Visualizzazione post con etichetta Cina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cina. Mostra tutti i post

11 marzo 2023

Chung Kuo, Cina (Michelangelo Antonioni, 1972)

Chung Kuo, Cina
di Michelangelo Antonioni – Italia 1972
***

Visto in TV (RaiPlay).

Documentario sulla Cina popolare, "appunti filmati" che formano un taccuino di viaggio che cerca di ritrarre la vita quotidiana degli abitanti ed esplorare l'organizzazione sociale e statale di un paese a quel tempo ancora del tutto impenetrabile ed elusivo per gli occidentali, colto nel bel mezzo della "rivoluzione culturale" voluta da Mao Tse-tung. Realizzato da Antonioni insieme al giornalista Andrea Barbati, e trasmesso dalla Rai in tre puntate, fu uno dei rari casi di quegli anni in cui a un cineasta straniero fu concesso di girare per il paese. In effetti Antonioni fu invitato espressamente dal governo cinese, sotto gli auspici del primo ministro del consiglio di stato Zhou Enlai, favorevole a una timida apertura all'occidente, anche se in seguito il film venne duramente criticato da altri membri dell'establishment (a cominciare dalla moglie di Mao e dalla "banda dei quattro"), che erano invece ostili a questi segnali (e anche in Italia venne male accolto da chi, da sinistra, sperava che il regista cogliesse l'occasione per celebrare retoricamente la rivoluzione comunista, anziché catturare la banalità del quotidiano). Accompagnato da una voce narrante mai invadente, il film documenta come può la realtà cinese di quegli anni, operosa nelle aree urbane e relativamente povera e arretrata soprattutto nelle zone rurali, ma molto ben organizzata a livello sociale (e naturalmente monolitica politicamente e culturalmente, almeno all'apparenza). Un paese vasto, misterioso, affascinante, che sotto la superficie mostrata dalle immagini (spesso catturate in segreto, nascondendo la macchina da presa per cogliere meglio la realtà quotidiana) lascia l'impressione che molto rimanga ancora nascosto, sommerso e impenetrabile. Antonioni e l'operatore Luciano Tovoli cominciano il loro viaggio da Pechino (dove visitano anche la Città Proibita e la Grande Muraglia), si spostano poi in zone più rurali o montuose (l'Honan, la valle dello Yangtze), passano per Suzhou, Nanchino e infine Shanghai (all'epoca, con dieci milioni di abitanti, la maggiore metropoli cinese). Osservano i lavoratori, gli operai, i contadini, i mercanti, gli studenti. Visitano città (il film si apre a piazza Tienanmen, "il grande spazio silenzioso che rappresenta il centro del mondo per i cinesi": il titolo del documentario, "Chung Kuo", significa appunto "il paese del centro"), campagne, scuole, ospedali, fabbriche, mercati, villaggi, comuni agricole, industrie, grandi porti fluviali... e infine la pellicola (che si apriva sui titoli di testa con i canti patriottici dei bambini di un asilo) si conclude con una lunga rappresentazione circense-acrobatica. L'unico filo conduttore, narrativamente parlando, è quello dell'osservazione: non si intende "spiegare" la Cina, ma ritrarne gli abitanti, i volti, le attività, lo scorrere di una vita altamente organizzata ma che sembra dipanarsi senza l'ansia o la fretta che in quegli anni connotava invece l'occidente. Il ritmo è perciò assai rilassato, le sequenze si prendono il loro tempo (la durata complessiva del film sfiora le quattro ore) e a volte si soffermano a lungo su persone che praticano tai chi, bambini che giocano o cantano inni di propaganda, contadini che lavorano o passanti in bicicletta. Il montaggio è di Franco Arcalli, la consulenza musicale di Luciano Berio.

9 maggio 2022

L'eroe dei due mondi (Lu Yang, 2021)

L'eroe dei due mondi (Ci sha xiao shuo jia, aka A writer's odissey)
di Lu Yang – Cina 2021
con Lei Jiayin, Dong Zijian
**

Visto in TV (Prime Video).

In cerca della figlioletta rapita sei anni prima, un uomo, John Guan (Lei Jiayin), viene contattato da Jay Moore (Yu Hewei), presidente di una mega-corporazione, che gli propone un patto: lo aiuterà a ritrovare sua figlia se lui, in cambio, ucciderà un giovane scrittore (Dong Zijian) il cui romanzo fantasy – in progress, e diffuso a puntate sui social media – sembra ripercuotersi sulla realtà. Ogni volta infatti che il "cattivo" della storia, la divinità guerrafondaia Lord Redmane, viene ferito o si ammala, anche la salute di Moore peggiora. Da un racconto di Shuang Xuetao, un film fantasy complesso e caleidoscopico, ma anche infantile nelle caratterizzazioni e assai confuso nella sceneggiatura e nella messa in scena. Notevole però lo sforzo produttivo, con un profluvio di effetti speciali digitali di buona fattura. L'alternanza fra le scene ambientate nel mondo reale (dove peraltro alcuni personaggi, Guan compreso, hanno strani poteri: il protagonista, per esempio, ha una mira infallibile quando lancia pietre o altri piccoli oggetti) e quelle del romanzo fantasy (dove l'eroe del racconto, il giovane Leon – alter ego dello scrittore stesso –, affronta numerose creature fantastiche grazie a un'armatura demoniaca senziente, vagamente alla Go Nagai) è il filo conduttore di tutta la vicenda, ma il meccanismo si trascina in modo non sempre accattivante. Il cattivo Jay Moore (Li Mu nella versione cinese) e la sua multinazionale Aladdin sono chiaramente ispirati a Jack Ma e al gruppo Alibaba (che peraltro ha finanziato la pellicola!). Nel cast anche Yang Mi (la dirigente di Aladdin che si allea con Guan) e Wang Shengdi (Tangerine, la bambina).

6 marzo 2022

Lanterne rosse (Zhang Yimou, 1991)

Lanterne rosse (Da hong deng long gao gao gua)
di Zhang Yimou – Cina/Hong Kong 1991
con Gong Li, He Saifei
***

Rivisto in divx.

