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24 aprile 2022

Assassinio sul Nilo (K. Branagh, 2022)

Assassinio sul Nilo (Death on the Nile)
di Kenneth Branagh – USA/GB 2022
con Kenneth Branagh, Tom Bateman
**

Visto in TV (Disney+).

In crociera sul Nilo, Hercule Poirot (Kenneth Branagh) deve indagare sull'omicidio dell'ereditiera Linnet Ridgeway (Gal Gadot), uccisa durante il suo viaggio di nozze. Secondo film – dopo "Assassinio sull'Orient Express" – della nuova serie dedicata al personaggio ideato da Agatha Christie, di fatto un remake dell'omonima pellicola del 1978 con Peter Ustinov. Pur non deviando dal romanzo o dall'adattamento precedente nei punti chiave della vicenda (il che significa che l'identità del colpevole, e la meccanica dell'assassinio, sono le stesse), se ne discosta in diversi dettagli e nella caratterizzazione di alcuni personaggi secondari, a cominciare dal "dottor Watson" di turno, che in questo caso non è il colonnello Race ma il giovane Bouc (Tom Bateman), l'amico di Poirot già visto nel primo film, che narrativamente prende anche il posto del Tim Allerton del libro originale. Notevoli cambiamenti (con chiari intenti di political correctness) anche per i personaggi di Salome (Sophie Okonedo) e Rosalie Otterbourne (Letitia Wright), con la prima che non è più una scrittrice ma una cantante blues di colore, di cui peraltro Poirot si innamora. E al pari del film del 2017 (anche se con meno eccessi), il detective interpretato da Branagh esonda dai limiti di un investigatore da whodunit: il regista/attore lo dota di una backstory, con tanto di flashback ambientato durante la prima guerra mondiale per spiegare l'origine dei suoi celebri baffi, nonché di emozioni e sentimenti di cui si poteva benissimo fare a meno. Girato elegantemente (belle, come sempre, le scene in bianco e nero che ricostruiscono a posteriori come è avvenuto il delitto: meno convincente l'evento clou visto in diretta, che rende più facile immaginare chi sia l'assassino), con un miglior equilibrio narrativo, ma anche con un cast meno stellare del lungometraggio di Guillermin (fra gli altri interpreti ci sono Emma Mackey, Armie Hammer, Annette Bening, Russell Brand, Jennifer Saunders e Dawn French), il film soffre a livello di sceneggiatura per qualche ridondanza e poca sottigliezza (tutto è più esplicitato, a partire dal rapporto lesbico fra Marie Van Schuyler e Miss Bowers, in precedenza lasciato soltanto intendere fra le righe). E stavolta non è stato girato in Egitto (ricostruito digitalmente), ma in Inghilterra. Probabili ulteriori sequel.

23 aprile 2022

Assassinio sul Nilo (J. Guillermin, 1978)

Assassinio sul Nilo (Death on the Nile)
di John Guillermin – GB 1978
con Peter Ustinov, David Niven
**

Rivisto in divx.

La giovane ereditiera Linnet Ridgeway (Lois Chiles), in luna di miele in Egitto dopo le nozze con l'avventuriero Simon Doyle (Simon MacCorkindale), viene uccisa durante una crociera sul Nilo. I sospettati sono parecchi, visto che in molti avevano interesse per la sua morte: a cominciare dalla sua ex amica, e rivale in amore, Jacqueline De Bellefort (Mia Farrow), che l'aveva più volte minacciata in pubblico. Ma a indagare sull'accaduto c'è l'ineffabile detective belga Hercule Poirot (Peter Ustinov), coadiuvato dall'amico colonnello Johnny Race (David Niven). Dal romanzo giallo di Agatha Christie "Poirot sul Nilo", il secondo dei film classici sul personaggio dopo "Assassinio sull'Orient Express" di Sidney Lumet di quattro anni prima, nel quale l'investigatore era però interpretato da Albert Finney. La falsariga è la stessa: una location ristretta (lì un treno, qui un battello), un nutrito numero di sospetti – tutti con un movente (il cast comprende nomi come Bette Davis, Maggie Smith, Angela Lansbury, Olivia Hussey, Jane Birkin, George Kennedy, Jon Finch e Jack Warden) – e il detective che nel finale raduna tutti in un salone per spiegare chi è il colpevole e come è avvenuto il delitto. Rispetto al film precedente, però, questo è meno accattivante, un po' troppo lungo (soprattutto nella prima parte) e ripetitivo, nonché meno brillante nella regia di Guillermin e nella sceneggiatura di Anthony Shaffer, più interessata ai fatti che alle sfumature psicologiche dei personaggi. Da notare comunque i sottotesti lesbici nel personaggio di Miss Bowers (Maggie Smith), la dama di compagnia dell'anziana Bette Davis. Musiche di Nino Rota. Il film è stato girato in esterni in Egitto: i personaggi visitano, fra gli altri, i templi di Luxor e Abu Simbel. Peter Ustinov interpreterà ancora Poirot in "Delitto sotto il sole" (1982) e "Appuntamento con la morte" (1988), nonché in tre film per la tv. Rifatto da Kenneth Branagh nel 2022.

30 novembre 2020

L'Atalante (Jean Vigo, 1934)

L'Atalante (id., aka Le chaland qui passe)
di Jean Vigo – Francia 1934
con Jean Dasté, Rita Parlo, Michel Simon
****

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Jean (Dasté) sposa la bionda Juliette (Dita Parlo) e la porta a vivere con sé sull'Atalante, la chiatta di cui è capitano e con la quale, insieme all'anziano père Jules (Michel Simon) e a un giovane mozzo (Louis Lefèbvre), naviga per i canali della rete fluviale francese. Ma la ragazza, anche se non era mai uscita in precedenza dal proprio villaggio, fatica ad adattarsi alla vita a bordo e sogna di visitare le bellezze di Parigi. Una sera, mentre la chiatta è attraccata a Corbeil, Juliette scende sulla riva per raggiungere da sola la grande città. Jean, in preda all'ira, decide di ripartire senza aspettarla. Se ne pentirà quasi subito, e la separazione forzata lo farà precipitare nella depressione e nella disperazione. Sarà père Jules a risolvere la situazione, ritrovando la ragazza e riportandola a bordo. L'ultimo film di Jean Vigo (che morirà nell'ottobre dello stesso anno, un mese dopo l'uscita del film, a soli 29 anni, per le complicazioni della tubercolosi), nonché il suo unico lungometraggio (il precedente "Zero in condotta" durava solo 41 minuti), è una delle pellicole più belle, influenti e significative del cinema francese. Eppure alla sua uscita fu pressoché ignorata, quando non ferocemente criticata. Colpa dei distributori, che tagliarono e alterarono pesantemente il materiale girato, ma in un certo senso anche dello stile filmico di Vigo, anarchico e apparentemente datato: "L'Atalante" sembra infatti quasi un film muto di dieci o vent'anni prima: i (pochi) dialoghi non hanno molta importanza e, quando ce l'hanno, potrebbero essere tranquillamente sostituiti da cartelli. Più importante – nonostante una sincronizzazione del sonoro non sempre perfetta – è la musica, composta da Maurice Jaubert, con "la canzone dei marinai" (le chant des mariniers) che nel finale aiuta père Jules a ritrovare Juliette, perché la ragazza la sta ascoltando in una audioteca pubblica. Da notare che i distributori, alla prima uscita del film, la sostituirono con la più popolare "Le chaland qui passe" di Lys Gauty (ovvero una cover di "Parlami d'amore Mariù"!), reintitolando in questo modo anche la pellicola. Soltanto negli anni quaranta il film venne riproposto con il titolo originale e le scene in precedenza tagliate, prima di essere completamente restaurato nel 1990.

