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25 febbraio 2019

Sodoma e Gomorra (R. Aldrich, 1962)

Sodoma e Gomorra (id.)
di Robert Aldrich [e Sergio Leone] – Italia/Fra/USA 1962
con Stewart Granger, Stanley Baker
*1/2

Visto in TV.

Guidati da Lot (Stewart Granger), gli ebrei si stabiliscono nella valle del Giordano con il benestare della regina (Anouk Aimée) delle corrotte città di Sodoma e Gomorra, dove si pratica lo schiavismo e dove "niente è peccato, e tutto ciò che dà piacere è lecito". Attaccati dalle bellicose tribù nomadi del deserto – sobillate da Astaroth (Stanley Baker), il perfido fratello della regina – gli ebrei sono costretti a rifugiarsi fra le mura, dove entrano in contatto con i vizi e le crudeltà dei sodomiti, lasciandosene tentare. A quel punto Dio interverrà per distruggere le città, dopo aver intimato a Lot e alla sua gente di allontanarsi senza guardare indietro... Il racconto biblico trasformato in un peplum d'avventura, con una miriade di personaggi, intrighi, tradimenti, battaglie. Ma tutto è incredibilmente noioso e poco ispirato, diretto con stile antiquato da un Aldrich coinvolto a soli fini "alimentari", mentre Sergio Leone si fece le ossa occupandosi della seconda unità e delle scene di battaglia. È costato uno sproposito (6 miliardi di lire all'epoca) ma non si direbbe, vista la scarsa qualità di costumi, scenografie ed "effetti speciali" nel ridicolo finale della distruzione delle città (si faceva di meglio all'epoca del muto). Il tema religioso è praticamente assente, tranne che negli ultimi dieci minuti. Anna Maria Pierangeli è Ildith, la schiava sodomita che diventa moglie di Lot (ed è poi tramutata in una statua di sale). Rossana Podestà e Claudia Mori sono le figlie di Lot. Nel cast anche Rik Battaglia, Giacomo Rossi Stuart e Scilla Gabel.

16 agosto 2016

Salomè (Pedro Almodóvar, 1978)

Salomè (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1978
con Isabel Mestres, Fernando Hilbeck, Agustín Almodóvar
**1/2

Visto su YouTube, in lingua originale.

I primi passi del giovane Almodóvar nel mondo del cinema consistono in una serie di cortometraggi amatoriali in Super 8, che il regista stesso proiettava nei locali notturni e nei circuiti della movida di Madrid e Barcellona, con una colonna sonora improvvisata a base di audiocassette e musica dal vivo. A questi seguirono un lungometraggio mai distribuito ("Folle... folle... fólleme, Tim!") e infine questo corto di ispirazione biblica, il suo primo lavoro su pellicola da 16 millimetri, prima di debuttare nelle sale cinematografiche vere e proprie nel 1980 con "Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio". Il corto mescola in maniera provocatoria due distinti episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento. Arrampicandosi fra colline brulle e spoglie, Abramo (interpretato da Agustín Almodóvar, il padre di Pedro) e suo figlio Isacco si imbattono in Salomè, che si presenta come "una danzatrice del palazzo reale". Affascinato dalla ragazza, Abramo le chiede di ballare per lui, promettendole in cambio qualsiasi cosa ella vorrà. Dopo aver eseguito la danza dei sette veli (accompagnata da una musica da corrida), Salomè gli ordina di sacrificare il figlio. Mentre sta per adempiere al proprio giuramento, Abramo è interrotto dalla voce di Dio, proveniente da un falò: aveva soltanto voluto mettere alla prova la sua fede. Salomè non era che una delle molte forme in cui la divinità può presentarsi, e ammirarne la bellezza significa dunque adorare il Signore. Un messaggio chiaro per ribadire come il sesso faccia parte integrante della vita e della natura, concetto reso ancor più evidente da una messa in scena scarna ed essenziale, che suggerisce una dimensione mitologica e ancestrale.

17 febbraio 2016

Salomè (Ugo Falena, 1910)

Salomè
di Ugo Falena – Italia 1910
con Vittoria Lepanto, Ciro Galvani
**

Visto su YouTube.

