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21 dicembre 2022

Paura e delirio a Las Vegas (T. Gilliam, 1998)

Paura e delirio a Las Vegas (Fear and loathing in Las Vegas)
di Terry Gilliam – USA 1998
con Johnny Depp, Benicio del Toro
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Con una valigetta piena di droghe ed alcolici, a bordo di una cabriolet rossa, il giornalista Raoul Duke (Johnny Depp) e il suo avvocato Dottor Gonzo (Benicio del Toro) attraversano il deserto per recarsi da Los Angeles a Las Vegas. Qui, continuamente sotto l'effetto degli stupefacenti (LSD, mescalina, etere), assisteranno a una corsa motociclistica, irromperanno in un convegno di procuratori distrettuali, devasteranno due stanze d'albergo e trascorreranno giornate e nottate all'insegna degli eccessi, di allucinazioni psichedeliche e di una follia anarchica e confusionaria. Film fluttuante e imprevedibile, tratto dal romanzo di Hunter S. Thompson, nel cui titolo si parla però di "disgusto", non di "delirio": la scelta dei distributori italiani di cambiarlo mostra tutta la loro incapacità di cogliere il vero significato della pellicola, che non è un semplice "delirio" ma una dichiarazione di rigetto verso un mondo ipocrita e perbenista, una fuga esistenziale, un modo per rendere esplicita la crisi del sogno americano. Il film si svolge infatti nel 1971, all'alba di un decennio che rappresenta la pietra tombale sugli ideali universali e i sogni di rivoluzione e cambiamento degli anni sessanta. La guerra del Vietnam, le apparizioni di Nixon in televisione, l'edonismo sfrenato di cui proprio Las Vegas (con i suoi casinò, i suoi circhi, i suoi eventi ricchi di celebrità) è il simbolo, costringono di fatto i due protagonisti a fuggire da sé stessi e dal mondo, rifugiandosi in una realtà alternativa e ribelle, popolata da rettili umanoidi e visioni alterate, ma capace di mettere in luce le contraddizioni e le ipocrisie della società che li circonda. La regia di Gilliam, che dà sfogo a tutto il suo talento visionario (con l'uso del grandangolo, le inquadrature sghembe e ondeggianti, i colori caldi e forti della fotografia di Nicola Pecorini), è al servizio di una trama episodica e quasi inesistente, mentre è notevole il tour de force dei due interpreti, dove spicca soprattutto uno straordinario Depp, con la pelata e perennemente fuori di testa. Piccole parti per Tobey Maguire (l'autostoppista), Christina Ricci (la pittrice Lucy), Cameron Diaz (la ragazza bionda nell'ascensore), Ellen Barkin (la cameriera del diner), Gary Busey (il poliziotto stradale).

5 aprile 2020

Assassinio sull'Orient Express (K. Branagh, 2017)

Assassinio sull'Orient Express (Murder on the Orient Express)
di Kenneth Branagh – USA 2017
con Kenneth Branagh, Michelle Pfeiffer
**

Visto in TV.

Fra un caso (il delicato furto di una reliquia al Santo Sepolcro di Gerusalemme) e un altro (il film si chiude con l'aggancio a un'altra celebre avventura di Poirot, "Assassinio sul Nilo", di cui è in lavorazione una trasposizione cinematografica che conferma come siamo di fronte a una vera e propria serie), l'investigatore belga Hercule Poirot (Kenneth Branagh) sale a bordo dell'Orient Express, il treno di lusso che da Istanbul si inoltra fino al cuore dell'Europa. Con il convoglio momentaneamente bloccato nei Balcani dalla neve, il detective dovrà risolvere un intricato caso di omicidio. Il losco mercante d'arte Ratchett (Johnny Depp) viene infatti trovato morto nella sua cabina: e tutti i passeggeri del vagone, per un motivo o per l'altro, sembrano aver avuto un legame con lui e con il suo torbido passato (Ratchett infatti non era colui che dichiarava di essere)... Nuovo adattamento del romanzo di Agatha Christie, che nel 1974 godette già di una popolare versione cinematografica diretta da Sidney Lumet, di cui questa è a tutti gli effetti un remake. Il principale difetto è che la nuova versione non aggiunge in fondo nulla di nuovo, a parte dei visual teatrali e spettacolari e un tono più (melo)drammatico che da commedia. Chi già conoscesse la storia tramite il libro o il film precedente non avrà sorprese: è la stessa, pur con qualche sforbiciata nei dialoghi (che eliminano indizi e allusioni, come il riferimento alla giuria di dodici persone) e l'aggiunta di un paio di fugaci scene d'azione. La sequenza migliore è forse quella che mostra in flashback l'omicidio, girata in bianco e nero e con il solo accompagnamento musicale. A spiccare in negativo ci sono invece i fondali digitali un po' farlocchi (vedi il passaggio del treno a Istanbul o fra le montagne). Resta il piacere di vedere all'opera un ricco cast di celebrità (con nomi del calibro di Michelle Pfeiffer, Penélope Cruz, Willem Dafoe, Judi Dench, Derek Jacobi, Daisy Ridley, Olivia Colman), anche se non tutti apportano qualcosa di particolare al proprio personaggio, limitandosi a svolgere il compitino. Notevole invece lo spazio riservato al protagonista: Branagh dà vita a un Poirot megalomane ("Voi raccontate bugie e pensate che nessuno lo scoprirà, ma ci sono due persone che lo faranno, il vostro Dio... e Hercule Poirot"), ossessionato da equilibri e simmetrie, convinto che esistano "solo il giusto e lo sbagliato", senza vie di mezzo, che però dovrà mettere in discussione le proprie certezze di fronte a un caso diverso da tutti quelli che ha risolto in passato. Un Poirot tormentato e senza autoironia, che sovrasta e mette in ombra – nel bene e nel male – tutti gli altri personaggi, lontano dunque dalle caratteristiche del detective di un whodunit classico.

