Visualizzazione post con etichetta Geisha. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Geisha. Mostra tutti i post

17 gennaio 2022

Apart from you (Mikio Naruse, 1933)

Apart from you (Kimi to wakarete)
di Mikio Naruse – Giappone 1933
con Sumiko Mizukubo, Akio Isono
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

L'anziana geisha Kikue (Mitsuko Yoshikawa) fa questo lavoro per mantenere il figlio Yoshio (Akio Isono) e permettergli di studiare. Disapprovando il mestiere della madre, di cui si vergogna, Yoshio smette di andare a scuola e si unisce a una banda di balordi. Assistendo però agli sforzi di Terugiku (Sumiko Mizukubo), giovane collega di Kikue cui è legato da un legame di affetto e che a sua volta fa la geisha per mantenere la famiglia e per proteggere la sorella minore dallo stesso destino, Yoshio comprenderà infine il valore del sacrificio della madre. Soggetto "mizoguchiano" ma con lieto fine, per un melodramma per certi versi retorico e convenzionale (la trama ricorda molte pellicole giapponesi dell'epoca) ma con una notevole caratterizzazione dei personaggi e con una forte intensità emotiva (si pensi al confronto fra Terugiku e la sua famiglia, quando accusa i genitori per la propria sorte). E stilisticamente sono da apprezzare i movimenti di macchina (come gli zoom e i primi piani: a volte gli attori sembrano quasi guardare direttamente in faccia gli spettatori) e il montaggio, specie nella parte finale. Pur trattandosi di un muto, la pellicola presenta a tutti gli effetti il linguaggio moderno del cinema sonoro. Anche il realismo e il pragmatismo nel descrivere il mondo delle geishe, lontano da ogni romanticismo forzato, non sono banali. Tomio "Tokkan Kozo" Aoki, nel consueto ruolo del monello combinaguai, è il fratellino di Terugiku.

11 maggio 2021

Tatuaggio (Yasuzo Masumura, 1966)

Tatuaggio (Irezumi)
di Yasuzo Masumura – Giappone 1966
con Ayako Wakao, Akio Hasegawa
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Siamo in epoca Edo. Fuggita con il suo giovane amante perché il padre non approvava la loro relazione, la figlia di un mercante (Ayako Wakao) viene venduta a una casa di geisha, il cui proprietario le fa tatuare un ragno gigante sulla schiena. Diventa ben presto una delle cortigiane più richieste e ambite, facendo girare la testa a numerosi clienti: ma come per vendicarsi di coloro che le hanno fatto torto, si trasforma anche in una "mangiatrice di uomini", causandone la rovina o la morte, come se il ragno tatuato l'avesse posseduta (lo stesso tatuatore si sente in colpa). Da un racconto di Junichiro Tanizaki (sceneggiato da Kaneto Shindo), un film torbido e avvolgente, che l'ambientazione storica contestualizza ma fino a un certo punto: la figura della donna ammaliatrice e divoratrice, che porta alla rovina gli uomini che lei stessa attira nella propria rete, ha un carattere mitologico ed archetipico, che trascende dunque l'ambientazione giapponese e il periodo in questione. La bella Ayako Wakao era l'attrice prediletta di Masumura, avendo recitato in ben venti dei suoi film. Akio Hasegawa è il suo pavido amante, Fujio Suga l'amico che la tradisce vendendola, Asao Uchida il proprietario del bordello, Kei Sato il samurai, Gaku Yamamoto il tatuatore.

12 dicembre 2017

Una donna di cui si parla (K. Mizoguchi, 1954)

