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26 settembre 2019

Ema (Pablo Larraín, 2019)

Ema
di Pablo Larraín – Cile 2019
con Mariana Di Girolamo, Gael García Bernal
***

Visto al cinema Arcobaleno, con Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Dopo aver perso il figlio adottivo Polo in circostanze non del tutto chiare (il bambino, in seguito a gravi intemperanze, è stato riconsegnato all'orfanotrofio e quindi adottato da una nuova coppia), la ballerina Ema (Mariana di Girolamo) fa di tutto per riprenderselo. In particolare, dopo aver lasciato Gastón (Gael García Bernal), suo marito nonché regista e coreografo dello spettacolo di danza cui partecipa, seduce (separatamente) i nuovi genitori di Polo (Santiago Cabrera e Paola Giannini). La cosa più interessante del film – oltre alla protagonista sopra le righe, iperattiva e manipolatrice, che tira le (multiple) fila della vicenda barcamenandosi fra i vari personaggi – è lo stile con cui è girato: estetizzante, seducente, ondivago, ipnotico, pieno di energia, sorprendente a ogni svolta. Che per lunghi tratti sembra procedere in modo casuale, per poi stupire lo spettatore in maniera inaspettata. Proprio come Ema, in fondo, personaggio multiforme e a lungo difficile da decifrare, che passa dai rapporti familiari all'amore per la danza (esibendosi per le strade in uno scatenato reggaeton in compagnia del suo "branco" di amiche), dalle feste notturne al lavoro (come insegnante di ballo nelle scuole), mentre la pellicola fonde in un modo del tutto suo il realismo sociale alla Ken Loach (periferie urbane, temi sociali) a un colorato mondo del sesso e dello spettacolo quasi almodovariano. Difficile inquadrare un film (ambientato nella città portuale di Valparaiso, di cui sfrutta molte suggestive location) e un personaggio così, che in una scena vediamo armata di lanciafiamme per dare fuoco agli arredi urbani (un rimando a una delle "colpe" di Polo, quella di aver giocato con i fiammiferi dando fuoco ai capelli di una zia), in un'altra sperimentare il sesso in maniera disinibita con le sue amiche, in un'altra ancora implorare un'assistente sociale affinché le faccia rivedere il figlio, e in un'altra ancora provare sul palcoscenico una coreografia di danza moderna, espressiva ed energetica. Il tutto mentre è divisa fra i sensi di colpa e il desiderio di rivalsa, il piacere del presente e sogno di un futuro migliore, all'insegna della libertà, dell'espressione di sé, della forza di volontà e della famiglia allargata.

27 luglio 2019

Il club (Pablo Larrain, 2015)

Il club (El club)
di Pablo Larraín – Cile 2015
con Alfredo Castro, Antonia Zegers
***

Visto in divx.

In una casa sulla costa, nel sud del Cile, quattro preti allontanati dalle loro parrocchie perché colpevoli di vari crimini (pedofilia, omosessualità o connivenza con la dittatura) conducono una vita riservata e da reclusi in compagnia di una suora sorvegliante (Antonia Zegers). In teoria dovrebbero trascorrere il tempo in preghiera e penitenza, ma in realtà si dedicano soprattutto ad addestrare un levriero per farlo competere nelle corse dei cani e guadagnare soldi con le scommesse. Sotto un'atmosfera grigia e plumbea, le cose peggiorano dapprima quando l'ingresso di un quinto prete trascina con sé anche un uomo – il suo ex chierichetto, diventato ora un folle barbone (Roberto Farías) – che lo accusa di aver abusato di lui; e poi precipitano con l'arrivo di un "consulente spirituale", padre Garcia (Marcelo Alonso), che vorrebbe instaurare regole più rigide e magari chiudere addirittura la casa... Larraín parla di chiesa e di pedofilia, è vero, ma tra le righe si riferisce soprattutto alla dittatura cilena (e alla successiva resa dei conti): non solo perché uno dei sacerdoti è stato un cappellano militare, che come confessore conosce (e serba per sé) tanti segreti dei torturatori, ma perché l'intera vicenda è una metafora su vittime e carnefici, su chi è colpevole (ma non prova sensi di colpa, anzi preferirebbe dimenticare tutto e trascorrere una vecchiaia tranquilla) e su chi non può far a meno di ricordare, o gridare al mondo, quello che gli è successo. Cupo e d'atmosfera, il film non banalizza l'argomento, mostrandone invece tante sfaccettature senza retorica o qualunquismo: parla di sofferenza, dolore, morte, violenza, sopraffazione, controllo dei propri istinti, espiazione, vendetta e follia, lasciando che i punti di vista di ciascuno vengano alla luce e illustrando le turbe psichiche di vittime e carnefici, prigionieri in fondo gli uni degli altri e legati indissolubilmente fra loro. Fra i quattro sacerdoti spicca Alfredo Castro (intenso come sempre) nei panni di padre Vidal. Gran premio della giuria al Festival di Berlino.

