui discorsi retorici spingono gli studenti ad arruolarsi). Patricia Neal è la madre di Paul. Molte scene sono identiche a quelle del prototipo (come la nottata trascorsa da Paul nella fossa insieme al nemico che ha ucciso), altre sono inedite (l'incontro con il Kaiser), mentre altre ancora non hanno semplicemente la stessa intensità, anche per via di un protagonista meno convincente. Girato in Cecoslovacchia, come il film del 1930 anche questo è stato tagliato dalla produzione rispetto alla versione originale (di due ore e mezza). Borgnine era già stato interprete del film più famoso di Delbert Mann, "Marty, vita di un timido".

9 aprile 2020

All'ovest niente di nuovo (L. Milestone, 1930)

All'ovest niente di nuovo (All quiet on the western front)
di Lewis Milestone – USA 1930
con Lew Ayres, Louis Wolheim
***1/2

Visto in divx.

Germania, poco dopo l'inizio della prima guerra mondiale. Incitati dai discorsi retorici e patriottici del loro professore, lo studente Paul (Paolo) Bäumer (Lew Ayres) e i suoi compagni si arruolano con entusiasmo come volontari e vengono inviati al fronte occidentale a combattere contro i francesi. Qui scopriranno però cosa sia veramente la guerra, un mondo molto più duro, cupo e disperato di quanto immaginavano: sangue e fango, trincee e filo spinato, bunker e bombardamenti incessanti, fame e dolore, con la morte che incombe in ogni momento. Tratto dal romanzo "Niente di nuovo sul fronte occidentale" di Erich Maria Remarque (pubblicato solo due anni prima, nel 1928), un lungometraggio seminale per come propone un punto di vista fortemente antibellico e antimilitarista, fra i primi film "seri" a farlo (se escludiamo cioè le comiche di Charlot e affini). A colpire, ancora oggi, è la resa drammatica ma soprattutto realistica del conflitto. Le scene di battaglia sono incredibilmente dinamiche e potenti, spettacolari e violente (e non hanno nulla da invidiare a tanti blockbuster bellici moderni, da "Salvate il soldato Ryan" a "1917"), girate con profluvio di carrellate laterali e un montaggio serrato che sembra anticipare addirittura il Peckinpah de "Il mucchio selvaggio", vedi la mitragliatrice che falcia i soldati all'assalto della trincea. Il filo conduttore è la progressiva acquisizione di coscienza di Paolo, man mano che vede morire i suoi amici, impara a conoscere gli orrori (e la futilità) della guerra, perde l'idealismo e le illusioni dell'inizio ed è costretto a diventare adulto. Fra le scene memorabili: l'addestramento agli ordini dell'ex postino del villaggio, ora sergente istruttore; l'amicizia con un gruppo di veterani (fra cui Louis Wolheim e Slim Summerville) che prendono Paolo e compagni sotto la loro (sia pur ruvida) ala protettrice; la visita nell'ospedale da campo all'amico ferito e moribondo; la notte trascorsa in una fossa insieme al cadavere di un soldato francese (una delle pochissime scene in cui si vede anche il "nemico"), per la cui uccisione Paolo prova rimorso; l'episodio delle contadine francesi, che abitano oltre il fiume, cui Paolo e due compagni fanno visita durante la notte; la degenza in ospedale, da cui lotta per uscire vivo; la breve licenza a casa, in un mondo di cui ormai non sente più di far parte; e il finale, che fu cambiato rispetto al romanzo di Remarque: la mano di Paolo che estende fuori dalla trincea per prendere la farfalla è dello stesso Milestone (l'attore non era più disponibile perché si era già in fase di montaggio). Inoltre, momenti come quello in cui i soldati si interrogano sulle ragioni della guerra, concludendo che essa è voluta solo da chi ha qualcosa da guadagnarci (che siano politici o commercianti), o sul fatto di essere solo "carne da cannone", da mandare allo sbaraglio (d'altronde in tutto il film non si parla mai di tattiche o strategie e non si vedono mai comandanti o alti ufficiali: c'è solo caos e confusione), o ancora in cui si lascia intendere che la guerra ormai è persa, mancano uomini (tanto che vengono richiamati anche i sedicenni), armi e munizioni, eppure si parla ancora retoricamente di "marciare su Parigi": sono tutti momenti che testimoniano senza ambiguità l'afflato antimilitarista della pellicola (come del romanzo, scritto da un autentico veterano della prima guerra mondiale). Nonostante l'enorme successo (vinse l'Oscar per il miglior film e per il miglior regista, primo lungometraggio nella storia a conquistarli entrambi), i nazionalismi imperanti portarono a farla vietare un po' ovunque, a partire dalla Germania nazista. In Italia, per esempio, uscirà solo nel 1956. La versione originale durava oltre due ore e mezza, ma la produzione tagliò diverse sequenze. Fra le duemila comparse impiegate nelle scene di battaglia c'è anche il futuro regista Fred Zinnemann. Un remake per la TV nel 1979, "Niente di nuovo sul fronte occidentale" di Delbert Mann, e uno nel 2022, di Ed Berger.

