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7 luglio 2020

C'era una volta in America (Sergio Leone, 1984)

C'era una volta in America (Once upon a time in America)
di Sergio Leone – Italia/USA 1984
con Robert De Niro, James Woods
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina, per ricordare Ennio Morricone.

L'ultimo film di Sergio Leone, prodotto dopo una gestazione di oltre dieci anni e realizzato insieme ai suoi collaboratori più fidati (il direttore della fotografia Tonino Delli Colli, il montatore Nino Baragli e naturalmente il compositore Ennio Morricone, che firma qui una delle sue colonne sonore più belle), è una lunga – quasi quattro ore – e sofisticata gangster story, il cui titolo "fiabesco" sembra voler riecheggiare l'altro suo capolavoro "C'era una volta il west". Per la prima e unica volta, se non contiamo i peplum degli esordi, il regista romano si allontana dal territorio che ha frequentato con successo per tutta la sua carriera, ovvero il western: ma non dall'epica americana, di cui racconta a ben vedere un'altra sfaccettatura, affidandosi al secondo genere per eccellenza del cinema statunitense (il gangster movie, appunto) e realizzandone un titolo imprescindibile, che potremmo considerare il punto d'arrivo di un percorso che parte da "Nemico pubblico" e "Piccolo Cesare", passando per "Scarface" e "Il padrino". E anche in questo caso il titolo è programmatico: con esso Leone intende andare alle origini di un mondo vasto e legato all'immaginario culturale attraverso tanti film, romanzi e fumetti, ma soprattutto raccontare l'essenza dell'America, quegli Stati Uniti che sono una nazione giovane ("Questo è un paese in crescita, e certe malattie è meglio farle subito, da piccoli") e costruite sulla violenza, il tradimento e la sopraffazione. Il soggetto è ispirato al romanzo semiautobiografico "The Hoods" (1952) di Harry Grey, con una trama che Leone e i suoi sceneggiatori (Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Enrico Medioli, Franco Arcalli, Franco Ferrini) rendono complessa e articolata mediante l'incrocio di più piani temporali, con il continuo passaggio dal passato al presente attraverso una serie di flashback e flashforward. Si inizia in media res, nel 1933, alla fine del proibizionismo, quando il gangster David Aaronson detto "Noodles" (Robert De Niro) è costretto a fuggire da New York dopo la morte dei suoi tre soci, nonché più cari amici, "Max" Bercovicz (James Woods), "Patsy" Goldberg (James Hayden) e "Cockeye" Stein (William Forsythe). Tornerà nella Grande Mela soltanto trentacinque anni dopo, nel 1968 ("Che hai fatto in tutti questi anni?" - "Sono andato a letto presto", risponde, citando l'incipit de "Alla ricerca del tempo perduto" di Marcel Proust), richiamato da una lettera anonima e da qualcuno che vuole assoldarlo per un ultimo misterioso lavoro...

Siamo a trenta minuti di film, e ancora non sappiamo nulla dei retroscena. Ma la storia fa ora un improvviso tuffo all'indietro, portandoci nei ruggenti anni Venti, quando un giovane Noodles cresceva in libertà e spensieratezza per le strade del quartiere ebraico del Lower East Side di Manhattan, con gli inseparabili amici Patsy, Cockeye e Dominic, guadagnandosi da vivere con furtarelli o piccoli "lavoretti" per il boss della zona, altercando con il poliziotto locale e spiando di nascosto la bella Deborah, aspirante ballerina e sorella dell'amico Fat Moe, il locale della cui famiglia funge da base e punto di aggregazione dell'intera comitiva. Quando Noodles e compagni stringono amicizia con il nuovo arrivato Max, le loro sorti iniziano a sollevarsi, cosa che non fa piacere a Bugsy (James Russo), il galoppino che prima di loro gestiva gli affari della malavita nel quartiere: a cadere vittima della sua vendetta sarà il più piccolo del gruppo, il simpatico monello Dominic, ancora soltanto un bambino. La sua morte rappresenta la fine improvvisa dell'infanzia, in tutti i sensi. Per vendicarlo, Noodles pugnalerà Bugsy e finirà in prigione, dalla quale uscirà solo all'inizio del decennio successivo, trovando i restanti tre amici ormai ben avviati nell'ambiente della malavita, visto che gestiscono di fatto il commercio illegale di alcolici nel quartiere dal locale di Fat Moe (Larry Rapp). Attraverso contatti con boss di maggior calibro, come l'italo-americano Frankie Monaldi (Joe Pesci), i quattro faranno ulteriore strada e acquisiranno sempre più potere, non disdegnando di interferire nelle dinamiche sociali e politiche della loro epoca, per esempio sostenendo (con la forza, naturalmente) le attività del sindacalista James O'Donnell (Treat Williams). E nel frattempo Noodles riallaccia i contatti con l'amata Deborah (Elizabeth McGovern), che però lo lascia per andare a Hollywood in cerca di fama. Intanto il sempre più ambizioso Max non intende fermarsi, nemmeno di fronte alla fine del proibizionismo: e nella speranza di salvargli la vita Noodles decide di denunciarlo alla polizia, causando senza volerlo la morte sua e degli altri due amici. O almeno questo è quanto ha creduto nei trentacinque anni successivi, vissuti nel rimorso, prima di scoprire che a essere tradito era stato proprio lui...

Il tema, come dicevamo, è quello dell'America che cresce come nazione (dopo che in "C'era una volta il west" si era celebrata la fine dell'età della frontiera). Ne è metafora non solo Max con la sua sfrenata ambizione, per la quale non esita a tradire gli amici, ma anche e soprattutto Noodles che, pur senza essere davvero cattivo, non può che agire sopraffacendo gli altri, rovinando le cose belle e prendendosi quello che vuole con la forza (emblematica la scena dello stupro ai danni di Deborah), proprio come l'America si è storicamente presa la terra e ha sfruttato la natura, per poi cercare di dimenticare le proprie colpe (magari attraverso l'oppio, di cui Noodles è un avido consumatore). Un'America che ha costruito il proprio potere e la propria fortuna sulla legge del più forte, sul tradimento, sulla corruzione, sulla connivenza fra malavita e politica. E che pure non può fare a meno di guardare a sé stessa nello specchio o a ripensare al proprio passato con una certa nostalgia, respirando nuovamente il fascino degli inizi, le botteghe di quartiere, i ragazzi e le ragazze che giocavano per le strade o amoreggiavano per le scale, i sogni di gloria e le piccole gioie della vita. Nella sua lunga esposizione, il film attraversa tutte queste fasi e accatasta situazioni e dialoghi indimenticabili, passando da momenti di poesia e di tenerezza ad altri in cui scoppia improvvisa la violenza (l'ultimo appuntamento fra Noodles e Deborah ne è un perfetto esempio). Lo fa anche grazie alla sua complessa struttura a incastro, che "ingarbuglia" la vicenda come in un gioco di scatole cinesi. E cinese è anche il teatro di ombre che ospita la fumeria d'oppio dove Noodles trova rifugio più volte, compresa la scena conclusiva del film, ambientata nel 1933. Non è chiaro se si svolga dopo lo stupro di Deborah, dopo la morte di Max o in un'altra occasione: ma il sorriso che De Niro rivolge agli spettatori nell'inquadratura ferma sui titoli di coda, immerso nella nebbia della dimenticanza e della confusione mentale, ha sempre affascinato critici e spettatori, spingendoli alle interpretazioni più azzardate, molte delle quali (come quella per cui tutto ciò che avviene in seguito non è altro che il frutto dell'immaginazione del personaggio) ben poco fondate.