18 giugno 2016

Neruda (Pablo Larraín, 2016)

Neruda (id.)
di Pablo Larraín – Cile/Argentina 2016
con Gael García Bernal, Luis Gnecco
***

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Visionario biopic su Pablo Neruda (interpretato da un somigliantissimo Luis Gnecco), concentrato sui mesi fra il 1948 e il 1949, quando il poeta cileno – a quei tempi anche impegnato in politica ed eletto come senatore – fu costretto a darsi alla clandestinità per sfuggire alla persecuzione e all'arresto da parte del governo autoritario del presidente Videla. Il film rappresenta Neruda come un personaggio a tutto tondo, senza nasconderne le tante contraddizioni: le idee comuniste, l'esuberanza artistica, ma anche il carattere narcisistico e soprattutto l'edonismo (la scena in cui una militante gli chiede se, quando finalmente arriverà il comunismo e saranno tutti uguali, "saranno tutti come me o come lei?" è magistrale). Il vero colpo di genio è però quello di rendere narratore dell'intera vicenda – grazie alla sua voce fuori campo – il poliziotto che gli dà ossessivamente la caccia, l'ispettore Oscar Peluchonneau (Gael García Bernal), che man mano che passa il tempo si rivela essere una proiezione dello stesso Neruda, un personaggio tragico con cui il poeta ammanta di romanticismo (come nei romanzi polizieschi che ama tanto leggere) il proprio esilio e la propria fuga. Lo stesso Peluchoneau si rende conto, a un certo punto, di essere una figura di finzione, creata dall'immaginazione stessa dell'uomo di cui è alla ricerca. E tutto ciò raggiunge il culmine nelle sequenze dell'avventurosa fuga del poeta attraverso la cordigliera delle Ande per raggiungere prima l'Argentina e poi l'Europa (a Parigi, dove lo aspettava l'amico Picasso), fra montagne e distese innevate, con momenti che sembrano uscire da un western di frontiera. Intenso, lirico e strabordante, il film intreccia i temi dell'arte, della vita e della politica rendendoli indistricabili, e sfrutta nel migliore dei modi una fotografia retrò, calda e avvolgente, spesso sovraesposta o controluce. Il presidente Videla è interpretato da Alfredo Castro, l'attore feticcio di Larraín. La colonna sonora fa ampio uso di musica classica (Penderecki, Grieg, Ives, Mendelssohn).