1 febbraio 2020

Il sergente York (Howard Hawks, 1941)

Il sergente York (Sergeant York)
di Howard Hawks – USA 1941
con Gary Cooper, Walter Brennan
**1/2

Visto in divx.

Quando il pacifista Alvin York (Gary Cooper), contadino delle montagne del Tennessee, viene chiamato sotto le armi per andare a combattere in Europa (siamo nel 1916, durante la Grande Guerra), cerca inizialmente di dichiararsi obiettore di coscienza. Ma cambierà idea e si dimostrerà un eroe, sconfiggendo da solo un intero plotone di soldati tedeschi durante l'offensiva sulle Argonne. Ispirato a una storia vera (York è stato uno dei soldati americani più decorati della prima guerra mondiale), un film campione d'incassi che fonde l'ingenuità e la simpatia di un personaggio alla Frank Capra con la retorica e il patriottismo: uscito nelle sale americane in concomitanza con l'attacco di Pearl Harbour, riscosse uno strepitoso successo di pubblico e spinse molti giovani spettatori – almeno così si dice – ad andare ad arruolarsi non appena usciti dal cinema. Cooper, che per prepararsi alla parte si recò in visita alla fattoria del vero Alvin York, dà vita a un personaggio semplice ma ricco di contraddizioni: nella prima parte, interamente dedicata alla vita rurale nel Tennessee, lo vediamo ubriacone, scapestrato e attaccabrighe, per poi mettere la testa a posto per amore della bella Gracie (Joan Leslie), iniziare a lavorare sodo per comprarsi un terreno e seguire gli insegnamenti del pastore locale (Walter Brennan). E in guerra riuscirà a conciliare la sua devozione e il rispetto della vita umana con l'amore per la patria e la difesa della libertà. Un personaggio, come detto, che pare uscito da un film di Capra: il sempliciotto che deve confrontarsi con un mondo esterno ben più complesso di quello in cui ha sempre vissuto (si pensi anche al finale, in cui viene accolto in patria con tutti gli onori e rifiuta le proposte di lavorare come attore o testimonial per tornare invece nella sua terra). Alla sceneggiatura ha contribuito John Huston. Dieci nomination agli Oscar, con due statuette: per Cooper come miglior attore e per il montaggio.

25 gennaio 2020

1917 (Sam Mendes, 2019)

1917 (id.)
di Sam Mendes – GB/USA 2019
con George MacKay, Dean-Charles Chapman
***

Visto al cinema Colosseo.

Nell'aprile del 1917, sul fronte occidentale nel nord della Francia durante la Grande Guerra, due soldati inglesi di fanteria (MacKay e Chapman) vengono incaricati di attraversare la terra di nessuno, apparentemente abbandonata dal nemico, per raggiungere le truppe che stanno per affrontare i tedeschi, ritiratisi oltre la Linea Hindenburg, e consegnare l'ordine di fermare l'attacco prima di cadere in una trappola (i tedeschi stavano mettendo in atto la cosiddetta Operazione Alberico), salvando così le vite di 1600 soldati, compreso il fratello di uno di loro. Ispirato ai racconti del suo nonno paterno Alfred Mendes, che aveva combattuto proprio sul fronte francese, il regista realizza un film epico, emozionante e tecnicamente spettacolare, dove la forma sovrasta la (pur rilevante) sostanza. L'intera pellicola è infatti girata in piano sequenza (a dire il vero con alcuni "montaggi invisibili" realizzati attraverso il digitale, in maniera non dissimile da quanto Iñárritu aveva fatto in "Birdman" e Hitchcock, con metodi invece più tradizionali, in "Nodo alla gola") e si svolge in tempo reale (se si eccettua un periodo di poche ore in cui uno dei personaggi perde conoscenza). Come risultato, lo spettatore si ritrova totalmente immerso nell'azione e partecipa alla missione insieme ai protagonisti, anche se in certe sequenze l'effetto è quasi quello di un videogioco, il che indebolisce un po' la tensione. Per il resto, la guerra appare per tutto quello che ha da offrire: morte, distruzione, desolazione, orrore, fra cadaveri (di uomini e di animali), fattorie e città completamente distrutte, barlumi di umanità residua in mezzo a crudeli carneficine. E l'eroismo non nasce dal compiere imprese eroiche, ma dal fare il proprio dovere e quello che impone la coscienza: i due protagonisti non partono in missione per lanciare un'offensiva ma per fermarla, non per vincere una battaglia ma semplicemente per non perderla (in questo ricorda altre pellicole di guerra recenti, come "Dunkirk" o "Salvate il soldato Ryan", che parlano di ritirate o di limitazione dei danni anziché di trionfi o vittorie campali). Per due volte, fra l'altro, entrambi i soldati hanno la tentazione di mostrare umanità ed empatia verso un soldato nemico, solo per vedere la decisione ritorcersi contro di loro. Per i due interpreti è un vero e proprio tour de force, e specialmente per MacKay, autentico protagonista della vicenda. In piccoli ruoli di ufficiali si riconoscono Colin Firth, Mark Strong e Benedict Cumberbatch. Magnifica la fotografia di Roger Deakins. La pellicola ha vinto il Golden Globe come miglior film drammatico, e ha ricevuto ben dieci candidature agli Oscar (fra cui miglior film, regista, sceneggiatura e fotografia).

