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10 giugno 2021

Mystery train (Jim Jarmusch, 1989)

Mystery Train - Martedì notte a Memphis (Mystery Train)
di Jim Jarmusch – USA 1989
con Youki Kudoh, Nicoletta Braschi
***

Visto in TV (Prime Video), in originale con sottotitoli.

Diversi personaggi (provenienti da varie parti del mondo) si ritrovano a Memphis, in Tennessee, e finiscono col pernottare nello stesso albergo. Diviso in tre parti distinte (ciascuna con un proprio titolo), il quarto lungometraggio di Jarmusch prosegue la sua esplorazione dell'America di provincia, pigra e desolata, vista dal di dentro ma anche dal di fuori (con gli occhi, cioè, di stranieri) e con il suo consueto minimalismo, attraverso atmosfere al tempo stesso realistiche, stranianti e surreali. E pur se lo stile è completamente diverso, col senno di poi sembra in molte cose un precursore di "Pulp fiction": storie parallele che si intersecano (sia pur debolmente), cronologia sfasata (con occasionali scene o momenti che si ripetono), dialoghi "liberi" e realistici su argomenti quotidiani o di cultura pop, vicende criminali. Da apprezzare, come dicevo, il bizzarro ma divertente scarto culturale nelle interazioni fra personaggi che provengono letteralmente da altre parti del pianeta e si ritrovano, come naufraghi da un mondo distante ("Lost in space"), sperduti a Memphis e ospiti nel suo albergo vecchio e cadente, le cui stanze tutte uguali (e dallo stesso prezzo) sono prive di televisione ma con un immancabile ritratto di Elvis Presley alle pareti. Proprio "il re", naturalmente, aleggia con la sua figura in ogni momento della pellicola. Nel primo episodio, "Lontano da Yokohama", una coppia di fidanzatini giapponesi (Masatoshi Nagase e Youki Kudoh) giunge in città in treno per visitare i luoghi simbolo del cantante e della sua musica. Nel secondo, "Il fantasma", una giovane vedova italiana (Nicoletta Braschi), costretta a farvi scalo per una notte, incontra il suo spettro. Nel terzo, "Perduti nello spazio", un operaio inglese (Joe Strummer) che ha perso il lavoro e la ragazza nello stesso giorno, e che è soprannominato proprio Elvis dagli amici per via della sua acconciatura, rapina un negozio di liquori. Oltre a personaggi ricorrenti che le legano l'una all'altra, le tre storie hanno in comune diversi elementi (l'accendino Zippo, la canzone "Blue moon" ascoltata alla radio nel cuore della notte) e sono unite anche stilisticamente dalla fotografia di Robby Müller (che enfatizza, per esempio, il colore rosso: l'abito del concierge dell'albergo, la valigia dei fidanzati giapponesi, il rossetto con cui giocano, il vestito e la borsa di Luisa, il pickup con cui Johnny/Elvis e i suoi due amici fuggono). La musica è di John Lurie, la voce dello speaker radiofonico è di Tom Waits (entrambi avevano recitato, insieme alla Braschi, nel precedente film di Jarmusch, "Daunbailò"). Il cast comprende anche Elizabeth Bracco (Dee Dee, la ragazza di Johnny), Steve Buscemi (il barbiere Charlie, suo fratello), Rick Aviles (Will Robinson), Tom Noonan (il tipo strambo che Luisa incontra nel bar), Screamin' Jay Hawkins e Cinqué Lee (rispettivamente il portiere notturno e il facchino dell'albergo). Cameo per Rufus Thomas (l'uomo nella stazione che chiede ai due giapponesi di fargli accendere il sigaro). Il titolo del film, oltre a far riferimento al treno delle scene iniziali e finali, è ovviamente lo stesso di una canzone di Elvis.

9 marzo 2021

Permanent vacation (Jim Jarmusch, 1980)

Permanent vacation (id.)
di Jim Jarmusch – USA 1980
con Chris Parker, Leila Gastil
**

Visto in TV (Prime Video), in originale con sottotitoli.

