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3 gennaio 2021

The whispering star (Sion Sono, 2015)

The whispering star (Hiso hiso boshi)
di Sion Sono – Giappone 2015
con Megumi Kagurazaka
***

Visto in TV (Prime Video).

In un universo popolato all'80% da macchine, e dove il genere umano è ormai in via di estinzione, l'androide Yoko Suzuki lavora come "corriere spaziale", viaggiando con la sua astronave vintage da un pianeta all'altro per consegnare misteriosi pacchi. Soltanto gli umani si affidano ancora a questo vetusto servizio di consegna, che richiede anni per essere portato a termine, anziché al più pratico teletrasporto, forse per un'atavica paura del moderno. Reclusi e isolati in pianeti semidistrutti e morenti (il film è stato girato nei luoghi colpiti dal disastro nucleare di Fukushima), gli uomini vivono ormai di ricordi del passato, aggrappandosi ad oggetti e a cose perdute, apparentemente insignificanti ma ultime testimonianze del loro mondo di un tempo. Un film molto diverso da tutti quelli di Sion Sono che finora avevo visto: malinconico e meditativo anziché provocatorio e sopra le righe, con atmosfere di tristezza e solitudine veicolate anche dalla fotografia in bianco e nero (o seppia: una sola brevissima scena è invece a colori), dagli interni retrò della piccola astronave di Yoko (che riproduce un antiquato tinello, con tanto di rubinetto gocciolante, lampada al neon, tavolino, dispensa e vecchie prese elettriche, spazio che l'androide condivide con l'altrettanto vetusto – e talvolta malfunzionante – computer di bordo, la cui voce è la sua unica compagnia durante il lungo viaggio), dalla cifra surreale (vedi per esempio lo scorrere del tempo, scandito da cartelli che indicano i giorni della settimana, che pure hanno ben poco significato per un androide capace di restare inattivo anche per mesi o per anni) e dalle sequenze ambientate sui pianeti dove risiedono gli ultimi umani (come quello, che dà il titolo al film, in cui è vietato produrre rumori superiori ai 30 decibel, perché risulterebbero letali per gli abitanti). È una fantascienza esistenziale e minimalista, che da un lato ricorda quella di Andrej Tarkovskij ("Solaris" e "Stalker"), o in generale dell'Europa dell'Est (cui si rifanno spesso i registi giapponesi, si pensi anche a Mamoru Oshii), e dall'altra il "Dark star" di John Carpenter (compresi gli echi kubrickiani del dialogo con il computer di bordo). Trovate come il diario dell'androide registrato su nastro o la lattina incastrata sotto la scarpa perché "fa un bel rumore" contribuiscono a stimolare la narrazione, mentre Yoko si interroga (e noi con lei) su cosa significhi essere umani. Al fianco della protagonista assoluta, Megumi Kagurazaka, recitano in brevi scene (come dicono i titoli di testa) "le persone che ancora vivono nelle unità abitative temporanee di Namie, Tomioka e Minami Soma" nella prefettura di Fukushima, zone evacuate dopo il disastro nucleare del 2011 (altro parallelo con "Stalker").

4 luglio 2020

The forest of love (Sion Sono, 2019)

The forest of love (Ai-naki mori de sakebe)
di Sion Sono – Giappone 2019
con Eri Kamataki, Kippei Shiina
**1/2