11 ottobre 2015

Fuga (Pablo Larraín, 2006)

Fuga (id.)
di Pablo Larraín – Cile 2006
con Benjamín Vicuña, Gastón Pauls
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Eliseo Montalbán, giovane musicista cileno rimasto traumatizzato da bambino per aver assistito all'assassinio della sorella maggiore, compone un'unica opera, un concerto per pianoforte ed orchestra chiamato "Rapsodia macabra" e ispirato in qualche modo a quegli eventi. Durante la prima esecuzione, però, la pianista muore mentre lo sta suonando, e lo shock è tale da spingere Eliseo a distruggere tutte le copie della partitura, prima di essere ricoverato in un ospedale psichiatrico e poi sparire nel nulla. Qualche anno dopo, il mediocre compositore argentino Gastón Pauls, giunto in qualche modo in possesso di una parte dello spartito, si lancia alla sua ricerca, intenzionato a recuperare il concerto... Il film d'esordio di Pablo Larraín (poi autore degli eccellenti "Tony Manero" e "Post mortem") è un dramma sul tema della "musica maledetta", che segue – in un'alternanza di passato e presente – le vicissitudini trascorse da Eliseo e i tentativi di Gastón (non del tutto avulsi da motivi personali) di ritrovarlo e riportarne alla luce la musica. Una buona idea, un'ottima tecnica realizzativa, ma scarso controllo sulla materia, poca tensione narrativa e interpretazioni non all'altezza (se si eccettua il grandioso Alfredo Castro nei panni del paziente gay dell'ospedale psichiatrico, in un'interpretazione che ricorda Al Pacino: non a caso diventerà l'attore feticcio di Larraín e sarà il protagonista dei suoi successivi film) per una pellicola comunque interessante e che lascia intravedere tutto il talento del regista. La follia di Eliseo è al centro di ogni cosa, con i traumi familiari alla sua origine (non solo la morte della sorella, ma anche il rapporto con il padre, un ministro più interessato alla propria carriera politica che a lui), a cui fa da contraltare il desiderio di fama e notorietà di Gastón. Da notare che lo stesso Pablo Larraín è figlio di un senatore di ultradestra, Hernán Larraín, il che può suggerire qualche connotazione autobiografica nel personaggio di Eliseo (anche perché, non in questa ma nelle pellicole successive, il regista si è posto decisamente in antitesi con la corrente politica paterna). Bello il finale sul mare, che rispecchia l'incipit dell'intera vicenda con Eliseo bambino nella piscina di casa Montalbán.

11 maggio 2013

No – I giorni dell'arcobaleno (Pablo Larraín, 2012)

No – I giorni dell'arcobaleno (No)
di Pablo Larraín – Cile 2012
con Gael García Bernal, Alfredo Castro
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Visto al cinema Eliseo.