17 gennaio 2019

The tourist (F. Henckel von Donnersmarck, 2010)

The tourist (id.)
di Florian Henckel von Donnersmarck – USA/GB/Fra/Ita 2010
con Johnny Depp, Angelina Jolie
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

In vacanza a Venezia, un insegnante americano (Depp) viene scambiato per un criminale che da anni ha fatto perdere le proprie tracce. Ed è coinvolto da una misteriosa donna (Jolie) in una pericolosa avventura, inseguito sia dalla polizia inglese che dai gangster ai quali l'uomo ha sottratto milioni di dollari. Remake del film francese "Anthony Zimmer" di Jérôme Salle, il secondo lungometraggio del regista de "Le vite degli altri" è un deludente e frivolo spy movie senza troppa originalità, che mescola un canovaccio hitchcockiano con ingredienti noti (lo scenario "esotico", la femme fatale, i cattivi russi) puntando le sue carte – oltre che sulle location della città lagunare – su due soli (teorici) punti di forza: gli interpreti e il colpo di scena conclusivo. Peccato che Depp e Jolie recitino con il freno a mano tirato, con una sola espressione per tutto il film (sperduto lui, sorniona lei), e che il finale sia ampiamente prevedibile almeno da metà pellicola (preannunciato anche dal simbolismo legato al dio Giano bifronte). Resta straniante vedere attori (spesso comici) italiani come Christian De Sica, Neri Marcoré, Nino Frassica e Raoul Bova in un baraccone hollywoodiano a fianco dei suddetti e degli altri nomi noti del cast (Paul Bettany, Timothy Dalton).

6 gennaio 2019

La fabbrica di cioccolato (Tim Burton, 2005)

La fabbrica di cioccolato (Charlie and the Chocolate Factory)
di Tim Burton – USA 2005
con Johnny Depp, Freddie Highmore
**

Rivisto in DVD.

Willy Wonka (Depp), eccentrico produttore di cioccolato, invita cinque bambini, accompagnati dai rispettivi genitori, a visitare la sua leggendaria fabbrica, che da anni ha chiuso le porte a chiunque. Fra loro c'è il povero Charlie (Highmore), l'unico che si dimostrerà all'altezza di diventarne l'erede, mentre gli altri saranno puniti per i loro vizi. Secondo adattamento del romanzo di Roald Dahl, dopo quello cult del 1971 con Gene Wilder ("Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato"), con tutto il suo carico di fantasia, magia e (non troppo) velato moralismo. Il titolo originale, dedicato al piccolo Charlie, torna fedele a quello del libro (ma non nella versione italiana, che lo semplifica omettendo del tutto il nome del protagonista), benché – per paradosso – il film sia ancora più focalizzato del precedente sulla figura dello stravagante Willy Wonka, al quale dedica tutta una serie di flashback che ne ricostruiscono le "origini" e l'infanzia. Veniamo così a sapere della sua passione per i dolci e dei contrasti che questa gli ha causato con il padre dentista (interpretato da Christopher Lee). Il tutto "normalizza" il personaggio (che da indecifrabile e sarcastico "mago" super partes diventa una figura insicura e disturbata, quasi psicopatica, a disagio con i bambini e con un forte complesso di padre) ma si iscrive perfettamente nella poetica di Burton (e di altri autori hollywoodiani, Spielberg in primis), ossessivamente incentrata sul rapporto fra padri e figli. Finale a parte, la trama è identica al film precedente, con piccoli cambiamenti che la rendono più fedele al romanzo: alcuni innocui (la prova di Veruca Salt non riguarda oche giganti che sfornano uova dorate, ma scoiattoli che hanno il compito di selezionare le noccioline), altri più significativi (non c'è la sottotrama del "rivale" Slugworth; Charlie non è orfano di padre; e inoltre, a differenza degli altri bambini, non viene messo alla prova: manca infatti la scena in cui lui e il nonno cedono alla tentazione di assaggiare le bibite gassate, salvandosi poi grazie ai rutti). E in generale, c'è molta più attenzione alla political correctness (i nonni non fumano, viene ribadito spesso che troppi dolci fanno male, si insiste sul tema della carie...) che rende retorici i messaggi. Le scenografie, quando non richiamano il film originale, sembrano studiate apposta per realizzare poi un'attrazione a Disneyland (vedi anche le corse sulla barca o sull'ascensore). Sofisticata ma brutta la colonna sonora di Danny Elfman, in particolare le orribili canzoncine degli Umpa Lumpa (che sono nanetti pigmei, e non creature fantastiche dalla pelle arancione). Da notare la citazione di "2001: Odissea nello spazio" nella scena della stanza della televisione. Del cast (David Kelly è il nonno Joe, Noah Taylor e Helena Bonham Carter sono i genitori di Charlie), gli unici degni di nota (per motivi diversi) sono Depp, Lee e l'ubiquo Deep Roy (che interpreta tutti gli Umpa Lumpa). Nel complesso, la pellicola è inferiore in quasi tutto al film del 1971, di cui non ha la semplicità (e anzi aggiunge confusione, con il travisamento del personaggio di Willy Wonka), ma come fiaba moderna vanta comunque i suoi momenti e garantisce un adeguato divertimento (meglio dell'"Alice" di Burton, comunque!).

6 settembre 2015

Nightmare (Wes Craven, 1984)

Nightmare - Dal profondo della notte
(A Nightmare on Elm Street)
di Wes Craven – USA 1984
con Heather Langenkamp, Robert Englund
***

Rivisto in DVD, per ricordare Wes Craven.

Nella cittadina di Springwood, un gruppo di ragazzi è alle prese con Freddy Krueger, misterioso assassino in grado di uccidere le proprie vittime all'interno dei loro sogni. Pietra miliare dell'horror più visionario, è il film che – insieme ad altri titoli seminali a cavallo fra gli anni '70 e '80 (come "Halloween" di John Carpenter e "Venerdì 13" di Sean Cunningham, quest'ultimo fra l'altro qui collaboratore in alcune scene) – ha contribuito a fondare quel genere slasher di cui più tardi lo stesso Craven definirà e decostruirà i cliche in "Scream": protagonisti adolescenti alle prese con morti brutali e splatter, ignorati o non creduti dagli adulti attorno a loro (anche se, in questo caso, proprio le azioni passate degli adulti hanno dato origine al mostro), e in cui l'archetipica battaglia fra bene e male, una sorta di mito moderno, si gioca anche sul piano della moralità (la protagonista Nancy, "pura" e religiosa, è l'unica in grado di tenere testa a Krueger, mentre l'amica Tina, sessualmente più disinibita, fa quasi subito una brutta fine). In più, c'è la brillante idea degli incubi che si ripercuotono nella realtà, il che consente di dare vita a scene bizzarre, surreali e oniriche, dove le leggi fisiche non hanno più valore e dove gli ambienti e gli oggetti circostanti possono essere utilizzati dal cattivo a proprio piacimento (si pensi alla scena in cui Nancy viene attaccata nella vasca da bagno, a quella in cui i suoi piedi affondano nelle scale, o a Glen "inghiottito" dal suo letto: tutte sequenze realizzate fra l'altro in maniera creativa ma molto artigianale – vedi anche la stanza che ruota – visto il bassissimo budget a disposizione per gli effetti speciali). Oltre a questa trovata, il grande successo della serie è dovuto naturalmente anche al villain, quel Freddy Krueger (chiamato ancora solo "Fred" in questo primo film) dal volto ustionato, dall'inconfondibile abbigliamento (cappello e maglione a righe rosso-verdi), dal guanto con le lame innestate, che sarebbe diventato una delle più celebri icone del cinema horror, vero e proprio "uomo nero" (con tanto di filastrocca per bambini che ne preannuncia le gesta) indistruttibile e invicibile perché opera al di fuori della realtà. Il controfinale aperto, voluto dai produttori, gli consentirà infatti di tornare in numerosi sequel, non sempre all'altezza e ai quali Craven non contribuirà (tranne che per la sceneggiatura del terzo capitolo). Dieci anni più tardi, lo stesso regista rileggerà però la saga in chiave metacinematografica con il settimo film, "Nightmare - Nuovo incubo", dando anche al buon vecchio Freddy una nuova origine. Nel cast, da segnalare l'esordio cinematografico di un giovanissimo Johnny Depp nei panni del ragazzo di Nancy. L'edizione italiana, ai tempi, censurò pesantemente alcune scene (come quella della morte di Tina).