Il giovane e irrequieto Aloysious "Allie" Parker (Chris Parker) vaga per le periferie di New York, torna a vedere le macerie della casa dove è nato, fa visita alla madre ricoverata in un istituto psichiatrico, incontra diversi personaggi bizzarri, e infine ruba un'automobile e la rivende per procurarsi il denaro con cui lasciare la città. L'opera prima di Jim Jarmusch racconta un vagabondaggio che testimonia l'incapacità del suo protagonista di adattarsi al proprio ambiente ("mi sento come un tipo particolare di turista, un turista che è perennemente in vacanza") e mette subito in luce le caratteristiche del suo cinema: sperimentale, personale, indipendente ed esistenzialista, semplice e all'apparenza semi-improvvisato ma con un indubbio fascino, qui ben servito anche dalla fotografia "povera" di Tom DiCillo e dalla colonna sonora minimalista e post-industriale firmata dallo stesso Jarmusch insieme a John Lurie (che suona il sax). Lurie, che compare anche in una scena della pellicola, rimarrà un collaboratore frequente del regista e apparirà in diversi suoi film, a partire dai successivi "Stranger than paradise" e "Daunbailò". Da sottolineare gli ambienti del film, scenari di periferia disagiata, palazzi distrutti o in rovina, muri coperti da graffiti, che Jarmusch e il suo personaggio esplorano tra lentezza e silenzi. Fra le citazioni culturali, Lautréamont ("I canti di Maldoror"), Nicholas Ray (Allie va al cinema a vedere "Ombre bianche") e "Somewhere over the rainbow" (in una versione distorta per sax).

17 giugno 2019

I morti non muoiono (Jim Jarmusch, 2019)

I morti non muoiono (The Dead Don't Die)
di Jim Jarmusch – USA 2019
con Bill Murray, Adam Driver
*1/2

Visto al cinema Colosseo.

Per via dello spostamento dell'asse terrestre, causato da tecniche di trivellazione ai poli, i morti si risvegliano ed escono dalle tombe. Nella cittadina di Centerville, a fronteggiare la minaccia, ci sono lo sceriffo Cliff (Bill Murray), i suoi aiutanti Ronnie (Adam Driver) e Mindy (Chloë Sevigny), e la misteriosa straniera Zelda (Tilda Swinton), che gestisce la locale impresa di pompe funebri. Dopo i vampiri ("Solo gli amanti sopravvivono"), Jarmusch affronta alla sua maniera un altro caposaldo del genere horror, gli zombie alla George Romero. Peccato che la pellicola sia blanda e insipida, poco divertente, priva di originalità, di ritmo e di senso ultimo. A parte un paio di colpi di scena nel finale, peraltro ampiamente preannunciati (la natura "aliena" di Zelda e la metacinematograficità della vicenda, con battute come "Come sai che finirà male?" "Ho letto il copione"), c'è ben poco di originale o di accattivante, nemmeno il tentativo di una rilettura "filosofica" come quella del suddetto film sui vampiri. A tratti non si capisce nemmeno se la pellicola vuole essere una parodia, un omaggio o una riproposizione post-moderna del genere (anche perché c'è un fastidioso "scarto" comunicativo fra i personaggi, alcuni dei quali prendono sul serio la situazione mentre altri agiscono come se si trovassero in una commedia). Le battute non fanno ridere, e sono spesso ripetute più volte allo sfinimento; i messaggi sociali (l'apocalisse zombie come una satira del materialismo) sono riciclati da film precedenti (quelli di Romero in primis); quelli drammatici o pseudo-scientifici lasciano il tempo che trovano; e i tanti personaggi escono di scena in maniera del tutto random, lasciando lo spettatore a chiedersi che ruolo avessero nella storia e perché fossero stati introdotti (si pensi, per esempio, ai tre ragazzi di città, o ai giovani detenuti nel carcere minorile). Sprecato, dunque, il buon cast: Steve Buscemi è il fattore razzista, Caleb Landry Jones il gestore della pompa di benzina nonché appassionato di film horror, Danny Glover il commesso del negozio di ferramenta, Selena Gomez la ragazza in viaggio con gli amici, Tom Waits l'eremita Bob, Iggy Pop uno degli zombie. A peggiorare il tutto c'è il mediocrissimo doppiaggio italiano, che fa apparire ancora più svogliati personaggi che parlano quasi al rallentatore (vedi Cliff). Forse il peggior film di Jarmusch. Il titolo è lo stesso di una canzone country (di Sturgill Simpson) che i personaggi ascoltano ripetutamente alla radio (ogni volta citandone per esteso titolo e autore).