17 febbraio 2019

La pattuglia sperduta (John Ford, 1934)

La pattuglia sperduta (The Lost Patrol)
di John Ford – USA 1934
con Victor McLaglen, Boris Karloff
**1/2

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Durante la prima guerra mondiale, una pattuglia di soldati inglesi a cavallo, smarriti nel deserto della Mesopotamia, si rifugia presso un'oasi. Qui vengono presi di mira da cecchini arabi che li uccidono uno a uno. Da un romanzo di Philip MacDonald (già adattato in un film muto britannico del 1929: questo è tecnicamente un remake), una pellicola bellica del tutto particolare, visto che – tranne per una breve scena nel finale – i nemici non appaiono praticamente mai: sono delle presenze minacciose ma invisibili, incombenti forze del destino o della natura come gli indiani di "Ombre rosse": ogni tanto uno dei loro colpi di fucile abbatte uno dei soldati della pattuglia, nel frattempo resi progressivamente più ansiosi (se non addirittura pazzi) dall'assedio, dall'attesa, dal caldo e dai propri fantasmi. Nei tempi morti, il cameratismo, le chiacchiere, il confronto fra le diverse filosofie di vita ci aiutano a conoscere meglio i vari componenti del gruppo, fra cui (oltre al sergente interpretato da Victor McLaglen) spicca Sanders (Boris Karloff), ossessionato dalla religione. Fra gli altri interpreti ci sono Wallace Ford, Reginald Denny, J.M. Kerrigan, Billy Bevan e Alan Hale. Curiosità: il protagonista del film del 1929 era Cyril McLaglen, fratello di Victor. La stessa storia ispirerà il film sovietico "Sangue sulla sabbia", il bellico "Sahara" e il western "Nuvola nera". La colonna sonora di Max Steiner fu candidata all'Oscar.

4 settembre 2018

Wonder Woman (Patty Jenkins, 2017)

Wonder Woman (id.)
di Patty Jenkins – USA 2017
con Gal Gadot, Chris Pine
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Già introdotta nel DC Extended Universe (l'universo cinematografico della DC Comics) nel precedente "Batman v Superman: Dawn of Justice", Wonder Woman, la supereroina per eccellenza (creata nei fumetti negli anni quaranta), è protagonista di una pellicola che ne racconta le origini, svelando anche il retroscena della fotografia – vista nel film precedente – che la ritraeva ai tempi della prima guerra mondiale. Rispetto alla complessità, alla cupezza e all'eccessiva drammaticità degli altri film del DC Universe, qui tutto è più leggero e lineare, ma non è affatto un difetto (anzi, consente di apprezzare la pellicola anche a sé stante, slegata dalla continuity e dai rapporti con gli altri lungometraggi). E l'ambientazione temporale durante la Grande Guerra è quanto meno originale e ben sfruttata. Diana fa parte del mitico popolo delle Amazzoni, donne guerriere che risiedono sull'isola di Themyscira nel Mar Egeo, nascosta al mondo esterno da un incantesimo di Zeus, dove si addestrano al combattimento in attesa dello scontro finale con il loro arcinemico (nientemeno che Ares, dio della guerra). Quando sull'isola, per la prima volta dopo secoli, giungono accidentalmente alcuni uomini, fra cui il soldato americano Steve Trevor (Chris Pine), portando notizie del grande conflitto in corso, la giovane Diana si convince che si tratti dell'opera di Ares. Armata di spada, scudo e del suo laccio magico, decide così – nonostante l'opposizione di sua madre, la regina Ippolita – di seguire Steve nel mondo degli uomini. Parteciperà alle vicende della prima guerra mondiale, affrontando i soldati tedeschi, il terribile Dottor Poison, e soprattutto Ares redivivo, anche se questi le spiegherà che gli uomini si battono e si uccidono per propria scelta, senza alcun bisogno del suo intervento. Osannato negli Stati Uniti come primo film di supereroi "femminista" (si noti come anche la regista sia una donna), in realtà il fatto che la protagonista sia di genere femminile è del tutto incidentale (e ha ragione James Cameron quando osserva un po' polemicamente come il film, a differenza per esempio dei suoi "Aliens" e "Terminator 2", non sia particolarmente innovativo nel rappresentare un'eroina forte ed emancipata). Il vero tema centrale è semmai quello dell'origine del male, della guerra e del libero arbitrio, e da questo punto di vista lo script ha il pregio di non banalizzare l'argomento, pur calandolo in un contesto di divertimento action ed escapista. Nel ruolo dell'eroina, la modella israeliana Gal Gadot convince molto più di quanto non avesse fatto in "Batman v Superman". Il resto del cast è adeguato, con una menzione speciale per il cattivo David Thewlis. Fra le Amazzoni si riconoscono Connie Nielsen (Ippolita) e Robin Wright (Antiope), mentre fra i compagni di missione di Diana e Steve ci sono Saïd Taghmaoui ed Ewen Bremner. Già in cantiere un sequel, ma nel frattempo Wonder Woman è apparsa (al fianco degli altri eroi DC) anche in "Justice League".

