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31 dicembre 2021

È stata la mano di Dio (P. Sorrentino, 2021)

È stata la mano di Dio
di Paolo Sorrentino – Italia 2021
con Filippo Scotti, Toni Servillo
***

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

Il giovane Fabio "Fabietto" Schisa (Filippo Scotti) cresce nella Napoli degli anni Ottanta, in preda al fermento per l'arrivo di Diego Armando Maradona nella squadra di calcio locale. Ma la tragedia che si abbatte sulla sua famiglia, con la morte accidentale e improvvisa di entrambi i genitori (Toni Servillo e Teresa Saponangelo), lo costringerà a maturare in fretta, accelerando il suo desiderio di diventare regista cinematografico. Nonostante i consueti tocchi "surreali" (l'incipit con San Gennaro e il "Monacello", la sorella perennemente in bagno) e i personaggi a volte sopra le righe (zii, parenti, vicini di casa), la pellicola è la più intima, realistica e autobiografica fra tutte quelle del regista: Fabietto è infatti lo stesso Paolo Sorrentino, e le circostanze della morte dei genitori sono quelle veramente accadute quando lui aveva solo 16 anni, compreso il fatto che a salvarlo, indirettamente, è stato proprio Maradona ("la mano di Dio", appunto, dal soprannome per il gol di mano segnato all'Inghilterra durante i Mondiali del 1986). Per assistere a una sua partita, infatti, il ragazzo non aveva seguito la famiglia nella casa di montagna a Roccaraso, dove una fuga di gas ha causato la tragedia. La Napoli di quell'epoca è ricostruita con calore, nostalgia e affetto, almeno nella prima parte del film, ricca di sorrisi, giochi e scherzi (anche quando mette in scena i battibecchi, le crisi in famiglia o i primi turbamenti sessuali); la seconda parte si fa inevitabilmente più amara e cupa, ma sfocia nel "confronto" con il regista Antonio Capuano (Ciro Capano) che gli consiglia di raccontare sé stesso e la sua città (consiglio che Fabio inizialmente non seguirà: e sembra quasi che Sorrentino, con questo film, abbia finalmente voluto tornare sui suoi passi e assecondare quel suggerimento dopo molti anni). A interessare Fabio, in verità, non è tanto l'amore per il cinema in sé (afferma di aver visto pochissimi film, e per l'intera pellicola cerca di guardare "C'era una volta in America" di Sergio Leone, di cui ha una videocassetta, senza riuscirci), quanto il fatto che il cinema "ti distrae dalla realtà, che è scadente". Curioso che una simile affermazione venga fatta proprio nel film di Sorrentino meno astratto e più legato proprio alla realtà, per quanto trasfigurata dalla memoria: se lo stile è simile ai lavori precedenti, con grande cura nelle scenografie, nelle immagini, nella descrizione di un mondo al tempo stesso decadente (la vecchiaia e la malattia di molti personaggi che circondano il protagonista) e ricco di spunti e potenzialità (l'arte, il cinema, le passioni), nel complesso il film appare per forza di cose più personale, sofferto e dunque sincero rispetto, per esempio, alle pellicole su Andreotti o Berlusconi. Il cast comprende Marlon Joubert (il fratello maggiore Marchino), Luisa Ranieri (la zia ninfomane Patrizia), Betti Pedrazzi: (la baronessa), Biagio Manna (l'amico contrabbandiere Armando), e ancora Massimiliano Gallo, Roberto De Francesco, Renato Carpentieri, Dora Romano. Musiche di Lele Marchitelli. La canzone sui titoli di coda (con le scritte naturalmente in azzurro) è "Napule è" di Pino Daniele.

14 maggio 2020

5 è il numero perfetto (Igort, 2019)

5 è il numero perfetto
di Igort – Italia 2019
con Toni Servillo, Carlo Buccirosso
**

Visto in TV.

In una Napoli buia, piovosa e diroccata, l'anziano "guappo" Peppino Lo Cicero (Toni Servillo con un naso finto), sicario in pensione, riprende in mano le armi e scatena una guerra fra bande per vendicare il figlio Nino (Lorenzo Lancellotti), tradito dal boss per cui lavorava. Al suo fianco l'amico di sempre, Totò o' Macellaio (Carlo Buccirosso), e l'ex amante Rita (Valeria Golino). All'esordio come regista cinematografico, il fumettista Igort (Igor Tuveri) porta sullo schermo una delle sue graphic novel di maggior successo, una storia di tradimenti, vendette e rappresaglie ambientata negli anni Settanta, con una trama fortemente debitrice ai classici del noir e alle pellicole di arti marziali dell'estremo oriente (con citazione esplicita: il protagonista va al cinema a vedere "Cinque dita di violenza"). Se i temi sono già visti e rivisti mille volte, la forma è però (post-)moderna, con divisione (piuttosto pretestuosa, a dire il vero) in capitoletti e un forte sbilanciamento sul versante stilizzato ed estetico (la fotografia è di Nicolaj Brüel): non c'è da stupirsi, dopotutto, vista l'origine fumettistica. Purtroppo i difetti di scrittura sono notevoli: non tanto per la poca originalità della trama (su canovacci simili c'è chi ha realizzato dei capolavori, Melville, Woo e Kitano in primis) o della stessa forma-fumetto (da "Sin City" e "The Spirit"), quanto per la debole caratterizzazione dei personaggi che gravitano attorno al protagonista (quello interpretato dalla Golino, per esempio, è fondamentalmente inutile), per non parlare di elementi che sembrano scollegati l'uno dall'altro (come l'aneddoto che dà il titolo alla pellicola), una generale confusione narrativa e un colpo di scena poco sensato, che giunge fuori tempo massimo. Non si capisce inoltre perché si mescolino luoghi reali (Napoli) e immaginari (il Parador, fittizio paese del Centro America dove si svolge il finale), e lo stesso vale per i riferimenti culturali (basti pensare ai fumetti citati durante la pellicola: un comic book americano inventato, "L'uomo gatto", è contrapposto ai tascabili neri italiani come "Diabolik" e "Kriminal" per far riflettere sui ruoli degli eroi e dei cattivi nelle rispettive culture). Si salva invece l'ambientazione, finta ma fascinosamente irreale, e il mix di nostalgia e disillusione. Dialoghi spesso inintellegibili, un difetto di quasi tutto il cinema italiano recente.