Una donna di cui si parla (Uwasa no onna)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1954
con Kinuyo Tanaka, Yoshiko Kuga
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Dopo aver tentato il suicidio per una delusione d'amore, la giovane Yukiko (Yoshiko Kuga) lascia Tokyo, dove studiava musica, per fare ritorno nella natale Kyoto. Qui la madre Hatsuko (Kinuyo Tanaka) gestisce una casa di geisha che di fatto è un bordello: e proprio questa attività, di cui la stessa Yukiko si vergogna e che disprezza, è stata la causa della separazione dal suo fidanzato. Ma pian piano la ragazza comincia a fare pace con quel mondo (scoprendo che le ragazze che tanto compatisce hanno invece una forte volontà e dedizione, e diventando partecipe delle loro sofferenze) e soprattutto con sé stessa, innamorandosi (ricambiata) del giovane medico Matoba (Tomoemon Otani). Quando però scoprirà che questi, per interesse, aveva illuso la madre Hatsuko, disposta a vendere la casa per acquistargli uno studio privato (nella speranza di diventare sua moglie), preferirà rinunciare definitivamente agli uomini, riconciliarsi con la madre e prendere seriamente in considerazione l'ipotesi di subentrare a lei nella gestione della casa. Il film si chiude con l'arrivo della sorella minore di una delle geishe che giunge dalla campagna per chiedere di lavorare anche lei nel bordello: le altre commentano amaramente "Quando non ci sarà più bisogno di ragazze come noi?". Delicato e introspettivo, è il secondo dei due film di ambientazione simile e contemporanea (dopo "La musica di Gion") che Mizoguchi intervallò ai grandi drammi storici girati nei primi anni cinquanta. Come il precedente, mette in scena le contraddizioni fra la modernità che il Giappone stava cominciando a sperimentare nel dopoguerra (incarnata da Yukiko, che veste all'occidentale, ha studiato, e propugna l'indipendenza femminile) e il tradizionale mondo delle geishe cui è legata la madre (dove le donne non sono altro che "oggetti" al servizio degli uomini). Naturalmente le cose non sono così semplici o manichee, come le stesse protagoniste impareranno a loro spese. Da sottolineare la scena al teatro No, in cui Hatsuko si riconosce nel personaggio della vecchia dileggiata perché innamorata. Un pizzico eccessivo di melodramma nella seconda parte (la rivalità e la gelosia della madre nei confronti della figlia, i chiarimenti e il confronto finale a tre) non danneggia più di tanto un film elegante, che offre un intenso ritratto delle dinamiche interne di una casa di geisha (la storia si svolge a Shimabara, uno dei più antichi "quartieri del piacere" di Kyoto, oggi non più attivo) e riflette sui temi dell'egoismo e del sacrificio. È l'ultima collaborazione di Mizoguchi con la sua attrice preferita, Kinuyo Tanaka.

23 novembre 2017

La musica di Gion (K. Mizoguchi, 1953)

La musica di Gion (Gion bayashi)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1953
con Michiyo Kogure, Ayako Wakao
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Intermezzati ai grandi drammi storici da lui girati nella prima metà degli anni cinquanta, Mizoguchi realizzò anche due film di ambientazione contemporanea sul mondo delle geishe e ambientati a Kyoto (Gion è uno dei più celebri "quartiere del piacere" della città, dove già si svolgeva "Le sorelle di Gion" del 1936, di cui questo è quasi una rilettura). La storia ha come protagonista Miyoharu (Kogure), geisha dallo spirito libero e indipendente, che rifiuta ogni "protettore" e non intende sottostare alle regole non scritte che identificano di fatto le geishe – artiste raffinate – con le prostitute. Miyoharu prende sotto la propria ala protettiva la giovane Eiko (Wakao), facendone la sua apprendista (una "maiko") con il nome di Miyoen. Ma per conservare la purezza della ragazza, dovrà sacrificare sé stessa e cedere agli intrighi di un uomo d'affari che intende usare il suo corpo per amorbidire un cliente difficile. I tempi cambiano, il Giappone del dopoguerra si dota di una costituzione che prevede nuovi diritti anche per le donne (tanto che le geishe vengono ora percepite come una "istituzione culturale" del passato), ma alcune cose non sembrano destinate a mutare. Paradossalmente Miyoharu, con il suo desiderio di rimanere libera e indipendente, a costo di rifiutare le logiche che la vogliono obbligata a diventare l'amante di un uomo anche se lei non lo vuole, è accusata all'inizio dall'ingenua Eiko di essere "vecchio stile": scopriranno entrambe che i nuovi diritti di cui godono sono tali solo sulla carta, e che ancora è necessario inchinarsi agli interessi dei potenti (che si tratti della padrona della casa da tè, che le ostracizza e impedisce loro di lavorare anche come semplici intrattenitrici alle feste, se rifiuteranno le "proposte" dei clienti, o dei familiari, come il padre di Eiko, in difficoltà finanziarie, che non esita a chiedere denaro alla figlia nel momento del bisogno). L'unico conforto che Miyoharu ed Eiko possono trovare è nella reciproca solidarietà, come dimostrano le scene conclusive con il loro abbraccio. E il rapporto fra maestra e apprendista diventa simile a quello fra sorelle o addirittura fra madre e figlia. Pur se meno complesso e stratificato – anche stilisticamente – dei jidai-geki coevi che gli hanno dato grande fama in occidente, il film è comunque un tassello intenso e raffinato della filmografia di Mizoguchi, in linea con i temi (il sacrificio femminile in primis) a lui cari sin dagli anni trenta.