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

Joe Murata (Kippei Shiina) è un affascinante e spregiudicato truffatore, che millanta professioni diverse (da cantautore ad agente della CIA!) e ha la capacità di sedurre ogni donna e plagiare ogni uomo. A cadere fra le sue braccia ci sono Mitsuko (Eri Kamataki) e Taeko (Kyoko Hinami), ex compagne di classe del liceo, le cui vite hanno preso strade diverse dopo una tragedia che le segnò durante l'ultimo anno di scuola. La morte in un incidente di Eiko, che avrebbe dovuto interpretare Romeo in una recita scolastica (dove Mitsuko sarebbe stata Giulietta, e Taeko la regista), ha spinto la prima a chiudersi completamente in sé stessa, isolandosi nella propria stanza con l'unica compagnia del fantasma dell'amica defunta; e la seconda a darsi a una vita punk e sregolata. Il fascino di Murata conquista anche tre giovani cineamatori – Shin (Shinnosuke Mitsushima), Jay (Young Dais) e Fukami (Dai Hasegawa) – che decidono di girare un film ispirato proprio a lui, sospettato fra l'altro di essere quel serial killer che semina di vittime i boschi circostanti. Il nutrito roster di personaggi comprende anche la sorella minore di Mitsuko, Ami (Yuzuka Nakaya), e i suoi genitori (Denden e Sei Matobu). Lunga ed eccentrica black comedy dalla struttura episodica, bizzarra ed estrema come Sion Sono ci ha da tempo abituato, che conduce lo spettatore in un labirinto di false piste per poi sorprenderlo con svolte inaspettate. I temi cari al regista giapponese ci sono tutti: famiglie disfunzionali, personaggi stravaganti, dinamiche relazionali contorte e asimmetriche, sesso e perversioni, sadomasochismo, torture, suicidi, omicidi, sette e lavaggio del cervello, un atteggiamento disincantato verso la morte, la violenza, la "purezza" e la verginità, apparizioni soprannaturali, traumi del passato, riflessioni metacinematografiche, narrazione decostruita con numerosi flashback, la follia che prende il sopravvento man mano che si perde il contatto con la realtà. Durante la visione sembra spesso di smarrire il focus della storia (non è nemmeno chiaro chi debba esserne il protagonista: Mitsuko? Taeko? Shin? O addirittura Murata?), prima di un finale chiarificatore che pure ribalta completamente le carte in tavola e capovolge molte delle certezze acquisite. La sceneggiatura è ispirata a una serie di veri delitti (quelli di Futoshi Matsunaga) commessi in Giappone alla fine degli anni Novanta: ma per il regista si tratta solo di uno spunto da cui partire per la tangente, visto che le imprese del serial killer rimangono quasi sempre sullo sfondo. A suo modo una pellicola memorabile, che può certo sconcertare (e che rispetto ad altri lavori di Sono è forse meno compiuta e convincente), ma che non annoia mai e che colpisce anche per la ricchezza visiva, la bellezza della fotografia e la cura della regia. Da ricordare le modalità con cui le persone plagiate si sbarazzano dei cadaveri (facendoli a pezzi in maniera certosina): ma il personaggio stesso di Joe Murata, con la sua faccia tosta e l'incredibile fascino manipolatore, è forse l'elemento più riuscito di una storia che si dipana in un crescendo sempre più estremo, grottesco ed esagerato. Nella colonna sonora spiccano il Canone di Pachelbel (trasformato in canzone d'amore adolescenziale) e l'Adagietto dalla quinta sinfonia di Mahler, entrambi già usati dal regista in opere precedenti. Oltre al film, Sion Sono ha firmato anche una versione estesa (lunga quasi il doppio), "The forest of love - Deep cut", sotto forma di miniserie televisiva in sette episodi.

9 gennaio 2017

Love exposure (Sion Sono, 2008)

