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31 dicembre 2022

Frankenstein Junior (Mel Brooks, 1974)

Frankenstein Junior (Young Frankenstein)
di Mel Brooks – USA 1974
con Gene Wilder, Marty Feldman
****

Rivisto in DVD.

Il dottor Frederick von Frankenstein (Gene Wilder), nipote del celebre scienziato che anni prima creò il famigerato mostro, non sembra interessato a seguire le tracce del suo antenato, di cui quasi si vergogna (tanto da cambiare la pronuncia del suo stesso cognome). Almeno fino a quando non entra in possesso del suo diario, con le indicazioni dettagliate su come dare vita alla creatura. A quel punto, la tentazione di riprodurne gli esperimenti sarà troppo forte per resisterle... Pare che l'idea di realizzare una parodia del classico "Frankenstein" di James Whale (includendovi anche elementi dei successivi sequel, in particolare "La moglie di Frankenstein", da cui proviene la scena dell'eremita cieco, e "Il figlio di Frankenstein", da cui deriva il personaggio dell'ispettore Kemp) sia stata di Wilder, co-sceneggiatore del film insieme a Mel Brooks (al quarto lungometraggio: è senza dubbio il suo capolavoro). Grazie all'eccellente cast di interpreti, alla qualità delle battute, alla riproduzione delle atmosfere dell'originale (mediante la fotografia in bianco e nero, lo stile di inquadrature degli anni trenta, la colonna sonora e persino il riutilizzo di alcune scenografie dell'epoca, come le attrezzature del laboratorio realizzate da Kenneth Strickfaden), il risultato è al tempo stesso avvincente ed esilarante, da considerare una delle migliore parodie (nel senso che non stravolge o banalizza il materiale di cui si prende gioco, ma gli rende un fedele e affettuoso omaggio, con una stupefacente attenzione ai dettagli) e uno dei film più divertenti di tutti i tempi, tanto nella versione originale quanto in quella italiana, splendidamente adattata da Mario Maldesi, le cui battute (spesso "rimodellate") sono a tratti persino più memorabili di quelle originali (a partire dal leggendario "Lupo ululà... Castello ululì"). Grazie anche agli eccellenti doppiatori (come Oreste Lionello su Frankenstein, Gianni Bonagura su Igor, Livia Giampalmo su Inga), tantissime gag, semplici frasi o scambi di battute sono rimaste impresse nelle orecchie, nella memoria e nell'immaginario degli spettatori italiani, come ben pochi altri film possono vantare. Da "Si... può... fare!" a "Che lavoro schifoso!" - "Potrebbe essere peggio" - "E come?" - "Potrebbe piovere!"; da "Ma è un malocchio questo!" - "E questo no?" a "Il destino è quel che è, non c'è scampo più per me!"; da "Rimetta... a posto... la candela!" a "Presto! Dategli un... sedadavo!", e potrei continuare per ore, citando praticamente tutto il film (senza dubbio uno dei lungometraggi più "citabili" di sempre!). A proposito dell'adattamento italiano, consiglio la lettura del bell'articolo di Evit pubblicato sul suo blog "Doppiaggi italioti". Dicevamo del cast: al fianco dell'ottimo Wilder, estremamente espressivo nel ruolo dello scienziato pazzo, c'è uno straordinario Marty Feldman nei panni del servo Igor ("Gobba? Quale gobba?"), forse il personaggio più divertente del film (è il suo ruolo più noto). Il mostro è interpretato da Peter Boyle, che gli dona un vasto range di emozioni e stravolge in chiave comica i manierismi che furono di Boris Karloff. Non è da meno il comparto femminile, che comprende Teri Garr (l'assistente Inga: "Allora avrebbe un enorme Schwanzstück!"), la sempre meravigliosa Madeline Kahn (Elizabeth, la fidanzata del dottore, che nel finale sfoggia le celebri mèches de "La moglie di Frankenstein") e Cloris Leachman ("Frau Blucher!", il cui nome è sempre seguito dal nitrire dei cavalli). Infine, da citare Kenneth Mars (l'ispettore Kemp) e naturalmente Gene Hackman (quasi irriconoscibile sotto il trucco dell'eremita cieco). Da notare che si tratta di uno dei rarissimi film di Mel Brooks in cui il regista non recita. Oltre alle gag verbali, non da meno sono quelle visive, alcune delle quali (spesso con protagonista Igor) facevano scoppiare dal ridere gli stessi attori sul set, costringendoli a rigirare intere scene. Fra le molte sequenze delle pellicole originali virate in parodia, oltre alla suddetta dell'eremita, da ricordare quella della bambina presso il lago. Il risultato è così divertente e, soprattutto, memorabile, che ormai è quasi impossibile guardare di nuovo i classici film della Universal senza ridere involontariamente a ogni scena. Nomination agli Oscar per la sceneggiatura e il sonoro. Dal 2007 esiste anche un musical teatrale.