28 dicembre 2016

Paterson (Jim Jarmusch, 2016)

Paterson (id.)
di Jim Jarmusch – USA 2016
con Adam Driver, Golshifteh Farahani
***1/2

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

Paterson, autista di bus con la passione per la poesia, vive a Paterson, New Jersey, con la moglie Laura e il cane Marvin (un bulldog francese). Il film ne racconta una settimana di vita (da lunedì a domenica), attraverso la sua routine quotidiana: sveglia alle 6.15, colazione, lavoro, pausa pranzo, ritorno a casa, cena con Laura, passeggiata con il cane, visita al pub. Gli unici suoi svaghi consistono nello scrivere versi su un "taccuino segreto", ascoltare le bizzarre conversazioni del passeggeri del suo autobus, osservare le dinamiche degli avventori del pub, ed essere testimone delle tendenze artistiche della moglie (che dipinge tessuti e oggetti, sempre con forme e simboli in bianco e nero, cucina cupcake da vendere alla festa dei coltivatori, o progetta di imparare a suonare la chitarra per diventare una cantante country). Come sfondo c'è la città che porta il suo stesso nome, con le sue strade e i suoi parchi, i suoi locali e le sue periferie, i suoi abitanti e i suoi cittadini illustri (il comico Lou Costello, il poeta modernista William Carlos Williams). Il minimalismo di Jarmusch portato agli estremi: un elogio della semplicità e della "poesia delle piccole cose", quella bellezza che, per chi sa coglierla, si nasconde dietro ogni singolo momento e ogni incontro casuale, la cui banalità ispira i versi che il protagonista compone (e che appaiono in sovrimpressione sullo schermo), e che può essere valorizzata dal gioco di rimandi e ripetizioni che la vita stessa regala: sono tanti, infatti, i temi ricorrenti, come il passato, i sogni, i gemelli... tutti già presenti nelle pellicole precedenti di Jarmusch (in particolare in quelle più episodiche, come "Coffee and cigarettes"), ma che qui assumono un'organicità maggiore e profonda, in grado di comprendere tutta un'esistenza. Ne risulta un film al tempo stesso realistico e filosofico, mondano e poetico, caldo, sincero e mai noioso, con cui è facile entrare in sintonia. La contemplazione, la rassegnazione e persino l'indecisione, attraverso la poesia, possono diventare sublimi. Ottimo Driver (nomen omen), deliziosa la Farahani.

12 novembre 2016

Coffee and cigarettes (Jim Jarmusch, 2003)

Coffee and cigarettes (id.)
di Jim Jarmusch – USA 2003
con Roberto Benigni, Cate Blanchett
**

Rivisto in divx.

Tutto aveva avuto inizio con un cortometraggio girato da Jarmusch nel 1986, intitolato appunto "Coffee and cigarettes", che vedeva i comici Roberto Benigni e Steven Wright seduti al tavolino di un bar, intenti a bere caffè, a fumare sigarette e a scambiarsi dialoghi surreali. Seguirono due altri episodi, nel 1989 ("Memphis Version", con Cinqué e Joye Lee, fratelli minori di Spike, e Steve Buscemi) e nel 1992 ("Somewhere in California", con Tom Waits e Iggy Pop), prima che il regista scegliesse di raccoglierli, insieme ad altri otto girati appositamente, in questo lungometraggio antologico. I fili conduttori dei vari segmenti sono gli stessi del corto originale: attori e personaggi dello spettacolo impegnati in conversazioni nonsense davanti ad abbondanti tazze di caffè e a pacchetti di sigarette in quantità industriale. Alcuni episodi sono più elaborati (quello in cui Cate Blanchett interpreta sia sé stessa che sua "cugina" Sherry, o quello con Alfred Molina e Steve Coogan che scoprono di essere lontani parenti), altri sono chiaramente improvvisati, e un paio prevedono anche l'intervento di un cameriere (interpretato a sua volta da qualche celebrità, come Steve Buscemi o Bill Murray), ma tutti condividono la medesima estetica (la fotografia in bianco e nero, la desolazione generale dei locali, il pattern a scacchiera dei tavolini) e la poetica di malinconica marginalità che caratterizza tanti film di Jarmusch. Anche se alcuni argomenti di conversazione (le invenzioni di Tesla, parentele vere o presunte) ritornano da una scena all'altra, la sensazione quasi sempre è quella di assistere a pause della vita quotidiana e a momenti fondamentalmente fini a sé stessi. La versione doppiata in italiano, in ogni caso, toglie gran parte del divertimento (soprattutto nel caso di Benigni).