Love exposure (Ai no mukidashi)
di Sion Sono – Giappone 2008
con Takahiro Nishijima, Hikari Mitsushima, Sakura Ando
***1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Vero amore e religione, perversione e spiritualità, alienazione e famiglie disfunzionali in un film-monstre di ben quattro ore: ma la lunghezza è in realtà uno dei suoi pregi, visto che sembra di assistere a un serial televisivo che, episodio dopo episodio, approfondisce sempre più i personaggi principali, consentendo al pubblico di affezionarsi e "vivere" al loro fianco. E paradossalmente, nonostante la durata mastodontica (ma il ritmo e l'attenzione non calano mai) e la vastità dei temi trattati, è forse uno dei film di Sono più accessibili e meno "estremi" (relativamente parlando), almeno fra quelli che ho visto finora. Forse addirittura il suo capolavoro. Anche se il regista giapponese – come sempre – non sembra porre limiti o freni inibitori alla propria visione, gli eccessi e le esagerazioni risultano funzionali ai contenuti e l'immenso senso di libertà (dai generi e dalle convenzioni, ma non solo) che si respira a pieni polmoni contagia progressivamente anche lo spettatore. La trama è ovviamente assai lunga, e anche riassumendone solo i punti essenziali le si fa un torto (è un film che deve essere visto, non raccontato!). Comunque: il giovane Yu (Takahiro Nishijima), cresciuto in una famiglia cattolica, si scopre trascurato dal padre (che dopo la morte della moglie è stato ordinato prete), e per riconquistare il suo affetto comincia a commettere "peccati" di ogni genere in modo da poterglieli confessare. In particolare, diventa esperto nell'arte del tosatsu, ovvero la fotografia voyeuristica delle mutandine sotto le gonne delle ragazze. Nel frattempo, è alla ricerca della sua "Maria", ovvero l'unica ragazza di cui potrà innamorarsi. La troverà in Yoko (Hikari Mitsushima), teenager ribelle che odia tutti gli uomini ("tranne Gesù Cristo e Kurt Cobain"). Avendola salvata da un agguato mentre, per una scommessa, vestiva i panni della vendicatrice mascherata Sasori (mantello nero, occhialoni e cappello a falde larghe: un personaggio reso celebre dell'attrice Meiko Kaji in una serie di film degli anni settanta), Yu si rende conto di poterla corteggiare soltanto sotto quella falsa identità. Anche perché sta per diventare suo fratello, visto che suo padre intende lasciare la tonaca per sposare Kaori, la madre adottiva di Yoko. E qui si inserisce la terza protagonista, la misteriosa Aya Koike (Sakura Ando), manipolatrice biancovestita con un violento passato, che si occupa di reclutare nuovi membri per conto di una setta religiosa, la Chiesa Zero. Aya si interessa a Yu e alla sua famiglia non solo perché, in quanto cristiani, sono "prede" particolarmente allettanti: la ragazza vede in Yu una copia di sé stessa, essendo lui ossessionato, proprio come lei, dal "peccato originale". Con questo, credeteci o meno, arriviamo giusto ai titoli di testa, che giungono dopo la prima ora di pellicola!

Ondeggiando fra la commedia romantica e il coming of age esistenziale, il melodramma religioso e il cartoon demenziale, "Love exposure" è un film che spiazza in continuazione. Come tutti i lavori di Sono ha tanti pregi quanti difetti, che però sono perdonabili vista la genialità del regista e il suo bisogno di andare oltre i limiti pur di raccontare i temi che gli stanno a cuore: il legame fra l'individuo e la società, la rottura del cordone ombelicale con la famiglia – spesso descritta in termini negativi – e la conquista di un proprio posto nel mondo, che sia attraverso l'amore, il lavoro o la religione. E a proposito di quest'ultima, che nella pellicola gioca un ruolo fondamentale, ne vediamo sia gli aspetti più puri e spirituali (significativo che sia stato scelto il cristianesimo, che in Giappone è in fondo professato da una minoranza; ma il tema del peccato era strettamente necessario) che quelli socialmente patologici o distorti (la setta di Aya, che fa il lavaggio del cervello ai suoi adepti). I temi "alti" (l'amore, la purezza, la redenzione) vengono affiancati da quelli "bassi" (la perversione, la pornografia, la violenza), affrontati però non con intenti moralistici ma anzi con un approccio liberatorio e lontano da ogni ipocrisia, accompagnato da un'ironia da cinema trash o di exploitation (si pensi alle imprese "acrobatiche" di Yu per scattare foto sotto le gonne delle ragazze: sembra di vedere in azione Ataru Moroboshi!). E la nonchalance con cui si passa da sequenze esageratamente violente o gore (il flashback sulla gioventù di Aya, l'irruzione di Yu nella sede della setta) ad altre demenzialmente erotiche – le erezioni di Yu – o comiche (che sembrano uscire da un manga hentai), da situazioni intensamente romantiche o tragicamente liriche ad altre assolutamente improbabili e irreali, rivela tutto il talento cinematografico di un regista che, anche quando cerca di contenere alcuni dei suoi eccessi, è semplicemente incapace di fare film "normali" e che passino inosservati. Magistrale come sempre l'uso della colonna sonora: oltre ai brani composti appositamente da Tomohide Harada e alle canzoni del gruppo Yura Yura Teikoku, Sono ricorre con grande efficacia alla musica classica, in particolare al Bolero di Ravel (che accompagna la decisione di Yu di diventare esperto di tosatsu e tutto il suo "addestramento"), all'Allegretto della settima sinfonia di Beethoven (nella scena sulla spiaggia in cui Yoko recita il capitolo 13 della prima lettera ai Corinzi) e all'Adagio della terza sinfonia di Saint-Saens (nella sequenza dell'incontro fra Yoko e Yu/Sasori all'ospedale psichiatrico). Ottimi i tre giovani protagonisti. Nel cast anche Makiko Watanabe (Kaori) e Atsuro Watabe (il padre di Yu). Il musicista Hiroshi Oguchi è Lloyd, il maestro di tosatsu.