La lavorazione del film fu assai lunga: le riprese durarono quasi un anno (dal giugno 1982 all'aprile 1983) e si svolsero per lo più a Brooklyn (in molte sequenze si può seguire la progressiva costruzione del ponte sullo sfondo: celebre per esempio quella della morte del piccolo Dominic), ma anche in New Jersey, in Florida, a Cinecittà e al Lido di Venezia. Fondamentale come sempre, nell'economia della pellicola, la musica di Morricone: meravigliosi in particolare il tema principale, lento, melodico e struggente; quello con il flauto di pan (suonato da Gheorghe Zamfir) legato ai ricordi d'infanzia dei protagonisti; e il tema di Deborah, che ricorre in più varianti, spesso diegetiche, sulle note del quale la bambina danza davanti a Noodles. Ottimi gli interpreti, che recitavano per la prima volta con Leone (naturalmente molti di loro, come De Niro o Pesci, non erano nuovi ai film di gangster!). Oltre a quelli già citati, sono da ricordare gli attori che interpretano i personaggi da ragazzi/bambini (per oltre un'ora di film!): Scott Tiler (Noodles), Rusty Jacobs (Max), Brian Bloom (Patsy), Adrian Curran (Cockeye), Noah Moazezi (Dominic), Mike Monetti (Fat Moe) e una Jennifer Connelly al suo esordio (Deborah). Nel cast anche Tuesday Weld (Carol, la donna di Max), Darlanne Fluegel (Eve), Danny Aiello (il poliziotto), Burt Young (Joe) e il produttore israeliano Arnon Milchan (l'autista di Noodles). Pur con un buon riscontro, la pellicola è stata rivalutata soprattutto negli anni successivi alla sua uscita: oggi è considerata uno dei capolavori del regista. Ironia della sorte, ebbe successo ovunque tranne che negli Stati Uniti, dove venne pesantemente tagliata dai produttori, che ne rimontarono anche le sequenze in ordine cronologico, alterandone così l'equilibrio ed eliminando gran parte del fascino e del mistero. In occasione dell'uscita in DVD del 2003, il film è stato completamente ridoppiato (cosa vergognosa, visto che il doppiaggio originale era stato curato dallo stesso Leone, come quelli di tutti i suoi film). Nel 2012, per fortuna, la pellicola è stata restaurata (con l'aggiunta di piccole scene inedite) e il doppiaggio originale è stato ripristinato. Leone morirà nel 1989 senza fare più altri film, anche se stava lavorato a un progetto sulla battaglia di Stalingrado. Il sorriso di De Niro nel freeze frame finale rappresenta dunque anche il commiato del grande regista dal cinema e da noi spettatori.

8 maggio 2020

Giù la testa (Sergio Leone, 1971)

Giù la testa
di Sergio Leone – Italia/Spagna/USA 1971
con Rod Steiger, James Coburn
***

Rivisto in DVD.

Nel Messico di Pancho Villa e Huerta, scosso dalla rivoluzione (siamo nel 1913), il bandito messicano Juan Miranda (Rod Steiger) stringe un'improbabile amicizia con il bombarolo irlandese Sean Mallory (James Coburn). Il primo vorrebbe approfittare dell'abilità del secondo con gli esplosivi per svaligiare la banca di Mesa Verde: ma sarà da lui costretto a diventare giocoforza un eroe della rivoluzione. Dopo il successo dei suoi spaghetti western, e in particolare dopo aver terminato il magnum opus "C'era una volta il west", Sergio Leone cominciò a sentire l'esigenza di raccontare altri aspetti e altri momenti della storia dell'America. Mise perciò in cantiere questo film su suggerimento dell'amico Sergio Donati, autore della sceneggiatura insieme allo stesso Leone e a Luciano Vincenzoni, e inizialmente non avrebbe dovuto dirigerlo ma soltanto produrlo. Il regista da lui designato, Peter Bogdanovich, si tirò però indietro, e i finanziatori rifiutarono la seconda scelta di Leone, Sam Peckinpah. Il compito fu assegnato allora a Giancarlo Santi, già assistente del regista romano: ma dopo dieci giorni di riprese, questi decise di prendere le redini del film nelle proprie mani. Anche il casting subì alcune vicissitudini. Le due parti principali furono scritte con degli attori precisi in mente, vale a dire Eli Wallach e Jason Robards (con cui Leone aveva già lavorato, rispettivamente, ne "Il buono, il brutto, il cattivo" e in "C'era una volta il west"). Ma i produttori americani imposero Steiger (con cui avevano già un contratto: in italiano è comunque doppiato da Carlo Romano, che aveva già dato la voce a Tuco) e Coburn (considerato un nome di maggior spicco, e con il quale Leone voleva comunque lavorare già da tempo). Ampio spazio nella storia ha anche Romolo Valli nel ruolo del Dottor Villega, uno dei capi della rivoluzione. Del tutto assenti invece i personaggi femminili, con l'eccezione della donna (Vivienne Chandler) nei flashback di Sean Mallory e della passeggera (Maria Monti) nella carrozza della scena iniziale.

Si tratta probabilmente del film più "politico" di Leone, a cominciare dalla didascalia introduttiva con una citazione di Mao Tse-tung ("La rivoluzione non è un pranzo di gala [...] La rivoluzione è un atto di violenza"). D'altronde, dopo il Sessantotto e in un'epoca di fermenti sociali e lotte armate, il "mito" della rivoluzione era tornato fortemente in auge fra gli studenti e gli intellettuali (compresi i cineasti) di tutta Europa. Il regista romano gioca però a decostruire tale mito, proprio come nei film precedenti aveva decostruito il romanticismo del vecchio west, mostrandone le diverse sfaccettature e il lato più sporco e meno idealizzato. Se il personaggio di Sean passa semplicemente "da una rivoluzione all'altra" (i numerosi flashback di cui la pellicola è disseminata ci mostrano il suo passato come nazionalista irlandese), quello di Juan è il principale soggetto di un'evoluzione che lo porta da "povero" peone con una famiglia numerosa da mantenere (nella scena iniziale in cui è ospitato controvoglia nella carrozza dei ricchi, prima del colpo di scena che lo rivela essere un bandito) a furfante egocentrico e avido di denaro (e dunque di ricchezza personale), fino a sviluppare la coscienza di classe e il desiderio di giustizia che lo rendono un eroe patriottico: un percorso che ricorda, se vogliamo, quello dei personaggi dei film sovietici di Pudovkin (come "La fine di San Pietroburgo" o "Tempeste sull'Asia"). Leone dichiarò di non aver voluto fornire una rappresentazione realistica del contesto storico, e che la rivoluzione messicana era soltanto uno sfondo simbolico per una storia di amicizia: tuttavia alcune scene (per esempio quella in cui Juan a sua volta fa capire a Sean che c'è una forte distanza fra chi progetta le rivolte "a tavolino", ovvero gli intellettuali, e la povera gente, che comunque finisce con l'essere sfruttata) sono indubbiamente cariche di un significato politico valido anche nell'Italia del 1971.

Se la satira sociale della prima sequenza pare un po' di grana grossa rispetto al resto del film, più epico e avventuroso (a tratti è un vero e proprio film di guerra, senza contare sequenze come la rapina alla banca che nulla hanno da invidiare ai western classici), con i consueti tempi dilatati (ma forse meno del solito) e l'alternanza fra momenti comici (l'incontro fra i due protagonisti, che si fanno i dispetti come in una comica muta) o addirittura cartoonistici (l'esplosione del messicano, di cui rimane solo il cappello bruciacchiato) e quelli drammatici, la pellicola è comunque emozionante e coinvolgente. Spesso i riferimenti sembrano anche guardare alle lotte dei partigiani nell'Italia occupata durante la seconda guerra mondiale: le scene delle fucilazioni o quella dello sterminio dei rivoluzionari nelle grotte fanno subito pensare a episodi di resistenza o di rappresaglia come quello delle Fosse Ardeatine. E il "cattivo" colonnello Günther Reza (Antoine Saint-John), con il suo carro armato, ha in tutto l'aspetto di un nazista. La bella colonna sonora di Ennio Morricone gioca con l'assonanza dei nomi dei due protagonisti (sia Juan che Sean sono varianti locali di John, ovvero Giovanni) che sono inglobati nel tema principale ("Sean, Sean..."), una delle melodie più celebri del compositore, che accompagna in particolare i vari flashback (il passato di Sean è presentato a frammenti, come quello di Charles Bronson in "C'era una volta il west"). Il titolo completo che Leone aveva in mente era "Giù la testa, coglione!" (dalla frase di Sean a Juan), ma i distributori glielo accorciarono per evidenti motivi. In inglese rimane "Duck, you sucker!", anche se è noto pure con il titolo di lavorazione "C'era una volta la rivoluzione" (che lo accomuna in una sorta di trilogia con il precedente "...il west" e il successivo "...in America").

30 marzo 2012

C'era una volta il west (S. Leone, 1968)

C'era una volta il west
di Sergio Leone – Italia/USA 1968
con Claudia Cardinale, Charles Bronson
****

Rivisto in DVD, con Ilaria, Eleonora, Marco, Ginevra, Daniele.