15 luglio 2017

Civiltà perduta (James Gray, 2016)

Civiltà perduta (The Lost City of Z)
di James Gray – USA 2016
con Charlie Hunnam, Robert Pattinson
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

All'inizio del Novecento, il maggiore Percy Fawcett dell'esercito britannico (Charlie Hunnam) viene inviato in Amazzonia dalla Royal Geographic Society allo scopo di mappare con precisione il confine fra Bolivia e Brasile, nella speranza di evitare una guerra. Durante la sua missione, l'uomo rinviene tracce di un'antica civiltà proprio nel bel mezzo della foresta inesplorata. E negli anni successivi (la pellicola si svolge nell'arco di tre decenni) organizzerà diverse spedizioni alla ricerca di una supposta città perduta, da lui chiamata "Z". Ostacoli di ogni tipo (indios più o meno ostili, sompagni di viaggio inaffidabili, la natura selvaggia, lo scoppio della Prima Guerra Mondiale che lo vedrà combattere nella battaglia delle Somme) e i legami familiari (a ogni partenza è costretto a lasciare in Inghilterra la moglie Nina e i figli) non fermeranno la sua ossessione e la sua sete di conoscenza: l'ultima spedizione la effettuerà da solo in compagnia del figlio Jack (Tom Holland), ormai cresciuto, e avrà un epilogo inaspettato. Ispirata a una celebre storia vera (la stessa che a suo tempo ispirò "Il mondo perduto" di Arthur Conan Doyle: qui Gray si è rifatto a un libro del giornalista David Grann) e girata con maestria e una regia solidissima e vecchio stile (sembra quasi si trovarsi di fronte a un film del passato!), una pellicola altamente simbolica e metaforica sul tema della ricerca e dei sogni da realizzare. Il protagonista è un coraggioso visionario, che inizia i suoi viaggi spinto dal desiderio di gloria e di ricchezza (sia pure non per motivi egoistici, ma per dare stabilità alla propria famiglia) e diventa man mano un novello Ulisse, disposto ad affrontare rischi e pericoli pur di giungere a una sempre migliore conoscenza. Come tutti i visionari, poi, non ha timore nello sfidare i pregiudizi e le convinzioni di chi lo circonda (come l'opinione arrogante degli occidentali sugli indios "selvaggi"). A tratti risuonano echi di Herzog, favoriti certo anche dall'ambientazione: si pensi ad "Aguirre" (nelle numerose scene sul fiume, nei riferimenti ai Conquistadores e ad Eldorado, nella pazzia che progressivamente si fa strada in alcuni compagni di Fawcett) e a "Fitzcarraldo" (nella scena in cui, all'improvviso e inaspettatamente, nel bel mezzo della giungla si odono le note di un'opera lirica: a proposito, il fatto che si tratti del "Così fan tutte" di Mozart è certo impalusibile storicamente – sarebbe stato più credibile un titolo tardo-ottocentesco – ma evidentemente Gray non ha saputo resistere alla citazione del verso sul medico che "vale un Perù"!). Un film lungo, fluviale, dalla struttura strana e ripetitiva (fatta di false partenze, arresti, nuovi tentativi) e che racconta in fondo ben altro rispetto a quello che apparentemente mostra sullo schermo (il che spiega anche come mai Gray, che finora aveva realizzato soltanto film ambientati a New York e in gran parte in epoca contemporanea, abbia scelto di dirigerlo). La ricerca di Z è tutta interiore, tanto che Fawcett ritrova la città (e la giungla, e gli indios, e la sua stessa famiglia: tutto quello che ha imparato ad amare perché ha saputo accogliere dentro di sé) soprattutto nei ricordi, nei suoi sogni, nei pensieri, a prescindere da dove si trovi (che sia in Inghilterra, in viaggio o nelle trincee durante la guerra). Finale evocativo e sublime, che spiega a suo modo la misteriosa scomparsa dell'esploratore. La colonna sonora, a base di musica classica (fra gli altri Stravinsky, Ravel, Strauss, Beethoven, Bach), si dipana per lo più in sottofondo, spesso appena percettibile. Sienna Miller è la moglie di Fawcett, Robert Pattinson è il suo fedele assistente Henry Costin, Angus Macfadyen è l'infido James Murray. Breve apparizione per Franco Nero (nei panni del Barone de Gondoriz, uno dei signori della gomma).