Alla morte del padre, la diciannovenne Songlian (Gong Li) è costretta ad abbandonare gli studi universitari per sposare il ricchissimo aristocratico Chen Zuoqin (Ma Jingwu), di cui diventa la quarta moglie, praticamente una concubina. Si trasferisce così nel suo enorme palazzo, e si ritrova imprigionata in un mondo fuori dal tempo, dominato da antiche regole di famiglia, tradizioni e consuetudini: fra queste, quella che prevede che ogni giorno i servi del palazzo accendano delle enormi lanterne rosse davanti all'appartamento della moglie con la quale il padrone trascorrerà la notte. Naturalmente fra le quattro donne si innesca una ragnatela di gelosie e rivalità, intrighi e complotti, con le diverse "signore" pronte a tutto pur di guadagnarsi i favori dell'uomo. Da un romanzo ("Mogli e concubine") di Su Tong, ambientato negli anni Venti del ventesimo secolo (il periodo della storia cinese noto come "dei signori della guerra"), uno dei film più celebri della cinematografia cinese, che insieme ad altri lavori coevi ("Ju Dou", "La storia di Qiu Ju") ha lanciato la carriera del regista Zhang Yimou e della sua musa, la bellissima Gong Li. E la prospettiva tutta femminile di un mondo rigido e governato da regole arcaiche e patriarcali (il padrone si intravede solo di sfuggita, spesso da lontano o fuori inquadratura), che costringe le donne a tradirsi a vicenda anziché a sviluppare solidarietà (sia fra di loro, sia attraverso le diverse classi, per esempio nel rapporto fra Songlian e la serva Ya), può essere interpretata in maniera letterale o come una sorta di critica verso la Cina contemporanea, il che spiega perché la censura di stato, pur avendo approvato la sceneggiatura, abbia vietato la pellicola per un certo periodo. Jin Shuyuan è la "prima signora", ormai vecchia, stanca e trascurata. Cao Cuifen è la "seconda signora", all'apparenza amichevole verso la nuova arrivata ma in realtà infida e traditrice. He Saifei è la "terza signora", un'ex cantante lirica che in un primo momento sembra ostile a Songlian ma con cui poi la ragazza stringe un sodalizio. Kong Lin, infine, è la servetta Ya, cameriera personale di Songlian ma gelosa di lei. Suggestiva la location, un enorme complesso di palazzi, cortili e corridoi di pietra (il film è stato girato nel complesso residenziale della famiglia Qiao, nella prefettura di Jinzhong) che fanno da sfondo al mutare delle varie stagioni (estate, autunno, inverno...). Candidato all'Oscar come miglior film straniero (per Hong Kong, però, non per la Cina), venne battuto da "Mediterraneo".

31 ottobre 2021

Ju Dou (Zhang Yimou, 1990)

Ju Dou (id.)
di Zhang Yimou, Yang Fengliang – Cina/Giappone 1990
con Gong Li, Li Baotian
**1/2

Rivisto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

L'anziano e avaro Yang (Li Wei), proprietario di una tintoria in un piccolo villaggio nella Cina degli anni Venti, sposa la giovane Ju Dou (Gong Li), nella speranza di avere finalmente quell'erede maschio che ha sempre sognato. Di fronte ai maltrattamenti che la donna deve subire, il nipote adottivo di Yang che lavora nella tintoria, Tianqing (Li Baotian), se ne innamora: e sarà proprio lui a mettere incinta Ju Dou, che darà finalmente alla luce un bambino. Ma l'amore fra i due sarà osteggiato dal destino avverso. Il secondo film a portare Zhang Yimou alla ribalta internazionale, dopo il debutto con "Sorgo rosso" (con cui condivide l'ambientazione rurale e la collocazione temporale) e prima di "Lanterne rosse", è stato anche uno dei primi film cinesi prodotto con capitali esteri (nella fattispecie, giapponesi): riscosse un grande successo critico, con tanto di nomination agli Oscar come miglior film straniero. Tratto da un romanzo popolare di Lui Heng (autore anche della sceneggiatura), ne restringe l'ambientazione sia temporalmente (la storia si svolge nell'arco di una decina d'anni) che spazialmente (tutta la vicenda è concentrata praticamente all'interno della tintoria, spazio scenico che con i suoi tessuti colorati appesi ad asciugare, le vasche della tintura, le corde, gli ingranaggi e le ruote dentate, caratterizza in maniera notevole l'intero dramma). Anche le relazioni fra i personaggi (solo quattro di fatto, contando anche il bambino) guidano la trama in maniera dinamica: si passa dai soprusi del vecchio Yang al capovolgimento dei rapporti di forza quando questi si ritrova paralizzato e alla mercé dei due amanti, per poi cambiare nuovamente con la morte del vecchio (che costringe Tianqing e Ju Dou a vivere separati, per evitare pettegolezzi) e la crescita del figlio, che inaspettatamente si era schierato dalla parte di Yang. Se l'incipit, scenario a parte, poteva ricordare un noir in stile "Il postino suona sempre due volte", gli sviluppi fanno pensare a un melodramma o, salendo di tono, a una tragedia greca. E il contorno, il villaggio ancora prigioniero di tradizioni arretrate (vedi il funerale) e di dettami morali che mettono i bastoni fra le ruote alla ricerca di felicità dei protagonisti, ha stimolato anche letture politiche ("una metafora del processo di restaurazione che pose fine agli entusiasmi e ai sogni che si erano accompagnati alla Rivoluzione Culturale"), il che spiega perché non fu bene accolto dalle autorità in patria. Ottima la regia, così come la fotografia di Gu Changwei, particolarmente attenta ai cromatismi (i colori gialli e rossi dei drappi appesi ad asciugare). Il secondo regista accreditato, Yang Fengliang, aveva collaborato con Zhang anche nel precedente "Operazione Cougar": di lui di sa poco o nulla, ma Zhang ha dichiarato che si trattava di un supervisore che gli era stato affiancato perché era ritenuto ancora troppo inesperto per girare un film da solo.

18 luglio 2021

La guerra dei fiori rossi (Zhang Yuan, 2006)

La guerra dei fiori rossi (Kan shang qu hen mei)
di Zhang Yuan – Cina/Italia 2006
con Dong Bowen, Ning Yuanyuan
***

Visto in divx, alla Fogona.