26 agosto 2017

Vita di O-Haru, donna galante (K. Mizoguchi, 1952)

Vita di O-Haru, donna galante (Saikaku ichidai onna)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1952
con Kinuyo Tanaka, Toshiro Mifune
***1/2

Rivisto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli.

Giappone, diciassettesimo secolo. Al calar della sera, un'anziana prostituta rimasta senza clienti si rifugia in un tempio buddista: qui, nel volto di una delle tante statuette sacre disposte sull'altare, crede di riconoscere le sembianze del suo primo amore. E parte un lungo flashback in cui veniamo a conoscenza delle numerose e sfortunate vicissitudini della sua vita. Giovane ragazza di origini nobili, in servizio presso un palazzo di Kyoto, O-Haru ne venne scacciata quando si innamorò del servo Katsunosuke (Toshiro Mifune): lui fu costretto al seppuku, lei fu esiliata insieme ai genitori. Le tappe successive della sua vita saranno tutte contraddistinte dal fallimento, dovuto di volta in volta ai casi della vita, agli egoismi degli uomini, alle ingiustizie della società. O-Haru passa dall'essere scelta come concubina da un signore feudale di Edo, Matsudaira (al quale partorirà un erede maschio, che non potrà vedere che da lontano), all'essere venduta come geisha nei quartieri a luce rossa di Shimabara, dall'impiego come cameriera per un mercante di tessuti (la cui moglie la caccerà per gelosia) al matrimonio con un umile venditore di ventagli (che sarà ucciso da un ladro), da aspirante monaca a mendicante per la strada, fino appunto a diventare prostituta. Il film, che ricevette il Leone d'Argento alla Mostra di Venezia l'anno successivo alla clamorosa vittoria a sorpresa di “Rashomon” di Kurosawa, e che dunque contribuì a rendere noto e popolare il cinema giapponese anche in occidente, inaugura la fase più fortunata della carriera di Mizoguchi, una stagione ricca di capolavori – per lo più pellicole di ambientazione storica e in costume – che lo resero per un breve periodo uno dei cineasti più famosi anche al di fuori del suo paese (sarà seguito in rapida successione da titoli come “I racconti della luna pallida d'agosto”, “L'intendente Sansho” e “Gli amanti crocifissi”, che parimenti faranno incetta di premi).