17 agosto 2015

Into the woods (Rob Marshall, 2014)

Into the woods (id.)
di Rob Marshall – USA 2014
con Meryl Streep, James Corden
**

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Il bosco è il luogo dell'inconscio, dei desideri e delle magie. E nel bosco si intrecciano le vicende di tante celebri fiabe, i cui personaggi (Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Raperonzolo – qui con il nome inglese, come nella versione disneyana, di “Rapunzel” – e Jack della pianta di fagioli) si incontrano e interagiscono fra loro. Filo conduttore è la storia di una coppia di fornai (James Corden ed Emily Blunt) ai quali una strega (Meryl Streep), per sollevare la maledizione che impedisce loro di avere bambini, ha chiesto di trovare i quattro ingredienti che le servono per riottenere la giovinezza perduta: una mucca bianca come il latte, una mantella rossa come il sangue, una scarpetta pura come l'oro e una ciocca di capelli biondi come il grano. Da un musical di Broadway (di Stephen Sondheim e James Lapine), il regista Rob Marhsall – che nel genere aveva già dato con “Chicago” – trae un film che “gioca” con le fiabe: non solo, come detto, intrecciandole fra di loro (di fatto si immagina che le vicende siano contemporanee e avvengano tutte nella stessa regione, fra due regni separati dal bosco, tanto che anche i vari “principi azzurri” – quello di Cenerentola e quello di Rapunzel – sono fra di loro fratelli), o parodizzandone certi elementi (una Cappuccetto Rosso ingorda, che si mangia i dolci destinati alla nonna, per esempio), ma anche andando ad esplorare cosa accade ai personaggi dopo il fatidico “e vissero felici e contenti”. Le loro vicende proseguono infatti ben oltre il finale tradizionale, spesso prendendo brutte pieghe: e così scopriamo che Cenerentola non resterà a lungo con il suo principe, che Jack avrà ancora a che fare con i giganti, e così via. All'inizio divertente, man mano che prosegue il film diventa però sempre più pasticciato e, peggio ancora, noioso. Oltre che senza particolare spessore, colmo com'è di morale hollywoodiana. Colpa anche di canzoni musicalmente monotone ma soprattutto con testi didascalici e retorici. Nel cast Anna Kendrick, Chris Pine, MacKenzie Mauzy e Billy Magnussen. Piccola parte per Johnny Depp nei panni del lupo cattivo.

16 aprile 2014

Il mistero di Sleepy Hollow (Tim Burton, 1999)

Il mistero di Sleepy Hollow (Sleepy Hollow)
di Tim Burton – USA 1999
con Johnny Depp, Christina Ricci
**

Rivisto in TV.

Nel 1799 l'agente di polizia Ichabod Crane (Johnny Depp) è inviato da New York in un villaggio nell'entroterra, Sleepy Hollow, dove tre persone sono state recentemente uccise in circostanze misteriose, decapitate da quello che gli abitanti del paese descrivono come lo spettro di un "cavaliere senza testa". Convinto che occorra indagare con razionalità e con metodi scientifici, Crane si ritroverà però ad avere a che fare non solo con le superstizioni e il puritanesimo del New England del diciottesimo secolo, ma anche e soprattutto con la stregoneria e con creature resuscitate dall'inferno. Ispirandosi al celebre racconto "The legend of Sleepy Hollow" di Washington Irving (già portato al cinema diverse volte: c'è anche una versione a cartoni animati della Disney, "Le avventure di Ichabod e Mr. Toad", del 1949), Tim Burton ne prende solo lo spunto di partenza (in origine Crane era un superstizioso maestro di scuola, non un razionale detective) e ci costruisce sopra una sorta di giallo ammantato di toni gotici e horror. Paradossalmente, nello spingere il pedale sugli elementi fantastici, il regista elimina ogni ambiguità presente nel racconto di Irving (che – pur trattandosi di una ghost story – lasciava il lettore nel dubbio sulla reale presenza di elementi soprannaturali o meno) e rende dunque la vicenda meno spaventosa e più innocua, con una struttura convenzionale e noiosetta (c'è persino lo "spiegone" finale, dove si chiarisce ogni cosa) e l'immancabile lieto fine. Ciò nonostante, anche se la trama non è certo memorabile (a distanza di tempo dalla prima visione ne avevo praticamente dimenticato la risoluzione e mi erano rimaste in mente solo le scenografie), la pellicola risulta comunque piacevole grazie alle atmosfere dark tipiche del regista (da sempre quello visivo è l'aspetto migliore delle sue opere), al ritmo spigliato, ai tocchi di humour nero e all'ottimo cast (oltre a Depp ci sono Christina Ricci, Miranda Richardson, Christopher Walken e tutta una serie di caratteristi di valore: Michael Gambon, Christopher Lee, Jeffrey Jones, Richard Griffiths, Ian McDiarmid, Michael Gough, più brevi apparizioni per gli habitué burtoniani Martin Landau e Lisa Marie). La sceneggiatura, attribuita ad Andrew Kevin Walker, sarebbe in realtà opera in gran parte di Tom Stoppard, non accreditato. La musica è del solito Danny Elfman, la fotografia di Emmanuel Lubezki. Da ricordare l'attrezzatura "scientifica" (occhiali, pinze e vari strumenti) che Crane utlizza nelle sue indagini.