In un asilo/convitto infantile a Pechino, negli anni quaranta, come metodo di valutazione le maestre assegnano (o tolgono) a ciascun bambino dei “fiorellini rossi” a seconda dei compiti portati a termine (come imparare a vestirsi da soli o fare i bisogni) o delle disubbidienze e le marachelle. Il piccolo Qiangqiang, nuovo arrivato di soli quattro anni, si rivela subito un alunno difficile: all'inizio sperso, spaventato e piagnucoloso, acquista man mano confidenza ma rimane sempre un ribelle, indisciplinato e anticonformista. Il film, dalla struttura episodica, lo segue nelle sue monellerie, nella relazione con i compagni di classe, nei giochi e nei dispetti, nei tentativi di fuga e di ribellione contro le maestre. A prima vista un semplice e delicato ritratto dell'età infantile, osservata “a misura di bambino” e senza mai preoccuparsi di dare giudizi morali (o paternalistici) o edulcorarne gli aspetti, attraverso storie minime e toni leggeri (indimenticabili le torme di infanti che scorrazzano nei corridoi seminudi e col sedere al vento), il film è anche una critica trasparente a una società e un sistema educativo che “inquadra” sin da piccoli attraverso regole, premi e punizioni (significativo il parallelo con i soldati dell'esercito, la cui marcia e il cui saluto militare viene scimmiottato dai bambini mentre passano loro accanto). Come in simili pellicole iraniane (si pensi a certi lavori di Kiarostami), il punto di vista non è mai quello degli adulti o delle maestre, il che rende la visione incredibilmente “pura” e astratta. Pur più piccolo di età, Qiangqiang è quasi un parente dell'Antoine Doinel dei “Quattrocento colpi” o dei protagonisti dello “Zero in condotta” di Jean Vigo: non certo più buono o più bravo degli altri bambini (anzi, proprio il contrario), ma dotato di una vitalità e di un'energia che è impossibile tenere a freno, in particolar modo perché collocato a forza in un ambiente e un contesto che gli vanno male a genio, lui “piccolo ribelle” così poco incline al conformismo e all'andare incontro ai desideri altrui. Ottima (e minimalista) la confezione. Tratto da un romanzo semi-autobiografico di Wang Shuo, il film è una coproduzione italo-cinese (italiani sono per esempio il montatore e l'autore della colonna sonora).

22 giugno 2021

Rise of the legend (Roy Chow, 2014)

Rise of the Legend (Huang feihong zhi yingxiong you meng)
di Roy Chow Hin Yeung – Cina/Hong Kong 2014
con Eddie Peng, Sammo Hung
**

Visto in TV (Netflix).

Cina, 1868. Con la dinastia Qing al declino, e deciso a proteggere i poveri e gli innocenti abitanti di Guangzhou dalle angherie della Banda della Tigre Nera, organizzazione che gestisce tutte le attività criminali nel porto della città, il giovane esperto di arti marziali Wong Fei-hung (Eddie Peng) si guadagna il favore del maestro Lui (Sammo Hung), capo della gang, ed entra a farne parte. Lavorando dall'interno, con la complicità esterna del "fratello" e amico d'infanzia Fiery (Jing Boran), che nel frattempo ha radunato un gruppo di ribelli, riuscirà a sgominare la banda. Nuova rilettura del "mito" di Wong Fei-hung, personaggio realmente esistito ma assunto ormai a fama leggendaria, soprattutto nell'ambito del cinema di Hong Kong (dove è stato interpretato, fra gli altri, da Jackie Chan in "Drunken master", da Jet Li in "Once upon a time in China", e persino dallo stesso Sammo Hung nell'hollywoodiano "Il giro del mondo in 80 giorni"): la pellicola ne racconta se vogliamo le "origini", in maniera però impostata, calligrafica e pachidermica, con una fotografia patinata e una regia scolastica e manierista. Persino le (poche) scene di combattimento appaiono artificiali, visto l'abuso di effetti digitali (non sempre di buona fattura: irrealistiche, per esempio, le fiamme che circondano i due lottatori nello scontro finale), di controfigure (d'altronde Sammo ha ormai una certa età), di inquadrature ravvicinate o spezzettate. Il risultato è troppo freddo se paragonato, per esempio, alla serie di film con Jet Li, forse la migliore sul personaggio. I punti di forza sono la presenza carismatica di Hung e la colonna sonora di Shigeru Umebayashi, che però soltanto nel finale ingloba il classico tema musicale di Wong Fei-hung. Angela Yeung Wing ("Angelababy") è la cortigiana Xiao Hua, Wang Luodan è la ribelle Chun (entrambe innamorate del protagonista). Tony Leung Ka-fai appare nel flashback nel ruolo del padre di Fei.

29 aprile 2021

An elephant sitting still (Hu Bo, 2018)

An Elephant Sitting Still (Da xiang xi di er zuo)
di Hu Bo – Cina 2018
con Peng Yuchang, Zhang Yu
***

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Nell'arco di una sola giornata, quattro personaggi che abitano in un quartiere popolare della città di Shijiazhuang vivono il loro dramma esistenziale mentre le rispettive storie si intrecciano. Il giovane Wei Bu (Peng Yuchang), per difendere un amico accusato di furto dal bullo della scuola, fa cadere senza volerlo quest'ultimo giù dalle scale. La sua compagna di classe Huang Ling (Wang Yuwen) viene accusata di avere una relazione con il vicepreside. L'anziano Wang Jin (Liu Congxi) rifiuta di essere rinchiuso dai parenti in un ospizio con la scusa di dover badare al proprio cagnolino, ma l'animale viene ucciso da un cane randagio. Il gangster Yu Cheng (Zhang Yu), fratello maggiore del bullo di cui sopra, è testimone del suicidio del proprio miglior amico dopo che questi ha scoperto che la moglie lo tradiva proprio con Yu. Tutti e quattro manifesteranno a più riprese il desiderio di abbandonare la città e di fuggire lontano, magari a Manzhouli, nella Mongolia Interna, il cui zoo ospita un elefante che "resta seduto tutto il giorno"... Primo e unico lungometraggio (dopo tre corti) diretto dallo scrittore Hu Bo, che si è suicidato a soli 29 anni subito dopo averne terminato le riprese e il montaggio: e il tema del suicidio (visto come fuga dalla disperazione) adombra tutte le vicende dei vari personaggi, che si arrabattano fra disillusione e pessimismo in un ambiente disagiato, fra l'ostilità dei parenti e la mancanza di vie di scampo. "Il mondo è una terra desolata", dice a un certo punto un amico di Wei Bu. Tutti, sia giovani che vecchi, sono privi di speranza e di futuro, attorniati da tragedie che capitano loro quasi per caso o per incidente, ma i cui sensi di colpa li spingeranno a una fuga impossibile da portare fino in fondo (nessuno arriverà a Manzhouli: né con il treno, che viene soppresso, né con l'autobus, che si fermerà in uno spiazzo in mezzo al nulla, da dove peraltro si udrà il barrito dell'elefante durante la notte). D'altronde, come spiega Wang Jin a Wei Bu, è inutile fuggire perché anche altrove "non c'è nessuna differenza": tanto vale provare a sopravvivere dove ci si trova. Dall'andamento lento ma avvolgente, con i suoi tempi (dura quasi quattro ore), una fotografia plumbea e spesso in controluce, una macchina da presa che segue sempre da vicino gli attori e con lunghi piani sequenza, il film coinvolge e fa partecipare insieme ai personaggi a un frammento della loro esistenza, con grande realismo ma anche un ampio respiro che rende quasi universali le loro storie corali e interconnesse.