Se lo spunto narrativo appare esile e molto semplice (Vigo e il co-sceneggiatore Albert Riéra adattarono un breve soggetto di Jean Guinée, dopo che l'idea iniziale del regista di girare un film sull'anarchico Eugène Dieudonné era stata scartata per evitare problemi in seguito all'accoglienza controversa di "Zero in condotta"), la profondità dei personaggi, il realismo dell'ambientazione e la poesia che ne scaturisce hanno pochi rivali in campo cinematografico, grazie anche alla leggerezza e alla libertà che la pellicola emana in ogni fotogramma e che suscitarono l'entusiasmo, per esempio, dei registi della Nouvelle Vague che la riscoprirono nel dopoguerra. Evidenti, per esempio, le influenze che il film (come peraltro tutto il cinema di Vigo) ebbe sui lavori di François Truffaut. Il film ha toni universali, al tempo stesso concreti e onirici, drammatici e comici, realistici e fiabeschi. Il suo romanticismo, che vola a livelli altissimi, non trascura gli aspetti più difficili di una relazione amorosa (i bisticci, i rancori, le gelosie), facilitando il coinvolgimento di ogni spettatore. All'interno di un setting prosaico e proletario, la poesia nasce dalle immagini, dai personaggi, dai sentimenti, dall'ambientazione, dalla vita, dalle piccole cose (gli innumerevoli gattini che circondano père Jules, la musica, la superficie dell'acqua). Se Jean Dasté aveva già recitato per Vigo nel film precedente, Dita Parlo (appena tornata in Francia dopo aver lavorato sei anni in Germania) e Michel Simon (la "star" della pellicola, protagonista due anni prima del "Boudu salvato dalle acque" di Jean Renoir) gli furono suggeriti dalla produzione. Simon, in particolare, dà vita a un personaggio indimenticabile, un tuttofare comico e burbero protagonista di divertenti gag (come quella in cui è vittima dello scherzo del mozzo, che gli fa credere di poter suonare un disco con il dito). Girato nell'inverno 1933/34 (e chissà se le condizioni fredde e umide non abbiano aggravato la salute del regista), diverse scene furono improvvisate, come tutta la sequenza del venditore ambulante nella sala da ballo, per la quale Vigo lasciò ampia libertà all'attore Gilles Margaritis.

Naturalmente è impossibile parlare de "L'Atalante" senza fare un riferimento a "Fuori orario", la trasmissione notturna su Rai 3 che per anni ha utilizzato una sequenza di questo film come sigla d'apertura, abbinata alla canzone "Because the night" di Patti Smith. Ogni cinefilo che abbia trascorso innumerevoli notti a seguire (o a videoregistrare) la trasmissione contenitore di Enrico Ghezzi in cerca di "chicche" cinematografiche la conosce ormai a memoria, e tutto ciò non fa altro che accrescere l'amore verso questa pellicola. Si tratta peraltro di una delle sequenze più immaginifiche, suggestive e visionarie, quella in cui Jean si tuffa nel fiume "in cerca" di Juliette, che in precedenza gli aveva detto che se si guarda sott'acqua con gli occhi aperti si vedrà la persona amata. Vigo (memore di alcune sequenze del suo precedente cortometraggio "Taris o del nuoto") accosta in sovrimpressione le immagini di Jean che nuota sott'acqua con l'apparizione ridente di Juliette, in abito da sposa, quale ninfa o sirena sottomarina. L'eccellente fotografia di Boris Kaufman (fratello di Dziga Vertov) e il montaggio di Louis Chavance fanno il resto. Lo scenografo è Francis Jourdain, un vecchio amico del padre del regista. L'ambientazione fluviale concorre certo ad accrescere il fascino del film, una pellicola che in fondo parla di movimento passivo: i protagonisti si lasciano trascinare dalle acque e dalla corrente, quando qualcuno vuole "fare" qualcosa finisce col provocare un danno (Juliette quando vuole andare a Parigi, Jean quando decide di abbandonarla), ma solo perché non hanno messo chiarezza nei propri sentimenti. Il tuffo in acqua servirà proprio a questo, a scuotersi e schiarirsi le idee: e l'abbraccio finale fra i due innamorati ne segna la felice riconciliazione, senza alcun bisogno di parole, di scuse o di giustificazioni. Cosa c'è di più (semplicemente) romantico?

29 agosto 2020

La sirena (Vasili Goncharov, 1910)

La sirena (Rusalka)
di Vasili Goncharov – Russia 1910
con Andrej Gromov, Aleksandra Goncharova
**

Visto su YouTube.

Abbandonata dal principe che l'aveva sedotta, la figlia di un mugnaio si annega per disperazione nelle acque del fiume Dnepr. Il suo fantasma appare al principe, unico che può vederlo, durante la festa del suo matrimonio con una nobildonna. Otto anni più tardi, il nobile si ritrova a vagare presso le sponde del fiume, richiamato da un gruppo di rusalki (ninfe delle acque). Qui incontra il vecchio mugnaio, ormai impazzito, e scopre che la sua amata di un tempo è morta. Attirato da una delle ninfe, viene trascinato sul fondo del fiume. Dal poema incompiuto di Puškin che aveva ispirato anche l'opera lirica "Rusalka" di Aleksandr Dargomyžskij (da non confondere con quella omonima di Dvořák), un cortometraggio costruito in più tableaux e debitore con tutta evidenza alla coeva cinematografia francese. Il quadro finale, quello ambientato sul fondo del Dnepr, ricorda in particolare le pellicole "fantastiche" e sottomarine di Georges Méliès. Statico e semplice nella messa in scena, ma con un particolare fascino che il tema fiabesco non fa che amplificare. La protagonista è interpretata da Aleksandra Goncharova, figlia del regista, che appariva di frequente nei suoi lavori, come d'altronde Andrej Gromov (il principe) e Vasili Stepanov (il mugnaio).

25 luglio 2020

A river called Titas (Ritwik Ghatak, 1973)

A river called Titas (Titash ekti nadir naam)
di Ritwik Ghatak – Bangladesh/India 1973
con Rosy Samad, Kabori Sarwar
***