La storia è tratta da un romanzo di Ihara Saikaku, “Vita di una donna innamorata”, un classico della letteratura giapponese dell'epoca Edo (il titolo originale è traducibile in “Vita di una donna di Saikaku”). Nella successione di eventi sfortunati che fanno precipitare la povera O-Haru dalla nobiltà alla miseria, pare quasi di trovarsi di fronte a un capovolgimento del racconto di formazione. E in effetti, i libri di Saikaku – fra i primi a scegliere come protagonisti personaggi proletari o decaduti – si ponevano, già nel seicento, come irriverenti parodie di generi classici come quelli della tradizione aristocratica (il celebre “Storia di Genji”) o le confessioni buddiste. Alcuni aspetti ironici, incredibilmente, sopravvivono: si pensi alla scena del messo di Matsudaira in cerca di una concubina per il suo padrone, che esamina centinaia di ragazze senza trovare quella giusta (per via delle precisissime e assurde richieste fatte dal suo signore) e che sembra uscire da una fiaba. Mizoguchi, dal canto suo, si ritrova a suo agio nel raccontare le vicende di una donna vittima delle azioni degli uomini: sia quando si innamora (il servo Katsunosuke, il mercante di ventagli), sia quando è costretta a condividerne le sorti (il signore Matsudaira, il ladro Bunkichi), sia quando è una vera e propria vittima delle voglie altrui (il mercante Jisei, il cliente falsario), i suoi rapporti con l'altro sesso sono destinati a finire male e a portare sfortuna a lei e agli altri. Persino coloro con cui non ha rapporti romantici/sessuali, ma che hanno comunque potere su di lei, finiscono col tradirla (il padre; i nobili della corte di Matsudaira). Dalle donne, invece, le arriva spesso solidarietà (la madre, le prostitute), anche se alcune di queste – sentendosi tradite – le si rivolteranno contro (la monaca, la moglie di Jisei). Ma è sbagliato definire O-Haru come “vittima della società”, e in particolar modo di una società patriarcale, visto che la donna ci mette senza dubbio anche del suo. Semmai, è vittima del denaro (il padre che la vende) o della sua stessa bellezza. E a volte, al di là delle scelte sbagliate (che nel romanzo di Saikaku erano ancora più esplicite), è semplicemente sfortunata.

Kinuyo Tanaka, “musa” di Mizoguchi e protagonista di quasi tutti i film del regista degli anni quaranta e cinquanta, sfodera qui forse la sua piu grande prova attoriale, sofferta e intensissima, interpretando O-Haru dall'età di quindici anni fino alla vecchiaia, risultando sempre composta e credibile. Attorno a lei, come pianetini attorno a una stella, ruotano una serie di figure minori e a volte macchiettistiche. Estremamente calligrafico (soprattutto nelle scene che descrivono la vita a Kyoto) ma mai manierista, il film racconta la vicende di O-Haru con uno sguardo contemplativo e passa implacabilmente dalla descrizione di riti e momenti solenni ed eleganti agli abissi più profondi della natura umana, dal raffinatissimo cerimoniale di corte alla degradazione (e all'umiliazione) delle prostitute di strada, attraversando tutti gli stadi sociali (nobili, mercanti, monaci) e tutti i “tipi” umani. Notevoli, in particolare, i costumi, soprattutto i kimono che indossa la protagonista. E proprio i capi di vestiario, in più di un'occasione, sono parte integranti del suo destino (l'obi che il marito vuole regalarle è la causa della morte di questi; il kimono che le dona Bunkichi è la causa della sua cacciata da parte della monaca). In generale, anche il modo con cui O-Haru indossa i vestiti suggerisce il suo stato sociale e le tappe del suo degrado: dal raffinato vestiario degli inizi a quello sfacciato di quando lavora come geisha; dal velo che, da prostituta, le serve a mascherare il volto, ormai troppo vecchio per attrarre clienti, fino all'abito da monaca eremita. Due parole infine sullo stile del regista, ormai giunto alla matura perfezione: da ricordare fra i molti piani sequenza, spesso con inquadratura dall'alto e con straordinari movimenti di macchina, quello nel canneto in cui O-Haru vorrebbe suicidarsi con il coltello dopo aver appreso della morte di Katsunosuke e quello in cui cerca inutilmente di avvicinarsi al giovane figlio diventato signore del feudo.

6 settembre 2012

Zatoichi (Takeshi Kitano, 2003)