15 maggio 2012

Dark Shadows (Tim Burton, 2012)

Dark Shadows (id.)
di Tim Burton – USA 2012
con Johnny Depp, Eva Green
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina.

Barnabas Collins, rampollo di una ricca famiglia europea di commercianti ittici trasferitisi nel New England nel diciottesimo secolo, viene trasformato in vampiro dalla gelosa strega Angelique, il cui amore aveva incautamente respinto. Dopo essere rimasto chiuso in una bara per quasi duecento anni, si risveglia in pieni anni settanta, entra in contatto con un mondo profondamente cambiato e scopre che i suoi discendenti se la passano male: farà di tutto per rimettere in sesto l’azienda di famiglia, anche perché dall’altro capo della barricata (in affari così come in amore) c’è ancora Angelique… Ispirato a una vecchia serie televisiva americana da noi sconosciuta, un progetto che aggiunge ben poco alle filmografie di Burton e di Depp. Pellicola dopo pellicola, il regista americano pare ormai chiudersi sempre di più nel suo universo gotico, manierista e autoreferenziale: qui cura solamente le scenografie e l’aspetto ‘dark’ dei personaggi, senza apparente interesse per la sceneggiatura o l’equilibrio complessivo del film, fra characters che entrano e escono a casaccio dalla storia, scomparendo per lunghi tratti di pellicola per poi ricomparire all’improvviso, elementi narrativi calati dal nulla (la licantropia della figlia maggiore), caratterizzazioni piatte e banali, gag stiracchiate e poco divertenti, incertezze sui toni da adottare (la commedia famigliare, il melodramma romantico, la ghost story, l’action soprannaturale) e una complessiva povertà di contenuti e di significati. Alla fine il lungometraggio si tiene a galla soltanto grazie agli interpreti e alla confezione (la fotografia è del francese Bruno Delbonnel, quello di “Amelie”). Anche l’ambientazione negli anni settanta, potenzialmente interessante, è poco sfruttata e si limita a uno sfondo costituito da luoghi comuni: un paio di accenni alla guerra, gli hippy più stupidi e stereotipati possibili, qualche brano musicale e una battuta (quella sul nome “femminile” di Alice Cooper) ripetuta almeno cinque volte. Depp, in compenso, sembra nato per fare il vampiro, così come Eva Green per fare la ‘vamp’. Nel cast anche Michelle Pfeiffer, Helena Bonham Carter (cui sono riservate diverse scene e battute piuttosto "cattive"), Chloë Moretz, Jackie Earle Haley e la semiesordiente Bella Heathcote nel ruolo della ragazza di cui Barnabas si innamora. In più, camei di Christopher Lee (il vecchio pescatore) e di Alice Cooper (nei panni di sé stesso).

26 gennaio 2011

Edward mani di forbice (T. Burton, 1990)

Edward mani di forbice (Edward scissorhands)
di Tim Burton – USA 1990
con Johnny Depp, Winona Ryder
***

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele e Paola.

Creato da uno scienziato (Vincent Price) che è morto prima di completare il suo corpo, Edward (un Johnny Depp agli esordi e alla sua prima collaborazione con Tim Burton) è un ragazzo "artificiale", timido e sensibile, con grandi e taglienti forbici al posto delle mani. Quando Peg (Dianne Wiest), casalinga e venditrice porta a porta di cosmetici Avon, lo trova solo e abbandonato nel castello gotico che sovrasta la cittadina in cui vive, decide di portarlo a casa e di accoglierlo nella propria famiglia, suscitando la curiosità del vicinato. Pur essendo visibilmente un "diverso", inizialmente Edward riscuote l'ammirazione di tutti per le sue doti creative fuori dal comune (con le sue forbici pota le siepi modellandole in foggia di animali e di esseri umani, tosa i cagnolini e inventa stravaganti acconciature per le casalinghe del circondario): ma alla prima occasione, l'ipocrisia e la diffidenza finiranno col prendere il sopravvento. Nonostante qualche momento di stanca e l'accumulo di luoghi comuni nella sottotrama romantica (Edward si innamora di Kim, la giovane figlia di Peg), questa favola moderna senza lieto fine – con tanto di cornice in cui una Winona Ryder ormai invecchiata racconta l'intera vicenda alla nipotina, proprio come se si trattasse di una fiaba – è forse il miglior film di Tim Burton, o almeno quello in cui la sua vena poetica e malinconica con derive disneyane si sposa meglio con le indubbie qualità visive e scenografiche. Che quella del "freak gentile" sia una fiaba lo testimonia anche la mancanza di realismo nel setting e nello sviluppo della trama, che a tratti assume le carattiristiche surreali e grottesche della satira di costume. Memorabile in particolare l'ambientazione, il sobborgo di un'anonima cittadina americana degli anni cinquanta, con le case tutte uguali, le facciate e le automobili di colore pastello, i mariti che durante la giornata lasciano campo libero alle mogli, e il contrasto fornito dal tetro e gotico castello che sovrasta l'intero panorama. Le scenografie del maniero, così come i titoli di testa con le attrezzature dello scienziato, anticipano l'estetica di "Nightmare before Christmas" (anche per via della colonna sonora di Danny Elfman), mentre l'aspetto pallido e scapigliato di Edward ricorda quello del protagonista del fumetto "Sandman" di Neil Gaiman. Da notare che il titolo italiano è grammaticalmente errato, visto che "forbici" andrebbe scritto al plurale.

11 marzo 2010

Alice in Wonderland (Tim Burton, 2010)

Alice in Wonderland (id.)
di Tim Burton – USA 2010
con Mia Wasikowska, Johnny Depp
*

Visto al cinema Arcobaleno (in 3D), con Giovanni, Rachele, Ginevra, Paola e Stefano.