9 marzo 2016

Daunbailò (Jim Jarmusch, 1986)

Daunbailò (Down by Law)
di Jim Jarmusch – USA 1986
con Tom Waits, John Lurie, Roberto Benigni
**1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Tre uomini – il deejay Zack (Waits), il pappone Jack (Lurie) e l'italiano Roberto (Benigni) – si conoscono nella cella di un carcere di New Orleans: i primi due sono stati incastrati, mentre il terzo ha ucciso un uomo senza volerlo. Stringendo un'improbabile amicizia, i tre riescono a evadere, fuggendo per le paludi della Louisiana. Girato in bianco e nero, con un ritmo lento e avvolgente e una regia che predilige i long take, "Down by law" (il titolo italiano è non è altro che la trascrizione della pronuncia di quello originale) è un film indipendente e minimalista incentrato sulla caratterizzazione dei personaggi, con molta improvvisazione da parte degli interpreti, due musicisti (Waits e Lurie, quest'ultimo autore anche della colonna sonora) e un Benigni – alla prima di tre collaborazioni con Jarmusch (seguiranno "Taxisti di notte" e "Coffee and cigarettes") – che parla un inglese buffo e sgrammaticato, che si annota su un taccuino le frasi e i modi di dire che più lo colpiscono (e che usa poi a sproposito) e che cita – in italiano – grandi poeti americani come Walt Whitman e Robert Frost. Proprio Roberto e il suo personaggio eccentrico e ottimista è il collante che tiene uniti i tre fuggitivi: senza di lui, infatti, Jack e Zack non fanno che litigare, mentre tutti insieme sapranno trovare una via d'uscita dalle avversità (anche se il film si conclude con ciascuno dei tre che prende una strada diversa: non si fugge mai veramente da sé stessi e dalla propria prigione, come suggerisce la scena in cui gli evasi si rifugiano in una capanna che ricorda in maniera impressionante la loro cella). Le donne del cast sono Nicoletta Braschi (l'italiana di cui Roberto si innamora), Ellen Barkin (la ragazza di Zack) e Billie Neal (la prostituta di Jack).

16 maggio 2014

Solo gli amanti sopravvivono (J. Jarmusch, 2013)

Solo gli amanti sopravvivono (Only Lovers Left Alive)
di Jim Jarmusch – GB/Germania 2013
con Tom Hiddleston, Tilda Swinton
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina.

I coniugi vampiri Adam ed Eve (che nomi ingombranti!) sono sposati da secoli ma vivono momentaneamente separati: lui a Detroit, dove si atteggia a recluso musicista underground; lei a Tangeri, dove frequenta un altro membro della propria razza, nientemento che il drammaturgo cinquecentesco Christopher Marlowe (di cui si insinua che abbia scritto le opere attribuite a Shakespeare). Per sopravvivere non assaltano più le giugulari degli esseri umani (anche perché le loro vene sono spesso "contaminate"), ma si procurano sangue direttamente dagli ospedali, tramite medici compiacenti e corruttibili. Spinta da un forte desiderio di rivedere il marito, Eve vola da lui a Detroit, dove vengono presto raggiunti anche dalla sorella di lei, la più "giovane" Ava. Ma questa, incapace di trattenere i propri istinti, li metterà nei guai... I vampiri secondo Jarmusch (come se il tema non fosse fin troppo abusato dal cinema contemporaneo), in una pellicola gotico-romantica che però lascia il tempo che trova, soffocata dal suo stesso estetismo e dalla sua atmosfera poetica e crepuscolare. Fra un eccesso di citazioni snob e un ritmo dilatato e disteso, questi vampiri annoiati e dalle tendenze suicide (Adam si procura, a questo scopo, un proiettile di legno), che nel corso della loro vita hanno frequentato scienziati (Tesla) e artisti (Byron, Schubert) ma che non amano più confondersi con gli esseri umani (che chiamano, disprezzamente, "zombie"), hanno alcune caratteristiche classiche (succhiano sangue, sono immortali, vivono solo di notte, devono essere invitati per entrare in una casa) ma non altre (non si trasformano in nebbia o in animali, non temono più l'aglio, e anche le croci o la religione non sembrano più essere argomento a loro correlato). E in generale il tema del vampirismo sembra un pretesto per imbastire un'atmosfera decadente, morbosa e notturna nel quale muovere personaggi apatici e inerti, che vivono nel passato fra reliquie polverose e oggetti di antiquariato (o modernariato: vedi le chitarre e i dischi di Adam; Eve, però, possiede uno smartphone!), all'insegna di un romanticismo che si fonde con l'esistenzialismo fine a sé stesso. Poche idee, in fondo, e gettate lì quasi a casaccio, senza un filo conduttore: l'amore come punto di riferimento anche a distanza (con tanto di metafora sulla correlazione quantistica), la Detroit abbandonata dopo la crisi dell'auto e del mercato immobiliare, l'esibizione di una cantante libanese in un bar di Tangeri... sono tutte scene che non si collegano fra loro né a nient'altro. A ravvivare la pellicola non bastano alcuni improvvisi tocchi di ironia (il ghiacciolo al sangue!) o la breve parentesi con Ava (Mia Wasikowska) che "movimenta" per una notte l'esistenza dei protagonisti. Tilda Swinton e Tom "Loki" Hiddleston (che ha sostituito all'ultimo momento Michael Fassbender) sembrano perfetti per la parte. John Hurt è Marlowe. Interessante la colonna sonora (Jozef van Wissem).