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

È uno dei primi (e più importanti) film bangladesi ad aver raggiunto la notorietà internazionale, poco dopo l'indipendenza del paese nel 1971. Sulle sponde del fiume Titas si dipanano nel corso degli anni le storie di diversi personaggi, per lo più abitanti dei villaggi di pescatori che proprio al grande fiume devono la loro sopravvivenza, venerandolo e utilizzandolo anche per le loro cerimonie (dai matrimoni ai funerali: "senza acqua le nostre anime non possono salire in cielo"). Il giovane Kishore (Prabir Mitra) sposa una ragazza di un altro villaggio, Rajar Jhi (Kabori Sarwar), ma la sposa incinta viene rapita dai banditi che la sottraggono dalla barca dopo la prima notte di nozze. Per la perdita Kishore diventa pazzo, mentre Rajar Jhi, liberatasi e soccorsa da altri pescatori, non farà ritorno che dieci anni più tardi, ignorando il nome del suo sposo e conoscendo solo quello del suo villaggio. Insieme al figlioletto Ananta è accolta (contro il volere della sua famiglia) da Basanti, giovane e combattiva vedova che un tempo era innamorata proprio di Kishore e che desidera disperatamente diventare madre, al punto da adottare il ragazzino. Nella seconda parte del film la storia si sfilaccia, presenta nuovi personaggi e si fa ancora più complessa, introducendo il tema delle rivalità incrociate fra i pescatori, i contadini e i mercanti della zona, faide fra caste che porteranno al prosciugamento del fiume... Da un romanzo dello scrittore bengalese Adwaita Mallabarman, una pellicola fluviale ed epica, meditativa ed esistenzialista, un affresco corale che intreccia molte storie su un unico scenario. Al di là degli aspetti cinematografici (il ritmo lento, la fotografia in bianco e nero, l'approccio neorealista contaminato però da una qualità astratta e quasi surreale, la colonna sonora che fonde la musica tradizionale con i silenzi e i suoni della natura), suscitano interesse soprattutto quelli antropologici e i ricchi sottotesti culturali e spirituali: evidenti negli usi e i costumi degli abitanti dei villaggi, i riti, le feste e le tradizioni, i miti (Rajar Jhi è paragonata più volte a una dea e chiamata Bhagavati), le fiabe e le storie di fantasmi, ma soprattutto il ruolo delle donne, autentiche protagoniste della pellicola come della vita delle comunità (sono loro a gestire le case mentre i mariti e i padri vanno a pesca), pur se formalmente subordinate agli uomini (tanto da perdere il loro nome proprio ed essere identificate soltanto come "la moglie di...", "la madre di...", "la sorella di...", "la figlia di..."). Amicizia, accoglienza, rivalità, grettezza, e tutto il campionario di atteggiamenti, vizi e virtù degli esseri umani plasmano poi i rapporti fra i singoli personaggi, le famiglie, le caste e le comunità, in una spirale alternata di solidarietà e di ostilità, mentre il fiume fa da silenzioso e implacabile osservatore, solcato da innumerevoli barche e chiatte, a remi o a vela, fino a quando persino l'unità dei pescatori e la loro aderenza a stili di vita e tradizioni antiche devono cedere il passo alla cattiveria del mondo moderno che avanza e ai tempi che cambiano (nessun fiume è eterno!).

7 febbraio 2020

Il grande cielo (Howard Hawks, 1952)

Il grande cielo (The Big Sky)
di Howard Hawks – USA 1952
con Kirk Douglas, Dewey Martin
***

Rivisto in DVD, per ricordare Kirk Douglas.

Nel 1832, l'avventuriero Jim Deakins (Kirk Douglas) e la giovane testa calda Boone – "Bill" nel doppiaggio italiano – Caudill (Dewey Martin) vengono ingaggiati come cacciatori nella spedizione guidata da Zeb Calloway (Arthur Hunnicutt) e finanziata da un mercante francese (Steven Geray). L'obiettivo: risalire il fiume Missouri a bordo di un barcone per oltre 3000 chilometri, da Saint Louis fino ai territori inesplorati del Montana, per commerciare in pellicce con gli indiani Piedi Neri. A bordo dell'imbarcazione c'è anche una donna, una giovane pellerossa chiamata Occhio d'Anitra (Elizabeth Threatt), figlia di un capo tribù da cui fu rapita anni prima: la speranza dei mercanti è che, riportandola a casa, possa aiutarli a convincere gli indigeni a trattare con loro. Pellicola epica e avventurosa di ambientazione fluviale (come il precedente "Il fiume rosso", sempre di Hawks) che racconta, in maniera romanzata e avvincente (e con qualche concessione al gusto hollywoodiano), la prima spedizione di uomini bianchi nei vasti e sconosciuti territori del Nord-Ovest ("È un territorio immenso. La sola cosa che c'è di più grande è il cielo", spiega Calloway). Durante il lungo viaggio i nostri eroi dovranno fronteggiare le forze della natura, gli attacchi di indiani ostili (i Corvi, nemici dei Piedi Neri) e gli agguati degli uomini della rivale Compagnia delle Pellicce, oltre che appianare le tensioni interne (dovute soprattutto alla presenza "tentatrice" della giovane e orgogliosa Occhio d'Anitra). Ma saranno ricompensati. La vicenda è narrata in prima persona dall'esperta guida indiana Zeb, zio di Bill: e per un western dell'epoca, mostra un'insolita simpatia verso i pellerossa (Calloway spiega che essi temono una sola cosa: la "malattia" dell'uomo bianco, ovvero l'avidità). La pellicola fu girata quasi interamente in esterni, nel Parco Nazionale di Grand Teton. Buddy Baer è il gigantesco Romaine (che potrebbe aver ispirato il personaggio di Gros-Jean nei fumetti di Tex), Hank Worden è l'indiano alcolizzato Poordevil (Pelleeossa), Jim Davis è il "cattivo" Streak (Stoker nell'edizione italiana). Due nomination agli Oscar (per Hunnicutt e per la fotografia di Russell Harlan). Esiste una versione colorizzata.

25 settembre 2018

Il fiume (Emir Baigazin, 2018)

Il fiume (Ozen)
di Emir Baigazin – Kazakistan 2018
con Zhalgas Klanov, Eric Tazabekov
***

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

"Il fiume genera sempre desiderio, ma le sue acque sono pericolose". In una fattoria nella steppa kazaka, isolata e fuori dal mondo, vive una famiglia composta da padre, madre e cinque figli, tutti maschi. I ragazzi trascorrono le giornate lavorando e giocando in estrema semplicità e povertà, sotto la supervisione del maggiore di loro, Aslan, al quale il severo padre ha affidato l'educazione dei fratelli. La routine è interrotta dall'arrivo inatteso di un cugino di città, Kanat: un "extraterrestre", per come si presenta (giacca d'argento metallizzata, Segway, tablet che emette misteriosi e affascinanti suoni elettronici), o forse un diavolo (le fattezze sono androgine, dai capelli biondi agli abiti colorati e femminili), e come tale tentatore, che introduce rivalità e dissidi fra i membri della famiglia, spingendoli a stravolgere le poche regole con cui gestivano la propria vita. Nascono così nuovi desideri, delazioni, un'economia fondata sul baratto, e si perde l'innocenza. Con un grande talento visivo (il regista è anche direttore della fotografia) e uno stile sobrio, astratto e minimalista, la pellicola mette in scena un racconto di formazione metafisico e simbolico, dove il simbolo più potente di tutti è proprio l'ampio fiume che scorre in mezzo al deserto, dalle acque veloci e turbinose. Insieme ai precedenti film di Baigazin, "Lezioni d'armonia" e "L'angelo ferito", forma una sorta di trilogia. Suggestiva l'ambientazione: fino all'arrivo di Kanat, non sembra nemmeno di assistere a un film di ambientazione contemporanea, tanto sono scarne le scenografie e i costumi (muri bianchi, distese desertiche e rocciose, semplici abiti di tela).

8 settembre 2018

Un tranquillo weekend di paura (J. Boorman, 1972)

Un tranquillo weekend di paura (Deliverance)
di John Boorman – USA 1972
con Jon Voight, Burt Reynolds
***1/2

Rivisto in divx, per ricordare Burt Reynolds.