17 marzo 2021

Xiaoshan going home (Jia Zhangke, 1995)

Xiaoshan going home (Xiaoshan hui jia)
di Jia Zhangke – Cina 1995
con Wang Hongwei, Dong Shuzhe
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Mediometraggio giovanile (dura un'ora scarsa) realizzato da Jia Zhangke quando frequentava l'accademia del cinema di Pechino insieme a un gruppo di amici e collaboratori (come l'attore Wang Hongwei, con il quale lavorerà poi in diverse pellicole). La storia, semi-documentaristica ed episodica, segue le peripezie di un cuoco che da Pechino, quando il suo impiego giunge al termine, progetta di tornare al proprio paese di origine in occasione del capodanno cinese: ma prima di partire si incontra con vari amici e conoscenti, chiedendo loro di accompagnarlo e cercando di procurarsi il biglietto per il viaggio. L'anno precedente Jia aveva girato in soli due giorni un documentario di dieci minuti sui turisti in piazza Tienanmen ("One day in Beijing"), ma è con questo lavoro, filmato direttamente per le strade e i locali della città, che mette compiutamente in mostra per la prima volta il suo stile e l'attenzione alle vicende delle persone comuni, come i lavoratori e gli abitanti delle periferie cinesi. Proiettato anche all'estero in alcuni festival internazionali, il mediometraggio riscosse un buon successo e consentì al regista di incontrare il produttore Li Kit Ming e iniziare la lavorazione del suo primo vero lungometraggio, "Xiao Wu".

22 gennaio 2021

The farewell (Lulu Wang, 2019)

The Farewell - Una bugia buona (The Farewell)
di Lulu Wang – USA 2019
con Awkwafina, Zhao Shu-zhen
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Per stringersi un'ultima volta intorno alla nonna Nai Nai (Zhao Shu-zhen), alla quale – a sua insaputa – è stato diagnosticato un tumore in fase terminale, tutti i parenti (che vivono ora all'estero: chi negli Stati Uniti e chi in Giappone) tornano in Cina, fingendo di dover celebrare il matrimonio di uno dei nipoti. E nel timore che uno shock possa risultarle fatale, alla nonna non viene rivelata la verità: tutti attorno a lei recitano in quella che ritengono essere "una bugia buona". Da uno spunto semi-autobiografico (la storia è veramente accaduta nella famiglia della regista sino-americana Lulu Wang, con la differenza che sua nonna, a sei anni di distanza dalla diagnosi, è ancora viva e ha scoperto l'accaduto soltanto guardando il film!), un toccante dramma famigliare che dietro lo spunto da commedia – che peraltro ha molti illustri precedenti, da "Il banchetto di nozze" di Ang Lee, affine per molti versi, al tedesco "Good bye, Lenin!" – gioca con temi "profondi" come la morte e la preparazione al lutto. Ma non solo: attraverso lo sguardo della protagonista Billi (Awkwafina, alter ego della Wang e di fatto la protagonista del film), cresciuta negli Stati Uniti, la pellicola riflette sulle differenze socio-culturali fra oriente e occidente, non solo sull'approccio alla morte e sul confronto fra realtà e apparenze, ma anche su temi come il successo (economico o meno), le aspettative e le realizzazioni. Tutti argomenti su cui si mente a più riprese: si finge per motivi sociali, culturali, famigliari (le cerimonie delle nozze o quelle al cimitero, ma anche l'esibizione di ricchezza e stato sociale, o semplicemente di felicità e benessere). E Billi, l'unica in famiglia che a tratti pensa che bisognerebbe dire la verità alla nonna, a sua volta nasconde i propri fallimenti negli studi o nella vita. Anche se non del tutto compiuto, e di certo meno spigliato di quanto lo spunto di partenza lasciasse intendere – molti personaggi, potenzialmente forieri di gag, non vengono sviluppati: si pensi ai due "finti" sposi (Chen Han e Aoi Mizuhara) – il film è dunque più di una semplice commedia basata su una sola idea. Alla fine il tono è dolceamaro, decostruendo sia il "mito" degli USA (dove tutti si illudono di trovare i soldi, il successo, la felicità) sia quello della Cina (la madrepatria ammantata di un'aura nostalgica, ma dove tutto cambia e si trasforma rapidamente, i quartieri vengono demoliti e gli anziani muoiono). Nel cast anche Tzi Ma (il padre di Billi), Diana Lin (la madre), Jiang Yongbo (lo zio), Li Xiang (la zia). Lu Hong, la sorella della nonna di Lulu Wang, interpreta sé stessa, mentre la vera nonna appare nei titoli di coda, sui quali c'è una canzone in italiano (cantata anche al matrimonio): è "Per chi" di Johnny Dorelli.

3 dicembre 2020

Operazione Cougar (Zhang Yimou, 1989)

Operazione Cougar (Daihao meizhoubao)
di Zhang Yimou, Yang Fengliang – Cina 1989
con Ge You, Gong Li
*