L'ex prostituta Jill (Claudia Cardinale) giunge a Flagstone, cittadina di frontiera, solo per scoprire che Brett McBain, l'allevatore che aveva sposato in segreto e con cui sperava di rifarsi una vita, è stato ucciso insieme alla sua intera famiglia da una misteriosa banda di pistoleri. I sospetti cadono sul fuorilegge Cheyenne (Jason Robards), ma il vero colpevole del massacro è lo spietato Frank (Henry Fonda), che con i suoi uomini è al servizio del magnate delle ferrovie Morton, pronto a tutto pur di aprire il passaggio alla via ferrata che sta costruendo per raggiungere l'Oceano Pacifico. La donna sarà vendicata dal misterioso "Armonica" (Charles Bronson), un uomo che con Frank ha un conto da lungo tempo in sospeso... Con questo epico, violento e struggente affresco sulla fine di un'era (come già lascia intendere il titolo "fiabesco", che verrà omaggiato o parodiato in seguito da innumerevoli altre pellicole), Sergio Leone firma non soltanto il suo capolavoro ma uno dei più bei film della storia del cinema (personalmente è il mio film preferito!), una sorta di elegia del western. Insieme al quasi contemporaneo "Il mucchio selvaggio" di Sam Peckinpah, la pellicola segna un punto d'arrivo definitivo per un genere cinematografico che da qui in poi non potrà far altro che guardarsi alle spalle. In un certo senso già i lungometraggi precedenti di Leone ne avevano decretato la trasformazione in un'icona stilizzata: con il nuovo film (che nelle intenzioni del regista avrebbe dovuto essere il primo di una trilogia sulla "seconda frontiera americana, la fine dell'epoca della conquista e l'inizio dell'età industriale") si canta un inno funebre di quel “mito” che per decenni aveva intrattenuto e divertito, anche in maniera piuttosto ingenua, spettatori e lettori di ogni età. Con la scomparsa del selvaggio west comincia una nuova era, non più dominata da uomini tutti d'un pezzo (e poco importa se si tratta di buoni o di cattivi, di eroi o di banditi: tutti ballano la loro "danza della morte", per citare il titolo che è stato dato al film in altri paesi europei – in Germania, per esempio, è noto come "Spiel mir das Lied vom Tod") ma dal capitalismo e dal progresso, simboleggiato qui dalla ferrovia che congiunge i due oceani, unificando la nazione e spazzando via definitivamente il concetto stesso di frontiera.

Il progetto era nato già durante la lavorazione del precedente "Il buono, il brutto, il cattivo", quando la United Artists – la casa di produzione cui Leone aveva chiesto il via libera per girare un film sui gangster, ovvero quello che sarebbe diventato "C'era una volta in America" – gli aveva imposto di realizzare prima un nuovo western. Alla UA subentrò poi la Paramount, che concesse al regista maggior libertà creativa (per esempio nella scelta degli attori) ma che si "vendicò" in seguito facendo uscire il film negli Stati Uniti in versione mutilata (tagliando diversi minuti rispetto ai 165 della versione italiana) e rimontata, rendendolo irriconoscibile e decretando di fatto il suo fallimento al box office. In Italia e in Europa, invece, fu un successo e recuperò abbondantemente le spese di realizzazione. Amato e riverito da registi come John Carpenter e Martin Scorsese, il film è ricco di riferimenti più o meno espliciti alle pellicole più classiche del genere e alla mitologia del vecchio west. Se per la sceneggiatura Leone aveva chiesto aiuto all'amico Sergio Donati (già collaboratore non accreditato nei due film precedenti), nello stendere il soggetto si fa affiancare da due nomi allora poco noti ma destinati a diventare autentici "mostri sacri" del cinema italiano: Bernardo Bertolucci e Dario Argento. Sin dalla prima scena la regia di Leone mette in chiaro che non si tratta certo di un film d’azione: il ritmo è lento, in modo persino estenuante, mentre i tempi prolungati (che poi esplodono in episodi di violenza improvvisa), i primissimi piani sui volti degli attori e le enfatiche inquadrature sui dettagli calano lo spettatore in una dimensione di costante attesa e rafforzano la sensazione di star assistendo a uno spettacolo universale ed epico. Il regista stesso avrebbe dichiarato: “Il ritmo del film è stato pensato per creare la sensazione degli ultimi respiri che una persona fa prima di morire”. Anche se girato in massima parte, come al solito, nella regione dell’Almería in Spagna, alcune sequenze fanno uso dei celebri scenari della Monument Valley nello Utah, resi celebri dai film di John Ford e ritratti magistralmente in widescreen dalla fotografia di Tonino Delli Colli (stupenda, per esempio, l’ampia e luminosa inquadratura con zoom all’indietro nel flashback che rivela il passato di Frank e Armonica, in cui si può intravedere – dietro l’arco in pietra – persino un tornado che spazza il deserto, catturato dall’operatore per puro caso).

Tutto il film è strutturato come una successione di lunghe scene madri, quasi dei quadri a sé stanti, ciascuna delle quali può anche essere apprezzata singolarmente (passando così sopra a occasionali passaggi a vuoto nei raccordi, forse dovuti a sequenze eliminate al montaggio: per esempio, a un certo punto vediamo Cheyenne partire in treno, scortato dallo sceriffo e seguito dai suoi uomini, e lo ritroviamo più tardi dopo lo scontro a fuoco con Morton, senza che ci venga detto come e perché sia arrivato fin lì). Il realismo dell’ambientazione e la cura nelle scenografie si rispecchiano nelle elaborate coreografie (lo “spazio” occupato dagli attori nelle singole inquadrature è sempre studiato in maniera magistrale). Spesso i movimenti di camera portano a "rivelare" gradualmente – oppure all'improvviso – elementi cruciali, sorprendendo o catturando lo spettatore: ottimi esempi si hanno nella scena dell’arrivo di Jill a Flagstone, quando la macchina da presa scavalca il tetto della stazione per mostrare a tutto schermo, al crescere della musica, la polverosa e brulicante cittadina (si tratta forse della singola scena che amo di più in tutto il cinema di Leone); o all’inizio del duello finale, quando vediamo Frank (vestito di nero) camminare sullo sfondo, e Armonica (vestito di bianco) irrompere all’improvviso in primissimo piano, annunciato dal tema musicale. A proposito: assolutamente fondamentale, persino più che negli altri film del regista, la colonna sonora di Ennio Morricone, costruita attorno a una serie di temi ben distinti e associati ciascuno a un singolo personaggio, di cui anticipano spesso l'ingresso in scena. Curiosamente, mentre Jill, Cheyenne e Morton hanno ciascuno il proprio tema personale (particolarmente trascinante e struggente quello di Jill, impreziosito dalla voce di Edda Dell'Orso), Frank e Armonica ne condividono uno in due: indice del loro indissolubile legame e del destino comune che li condurrà di pari passo per tutto il film fino al duello conclusivo ("Sono due facce della stessa medaglia, e sarebbe stato difficile differenziarli nella musica", ha commentato Leone). Armonica, senza Frank, non è nulla: non ha un nome né un passato; e Frank, scontratosi con l'incedere inevitabile del progresso, alla fine resta senza una ragione di vivere se non quella di misurarsi con il suo misterioso avversario. Su queste basi, la sequenza del duello finale fra i due (un capolavoro di regia e di montaggio, che comprende anche un flashback chiarificatore, e nel quale la lunghissima fase di preparazione – oltre sei minuti – si esaurisce in un singolo colpo di pistola) è il vero e autentico climax della pellicola.