23 maggio 2017

Incubi (Donner, Holland, Zemeckis, 1992)

Incubi (Two-Fisted Tales)
di Richard Donner, Tom Holland e Robert Zemeckis – USA 1992
con Brad Pitt, Kirk Douglas
**

Visto in divx.

Tre episodi, di generi e ambientazioni diverse, per quello che avrebbe dovuto essere il pilota di una serie televisiva (in stile "I racconti della cripta", di cui sarebbe stato uno spin-off, o "Ai confini della realtà"). Il progetto, però, non si concretizzò mai, e gli episodi furono riciclati proprio all'interno de "I racconti della cripta". Il titolo originale è quello di una serie a fumetti pubblicata negli anni '50 dalla EC Comics, ma nessuno dei tre segmenti è un adattamento di storie apparse in quella testata (i primi due soggetti sono originali, scritti rispettivamente da Frank Darabont e da Randall Jahnson; il terzo – il migliore del lotto – è tratto da una storia di Al Feldstein apparsa su un differente albo della EC). Bill Sadler interpreta il personaggio rude e sarcastico che introduce le vicende, un pistolero sulla sedia a rotelle che irride e insulta ripetutamente gli spettatori. Il primo episodio (il western) è l'unico con venature horror e soprannaturali. Gli altri due (ambientati rispettivamente nel mondo delle corse clandestine su strada e durante la prima guerra mondiale) sono semplicemente thriller con un insolito tema comune, quello dello scontro fra generazioni.

Duello fantasma (Showdown), di Richard Donner (*1/2),
con Neil Giuntoli e David Morse
Nel west, un fuorilegge in fuga da un ranger (che lo ha inseguito attraverso il deserto) lo sfida a duello e apparentemente ha la meglio. Non si rende però conto di essere già morto e di essere diventato un fantasma... Poco originale e significativo, a parte il colpo di scena, l'episodio si salva solo per la fotografia e l'atmosfera.

Corsa verso la morte (King of the Road), di Tom Holland (*1/2),
con Raymond J. Barry e Brad Pitt
Billy, giovane delinquente dalla testa calda, vuole sfidare Iceman, anziano asso del volante che ha abbandonato da anni le corse clandestine per diventare un poliziotto. Per convincerlo a tornare sulla strada, ne seduce e rapisce la figlia Carrie (Michelle Bronson). Inizio intrigante, ma conclusione deludente e scontata. Un Brad Pitt a inizio carriera è già carismatico nel ruolo del bad boy.

L'ultimo coraggio (Yellow), di Robert Zemeckis (**1/2),
con Kirk Douglas ed Eric Douglas
Sul fronte francese, durante la prima guerra mondiale, il generale Calthrob condanna alla fucilazione il proprio figlio Martin, macchiatosi di atti di codardia. Per consentirgli di redimersi, gli chiede di mostrarsi coraggioso davanti al plotone d'esecuzione, promettendogli che le armi saranno caricate a salve... Senza dubbio il migliore dei tre episodi, con un Douglas che – oltre a recitare insieme al suo vero figlio Eric, attore anch'egli ma meno noto del fratellastro Michael – torna su sentieri già battuti in "Orizzonti di gloria". Nel cast anche Lance Henriksen (il sergente) e Dan Aykroyd (il capitano).

21 ottobre 2016

La fine di San Pietroburgo (V. Pudovkin, 1927)

La fine di San Pietroburgo (Konec Sankt-Peterburga)
di Vsevolod Pudovkin – URSS 1927
con Ivan Šuvelev, Aleksandr Ċistjakov
**1/2

Visto su YouTube, con cartelli sottotitolati in inglese.