Dopo tredici anni, Alice – ormai cresciuta – fa ritorno nel paese delle meraviglie, dove combatterà al fianco dei suoi vecchi amici (a partire dal Cappellaio Matto) contro la Regina Rossa e il suo Jabberwocky (non riesco a ricordarmi come è stato tradotto in italiano, mi dispiace). Se visivamente questa rilettura/sequel disneyano-burtoniana del classico di Carroll ha i suoi buoni momenti (le scenografie sono sicuramente la cosa migliore, e valgono da sole la visione), come operazione nel suo complesso si rivela, alla resa dei conti, una delusione. Il mondo fantastico e onirico creato da Carroll era tutto all'insegna del nonsense, del paradosso e di una follia anarchica che stravolgeva le consuetudini sociali e i comportamenti logici, calando la protagonista e la sua ragionevolezza vittoriana in un mondo incoerente e sovversivo. Qui, invece, si sono eliminate le metafore, il caos e l'odissea psichedelica, e si è cercato di ingabbiare il tutto in un'avventura lineare e imperniata sui consueti canoni del cinema hollywoodiano, con tanto di divisione fra buoni e cattivi, un destino eroico da compiere e uno scontro finale in stile fantasy con il nemico, con risultati banalotti e rinunciando di fatto a quegli elementi eccentrici e assurdi che rendevano unica e preziosa la storia di Alice. Un'altra dimostrazione, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che l'anticonformismo di Burton è sempre stato solo di facciata. Se l'inizio del film fa ben sperare, e tutta la prima parte fino alla caduta nel buco sotterraneo è bella e convincente, la pellicola si trasforma poi in una sorta di "Ritorno a Oz" (d'altronde i racconti di Baum, rispetto a quelli di Carroll, sono sicuramente di gusto più americano e meno europeo). E visto che storia e personaggi diventano presto irriconoscibili (persino lo stregatto è "inquadrato" e arruolato al servizio del bene!), di Carroll rimangono soltanto i giochi di parole, peraltro in gran parte decontestualizzati e annacquati da una versione italiana che dà un lato si rifà al cartone animato del 1951 e dall'altra ricorre ad alcune traduzioni infelici: si veda per esempio la poesia del Jabberwocky, che recitata in quel modo dal Cappellaio impedisce persino allo spettatore di soffermarsi a riflettere sulle singole parole, che sembrano un'accozzaglia di termini senza alcun senso (e invece il senso, per quanto diverso, c'è). Nella versione originale il film può contare su voci del calibro di Alan Rickman (il brucaliffo), Stephen Fry (lo stregatto), Christopher Lee (il Jabberwocky). Fra gli attori in "carne e ossa", invece, oltre a Depp nei panni del Cappellaio (il cui ruolo viene ingigantito a dismisura, e che nel finale si esibisce in un'imbarazzante "deliranza"), si riconoscono Helena Bonham Carter (la regina rossa, forse il personaggio migliore di tutta la pellicola), Anne Hathaway (la regina bianca, che invece è piuttosto insulsa) e Crispin Glover (il fante di cuori). Il 3D mi è parso avere più senso narrativo e filmico qui che in "Avatar", visto che contribuisce a rendere tangibile e materiale un ambiente circostante fantastico e visionario. Un altro sequel (non di Burton) nel 2016.

16 gennaio 2010

Arizona dream (Emir Kusturica, 1992)

Arizona dream (id.)
di Emir Kusturica – USA 1992
con Johnny Depp, Faye Dunaway
***

Rivisto in DVD, con Marisa.

Il giovane Axel (Johnny Depp), introverso sognatore che dopo la morte dei genitori si è trasferito a New York a lavorare come catalogatore di pesci, viene richiamato in Arizona dallo zio Leo Sweetie (un sorprendente Jerry Lewis) per fare da testimone al suo imminente matrimonio. Lo zio, che agli occhi di Axel è l'incarnazione del successo e del sogno americano, vorrebbe che il nipote si stabilisse lì definitivamente per vendere cadillac nel suo salone di automobili: ma quando il ragazzo fa la conoscenza di due eccentriche donne che vivono in una casa nel deserto – la stravagante vedova Elaine (Faye Dunaway), appassionata di macchine volanti, e la sua gelosa e irrequieta figliastra Grace (Lili Taylor), allevatrice di tartarughe e aspirante suicida – si trasferisce da loro, innamorato della prima nonostante la differenza d'età. Dopo gli iniziali successi in Jugoslavia, Kusturica ha realizzato questo film insolito e surreale negli Stati Uniti per raccontare l'incontro fra una serie di personaggi bizzarri, vivaci o malinconici, alle prese con sogni e desideri che naturalmente non possono avverarsi, visto che sono fuorvianti, semplicemente assurdi o indice di scarsa maturità. Axel, infatti, è proprio come l'halibut, il pesce che – nei suoi sogni – gli eschimesi pescano dal ghiaccio e che da giovane ha entrambi gli occhi da un solo lato del corpo: solo quando raggiunge l'età adulta uno dei suoi occhi si sposta dall'altro lato, consentendogli così di avere una visione completa del mondo (ma, allo stesso tempo, perdendo qualcosa di sé). La pellicola, comunque, tocca di sfuggita molti altri temi, come l'amore, la morte e il rapporto con i genitori (metaforicamente, visto che in realtà né Axel né Grace sono davvero figli di Leo e di Elaine). Soffre però anche per una certa anarchia narrativa, per una caratterizzazione dei personaggi confusa e caotica e per la scarsa linearità della storia, i cui sviluppi si accavallano senza un vero senso logico, proprio come in un sogno: è un film da prendere o lasciare. Magnifica la colonna sonora di Goran Bregovic (con la collaborazione di Iggy Pop) e grandioso il cast. Fra le scene più memorabili, quella in cui Paul (uno straordinario Vincent Gallo), aspirante attore, appassionato cinefilo e commesso nel salone dello zio di Axel, sale sul palco durante l'ora del debuttante per mimare la sequenza di "Intrigo internazionale" in cui Cary Grant è alle prese con l'aereo che lo attacca nel deserto. Molto belle, comunque, anche le sequenze ambientate in Alaska fra gli eschimesi (in quella finale, Jerry Lewis e Johnny Depp sembrano esprimersi in una lingua inuit, ma in realtà sono parole inventate). In Italia la pellicola è uscita con qualche anno di ritardo, dopo essere stata inizialmente annunciata con il titolo "Il valzer del pesce freccia", e solo quando Kusturica era ormai noto presso il grande pubblico per i suoi capolavori "Underground" e "Gatto nero, gatto bianco". Depp, che avrebbe recitato con la Dunaway anche in "Don Juan DeMarco", viene citato nei dialoghi quando Paul lo nomina insieme ad altri grandi attori, chiedendo "Credi che qualcuno si permetta di toccare Johnny Depp in faccia?".

29 ottobre 2009

Parnassus (Terry Gilliam, 2009)

Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo
(The Imaginarium of Doctor Parnassus)
di Terry Gilliam – Gran Bretagna 2009
con Heath Ledger, Christopher Plummer
**

Visto al cinema Orfeo, con Albertino e altra gente.