22 settembre 2019

Il sindaco del rione sanità (M. Martone, 2019)

Il sindaco del rione sanità
di Mario Martone – Italia 2019
con Francesco Di Leva, Massimiliano Gallo
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, Florian e Sabine
(rassegna di Venezia).

Don Antonio Barracano, "uomo d'onore" temuto e rispettato da tutti, elargisce consigli e dispensa a modo suo la giustizia nel sottobosco criminale di Napoli, agendo fuori dalla legge e in favore di coloro che alla legge dello stato non possono fare ricorso, con l'intenzione di ridurre la spirale di odio e di violenza. Ma quando si troverà a dirimere un contrasto insanabile fra un padre e un figlio, la situazione gli sfuggirà di mano. Dopo averla diretta anche sul palcoscenico (da cui provengono praticamente tutti gli interpreti), Martone firma un adattamento cinematografico dell'omonima opera teatrale di Eduardo De Filippo, dandole un taglio moderno con scenografie e attori i cui volti ricordano la serie tv "Gomorra". E proprio la recitazione così caricata, con smorfie e atteggiamenti intimidatori, è il punto debole dell'operazione: non serve a rendere più realistica la vicenda, visto che la struttura dei dialoghi e l'impianto della storia rimangono comunque inequivocabilmente teatrali, e anzi disorienta lo spettatore, che si ritrova continuamente a fare i conti con lo "scarto" fra quello che vede e quello che sente. L'aspetto visivo così "serio" e l'impostazione così aggressiva non rendono peraltro giustizia alle mille sfumature del testo, dove non manca un certo sarcasmo e una sottile ironia dell'assurdo. Anche perché Martone esplicita e mostra sullo schermo molte scene e antefatti che nel testo originale erano soltanto raccontati a parole (una scelta giustificata dall'esigenza di "movimentare" cinematograficamente una storia che a teatro non aveva bisogno di cambi di scena), togliendo un po' di stupore e lasciando meno suggestione all'immaginazione del pubblico. Eliminando l'ultimissima scena del dramma, infine, il film ne capovolge di fatto il messaggio. Impari, naturalmente, anche il confronto espressivo fra Francesco Di Leva e lo stesso Eduardo nella sua versione televisiva del 1964: più che una guida di alta caratura o un'autorità riconosciuta dal popolo che va a chiedergli consiglio, qui il "sindaco" sembra un boss arrogante e distante, che impone dall'alto la sua legge. Complessivamente inutile: la potenza e la bellezza dell'originale si intravede soltanto nelle occasionali scene dei lunghi monologhi. Nel cast anche Massimiliano Gallo, Roberto De Francesco e Salvatore Presutto. Cameo di Ernesto Mahieux.

19 luglio 2019

Così parlò Bellavista (L. De Crescenzo, 1984)

Così parlò Bellavista
di Luciano De Crescenzo – Italia 1984
con Luciano De Crescenzo, Renato Scarpa
***

Visto su Dailymotion, con Sabrina, per ricordare Luciano De Crescenzo.

Il primo film di Luciano De Crescenzo (tratto dal suo stesso romanzo d'esordio, diventato un "caso" di costume) è una collezione di vignette e di episodi di ambientazione napoletana, tenuti insieme da una trama assai esile. Nel condominio dove vive Gennaro Bellavista (De Crescenzo), professore di filosofia in pensione, giunge da Milano il dottor Cazzaniga (Scarpa), nuovo direttore del personale dell'AlfaSud. Per Bellavista, che si diletta a erudire il suo circolo di "discepoli" – fra cui il portiere Salvatore (Benedetto Casillo), il netturbino Saverio (Sergio Solli) e il poeta Luigino (Gerardo Scala) – è l'occasione di mettere alla prova la sua teoria secondo cui gli uomini si dividono fra quelli "d'amore" (che cercano la compagnia e la condivisione) e quelli "di libertà" (che amano la solitudine e l'efficienza), fra epicurei e stoici, fra napoletani e milanesi, insomma. Ma su Cazzaniga, almeno, dovrà ricredersi. Nel frattempo, la sua unica figlia Patrizia (Lorella Morlotti) rimane incinta del fidanzato Giorgio (Geppy Gleijeses), architetto disoccupato. Per tirare avanti, i due provano a gestire il negozio di articoli religiosi dello zio di Giorgio, ma dovranno fare i conti con le richieste della camorra... Diviso in mille rivoli, fra stereotipi (il caffè, il gioco del lotto) e barzellette, situazioni ed episodi che mettono in luce la poesia e la filosofia dei napoletani, le difficoltà della vita moderna (il traffico, gli elettrodomestici) e l'arte di arrangiarsi (più o meno illegalmente), il film corre sul filo del piacere affabulatorio che caratterizza lo spirito partenopeo. Molte scenette si rifanno a situazioni realmente vissute o raccolte da De Crescenzo (per esempio quella del cavalluccio rosso), altre (come il rapporto con il milanese Cazzaniga) sembrano anticipare "Benvenuti al Sud". E nel bene (la capacità di inventarsi lavori dove non ce ne sono, di sapersi godere la vita o di trovare qualcosa di bello e di poetico in ogni cosa) e nel male (la camorra, la burocrazia, la droga, la disoccupazione giovanile), la pellicola è un sincero omaggio alla creatività, alla bellezza di Napoli, alla sua espressività (celebre la scena in cui un pregiudicato dà indicazioni a una passante, usando la mimica delle mani anche se ammanettate). Qualche critico l'ha accusata di guardare troppo al passato (criticando la modernità, vedi le tirate contro i "giovani d'oggi"), ma è lo stesso amore per le tradizioni e i riti (collettivi e familiari) della napoletanità che si ritrova per esempio nelle commedie di Eduardo De Filippo, cui senza dubbio si ispira. Frase cult: "Si è sempre meridionali di qualcuno". Il titolo è un'ovvia citazione di Nietzsche ("Così parlò Zarathustra"). Fra i tantissimi attori, molti dei quali provenienti dal teatro o dal cabaret, ci sono anche Tommaso Bianco (il tassista), Isa Danieli (la moglie di Bellavista), Marina Confalone (la domestica), Francesco De Rosa (il venditore di bare), Renato Rutigliano, Riccardo Pazzaglia, Gino Maringola, Antonio Allocca, Nunzio Gallo. Con un seguito, "Il mistero di Bellavista", uscito l'anno seguente.