Rispetto ai film precedenti (quelli della "trilogia del dollaro"), il cast è completamente rivoluzionato (ritornano solo alcuni attori in parti minori). Leone avrebbe voluto i tre protagonisti de "Il buono, il brutto, il cattivo" nella scena iniziale, come in un ideale passaggio di consegne (e non c'è dubbio che vederli morire dopo dieci minuti avrebbe scioccato lo spettatore), ma se Lee van Cleef ed Eli Wallach si erano detti disponibili, Clint Eastwood rifiutò, costringendo il regista ad arruolare invece due volti noti del western dei tempi d'oro (Jack Elam e Woody Strode) e un attore che aveva già utilizzato in passato in parti minori (Al Mulock, uno dei bounty killer che davano la caccia a Tuco ne "Il buono, il brutto, il cattivo", morto tragicamente suicida – buttandosi dalla finestra del suo albergo con il costume di scena ancora indosso – durante le riprese). Degni di menzione i comprimari: Paolo Stoppa è il cocchiere, Keenan Wynn è lo sceriffo, Frank Wolff è l’irlandese Brett McBain, Lionel Stander è il barista della stazione di posta, Marco Zuanelli è il “lavandaio” Wobbles (“Come si fa a fidarsi di uno che porta insieme cinta e bretelle, di uno che non si fida nemmeno dei suoi pantaloni?”). La celeberrima scena che apre il film (e che, per inciso, è un omaggio all’incipit di “Mezzogiorno di fuoco”) è difficile da dimenticare: ben dieci minuti di snervante attesa, in cui apparentemente non accade nulla mentre i tre scagnozzi di Frank aspettano con pazienza l’arrivo del treno su cui viaggia Armonica. In assenza di parole e di musica, il sonoro si affida con estrema efficacia a una serie di rumori ambientali (le pale cigolanti di un mulino, il battito di una goccia d’acqua, lo scrocchiare delle nocche di un uomo, il ronzio di una mosca). Leone ricorda: "Quando il film era al mixaggio, mi accorsi che i primi due rulli non funzionavano come volevo con l'accompagnamento della musica di Morricone. Così tolsi la musica e lasciai soltanto i rumori: la banderuola, il vento, le cicale, il treno, lo scricchiolio del legno, lo sbattere d'ali degli uccelli. Ennio, quando vide il film concluso, non sapeva di questa mia scelta. Alla fine dei due rulli mi si avvicinò e mi disse: ‘Ma lo sai che è la più bella musica che ho composto?’. Anni dopo, un assistente di George Lucas è venuto a chiederci i rumori di quei primi due rulli. Quando gli è stato risposto che quei rumori non venivano conservati, ci ha guardati come fossimo abitanti di un altro pianeta."

Se proprio Leone aveva inaugurato la consuetudine del western all'italiana di eleggere a protagonisti i character più improbabili, quelli che nei film classici del genere sarebbero rimasti dei comprimari, qui invece sembra tornare alla tradizione: i cinque personaggi principali sono quasi degli stereotipi (il vendicatore solitario, il bandito romantico, il killer glaciale, la prostituta dal cuore d'oro, l'affarista corrotto), il cui utilizzo come pedine sulla scacchiera del film era necessario se si voleva mettere in scena il canto del cigno del vecchio west. Analizziamoli uno per uno.

Frank. "Dio mio, ma quello è Henry Fonda!": questo era il grido di sorpresa che Leone voleva udire dagli spettatori nel momento in cui l'attore – l'eroe per eccellenza del western classico – uccide a sangue freddo un bambino, rivelandosi come un assassino spietato. Nello scegliere Fonda per il ruolo del cattivo (contro il parere dei produttori), Leone compie un passo fondamentale nel suo percorso di "rottura", rendendo un ulteriore omaggio al cinema classico ed esplicitando contemporaneamente la sua volontà di seppellirlo. Che il protagonista di tanti film di John Ford, dove incarnava i valori più nobili della giustizia e dell'eroismo, si riveli un farabutto senza scrupoli fece sicuramente scalpore in un'epoca in cui difficilmente le star "uscivano" dai personaggi che si erano cuciti addosso. Fonda, inizialmente titubante, accettò il ruolo solo dopo aver parlato con il suo amico Eli Wallach, che gli consigliò di non perdere l’occasione. Avrebbe voluto recitare con lenti a contatto scure, ma Leone insistette perché apparisse sullo schermo con i suoi occhi azzurri, perfetti per mostrare la natura “glaciale” dell’assassino.

Armonica. È il personaggio di cui si sa meno, e che meno ha bisogno di una caratterizzazione o di una personalità. Solo nel finale, grazie a uno dei più memorabili flashback della storia del cinema (anticipato a lungo dalla ricorrente e spettrale immagine di una figura sfocata all’orizzonte che cammina verso la macchina da presa), scopriremo qualcosa del suo passato e il motivo per il quale cerca vendetta nei confronti di Frank. Cheyenne lo descrive così: “La gente come lui ha dentro qualcosa, qualcosa che sa di morte” (alcune letture “soprannaturali”, forse andando troppo sopra le righe, lo identificano addirittura nell'angelo della morte; di certo, almeno metaforicamente, è un fantasma venuto dal passato). Si presenta utilizzando i nomi delle varie persone che il killer ha ucciso (“Chi sei?” “Jim Cooper. Chaky Arbler.” “Ancora dei morti.” “Erano tutti vivi prima di incontrarti, Frank.”) ed è incarnato alla perfezione dalle fattezze quasi da indio di Charles Bronson. L’attore, in realtà di origine tartara e non ancora reso celebre dalla serie del “Giustiziere della notte”, era già apparso in almeno un western di successo, “I magnifici sette”, e in film bellici come “La grande fuga” e “Quella sporca dozzina”.

Jill. Una figura femminile forte rappresenta per Leone una grande novità, visto che mancava (e mancherà) negli altri suoi film. Jill, la prostituta di New Orleans che giunge nel west per farsi una nuova vita, diventa subito il centro dell’attenzione dei tre uomini (Frank, Armonica e Cheyenne) e dimostra di sapersi battere alla pari con loro: certo, non con le pistole, ma con il carattere e la forza di volontà. Alla fine della pellicola sarà lei l’unica e vera vincitrice, il simbolo dell’America che sta per nascere e di una società in cui il ruolo delle donne sarà molto diverso rispetto al passato. Una Claudia Cardinale bellissima e al culmine della carriera domina ogni scena in cui è presente, a partire dalla già citata e magnifica sequenza del suo arrivo alla stazione di Flagstone per finire con il campo largo che la mostra mentre – seguendo un suggerimento di Cheyenne – porta da bere agli operai che stanno posando i binari e costruendo per lei e per le generazioni future la nuova stazione di Sweetwater.

Cheyenne. Uno dei personaggi che meglio incarna il selvaggio west è il simpatico e romantico bandito interpretato da un Jason Robards che, tra questo film e “La ballata di Cable Hogue”, è stato protagonista di due capisaldi del western crepuscolare. Ritratto da Leone con calore, ironia e umanità, pur essendo un fuorilegge Cheyenne ha le sue regole e una sua morale, ed è forse quello che più di ogni altro avrebbe meritato di trascorrere una vita felice insieme a Jill. Ma la sua morte, nel finale, è inevitabile: anche lui, come Frank e Armonica, è “fuori posto” e deve andarsene in qualche modo per lasciare spazio al nuovo mondo che sta arrivando. Significativamente il bandito viene ucciso direttamente da Morton, ovvero l’impersonificazione del capitalismo e del progresso. Proprio il brano musicale di Cheyenne, con il suo andamento "trottante", è quello che conclude il film sui titoli di coda: un ultimo omaggio alla fine del vecchio west.

Morton. Il tema della costruzione della ferrovia è molto frequente nel cinema western, sin dai suoi albori (basti ricordare “Il cavallo d'acciaio” di John Ford): il treno rappresenta la nuova civiltà che avanza e che spazza via la frontiera selvaggia. Qui è incarnato nella figura di “Mister Ciuf-ciuf” (come lo battezza ironicamente Cheyenne), il magnate che sogna l'oceano: alle pareti della sua carrozza sono appesi paesaggi marini, nelle orecchie ode lo scrosciare delle onde, ma ironicamente muore tentando invano di raggiungere una sporca pozzanghera (l'acqua, tra l'altro, è uno dei fili conduttori del film: basti pensare al nome della fattoria di McBain: Sweetwater). Uomo d’affari abituato a superare ogni ostacolo con il denaro (a un certo punto riesce addirittura a “comprare” gli uomini di Frank, mettendoglieli contro), Morton resta impresso per la sua menomazione: non può camminare perché la tubercolosi ossea gli divora le gambe, e per questo motivo non si allontana mai dal suo vagone privato. Il progresso nasce già zoppo, e la strada d’acciaio segnata dalle rotaie è l’unica che può percorrere. Morton è interpretato da Gabriele Ferzetti, un attore con una carriera di tutto rispetto (da “L’avventura” di Antonioni a “Il portiere di notte” di Liliana Cavani).

Concludo ricordando alcune delle battute più celebri, visto che – come in tutti i film di Leone – i personaggi parlano poco ma, quando lo fanno, sfornano “perle” indimenticabili.