29 dicembre 2022

La moglie di Frankenstein (J. Whale, 1935)

La moglie di Frankenstein (Bride of Frankenstein)
di James Whale – USA 1935
con Boris Karloff, Elsa Lanchester
***

Rivisto in DVD.

Il mostro di Frankenstein (a proposito: è a partire da questo film che il nome Frankenstein, nel titolo ma anche nei dialoghi, comincia a essere usato in maniera incoerente: a volte indica lo scienziato, a volte la creatura) non è morto nell'incendio del mulino, come sembrava alla fine del precedente film del 1931, ma è sopravvissuto e ricomincia a seminare il terrore nelle campagne circostanti. A dire il vero, il mostro sta sviluppando una certa umanità: in una memorabile scena (ormai "rovinata" per sempre dalla parodia che Mel Brooks e Gene Hackman ne hanno fatto in "Frankenstein Junior"), un eremita cieco (O. P. Heggie) lo accoglie nella propria dimora e gli insegna i valori della vita – compresa l'amicizia – e persino a parlare (!). Nel frattempo, Henry Frankenstein (Colin Clive) è costretto dal malvagio dottor Pretorius (Ernest Thesiger), filosofo-scienziato ancor più ambizioso di lui, a collaborare alla creazione di una "compagna" (Elsa Lanchester) per il mostro: ma anche questa sarà terrorizzata e orripilata da lui. E allora la creatura preferirà perire, distruggendo il laboratorio di Pretorius e seppellendosi assieme allo scienziato e alla sua "moglie"... L'enorme successo commerciale della pellicola originale spinse la Universal a mettere in cantiere un sequel, affidato allo stesso regista (Whale) e in parte allo stesso cast del precedente (tornano Clive e naturalmente Karloff, mentre Valerie Hobson sostituisce invece Mae Clarke nel ruolo di Elizabeth, la fidanzata di Henry). La vicenda, che in un certo senso sovverte i significati del primo film (anziché focalizzarsi sullo scienziato, si concentra sul mostro e suscita l'empatia dello spettatore nei suoi confronti), è preceduta da un insolito prologo che vede protagonista Mary Shelley (sempre Lanchester), l'autrice del romanzo originale, in compagnia di Lord Byron e Percy Shelley, ai quali racconta come ha immaginato il seguito della sua storia. Le parti comiche sono riservate a Una O'Connor (la governante di casa Frankenstein).

A parte la scena dell'eremita, soltanto uno dei momenti che sottolineano l'evoluzione "psicologica" della creatura (in una sequenza, per esempio, soccorre una pastorella caduta nel fiume, rovesciando così il raccapricciante momento del primo film in cui annegava la bambina), a spiccare è soprattutto il finale, quello in cui appare la "moglie" del mostro, il cui aspetto – grazie soprattutto alla capigliatura con le mèches bianche e ondulate: il truccatore Jack Pierce si ispirò alla regina egiziana Nefertiti – è forse diventato altrettanto iconico di quello del suo compagno (l'acconciatura in questione sarà citata, fra gli altri, in "Rocky Horror Picture Show"). Nonostante la "moglie" compaia sullo schermo per meno di cinque minuti, risulta perciò indimenticabile. Parecchio bizzarra, invece, è l'introduzione di Pretorius, che mostra di essere in grado di creare "uomini artificiali" in miniatura, custoditi in bottiglia (il tutto ricorda certi film muti dei primordi, come quelli di Georges Méliès e Segundo de Chomón). Lui stesso sminuisce questi risultati, affermando che non sono nulla rispetto a quelli di Henry Frankenstein: come se creare la vita dal nulla, e per di più su scala ridotta, fosse più facile che rianimare cadaveri... Da sottolineare, infine, l'onnipresente iconografia cristiana (alcuni esempi: il crocifisso che incombe nel cimitero, la scena in cui il mostro stesso è flagellato come Cristo in croce, e quella in cui l'eremita prega insieme alla creatura). Nei credits iniziali Boris Karloff è accreditato con il solo cognome, mentre stavolta a essere sostituito da un punto di domanda è il nome della Lanchester... che però non riappare quando i credits sono ripetuti nei titoli di coda. Anche questo film ebbe un grande successo (per parecchi critici è addirittura superiore al precedente), e pertanto la serie proseguirà con altre pellicole, stavolta non dirette da Whale, a cominciare da "Il figlio di Frankenstein" nel 1939.