20 giugno 2019

Colpo in canna (Fernando Di Leo, 1975)

Colpo in canna
di Fernando Di Leo – Italia 1975
con Ursula Andress, Marc Porel
*1/2

Visto in TV.

Appena atterrata a Napoli, l'hostess americana Nora Green (Ursula Andress) rimane coinvolta in una faida tra due bande rivali di trafficanti di droga, capeggiate rispettivamente da Silvera (Woody Strode) e Don Calò (Aldo Giuffré). Ad aiutarla ci sono però l'acrobata circense Manuel (Marc Porel) e l'imbranato commissario di polizia Calogero (Lino Banfi). La trama non è forse così lontana da quella di altri noir o poliziotteschi firmati da Fernando Di Leo, ma gli sviluppi e soprattutto i toni della vicenda sono invece tipici della commedia sexy all'italiana di quegli anni, anche in virtù della presenza della Andress (che si mostra generosamente nuda in molte scene) e di comprimari come Banfi (in un doppio ruolo: oltre al commissario è anche un tassista) e Jimmy il fenomeno. In effetti, il mix di registri fra comico e azione spiazza continuamente: passiamo da momenti e situazioni "serie" (o che vorrebbero esserlo) ad altre da farsa totale, con scazzottate alla Bud Spencer (micidiale e interminabile quella finale al Luna Park), scenette comico-demenziali, personaggi macchiettistici dalla caratterizzazione basilare. Quanto alla trama, l'impressione è che venisse inventata man mano che si andava avanti a girare: si spiegano così i colpi di scena gratuiti e le false identità di molti personaggi. Solo in Italia negli anni settanta si producevano film così (magari anche a Hong Kong nei decenni successivi, via!). Peccato che le gag non facciano praticamente mai ridere, altrimenti il film avrebbe anche i suoi pregi nell'essere così assurdo da travalicare (quasi) i propri difetti. Nel cast anche Maurizio Arena (il finto prete), Isabella Biagini, Rosario Borelli e Carla Brait. Musica di Luis Bacalov.

13 novembre 2017

Addio fottuti musi verdi (F. Ebbasta, 2017)

AFMV - Addio fottuti musi verdi
di Francesco Ebbasta – Italia 2017
con Ciro Priello, Fabio Balsamo
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Monica, Roberto ed Elena.

Il napoletano Ciro (Priello), grafico pubblicitario e laureato in comunicazione, fatica a trovare un lavoro fisso e si barcamena come può fra incarichi saltuari e malpagati per committenti arroganti, lavoretti in friggitoria per sbarcare il lunario, e l'inevitabile dipendenza dalla madre. Ciò nonostante non intende seguire il consiglio di Matilda (Beatrice Arnera), quello di lasciare il paese per andare a lavorare all'estero. Per assecondare l'amico Fabio (Balsamo), nerd e grande appassionato della serie fantascientifica "Addio fottuti musi verdi", Ciro partecipa a un concorso e invia il suo curriculum "nello spazio": con sua grande sorpresa verrà contattato da un'astronave aliena, che orbita intorno alla Terra, e assunto dagli extraterrestri per rinnovare il loro logo... Il primo film cinematografico del collettivo di youtubers The Jackal è al tempo stesso una pellicola di fantascienza comica e una satira sulla "fuga dei cervelli". Il divertimento non manca di certo, con gag demenziali e situazioni ricolme di italianità che non si limitano a scimmiottare quelle dei prodotti anglosassoni equivalenti ma le reinventano con ironia e attenzione al vissuto sociale (soprattutto sul mondo del lavoro, ma anche sui tanti cliché dell'ambientazione napoletana, dalla pizza al caffé, dai parcheggiatori abusivi ai video sui matrimoni): un'operazione simile, se vogliamo, al romano "Lo chiamavano Jeeg Robot" di Gabriele Mainetti, anche se questo è più grezzo ma fa decisamente più ridere. Al di là della satira sociale, gli appassionati di SF troveranno di che divertirsi, con scene d'azione e strizzatine d'occhio a opere come "La guida galattica per autostoppisti" di Douglas Adams (gli alieni intendono distruggere la Terra se i suoi abitanti non pagheranno le bollette arretrate per l'uso di energia solare) e non solo. Cameo a sorpresa per Gigi D'Alessio, che rivela di essere sempre stato un alieno. Roberto Zibetti è Brandon, il capo degli extraterrestri. Il regista all'anagrafe si chiama Francesco Capaldo.

21 settembre 2017

Gatta Cenerentola (Alessandro Rak, 2017)

Gatta Cenerentola
di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone – Italia 2017
animazione tradizionale
***

Visto al cinema Anteo, con Sabrina (rassegna di Venezia).