– C'è un cavallo per me?
– Ehi ragazzi, è vero… Ci siamo proprio dimenticati un cavallo!
– Ce ne sono due di troppo.

– Ho visto tre spolverini proprio come questi, tempo fa. Dentro c'erano tre uomini. E dentro gli uomini, tre pallottole.

– Era proprio necessaria questa strage? Ti avevo detto solo di spaventarli!
– Chi muore è molto spaventato.

– La taglia su Cheyenne è di cinquemila dollari, giusto?
– Giuda s'è accontentato di 4.970 dollari di meno.
– Non c'erano i dollari, allora.
– Già, ma i figli di puttana sì.

– A proposito, sai niente di uno che gira soffiando in un'armonica? Se lo vedi te lo ricordi. Invece di parlare, suona. E quando dovrebbe suonare, parla.

– Così tu sei quello degli appuntamenti...
– E tu sei quello che non ci va.

– Signora, mi pare che non hai capito la situazione.
– Ma certo che ho capito. Sono qui sola in mano a un bandito che ha sentito odore di soldi. Se ti piace puoi sbattermi sul tavolo e divertirti come vuoi, e poi chiamare anche i tuoi uomini. Nessuna donna è mai morta per questo. Quando avrete finito mi basterà una tinozza d'acqua bollente e sarò esattamente quella di prima, solo con un piccolo schifoso ricordo in più.

– Fra i tuoi amici la mortalità è piuttosto alta, Frank.

– Aspettavi me?
– Da molto tempo.

– Così hai scoperto che dopotutto non sei un uomo d'affari.
– Solo un uomo.
– Una razza vecchia. Verranno altri Morton e la faranno sparire.

24 gennaio 2012

Il buono, il brutto, il cattivo (S. Leone, 1966)

Il buono, il brutto, il cattivo
di Sergio Leone – Italia 1966
con Clint Eastwood, Eli Wallach, Lee Van Cleef
****

Rivisto in Blu-ray con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria, Ginevra, Eleonora e Costanza.

Sullo sfondo della sanguinosa guerra di secessione americana, tre uomini che vivono ai margini della legge (un giustiziere senza nome soprannominato "il Biondo"; il fuorilegge messicano Tuco; e il killer a pagamento chiamato "Sentenza") si mettono sulle tracce di una cassa con duecentomila dollari in oro, sottratta all'esercito sudista e nascosta in un cimitero. La "trilogia del dollaro" di Sergio Leone, che ha dato il via alla stagione dei western all'italiana, si conclude con il film forse più celebre e importante dell'intero filone, una pellicola epica e avventurosa, ambiziosa e divertente, ironica e spettacolare. Se Clint Eastwood era stato il protagonista assoluto del primo film ("Per un pugno di dollari"), affiancato poi da Lee Van Cleef nel secondo ("Per qualche dollaro in più"), qui i personaggi centrali diventano tre (come indica già il titolo della pellicola, fra l'altro ben più azzeccato e significativo di quelli dei due film precedenti, che in fondo avrebbero potuto essere appioppati a qualsiasi spaghetti western): il terzo incomodo è il formidabile Eli Wallach, nel ruolo più celebre di una carriera che pure lo ha visto recitare in compagnia di divi come Marilyn Monroe ("Gli spostati") e in pellicole come "I magnifici sette" e "La conquista del west". Proprio il suo personaggio, "il brutto" Tuco, è il più simpatico e "umano" dei tre protagonisti, non solo perché gli sono riservati i momenti più tipicamente comici ma anche e soprattutto perché è quello meglio caratterizzato (basti pensare al background che gli forniscono sequenze come quella dell'incontro con il fratello prete). Clint Eastwood, che naturalmente è "il buono", interpreta ancora una volta il ruolo dell'eroe senza nome (il fatto che soltanto nel finale giunga a indossare il celebre poncho che vestiva nei film precedenti suggerisce che questo possa essere – almeno idealmente – il prequel degli altri due). Van Cleef, invece, stavolta è "il cattivo" (e per ringiovanirlo rispetto al colonnello Mortimer, Leone gli ha fatto tingere i baffi e i capelli di nero): al contrario degli antagonisti nevrotici e spietati interpretati in precedenza da Gian Maria Volontè, però, la sua non è una cattiveria pura, bensì sempre controllata e finalizzata a un obiettivo.

Nonostante la monumentale durata (quasi tre ore), la storia che il film racconta è piuttosto semplice e il canovaccio è quello della caccia al tesoro, con ciascuno dei tre personaggi in possesso di solo una parte delle informazioni che consentono di trovare il bottino, il che li costringe a dar vita ad alleanze forzate che si formano e si disfano a seconda degli eventi. Sullo sfondo, come detto, c’è uno scenario storico preciso, quello della guerra civile americana, che non solo dona a tutta la vicenda un maggior respiro epico e quell’universalità che mancavano nei film precedenti ma ne accentua il continuo senso di morte imminente (che accompagna i personaggi dalla prima all'ultima sequenza: non a caso il climax del film si svolge in un cimitero). E di fronte agli orrori di un conflitto insensato ("Non ho mai visto morire tanta gente, tanto male", commenta il Biondo osservando una battaglia), anche gli inganni e le violenze dei tre protagonisti si fanno più piccoli e passano quasi in secondo piano, lasciandoli impegnati a battersi fra loro nella più totale indifferenza del resto del mondo, comprese le autorità o la legge. Pare che quest’idea sia stata suggerita a Leone da "Monsieur Verdoux", in cui Chaplin si chiedeva quanto contino i delitti "artigianali" di un singolo di fronte ai massacri voluti dai potenti del mondo. Il lungo viaggio dei tre personaggi incrocia dunque più volte la guerra, dalla quale entrano ed escono in continuazione: sono costretti a vestire divise, a interagire con i soldati, a evitare cannonate e battaglie, a superare trincee e linee nemiche, a evadere dai campi di prigionia... Non prendono posizione: che indossino o meno una divisa, rimangono del tutto indifferenti alle ragioni e agli ideali della guerra e non parteggiano per una parte o per l'altra: ma d'altronde lo stesso sembra valere per i soldati e i loro comandanti, ritratti come disperati o fatalisti (esemplare la toccante sequenza di Aldo Giuffrè, il capitano nordista che sogna di far saltare il ponte che è stato incaricato di proteggere), che reputano la guerra qualcosa di sporco e di inutile a prescindere dalle parti in causa. E non contiamo quanti di loro sono mutilati, senza arti o con cicatrici.

Girato come i precedenti in Almeria (la regione della Spagna che storicamente ha sempre fornito le ambientazioni per gli spaghetti western: un debito riconosciuto in pellicole-omaggio come "800 bullets" di Alex de la Iglesia), con la partecipazione dell'esercito franchista (che ha fornito i soldati per le scene di massa) e prodotto ancora da Alberto Grimaldi (con un ricco finanziamento della United Artists, che lasciò però carta bianca agli italiani), il film è il primo western ad alto budget di Leone, visto che le due pellicole precedenti – soprattutto la prima – erano state girate in economia. Recitato in una babele di lingue (inglese per i tre protagonisti, italiano per gli attori secondari, spagnolo per le comparse), venne poi doppiato in occasione delle varie uscite in sala. Non esiste dunque una vera e propria versione originale: alcuni attori (come Al Mulock) sul set recitavano addirittura parole senza senso o sequenze di numeri, sapendo che comunque sarebbero stati doppiati. Troppe sono le scene significative per ricordarle tutte: si dovrebbe raccontare, sequenza per sequenza, l’intero film. Vorrei però sottolinearne un paio che sono legate agli oggetti più iconici del western, le pistole. Innanzitutto la sequenza in cui Tuco, appena uscito dall’inferno del deserto, si presenta nel negozio di un venditore di armi e si "assembla" una pistola personalizzata scegliendo gli elementi ideali di ciascun modello che il commesso gli propone (la scena si conclude poi con uno sberleffo, la rapina al negoziante); e poi quella in cui il Biondo, dopo aver sconfitto Sentenza, avrà cura di farlo raggiungere nella tomba proprio dalla pistola e dal cappello: come scrive Francesco Minnini, si tratta di "accessori simbiotici del cowboy, che neppure un nemico oserebbe separare dal padrone, anche se morto". Quanto al "triello" finale, un celebre enigma di logica basato sulla teoria dei giochi suggerisce che al più "scarso" dei tre tiratori convenga sparare a vuoto: qui per Tuco ci pensa il Biondo, scaricandogli la pistola prima dello scontro (il che gli consente di vincere il duello con Sentenza perché a differenza del rivale sa già di doversi concentrare su un solo avversario).