3 novembre 2015

Strange circus (Sion Sono, 2005)

Strange circus (Kimyo na sakasu)
di Sion Sono – Giappone 2005
con Masumi Miyazaki, Issei Ishida
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il cinema di Sion Sono, sopra le righe e non per tutti i gusti, è di certo estremo e disturbante, ma anche onirico e surreale: e proprio quest'ultima caratteristica dona alle vicende che racconta una patina di eclatante irrealtà, come in uno spettacolo di Grand Guignol, e trasforma i suoi personaggi in marionette da non prendere sul serio, anche quando sono al centro di storie di inumana crudeltà nell'ambito di una società malata e psicotica. Qui la cornice è quella, riassunta del titolo, di un bizzarro circo – forse solo un sogno, un'illusione o una schermatura – all'interno del quale la protagonista ricorda la sua storia. Sin da quando aveva 12 anni, la piccola Mitsuko viene molestata e violentata dal padre. Per difendersi dagli abusi, comincia a immedesimarsi nella madre Sayuri, e la cosa è reciproca. Dopo la morte accidentale di Sayuri, anche Mitsuko tenta di togliersi la vita, ma ottiene soltanto di rimanere paralizzata e su una sedia a rotelle. Tutto questo è accaduto realmente o è soltanto il soggetto di un romanzo della misteriosa scrittrice Taeko? A costei, a sua volta su una sedia a rotelle (ma si tratta solo di una finzione: in realtà può camminare benissimo), viene assegnato un nuovo assistente, il giovane e ambiguo Juji, deciso a scoprire se nei suoi perversi romanzi c'è qualcosa di autobiografico... "Che cosa è reale e che cosa non lo è?", si domanda uno dei personaggi nel finale. La triangolazione fra Mitsuko, Sayuri e Taeko lascia a tratti, durante la visione, confusi e storditi, al punto che ciascuna delle tre donne potrebbe essere la reale protagonista della storia, e le altre due frutto della sua immaginazione, sana o malata che sia. La pellicola alterna scene forti e ambienti barocchi e grotteschi con momenti di normale quotidianità, ma preme – più di altre volte – sul pedale dell'alterazione onirica della realtà (si pensi ai sogni, ai ricordi, alle narrazioni frammentate che costellano la storia sin dalle prime scene), con oggetti ricorrenti (la custodia del violoncello, la sedia a rotelle), immagini e metafore di ogni tipo (gli specchi, il sangue) che lasciano anche le numerose svolte e i colpi di scena aperte all'interpretazione dello spettatore. Il sottotesto, comunque, è sempre concreto e palpabile, un dramma famigliare a tinte forti con tanto di tragica vendetta finale. Nel comparto attoriale, ottima la multiforme Masumi Miyazaki, ma bene anche Issei Ishida nel difficile ruolo di Yuji. Hiroshi Oguchi è il padre-mostro Gozo, Rie Kuwana è Mitsuko da bambina. La colonna sonora, oltre a brani composti dallo stesso Sono, utilizza Debussy, Liszt, Bach e Saint-Saens in maniera straniante.