Questo film d'animazione (per adulti) è un'originale rilettura della fiaba omonima di Giambattista Basile (una delle tante versioni, precedente anche a quella di Perrault, di un motivo popolare e diffuso in tutto il mondo). La classica storia di Cenerentola si fonde con un'ambientazione napoletana "fuori dal tempo", che presenta al tempo stesso atmosfere retrò (gli abiti, le acconciature) e fantascientifiche (il meraviglioso setting nella nave iper-tecnologica, dove le continue apparizioni di ologrammi simboleggiano i ricordi e il passato che riaffiora). Il mix di trama fiabesca, dramma familiare, thriller poliziesco (ci sono gangster e detective) e riflessione sulla tecnologia, stranamente, funziona alla grande: così come risultano ben dosate l'animazione (in rotoscope?) e l'uso delle canzoni. I personaggi interpretano ruoli trasfigurati (il Re, la Regina, il Principe), e molti di quelli che dovrebbero essere "secondari" (si pensi alla matrigna o anche al re cattivo) sono più approfonditi e caratterizzati psicologicamente della protagonista stessa. Alcune variazioni della storia come la conosciamo dalle tante rappresentazioni che abbiamo visto al cinema o al teatro, per esempio il fatto che le sorellastre siano sei, provengono in realtà proprio dalla versione di Basile. Rak e compagni ci aggiungono tocchi e sfumature personali (una delle sorellastre è un maschio) e temi "moderni" (la malavita e il traffico di droga, il degrado di Napoli, le opportunità perdute). Ottima la confezione; un deciso passo in avanti rispetto al precedente lavoro di Rak, "L'arte della felicità", che non aveva lo stesso spessore. Fra i doppiatori: Massimiliano Gallo, Maria Pia Calzone, Alessandro Gassman. Al lungometraggio era abbinato un corto, "Simposio suino in re minore", dai toni miyazakiani (maiali parlanti, case che camminano), opera di Francesco Filippini.

23 settembre 2015

Per amor vostro (Giuseppe M. Gaudino, 2015)

Per amor vostro
di Giuseppe M. Gaudino – Italia 2015
con Valeria Golino, Massimiliano Gallo
*1/2

Visto al cinema Arlecchino (rassegna di Venezia).

La napoletana Anna ha una vita difficile, barcamenandosi fra il lavoro (scrivere e reggere i cartelli per il "gobbo" in una telenovela prodotta in tv), i tre figli (il primo dei quali è sordomuto), i problemi economici dei genitori, e un marito violento e delinquente che si guadagna da vivere con un giro di usura. Le pressioni sociali, familiari e lavorative cominciano a essere tante: i vicini e gli inquilini dello stabile dove abita le mostrano ostilità per le attività del marito; un collega la accusa di averle rubato il posto; l'attore protagonista della telenovela le fa avances alle quali lei non è così insensibile... In mezzo a tutto questo, la donna è una vittima, ignava e sottomessa: ma troverà la forza per ribellarsi, affrontando finalmente anche le proprie paure (simboleggiate dalla tempesta che sconvolge il mare fuori dal suo balcone). Secondo lungometraggio di finzione (a quasi vent'anni di distanza dal primo, "Giro di lune tra terra e mare") per un regista che solitamente fa documentari: qui usa uno stile spurio, mescolando un bianco e nero da film neorealista a inserti colorati e animati da video-arte piuttosto kitsch, per lo più legati al passato di Anna, alla sua personalità, alle emozioni più profonde e alla metafora religiosa che la mostra come una martire e poi una santa in una serie di immagini votive elaborate in post-produzione. Ma la combinazione fra sceneggiata napoletana (tante le "scene madri") e lo stile pretenzioso non sempre risulta piacevole, eccedendo in più direzioni, puntando al sensazionalismo, abusando della pazienza del pubblico e lasciandosi tentare da una lettura moraleggiante. Al punto da far sembrare quasi un peccato che la buona prova della Golino (vincitrice a Venezia della Coppa Volpi) sia sovrastata da tutto questo: in un film che avesse lavorato invece per "sottrazione", per esempio, l'attrice sarebbe stata ben più splendente. Nel finale, inutili spiegoni (come il telegiornale che racconta quello che si era già visto e capito) e una capziosa giustificazione del titolo (Anna, rivolgendosi ai figli, dice "L'ho fatto per amor vostro"). Fondamentali le canzoni, scritte dallo stesso regista e composte da Sergio De Vito.

12 gennaio 2015

Le mani sulla città (Francesco Rosi, 1963)

Le mani sulla città
di Francesco Rosi – Italia 1963
con Rod Steiger, Carlo Fermariello
***

Visto in divx, per ricordare Francesco Rosi.

Il crollo di una palazzina in un quartiere povero di una grande città del Sud (siamo a Napoli, anche se non viene quasi mai citata espressamente) è la scintilla che fa scoppiare uno scandalo edilizio di grandi proporzioni, in cui costruttori senza scrupoli approfittano dei loro appoggi politici per far cambiare i piani regolatori, acquistare a poco presso terreni pubblici destinati ad altri usi, e spingere l'urbanizzazione del territorio nelle direzioni a loro più favorevoli. Uno dei primi e dei più famosi lungometraggi di denuncia sociale del cosiddetto "cinema impegnato" italiano: come recita la didascalia finale, "i personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari; è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce". Nel corso della pellicola vediamo come una commissione d'inchiesta, istituita senza troppa convinzione dal consiglio comunale su richiesta delle opposizioni (e solo perché siamo sotto elezioni), porti alla luce – nonostante i molti tentativi di insabbiamento – una rete di complicità e interessi fra costruttori edili, rappresentanti politici e istituzioni. Ma il "palazzinaro" in questione, Edoardo Nottola (uno Steiger al suo primo film italiano, doppiato da Aldo Giuffré), saprà tirarsi fuori dallo scandalo addirittura presentandosi alle elezioni e facendosi eleggere come assessore (dopo aver cambiato partito e aver "sacrificato" persino il figlio). Il film si conclude con l'inaugurazione dei nuovi appalti edilizi di cui si era parlato all'inizio della pellicola: i "cattivi" hanno vinto. A parte un pugno di attori professionisti (Salvo Randone, Guido Alberti, Angelo D'Alessandro), la maggior parte degli interpreti è costituita da veri giornalisti o sindacalisti dell'epoca (compreso Carlo Fermariello, in seguito senatore, nei panni dell'agguerrito consigliere di sinistra De Vita). Forse un po' demagogico, e con i limiti del film a tesi che non nasconde da che parte politica vuole stare, ma anche coraggioso per l'epoca nel denunciare una classe imprenditoriale interessata solo ai soldi ("Questo è l’oro, oggi", spiega Nottola parlando dell'edilizia) e una classe politica che pone la conquista del potere al di sopra di ogni questione morale ("In politica l'indignazione non serve a niente. L'unico grave peccato è quello di essere sconfitti alle elezioni"). Leone d'Oro al Festival di Venezia, nonostante le inevitabili polemiche.