Tornando al titolo (che pare sia stato ideato da Luciano Vincenzoni, co-sceneggiatore del film), non manca in esso una punta di ironia. I tre soprannomi, "il buono", "il brutto" e "il cattivo" (che compaiono scritti sullo schermo – a fianco dei rispettivi personaggi – sia all'inizio che alla conclusione del film) sembrano etichettare i personaggi in maniera netta e manichea, il che è naturalmente fuorviante: il Biondo è sì "buono", nel senso che "salva la vita" a Tuco sparando alla corda che lo sta impiccando (i due sono in realtà d'accordo: il primo consegna il secondo alle autorità per riscuotere la taglia, e poi lo libera) e dimostra più volte una spiccata sensibilità nei confronti di chi soffre (esaudisce l'ultimo desiderio del capitano nordista, offre il proprio sigaro al soldato sudista morente, e così via), ma in fondo anche lui è mosso dal desiderio di mettere le mani sull'oro e non certo da nobili ideali come quelli degli eroi del western classico; Sentenza è sì "cattivo", nel senso che non sembra porsi alcuno scrupolo nel tradire e uccidere pur di raggiungere i propri scopi, ma segue comunque un proprio codice d'onore ("Quando uno mi paga gli porto sempre a termine il lavoro"), non uccide se non è davvero necessario (risparmia la prostituta Maria, nonché la moglie e il figlio minore dell'uomo che rintraccia all'inizio: ne uccide invece il figlio maggiore, ma solo perché questi aveva tentato di aggredirlo con un fucile; dona una bottiglia al soldato ferito nell'ospedale di campo, e due monete a quello menomato che gli fornisce informazioni) e anche nel duello finale si batte secondo le regole; e Tuco, "brutto" sì ma fino a un certo punto (i suoi rivali, come i bounty killer che gli danno la caccia a inizio film – uno dei quali, quello che lo rintraccerà a metà pellicola, è interpretato dallo stesso Al Mulock che rivedremo nell'incipit di "C'era una volta il west" – hanno volti molto più sgradevoli del suo!), è un character talmente vivo e stratificato da non poter essere facilmente inquadrato nello stereotipo della macchietta comica, nonostante l'aspetto sia quello del messicano sporco, basso e grassottello, agli antipodi rispetto all'iconografia dell'eroe alto, bello e muscoloso.

Oltre a segnare un punto d'arrivo fondamentale nello stile di Sergio Leone (i tempi ampi e dilatati, i primissimi piani, l’attenzione ai dettagli, l’integrazione con il paesaggio, la cura nell’inquadratura e nel montaggio) – il film trascende il genere western e presenta molti chiavi di lettura: di quella della storia e della violenza abbiamo detto; abbiamo poi una connotazione fiabesca, evidente da scene come quella in cui Tuco segue – come Pollicino! – le tracce del Biondo che ha disseminato il suo cammino di sigari sempre più caldi (l’ultimo, infatti, è ancora acceso), o da elementi surreali come il vezzoso ombrellino rosa nel deserto; c’è il tema della religione: quello di Leone è un west senza Dio, dove un frate può essere meno misericordioso di un bandito (vedi ancora una volta l’incontro di Tuco e suo fratello) e un bounty killer è "l'angelo custode" di un fuorilegge, dove i riti religiosi sono caricaturizzati (il buffo segno della croce che si fa Tuco) e i valori cristiani distorti (Sentenza che divide la cena con l’uomo che sta per uccidere, e che in seguito fa lo stesso con Tuco prima di torturarlo); c’è poi il tema del gioco (la caccia al tesoro è una sorta di gioco dell’oca, con i tre personaggi come pedine e il cimitero finale – che Tuco percorre in una folle corsa circolare, fino a ritrovarsi nello spiazzo centrale – come tabellone; e come nel tiro dei dadi, è spesso il caso o il destino a decidere le sorti dei giocatori: si pensi alle cannonate che cadono dal cielo e che in un paio di occasioni, come veri deus ex machina, consentono ai personaggi di scampare alla morte o agli agguati). La natura ludica della vicenda è sottolineata anche dal diffuso sense of humour che sfocia in un autentico florilegio di frasi memorabili. Solo per citarne qualcuna:

– "La tua faccia somiglia a quella di uno che vale duemila dollari." – "Già, ma tu non somigli a quello che li incassa."
– "Quando si spara si spara, non si parla!"
– "Sei... il numero perfetto" – "Non era tre il numero perfetto?" – "Sì, ma io ho sei colpi qui dentro."
– "Dormirò tranquillo, perché so che il mio peggior nemico veglia su di me."
– "Dio è con noi, perché anche lui odia gli yankee!" – "No, Dio non è con noi, perché anche lui odia gli imbecilli."
– "Levati la pistola e mettiti le mutande."
– "Vado, l'ammazzo e torno."
– "Il mondo si divide in due categorie: chi ha la pistola carica e chi scava. Tu scavi."
– "Ehi Biondo, lo sai di chi sei figlio tu? Sei figlio di una grandissima puttaaa-aaa-aaa..."
(da sfumare sul tema musicale di Ennio Morricone)

E a proposito di Morricone, raramente una colonna sonora (diretta da Bruno Nicolai) si è rivelata così fondamentale per la buona riuscita della pellicola (una delle poche accoppiate regista/compositore che mi sentirei di paragonare a quella formata da Leone e Morricone – per la qualità del risultato filmico – è quella di Takeshi Kitano e Joe Hisaishi). Oltre al celeberrimo e riconoscibilissimo tema principale (con gli "ululati dei coyote"), i brani indimenticabili comprendono la ballata "La storia di un soldato" (che a dire il vero è un po’ troppo lenta per risultare credibile con l'utilizzo che ne fa Sentenza nel film, ossia quello di "coprire" le grida dei prigionieri che sta torturando), la musica quasi spettrale che accompagna la traversata nel deserto, il tema trascinante che fa da sfondo alla folle corsa di Tuco nel cimitero ("L'estasi dell'oro") e naturalmente quello del "triello" finale (che in parte riecheggia il carillon di "Per qualche dollaro in più"). Quest’ultima scena è un capolavoro anche di regia e di montaggio, con i suoi tempi dilatati che sembrano prolungare all’infinito l’attesa e la tensione, prima che i personaggi mettano finalmente mano alle pistole (Leone spesso regolava la durata delle scene proprio in base a quella dei brani musicali che Morricone componeva in anticipo). Ma il merito dell'eccezionale resa visiva di quella e di altre sequenze è anche dello spettacolare widescreen (e pensare che un tempo il film veniva proposto in tv in versione pan & scan: un vero delitto!) e della superba fotografia di Tonino Delli Colli. Al di là ai tre protagonisti, il cast offre poco spazio ad altri personaggi, ma comprende comunque buone e intense prove di Aldo Giuffré (il capitano nordista di cui si è detto), Luigi Pistilli (padre Ramirez, il fratello di Tuco), Mario Brega (il caporale Wallace, con una vistosa cicatrice che passa da un occhio all’altro!). Spicca invece la quasi totale assenza di figure femminili (se ne ricordano essenzialmente due, la moglie di Stevens e la prostituta Maria, che compaiono soltanto in una manciata di inquadrature), mancanza cui Leone rimedierà nel film successivo, "C'era una volta il west", dove Claudia Cardinale avrà un ruolo centrale.

10 gennaio 2012

Per qualche dollaro in più (S. Leone, 1965)

Per qualche dollaro in più
di Sergio Leone – Italia/Spa/Ger/USA 1965
con Clint Eastwood, Lee Van Cleef, Gian Maria Volontè
***1/2

Rivisto in DVD con Giovanni, Rachele, Paola, Eleonora e Ginevra.