27 dicembre 2022

Frankenstein (James Whale, 1931)

Frankenstein (id.)
di James Whale – USA 1931
con Colin Clive, Boris Karloff
***1/2

Rivisto in DVD.

Il giovane e ambizioso scienziato Henry Frankenstein (Colin Clive) sogna nientemeno che di sfidare Dio e di creare la vita: a questo scopo "assembla" una creatura (con pezzi di cadaveri rubati nei cimiteri) e la "anima" grazie a una scarica elettrica. Ma il mostro (Boris Karloff), sfuggito al suo controllo, semina morte e terrore nel villaggio e nella campagna circostante. E lo stesso Henry, alla guida degli abitanti locali, sarà costretto a distruggerlo, facendolo perire nelle fiamme. Questo film seminale è il più celebre adattamento del romanzo di Mary Shelley ("Frankenstein o il moderno Prometeo", pubblicato nel 1818), anche se si rifà soprattutto alla versione teatrale di Peggy Webling (del 1927): straordinariamente influente nel plasmare tanto il genere horror (in particolare quello di mostri: assieme al coevo "Dracula" è il capostipite del filone della Universal) quanto la mitologia e l'estetica del mostro di Frankenstein stesso, ne è diventato il punto di riferimento essenziale e irrinunciabile. Di fatto le fattezze della creatura, nell'immaginario collettivo, sono ormai quelle di Karloff, con il make up (opera di Jack Pierce) che ne accentua la natura mostruosa (con la fronte, le mani e i piedi pronunciati, e i chiodi conficcati nel collo). Da allora, omaggi, riferimenti, parodie (al cinema ma anche nei fumetti e nei cartoni animati) non hanno potuto più prescindere da questo aspetto iconico, così diverso da tutto ciò che era venuto prima (per esempio nelle precedenti versioni cinematografiche dell'opera, come il film muto del 1910 di J. Searle Dawley). Il produttore Carl Laemmle Jr., che voleva replicare il successo di "Dracula", uscito pochi mesi prima, scelse il regista britannico James Whale dopo la rinuncia della prima scelta Robert Florey. Anche Karloff fu un ripiego, visto che inizialmente la star doveva essere la stessa di "Dracula", Bela Lugosi, che però rinunciò perché avrebbe preferito interpretare lo scienziato e non il mostro. Il resto del cast comprende Mae Clarke (Elizabeth, la fidanzata di Henry), Edward Van Sloan (il dottor Waldman, suo mentore), Frederick Kerr (il barone Frankenstein, suo padre) e Dwight Frye (Fritz, l'assistente gobbo, quello che nelle pellicole successive sarà rinominato Igor). L'ambientazione è immaginata nelle Alpi bavaresi, attorno al villaggio (fittizio) di Goldstadt, mentre il laboratorio di Frankenstein (con attrezzature ideate da Kenneth Strickfaden) è situato in un vecchio mulino abbandonato, lo stesso in cui, dato alle fiamme, perirà nel finale la creatura (distaccandosi in questo dal romanzo originale, dove il mostro, anziché nel fuoco, scompariva nelle acque ghiacciate dell'Artico).