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Un aereo privato commerciale, in volo da Taipei a Seul, viene dirottato da un gruppo terroristico. Costretti a un atterraggio di emergenza in un campo nei pressi di Pechino, i criminali chiedono alle autorità di liberare il loro capo (imprigionato a Taiwan), minacciando di uccidere gli ostaggi. Per far fronte alla situazione, pur non avendo contatti diplomatici ufficiali da 40 anni, i governi di Pechino e Taipei decidono di collaborare inviando in segreto una task force formata da membri di entrambi i paesi. Forse la pellicola più atipica e meno significativa di tutta la filmografia di Zhang Yimou, un thriller noioso e abbastanza dozzinale, di scarso valore e nessun interesse se paragonato con le cose che in contemporanea venivano prodotte a Hong Kong (anche se il modello è semmai smaccatamente americano), e naturalmente distante anni luce dai lavori di ambientazione storica dello stesso Zhang. Che lo diresse per fare un favore a un amico che lo aveva finanziato: ma molti elementi dello script vennero eliminati dalla censura cinese, lasciando la pellicola monca e senza personaggi o aspetti di rilievo, se non l'eccessiva enfasi con cui si sottolinea ripetutamente (e con molta retorica) la collaborazione fra le nazioni rivali, un auspicio forse per una riconciliazione anche nella realtà. Lo stile cerca di rimediare alla povertà del budget con numerosissimi primi piani e pochi momenti concitati, mentre quelli più "operativi" sono resi attraverso una serie di fotogrammi fissi (a mo' di reportage fotografico) accompagnati da una voce fuori campo. Ridicolo il finale che ripropone scene già viste (anche tragiche) con una canzoncina allegra in sottofondo. Ge You è il capo dei dirottatori, Liu Xiaoning e Wang Xueqi rispettivamente i comandanti delle squadre di Pechino e Taipei, Gong Li l'infermiera che collabora controvoglia con i terroristi perché innamorata del loro capo (un personaggio fondamentalmente inutile, inquadrata spesso ma praticamente senza linee di dialogo). Il co-regista Yang Fengliang dirigerà insieme a Zhang anche il successivo "Ju Dou", dopodiché le carriere (e le fortune) dei due prenderanno strade differenti.

29 ottobre 2020

24 city (Jia Zhangke, 2008)

24 city (Er shi si cheng ji)
di Jia Zhangke – Cina 2008
con Joan Chen, Lü Liping, Zhao Tao
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Per oltre cinquant'anni la città di Chengdu ha ospitato la "fabbrica 420", un enorme stabilimento siderurgico di stato per la produzione di componenti per l'aeronautica. Ora la fabbrica è stata chiusa e sta per essere smantellata per erigere al suo posto un moderno complesso residenziale e commerciale (chiamato "24 city", appunto). In un incrocio fra documentario e finzione (ci sono infatti interviste reali e altre inscenate con attori), Jia Zhangke lascia la parola e diverse persone che hanno gravitato intorno allo stabilimento: anziani operai che vi hanno lavorato per molti anni, che ricordano il traumatico trasferimento da altre regioni della Cina (per ordine del governo), i rapporti con le famiglie e i colleghi di lavoro, nonché la vita in quello che era un vero e proprio microcosmo, separato dal resto della città (la fabbrica era talmente grande da avere al suo interno delle scuole per i figli di chi vi lavorava!); ma anche le nuove generazioni, che faticano a concepire le difficili condizioni in cui vivevano i loro genitori. Nel frattempo, infatti, il mondo è cambiato e la Cina si sta trasformando: l'ottima regia di Jia, attenta come sempre alle persone e al loro ambiente, ce ne dà una testimonianza preziosa e suggestiva, arricchendo l'esperienza dello spettatore con immagini e panoramiche della città e della fabbrica ormai dismessa, accompagnandole con musiche moderne o canzoni d'epoca (fra cui "The killer" di Sally Yeh, che il regista riutilizzerà ampiamente ne "I figli del fiume giallo", e "The Outside World" di Chyi Chin). La pellicola non dice apertamente che cosa sia vero e che cosa inscenato, a meno che non si riconoscano gli attori (fra questi Joan Chen, nel ruolo di un'operaia soprannominata "Little flower" per la sua somiglianza con il personaggio interpretato dalla stessa Chen, da giovane, in un film del 1979; e Zhao Tao, musa onnipresente nei lavori del regista cinese). La prima inquadratura del film, che mostra gli operai che entrano in bici nella fabbrica, è un evidente rimando – ma a ritroso – a quello che è considerato (per convenzione) il primo film della storia del cinema, "L'uscita dalle fabbriche Lumière".

3 luglio 2020

The wandering Earth (Frant Gwo, 2019)

The Wandering Earth (Liu lang di qiu)
di Frant Gwo – Cina 2019
con Qu Chuxiao, Wu Jing
*1/2

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

Di fronte all'improvvisa trasformazione del Sole in una gigante rossa, che entro qualche secolo si espanderà spazzando via ogni forma di vita, l'umanità decide di montare dei giganteschi motori sulla superficie della Terra e di portarla così fuori dal sistema solare, in un viaggio di 2500 anni verso una nuova destinazione. Nel frattempo, l'intera popolazione si trasferisce in città sotterranee, a parte alcuni tecnici che rimangono sulla superficie ghiacciata e un manipolo di astronauti – fra cui Liu Peiqiang (Wu Jing) – che sorvegliano le operazioni da una piattaforma spaziale. 17 anni dopo la partenza, quando la "Terra vagante" è ormai giunta nei pressi di Giove, si verifica però una crisi: un picco nell'attrazione gravitazionale del pianeta gassoso manda in tilt i motori terrestri, e i nostri eroi – compreso Qi (Qu Chuxiao), figlio ventenne di Liu, rimasto sulla Terra – dovranno escogitare un modo per rimetterli in funzione prima che i due pianeti entrino in collisione... Da un romanzo di Liu Cixin (di cui però banalizza i temi filosofici e i concetti fantascientifici), un kolossal d'azione e di effetti speciali (nonché primo film di fantascienza ad alto budget proveniente dalla Repubblica Popolare) che ha sbancato il botteghino cinese. Mastodontico, noioso, programmatico e poco coinvolgente, soffre per una regia confusa, un montaggio da mal di testa, personaggi tutt'altro che memorabili e una sceneggiatura costruita a tavolino senza reali qualità. A tratti è persino derivativo (MOSS, il computer della stazione spaziale, è parente stretto dell'HAL di "2001"). I visual sono ottimi, ma l'abuso di effetti speciali rende il risultato più simile a un videogioco che a un film, soprattutto nelle scene d'azione. L'idea di un corpo celeste che viaggia nello spazio non è nuova nella fantascienza (un esempio è la Luna di "Spazio 1999") ma resta comunque uno spunto affascinante, sia pure implausibile (ma la sospensione dell'incredulità serve a questo). Inutile però attendersi approfondimenti scientifici o filosofici: siamo di fronte in tutto e per tutto all'equivalente di un action movie hollywoodiano alla Michael Bay, una semplice successione di scene d'azione fracassone, irrealistiche e improbabili, con contorno nazionalista: perché se è vero che la Terra del futuro è unificata sotto un Governo Terrestre Unito (GUT), all'insegna della cooperazione internazionale, è anche vero che i personaggi eroici del film sono tutti cinesi (cosa che viene sottolineata spesso), mentre i pochi stranieri che compaiono sono macchiette comiche o pavide, che ammirano il coraggio e lo spirito di iniziativa dei nostri eroi. E l'aver eliminato una sottotrama che mostrava la presenza di ribelli e complottisti che si oppongono all'operazione "Wandering Earth" lascia la storia senza un reale "nemico": il pericolo viene solo dalla natura, e l'unico conflitto è quello generico e generazionale fra padre e figlio. Ng Man-tat è il nonno di Liu Qi, Zhao Jinmai la sorella adottiva Han Duoduo, Li Guangjie il capitano Wang Lei. Possibile un sequel.