8 gennaio 2015

Pensavo fosse amore... invece era un calesse (M. Troisi, 1991)

Pensavo fosse amore... invece era un calesse
di Massimo Troisi – Italia 1991
con Massimo Troisi, Francesca Neri
**

Visto in divx, con Sabrina.

Alla vigilia del matrimonio con Cecilia (Neri), dopo due anni di fidanzamento, Tommaso (Troisi) viene improvvisamente lasciato dalla capricciosa ragazza. Non se ne farà una ragione e cercherà in ogni modo di riconquistarne l'amore, anche ricorrendo a una "fattucchiera". Alla fine Cecilia, che nel frattempo si era messa con l'esuberante Enea (Marco Messeri), tornerà da lui e sarà pronta a sposarlo. Ma a questo punto sarà Tommaso ad accorgersi di non amarla più come una volta... Il quarto e ultimo film diretto e interpretato da Troisi (quinto se contiamo anche "Non ci resta che piangere", realizzato in coppia con Roberto Benigni) ruota tutto intorno all'amore, sentimento difficile da definire e da comprendere. Amedeo (Angelo Orlando), l'amico libraio ultrareligioso di Tommaso, ha addirittura il compito di scrivere una breve "dispensa" sull'argomento, trovando non poche difficoltà, mentre attorno alla vicenda principale si dipanano diverse trame secondarie relative ad amici che si lasciano (Giorgio e Flora), che cominciano nuove relazioni (lo stesso Amedeo, proprio con Flora), che si fidanzano (il giovane pescatore, consigliato da Tommaso di ispirarsi a Shakespeare per convincere il riottoso padre di lei), che sperimentano (l'adolescente Chiara, sorella di Amedeo, che ricorre addirittura al veleno o al voodoo pur di legare a sé i vari uomini di cui si innamora),che ignorano le differenze di età (oltre a Chiara, c'è la madre di Cecilia, che si fidanza sempre con uomini più giovani di lei). Non a caso, visto il tema, il ristorante gestito da Tommaso si chiama "Giulietta e Romeo". E l'amore, lungi dall'essere descritto come uno stato idilliaco, mette in mostra anche le sue altre facce: i bisticci, le gelosie, le incomprensioni, i ricatti, i tradimenti... Ma di fronte a un argomento tanto vasto, il film non riesce ad andare oltre la banalità e nel complesso è il meno bello e memorabile fra tutti i lavori di Troisi, quello che fa meno ridere (le gag o semplicemente le frasi da ricordare si contano sulle dita di una mano: "Perché siete tutti così sinceri con me? Che cosa vi ho fatto di male?") o riflettere. Preziosa, come sempre, l'ambientazione napoletana (qui, in particolare, siamo nel Borgo Marinari, accanto a Castel dell'Ovo). Musiche (con la canzone "Quando") di Pino Daniele. Metaforico l'incipit (la rottura della statua che rappresenta uno sposo) come il finale (con il bar pieno di coppie felici, oltre a Tommaso che siede a un tavolo da solo). Quanto al significato di quel "calesse" nel titolo, lo stesso Troisi lo ha spiegato in un'intervista: «Perché calesse?... Per spiegare al meglio la delusione di un qualcosa le cui aspettative non sono state mantenute poteva essere usato un qualsiasi altro oggetto, una sedia o un tavolo, che si contrappone come oggetto materiale all'amore spirituale che non c'è più. Mi piaceva e poi si possono trovare tante cose con il calesse: si va piano, si va in uno, si va in due, ci sta pure il cavallo... Quando non è più amore ma "calesse", bisogna avere il coraggio della fine, piano piano, con dolcezza, senza fare male... Ci vuole lo stesso impegno e la stessa intensità dell'inizio. Le storie d'amore non mancano mai nei film, quindi farne un'altra mi sembrava una cosa né stupida, né eccezionale ma raccontata in questi termini mi incuriosiva».

24 giugno 2014

L'imbalsamatore (Matteo Garrone, 2002)

L'imbalsamatore
di Matteo Garrone – Italia 2002
con Ernesto Mahieux, Valerio Foglia Manzillo
***

Rivisto in DVD, con Eleonora, Marco, Paola, Costanza, Giovanni e Rachele.

Il tassidermista Peppino Profeta, nano e gay represso, assume come apprendista il prestante Valerio, verso il quale manifesta un'attrazione ossessiva. Lo prende sotto la propria ala protettiva, lo riempie di attenzioni e lo ospita persino in casa sua. Ma quando Valerio decide di fidanzarsi con Deborah, una ragazza conosciuta durante una trasferta a Cremona (dove Peppino si era recato per compiere un "lavoretto" per conto della Camorra), le cose si complicheranno. Ispirato a una vicenda di cronaca nera (avvenuta a Roma nel 1990), un thriller psicologico avvincente e inquietante, che si appoggia su un personaggio (quello di Peppino) sfaccettato e ottimamente caratterizzato, "al di là del bene e del male" con i suoi complessi, le sue pulsioni, i suoi tormenti. Basti pensare alle serate con le donnine che organizza pur di stare in compagnia di Valerio, verso il quale, nonostante la propria apparente schiettezza, non ha mai il coraggio di dichiarare i propri sentimenti. Lo stesso lavoro che svolge, quello appunto dell'imbalsamatore, può essere letto come una metafora: la conservazione (sotto formalina?) dei sentimenti e delle emozioni, in un sottile confine a metà fra la vita e la morte. L'atmosfera generale della pellicola (cui giova la fotografia di Marco Onorato) e la parlata napoletana, con il suo tono "normalizzante", donano un ulteriore strato di ambiguità e di inquietudine alla tensione che si respira senza un attimo di tregua. È anche il film con cui Garrone, dopo i primi lavori – peraltro non certo trascurabili: vedi "Estate romana" – raggiunse il successo di critica (vinse, fra le altre cose, il David di Donatello per la miglior sceneggiatura e quello per il miglior attore). Regia, ritmo e montaggio, d'altronde, mostrano dalle prime sequenze che si tratta di un prodotto di qualità superiore alla media del cinema italiano: e negli anni seguenti Garrone dimostrerà di essere, insieme con Paolo Sorrentino, il più promettente dei nuovi talenti nostrani. Girato a Castel Volturno (nella frazione abusiva del Villaggio Coppola) e a Cremona. Oltre all'eccezionale Ernesto Mahieux nei panni di Peppino, il trio di protagonisti è completato dall'esordiente ex-modello Valerio Foglia Manzillo e da Elisabetta Rocchetti. Musiche della Banda Osiris.