Se il film, visto oggi, può sembrare datato per le tante ingenuità legate all'epoca e le concessioni al gusto hollywoodiano, a partire dalla trasformazione in positivo del dottor Frankenstein nella seconda parte (mentre la prima ce lo presentava come un vero e proprio "scienziato pazzo", determinato a travalicare i limiti della natura: anzi, proprio questa pellicola ha contribuito a codificarne la figura, con tanto di assistente deforme al seguito), che mette la testa a posto e, addirittura, anziché essere punito per la sua smisurata ambizione può godere di un lieto fine (con matrimonio, figlio in arrivo, e brindisi finale "alla salute dei Frankenstein", come se non fosse stato lui in fondo il responsabile di ogni tragedia), ciò nonostante non mancano le scene forti, orrorifiche o raccapriccianti: su tutte quella della morte della bambina, Maria, che viene (anche se non consapevolmente) annegata dal mostro. In effetti la censura ebbe da ridire (ed eravamo nel periodo precedente al codice Hays!), chiedendo che fosse tagliata, così come si oppose a una linea di dialogo considerata blasfema (quando Henry afferma "Ora so cosa si prova a essere Dio!"). Per mettere le mani avanti, Laemmle fece inserire un prologo in testa al film, in cui Van Sloan preannuncia agli spettatori che il film «vi emozionerà, forse vi colpirà, potrebbe anche inorridirvi! Se pensate che non sia il caso di sottoporre a una simile tensione i vostri nervi, allora sarà meglio che voi... be', vi abbiamo avvertito!». Da notare anche i titoli di testa, dove il nome dell'attore che interpreta il mostro è sostituito da un punto interrogativo. A film terminato, nei titoli di coda i credits ritornano ("Un buon cast merita di essere ripetuto"), stavolta con il nome di Karloff reinstallato. La fotografia, cupa ed espressionista, è di Arthur Edeson. L'enorme successo al botteghino portò alla realizzazione di una serie di sequel (solo il primo, "La moglie di Frankenstein" del 1935, diretto ancora da Whale), crossover (in cui la creatura incontra altri mostri della Universal, come Dracula o l'uomo invisibile), spin-off, remake (come quello di Kenneth Branagh del 1994), omaggi (come "Demoni e dei") e parodie, la più celebre delle quali (nonché la più fedele al materiale di partenza, arrivando persino a riutilizzare parte dei set originali) è senza dubbio il "Frankenstein Junior" di Mel Brooks (1974), così fedele che oggi è difficile guardare i film di Whale senza pensare, praticamente in ogni scena, alla loro versione comica. Ma è quello che capita un po' a tutte le opere iconiche: l'immaginario popolare se ne appropria e le svuota dell'impatto o dei significati originari.

5 agosto 2022

Frankenstein (J. Searle Dawley, 1910)

Frankenstein
di J. Searle Dawley – USA 1910
con Augustus Phillips, Charles Stanton Ogle
**

Visto su YouTube.

Frankenstein (Phillips), giovane studioso convinto di aver compreso i misteri della vita, intende creare "l'essere umano perfetto": ma il risultato del suo esperimento è un mostro (Ogle) dall'aspetto ributtante e deforme, che perseguita lui e la sua novella sposa Elizabeth (Mary Fuller). Forse il primo adattamento cinematografico del celebre romanzo di Mary Shelley, o quantomeno il più antico di cui si ha notizia. Girato completamente in interni (e in soli tre giorni!) da Dawley (anche sceneggiatore) negli studi Edison del Bronx, ne è naturalmente una versione molto edulcorata che, anche per via della breve durata (un rullo, ovvero 11-16 minuti a seconda del frame rate) e del linguaggio rudimentale (senza montaggio narrativo o primi piani, e con cartelli che preannunciano il contenuto di ciascuna scena), appare privo di sottigliezza o di qualsivoglia profondità. Assente ogni contestualizzazione geografica o storica, nel film il "male" è tale soltanto perché il mostro è brutto e deforme, non perché compia chissà quali nefandezze. Lo stesso Frankenstein non mostra particolare pentimento né crescita, salvo felicitarsi nel finale per la scomparsa spontanea del mostro (notevole però la scelta di farlo svanire mentre si rifletteva in uno specchio, lasciando così il dottore di fronte alla propria immagine riflessa). L'aspetto di Ogle, che pare un demonietto, non è iconico come sarà quello di Boris Karloff nella versione di James Whale del 1931 che fisserà definitivamente il personaggio e il suo aspetto nell'immaginario collettivo, ma resta la cosa più interessante di questa versione. Suggestiva anche la sequenza della "creazione" del mostro, che avviene chimicamente in un mastello. Per il resto, la stessa casa produttrice cercò di tranquillizzare gli spettatori affermando che l'adattamento intendeva focalizzarsi sugli elementi "mistici e psicologici" del racconto, anziché su quelli più prettamente orrorifici, eliminando cioè ogni possibile "situazione repulsiva", cosa che non evitò alcune critiche per l'eccessiva cupezza.