29 novembre 2019

Cry me a river (Jia Zhangke, 2008)

Cry me a river (Heshang de aiqing)
di Jia Zhangke – Cina 2008
con Zhao Tao, Wang Hongwei
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Quattro amici, un tempo amanti ed ex compagni di studi (Zhao Tao, Wang Hongwei, Hao Lei, Guo Xiaodong), si ricontrano nella città di provincia dove dieci anni prima si erano laureati, e dove sono tornati per festeggiare il compleanno di un loro professore. Il ritrovo è l'occasione per un tuffo nei ricordi, nei rimpanti e nelle confessioni d'amore. Breve cortometraggio (dura una ventina di minuti), intimo e nostalgico, realistico ed intenso, che Jia ha realizzato ispirandosi al classico cinese "Spring in a small town" per ritrarre sullo schermo frammenti di vite ed esistenze che tornano a incrociarsi dopo tanto tempo. I protagonisti, un tempo giovani poeti e sognatori, hanno preso strade diverse, forse ormai inconciliabili, e vivono ora immersi nei ritmi frenetici e commerciali della Cina moderna: ma i ricordi e le esperienze comuni (anche amorose) li legano ancora al loro passato. E aggirarsi nei luoghi della loro giovinezza li spinge forse a riattivare i sentimenti perduti. Splendida la fotografia. Il film è stato girato a Suzhou, città antichissima e tranquilla, considerata la "Venezia d'oriente" per i suoi numerosi canali, che fa da sfondo ideale alla breve vicenda (è quasi un peccato che lo spunto non abbia dato origine a un lungometraggio).

27 settembre 2019

Saturday fiction (Lou Ye, 2019)

Saturday fiction (Lan xin da ju yuan), aka Teatro Lyceum
di Lou Ye – Cina 2019
con Gong Li, Mark Chao
*1/2

Visto al cinema CityLife Anteo, con Viviana, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Nel dicembre del 1941, l'attrice Jean Yu (Gong Li) torna nella Shanghai occupata dai giapponesi (con l'eccezione delle poche zone sotto il controllo delle potenze europee), ufficialmente per prendere parte a una rappresentazione teatrale diretta da Tan Ma (Mark Chao), suo amante di un tempo, e ufficiosamente per perorare la causa dell'ex marito, dissidente prigioniero dei nipponici. In realtà la donna è una spia al servizio degli alleati, e il suo compito è quello di estorcere ad un alto ufficiale giapponese (Joe Odagiri) quale sarà il luogo dell'imminente attacco del paese del Sol Levante nel Pacifico. Un confuso film di spionaggio, incredibilmente noioso, con personaggi dalla caratterizzazione inesistente o ballerina, svolte poco chiare o implausibili, una regia mediocre che cerca di costruire l'atmosfera attraverso una fotografia in bianco e nero cupa e livida, e una fastidiosissima camera a mano sempre in movimento. Sprecata l'ottima Gong Li, costretta a un certo punto a trasformarsi in Rambo, prima di un finale prolungato che sembra non voler terminare più. Mai si percepisce l'afflato della storia, immersi come siamo in una ragnatela di intrighi spionistici di quart'ordine, in balia di personaggi con cui è difficile empatizzare (e di cui in fondo ci importa ben poco), anche per via di una forma stilistica pretenziosa (vedi la patina noir) e ammiccante alla Nouvelle Vague. Nel cast anche Huang Xiangli e Pascal Greggory.

29 luglio 2019

Platform (Jia Zhangke, 2000)

Platform (Zhantai)
di Jia Zhangke – Cina 2000
con Wang Hongwei, Zhao Tao
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La vita di Cui Mingliang (Wang Hongwei), membro di una compagnia teatrale itinerante di canto e di ballo, e dei suoi amici Yin Ruijuan (Zhao Tao), Zhang Jun (Liang Jingdong) e Zhong Ping (Yang Tianyi), nella Cina dal 1979 al 1989, ovvero dagli ultimi strascichi della Rivoluzione Culturale maoista ai primi segnali della globalizzazione con l'apertura alle influenze occidentali (evidenti dal cambiamento degli spettacoli allestiti dai ragazzi: si passa da canti popolari, didattici e patriottici a canzoni pop o rock e numeri di breakdance). La storia si svolge a Fenyang, la città natale del regista (nella provincia settentrionale di Shanxi), ma i ragazzi portano i loro spettacoli dapprima nei villaggi vicini e poi in regioni anche più remote, come la Mongolia interna. I cambiamenti della Cina a livello sociale, economico e politico fanno da sfondo alle vicissitudini, agli amori, alle esperienze artistiche dei giovani protagonisti, che rispetto ai genitori sono meno interessati alle ideologie e più aperti alla vita. Cui Mingliang è innamorato di Yin Ruijuan, nonostante l'opposizione dei padre di lei. Zhang Jun mette incinta Zhong Ping e va a viverci insieme, pur non essendo sposati. Sanming (Han Sanming), cugino di Mingliang che non ha completato gli studi, è costretto a lavorare in una miniera di carbone. E nel frattempo la compagnia teatrale viene privatizzata, gli elettrodomestici arrivano in ogni casa, gli eventi della vita portano i ragazzi a cambiare lavoro o a prendere strade diverse... Al secondo lungometraggio, Jia Zhangke è già padrone della materia trattata: pur con qualche lungaggine (il film dura due ore e mezza), c'è grande attenzione alla descrizione dell'ambiente, alle interazioni fra i personaggi, ma soprattutto al racconto – attraverso piccoli e grandi episodi – di un paese in profonda e costante trasformazione. In una scena, i protagonisti cantano "Bella ciao" in cinese. Zhao Tao (destinata a diventarne la musa) recita qui per la prima volta in un film del regista. Il titolo (la piattaforma ferroviaria) si riferisce alla metafora ricorrente del treno, presente nel primo spettacolo cui assistiamo, in una delle canzoni pop eseguite più avanti, nel fatto che uno dei punti di ritrovo dei ragazzi è sotto i binari della ferrovia sopraelevata: e naturalmente il treno simboleggia il desiderio di partire per andare altrove.