22 settembre 2013

L'arte della felicità (Alessandro Rak, 2013)

L'arte della felicità
di Alessandro Rak – Italia 2013
animazione tradizionale
**

Visto al cinema Apollo, con Sabrina (rassegna di Venezia).

Sergio, un tempo musicista insieme al fratello Alfredo (i due suonavano rispettivamente il piano e il violino), è diventato ora un tassista che vaga per le strade di una Napoli perennemente sommersa dalla pioggia e infestata da montagne di spazzatura. L'aver rinunciato alla musica è stato il suo modo di reagire alla decisione del fratello di trasferirsi in Nepal per vivere in un monastero buddista. E alla notizia dell'improvvisa morte di Alfredo, si chiude ancora di più in sé stesso, trascorrendo tutto il suo tempo nel taxi, senza nemmeno tornare a casa a dormire. Ma qualcosa cambierà... Film d'animazione italiano dai toni filosofici ed esistenzialisti, che intende far riflettere sul significato della vita (con forti rimandi alle teorie orientali della reincarnazione e dei cicli di morte e rinascita), sull'importanza dei legami familiari, sul caso e sulle opportunità. Francamente, le ambizioni si risolvono in gran parte in "fuffa", e se non fosse stata realizzata a cartoni animati sarebbe una pellicola dalla visione quasi insostenibile. I disegni, invece, riescono a rendere in parte accettabile l'insolita commistione fra la filosofia orientale e la realtà napoletana (per sua natura altrettanto "filosofica") e la leggera scorrevolezza con cui l'autore – al suo esordio – riesce a portare avanti il discorso. L'animazione "povera", ma ricca di dettagli, è però forse l'unico punto a favore di una pellicola che si snoda confusamente fra passato e presente, fra le lunghe conversazioni di Sergio con i suoi passeggeri (dall'ingegnere che ricicla rifiuti al dj di una trasmissione radiofonica dai toni apocalittici), i rimpianti per il passato e la sfiducia verso il futuro, da cui sgorga la consapevolezza dell'importanza di vivere pienamente il presente. Il tutto in una Napoli che viene mostrata come degradata ma ricca di potenzialità, al tempo stesso assai concreta e metafora universale di tutto il paese, se non di tutto il mondo. Visto il contesto (si parla di musicisti), delude parecchio la colonna sonora.

10 luglio 2013

No grazie, il caffè mi rende nervoso (L. Gasparini, 1982)

No grazie, il caffè mi rende nervoso
di Lodovico Gasparini – Italia 1982
con Lello Arena, Maddalena Crippa
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

I preparativi per l'allestimento del primo "Festival Nuova Napoli" scatenano l'ira di un misterioso individuo che si dice contrario a ogni forma di rinnovamento della classica cultura partenopea. Firmandosi "Funiculì Funicolà" e rivendicando l'amore per le tradizioni e tutti gli elementi simbolo di Napoli (la pizza, il sole, il mare, il mandolino...), il maniaco compie una serie di attentati ai danni del Festival e degli artisti che sono stati invitati a parteciparvi (fra cui il sassofonista James Senese e l'attore Massimo Troisi, che recitano nei panni di sé stessi). A indagare, oltre alla polizia, ci sono due giornalisti de "Il mattino", il recalcitrante Michele Giuffrida (Arena) e l'esuberante Lisa Sole (Crippa). Ma le loro ricerche sono ostacolate anche dai complotti di una banda di contrabbandieri. Sceneggiato (da Arena & C.) a partire da un soggetto dello stesso Troisi, è una pellicola dove gli elementi comici e quelli del giallo all'italiana si rincorrono e si intrecciano in maniera non sempre efficace. Se la pretesuosa trama gialla, infatti, salta di palo in frasca e viene risolta in maniera piuttosto artificiosa (anche se il titolo del film, a ben vedere, qualche indizio lo forniva), ben più riusciti sono i siparietti e le scenette comiche, a tratti esilaranti ("No, tu non sparerai..."). Degne di nota, in particolare, le tre lunghe sequenze con Troisi in albergo, al commissariato e dal giornalaio (praticamente dei monologhi), con l'attore che trasferisce su sé stesso tutte le paturnie e le caratteristiche dei suoi personaggi di finzione (all'epoca era apparso in un solo film, "Ricomincio da tre", ma aveva già recitato con successo in teatro, spesso proprio al fianco di Arena). E in generale l'autoironica ambientazione partenopea e l'elevazione della "spalla" Arena al ruolo di protagonista valgono di certo la visione. Poco da dire invece sul regista: a parte questo film d'esordio e il successivo "Italian Fast Food" (con i comici di "Drive In"), ha lavorato esclusivamente per la tv.

22 agosto 2012

Scusate il ritardo (M. Troisi, 1983)

Scusate il ritardo
di Massimo Troisi – Italia 1983
con Massimo Troisi, Giuliana De Sio, Lello Arena
***

Visto in divx, con Sabrina.