2 settembre 2020

Demoni e dei (Bill Condon, 1998)

Demoni e dei (Gods and Monsters)
di Bill Condon – GB/USA 1998
con Ian McKellen, Brendan Fraser
***

Rivisto in divx alla Fogona, con Marisa.

Alla fine degli anni cinquanta, James “Jimmy” Whale (McKellen), il leggendario regista del "Frankenstein" con Boris Karloff, trascorre la vecchiaia da recluso nella sua villa con piscina a Hollywood. Reduce da un ricovero in ospedale, è in fase di declino mentale, in preda a un fiume di ricordi incontrollati che si mescolano con i sogni e le allucinazioni legate al suo passato e alla sua arte (come i primi amori o le esperienze vissute in trincea durante la prima guerra mondiale). Omosessuale dichiarato, sembra attratto dal nuovo giardiniere della villa, il giovane e prestante Clayton Boone (Fraser), al quale chiede di posare per un ritratto e con cui stringe una singolare amicizia, essendo i due diversi in ogni cosa (per età, esperienze e vissuto: l'uno troppo legato al passato, l'altro senza apparente futuro). In realtà Jimmy sta progettando il proprio suicidio, e spera che proprio Clayton possa esserne l'artefice. Ispirato agli ultimi anni di vita del vero James Whale e alle sue creature più celebri, forse il più bel film di Condon: una riflessione sulla vita, l'amicizia e la tolleranza, attraverso la metafora del mostro più famoso della storia della settima arte: un "cattivo" che in realtà era soltanto un incompreso, con cui a tratti si identificano sia Jimmy che Clayton. Bello anche l'omaggio al cinema del passato: dai vecchi film degli anni trenta che ora fanno più ridere che paura (anche se Whale afferma che questo era l'intento sin da allora), alla dorata Hollywood dove vecchi relitti si tengono a galla con feste frivole ma sontuosissime. Il titolo della pellicola deriva da una frase de “La moglie di Frankenstein”, anche se la traduzione italiana è imprecisa (in originale era: "Dei e mostri"). E anche i titoli di coda richiamano quelli dei film che omaggia (con la dicitura “A good cast is worth repeating”). Ottimo Ian McKellen, in un ruolo particolarmente sentito. Fraser, con i capelli squadrati da marine, richiama in silhouette proprio il mostro di Frankenstein (e la cosa è naturalmente voluta). Bello anche il personaggio di Hanna, la fedele governante di casa Whale, interpretato da Lynn Redgrave. Il film vinse l'Oscar per la miglior sceneggiatura non originale (che Condon trasse dal romanzo "Father of Frankenstein" di Christopher Bram), oltre a ricevere nomination per le interpretazioni di McKellen e Redgrave.

19 gennaio 2013

Frankenweenie (Tim Burton, 2012)

Frankenweenie (id.)
di Tim Burton – USA 2012
animazione a passo uno
**

Visto al cinema Odeon.

Ispirandosi al cortometraggio omonimo (ma in live action) che aveva realizzato nel 1984, Tim Burton ne fa un remake (animato a passo uno come "Nightmare Before Christmas" e "La sposa cadavere") che amplia la vicenda originale pur conservandone l'idea di base (una parodia infantile e canina del "Frankenstein" di James Whale, qui tramutata in un omaggio a tutto campo al cinema horror e di mostri). Come nel prototipo, il protagonista Victor – un bambino solitario, appassionato di cinema e soprattutto di scienza – riporta in vita il defunto cagnolino Sparky grazie all'elettricità, scatenando però paure e timori nel vicinato: la situazione peggiora quando anche i suoi compagni di scuola, in competizione fra loro per vincere una gara bandita dall'insegnante di scienze, utilizzano lo stesso metodo per dare la vita a mostri di vario tipo (memorabile, per esempio, la tartaruga gigante in stile Godzilla creata dal ragazzino giapponese). Rispetto all'originale, che come questo era in bianco e nero, manca forse un po' di freschezza, la storia sorprende di meno e anche le citazioni si fanno più esplicite. Apprezzabile comunque l'elogio della scienza, anche se naturalmente non si sfugge dai luoghi comuni dei B-movie (ogni tentativo di piegare le leggi della natura al proprio volere si traduce in un disastro). Buona l'animazione e le caratterizzazioni: fra i personaggi minori, rimangono impressi l'insegnante di scienze (che sembra davvero uscito da un film horror) e il perfido gatto bianco, dallo sguardo veramente inquietante. Nel complesso è una gradevole fiaba dark, superiore alla media della recente produzione di Burton, anche se il corto del 1984 sembrava avere una marcia in più.