Spinto dalla fame, un giovane contadino lascia la campagna per cercare lavoro a San Pietroburgo. Qui entrerà in contatto con i rivoluzionari che si ribellano allo sfruttamento degli operai da parte dei padroni delle fabbriche. E nel 1917, dopo aver combattuto nella prima guerra mondiale, parteciperà all'assalto al Palazzo d'Inverno che consegnerà il potere ai soviet. Commissionato per celebrare il decimo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre, "La fine di San Pietroburgo" è il secondo film, dopo "La madre" e prima di "Tempeste sull'Asia", della celebre trilogia di Pudovkin sul tema della presa di coscienza sociale. L'attenzione è decisamente incentrata più sul contesto storico e politico che non sulle vicende individuali del protagonista: come tale, la pellicola affascina visivamente, grazie a immagini potenti e comunicative, all'uso di luci e ombre, e naturalmente al montaggio (l'elemento chiave nel cinema di Pudovkin e in generale in quello sovietico dell'epoca), ma risulta assai semplicistica nella trama, smaccatamente propagandistica, e nella caratterizzazione dei personaggi, che non hanno nemmeno un nome e servono solo a rappresentare delle categorie sociali (le grandi masse vittime del potere, i rivoluzionari che guidano alla libertà, i capitalisti sfruttatori). A restare impressi sono invece scenari e ambienti: la città di San Pietroburgo, all'inizio, è dominata dalla grandiosità delle statue equestri degli zar, dai palazzi, dalle chiese con i tetti d'oro, dai camini da cui esce il fumo delle fabbriche (che si contrappongono ai mulini a vento delle campagne). Il montaggio, come detto, risalta per la sua rapidità in alcune sequenze chiave (l'irruzione nell'ufficio del padrone della fabbrica) o per gli accostamenti (le battaglie al fronte durante la guerra sono intervallate con scene degli uomini d'affari che speculano al mercato azionario). I cartelli riportano frasi, slogan e singole parole a caratteri cubitali. L'ultimo recita: "San Pietroburgo è morta, lunga vita a Leningrado". Ma sarebbe sbagliato bollare il film solo come propagandistico e celebrativo: in Pudovkin l'umanismo non viene mai meno, e lo dimostrano sequenze – più efficaci di qualsiasi slogan – come quella finale, in cui la donna in cerca del marito divide il proprio cibo con i soldati stanchi, affamati o feriti dopo la battaglia. In precedenza, nella rievocazione degli eventi storici, c'era stato spazio anche per un accorato messaggio antibellico (la guerra che devasta le campagna e distrugge le vite "in nome dello zar, della patria e del denaro"; e persino i soldati tedeschi non sono descritti come nemici ma come vittime, a loro volta, degli interessi dei potenti). Il film è stato restaurato nel 1969 con l'aggiunta di una colonna sonora.

20 settembre 2016

Frantz (François Ozon, 2016)

Frantz (id.)
di François Ozon – Francia/Germania 2016
con Paula Beer, Pierre Niney
***

Visto al cinema Arlecchino, con Sabrina, Marisa, Daniela e Federica, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Siamo nel 1919: la prima guerra mondiale si è conclusa da poco, lasciando profonde ferite in tutta Europa. In un villaggio della Germania giunge il giovane francese Adrien per posare fiori sulla tomba di Frantz, soldato tedesco rimasto ucciso al fronte. Anna, l'inconsolabile promessa sposa di Frantz, e i genitori di questi lo accolgono in casa propria, dove Adrien racconta di essere stato amico del ragazzo durante il suo soggiorno a Parigi. E la sua sola presenza riesce a rasserenare gli animi, quasi sostituendo Frantz nel cuore dei suoi cari, tanto che i genitori cominciano a considerarlo come un figlio, e ad auspicare un suo matrimonio con Anna. Ma la verità è ben diversa, e solo Anna ne viene a conoscenza... Fotografato in un elegante bianco e nero (il colore irrompe solo nei momenti dei ricordi – veri o fasulli che siano – e in quei brevi istanti dove la gioia di vivere e la felicità tornano ad avere la meglio sul dolore e il tormento), Ozon rilegge "L'uomo che ho ucciso" (Broken Lullaby), film di Ernst Lubitsch del 1932 (a sua volta tratto da una pièce di Maurice Rostand), costruendo un melodramma antibellico che, gira e rigira, torna sui temi a lui cari dell'ambiguità e del rapporto fra realtà e finzione (con la scrittura, in questo caso le lettere di Anna ai genitori, che contribuisce alla creazione di una realtà immaginaria), con echi talvolta di "Jules e Jim", de "Il nastro bianco" e di "Heimat". Il personaggio di Frantz (a proposito: il nome stesso è un ponte fra i due mondi, quello tedesco e quello francese), sensibile, pacifista, amante dell'arte, torna a rivivere in Adrien, di cui anche Anna non può che innamorarsi, nonostante nasconda un terribile segreto. E proprio l'arte (la musica di Chopin, le poesie di Verlaine, i quadri di Manet), oltre all'amore, fornisce ai personaggi un appiglio per tenerli ancorati al mondo, nonostante gli impulsi di morte. Lo sfondo storico mostra le conseguenze della guerra su entrambi i fronti, il dolore per i caduti, il cieco risentimento verso il "nemico": interessanti a questo proposito le situazioni simmetriche che Adrien e Anna si trovano a vivere quando visitano l'uno il paese dell'altra (vengono visti con sospetto, o con malcelato odio, e sono testimoni del risentimento e dei rigurigiti nazionalisti del "nemico", come nelle scene in cui assistono a inni e canti nelle osterie). Intenso a livello psicologico, forse nella seconda parte il film concede un po' troppo al melodramma, per riprendersi però nel finale. Bravi i due giovani interpreti (Niney sembra un Adrien Brody giovane, e il suo personaggio ha pure lo stesso nome; la Beer ha vinto a Venezia il premio Mastroianni per la miglior attrice emergente). La scena dell'incontro fra Adrien e Frantz nella trincea riporta alla mente la canzone di Fabrizio De Andrè "La guerra di Piero".