L'anziano Dottor Parnassus, che ha ricevuto l'immortalità dal diavolo e vi ha poi rinunciato per amore, si aggira nella Londra contemporanea imbastendo con una scalcinata troupe itinerante uno spettacolo da baraccone per convertire la gente al potere dell'immaginazione: attraverso lo specchio finto che si trova sul palco, infatti, si accede a mondi fantastici dove è possibile essere purificati dai propri vizi e dai propri difetti. Ma gli "affari" vanno male: e pur di salvare la propria figlia Valentina, che il mefistofelico Mr. Nick verrà a prendersi nel giorno del suo sedicesimo compleanno, Parnassus accetta di fare una nuova scommessa con il demonio. Ad aiutarlo interverrà un misterioso giovane, Tony, coinvolto in loschi traffici finanziari e (forse) sovrannaturali. Caotico, visionario, irreale, grottesco, confuso e sovraccarico, "The Imaginarium of Doctor Parnassus" (ma quanto è più bello e appropriato il titolo originale?) è indubbiamente un film con più difetti che pregi. Chi cerca una narrazione tradizionale, un minimo equilibrio fra storia e personaggi, uno sviluppo soddisfacente delle premesse, rimarrà deluso. Chi si accontenta invece della grandiosità visiva, di scenari surreali e onirici, del gusto retrò e ottocentesco tipico del regista, troverà pane per i suoi denti. Personalmente, conoscendo Gilliam e sapendo già cosa aspettarmi, sono riuscito a godermi abbastanza questo virtuosistico e immaginifico esercizio di stile, il cui tema ultimo può essere individuato nell'elogio della narrazione per immagini (Parnassus è un chiaro alter ego di Gilliam stesso). Non si tratta certamente di uno dei suoi lavori migliori, ma rispecchia al proprio interno quasi ogni altra cosa che l'autore ha fatto in passato, dalla fusione fra vita e teatro e dal personaggio che racconta storie e crea mondi de "Le avventure del barone di Münchhausen" all'anima perduta in cerca di identità e all'irruzione di antiche fantasie in un mondo moderno e contemporaneo de "La leggenda del re pescatore", dal gusto per l'animazione e per le invenzioni visive degli esordi (qui sorrette dalla computer grafica più che dai disegni e dai collage) fino alle scenette comiche e trasgressive – sì, ci sono persino quelle! – degli sketch con i Monty Python (il balletto dei poliziotti è uno dei momenti migliori del film). E anche dal lato extra-filmico la pellicola può essere vista come un paradigma dell'intera carriera del regista, funestata spesso da intoppi e impedimenti di lavorazione. La morte improvvisa di Heath Ledger, avvenuta durante le riprese e qui alla sua ultima apparizione sul grande schermo (aveva già vinto un Oscar postumo con "Il cavaliere oscuro"), ha costretto probabilmente Gilliam a modificare in parte la sceneggiatura (e la pellicola ne risente: la seconda metà è decisamente inferiore alla prima). Per poter completare il film, nel ruolo di Tony si sono succeduti anche Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell (quest'ultimo con il maggiore tempo sullo schermo, compreso tutto il finale), e non a caso la pellicola si chiude con la didascalia "Un film di Heath Ledger e amici". Il resto del cast, comunque, è all'altezza. Su tutti spiccano Tom Waits nei panni di Mr. Nick, diavolo con bombetta e sigaro, e la modella Lily Cole (con un corpo e un volto fuori dal comune, un po' alla Devon Aoki) in quelli di Valentina. Ma vanno ricordati anche Christopher Plummer (il dottor Parnassus), Andrew Garfield (il suo giovane assistente Anton) e Verne Troyer (lo gnomo Percy).

24 novembre 2008

Cry Baby (John Waters, 1990)

Cry Baby (id.)
di John Waters – USA 1990
con Johnny Depp, Amy Locane
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Rivisto in DVD, con Hiromi.

Baltimora, 1954: la "buona ragazza" Allison si innamora del "teppista" Cry Baby, e lo scontro fra famiglie perbene e gioventù bruciata si accende improvvisamente a colpi di risse e di numeri musicali. Una storia esile e scontatissima, condita da canzoni in puro stile rock'n'roll anni '50, fa da sfondo a una pellicola con la quale – come con la precedente "Hairspray" – Waters attacca l'ipocrisia e il perbenismo degli anni del Maccartismo. Ma non si tratta di satira profonda, né di una rilettura critica delle tensioni di quel periodo: tutto rimane in superficie, a livello di puro entertainment, e in fondo il film risulta piuttosto innocuo. Più che la trama, a emergere sono i personaggi, disinibiti e grotteschi. Accanto a Depp (ribelle in giubbotto nero, il cui soprannome deriva dalla caratteristica di piangere una sola lacrima per i sensi di colpa o per amore) e alla Locane (fanciulla di buona famiglia attratta da un mondo più trasgressivo) ci sono tutta una serie di "irregolari" fra i quali spiccano la bruttissima Kim McGuire e l'autoironica Traci Lords. Nel cast, in parti minori, anche Iggy Pop, Willem Dafoe e Joe Dallesandro.

15 ottobre 2008

Ed Wood (Tim Burton, 1994)

Ed Wood (id.)
di Tim Burton – USA 1994
con Johnny Depp, Martin Landau
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Rivisto in DVD.

Considerato, forse immeritatamente, "il peggior regista della storia del cinema", Edward D. Wood jr. fu un cineasta di scarso talento ma di grande fantasia, la cui vita privata (fra feticismi personali e insolite frequentazioni) risulta essere certamente più interessante delle sue opere, per lo più pellicole di fantascienza e di exploitation a basso budget, girate in maniera pedestre (il suo motto, in ogni scena, era "buona la prima": non c'era il tempo o la voglia di girarne un'altra), con sceneggiature ridicole e interpretazioni dilettantesche. Circondato da una variopinta "corte dei miracoli" (Tor Johnson, un mostruoso wrestler; Vampira, una conduttrice televisiva dark; Criswell, un falso indovino; e soprattutto Bela Lugosi, il leggendario interprete del primo "Dracula") e disposto a qualsiasi compromesso pur di trovare fondi per il suo lavoro (dal lasciarsi imporre il figlio del produttore come attore protagonista al farsi battezzare perché i finanziatori facevano parte di una congregazione religiosa), il Wood ritratto con simpatia e un po' di superficialità da Depp e Burton ama indossare abiti femminili (con una passione particolare per i golfini d'angora) e vede Orson Welles come suo modello ispiratore (l'incontro fra i due cineasti, nel finale, vuole sottolineare i punti in comune fra il cinema "alto" e quello di serie Z: la passione e l'entusiasmo che muove gli uomini che ci stanno dietro e la loro lotta contro le imposizioni di major, produttori e mercato). Il vero punto di forza del film, però, è sicuramente l'anziano e morfinomane Bela Lugosi, interpretato in maniera stratosferica da Martin Landau, che non a caso vinse l'Oscar: a tratti si ha quasi l'impressione che la pellicola voglia essere più un'elegia del grande attore ungherese che di Wood stesso. Rigorosamente in bianco e nero, il film segue la lavorazione di lungometraggi del calibro di "Glen or Glenda", "Bride of the Monster" e il famigerato "Plan 9 from Outer Space" ("Lo sento... è per questo film che io sarò ricordato"). Nonostante il lieto fine che ci azzecca poco (ma non è una novità per Burton), in fondo "Ed Wood" resta uno dei migliori film del regista, forse addirittura il migliore dopo "Edward mani di forbice": ci si ritrova un amore sincero per il lato più oscuro, artigianale e meno gratificante della settima arte. Nel cast, molti nomi noti: da Bill Murray a Jeffrey Jones, da Sarah Jessica Parker a Patricia Arquette, da Vincent D'Onofrio a Lisa Marie. Buone le musiche di Howard Shore.