18 gennaio 2013

Frankenweenie (Tim Burton, 1984)

Frankenweenie (id.)
di Tim Burton – USA 1984
con Barret Oliver, Shelley Duvall, Daniel Stern
**1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Il piccolo Victor Frankenstein, turbato dalla morte del suo cagnolino Sparky, riesce a riportarlo in vita grazie a esperimenti con l'elettricità. Ma l'animale redivivo semina il panico nel quartiere, e i vicini di casa si coalizzano per distruggerlo. Prodotto dalla Disney e diretto da un Tim Burton a inizio carriera, un anno prima del suo lungometraggio d'esordio ("Pee-Wee's Big Adventure"), questo cortometraggio di circa mezz’ora è un’esplicita parodia del "Frankenstein" di James Whale, di cui riprende quasi ogni sequenza trasfigurandola in chiave canina o infantile, con tanto di fotografia in bianco e nero e citazione finale da "La moglie di Frankenstein" (la cagnolina con le meches). E questo è forse anche il suo principale difetto, visto che il film si basa praticamente su un'unica idea. L'ambientazione nei quartieri suburbani americani, fatti tutti di villette a schiera, ricorda e anticipa quella di altri film burtoniani, come "Edward mani di forbice". Ottimo il cast di contorno, soprattutto per quanto riguarda i genitori di Victor, interpretati da Shelley Duvall e da Daniel Stern. Alcuni elementi (il cimitero degli animali, il laboratorio di Victor in soffitta, la vicina di casa grassa) sembrano anticipare graficamente "Nightmare Before Christmas". Nel 2012 Burton ha preso spunto dal corto per espanderne la storia e realizzare un lungometraggio animato in stop motion con lo stesso titolo.

5 marzo 2012

Lo spirito dell'alveare (V. Erice, 1973)

Lo spirito dell'alveare (El espíritu de la colmena)
di Victor Erice – Spagna 1973
con Ana Torrent, Isabel Tellería
***1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La piccola Ana, inquieta e sensibile, vive con il padre, la madre e la sorella maggiore Isabel in una grande villa ai margini di una sperduta cittadina rurale sulla meseta castigliana, dove la famiglia si è trasferita per sfuggire alla guerra civile spagnola (siamo nel 1940). Rimasta impressionata da una visione del “Frankenstein” di James Whale (il film con Boris Karloff, per intenderci), si convince che in una capanna diroccata in mezzo ai campi risieda uno spirito che si fa vedere soltanto di notte: si tratta invece di un soldato repubblicano, rifiugiatosi lì per sfuggire alla guardia civile e al quale la bambina porta in segreto cibo e abiti. Primo lungometraggio del poco prolifico Erice (ne ha girati in tutto solo tre), è un film d’atmosfera che affronta, in maniera allegorica e quasi impalpabile, le inquietudini e le angosce di un periodo topico della storia spagnola attraverso gli occhi di una bambina. Girato durante gli ultimi anni della dittatura di Franco, colpisce per la bellezza visiva delle inquadrature, l’espressività degli sguardi, la vivida fotografia di Luis Cuadrado (divenuto cieco durante la lavorazione) che cattura l’ambiente e la natura, i segnali inquietanti (gatti neri e funghi velenosi), il ritmo lento e riflessivo. Il titolo proviene da un libro di Maeterlinck: e la metafora dell’alveare come microcosmo-prigione ordinato e brulicante ma al tempo stesso enigmatico e misterioso (il padre di Ana e Isabel – interpretato da Fernando Fernán Gómez, scrittore e a sua volta regista – è appassionato di apicultura) ritorna in più punti, per esempio attraverso le celle esagonali che adornano le finestre e le porte della villa. Indimenticabili alcune scene, come l'incontro notturno fra Ana, fuggita di casa, e il mostro di Frankenstein, o l'intera sequenza in cui la sorella si finge morta. Molto forte il simbolismo: l’isolamento e la disintegrazione della Spagna franchista sono impliciti in quelli della famiglia (in tutto il film non c'è una sola inquadratura che mostri i quattro membri insieme: soprattutto la madre, Teresa Gimpera, che si strugge per un amore perduto al quale invia lettere che non avranno mai una risposta, sembra assolutamente distante dagli altri). Alcuni elementi (la cattiveria del mondo vista dagli occhi dei bambini, i giochi infantili che si mischiano con la paura del diverso) potrebbero essere stati ispirati dal classico “Il buio oltre la siepe”; tuttavia il tema degli orrori del mondo e della guerra trasfigurati attraverso la fantasia di una bambina sarà trattato anni dopo – in maniera completamente diversa – in un altro film spagnolo, “Il labirinto del fauno”. Graziosissime le due bimbe: Ana Torrent, che ai tempi del film aveva solo sette anni, proseguirà la carriera di attrice (lavorerà per Carlos Saura e Peter Greenaway e sarà, fra le altre cose, la protagonista del primo film di Alejandro Amenábar, “Tesis”). Da notare che tutti i personaggi si chiamano come gli attori che li interpretano: Erice prese questa decisione perché sul set la piccola attrice non riusciva a capire come mai le persone cambiassero nome in continuazione.