Quattro amici di città – Ed (Jon Voight), Drew (Ronny Cox) e Bobby (Ned Beatty), guidati dal più "avventuriero" Lewis (Burt Reynolds) – partono per un weekend in canoa sul fiume, in una regione boscosa dei Monti Appalachi. L'intera vallata sta per essere ricoperta dalle acque a causa di una diga in costruzione, e questa è dunque l'ultima possibilità di godersi un angolo di natura selvaggia e incontaminata. Quella che doveva essere una spensierata vacanza si trasforma però in un incubo quando Ed e Bobby vengono aggrediti da due balordi, e gli amici si troveranno costretti a lottare per la propria sopravvivenza... Uno dei film simbolo dei primi anni settanta, che insieme ad altri capisaldi come "Easy Rider" o "Cane di paglia" (e poi ci sarà anche "Il cacciatore") contribuì a svelare il senso di malessere e l'insicurezza che si celava nella provincia americana e non solo, oltre al cambio di prospettive che stava mutando profondamente la stessa società. Notevole in particolare l'anti-retorica sul rapporto fra uomo e natura: se Lewis all'inizio rimpiange ed elogia il mondo selvaggio di un tempo, parlando per frasi fatte ("Non si batte la natura"), ben presto i quattro dovranno rendersi conto di quanto di selvaggio c'è ancora nell'uomo stesso, loro compresi (Ed, incapace di scoccare una freccia contro un cervo nel bosco, si scoprirà poi in grado addirittura di uccidere un uomo). Nonostante sin dalla partenza ci fossero stati segnali ambigui (vedi l'inquietante bambino con il banjo e con evidenti tare genealogiche, protagonista di un estemporaneo duetto – o duello – con la chitarra di Drew), l'incontro con i due balordi violentatori irrompe all'improvviso e in maniera disturbante per frantumare la spensieratezza della gita. Burt Reynolds, al primo ruolo cinematografico di successo, è carismatico e arrogante, il leader naturale dal quale i suoi amici dipendono per ogni cosa, anche se prende tutto come un gioco o una sfida. E quando rimarrà ferito nelle rapide, toccherà al più mite Jon Voight farsi carico del compito di portare a casa la pelle, diventando di fatto il protagonista della pellicola (all'inizio c'era il dubbio che potesse esserlo Drew, che – con la sua chitarra, gli occhiali e l'opposizione alle scelte degli amici – è il personaggio che maggiormente si differenzia dagli altri, il rappresentante della "controcultura"). Pellicola che peraltro si conclude proprio con gli incubi notturni di Ed: ormai cambiato per sempre, è chiaro che non riuscirà più a dormire sereno, nemmeno fra le braccia della propria famiglia. Girato sui fiumi della Georgia, con una inusuale colonna sonora, il film fece scalpore per la sua drammaticità, per la scena dello stupro nel bosco e per la violenza realistica che lo permea (ma fu anche criticato per rinforzare lo stereotipo razzista del redneck bifolco), e regge ancora numerose visioni grazie alla forte tensione e alle ottime interpretazioni. Ronny Cox e Ned Beatty erano all'esordio: gli attori girarono le scene in canoa da soli, senza controfigure. La sceneggiatura è tratta dal romanzo "Dove porta il fiume" di James Dickey, che interpreta anche lo sceriffo nel finale e che sul set fu protagonista di una celeberrima scazzottata con Boorman (ma i due rimasero amici). A suo modo, il film ispirerà forse pellicole più leggere come "Scappo dalla città" e "Stand by me".

12 marzo 2018

Il mulino del Po (Alberto Lattuada, 1949)

Il mulino del Po
di Alberto Lattuada – Italia 1949
con Carla Del Poggio, Jacques Sernas
***

Visto in divx.

Sulle sponde ferraresi del Po, a fine Ottocento, la mugnaia Berta (Carla Del Poggio) è promessa sposa al contadino Orbino (Jacques Sernas): la loro storia si intreccia con le lotte e le rivendicazioni dei lavoratori e dei braccianti, che si oppongono alle prepotenze dei padroni e all'avidità dei nuovi regnanti. Uscito nelle sale quasi in contemporanea con "Riso amaro" di De Santis, che parimenti raccontava le fatiche di un'Italia contadina e rurale, il film (sceneggiato da Federico Fellini e Tullio Pinelli) è tratto dal terzo volume della sterminata saga familiare di Riccardo Bacchielli (le parti precedenti saranno trasposte negli anni sessanta e settanta in due celebri sceneggiati per la televisione) e pare anticipare in molte cose "Novecento" di Bertolucci, sia per l'ambientazione che per la fusione delle storie personali con quelle collettive e politiche di fronte a un mondo che cambia. "È il primo film storico sulla nostra civiltà contadina", ha scritto Callisto Cosulich. Certo è insolito che un romanzo scritto e pubblicato in epoca fascista metta in primo piano le idee marxiste e la lotta di classe: ma l'approccio è assai equilibrato (tanto da essere stato criticato da entrambe le parti), visto che presenta entro certi limiti le ragioni e i torti di tutti, senza banalizzare una questione assai complessa (fra i lavoratori ci sono divisioni e contrasti, fra le autorità e le forze dell'ordine ci sono persone di buon senso). Ne risulta un denso e ricchissimo affresco storico-sociale, curato nell'ambientazione (i campi, i cascinali, le rive del fiume) e colmo di personaggi interessanti, che siano di primo piano – la famiglia dei mugnai, fra cui la vecchia matrona Cecilia (Isabella Riva) e l'impetuoso e tragicamente ingenuo fratello Princivalle (Giacomo Giuradei); quella dei contadini, con l'anziano nonno (Domenico Viglione Borghese); l'infido e vendicativo Smarazzacucco (Giulio Calì); il politico socialista Raibolini (Nino Pavese); il padrone Clapassòn (Mario Besesti) – o figure marginali e di contorno, della cui caratterizzazione con pochissimi tratti Lattuada è un maestro: si pensi alla Lupacchioni (Pina Gallini), anarchica "satanista", al corpulento Caterinone, al pescatore Scanzafrasca, ma anche al brigadiere meridionale e con l'ombrello (Bruno Salvalai) e al capitano dei soldati (l'aiuto regista Carlo Lizzani) che vengono incaricati di lavorare nei campi in sostituzione dei braccianti che scioperano. E sullo sfondo delle tumulti e delle rivendicazioni sociali ci sono i sentimenti (l'amore fra Berta e Orbino è osteggiato a più riprese) e lo scontro con le forze della natura (la piena del fiume, il temporale, la grandine e il fulmine sui campi). Nonostante qualche dialettismo (soprattutto per il personaggio di Princivalle) e l'intensità dei volti (le donne, gli anziani), non è un film neorealista: Lattuada fu accusato di calligrafismo, ma gli squarci lirici e poetici e l'ottima costruzione dei personaggi compensano eventuali difetti.

2 marzo 2018

La sposa di Glomdal (Carl T. Dreyer, 1926)

La sposa di Glomdal, aka La fidanzata di Glomdal (Glomdalsbruden)
di Carl Theodor Dreyer – Norvegia 1926
con Einar Sissener, Tove Tellback
*1/2

Visto in divx, con cartelli in inglese.