28 febbraio 2008

Sweeney Todd (Tim Burton, 2007)

Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street
(Sweeney Todd: The demon barber of Fleet Street)
di Tim Burton – USA 2007
con Johnny Depp, Helena Bonham Carter
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Visto al cinema President, con Hiromi.

Ho sempre pensato che buona parte del fascino dei film di Tim Burton dipendesse dalle colonne sonore di Danny Elfman. E infatti questo musical, che si affida alle non esaltanti melodie dello spettacolo di Broadway da cui è tratto, è privo di quella magica atmosfera che riesce a tenere a galla anche le pellicole meno riuscite del regista. Per fortuna al suo posto a donare spessore al film c'è una certa dose di cattiveria grandguignolesca, soprattutto nel finale, violento, sanguinoso e quasi da tragedia greca. La storia, ispirata a fatti reali, è quella di un barbiere folle che vive nella Londra del diciannovesimo secolo, deciso a vendicarsi (come una sorta di conte di Montecristo) di un giudice corrotto che lo ha condannato ingiustamente ai lavori forzati per sottrargli la moglie e la figlia. Nella sua bottega taglierà la gola ai malcapitati clienti (ma il passaggio dal desiderio di vendetta nei confronti di un singolo individuo alla semplice sete di sangue non è spiegato) e consegnerà i corpi a una complice che li passerà in un tritacarnone gigante e ne farà "i migliori pasticci della città". Il difetto principale della pellicola, oltre alle canzoni che mi sono sembrate tutte uguali e con testi banalotti, è l'assenza di fantasia e ironia, con l'unica eccezione della scena in cui la Carter si immagina la vita al mare in compagnia dell'amato barbiere. Alan Rickman (nei panni del malvagio giudice Turpin), un attore che di solito mi piace molto, non brilla particolarmente. Meglio invece Timothy Spall (il messo) e Sacha Baron Cohen (il barbiere "rivale" Pirelli, finto-italiano e prima vittima di Todd). Nella versione italiana i brani cantati sono stati per fortuna lasciati in inglese con sottotitoli (una delle cose che avevo detestato nel "Fantasma dell'Opera" di Schumacher era stata la scelta di doppiare le canzoni), ma è mancato il coraggio di farlo per l'intero film, anche per il parlato, come invece era stato fatto per "Evita". Ogni volta che si passa dalle voci originali a quelle dei doppiatori (spesso molto diverse!) c'è una caduta di tono. Spiace inoltre l'uso di computer grafica dozzinale, soprattutto all'inizio, nei titoli e nella panoramica della città.

30 maggio 2007

Pirati dei caraibi 3 (G. Verbinski, 2007)

Pirati dei Caraibi: ai confini del mondo (Pirates of the Caribbean: At the world's end)
di Gore Verbinski – USA 2007
con Johnny Depp, Keira Knightley
*1/2

Visto al cinema Maestoso, con Hiromi.

Mastodontico e pesante, cupo e involuto, il terzo capitolo della trilogia dei Pirati dei Caraibi (che ormai di caraibico hanno ben poco: il film si svolge ovunque tranne che lì, da Singapore al mondo dei morti) smarrisce definitivamente quel poco credito che era rimasto alla saga dopo il disastroso secondo episodio, del quale comunque è giusto un pelino migliore. Mi sorge ormai il dubbio che la freschezza, la leggerezza e il divertimento del primo film – sul quale evidentemente avevo sbagliato a puntare le mie carte come alfiere della rinascita di un cinema di pura avventura – fossero dovuti non a una precisa volontà degli autori di riportare in auge il genere di cappa e spada, ma soltanto alle minori ambizioni di quello che doveva essere un semplice prodotto di appoggio all'attrazione pubblicitaria di Disneyland. Come in "Matrix", invece, il successo ha dato alla testa. E dunque la saga, acquistata una vita propria, è stata appesantita dai mediocrissimi sceneggiatori con una pletora esagerata e infinita di personaggi (di alcuni minori, come le due guardie, potevano anche sbarazzarsene, no?) e con una trama così contorta e ricca di pseudo-colpi di scena da rendere praticamente impossibile farne un riassunto. Ogni dieci minuti qualcuno tradisce qualcun altro, fa il doppio gioco, cambia motivazioni, passa dai buoni ai cattivi e viceversa. Se il Jack Sparrow interpretato da Johnny Depp, che compare soltanto dopo oltre mezz'ora di film, è ormai l'ombra di sé stesso (e si lascia ricordare soltanto per le buffe scenette con i suoi alter ego), altrettanto sprecati sono attori del calibro di Jonathan Pryce e Chow Yun-fat (quest'ultimo, carismatico come sempre, era il motivo principale per cui sono andato a vedere il film al cinema, ma sparisce quando la pellicola non ha ancora raggiunto il giro di boa), mentre Keira Knightley e soprattutto Orlando Bloom avevano cessato di rappresentare un motivo di interesse già nel film precedente e sono privi di qualsivoglia alchimia. Il migliore, così, risulta ancora Geoffrey Rush. Comunque spettacolari certe sequenze ricche di effetti speciali, come la battaglia finale (e in particolare la lenta avanzata del commodoro mentre la sua nave va – letteralmente – in pezzi). Fra i tanti spunti presi a destra e manca, c'è persino un "raggio verde" rohmeriano. Come ormai sembra d'obbligo in questo tipo di film, il "vero finale" si presenta agli spettatori soltanto dopo i lunghi titoli di coda.