Il "monco" e il Colonnello Douglas Mortimer sono due bounty killer sulle tracce dell'Indio, un criminale infido e senza scrupoli, da poco evaso di prigione, che sta progettando di compiere una spettacolare rapina alla ricca banca di El Paso. Dopo le iniziali incomprensioni, i due decidono di allearsi per sgominare la banda dell'Indio: ma se il primo è mosso soltanto dal desiderio di mettere le mani sulle taglie dei banditi, il Colonnello ha motivazioni diverse e più profonde. Lo scontro finale avverrà nel villaggio di frontiera dove l'Indio e i suoi uomini si sono rifugiati dopo aver portato a termine la rapina. Tornato al western dopo l'inatteso e straordinario successo di "Per un pugno di dollari" (del cui titolo fa un ironico upgrade: stavolta i dollari sono ben di più di un "pugno"), Leone cambia produttori (si affida ad Alberto Grimaldi, ma nell'operazione vengono coinvolti anche gli americani della United Artists), assolda lo sceneggiatore Luciano Vincenzoni (già collaboratore di Germi e Monicelli) e sforna quello che a posteriori sarà ricordato come il secondo capitolo della cosiddetta "trilogia del dollaro": se nel primo film il protagonista unico e assoluto era Clint Eastwood, qui gli si affianca un secondo personaggio, il freddo cacciatore di taglie nerovestito e interpretato da Lee Van Cleef (scelto a pochi giorni dall'inizio delle riprese, dopo che Henry Fonda, Charles Bronson e Lee Marvin non si erano resi disponibili), che rimane impresso nella memoria dello spettatore persino più del compagno, anche perché – a differenza dell'"uomo senza nome" – possiede un background e ha dunque delle motivazioni più concrete per affrontare l'antagonista di turno (il cui ruolo, come nella pellicola precedente, è ricoperto dall'ottimo Gian Maria Volontè); nel terzo film della trilogia, "Il buono, il brutto, il cattivo", da due protagonisti si passerà a tre, con Eli Wallach che si affiancherà a Eastwood e a Van Cleef.

La trama è più complessa rispetto a quella – stilizzata e lineare – di "Per un pugno di dollari", con continui colpi di scena, capovolgimenti e cambi di situazione, e anche i legami fra i personaggi vengono analizzati con maggiore profondità: oltre al rapporto fra i due protagonisti/rivali, uno giovane e uno anziano, è da segnalare la marcata caratterizzazione del "cattivo", intelligente e calcolatore, traditore al punto da voler ingannare i suoi stessi uomini, ma anche tossicodipendente e a sua volta ossessionato da un delitto commesso in passato che torna di frequente a far capolino nei suoi sogni e nella sua memoria. Alcuni personaggi minori restano a livello di macchiette (la proprietaria dell'albergo dove alloggia Clint Eastwood, il bambino che gli dà informazioni, il vecchio "profeta"), mentre fra i membri della banda di Gian Maria Volontè spicca il "gobbo" interpretato da Klaus Kinski (d'altronde fra i coproduttori figurava anche una società tedesca). Meravigliose le location: dalla chiesa sconsacrata che funge da rifugio alla banda dell'Indio, agli scenari messicani (in realtà anche questo film venne girato in Spagna). Anche lo stile di Leone si affina, culminando in sequenze di grande impatto come quella della rapina alla banca e naturalmente nel duello finale fra Van Cleef e Volontè nel piazzale del pueblo, scandito dal suono del carillon dell'orologio da tasca che lega tragicamente il passato dei due personaggi (davvero memorabile, a questo proposito, la musica di Ennio Morricone, che parte proprio dal semplice campanello del carillon per ricamarci su un tema trascinante). Non mancano, infine, sequenze ciniche e umoristiche: su tutte la conta dei cadaveri nella scena finale.

26 novembre 2011

Per un pugno di dollari (S. Leone, 1964)

Per un pugno di dollari
di Sergio Leone – Italia/Spagna 1964
con Clint Eastwood, Gian Maria Volontè
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola ed Eleonora.

Uno "straniero senza nome" e senza passato (chiamato Joe, per praticità, dagli altri personaggi), vestito con un caratteristico poncho, giunge nel villaggio di San Miguel – nei pressi del confine fra Stati Uniti e Messico – dove spadroneggiano due famiglie rivali: i messicani Rojo, che trafficano in armi con i ribelli oltre il confine, e i gringos Baxter, che commerciano in liquori. Offrendo i propri servigi come pistolero alternativamente agli uni e agli altri, riuscirà a fare in modo che le due bande si eliminino a vicenda, per poi andarsene dal villaggio così come vi era arrivato. Il film che ha dato origine al fortunatissimo filone del western all'italiana (noto anche come "spaghetti western"), trascendendo e rinnovando i canoni del genere cinematografico americano per eccellenza, nasce quasi per caso quando Sergio Corbucci, dopo aver visto al cinema "La sfida del samurai" di Akira Kurosawa, suggerisce all'amico Sergio Leone che sarebbe stato assai semplice adattarlo per ricavarne un western. La pellicola giapponese, d'altronde, aveva già tutto quello che serviva: il setting, i personaggi, i temi, persino il duello finale nella main street. Bastava soltanto sostituire il samurai con un pistolero, aggiungervi una colonna sonora adeguata, modificare qualche piccolo dettaglio, e il gioco era fatto. Convinti che la pellicola non sarebbe mai uscita al di là dei propri confini e che all'estero sarebbe passata sotto silenzio, i produttori italiani non si presero nemmeno il disturbo di chiedere ai giapponesi il permesso di realizzare il remake (e in fondo, come ha spiegato lo stesso Leone, lo spunto era vecchio come il mondo: da "Arlecchino servitore di due padroni" di Carlo Goldoni ai romanzi noir di Dashiell Hammett, la cui influenza è stata riconosciuta anche da Kurosawa). Ma quando il successo arrise a livello internazionale, la Toho fece causa in tribunale e ottenne i diritti per lo sfruttamento dell'opera sul mercato giapponese.

In precedenza non erano mancati altri western girati in Italia, così come molti se ne producevano in Spagna e in altri paesi europei, ma si trattava di imitazioni pedisseque se non di copie sputate dei film americani (al punto che i cineasti erano soliti firmarsi con pseudonimi che non lasciavano trapelare l'origine europea delle pellicole: lo stesso Leone, inizialmente, era ricorso al nome d'arte Bob Robertson, poi eliminato in occasione della riedizione del film). Con "Per un pugno di dollari", invece, per la prima volta non si guarda più al cinema americano classico come unico modello ma si cercano nuove strade, appoggiandosi anche alla lezione del cinema popolare italiano (e aprendo a propria volta nuove prospettive per il western statunitense: dai film dello stesso Eastwood fino a Tarantino). Fra le grandi novità rispetto al cinema dei Ford e degli Hawks c'è soprattutto l'elevazione al rango di protagonista di un personaggio più ironico, cinico e amorale del tradizionale eroe senza macchia. Ma qualche legame con gli eroi del passato rimane: proprio come lo Shane del classico "Il cavaliere della valle solitaria", di Joe non sappiamo nulla: da dove viene, dove va, quali sono le sue reali motivazioni (solo a metà pellicola il taverniere Silvanito capisce – e noi con lui – che non si tratta di un semplice mercenario). "Più che un personaggio con una precisa caratterizzazione psicologica", ha scritto un critico, "Joe è un simbolo, che viene dal nulla e nel nulla ritorna. È il destino, il deus-ex-machina", e non a caso nel descrivere questo film si è fatto riferimento anche al mondo della tragedia classica, a Eschilo e agli autori greci. Fuori dalle parti, apparentemente disinteressato a tutto quello che negli altri smuove passioni sfrenate (l'oro, le donne: significativo il momento in cui – come aveva fatto Mifune nel film di Kurosawa – dona il proprio denaro alla donna che ha liberato dalla prigionia, lasciandola libera di fuggire in compagnia del marito e del figlioletto), "l'uomo senza nome" è un personaggio assoluto e universale, mitologico ma anche calato nella realtà, privo di interessi personali se non quello di restituire la libertà ai più deboli e capace di esprimere amare considerazioni sociali o politiche ("Devo ancora trovare un posto dove non ci siano padroni").