Nel 1988, la dittatura militare cilena fu costretta – anche da pressioni internazionali – a organizzare un referendum per chiedere al popolo se mantenere il generale Pinochet al potere per altri otto anni o se, al contrario, indire delle elezioni democratiche. Per la prima volta in quindici anni, alle forze di opposizione venne dato spazio in televisione (quindici minuti al giorno, a tarda ora, per ventisette giorni) per lanciare la propria campagna per il "No". Contro ogni pronostico, fu proprio il "No" a vincere e a porre così fine al governo della giunta. Con un film semidocumentaristico e che fa ampio ricorso a filmati e materiali d'epoca, Larraín conclude la sua trilogia sulla dittatura cilena: dopo "Post mortem", che ne descriveva i tumultuosi inizi con il colpo di stato ai danni di Salvador Allende, e "Tony Manero", che ne ritraeva la terribile e quotidiana "normalità", ecco una pellicola che ne racconta la fine. E come negli altri due film, lo fa da un insolito punto di vista, quello di René Saavedra (Bernal), giovane pubblicitario di successo, incaricato di mettere a punto la creatività della campagna per il "No". Le difficoltà (le scarse risorse, le intimidazioni della giusta, l'ostilità dei colleghi di lavoro – il suo capo, interpretato dall'Alfredo Castro che era stato il protagonista dei due precedenti film, lavora invece per il "Sì" – e soprattutto la paura e il pessimismo diffuso che spingevano molti cileni verso l'astensione) vengono superate grazie all'intuizione di sfruttare il linguaggio pubblicitario proprio come se si trattasse di "vendere" un prodotto, lanciando un messsaggio più semplice possibile. L'idea chiave è quella di ammantare la campagna di toni giocosi e allegri: al "No" viene abbinato un arcobaleno, i claim e i jingle intonano "Cile, l'allegria sta arrivando!", e l'ironia la fa da padrona. Passo dopo passo, l'atmosfera cambia e la situazione si capovolge, fino alla vittoria alle urne. Meno cupo, intenso ed esistenzialista dei due film precedenti, "No" descrive alla perfezione il potere della pubblicità, che trasforma in marketing anche l'attivismo politico (irritando coloro che avrebbero preferito comunicare al pubblico il proprio programma, oppure mettere in luce gli orrori e i crimini della dittatura: indicativo come, terminata l'esperienza della campagna per il referendum, René torni al suo normale lavoro e a pubblicizzare prodotti di scarsa qualità, come bibite o telenovele, con lo stesso metodo e le stesse strategie) ma anche il contagioso potere dell'ottimismo e dell'allegria, forse davvero il modo migliore per opporsi a una dittatura senza scendere sul suo stesso terreno fatto di violenza e sopraffazione. Basato su un dramma inedito di Antonio Skármeta, "El plebiscito", il film si caratterizza anche per la cura nella ricostruzione storica e il realismo delle immagini (il formato in 4:3 e la fotografia sovraesposta danno spesso l'impressione di assistere a un filmato girato in quei tempi), che si spiega anche con la decisione, da parte del regista, di utilizzare una videocamera a nastro magnetico e a bassa definizione, identica a quelle che erano usate dalle televisioni cilene negli anni ottanta. Anche per questo, l'ampio ricorso a materiali d'archivio (le vere campagne dell'epoca, le interviste, le scene degli scontri di piazza) non stonano al fianco del girato moderno. Interessante il cameo di protagonisti dell'epoca come i veri Patricio Aylwin (che l'anno dopo venne eletto presidente del Cile) e Patricio Bañados (l'anchorman televisivo), il cui aspetto attuale e invecchiato "sfuma" in quello più giovane delle riprese d'epoca. Vincitore della Quinzaine des Réalisateurs a Cannes, è anche il primo (e finora unico) lungometraggio cileno ad aver ricevuto una nomination agli Oscar per il miglior film straniero.

11 settembre 2011

11 settembre 2001 (aavv, 2002)

11 settembre 2001 (11'09"01 - September 11)
di registi vari – Francia 2002
film a episodi
***

Rivisto in DVD, con Marisa, Giovanni e Rachele.

Sono passati esattamente dieci anni dall'attentato alle Torri Gemelle di New York. Per ricordarlo, ho rivisto bel questo film a episodi nel quale undici registi di diverse nazionalità (uno solo, Sean Penn, è americano) affrontano l'argomento da molteplici punti di vista e in piena libertà creativa. Ciascuno dei segmenti in cui è divisa la pellicola dura esattamente 11 minuti, 9 secondi e un fotogramma: ovvero, come recita il titolo originale, 11'09"01. La presenza di filmmaker arabi (l'egiziano Chahine) e del medio oriente (l'israeliano Gitai, l'iraniana Makhmalbaf), oltre che di autori notoriamente critici verso la politica degli Stati Uniti (come il britannico Ken Loach), garantisce una prospettiva globale, rassicurando coloro che temevano un'operazione puramente celebrativa o conciliatoria. Non siamo di fronte né a un instant-movie né a una semplice cronaca dell'evento: molti registi (come Tanovic, Loach o Imamura) hanno anzi sfruttato l'occasione per parlare di altre tragedie che hanno coinvolto vittime innocenti e che rispetto all'attentato dell'11 settembre hanno magari ricevuto una copertura "mediatica" minore; altri (come Lelouch, Penn o Nair) hanno invece raccontato la tragedia da un punto di vista personale o individuale. Anche dal lato tecnico il film offre una grande varietà di stili, con alcuni episodi che spiccano per la sperimentazione formale (su tutti quello di Iñárritu).