Il contadino Tore è innamorato della bella Berit, sua amica d'infanzia e figlia del ricco Ola, che vive al di là del fiume. Disprezzando Tore, Ola vorrebbe concedere Berit in sposa a un altro pretendente, Gjermund, ma la ragazza punta i piedi e fugge di casa per raggiungere il suo amato. La sua ostinazione – e l'intervento del prete locale, che intercede per i due ragazzi – alla fine convince anche il padre, che dà la sua approvazione al matrimonio: ma proprio nel giorno delle nozze, il geloso Gjermund fa affondare la barca del ragazzo. Cercando di guadare il fiume a cavallo, Tore finisce per essere portato via dalla corrente: per fortuna si salverà e potrà convolare a nozze. Girato in Norvegia (Dreyer stava abbandonando la Danimarca: la tappa successiva sarà la Francia, dove realizzerà il capolavoro "La passione di Giovanna d'Arco"), e ispirato ad alcuni romanzi dello scrittore norvegese Jacob Breda Bull, è purtroppo un film di routine come contenuti e messa in scena (la lavorazione avvenne durante l'estate del 1925, improvvisando giorno per giorno senza una sceneggiatura), anche se è apprezzabile la descrizione degli ambienti rurali e le riprese tutte in esterni, fra le quali spicca la lunga sequenza finale sul fiume, con Tore che cerca di aggrapparsi ai tronchi trascinati dalla corrente: un climax drammatico ma forse superfluo (non sarebbe stato male se il film fosse terminato con la riconciliazione con Ula). Interessanti i volti di alcuni personaggi minori, come i genitori dei due innamorati (Stub Wiberg e Harald Stormoen). Gli interpreti erano in gran parte attori di teatro, prestati una tantum al cinema. La copia esistente risulta assai più corta di quella originale, con numerose sequenze di approfondimento tagliate in occasione della prima danese (sempre nel 1926).

15 luglio 2017

Civiltà perduta (James Gray, 2016)

Civiltà perduta (The Lost City of Z)
di James Gray – USA 2016
con Charlie Hunnam, Robert Pattinson
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

All'inizio del Novecento, il maggiore Percy Fawcett dell'esercito britannico (Charlie Hunnam) viene inviato in Amazzonia dalla Royal Geographic Society allo scopo di mappare con precisione il confine fra Bolivia e Brasile, nella speranza di evitare una guerra. Durante la sua missione, l'uomo rinviene tracce di un'antica civiltà proprio nel bel mezzo della foresta inesplorata. E negli anni successivi (la pellicola si svolge nell'arco di tre decenni) organizzerà diverse spedizioni alla ricerca di una supposta città perduta, da lui chiamata "Z". Ostacoli di ogni tipo (indios più o meno ostili, sompagni di viaggio inaffidabili, la natura selvaggia, lo scoppio della Prima Guerra Mondiale che lo vedrà combattere nella battaglia delle Somme) e i legami familiari (a ogni partenza è costretto a lasciare in Inghilterra la moglie Nina e i figli) non fermeranno la sua ossessione e la sua sete di conoscenza: l'ultima spedizione la effettuerà da solo in compagnia del figlio Jack (Tom Holland), ormai cresciuto, e avrà un epilogo inaspettato. Ispirata a una celebre storia vera (la stessa che a suo tempo ispirò "Il mondo perduto" di Arthur Conan Doyle: qui Gray si è rifatto a un libro del giornalista David Grann) e girata con maestria e una regia solidissima e vecchio stile (sembra quasi si trovarsi di fronte a un film del passato!), una pellicola altamente simbolica e metaforica sul tema della ricerca e dei sogni da realizzare. Il protagonista è un coraggioso visionario, che inizia i suoi viaggi spinto dal desiderio di gloria e di ricchezza (sia pure non per motivi egoistici, ma per dare stabilità alla propria famiglia) e diventa man mano un novello Ulisse, disposto ad affrontare rischi e pericoli pur di giungere a una sempre migliore conoscenza. Come tutti i visionari, poi, non ha timore nello sfidare i pregiudizi e le convinzioni di chi lo circonda (come l'opinione arrogante degli occidentali sugli indios "selvaggi"). A tratti risuonano echi di Herzog, favoriti certo anche dall'ambientazione: si pensi ad "Aguirre" (nelle numerose scene sul fiume, nei riferimenti ai Conquistadores e ad Eldorado, nella pazzia che progressivamente si fa strada in alcuni compagni di Fawcett) e a "Fitzcarraldo" (nella scena in cui, all'improvviso e inaspettatamente, nel bel mezzo della giungla si odono le note di un'opera lirica: a proposito, il fatto che si tratti del "Così fan tutte" di Mozart è certo impalusibile storicamente – sarebbe stato più credibile un titolo tardo-ottocentesco – ma evidentemente Gray non ha saputo resistere alla citazione del verso sul medico che "vale un Perù"!). Un film lungo, fluviale, dalla struttura strana e ripetitiva (fatta di false partenze, arresti, nuovi tentativi) e che racconta in fondo ben altro rispetto a quello che apparentemente mostra sullo schermo (il che spiega anche come mai Gray, che finora aveva realizzato soltanto film ambientati a New York e in gran parte in epoca contemporanea, abbia scelto di dirigerlo). La ricerca di Z è tutta interiore, tanto che Fawcett ritrova la città (e la giungla, e gli indios, e la sua stessa famiglia: tutto quello che ha imparato ad amare perché ha saputo accogliere dentro di sé) soprattutto nei ricordi, nei suoi sogni, nei pensieri, a prescindere da dove si trovi (che sia in Inghilterra, in viaggio o nelle trincee durante la guerra). Finale evocativo e sublime, che spiega a suo modo la misteriosa scomparsa dell'esploratore. La colonna sonora, a base di musica classica (fra gli altri Stravinsky, Ravel, Strauss, Beethoven, Bach), si dipana per lo più in sottofondo, spesso appena percettibile. Sienna Miller è la moglie di Fawcett, Robert Pattinson è il suo fedele assistente Henry Costin, Angus Macfadyen è l'infido James Murray. Breve apparizione per Franco Nero (nei panni del Barone de Gondoriz, uno dei signori della gomma).

23 febbraio 2016

Gente del Po (M. Antonioni, 1947)

Gente del Po
di Michelangelo Antonioni – Italia 1947
con attori non professionisti
**

Visto su YouTube.

Le prime esperienze alla regia di Michelangelo Antonioni, già entrato nel mondo del cinema come sceneggiatore, furono come autore di una serie di brevi documentari (di circa dieci minuti ciascuno) usciti nel dopoguerra, anche se al primo di questi – "Gente del Po", appunto – aveva cominciato a lavorare già nel 1943. Il film fu poi completato, integrato con nuovo materiale (parte di quello vecchio era ormai rovinato o distrutto) e montato nel 1947. I luoghi sono quelli che il regista conosceva bene: le acque del Po fra l'Emilia-Romagna e il Veneto, dove il fiume è navigabile ed è solcato da carovane di barconi che trasportano merci, a bordo delle quali vivono intere famiglie. Ma il film si focalizza anche su coloro che questi barconi li vedono transitare e scendere verso il mare – gli abitanti delle rive e dei paesi vicini – e mostra gli argini, i campi, le chiuse, le case adiacenti. Ne risulta un documentario antropologico, con influenze neorealiste, ma che si tiene a pudica distanza, evita ogni facile lirismo e osserva da lontano anziché intrufolarsi a forza in ciò che vuole mostrare. La narrazione è fornita da una voce femminile, che occasionalmente usa anche termini dialettali.