Il film venne girato con un budget bassissimo in Spagna, per la precisione in Almeria, la regione che diventerà lo scenario tipico di gran parte delle pellicole del filone. Il protagonista Clint Eastwood (doppiato da Enrico Maria Salerno), allora semisconosciuto, era stato notato da Leone nel telefilm "Rawhide" (sì, quello la cui sigla è cantata dai Blues Brothers!). La sua scelta, con il senno di poi, è stata fondamentale per il successo della pellicola: freddo e imperturbabile ("Clint ha solo due espressioni: con il cappello e senza cappello", dichiarò il regista), contrasta nettamente con il principale rivale Gian Maria Volontè, esagitato e nevrotico, che interpreta il più giovane dei tre fratelli Rojo, quello con il fucile (equivalente del personaggio armato di pistola nel film di Kurosawa): indimenticabile, nel duello finale, Clint che lo invita a sparare "al cuore, Ramon, al cuore!" e, con la sua provocazione, riesce a fargli scaricare tutti i proiettili contro la lastra di metallo che indossa come protezione sotto il poncho. Negli anni seguenti Leone proseguì la cosiddetta "trilogia del dollaro" con lungometraggi via via più ambiziosi e personali: "Per qualche dollaro in più" (dove ad affiancare Eastwood – e Volontè – arriva Lee Van Cleef) e "Il buono, il brutto e il cattivo", tutti film dove a ben vedere quello interpretato da Clint è sempre lo stesso personaggio. Fondamentale la colonna sonora di Ennio Morricone, qui alla sua prima collaborazione con il regista (che era stato suo compagno di scuola), ispirata ai lavori di Dimitri Tiomkin (il tema principale con il fischio ricorda "Sfida all'O.K. Corral", mentre quello con la tromba è simile al celebre Deguello). Resosi conto di quanto sarebbe stato importante il suo contribuito per il risultato finale, Leone allungò apposta alcune scene per evitare di dover tagliare anzitempo il tema musicale: anche da questo è nata la sua tendenza a un ritmo lento e a inquadrature prolungate sugli attori o sui paesaggi! Tuttavia, pur essendo già indubbiamente un film tipicamente "leoniano", a partire dalla rappresentazione esplicita e realistica della violenza, molti degli elementi che caratterizzeranno lo stile del regista nei lavori successivi non sono ancora così marcati: i primissimi piani sui volti dei protagonisti, il florilegio di frasi ironiche e celebri (anche se non ne mancano: la più memorabile è "Quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile, quello con la pistola è un uomo morto"), l'insistenza su particolari "sporchi" o dettagli insignificanti. Fra le innumerevoli citazioni e gli omaggi che successivamente sono stati tributati al film, ricordo con piacere quelli nel secondo e nel terzo episodio di "Ritorno al futuro".

21 novembre 2011

Il colosso di Rodi (S. Leone, 1961)

Il colosso di Rodi
di Sergio Leone – Italia 1961
con Rory Calhoun, Lea Massari
*1/2

Rivisto in DVD.

Dopo le precedenti esperienze nel genere peplum (era stato aiuto regista in "Ben Hur" e "Quo Vadis?", per poi subentrare come regista – non accreditato – ne "Gli ultimi giorni di Pompei" dopo l'abbandono di Mario Bonnard), Sergio Leone esordisce ufficialmente dietro la macchina da presa con un altro kolossal di ambientazione classica. Il film si ispira a una delle cosiddette "sette meraviglie del mondo antico", il colosso di Rodi appunto, gigantesca effige del dio Helios eretta all'ingresso del porto dell'isola di Rodi per fungere da faro e per celebrare la vittoria su una flotta nemica (si dice che abbia fornito lo spunto anche per la costruzione della newyorkese Statua della Libertà). Distrutta da un violento terremoto pochi anni più tardi, nel film si immagina che fosse equipaggiata con una serie di meccanismi – come catapulte e proiettili incendiari – per progettere l'isola dagli attacchi provenienti dal mare. Il protagonista Dario, eroico condottiero ateniese con inclinazioni da dongiovanni, giunge a Rodi per trascorrere un breve periodo di riposo, ospite dello zio Lisippo, e assiste all'inaugurazione del monumento. Rimarrà coinvolto suo malgrado nella lotta di un gruppo di ribelli che vogliono abbattere la tirannia del megalomane re di Rodi e negli intrighi di un infido consigliere che trama per consegnare l'isola all'esercito fenicio. La sceneggiatura presenta dunque molti punti in comune con quella de "Gli ultimi giorni di Pompei" (un intrigo ai danni di un gruppo di ribelli, una donna perfida e traditrice, una catastrofe finale). Ma nonostante i notevoli sforzi produttivi (le scenografie imponenti, allestite negli studi di Cinecittà; le scene di massa e di battaglia; gli effetti speciali in cui il terremoto e le forze della natura, nel finale, distruggono il colosso e la città), il film si trascina stancamente e per lo più annoia. Leone, pur mostrando già un notevole senso estetico e una grande padronanza dei meccanismi cinematografici, non mette ancora in mostra la sua maestria nell'uso dei tempi lenti e dei primi piani: e rispetto ai suoi lungometraggi successivi mancano anche altri ingredienti fondamentali, come interpreti adeguati e una colonna sonora all'altezza (Morricone non c'è ancora...). Fra i collaboratori figurano altri nomi che si sarebbero dedicati in seguito al western all'italiana, come Duccio Tessari (sceneggiatore) e Michele Lupo (aiuto regista). Il duello sul colosso potrebbe essere un omaggio a "Intrigo internazionale" di Hitchcock (come d'altronde l'intera trama del personaggio che, convinto di trascorrere una vacanza di tutto riposo, si ritrova coinvolto in intrighi ed eventi più grandi di lui), mentre il portale del tempio di Baal ricorda (oltre a suggestioni di "Cabiria") la bocca dell'inferno del parco dei mostri di Bomarzo; il tempio stesso era già stato visto – con poche modifiche – ne "Gli ultimi giorni di Pompei".

14 novembre 2011

Gli ultimi giorni di Pompei (M. Bonnard, 1959)

Gli ultimi giorni di Pompei
di Mario Bonnard [e Sergio Leone] – Italia/Spagna 1959
con Steve Reeves, Christine Kaufmann
*1/2

Visto in DVD.

Prima di diventare il più grande maestro del western all'italiana, Sergio Leone si è fatto le ossa con un altro genere "popolare" che ha contraddistinto la produzione italiana negli anni cinquanta e nei primi anni sessanta, vale a dire il cosiddetto peplum, cinema dai temi mitologico/avventurosi e dall'ambientazione storica, solitamente greco-romana, caratterizzato dalla presenza di "forzuti" (personaggi come Ercole, Maciste o Sansone) e da una certa tendenza al kolossal e al gigantismo che richiedeva pertanto budget imponenti. Proprio la progressiva riduzione delle risorse di produzione, oltre alla disaffezione degli spettatori, portò alla sua scomparsa attorno alla metà degli anni sessanta, quando venne sostituito da altri generi che avrebbero fatto la fortuna del nostro cinema: l'horror, il poliziottesco e – su tutti – appunto lo spaghetti western. Questo ennesimo adattamento del romanzo di Edward Bulwer-Lytton, pur accreditato a Mario Bonnard, segna dunque l'esordio alla regia di Leone, indicato come regista della seconda unità ma in realtà subentrato al collega quando questi dovette abbandonare la lavorazione a causa di una malattia. Leggendo i credits della pellicola, d'altronde, non sono pochi i nomi che si faranno conoscere negli anni seguenti nel campo dei western, come Duccio Tessari e Sergio Corbucci (co-sceneggiatori e aiuto registi). La trama vede il centurione Glauco Leto tornare in città dopo la guerra solo per scoprire che suo padre e la sua famiglia sono stati sterminati dai cristiani, accusati di fomentare disordini e di compiere assalti notturni alle ville delle più ricche famiglie romane. In realtà si tratta di un complotto ordito da un perfido sacerdote egiziano e dalla vendicativa Giulia, moglie del console di Pompei. Con l'aiuto di pochi amici fedeli, Glauco smaschererà i congiurati: ma sarà solo l'eruzione del Vesuvio, quando i nostri eroi sono stati ormai gettati nell'arena, a consentire loro di mettersi in salvo. Il finale anticlimatico convince poco, le ingenuità e i momenti ridicoli non mancano (su tutti la lotta sott'acqua con un coccodrillo evidentemente finto) e le scene di distruzione non sembrano poi tanto migliori di quelle della versione muta del 1913. Da segnalare invece il cast: se il protagonista è il solito "mister muscolo" (Steve Reeves, specializzato in questo genere di film), il sacerdote malvagio è interpretato da Fernando Rey (!) e il tutto è poi completato da alcune splendide attrici (Christine Kaufmann è la bella Elena, di cui Glauco si innamora; Barbara Carroll è la schiava cieca Nidia; Anne-Marie Baumann è la perfida Giulia).