1) "Iran", di Samira Makhmalbaf (***), con Maryam Karimi
Un gruppo di bambini afgani, rifugiati in Iran, discutono del crollo delle Torri Gemelle (e della volontà di Dio) mentre la loro maestra cerca inutilmente di far loro osservare un minuto di silenzio in memoria delle vittime. La figlia di Mohsen Makhmalbaf (che qui fa il montatore) sceglie – come è consuetudine del cinema iraniano – di osservare la realtà attraverso lo sguardo innocente dei bambini, apparentemente incapaci di cogliere la reale portata di quello che è accaduto in una città così distante da loro, e realizza un episodio semplice ma commovente.

2) "Francia", di Claude Lelouch (***1/2), con Emmanuelle Laborit e Jérome Horry
Una fotografa sordomuta è giunta alla fine della sua relazione sentimentale con un uomo che fa la guida turistica a New York. Ma il crollo delle torri, di cui lei non si accorge per via della sua sordità, saprà riunire la coppia. Girato tutto dal punto di vista della donna, l'episodio fa a meno dell'audio (è praticamente muto, con sottotitoli) e restituisce il senso di percezione mutilata della realtà da parte di chi soffre di un handicap fisico. Insieme a quello messicano (che invece, in maniera speculare, è quasi tutto incentrato sul sonoro) è uno dei segmenti migliori del film.

3) "Egitto", di Youssef Chahine (*1/2), con Nour El-Sherif e Ahmed Haroun
Rientrato in patria da New York subito dopo l'11 settembre, il regista Chahine incontra il fantasma di un giovane marine americano, morto anni prima in un attentato in Libano. Insieme a lui, riflette insieme sulla spirale di odio, violenza e vendetta che insanguina il mondo. L'episodio meno convincente del lotto: per il regista l'attacco dell'11 settembre è solo un pretesto per parlare delle tensioni in Medio Oriente. Peccato che lo faccia in maniera banale, demagogica e didascalica.

4) "Bosnia-Erzegovina", di Danis Tanović (**), con Dzana Pinjo e Aleksandar Seksan
Come ogni undici del mese, un gruppo di donne bosniache si prepara a scendere in piazza per ricordare i caduti del massacro di Srebrenica (avvenuto l'11 luglio del 1995). La notizia del crollo delle torri a New York non impedirà loro di manifestare lo stesso. Un buono studio dei personaggi e il merito di ricordare una tragedia dimenticata sono i pregi di un episodio che però non rimane particolarmente impresso. A distanza di qualche anno dalla prima visione, lo avevo completamente rimosso.

5) "Burkina Faso", di Idrissa Ouedraogo (**1/2), con Lionel Zizréel Guire
Un gruppo di bambini ritiene di aver avvistato Osama Bin Laden per le strade del mercato di Ouagadougou, e pianifica di catturarlo con armi di fortuna per riscuotere la taglia da 25 milioni di dollari messa su di lui dagli Stati Uniti. Come la Makhmalbaf, anche il regista africano sceglie di guardare l'attualità attraverso gli occhi ingenui e innocenti dei bambini, e realizza l'episodio più leggero e divertente del film, ritraendo al contempo la povera realtà dei paesi dell'Africa occidentale.

6) "Regno Unito", di Ken Loach (***), con Vladimir Vega
Il musicista Vega, esule cileno che ora vive a Londra, scrive una lettera ai genitori e ai parenti dei morti delle Torri Gemelle, partecipando al loro dolore ma ricordando come anche il Cile abbia avuto il suo 11 settembre: nello stesso giorno del 1973, infatti, il colpo di stato del generale Pinochet abbatteva il governo democraticamente eletto di Salvador Allende. Attraverso una voce narrante e l'utilizzo di immagini di repertorio, Loach coglie l'occasione per denunciare la complicità degli Stati Uniti nell'accaduto. Un po' fuori tema, ma d'impatto.