2 agosto 2015

Noriko's dinner table (Sion Sono, 2006)

Noriko's Dinner Table (Noriko no shokutaku)
di Sion Sono – Giappone 2006
con Kazue Fukiishi, Yuriko Yoshitaka
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La diciassettenne Noriko si sente soffocare dalla vita tranquilla e limitata della cittadina (Toyokawa) in cui vive, all'interno di una famiglia che non la comprende e con un padre con cui non ha un vero rapporto. Aspira a essere adulta, indipendente, ribelle, magari come l'amica d'infanzia Mikan-chan, che alla sua stessa età ha smesso di studiare e già lavora. Poco prima del Natale del 2001, la ragazza coglie l'occasione e fugge di casa, andandosene a Tokyo dall'amica Kumiko, conosciuta virtualmente sul web. Qualche mese più tardi, sua sorella minore Yuka farà lo stesso. Entrambe finiranno a lavorare per il "circolo" di cui Kumiko fa parte, un'organizzazione che fornisce "famiglie in affitto" a persone sole e disperate, recitando di volta in volta la parte delle loro figlie o parenti e ricreando quelle "famiglie perfette" che nella realtà non esistono. In seguito il loro padre Tetsuzo, giornalista locale che non si era mai interessato a nulla al di fuori del suo piccolo microcosmo, scosso dall'improvviso suicidio della moglie deciderà di partire alla loro ricerca... Come nel film precedente, Sono continua ad affrontare il tema dell'alienazione, del distacco e del malessere nella società giapponese, ma stavolta lo fa con un approccio più riflessivo e stratificato, meno horror e sopra le righe (anche se non mancano sequenze eccessive e surrealmente gore, che infatti stonano un po' rispetto al tono generale). Narrato come se fosse un romanzo, con tanto di divisione in capitoli, e con la voce narrante dei vari personaggi che raccontano le rispettive storie in prima persona come in un diario, il film si intreccia e si sovrappone a più riprese con un altro lavoro di Sion Sono, l'inquietante horror "Suicide club", di cui ripropone alcune sequenze e di cui, di fatto, riscrive il significato: il circolo dei suicidi di quella pellicola e l'organizzazione di cui Noriko e Yuka entrano a far parte (con i nomi d'arte di Mitsuko e Yoko) sono la stessa cosa, ma il suicidio non è la sua vera finalità. "Il club del suicidio è il mondo. Sfiorare la morte fa dare più valore alla vita", spiega un suo rappresentante. Le persone si suicidano solo se la parte che esse devono recitare lo richiede, proprio come in natura alcuni animali sono destinati al ruolo di vittima e altri a quello di predatore: è il "circolo della vita" (chi non ricorda la canzone de "Il re leone"?). In più, ci sono riflessioni sui temi dell'identità e della finzione (Kumiko si crea falsi ricordi per compensare il fatto di essere stata abbandonata da piccola in un armadietto a gettoni della stazione di Ueno; Noriko e Yuka cessano di essere sé stesse per diventare Mitsuko e Yoko; e proprio i ruoli da recitare all'interno dell'organizzazione diventano un veicolo di conoscenza di sé: "Se fate un buon lavoro, avrete accesso al vostro vero io", spiega Kumiko alle due sorelle) ma soprattutto un atto d'accusa sul ruolo stesso della famiglia, al cui interno i membri sono destinati alla solitudine per via della reciproca incomunicabilità. E da cui l'unica via d'uscita è la fuga, la rottura di quel cordone ombelicale simboleggiato dal filo rosso che penzola dal cappotto di Noriko e che la ragazza strappa con consapevolezza.

31 luglio 2015

Suicide club (Sion Sono, 2002)