31 agosto 2015

Jules e Jim (François Truffaut, 1962)

Jules e Jim (Jules et Jim)
di François Truffaut – Francia 1962
con Jeanne Moreau, Oskar Werner, Henri Serre
****

Rivisto in DVD, con Sabrina.

L'amicizia (e il triangolo amoroso) più famosa della storia del cinema, ambientata negli anni che precedono e che seguono la prima guerra mondiale. Il francese Jim (Henri Serre) e l'austriaco Jules (Oskar Werner), giovani scrittori squattrinati e innamorati della vita, si conoscono per caso nella Parigi del 1912 e si scoprono uniti da una notevole affinità sotto tutti i punti di vista. La loro amicizia attraverserà gli anni della grande guerra (che li vedrà combattere su fronti opposti, nel continuo timore di uccidersi a vicenda) e non sarà scalfitta nemmeno dalla passione che entrambi proveranno per la stessa donna, Catherine (Jeanne Moreau), inafferabile, inquieta e dallo spirito libero. Questa si concederà ora all'uno e ora all'altro (dapprima sposando Jules e poi diventando, con l'approvazione del primo, l'amante di Jim), dando vita a un insolito e scandaloso ménage à trois. "Scandaloso" non tanto nell'ambito della pellicola, che al contrario affronta l'argomento con una leggerezza più innocente che irriverente, quanto per gli spettatori e la società dei primi anni sessanta, fortemente scossa da un film che mostra un amore che andava oltre gli stereotipi e gli stretti confini convenzionali. Oggi è considerato uno dei capisaldi della filmografia di Truffaut così come dell'intera Nouvelle Vague, un movimento che fra le altre cose si proponeva proprio di infrangere il conformismo cinematografico e di esplorare nuove direzioni. Merito di una sceneggiatura dinamica e spigliata, tratta dal romanzo semi-autobiografico di Henri-Pierre Roché, che sin dalle prime battute accompagna le immagini sullo schermo con una narrazione fuori campo "letteraria", schietta e ironica (in grado di condensare in pochi secondi intere sequenze che avrebbero comportato difficoltà o richiesto troppi compromessi per essere girate); della regia fluida e multiforme di un Truffaut che occasionalmente sperimenta con riquadri, fermo immagine, panoramiche, carrelli e spezzoni di cinegiornali; e dell'interpretazione, su tutti, di una Jeanne Moreau indimenticabile, enigmatica e solare al tempo stesso, sfuggente e sensuale, oggetto del desiderio ma anche motore primo della vicenda. La quale è raccontata sì con linearità ma anche punteggiata da cruciali snodi narrativi che sembrano quasi delle sliding doors (il mancato appuntamento al caffé, lo scambio di lettere "sfasato", la gita nel bosco). Ma non bisogna dimenticare la lunga ed elaborata colonna sonora di Georges Delerue, impreziosita dalla canzone "Le tourbillon", che la stessa Moreau canta in una delle scene più celebri, accompagnata alla chitarra dall'autore Serge Rezvani (alias Cyrus Bassiak).

La pellicola si apre con i versi "M’hai detto 'ti amo', ti dissi 'aspetta'. Stavo per dirti 'eccomi', tu m’hai detto 'vattene'...", che mettono subito in chiaro come non si tratterà di una storia d'amore tradizionale, e prosegue illustrando l'amicizia fra Jules e Jim, rappresentanti di due grandi paesi europei che a breve si sarebbero rivolti l'uno contro l'altro con le armi. I due giovani, invece, si scoprono in piena sintonia (la comparsa a più riprese, in seguito, del libro di Goethe "Le affinità elettive" sottolinea il concetto, includendo anche Catherine nel rapporto). Uniti dall'amore per la letteratura e la musica, e "dall'avversione per il denaro", ma anche diversi fra loro sotto molti punti di vista, a partire dai rapporti con le donne (e le contraddizioni, paraddossalmente, non fanno altro che esaltarne l'armonia), fra una partita a domino e un incontro di boxe francese discutono di amore, arte, amicizia, guerra e morte. La comparsa di Catherine non mette a repentaglio la loro amicizia, anzi la allarga. Sin dalla prima uscita in tre, ci si accorge che insieme possono dar vita a momenti memorabili (la sequenza in cui la ragazza si "traveste" da uomo, con coppola e baffi finti, prima di sfidare i due amici a una gara di corsa sulla passerella; e poi, quella dell'improvviso tuffo nella Senna, che naturalmente preannuncia l'altro tuffo, nel finale). Se il titolo del film rende omaggio ai due uomini, è in realtà Catherine il centro nevralgico della pellicola. Non a caso, proprio dalla bocca della ragazza escono le frasi che illustrano la filosofia e l'evoluzione del loro rapporto: dapprima afferma che "in una coppia in fondo basta che solo uno dei due sia fedele", e più tardi addirittura che "in amore la coppia non è affatto l'ideale". Una filosofia di cui il film celebra la libertà ma anche il fallimento, visto come ogni momento di felicità è destinato a durare per poco. Catherine è infatti perennemente insoddisfatta, incapace di fermarsi e di godersi quello che ha. Forse a ragione: man mano che gli anni passano, se l'amicizia fra Jules e Jim non ha cedimenti, quella fra i paesi che rappresentano comincia a vacillare: nei cinegiornali si mostrano i primi roghi di libri, e si comincia a respirare l'odore di una nuova guerra. E allora, meglio farla finita prima che cominci un nuovo e più pesante conflitto. Il finale tragico, che può sembrare improvviso, era in fondo inevitabile, oltre che prefigurato più volte (oltre al primo tuffo, si pensi anche alla scena con la pistola). Nonostante gli scandali, la pellicola riscosse grande successo e cementò la fama dell'allora giovane cineasta (Truffaut era solo al terzo film) e della protagonista femminile.