7) "Messico", di Alejandro González Iñárritu (***1/2)
Mentre il nero dello schermo è interrotto da flash luminosi che illustrano i momenti più tragici del giorno dell'attentato (le persone che si gettano dalle torri, il crollo degli edifici), l'audio fonde insieme le voci dei testimoni e dei sopravvissuti, i rumori ambientali, i notiziari televisivi e radiofonici di tutto il mondo, i messaggi inviati via cellulare ai propri cari da coloro che erano rimasti intrappolati nelle torri o dagli aerei dirottati, e così via, in una cacofonia di suoni, rumori e musica che rendono questo video-messaggio l'episodio artisticamente più significativo. Al termine, una domanda: la luce di Dio ci guida o ci acceca?

8) "Israele", di Amos Gitaï (**), con Keren Mor e Liron Levo
Una giornalista televisiva sta tentando di fare un servizio in diretta da una strada di Tel Aviv dove si è appena verificato un attentato, intralciando anche il lavoro dei soccorritori. Ma scopre di non essere in onda perché contemporaneamente c'è stato il disastro delle Torri Gemelle. Girato in un unico piano sequenza (ma senza particolare maestria tecnica), si tratta di un episodio caotico e confuso che sembra trascinarsi troppo a lungo, non aiutato dalla scarsa simpatia di personaggi petulanti, isterici, esageratamente macchiettistici.

9) "India", di Mira Nair (**), con Tanvi Azmi e Kapil Bawa
Una donna pakistana, immigrata da tempo con la famiglia a New York, piange il figlio, musulmano ma nato negli Usa, scomparso da casa dal giorno dell'attentato delle Torri. Inizialmente il ragazzo è addirittura accusato di essere un complice dei terroristi: ma sei mesi più tardi, quando il suo corpo viene ritrovato, si scoprirà che invece aveva eroicamente tentato di salvare altre vite. Ispirato a una storia vera, è un episodio che si focalizza sul sentimenti anti-islamici nell'America del post-11 settembre. Peccato però che sia raccontato in maniera non troppo brillante.

10) "Stati Uniti d'America", di Sean Penn (***), con Ernest Borgnine
Un anziano vedovo trascorre le giornate da solo nel suo appartamento, imprigionato insieme ai ricordi della moglie scomparsa. Sul davanzale c'è un vaso di fiori avvizziti, che sbocceranno nuovamente soltanto quando il crollo delle torri permetterà ai raggi del sole, che in precedenza era sempre oscurato dal WTC, di raggiungere la finestra. Episodio malinconico e bizzarro, dal finale un po' surreale e al limite dello sberleffo (anche se c'è chi ha parlato di "poesia del dolore"), girato in maniera assai curata e con grande attenzione ai dettagli. Strepitoso l'interprete, l'ottantacinquenne Borgnine.

11) "Giappone", di Shohei Imamura (**1/2), con Tomorowo Taguchi, Kumiko Aso
Siamo alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Disgustato dall'umanità dopo aver assistito agli orrori del conflitto, un soldato giapponese torna a casa convinto di essere un serpente, strisciando per terra per la disperazione della sua famiglia. Girato da Imamura con la consueta commistione fra stile realistico e contenuto allegorico, il segmento che conclude il film è anche l'unico a non fare un riferimento diretto alla tragedia dell'11 settembre. Ma la scritta finale in sovrimpressione ("Non esistono guerre sante") lascia ben pochi margini all'interpretazione.

19 febbraio 2011

Tony Manero (Pablo Larraín, 2008)

Tony Manero (id.)
di Pablo Larraín – Cile 2008
con Alfredo Castro, Paola Lattus
***1/2

Visto in DVD, con Giovanni e Ilaria.