Suicide club (Jisatsu sākuru, aka Suicide circle)
di Sion Sono – Giappone 2002
con Ryo Ishibashi, Masatoshi Nagase
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La prima scena è di quelle che non si dimenticano: una cinquantina di studentesse liceali, nel tipico abito alla marinaretta, che si prendono per mano e saltano sui binari della stazione di Shinjuku, appena prima che passi un treno. E il resto del film non è da meno, mettendo in scena una vera e propria "epidemia di suicidi", apparentemente scollegati gli uni dagli altri, che spingono persone di tutti i tipi – ma soprattutto giovanissimi, talvolta in gruppo – a togliersi la vita nelle maniere più efferate possibili (lo splatter e il gore non mancano). La polizia indaga, ma fra molte ipotesi (un'insolita setta religiosa? Un "club dei suicidi" che fa il verso ai circoli scolastici?) e vaghe tracce da seguire (un sito web che sembra "tenere il conto" dei morti; una sacca sportiva, rinvenuta sul luogo dei suicidi, contenente macabri rotoli di pelle umana; strane telefonate da misteriosi bambini), i risultati sono pochi. Almeno fino a quando una giovane hacker, che a sua volta indaga sul caso, non viene rapita da un pazzo megalomane che si attribuisce i delitti, affermando di aver usato internet per istigare le persone a uccidersi. Naturalmente la soluzione non è così semplice... Cruento horror indipendente e a basso costo, divenuto film di culto in Giappone, che ha contribuito a far decollare la fama dell'eccentrico e poliedrico Sion Sono come regista di lavori forti e "disturbanti" ma capaci di indagare a fondo il malessere e l'alienazione che permea, a più livelli, la società nipponica. Debitore in parte a pellicole come "Battle royale" o "Audition" (da cui torna l'attore Ryo Ishibashi), rappresenta infatti un mondo dove l'individualità e il proprio io (o la "connessione con sé stessi", per citare la pellicola) vengono messi a forza in secondo piano rispetto al lavoro, al "dovere" e al ruolo nella collettività, e dove la frattura fra le varie generazioni sembra ormai insanabile. Un mondo dove bambini, adolescenti e adulti conducono vite separate e parallele, dove manca il dialogo (o magari si sviluppa in luoghi virtuali, come internet) e dove anche il mercato crea "mostri" come il gruppo di giovanissime idol, le "Dessert" (ma il nome è scritto con numerose varianti), che sono il vero filo conduttore della pellicola con la loro canzone "Mail me". E se non tutto viene spiegato chiaramente alla fine, è evidente che Sono intende suggerire cause sociali e psicologiche prima ancora che criminali o soprannaturali. Il suicidio può persino diventare una "moda", come un gruppo rock o un giocattolo elettronico; e come tutte le mode, può invadere la società senza che alcune fasce di essa (gli adulti, i poliziotti) si rendano conto della sua esistenza. Gli eventi raccontati si svolgono nell'arco di una sola settimana (dal 26 maggio al 2 giugno), durante la quale la tensione sale sempre più alle stelle e nessuno può dirsi al sicuro. Nel 2006 il regista ha rivisitato il film, dandone di fatto una nuova interpretazione, attraverso una sorta di prequel, "Noriko's dinner table".

16 settembre 2011

Himizu (Sion Sono, 2011)