7 luglio 2019

Sorgo rosso (Zhang Yimou, 1987)

Sorgo rosso (Hong gaoliang)
di Zhang Yimou – Cina 1987
con Gong Li, Jiang Wen
**1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Alla fine degli anni venti, in una zona rurale della provincia di Shandong (nella regione nord-orientale della Cina), la giovane Jiu-Er (Gong Li), "Nove Fiori", viene destinata in matrimonio dalla famiglia a un uomo ricco, anziano e malato, proprietario di una distilleria di vino di sorgo nel bel mezzo del deserto. L'uomo, però, muore dopo una sola notte di nozze, e la ragazza diventa così l'unica proprietaria della fabbrica, che farà prosperare con l'aiuto dei lavoranti, uno dei quali (Jiang Wen) diverrà il padre di suo figlio. Nove anni più tardi, con l'arrivo dei giapponesi, Jiu-er e gli uomini della distilleria si sacrificheranno per combattere gli invasori. Uno dei primi film della cosiddetta "quinta generazione" cinese (ovvero di quei registi e autori cresciuti dopo la Rivoluzione Culturale), nonché il primo titolo della Repubblica Popolare della Cina a essere distribuito ufficialmente nel nostro paese, il lungometraggio – che vinse l'Orso d'Oro al festival di Berlino e fece conoscere internazionalmente il regista Zhang Yimou (qui all'esordio) e l'attrice Gong Li – adatta con grande intensità le prime due parti (di cinque) dell'omonimo romanzo epico-generazionale di Mo Yan. Siamo lontani dalle opere di propaganda che avevano caratterizzato il cinema cinese nei decenni precedenti (anche se ne permangono alcune tracce: si pensi al comportamento di Jiu-Er quando diventa padrona della distilleria, rifiutando di farsi chiamare capo e coinvolgendo tutti i lavoratori nella sua gestione collettiva; o in generale alla seconda parte, quando la vicenda cambia rapidamente di tono, e da fiaba quasi atemporale si fa più drammatica e legata agli eventi storici): i personaggi sono mossi da passioni e sentimenti individuali, come l'erotismo o il desiderio di vendetta. In effetti, nel finale Jiu-Er e i suoi uomini non si battono contro i giapponesi per difendere la patria, ma per vendicare uno dei loro compagni, il "fratello Liu" (Ting Rujun), ucciso dagli invasori. Nonostante fosse il suo primo lavoro da regista, il film mette già in mostra tutta la maestria e la vena autoriale di Zhang Yimou, che trasfigura i bei paesaggi desertici, le terre frequentate dai briganti e i vasti campi di canne di sorgo mossi dal vento con una fotografia (di Gu Changwei) filtrata con colori intensi, soprattutto rossicci. Da notare che lo stesso Zhang, prima di darsi alla regia, è stato direttore della fotografia. Il rosso, che richiama tanto il vino di sorgo quanto il sangue (ed è ovviamente anche il colore della Cina), e dunque tutte le passioni che muovono i personaggi, caratterizza cromaticamente ogni scena della pellicola (con l'eccezione di alcune vedute notturne, con la luna piena verde che si staglia nel cielo senza stelle), culminando con la rossa eclissi finale. L'attenzione ad ambienti e culture rurali e marginali della Cina rende "viva" la vicenda (si pensi alle tradizioni legate al matrimonio della ragazza, o al canto dei lavoranti per la distillazione del vino). L'intera storia è raccontata dalla voce di un narratore fuori campo, nipote dei due protagonisti (proprio come avverrà in un successivo film di Zhang, "Il viaggio verso casa").

25 giugno 2019

Il lago delle oche selvatiche (Diao Yinan, 2019)

The wild goose lake (Nan fang che zhan de ju hui)
di Diao Yinan – Cina 2019
con Hu Ge, Gwei Lun Mei
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

In fuga dopo aver ucciso un poliziotto durante uno scontro con una banda rivale, il gangster Zhou Zenong (Hu Ge) attende alla stazione della città la propria moglie Yang Shujun (Wan Qian), che non vede da cinque anni. La sua intenzione è quella di chiedere alla donna di denunciarlo, in modo che possa riscuotere la ricompensa per la sua cattura. Ma al suo posto si presenta una ragazza sconosciuta, la prostituta Liu Aiai (Gwei Lun-mei)... Basato su una struttura contorta (si parte con due lunghi flashback che svelano il motivo per cui i due personaggi si trovano all'appuntamento della stazione) che non lesina colpi di scena, un neo-noir dalle atmosfere sospese, caotico e (ahimè) compiaciuto, ma soprattutto con il grave difetto di perdere ogni presa sullo spettatore a metà strada, fra false direzioni e personaggi dalla caratterizzazione impalpabile. A salvarlo, almeno in parte, è lo stile: la buona regia è coadiuvata da una fotografia notturna vibrante e ricca di sfumature, e non mancano momenti interessanti o scene occasionali che rimangono impresse nella memoria (la polizia che cerca un malvivente nello zoo di notte, sotto gli sguardi curiosi degli animali), anche piuttosto splatter (il motociclista decapitato, il gangster rivale ucciso con l'ombrello). Ma l'atmosfera e la grande cura nel setting (si pensi ai tanti ristorantini e ai locali di quart'ordine nei quali si rifugia Zhou, o alle riunioni dei criminali negli scantinati degli alberghi per spartirsi le zone della città, con evidente parallelo con quelle dei poliziotti che si dividono i quartieri da setacciare), dove il realismo va a braccetto con una forma stilizzata, non bastano per compensare una sceneggiatura carente nella costruzione della storia e dei personaggi. Liao Fan è il capitano della polizia. Il titolo originale significa "Appuntamento a una stazione ferroviaria nel sud", quello internazionale fa riferimento al lago sulle cui rive si svolge parte della vicenda e dove Liu Aiai lavora come "bagnante".

17 maggio 2019

I figli del fiume giallo (Jia Zhangke, 2018)

I figli del fiume giallo (Jianghu ernu, aka Ash is purest white)
di Jia Zhangke – Cina 2018
con Zhao Tao, Liao Fan
***

Visto al cinema Eliseo.