20 agosto 2012

Il fiume (Jean Renoir, 1951)

Il fiume (The river)
di Jean Renoir – Francia/India/USA 1951
con Patricia Walters, Thomas E. Breen
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

L'adolescente inglese Harriet vive con la famiglia sulle rive di "uno dei tanti fiumi sacri dell'India, le cui acque scendevano dalle nevi eterne dell'Himalaya per gettarsi nel golfo del Bengala" (anche se il nome non viene mai specificato, il riferimento è al Gange o a uno dei suoi tributari), dove il padre gestisce una fabbrica di iuta e la madre è impegnata a sfornare figli ma soprattutto figlie (ben cinque, che diventeranno sei prima della fine del film). L’arrivo di John, giovane eroe di guerra americano, ospite di un vicino di casa, sconvolgerà la tranquilla esistenza della ragazza, così come quella delle amiche Valerie e Melanie (quest'ultima mezzosangue, di padre inglese e madre indiana), che vivranno così i primi amori e le prime delusioni. Con una trama esile e dall’incedere quieto e minimalista, basata sui personaggi più che sugli eventi (la storia è tratta da un romanzo semi-autobiografico di Rumer Godden, autrice anche di “Narciso nero” e co-sceneggiatrice insieme a Renoir), il film è “al tempo stesso una meditazione sui rapporti degli esseri umani con la natura e la storia della crescita di tre ragazze” e ha avuto il merito di mostrare per la prima volta l’India più “autentica” agli spettatori occidentali, abituati fino ad allora alle fasulle ricostruzioni in studio che caratterizzavano i film di Hollywood. Certo, l’India rimane comunque uno scenario esotico e misterioso, filtrato attraverso uno sguardo più interessato a costruirne una propria rappresentazione artistica che a comprenderlo davvero, e questo nonostante il regista (che nel 1949 era reduce dalla fallimentare esperienza hollywoodiana, e si apprestava a tornare in Europa) punti molto su scenari realistici e inserti quasi da documentario, con una certa attenzione alle usanze e alle credenze locali. La strana e ingenua commistione fra il mondo cristiano/occidentale e quello indù/bengalese è evidente in personaggi come Melanie o come suo padre, che si costruisce una propria "filosofia della sottrazione" a partire da quella indiana, ma anche nei continui riferimenti ai miti della creazione e della distruzione (le storie di Krishna o Kalì) o della metempsicosi (la sorellina più piccola di Harriet, mentre gioca con la sua bambola, spiega che i bambini possono nascere e rinascere più volte). Il principale tema conduttore, comunque, è quello che vede rispecchiare lo scorrere della vita (amori, morti e nascite) in quello delle placide acque del fiume; nasce da qui la serena accettazione di cambiamenti e tragedie, che si tratti delle vicissitudini sentimentali (per le tre ragazze), del lutto per la morte di un figlio (per i genitori di Harriet), della perdita di una gamba (per John). L’intera vicenda è narrata, attraverso il tempo e i ricordi, dalla voce fuori campo di una Harriet cresciuta. Fu il primo film a colori di Renoir, che si preoccupò molto di dare alla pellicola tonalità veriste e luminose (la fotografia è del nipote Claude Renoir). La pellicola influenzò il giovane bengalese Satyajit Ray, che dopo aver assisitito alle riprese – e collaborato alla scelta delle location – decise di diventare regista a sua volta (esordì quattro anni dopo con il primo film della trilogia di Apu, “Il lamento sul sentiero”). Ma rivisto oggi, nonostante la sua aura di capolavoro, appare un po' sopravvalutato e non all'altezza dei grandi film di Renoir degli anni trenta, anche per la recitazione non certo esaltante da parte di interpreti non professionisti.

3 dicembre 2010

La magnifica preda (O. Preminger, 1954)

La magnifica preda (River of no return)
di Otto Preminger – USA 1954
con Robert Mitchum, Marilyn Monroe
**

Rivisto in DVD, con Martin.

Matt Calder (Mitchum), ex galeotto e ora contadino che vive con il figlioletto presso un fiume ai margini della frontiera, salva dalle rapide e accoglie nella propria casa il giocatore d'azzardo Weston (Rory Calhoun) e la ballerina di saloon Kay (Marilyn), diretti in città dove intendono registrare una concessione d'oro che l'uomo ha vinto alle carte. Pur di giungere alla meta il più presto possibile, Weston ruba il cavallo e il fucile di Calder, lasciandolo disarmato in mezzo ai territori indiani insieme al bambino e alla ragazza: e quando i pellerossa attaccheranno la fattoria, i tre saranno costretti a tentare una difficile fuga con la zattera sulle acque insidiose di quello che gli indiani chiamano "il fiume senza ritorno". Western dall'insolita ambientazione fluviale, il film ha i suoi punti di forza nei bellissimi paesaggi (è stato girato in Canada, e l'ambientazione è resa vivida dalla fotografia a colori e dal Cinemascope che Preminger utilizzava per la prima volta) e nella fisicità carismatica dei due protagonisti, che nel corso del viaggio impareranno a conoscersi e, ovviamente, a innamorarsi. Meno efficace invece la sceneggiatura, ricca di luoghi comuni e povera di dialoghi memorabili. Ma lo showdown finale in città fra Calder (che deve farsi perdonare dal figlio il fatto di aver sparato alle spalle a un uomo per difendere un amico) e l'infido Weston offre alcuni spunti interessanti, con il bambino che deve intervenire per salvare il padre. Marilyn canta diverse canzoni, fra cui "One Silver Dollar" (con corsetto rosso e calze a rete), "Down in the Meadow" e la title song "River of No Return". Sia lei che Mitchum avevano già avuto o avranno a che fare con fiumi e rapide, rispettivamente in "Niagara" e ne "La morte corre sul fiume". Durante la lavorazione, il regista e la diva ebbero da ridire l'uno dell'altra: Marilyn considerava la pellicola come il peggior film della sua carriera, mentre Preminger affermò che "dirigere Marilyn è come dirigere Lassie, ci vogliono quattordici ciak prima che abbai nel modo giusto". In ogni caso, il risultato – pur non facendo gridare al capolavoro – non è completamente da buttar via: si tratta di un piacevole esempio di cinema "medio" hollywoodiano dell'epoca. Poco sensato il titolo italiano.