Ambientato negli anni della dittatura di Pinochet, il secondo lungometraggio di Pablo Larraín (vincitore del Torino Film Festival) è un disperato e claustrofobico ritratto di un uomo imprigionato nelle proprie ossessioni, che curiosamente in questo caso riguardano un film simbolo dell'ìnvasione culturale statunitense alla fine degli anni settanta, "La febbre del sabato sera". Il cinquantaduenne Raúl Peralta, infatti, è un appassionato fan del personaggio interpretato in quel film da John Travolta (Tony Manero, appunto), di cui ripete le frasi e scimmiotta i movimenti, esibendosi in numeri di danza nello squallido locale dove vive, circondato dalle attenzioni di tre donne di età differenti. Insensibile agli orrori che si svolgono intorno a lui, pur di raggiungere i propri obiettivi (esibirsi in pubblico con una coreografia ispirata al film americano, partecipare a un concorso televisivo per sosia di Tony Manero) non esita nemmeno a uccidere: ma i suoi delitti si perdono e si confondono con quelli della dittatura contro gli oppositori politici e la gente comune, verso i quali Raúl pare quasi indifferente. Intenso, disperato e incisivo, il film può contare sulla grande prova di Alfredo Castro, anche co-sceneggiatore insieme con il regista, e su uno stile che – attraverso una fotografia sgranata e le immagini fuori fuoco – dona alla pellicola un realismo quasi documentaristico. "Il film è un’analisi spietata dell’errore in cui si incorre credendo che felicità e successo possano essere ottenuti imitando e sostituendo la propria cultura con un’altra. Nel caso specifico si tratta di una cultura alimentata da un potente strumento di comunicazione di massa, il cinema, ed imposta, in un modo o nell’altro, dagli Stati Uniti ai paesi del terzo mondo", ha spiegato lo stesso Larraín. "Raúl simbolizza l’aspirazione irrefrenabile alla modernità malgrado la povertà nella quale sprofonda. La sua è la storia di un tentativo impossibile di affrancarsi dall’emarginazione". Il successivo lavoro del regista, "Post mortem", approfondirà ancora di più il tema dell'uomo prigioniero delle proprie ossessioni e anestetizzato agli orrori della dittatura cilena.

17 settembre 2010

Post mortem (Pablo Larraín, 2010)

Post mortem
di Pablo Larraín – Cile 2010
con Alfredo Castro, Antonia Zegers
***1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

I grandi eventi storici si intrecciano con quelli personali in un film dai toni cupi e di grande intensità e spessore che si sviluppa su più piani, tracciando un ardito paragone fra la fine delle illusioni di un paese e quelle di un singolo individuo. Mario è un uomo grigio, triste e solo: si definisce un "funzionario" ed è avvezzo alla morte, visto che trascrive i referti delle autopsie presso l'obitorio di Santiago del Cile. È anche innamorato della vicina di casa, una ballerina di cabaret anoressica che invece preferisce frequentare un giovane attivista politico di sinistra. Tutto cambierà quando esplode il colpo di stato del 1973. Indimenticabili, per la loro potenza comunicativa, alcune sequenze che sembrano brillare di luce propria: su tutte, quella in cui Mario e i suoi colleghi si ritrovano a fare l'autopsia di Salvador Allende, oppure le montagne di cadaveri che si accumulano nelle corsie dell'obitorio, con il protagonista che li trasporta imperturbabile con il suo carrello. Ma indicativo è il momento in cui l'automobile di Mario "fende" un corteo di protesta politica, al quale evidentemente l'uomo non è interessato; e le due interminabili scene, con camera fissa, che mostrano il pianto dei personaggi principali e l'accatastamento dei mobili – nel finale – contro la porta dietro alla quale si nascondono gli amanti: è il Cile che seppellisce la propria storia e le proprie speranze. Il regista è abile nel mostrare, prendendosi il proprio tempo, l'anestesia che porta gli uomini ad assuefarsi alla morte e alla violenza, o il dolore personale che conduce a decisioni radicali e irrevocabili. Forse inizialmente la pellicola si lascia seguire un po' a fatica, anche per l'impenetrabilità del protagonista, ma alla resa dei conti si rivela davvero soddisfacente.