13 marzo 2011

Frankenstein di Mary Shelley (K. Branagh, 1994)

Frankenstein di Mary Shelley (Mary Shelley's Frankenstein)
di Kenneth Branagh – USA 1994
con Kenneth Branagh, Robert De Niro
**

Visto in DVD.

Sulla falsariga del "Dracula di Bram Stoker" diretto due anni prima da Francis Ford Coppola (che qui figura come produttore), Branagh tenta di infondere nuova linfa in uno dei più classici personaggi horror, facendo piazza pulita di tutte le precedenti versioni cinematografiche (in particolare di quelle con Boris Karloff, che tanto hanno influito nell'immaginario comune) e restando il più fedele possibile (ma nemmeno troppo) al romanzo gotico di Mary Shelley, senza peraltro rinunciare a uno stile "moderno" e hollywoodiano, con tanto di fotografia patinata e musica pomposa. La storia, naturalmente, è nota: il giovane medico Viktor Frankenstein, ossessionato dal desiderio di sconfiggere la morte dopo la scomparsa della madre, modella una creatura cucendo insieme i pezzi di vari cadaveri (fra cui quello di un assassino), inserendole il cervello di uno scienziato e dandole vita con l'elettricità. Ma il mostro che ne risulta è aggressivo e infelice, e progetta di vendicarsi del suo creatore. Nello scontro finale, fra i ghiacci del Polo Nord, periranno entrambi. Anche se non mancano sequenze di grande impatto, come quelle che vedono il protagonista all'opera nel suo laboratorio e in generale tutta la mezz'ora finale (dove spicca la scena in cui il mostro strappa il cuore della sposa di Viktor durante la prima notte di nozze), complessivamente il film delude per colpa dell'eccessiva enfasi visiva, di una certa ingenuità nei dialoghi e di una sceneggiatura superficiale che banalizza i temi dell'opera originale (l'umanità del mostro, la sfida della scienza a Dio). Poco riuscito il personaggio del mostro, che De Niro – anche per colpa del trucco fin troppo pesante – non riesce a rendere abbastanza tormentato per suscitare la necessaria empatia nel pubblico. Branagh, dal suo canto, sembra interessato soprattutto a mettere in mostra sé stesso e il proprio fisico: il vero protagonista del film è lo scienziato, non la creatura. Apprezzabili, comunque, le rivisitazioni di episodi celebri come l'incontro del mostro con il vecchio cieco (interpretato da Richard Briers) e la nascita della "moglie di Frankenstein" (Helena Bonham Carter, sorprendentemente all'altezza). Il cast comprende anche Tom Hulce (l'amico e compagno di studi di Viktor), Ian Holm (il padre) e soprattutto un irriconoscibile John Cleese (il mentore di Viktor, il cui cervello viene poi innestato nella creatura).