28 novembre 2009

Crocodile (Kim Ki-duk, 1996)

Crocodile (Ag-o)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 1996
con Cho Jae-hyun, Ahn Jae-hong
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

L'ottima opera d'esordio dell'autodidatta Kim Ki-duk è quasi una sorta di "Accattone" alla coreana: il protagonista Yong-pae, detto "Coccodrillo", è un senzatetto violento e profittatore che vive sotto un ponte presso il fiume Han, a Seul, insieme a un bambino e ad un altro barbone più anziano, e approfitta dei tanti suicidi che si gettano nel fiume per svuotare i loro portafogli (o addirittura per chiedere ricompense ai soccorritori in cambio di indicazioni su dove si trova il corpo). Una notte salva dall'acqua una ragazza, che – nonostante lui la violenti ripetutamente – decide di restare con il gruppo. La pellicola procede accumulando scene e sequenze che sembrano slegate l'una dall'altra ma che contribuiscono a definire i personaggi e i loro rapporti: "Coccodrillo" si guadagna da vivere costringendo il bambino a vendere gomme da masticare o cianfrusaglie ai passanti, organizza truffe e ricatti destinati a finir male, perde al gioco tutto il denaro che guadagna faticosamente, si affeziona alla ragazza al punto da voler vendicarne la delusione d'amore affrontando il suo ex fidanzato. Nel finale, con l'ingresso in campo di una coppia di killer, le sottotrame si complicano e si infittiscono. Il mondo descritto da Kim in questo suo primo film (e in generale in tutta la prima fase della sua filmografia, molto più "viva" e convincente rispetto allo sterile estetismo che caratterizza invece i suoi lavori più recenti) è un mondo disperato, dove "degrado sociale e umano si mescolano"; un mondo fatto di sbandati e di isolati che vivono – per scelta o per obbligo – ai margini della società; dove però, anche attorno a un personaggio aggressivo e amorale come il protagonista, può lentamente prendere forma una famiglia sui generis che si scopre unita e solidale nelle difficoltà, nonostante gli occasionali litigi (come quando il bambino ribelle cerca inizialmente di proteggere la ragazza addirittura mutilando i genitali del "Coccodrillo"). Criticato per la violenza a volte eccessiva di molte scene (il rapporto sadomasochistico fra uomo e donna si rivedrà comunque in opere successive come "L'isola" o "Bad guy"), Kim ha spiegato di aver voluto rappresentare qualcosa – la violenza fisica e psicologica – che fa comunque parte integrante della nostra esistenza. Il suo, però, non è certo realismo: anzi, non mancano i momenti stranianti, grotteschi (il bicchiere di sangue), onirici o quasi surreali, come le suggestive sequenze subacquee, quando finalmente "Coccodrillo" sembra ritrovarsi nel proprio ambiente naturale, le acque salmastre di un fiume sì inquinato ma comunque in grado di proteggerlo da un mondo esterno crudele e ostile: soltanto sotto la superficie dell'acqua sembra possibile trovare la pace e la libertà (di cui la tartaruga colorata di azzurro, così come le barchette di carta del bambino, sono un evidente simbolo).

21 ottobre 2009

Il fiume (Tsai Ming-liang, 1997)

Il fiume (He liu)
di Tsai Ming-liang – Taiwan 1997
con Lee Kang-sheng, Miao Tien
**1/2

Rivisto in VHS, in originale con sottotitoli.

Hsiao-kang e i suoi genitori vivono sotto lo stesso tetto, ma si parlano a malapena e conducono esistenze separate: la madre lavora fuori casa e ha un amante che traffica in video porno; il padre si preoccupa soprattutto per una costante infiltrazione d'acqua dal soffitto e nel frattempo si dedica a incontri gay clandestini negli alberghi; il figlio comincia a soffrire di un misterioso e incessante dolore al collo (forse dovuto all'immersione in un fiume inquinato, alla quale si era sottoposto per fare la comparsa – nel ruolo di un cadavere che galleggia! – in un film che viene girato a Taipei dalla regista Ann Hui) e a nulla serve l'intervento di massaggiatori e chiropratici vari. Il padre conduce infine Hsiao-kang fuori città per farlo visitare da uno spiritista: in serata, genitore e figlio avranno un rapporto omosessuale, senza riconoscersi, nel buio di una sauna. Un film alienante e disturbante, che presenta – in maniera quasi lancinante – emozioni anestetizzate e pulsioni incomunicabili. Anche se probabilmente è la pellicola di Tsai che mi è piaciuta di meno, non si può non apprezzare come sempre il suo tentativo di fare un cinema anti-hollywoodiano, con ritmi lenti e dilatati, un profondo studio dei personaggi, una grande cura nelle inquadrature, una sceneggiatura scarna ed essenziale che punta – più che sui dialoghi, quasi inesistenti – su silenzi, gesti, sguardi. Senza contare l'utilizzo di quelli che per altri registi sarebbero "tempi morti", da eliminare immediatamente, e che Tsai invece mette sempre al centro delle sue pellicole. L'ottimo Miao Tien interpretava il padre di Hsiao-kang anche nel precedente "Rebels of the neon god", del quale questo film è praticamente il sequel. Ann Hui recita nella parte di sé stessa. Curiosamente, nella prima scena del film l'attore Lee Kang-sheng viene chiamato con il suo vero nome: me ne sfugge il motivo (aggiornamento: nei commenti, Maria Franca fa notare che Hsiao-kang è il diminuitivo di Kang-sheng, confermando dunque come il personaggio sia l'alter ego dell'attore).

24 luglio 2009

Fitzcarraldo (Werner Herzog, 1982)

Fitzcarraldo (id.)
di Werner Herzog – Germania/Perù 1982
con Klaus Kinski, Claudia Cardinale
****

Rivisto in DVD, con Giovanni.

"Chi sogna può muovere le montagne."

Un film straordinario, larger-than-life come il suo protagonista, il folle e visionario Brian Sweeney Fitzgerald che gli indios dell'Amazzonia chiamano "Fitzcarraldo" perché non riescono a pronunciare correttamente il suo nome. Inventore e imprenditore dalle mille idee, sempre destinate al fallimento, e grande appassionato di musica lirica, Fitzcarraldo sogna di costruire a Iquitos – minuscolo villaggio sul Rio delle Amazzoni – un teatro dell'opera all'altezza di quello della vicina città di Manaus e in grado di accogliere grandi cantanti europei come Enrico Caruso (la pellicola è ambientata agli inizi del novecento). Per racimolare il denaro necessario, decide di lanciarsi nel commercio del caucciù: e per raggiungere una regione ricca di alberi della gomma e non ancora sfruttata, si imbarca in un'impresa apparentemente assurda: trasportare una nave sopra una collina – con l'aiuto di una tribù di selvaggi che lo credono un dio – per evitare un tratto di fiume infestato da pericolose rapide. Fra splendidi paesaggi e character pittoreschi, presentati allo spettatore con un ritmo lento, languido, onirico e avvolgente come le acque del fiume che trasporta i personaggi, Herzog si dimostra ancora una volta a proprio agio nella descrizione di un uomo che sfida i propri limiti pur di realizzare il suo sogno, e Kinski lo assiste fedelmente donando al personaggio l'energia necessaria per renderlo indimenticabile, un vero e proprio simbolo della forza di volontà che si batte contro gli ostacoli posti sul suo cammino dalla natura selvaggia e dalla società umana (come i ricchi signori della gomma che lo deridono per il suo idealismo). La virtù di Fitzcarraldo sta nel fatto di non essere alla ricerca di una ricchezza personale, bensì di essere spinto dal desiderio di condividere con tutti (persino con il suo maiale, al quale intende riservare una poltrona di velluto nel palco principale!) la propria passione per la musica. L'unica persona che lo sostiene incondizionatamente sin dall'inizio è la sua donna, la tenutaria del bordello locale (una splendida Cardinale), che gli fornisce i fondi necessari per acquistare la nave e dare così inizio all'avventura.