Ispirato alla vicenda di Salomè come raccontata da Oscar Wilde (o almeno così affermarono i produttori) – dalla sua infatuazione per Giovanni Battista (imprigionato, nella prima scena, in un pozzo sotterraneo dai soldati romani) che la respinge, alla "danza dei sette veli" di fronte al re Erode, in cambio della quale chiede al sovrano di consegnarle la testa di Giovanni su un piatto d'argento – il film (un rullo di durata, per un totale di circa otto minuti) si colloca nel bel mezzo del primissimo periodo del cinema italiano (1905-1915), dominato da soggetti di natura storica, biblica ed epica e che culminerà in "Cabiria". La caratteristica più interessante è la colorizzazione (con il procedimento della Pathé Film), che dona spessore e consistenza alle immagini, anche grazie ai set moderatamente sontuosi ed esotici. Non ci sono dialoghi né cartelli, eppure le caratteristiche dei vari personaggi (lo zelo religioso di Giovanni, l'esuberanza di Salomè, la crudeltà di Erode) e le dinamiche fra di loro sono ben rese, così come lo scenario, pur nella povertà di linguaggio cinematografico (la messinscena consiste in inquadrature statiche, i margini del proscenio sono intuibili). Falena, impresario teatrale, drammaturgo e occasionale librettista d'opera, diresse numerosi film storici nel periodo del muto fra il 1909 e il 1924.

17 gennaio 2015

Exodus – Dei e re (Ridley Scott, 2014)

Exodus - Dei e re (Exodus: Gods and Kings)
di Ridley Scott – USA 2014
con Christian Bale, Joel Edgerton
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

Il filone del kolossal biblico, che sembrava tramontato dopo il periodo d'oro degli anni cinquanta, pare essere tornato in auge a Hollywood. A differenza del "Noah" di Darren Aronofsky, uscito pochi mesi prima, questo "Exodus" di Ridley Scott (che torna a calcare la strada del peplum-storico dopo i fasti de "Il gladiatore") sceglie però un approccio meno fantasy e assai più realistico, lasciando in secondo piano (per quanto è possibile) l'elemento soprannaturale e concentrandosi sulla coerenza interna e la verosimiglianza storica (libertà artistiche a parte, ovviamente). Certo, il soggetto resta quello dell'Esodo, il libro della Bibbia che racconta della fuga degli schiavi ebrei dall'Egitto, guidati da Mosé: ma la sceneggiatura rinuncia a una lettura pedissequa del testo sacro, e più che sul popolo ebraico si concentra (in un certo senso anche tradendo il titolo) sulla figura di Mosé stesso, ritratto come un uomo pieno di contraddizioni (è al tempo stesso un energico eroe d'azione e un pacifista; un miscredente e un devoto; un padre di famiglia e un avventuriero). Figlio adottivo del faraone Seti, si vede mandato in esilio quando sul trono sale Ramses, che nel frattempo è venuto a conoscenza della sua origine ebrea. L'incontro con Dio sul monte Sinai lo spingerà a mettersi alla testa del suo popolo, a liberarlo dalle catene e a condurlo fino alla terra di Canaan. Se non manca quasi nulla del racconto biblico tradizionale (le dieci piaghe d'Egitto, le acque del Mar Rosso che si aprono, per finire con la dettatura dei dieci comandamenti), per ogni intervento soprannaturale è però suggerita una spiegazione – per quanto eccezionale o improbabile – anche perfettamente naturale: i dialoghi di Mosè con Dio (che gli appare sotto forma di un bambino) come il frutto di una botta in testa (!); le piaghe come rari eventi catastrofici ambientali; l'apertura del Mar Rosso come conseguenza delle forze della natura; e così via. La teologia è del tutto assente, e lo spazio alla dimensione simbolico-religiosa è molto sacrificato: ma forse è meglio questo approccio (che peraltro consente di superare alcune ingenuità dei vecchi film di Cecil B. De Mille) che non il kitsch del suddetto "Noah". In ogni caso lo spettacolo è garantito, e Scott e lo sceneggiatore Steven Zaillian riescono a tenere desta l'attenzione dello spettatore con sequenze (su tutte quelle delle piaghe d'Egitto) non prive di tensione ed emozione. Pensavo decisamente peggio. Anche il rischio di una lettura all'insegna dell'integralismo religioso è prudentemente evitato (Mosé si trova talvolta in disaccordo con Dio, mentre il bene e il male non vengono divisi nettamente in due parti): il che non ha impedito – anzi, forse ne è stato la causa – che il film venisse messo al bando in diversi paesi del Medio Oriente e del Nord Africa. Bale svetta nel cast, Edgerton è un Ramses con luci e ombre, mentre in ruoli minori si riconoscono John Turturro, Sigourney Weaver, Ben Kingsley, Aaron Paul e Golshifteh Farahani. Il film è dedicato da Ridley "a mio fratello, Tony Scott", suicidatosi nel 2012: e forse non a caso mi è parso il più "sentito" (o, se vogliamo, il meno svogliato) fra gli ultimi lavori del regista.