28 maggio 2010

Ghost dog (Jim Jarmusch, 1999)

Ghost dog - Il codice del samurai (Ghost Dog: The Way of the Samurai)
di Jim Jarmusch – USA 1999
con Forest Whitaker, John Tormey
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria, Ginevra e Giuseppe.

Ghost Dog è un misterioso killer afro-americano che vive su un tetto, comunica con i suoi mandanti per mezzo di piccioni viaggiatori e segue fedelmente gli insegnamenti dello "Hagakure", la guida pratica e spirituale scritta dal samurai Yamamoto Tsunetomo, numerosi brani del quale vengono citati e compaiono in sovrimpressione sullo schermo. Fra questi spicca quello che predica l'assoluta fedeltà di un samurai verso il proprio padrone, che Ghost Dog identifica in Louie, un mafioso italo-americano che anni prima gli aveva salvato la vita. Ma dopo che ha portato a termine un incarico per suo conto, i boss di Louie decidono che lo stesso killer deve essere eliminato: seguiranno vendette. Straordinario film su uno straordinario personaggio che si muove in un ambiente caratterizzato con sintetica efficacia: le desolate periferie di una città americana senza nome, popolate da tribù e razze in via di estinzione, dove il senso di fine ineluttabile è sempre presente e lo scontro fra le diverse culture appare inevitabile. Ma l'incomunicabilità è solo apparente: basti pensare al rapporto fra Ghost Dog e il suo "miglior amico" Raymond, che parlano due lingue diverse, l'inglese e il francese, eppure in qualche modo si comprendono, tanto da ripetere ciascuno – senza saperlo, naturalmente – le identiche frasi che l'altro ha appena detto (significativo il momento in cui i due assistono alla surreale costruzione di una barca sul tetto da parte di un uomo, che a sua volta parla una lingua ancora differente, lo spagnolo); o all'inaspettata passione di uno dei mafiosi per il rap e la musica dei "negri"; e naturalmente alla divertente scena in cui i gangster, dopo essersi presi gioco dell'abitudine dei rapper e degli indiani d'America di assumere pseudonimi o nomignoli coloriti, dimostrano di farne uso a loro volta. Ci si muove dunque in un ambiente illogico e violento, dove però la cultura, l'etica e la spiritualità sembrano offrire appigli per una qualche forma di speranza e di sopravvivenza. Sono scenari che ci vengono mostrati – fin dalla prima sequenza – dall'alto e a "volo d'uccello", attraverso lo sguardo dei piccioni viaggiatori, prima di essere nuovamente esplorati dal basso e fra le luci notturne della splendida fotografia di Robby Müller.