16 aprile 2015

Il padre (Fatih Akin, 2014)

Il padre (The cut)
di Fatih Akin – Germania/Francia/Canada 2014
con Tahar Rahim, Makram Khoury
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno.

L'odissea personale di Nazaret Manoogian (Tahar Rahim), fabbro della comunità armena di Mardil (città oggi nel nord dell'Iran, allora nell'Impero Ottomano) e giovane padre di due gemelle che nel 1915, quando la Turchia entra nella prima guerra mondiale, è costretto ad abbandonare la propria casa e la propria famiglia. Sopravvissuto al genocidio del suo popolo da parte dei soldati ottomani, e dopo aver perso la voce (per via di una ferita alla gola) e la fede in Dio (per aver assistito a troppi orrori), al termine della guerra troverà una nuova ragione di vita nella ricerca delle sue figlie, scampate allo sterminio di cui è rimasto vittima il resto della famiglia. Le loro tracce lo porteranno sempre più lontano: dapprima a Cuba e poi negli Stati Uniti. Il primo film di Akin ambientato nel passato è anche il suo lavoro finora più ambizioso, una coproduzione internazionale che il regista sceglie di dedicare al suo "maestro Martin Scorsese". Attraverso la rappresentazione di un dramma privato (il punto di vista è sempre quello del protagonista, che peraltro, essendo muto, non può condividere con lo spettatore i propri pensieri), illustra quello di un intero popolo (le comunità armene cristiane che abitavano nelle regioni dell'Anatolia orientale), soggetto alla deportazione, all'eliminazione e – per i sopravvissuti – all'esilio e alla diaspora. Dedicare un film a quel massacro, di cui proprio quest'anno cade il centenario e che il cinema in passato ha solo sfiorato (vedi "Il ribelle dell'Anatolia" di Elia Kazan), è sicuramente giusto e importante. Ma artisticamente non tutto funziona al meglio: schiacciata dal peso delle sue (buone) intenzioni, la pellicola scorre sui binari di una sceneggiatura fin troppo lineare, che alterna scene memorabili (da segnalare quella nel campo profughi, in cui Nazaret ritrova la cognata che gli chiede di porre fine alle sue sofferenze, e quella in cui assiste ad Aleppo a una comica di Charlie Chaplin, "Il monello", sequenza che ricorda il finale de "I dimenticati" di Sturges) ad altre più didascaliche o melodrammatiche, all'insegna di un'epica prolissa e retorica da kolossal vecchio stile. Per raccontare gli orrori della crudeltà umana, il regista sceglie la via più facile: li mostra sullo schermo direttamente e senza filtri. E se stragi e massacri colpiscono allo stomaco per il loro realismo, i momenti onirici (in cui la moglie e le figlie di Nazar giungono a dargli conforto) risultano forzati e fuori luogo. Il lungo viaggio di Nazar è punteggiato da una serie di incontri decisivi, a seconda dei casi buoni o cattivi: i tagliagole, il soldato che lo risparmia, i disertori, i beduini, il mercante di sapone (una sorta di Schindler siriano, che ospita i rifugiati nella sua fabbrica), il barbiere cubano, gli operai delle ferrovie, e così via. In positivo, oltre agli scenari di mezzo mondo (dai deserti del medio oriente alle nevi del North Dakota, passando per le strade di Cuba e le paludi della Florida), da segnalare la suggestiva colonna sonora di Alexander Hacke, che fonde musica elettronica e brani popolari della cultura armena. Il titolo originale, che recita "Il taglio", non si riferisce solo alla ferita che rende muto il protagonista, alla sua forzata separazione dalla famiglia e dalla patria, o alla "rottura" con Dio (concetti, questi, che pure "Il padre" potrebbe esprimere), ma anche direttamente al genocidio armeno, una profonda ferita inflitta all'umanità intera. L'attore protagonista si era già visto ne "Il profeta" di Audiard. Alla sceneggiatura c'è anche Mardik Martin, già collaboratore del citato Scorsese. Pur essendo di origine turca, Akin lavora in Germania: altrimenti non avrebbe avuto modo di realizzare un film del genere, visto che la Turchia non riconosce tuttora la reale portata dello sterminio.