Il timido e impacciato Vincenzo (Troisi) si innamora di Anna (De Sio), ex compagna di scuola della sorella Patrizia. Il film segue l’evolversi della loro relazione fra alti e bassi, e parallelamente mostra i tentativi del protagonista di consolare l’amico Tonino (Arena) – reduce a sua volta da una delusione sentimentale – e il suo difficile rapporto con il fratello Alfredo, attore comico di successo. Secondo film di Troisi come regista (dopo “Ricomincio da tre”: il titolo farebbe riferimento proprio al troppo tempo trascorso dall’uscita del lavoro precedente), è costruito attorno a una serie di sequenze a sé stanti che potrebbero essere paragonate a tanti piccoli dialoghi teatrali, e mette in mostra il lato più surreale, malinconico ed esistenzialista della sua comicità, così lontana dallo stereotipo della napoletanità estroversa, solare e scanzonata (soltanto il personaggio interpretato da Lello Arena presenta alcune suggestioni macchiettistiche). Film cult per un’intera generazione, assai amato dalla critica (che lo considera il lavoro migliore dell’artista), abbina a situazioni minimaliste e quotidiane tutta una serie di dialoghi ai limite dell’assurdo, attraverso i quali Troisi riesce a scavare profondamente nell’animo del suo personaggio, facendone risaltare la personalità viva e sfaccettata. Memorabili le discussioni sulla vita di coppia (come nella scena in cui Vincenzo, a letto con Anna, cerca di ascoltare le partite alla radio mentre lei vorrebbe parlare della loro relazione) e le “divagazioni” che Vincenzo intraprende durante i suoi dialoghi con gli altri personaggi (i ricordi della vita scolastica, i cinquanta giorni da “orscacchiotto”, la “madonna che ride”...).

1 giugno 2011

The wholly family (T. Gilliam, 2011)

The wholly family (id.)
di Terry Gilliam – Italia 2011
con Nicolas Connolly, Cristiana Capotondi
**1/2

Visto al cinema Eliseo, con Hiromi.

Una famiglia di turisti americani cammina per le strade e i vicoli di Napoli, dove il bambino rimane talmente affascinato da una statuetta di Pulcinella da rubarla quando i genitori si rifiutano di comprargliela. Di notte la statuetta si animerà, e con l’aiuto di una serie di Pulcinella in carne e ossa lo trasporterà in un viaggio onirico e inquietante fra catacombe, ospedali, ristoranti e sale da ballo. Al risveglio, saprà come riportare la pace fra i litigiosi genitori: e anche la sua famiglia potrà dirsi felice come quelle ritratte dalle figurine del presepe che i venditori espongono per la strada. Parte di una serie di short “sponsorizzati” da una nota marca di pasta per rilanciare l’immagine di Napoli (i film precedenti sono stati realizzati da Pappi Corsicato e Valeria Golino), proiettato nelle sale in abbinamento a "Cirkus Columbia" di Danis Tanovic, questo cortometraggio di 20 minuti può vantare tutta la cattiveria, l’ironia e la visionarietà tipiche di Terry Gilliam. I grotteschi Pulcinella (fra i vari attori spicca Renato De Maria) che offrono piatti su piatti di pasta al piccolo protagonista e che lo guidano in un viaggio notturno alla ricerca dell’armonia famigliare perduta non si dimenticano facilmente. Se nella sequenza del sogno non mancano momenti degni del miglior surrealismo (si pensi al reparto maternità dell’ospedale, con i bambini che nascono dalle uova e il piccolo protagonista che, gettato via dalla madre, va in pezzi come un bambolotto), anche quando ritrae il mondo “reale” l’ex Monty Python non si limita a mostrare gli aspetti più patinati e folcloristici di Napoli ma anche quelli che agli occhi di un inglese o di un americano possono sembrare più sgradevoli o scioccanti (le montagne di spazzatura, l’invadenza anche “fisica” degli abitanti).

4 maggio 2009

L'uomo in più (P. Sorrentino, 2001)

L'uomo in più
di Paolo Sorrentino – Italia 2001
con Toni Servillo, Andrea Renzi
***

Visto in divx, con Marisa.

Storia di due declini paralleli nella Napoli degli anni ottanta. Tony, al secolo Antonio Pisapia, è un popolare cantante di musica leggera (il personaggio è ispirato a Franco Califano) la cui carriera si arresta bruscamente dopo uno scandalo sessuale. Il suo omonimo Antonio Pisapia, invece, è un ex calciatore di Serie A (ispirato ad Agostino Di Bartolomei) che vorrebbe intraprendere la carriera di allenatore ma deve fare i conti con l'ostracismo dell'ambiente e dei suoi ex dirigenti. La pellicola d'esordio di Paolo Sorrentino (anche sceneggiatore) ne segue le rispettive vicissitudini, dall'apice della carriera fino alla caduta nel dimenticatoio con la disperazione che ne consegue, senza mai farli incontrare prima del finale, in un breve attimo che segnerà il destino di entrambi. Diversissimi per personalità (Tony è spavaldo, esuberante, gaudente; Antonio è introverso, timido e razionale), sono di fatto persone indesiderate in una società dove il passato conta fin troppo e il futuro sembra non promettere nulla di buono. Ottima la regia (di Sorrentino mi piace molto come sa integrare la colonna sonora con le immagini) e le interpretazioni, in particolar modo quella di Servillo, bravo anche come cantante: il suo personaggio, cocainomane, amante della buona cucina e soprattutto del pesce, ripudiato dalla propria famiglia e ossessionato dalla scomparsa del fratello in una battuta di pesca subaquea, è l'unico a concedersi nel finale una sorta di amaro riscatto.

18 giugno 2008

Gomorra (Matteo Garrone, 2008)

Gomorra
di Matteo Garrone – Italia 2008
con Toni Servillo, Gianfelice Imparato
***

Visto al cinema Apollo (rassegna di Cannes).