Himizu
di Sion Sono – Giappone 2011
con Shota Sometani, Fumi Nikaido
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Nel Giappone sopravvissuto al terremoto e allo tsunami dell'11 marzo 2011, il quattordicenne Sumida vive senza genitori (la madre è scappata con un altro uomo; il padre, violento e ubriaco, si fa vivo solo per picchiarlo e per estorcergli denaro) in una capanna fuori città, dove gestisce l'azienda di famiglia, uno scalcinato noleggio di barche. Ossessionato da inquietanti sogni premonitori, il ragazzo dà ospitalità nel terreno adiacente alla sua casa a una manciata di senzatetto che hanno perso ogni cosa nel disastro. Di lui si innamora una sua compagna di classe, la sciroccata Chazawa, che gli impone la propria presenza con la forza e fa di tutto per scuoterlo e portarlo ad amare la vita. Sumida, desideroso soltanto di trascorrere un'esistenza ordinaria e di basso profilo, è però costretto a fronteggiare la violenza e la meschineria del mondo adulto: dopo aver commesso un terribile delitto, nel tentativo di reagire alla malvagità che lo circonda, cercherà di espiare a modo suo. Tratto da un manga (di Minoru Furuya), il nuovo film di Sono è un caotico e disperato grido di riscatto, dove follia, confusione e violenza si legano ad avvenimenti del mondo reale. Dopo che la sceneggiatura era già stata scritta, infatti, il regista ha deciso di modificarla per fare riferimento al terribile disastro che aveva appena colpito il paese, inserendo una serie di sequenze che mostrano la distruzione causata dal cataclisma e legando le vicende dei personaggi (in particolare quelle dei senzatetto ospitati da Sumida) proprio al tragico evento, seppure in maniera un po' posticcia. Per il resto, sono presenti molti dei temi tipici dei suoi lavori, a partire dalle famiglie disfunzionali (sia il padre di Sumida che i genitori di Chazawa – la madre è interpretata da Asuka Kurosawa – manifestano non solo una completa mancanza di affetto verso i figli, ma addirittura il desiderio di vederli morti). Ma il risultato non convince appieno, e l'eccesso di violenza assume toni talmente esagerati da risultare quasi parodistico: insomma, un film difficile da prendere sul serio. Premiati a Venezia, forse un po' generosamente, i due giovani protagonisti. Nel cast ci sono anche Denden (il mafioso con il quale il padre di Sumida contrae un forte debito) e Tetsu Watanabe (Horuno, il barbone che lo salda per riconoscenza verso il ragazzo). Himizu significa "talpa": il titolo si riferisce al desiderio del protagonista di vivere isolato dal mondo e cieco alle sue violenze e alle sue ingiustizie. Il commento musicale consiste quasi esclusivamente nell'incipit del "Requiem" di Mozart, le cui prime battute vengono ripetute ad libitum ad accompagnare i movimenti dei personaggi: una tecnica che si riscontrava già nei lavori precedenti di Sono (vedi il brano di Mahler utilizzato in "Cold Fish").

24 settembre 2010

Cold fish (Sion Sono, 2010)

Cold fish (Tsumetai nettaigyo)
di Sion Sono – Giappone 2010
con Mitsuru Fukikoshi, Denden, Asuka Kurosawa
**1/2

Visto al cinema Ariosto, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Ispirato a un fatto di cronaca nera, un thriller/horror assai anomalo e non certo per tutti (è disturbante, malato, torbido, con personaggi amorali e molta violenza grafica), che parte con un'analisi del malessere di un nucleo socio-familiare per esplodere nel gore e nel grottesco. Il protagonista Shamoto gestisce un piccolo negozio di pesci tropicali con la giovane moglie Taeko e la figlia di primo letto Mitsuko, la quale odia la matrigna e manifesta la propria ribellione al genitore compiendo piccoli furti nei supermercati. L'incontro con il ricco e affabile signor Murata, proprietario di un negozio concorrente ben più grande e avviato, sembra cambiare la vita della famiglia: l'uomo, estroverso, fin troppo amichevole e anche un po' invadente, offre addirittura lavoro come commessa a Mitsuko, ben felice di abbandonare la casa del padre. Ma Shamoto scoprirà che l'ambiguo Murata è in realtà un folle assassino, che insieme alla perversa moglie Aiko ha già commesso una cinquantina di delitti e che lo renderà complice dei suoi crimini, facendolo precipitare in una spirale di sangue e tradimenti. La pellicola è un'escalation di orrori, un gelido viaggio verso l'incubo che non risparmia nessuno, fra sesso e corpi smembrati, e che potrebbe sembrare grottesco ed esagerato se non fosse per il fatto che, come detto, si ispira a un caso reale. C'è chi ci ha visto affinità con "Fargo" dei fratelli Coen. In ogni caso, a tratti è ipnotico e affascinante. Molto bravi gli attori, dal poliedrico protagonista Mitsuru Fukikoshi, che si trasforma da timido e passivo padre di famiglia (il "pesce freddo" del titolo, da dare in pasto ai coccodrilli) a violento nichilista, al "cattivo" Denden, istrionico e imprevedibile, per finire con la viziosa dark lady senza scrupoli Asuka Kurosawa, già apprezzata in "A snake in June" di Shinya Tsukamoto. A ironico commento delle "imprese" di Murata c'è il famoso tema della marcia funebre dalla prima sinfonia di Mahler (quello ispirato a "Fra Martino campanaro").