Inizialmente Herzog aveva pensato a Jason Robards per il ruolo principale (ed era prevista anche una parte per Mick Jagger!), ma poi si è rivolto nuovamente al suo "miglior nemico", quel Kinski che sul set di "Aguirre" aveva dovuto minacciare con un fucile pur di fargli portare a termine le riprese. Anche durante "Fitzcarraldo" i rapporti fra i due, a quanto pare, furono accesissimi, al punto che alcuni indios avrebbero approcciato il regista offrendosi di uccidere l'attore per conto suo! Più tardi Herzog ha commentato così: "Avevo ancora bisogno di Kinski per alcune scene, così ho declinato l'invito. Ma ho sempre rimpianto di aver perso quell'opportunità". Sul film e sulla sua lunghissima lavorazione (quasi quattro anni!) circolano comunque numerose altre leggende e dicerie, compreso quella secondo cui diversi indios sarebbero morti di fatica durante le scene in cui la nave (che pesava oltre trecento tonnellate) viene trasportata su per la montagna con un rudimentale sistema di corde e paranchi. In realtà nessuno morì durante le riprese, anche se è vero che ci furono diversi incidenti (il direttore della fotografia si ferì la mano sulle rapide, un membro della troupe venne morso da un serpente velenoso e gli fu amputato il piede, un altro rimase ferito nell'atterraggio del suo aereo). La pellicola (ispirata a una storia vera) consentì a Herzog di vincere a Cannes il premio per la miglior regia.

17 maggio 2009

Riverworld (K. Skogland, 2003)

Riverworld - Il popolo del fiume (Riverworld)
di Kari Skogland – USA/Canada 2003
con Brad Johnson, Jonathan Cake
*1/2

Visto in divx.

È l'episodio pilota (trasformato poi in tv movie e trasmesso dal canale satellitare Sci Fi) di una serie televisiva mai realizzata, ispirata al bellissimo ciclo di romanzi de "Il mondo del fiume" di Philip J. Farmer. Pessimo però l'adattamento, che banalizza non poco i concetti filosofici di Farmer, ne elimina ogni suggestione (per non parlare della suspense) e vi aggiunge scene d'azione e di combattimento che sembrano uscite da "Xena". Il protagonista, che nei romanzi è Richard Burton (l'avventuriero britannico, non l'attore!), è sostituito da un anonimo e stereotipato astronauta americano con il mascellone, interpretato da un attore mediocre; meno grave invece che il cattivo, anziché Giovanni Senza Terra, sia l'imperatore Nerone (ma stendiamo un velo pietoso sulla verosimiglianza storica del personaggio). Lo scenario ideato da Farmer resta comunque affascinante: tutti gli esseri umani mai vissuti sulla Terra, provenienti da ogni epoca, risorgono dopo la loro morte e si ritrovano misteriosamente ringiovaniti sulle rive di un fiume immenso, circondato da montagne invalicabili su un pianeta sconosciuto. Personaggi famosi (Alice Liddell, Samuel Clemens), sconosciuti (un polacco morto ad Auschwitz, un'improbabile – ma sexy – sacerdotessa-amazzone africana) ed enigmatici (un alieno di Tau Ceti, una bambina muta) si alleano per risalire il fiume a bordo di un battello (il film copre più o meno gli eventi dei primi due romanzi, "Il fiume della vita" e "Alle sorgenti del fiume"). Ma nella piatta sceneggiatura molti dettagli non tornano, a partire dalla presenza dei cavalli e dalla rapidità con cui si riformano le varie civiltà, mentre i misteri che caratterizzavano la saga originale vengono appena abbozzati (d'altronde questo avrebbe dovuto essere soltanto un assaggio). Pare che nel 2009 ci sarà un nuovo tentativo di trasformare i romanzi in un prodotto televisivo, con un concept che agli appassionati di serie come "Lost" non dovrebbe dispiacere.

20 febbraio 2009

Boudu salvato dalle acque (J. Renoir, 1932)

Boudu salvato dalle acque (Boudu sauvé des eaux)
di Jean Renoir – Francia 1932
con Michel Simon, Charles Granval
***

Visto in DVD, con Marisa.

Il libraio Edouard salva dall'annegamento il barbone Boudu, che si era gettato nella Senna, e lo ospita a casa sua dove vive con la moglie (una strepitosa Marcelle Hainia) e la giovane cameriera (Sévérine Lerczinska). L'eccentrico e imprevedibile vagabondo metterà a soqquadro la vita della famiglia, portando il caos e l'anarchia all'interno dell'ordinato mondo borghese che lo ha accolto: ma alla lunga la sua presenza catalizzerà quel cambiamento che in fondo tutti i personaggi agognavano. Come uno scatenato Dioniso che invade senza freni il mondo di Apollo (quella della mitologia greca è una metafora insistita che spunta a più riprese, a partire dalla scena iniziale in cui il libraio è visto come un satiro che insidia la domestica/ninfa), il clochard sporca la casa, infastidisce tutti, importuna la cameriera, ostacola il corteggiamento del padrone di casa a quest'ultima, risveglia le voglie sessuali della moglie, costringe ciascuno a ripensare alla propria esistenza. E proprio quando – grazie a un'improvvisa e inaspettata ricchezza – sembra che possa finalmente integrarsi nella società, sceglie di rinunciare a tutto e di riprendere la sua vita da senzatetto. Come ha commentato Jean Douchet, "Il caos deve far visita all'ordine e mettere tutto sottosopra. L'ordine viene arricchito da questa confusione temporanea, ma il caos deve poi tornare al proprio mondo". Dietro l'apparenza di una farsa comica e leggera, tutto il film è un potente elogio della libertà dalle convenzioni morali e sociali, girato con delicatezza e una grande umanità che fa il pari con lo stile moderno e all'avanguardia: Renoir sfrutta al meglio i movimenti di macchina e i campi lunghi (la passeggiata di Boudu per Parigi, ripresa con il teleobiettivo), il paesaggio naturale (magnifico il finale lungo il fiume) e le scenografie in interni. Alcuni elementi sembrano anticipare "L'atalante" di Jean Vigo: non solo per la presenza del bravissimo (e irriconoscibile) Michel Simon – e c'è anche Jean Dasté in un ruolo minore – ma anche per le immagini del fiume con le sue chiatte, per il matrimonio sull'acqua, per la colonna sonora (spesso diegetica), per la freschezza delle situazioni. Ne esiste un remake americano con Nick Nolte, "Su e giù per Beverly Hills", che non ho visto.

6 giugno 2007

Una gita in campagna (J. Renoir, 1936)

Una gita in campagna (Une partie de campagne)
di Jean Renoir – Francia 1936
con Sylvia Bataille, George D'Arnoux
***

Visto in DVD.

Un commerciante di Parigi, con moglie, suocera, figlia e l'inetto fidanzato di quest'ultima, si reca a trascorrere una giornata fuori città, sulle rive della Senna. Dopo il pranzo sull'erba, mentre i due uomini vanno a pesca, la moglie e la figlia fanno un'escursione in barca sul fiume, in compagnia di due pescatori che le corteggiano. La breve avventura romantica diventerà un triste e malinconico ricordo nei grigi anni a venire. Un piccolo film di meno di quaranta minuti, minimalista e pastorale, apparentemente leggero e spensierato, in realtà profondo e tristissimo, tratto da un racconto di Maupassant. Renoir progettava di inserirlo in un "programma" con altri due cortometraggi, ma le continue piogge gli impedirono addirittura di portare a termine le riprese (oltre a costringerlo a cambiare la sceneggiatura, inserendo i dialoghi che parlano del maltempo): incompiuto, il film è stato poi proiettato con due "cartelli" che riassumono le sequenze mancanti. Fra gli assistenti del regista c'è un giovane Luchino Visconti, che muove così i suoi primi passi nel mondo del cinema.