Nel 2001, a Datong (una città mineraria nella provincia di Shanxi, in crisi da quando il prezzo del carbone è crollato e il governo progetta di chiudere del tutto l'attività estrattiva), Qiao (Zhao Tao) è la ragazza di Bin (Liao Fan), il boss della triade locale. Per difenderlo da un agguato non esita a impugnare una pistola, e finisce così in prigione. Rilasciata dopo cinque anni, scopre che Bin si è trasferito in un'altra regione, ha cambiato vita e ha un'altra donna. Lo ritroverà molti anni più tardi, nel 2018, quando – ormai rimasto solo e malato – sarà lui a cercare lei... Rivisitando i temi già affrontati nei lavori precedenti (la rapida trasformazione della Cina, dove il destino di milioni di persone è influenzato dai progetti di urbanizzazione, dalla crisi economica, dalla costruzione di dighe o di centrali nucleari), Jia firma un lavoro intenso ed elegante, diviso (come già "Al di là delle montagne") in tre diversi periodi storici (2001, 2006 e 2018) durante i quali segue le peripezie della sua protagonista, un'epopea – o forse una parabola – personale (incentrata com'è su due soli personaggi) ma che al tempo stesso riguarda l'intera società cinese al passaggio del millennio. E racconta di un mondo dove i valori e la bellezza del passato vengono progressivamente ridotti in cenere (ma bruciare significa anche purificare, come commenta Qiao e come ci ricorda il titolo internazionale della pellicola, "Ash is purest white"): ecco dunque che nuove bande di giovani delinquenti osano mettere in discussione l'autorità delle triadi, che antiche attività come quella mineraria vengono spazzate via dal progresso e dalle decisioni del governo, che intere città vengano ricoperte dall'acqua, che le zone più arrestrate del paese vengono costrette a forza a modernizzarsi, che per sopravvivere è necessario ricorrere a truffe e furti di ogni tipo. Per non parlare di contraddizioni e coesistenze fra antico e moderno (il socio di Bin che non riesce a vendere le ville perché ritenute infestate dai fantasmi, il medico che pratica medicina tradizionale cinese in una moderna clinica occidentale, il viaggiatore in cerca di extraterrestri). Molto bella la regia, elegante, ariosa e poliedrica, coadiuvata dalla fotografia colorata di Éric Gautier. Da notare anche la colonna sonora, che da nostalgica nel primo segmento (si ode ripetutamente la canzone di Sally Yeh dal film "The killer" di John Woo: lo stesso Bin, insieme ai suoi "fratelli", è mostrato mentre guarda film d'azione come "Tragic Hero" con Chow Yun-fat e Andy Lau) si fa via via più astratta ed elettronica.

31 marzo 2019

Youth (Feng Xiaogang, 2017)

Youth (Fang hua)
di Feng Xiaogang – Cina 2017
con Huang Xuan, Miao Miao
**1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

Trent'anni di storia della Cina (dalla Rivoluzione Culturale alla morte di Mao, dalla guerra sino-vietnamita ai cambiamenti sociali e le riforme del paese) raccontate attraverso la vita, le amicizie, il cameratismo, gli amori, i tradimenti, i sacrifici e le sofferenze di un gruppo di giovani artisti (musicisti e ballerine) della "troupe artistica" dell'esercito cinese, una speciale compagnia di canto e danza incaricata di esibirsi in occasione di eventi e manifestazioni propagandistiche. La voce narrante è quella di Suizi (Zhong Chuxi), alter ego della scrittrice Yan Geling (dal cui romanzo – da lei stessa sceneggiato e parzialmente autobiografico – è tratto il film). E nonostante l'impostazione corale, la pellicola segue in particolare le vicende di due personaggi: Liu Feng (Huang Xuan), soldato modello, gentile e ammirato da tutti, che però soffrirà per amore, finirà a combattere in prima linea e diventerà un invalido di guerra; e He Xiaoping (Miao Miao), giovane ballerina figlia di un intellettuale esiliato durante la rivoluzione culturale, bullizzata e maltrattata dalle compagne, ma dotata di una grande forza di volontà. Fra colossal e melodramma, il film è forse un po' enfatico, nostalgico e patinato (da notare, per esempio, il lungo ed elaborato piano sequenza dell'assalto alla carovana durante la guerra): ma riesce comunque a descrivere in maniera equilibrata un passato ricco di idealismo ed entusiasmo (quello della gioventù, appunto), mettendolo a confronto con le amarezze e la disillusione del presente (e della maturità).

28 marzo 2019

Baby (Liu Jie, 2018)

Baby (Bao bei er)
di Liu Jie – Cina 2018
con Yang Mi, Guo Jingfei
**1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli (FESCAAAL). Era presente il regista.

Ogni anno, in Cina, moltissimi bambini nascono con disabilità o malformazioni più o meno gravi, e gran parte di questi vengono abbandonati dai loro genitori: se sopravvivono, finiscono in famiglie in affido fino al compimento dei 18 anni. È quello che è capitato alla giovane Jiang Meng (un'ottima Yang Mi) che, giunta all'età adulta, è costretta ad abbandonare la sua "madre" affidataria e a cercare lavoro in ospedale come donna delle pulizie. Qui è testimone di un caso simile al proprio: una bambina appena nata, il cui padre (Guo Jingfei) assume la sofferta decisione di rifiutare le cure per farla morire rapidamente anziché costringerla a condurre una vita da disabile. Prendendosi a cuore il destino della piccola, nella quale rivede evidentemente sé stessa, l'ostinata Jiang fa di tutto per convincere l'uomo a sottoporre la figlia alle operazioni necessarie, convinta che saprà sopravvivere e guarire. E arriverà fino al punto di organizzare il rapimento della piccola dall'istituto in cui è ricoverata... Liu Jie, già autore in passato del bel "Courthouse on the horseback", costruisce un melodramma a sfondo sociale a partire da uno scenario cupo e disperato (ispirato a diversi casi reali). La struttura narrativa, con la testardaggine della giovane protagonista che si batte contro tutto e tutti, fra l'indifferenza degli operatori sanitari e l'impotenza della polizia, può ricordare pellicole (neo)realiste cinesi come "Non uno di meno" di Zhang Yimou, anche se qui i toni sono decisamente meno poetici e più drammatici, e il coinvolgimento emotivo dello spettatore non manca di certo, nonostante il film si dilunghi un po' troppo nel finale.