"Gomorra" è la città del peccato, ed è davvero curioso come per assonanza ricordi la parola "camorra". Ispirato dall'omonimo romanzo-saggio di Roberto Saviano (che non ho letto, quindi non mi interessa fare un confronto), il film di Garrone racconta più storie che illustrano – attraverso vicende tragiche e violente – alcuni dei diversi e sfaccettati aspetti del sistema malavitoso che governa interi quartieri di Napoli e della Campania, a volte come un stato parallelo e assistenziale che si preoccupa persino di ridistribuire le proprie ricchezze, a volte trasformandosi una vera e propria industria, e a volte portando la morte e la guerra all'interno dei quartieri periferici e cittadini. A Scampia, per esempio, "la più grande piazza di spaccio in Europa", è in corso una sanguinosa faida fra il clan Di Lauro e gli "scissionisti" che finisce per coinvolgere tutti: anche il giovanissimo Totò (un ragazzino che all'inizio si limitava a consegnare la spesa negli appartamenti) e l'attempato Don Ciro (il cassiere incaricato di portare denaro alle famiglie dei camorristi morti o in galera). In un'altra zona, due giovani delinquenti (Marco e Ciro) si atteggiano a Scarface e sognano di mettersi in proprio e di impadronirsi delle attività nel territorio, ma dovranno fare i conti con il clan che non sopporta le loro iniziative. Pasquale, un semplice sarto esperto di alta moda, accetta invece la proposta di un imprenditore cinese che gli chiede di dare lezioni ai suoi operai: ma la camorra, che controlla anche il traffico delle griffe, non tollera la concorrenza. Infine il tecnico Franco e il giovane apprendista Roberto si occupano dello smaltimento clandestino dei rifiuti tossici provenienti dal nord-est e dall'estero: ma la coscienza di Roberto gli impedirà di proseguire il lavoro. L'estremo realismo delle ambientazioni (i caseggiati, le cave, le spiagge, i locali, le fabbriche, gli interni fatiscenti o barocchi), la recitazione (si va da attori "navigati" come Servillo e Imparato ad altri relativamente poco noti come Salvatore Cantalupo e Carmine Paternoster, fino a giovani come Marco Macor, Ciro Petrone, Salvatore Abbruzzese) e i dialoghi (spesso in dialetto napoletano stretto, che richiedono i sottotitoli in italiano sullo schermo) donano forza e spessore a un film corale che per tutta la sua durata non ha momenti di pausa o di cedimento. Tutti i personaggi sembrano sulla stessa barca, per scelta o meno, anche se fra di loro ci sono estreme differenze: c'è chi si illude che la guerra non lo riguardi, finendo per trovarcisi trascinato dentro (come Don Ciro), chi non ha alternativa perché cresciuto in quell'humus da sempre (Totò), chi non ha scrupoli di contribuire al sistema (Franco), chi ha la forza di uscirne (Roberto), chi non vede al di là del proprio mondo (Marco e Ciro) e chi approfitterà della lezione per farsi un'altra vita (Pasquale). Proprio i personaggi di Pasquale e di Roberto, soprattutto quest'ultimo (il primo in fondo sceglie una più facile fuga), donano al finale della pellicola un briciolo di speranza che contrasta con la tragedia e il pessimismo delle storie del piccolo Totò e delle "teste calde" Marco e Ciro. La regia è funzionale ed essenziale, senza virtuosismi o retorica, e contribuisce a descrivere la "quotidianità" della camorra senza ammantarla di aura epica (lo squallore e il disagio del sistema è chiaramente visibile). Fra le scene che più mi hanno colpito, oltre a quella del rito di iniziazione con il giubbotto antiproiettile, c'è sicuramente la sequenza della cava con i bambini che guidano i camion per seppellire i fusti di rifiuti tossici. Meritato il Grand Prix a Cannes: se fosse arrivata anche la Palma d'Oro credo che nessuno avrebbe avuto da ridire.

Nota: durante la visione, mi chiedevo come Garrone avesse potuto girare il suo film impunemente a Scampia, quando invece lo scrittore Saviano gira con la scorta da oltre un anno proprio a causa del suo libro. Scopro adesso che sarebbe stata proprio la camorra a dare l'assenso alle riprese: "Il cinema per questi individui è una cosa innocua, anzi un modello da seguire" (da Cinema e dintorni).

8 settembre 2006

L'udienza è aperta (V. Marra, 2006)

L'udienza è aperta
di Vincenzo Marra – Italia 2006
con Pietro Lignola, Elena Giordano, Alfonso Martucci
**1/2

Visto al cinema Plinius (rassegna di Venezia)

Un documentario su uno dei tanti processi di camorra che si svolgono ogni anno a Napoli. Il regista, come spiega l'inutile didascalia introduttiva, sceglie però di non occuparsi degli imputati o del caso giudiziario in sé ma di interessarsi a tre personaggi coinvolti nel processo: un giudice della corte d'appello, il suo giudice a latere e l'avvocato penalista che difende uno degli imputati. I tre vengono seguiti sia durante il loro lavoro sia in momenti della vita privata, nel corso della quale manifestano idee e opinioni più o meno condivisibili su argomenti di ogni genere. Il regista non li giudica, anzi ci permette di osservarne le diverse sfaccettature con neutralità. Quella che ne è esce male, invece, è l'immagine della giustizia italiana. Di fronte alla superficialità e all'approssimazione dell'organizzazione dei processi, dove bisogna consultare faldoni di scartoffie per ritrovare un documento o un numero telefonico, dove ogni minimo dettaglio burocratico è fonte di intoppi e di rinvii, dove non si discute mai nel merito ma sempre di questioni irrilevanti e marginali, cadono davvero le braccia.

19 giugno 2006

Oreste Pipolo (M. Garrone, 1998)

Oreste Pipolo, fotografo di matrimoni
di Matteo Garrone – Italia 1998
con Oreste Pipolo, Teresa Onorato
**1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Cannes).

Una delle opere d'esordio di Garrone, l'interessante regista de "L'imbalsamatore" e "Primo amore". Si tratta di un documentario su un celebre fotografo napoletano specializzato in matrimoni e rinomato per i suoi scatti insoliti e personali, ritratto all'opera durante ma soprattutto prima e dopo le cerimonie nuziali. Divertente e colorato, il film segue incessantemente Oreste Pipolo e i suoi poveri assistenti durante il loro lavoro, ma trova spazio anche per mostrare alcune delle cerimonie e dei pranzi di nozze decisamente kitsch che fanno da sfondo alla sua attività (a Napoli e dintorni, infatti, le feste di matrimonio sono qualcosa di straordinariamente fuori misura!). La copia proiettata aveva sottotitoli in inglese sul dialetto napoletano, cosa che le donava un ulteriore tocco surreale e umoristico.