Ghost Dog è un personaggio fuori dal tempo e dal mondo, che vive attraverso rituali personali e meditativi, si affida a un codice etico e filosofico proveniente da un'altra cultura e si identifica con gli orsi, come lui creature nobili e dallo spirito indomabile che stanno però per scomparire. Nel suo lavoro è efficace e metodico, si muove come un fantasma e non sembra esprimere emozioni. Eppure ha un forte legame con il suo territorio, è rispettato da tutti e stringe facilmente amicizia con una bambina, amante della lettura, che riesce a cogliere la sua vera natura e alla quale nel finale trasmette la propria filosofia, lasciandole in eredità il libro di Tsunetomo. Oltre agli orsi e ai piccioni, l'altro legame che ha con il mondo animale è costituito dal cane nero che gli appare di fronte in alcuni momenti, osservandolo fisso negli occhi come per riflettersi in uno specchio: anche lui è un "cane fantasma". Se narrativamente e formalmente il film può ricordare pellicole a sfondo gangsteristico come quelle di Besson ("Leon") e Tarantino ("Pulp fiction"), in realtà affonda le radici soprattutto nel cinema polar di Jean-Pierre Melville (in particolare "Frank Costello faccia d'angelo", che non a caso in originale si intitolava "Le samourai") e naturalmente in quello giapponese sui samurai ("Rashomon", il libro di Ryunosuke Akutagawa al quale Akira Kurosawa si è ispirato per l'omonimo film, passa di mano in mano attraverso più personaggi). Originale anche il modo in cui vengono ritratti i mafiosi italo-americani: stanchi, anziani, legati a codici e a pratiche ormai in declino, irrisi dalle nuove generazioni (vedi la scena del bambino che li bombarda di oggetti dalla finestra), non possono far altro che radunarsi a giocare a carte nel retro di un ristorante cinese o passare il loro tempo a guardare vecchi cartoni animati (Betty Boop, Felix the Cat, Woody Woodpecker; ma ci sono anche Grattachecca e Fichetto), che curiosamente sembrano sempre aver qualcosa in comune con gli eventi e la realtà che li circonda. La scena in cui Ghost Dog spara a un nemico dal tubo del lavandino, per esempio, pare proprio uscire da uno di questi cartoon. Fondamentale, nel creare l'atmosfera e caratterizzare l'ambiente sub-urbano in cui si svolge la vicenda, la musica hip-hop di RZA del Wu-Tang Clan (che compare in un cameo in tuta mimetica nel finale), in grado di fondersi con la meditazione spirituale del personaggio (per esempio attraverso il rituale dell'ascolto del cd nelle automobili che ruba). Ottimo anche il cast, con volti indimenticabili per i mafiosi (come quello del veterano Henry Silva, una vera maschera) e per i personaggi di contorno (l'ivoriano Isaach De Bankolé è Raymond, Tricia Vessey è la figlia del boss).

17 giugno 2008

Stranger than paradise (Jim Jarmusch, 1984)

Stranger than paradise (id.)
di Jim Jarmusch – USA 1984
con John Lurie, Eszter Balint, Richard Edson
**1/2

Visto allo spazio Oberdan, in originale con sottotitoli
(retrospettiva di Cannes).

Bola (il musicista jazz John Lurie, autore anche della colonna sonora), che si fa chiamare Willie rinnegando le proprie origini ungheresi, riceve nel proprio appartamento di New York la visita della cugina Eva, appena giunta da Budapest. Un anno più tardi, in compagnia dell'amico Eddie, ricambia la visita andando a trovare Eva e la zia, che vivono a Cleveland, e propone alla cugina di andare tutti e tre in Florida. Ma non ci arriveranno mai, e perderanno l'uno le tracce dell'altro. Un film estremamente minimalista, il cui stile può ricordare il teatro dell'assurdo, girato in bianco e nero e costituito da una serie di (brevi) piani sequenza intervallati da fotogrammi neri che raccontano storie di vita e noia quotidiana, di partite a poker e di scommesse alle corse, di stanze d'albergo e di laghi ghiacciati, di strani incontri e altrettanto strane separazioni. L'atmosfera è intrigante e per fortuna non si sente odore di manierismo, ma si percepisce che si tratta di un cortometraggio allungato (inizialmente era prevista solo la prima parte, quella ambientata a New York, quasi sempre nell'appartamento di Willie). In Italia è uscito soltanto in lingua originale, con sottotitoli che a volte edulcorano i dialoghi (per esempio, quando la zia sbotta in un "You son of a bitch!", i sottotitoli recitano "Che disgraziato!"). Pare che per realizzarlo Jarmusch abbia sfruttato quel che restava della pellicola usata da Wenders per girare "Lo stato delle cose".