2 aprile 2007

La maledizione della prima luna (G. Verbinski, 2003)

La maledizione della prima luna (Pirates of the Caribbean: The curse of the Black Pearl)
di Gore Verbinski – USA 2003
con Johnny Depp, Orlando Bloom
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Rivisto in DVD, con Hiromi.

Prodotto dalla Disney come primo di una serie di film dedicati alle varie attrazioni dei suoi parchi di divertimenti (ma le altre pellicole della serie, come per esempio "La casa dei fantasmi" con Eddie Murphy, non hanno avuto lo stesso successo), è una pellicola di avventure vecchio stile che recupera tutto un mondo che sembrava scomparso da molti anni dall'immaginario cinematografico. Proprio per questo, già alla sua prima visione, il film mi aveva conquistato per la sua freschezza e originalità (non aveva punti di riferimento recenti). I temi "classici" dei pirati e dell'attrazione di Disneyland ci sono tutti, mescolati con atmosfere fantastiche che ricordano in maniera irresistibile la serie di videogiochi "The secret of Monkey Island": galeoni fantasma con ciurme di scheletri viventi, grotte ricolme di tesori e gioielli, maledizioni terribili, pappagalli e scimmie, abbordaggi e ammutinamenti, locande malfamate e isole deserte. Gran parte del merito del divertimento è dovuta agli attori, in particolare al fenomenale e scanzonato Johnny Depp, che veste i panni del capitano Jack Sparrow con grandissima originalità e che pare abbia improvvisato parecchie cose sul set. Anche la storia, l'ambientazione e i personaggi di contorno fanno la loro parte, così come il trascinante tema musicale. La simpatica Keira Knightley, che conoscevo per "Sognando Beckham", è poi diventata una star, mentre Orlando Bloom lo era già. Peccato solo che l'entità del successo, assolutamente inaspettato (la Disney ha addirittura modificato l'attrazione originale di Disneyland per renderla più simile al film), abbia spinto i produttori a mettere in cantiere un doppio seguito che si è rivelato completamente superfluo e non all'altezza del prototipo.

Nota sul titolo: In originale avrebbe dovuto essere semplicemente "Pirates of the Caribbean", ma all'ultimo momento si scelse di aggiungere un sottotitolo nella speranza che il successo di pubblico portasse a realizzarne un sequel, come poi è accaduto. In Italia, invece, la solita miopia dei produttori ha portato all'effetto opposto: è stato eliminato il titolo principale e modificato senza motivo quello secondario.

25 settembre 2006

Pirati dei Caraibi 2 (G. Verbinski, 2006)

Pirati dei Caraibi: La maledizione del forziere fantasma
(Pirates of the Caribbean: Dead Man's Chest)
di Gore Verbinski – USA 2006
con Johnny Depp, Orlando Bloom, Keira Knightley
*1/2

Visto al cinema Maestoso, con Monica, Nando e Irene.

Dispiace parlar male del sequel di un film che mi era piaciuto molto, ma questo secondo "Pirati dei Caraibi" non mi ha proprio convinto. Il suo problema principale è il ritmo: sullo schermo succede qualcosa praticamente ogni trenta secondi, col risultato che in due ore e mezza di durata non c'è mai un istante per fermarsi a riflettere o per approfondire la trama o i personaggi. Di conseguenza la vicenda è piena di battute, capitomboli, mostri, dettagli e particolari spesso inutili, mentre i personaggi restano, stavolta sì, vere e proprie macchiette su uno sfondo che ormai ha abbandonato ogni pretesa di verosimiglianza storica. Johnny Depp gigioneggia per strappare risate, e forse esagera, mentre i personaggi di Knigthley e Bloom sono piuttosto piatti. Anche i cattivi non mi sono sembrati assolutamente all'altezza del Capitan Barbossa del primo film, con origini, motivazioni, psicologie e comportamenti appena abbozzati. Tutta la prima ora è poi del tutto superflua, con scene d'azione troppo lunghe che vengono poi ripetute quasi uguali nella seconda parte (la fuga all'interno della gabbia che rotola, per esempio, è simile alla scena successiva con la ruota del mulino). Non avrebbe fatto male una sforbiciata in fase di montaggio, e magari avrebbe consentito agli sceneggiatori un maggior approfondimento della trama principale, quella dell'Olandese Volante e della sua ciurma. Il senso di insoddisfazione nasce non solo dal confronto con la freschezza e il divertimento fornito da "La maledizione della prima luna" (la maledizione andrebbe rivolta ai titolisti italiani: ancora non si sono resi conto dei danni che producono con la loro infedeltà ai titoli originali?), ma dal sospetto che i seguiti dei "Pirati" siano stati messi in cantiere sulla falsariga di quelli di "Matrix": un'operazione esclusivamente commerciale per sfruttare una franchigia di sicuro successo. Dopotutto i produttori erano ormai ben consapevoli che qualunque fosse stata la qualità del film il ritorno in termini di box office (e di home video) sarebbe stato comunque elevatissimo.

26 luglio 2006

Neverland (Marc Forster, 2004)

Neverland - Un sogno per la vita (Finding Neverland)
di Marc Forster – USA 2004
con Johnny Depp, Kate Winslet
**1/2

Visto in DVD, con Albertino.

Londra, 1903: il commediografo James M. Barrie (Depp), in crisi di ispirazione, fa conoscenza con la vedova Davies (Winslet) e i suoi quattro figli, diventa l'infaticabile compagno di giochi dei bambini e ha la possibilità di dar via libera alla propria immaginazione fino ad allora repressa, che in breve tempo lo porta a scrivere l'opera che gli darà la celebrità: "Peter Pan". Un ottimo cast (oltre a Depp e alla Winslet ci sono Dustin Hoffman nel ruolo del produttore teatrale, Julie Christie e Radha Mitchell) per un biopic interessante ed eccentrico ma forse troppo zuccheroso, specie nel finale. Come inno alla fantasia e all'immaginazione può funzionare, ma l'opera di Barrie non era certo una semplice fiaba per bambini come sembra venir fuori da questo lungometraggio, che ne ignora tutti i sottotesti psicanalitici. Come al solito gli americani (anche se il regista è tedesco) hanno una visione superficiale e troppo semplice dell'immaginario infantile. In ogni caso, l'ho trovato un film godibile da vedere, in alcuni punti anche commovente. E comunque mi piacciono i film sugli scrittori. Nominato a sette premi Oscar (compresi miglior film, attore e sceneggiatura), ha vinto quello per la miglior colonna sonora.