14 aprile 2014

Noah (Darren Aronofksy, 2014)

Noah (id.)
di Darren Aronofsky – USA 2014
con Russell Crowe, Emma Watson
**

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Versione "spettacolare" e hollywoodiana del mito biblico dell'arca di Noè (anche se il titolo del film – per ragioni di marketing, suppongo – reca la grafia inglese, "Noah"), che Aronofsky trasforma in una saga fantasy alla "Signore degli Anelli" (la scena dell'assalto all'arca, protetta dai rocciosi Vigilanti, è quasi un plagio della battaglia di Isengard con gli Ent al termine de "Le due torri"). Pur prendendosi parecchie libertà, la storia è a grandi linee quella narrata nell'Antico Testamento: l'umanità è corrotta dal male e Noè, ultimo discendente di Set (il terzo figlio di Adamo ed Eva), riceve in sogno dal Creatore l'incarico di costruire un'arca per salvare gli animali innocenti dall'imminente diluvio che purificherà la Terra. Aiutato dai Vigilanti, angeli caduti e imprigionati in corpi di pietra, dovrà però difenderla dai malvagi discendenti di Caino, guidati dal guerrafondaio Tubal-cain. Assente del tutto la dimensione religiosa e sacrale, sostituita da una mitologia barbarica e sciamanica (Matusalemme è in tutto e per tutto un mago), la pellicola – ovviamente uscita anche in 3D – punta, almeno inizialmente, gran parte delle sue carte sull'azione: lunghe scene di combattimenti, profluvio di effetti digitali, caratterizzazioni psicologiche di grana grossa, background storico-sociale (volutamente?) confuso e fuori dal tempo. Più interessante la seconda parte, quella successiva al diluvio, quando Noè si convince che il Creatore non voglia risparmiare il genere umano, e che toccherà dunque a lui assicurarsi che la sua stessa famiglia non abbia un futuro. In effetti, è proprio il tema della famiglia a essere al centro dell'intera pellicola: è essa – al di là del bene e del male – l'unico valore, l'unico legame, l'unico punto di riferimento dei personaggi, persino l'unica origine dei loro dilemmi morali (Noè e la sua famiglia di vegetariani non sembrano particolarmente scossi dalla scomparsa dell'umanità, ma guai se sono in pericolo alcuni di loro!). Al fianco del mattatore Crowe, che dà vita a un personaggio con sfumature in ogni caso non banali (come può un uomo farsi interprete di Dio?), un cast eterogeneo: Jennifer Connelly torna a essere sua moglie dopo "A beautiful mind"; Ray Winstone è un cattivo solido, seppur stereotipato; Anthony Hopkins gigioneggia nei panni di Matusalemme; e fra i giovani, più che l'harrypotteriana Emma Watson (Ila) o il belloccio Douglas Booth (Sem), va ricordato Logan Lerman nel ruolo del tormentato Cam. Buono il comparto tecnico. Nel complesso però un film del genere, non distante da tante pellicole d'azione tratte da fumetti o videogiochi e pensate per il pubblico adolescente dei blockbuster, rappresenta un deciso passo indietro di Aronofsky (che in passato si era sempre dimostrato un regista anticonvenzionale, sia pure non particolarmente raffinato) dopo i due ottimi film precedenti, "The wrestler" e "Il cigno nero". Da notare la sequenza in cui Noè racconta ai figli la storia della creazione com'è narrata nella Genesi. Sulle sue parole scorrono immagini "scientifiche" sulla formazione della Terra e l'evoluzione degli esseri viventi: una furbata, da parte dei cineasti, per tenere il piede in due scarpe, considerato che negli Stati Uniti il dibattito sul creazionismo è, ahimè, ancora aperto? Basti pensare che c'è stato chi ha criticato questo film perché "romanzerebbe" eventi reali!

15 settembre 2007

Exodus (P. Woolcock, 2007)

Exodus
di Penny Woolcock – GB 2007
con Daniel Percival, Bernard Hill
*1/2

Visto al cinema Ariosto, con Hiromi, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Città di Promised Land, inizio XXI secolo: Pharaoh ("Faraone") Mann, politico populista, fa costruire una riserva/campo di concentramento dove rinchiudere tutti gli immigrati e i disadattati della sua città. Mosè, figlio di una zingara, viene abbandonato da questa presso il mare e salvato e adottato dalla moglie del Faraone. Vent'anni dopo, scoprirà le sue origini e si unirà ai prigionieri. Ma per convincere il Faraone a donar loro la libertà, dovrà ricorrere a violenti atti terroristici (colorare il mare di rosso per mezzo di pericolosi microrganismi, scatenare un attacco di "locuste" informatiche, far esplodere una scuola, e così via). L'Esodo, il libro della Bibbia, attualizzato e raccontato come metafora dei conflitti sociali in Europa: una metafora di grana grossa, dove ogni passaggio è sottolineato tre volte per impedire che lo spettatore distratto possa magari non capire. Da sottolineare un Mosè ritratto come un perdente, talmente simile al Faraone da macchiarsi di delitti non meno peggiori dei suoi. Resto comunque perplesso sul senso e il valore di una simile operazione.