16 agosto 2007

Ten minutes older: the trumpet (aavv, 2002)

Ten minutes older: the trumpet
di Aki Kaurismäki, Victor Erice, Werner Herzog, Jim Jarmusch, Wim Wenders, Spike Lee, Chen Kaige – 2002
film a episodi
**

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Una raccolta di cortometraggi che, a differenza di altre operazione analoghe (come "11 settembre 2001" o "All the invisible children"), non hanno molto in comune fra loro se non la lunghezza (una decina di minuti) e il fatto di essere opera di registi contemporanei con un particolare interesse per la propria e le altre culture. Nessuno degli autori ha rinunciato al proprio stile e alle proprie caratteristiche: Erice e Jarmusch hanno girato in bianco e nero, Herzog e Lee hanno scelto il documentario, Kaurismäki è sempre uguale a sé stesso (e la cosa comincia un po' ad annoiarmi), mentre i segmenti di Wenders e di Chen Kaige, pur ben girati, lasciano il tempo che trovano.
Esiste un secondo film della serie, intitolato "Ten minutes older: the cello", con registi meno interessanti (giusto Bertolucci e Godard).

"Dogs have no hell", di Aki Kaurismäki, con Markku Peltola, Kati Outinen (**1/2)
Un uomo abbandona il lavoro per partire in treno verso la Siberia insieme alla donna che ama e che intende sposare durante il viaggio. Un malinconico addio alla patria, nel consueto stile laconico e quasi surreale del regista finlandese.

"Lifeline", di Victor Erice, con Ana Sofia Liaño, Pelayo Suarez (**1/2)
Durante un silenzioso giorno d'estate, in una fattoria nella campagna spagnola, un bambino sanguina nella culla ma viene salvato prima che muoia. È il giugno 1940: in quel momento, la guerra sta insanguinando l'Europa. Girato in bianco e nero, quasi muto, è un episodio pieno di immagini suggestive, fra la calma e la tragedia incombente.

"Ten thousand years older", di Werner Herzog (***)
Nel 1981, un gruppo di antropologi brasiliani entra in contatto con una delle ultime tribù di indios amazzonici che ancora vivevano isolati dal resto del mondo. La scoperta degli utensili di metallo e delle medicine moderne li catapulta di migliaia di anni nel futuro. Vent'anni dopo, un'altra spedizione va alla ricerca dei sopravvissuti della tribù per documentare come la loro vita sia cambiata. Interessantissimo: il segmento migliore del film.

"Int. Trailer. Night", di Jim Jarmusch, con Chloë Sevigny (**)
Un'attrice di un film in costume cerca di rilassarsi nella sua roulotte nei dieci minuti di pausa fra le riprese. Un breve segmento in cui non succede praticamente niente: sembra quasi che anche Jarmusch attenda, insieme alla sua attrice, che trascorrino i dieci minuti. Però lo stile visivo ha un suo fascino retrò.

"Twelve miles to Trona", di Wim Wenders, con Charles Esten, Amber Tamblyn (*1/2)
Un uomo intossicato da qualche droga vaga nel deserto californiano, cercando di raggiungere un ospedale. Una trama esilissima fornisce lo spunto per sperimentare con distorsioni, luci stroboscopiche, musica e allucinazioni, ma il risultato è poco intrigante oltre che per nulla originale.

"We wuz robbed", di Spike Lee (*1/2)
Una serie di interviste ai responsabili della campagna presidenziale di Al Gore del 2000 sui presunti brogli nelle famigerate elezioni in Florida, dove una risicata maggioranza, fra sospetti di ogni genere, diede la vittoria a Bush. Non particolarmente interessante.

"100 flowers hidden deep", di Chen Kaige, con Feng Yuangzhen, Le Geng (**)
In una Pechino in ricostruzione, alcuni operai di una ditta di traslochi vengono ingaggiati da un misterioso individuo per spostare mobili immaginari dal luogo dove sorgeva una grande casa andata distrutta molti anni prima. Il potere dell'immaginazione al servizio di una storiella poetica e inconcludente.