Zatoichi (id.)
di Takeshi Kitano – Giappone 2003
con Takeshi Kitano, Tadanobu Asano
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Zatoichi, all’apparenza un massaggiatore cieco ma in realtà un provetto e letale spadaccino che agisce come giustiziere nel Giappone feudale, è un personaggio ideato dal romanziere Kan Shimozawa, protagonista di numerosissimi film e sceneggiati televisivi a partire dagli anni sessanta. La serie interpretata da Shintaro Katsu, in particolare, conta ben 26 pellicole (realizzate fra il 1962 e il 1973, più un ultimo episodio nel 1989) e ha radicato indelebilmente il personaggio nell’immaginario collettivo nipponico. Quando Kitano ha annunciato di volerlo riportare sugli schermi in una versione da lui stesso interpretata, non sono mancate sorprese e perplessità: si tratta infatti del primo film del regista ambientato nel passato (e appartenente, nello specifico, al genere chambara, il cinema di spade e samurai), anche se nelle sue precedenti dieci pellicole non mancavano occasionali scene in costume o elementi della cultura “tradizionale” (basti pensare ai burattini di “Dolls” o ai comici riferimenti allo stesso Zatoichi già presenti in “Getting any?” e “L’estate di Kikujiro”). Per di più ci si chiedeva come Beat Takeshi avrebbe approcciato il personaggio: con il dovuto rispetto o con la consueta irriverenza? La risposta non poteva essere che: con tutti e due. Il film – che, per la cronaca, è stato il più grande successo di Kitano al box office in Giappone (cosa che verrà ironicamente sottolineata nel successivo “Glory to the filmmaker!”) – è assai curato nel ricostruire l’ambientazione, le scenografie e i costumi dell’epoca Edo (ci sono persino riferimenti a “La sfida del samurai” di Kurosawa), ma non rinuncia a inserire – a margine della trama principale – scene, personaggi o situazioni comiche, surreali o grottesche. La vicenda non si discosta da quelle delle classiche storie del personaggio, e vede Zatoichi impegnato a sgominare una banda di yakuza che spadroneggia in un povero villaggio di montagna, anche per aiutare due ragazzi (una sorella e un fratello, con quest’ultimo che si veste da donna) a ottenere la loro vendetta sui malviventi che dieci anni prima avevano sterminato la loro famiglia. Dovrà però vedersela con un avversario formidabile, un ronin (interpretato da Tadanobu Asano) che ha venduto al capo della banda i propri servigi come “guardia del corpo” (yojimbo) per guadagnare il denaro necessario a curare la moglie malata.

Registicamente, oltre alla consueta maestria nei movimenti di camera (che qui vanno spesso a ritmo di musica), è da sottolineare l’utilizzo diffuso di flashback che spesso partono all’improvviso, spiazzando un po’ lo spettatore, per ricostruire il passato dei personaggi. Le scene d’azione e gli scontri con la spada sono coreografati in maniera eccellente ed essenziale, e resi spettacolari dalla rapidità dei movimenti e dall’uso – moderato ma comunque sempre in evidenza – di effetti digitali che aggiungono schizzi di sangue come se si trattasse di un videogioco. I momenti comici sono forniti, oltre che occasionalmente dallo stesso Kitano (indimenticabile lo sberleffo finale, che ironizza sulla reale portata della cecità del personaggio) e da brevi scenette con personaggi minori, soprattutto da Shinkichi, inetto nipote di una delle contadine che l’eroe ha deciso di proteggere, appassionato giocatore d’azzardo che tenta invano di replicare le gesta di Zatoichi (interpretato da un comico dall’improbabile nome di Guadalcanal Taka). Per discostarsi maggiormente dai personaggi dei lavori precedenti, Beat Takeshi ha scelto di tingersi i capelli e di presentarsi così con un “nuovo look” alquanto straniante. Ma non è l’unico elemento di rottura con il passato: dal cast sono assenti gran parte dei consueti attori del “clan Kitano” (Susumu Terajima, Ren Osugi, ecc.) e compaiono invece molti volti nuovi (Michiyo Okusu, Yui Natsukawa, Yuko Daike, l’onnagata Daigoro Tachibana). Inoltre, dopo sette film in cui il suo contributo era stato fondamentale, si rompe il sodalizio con il compositore Joe Hisaishi (di suo rimane solo il jingle che accompagna il logo “Office Kitano” all’inizio della pellicola): la colonna sonora, ricca di percussioni e di sonorità che la regia occasionalmente sottolinea (per esempio quando vediamo i contadini zappare a ritmo di musica, ballare sotto la pioggia o martellare mentre costruiscono una casa), è di Keiichi Suzuki. Il film si conclude con un’elaborata danza dei contadini che si trasforma in un’enorme tip-tap cui prendono parte tutti i personaggi (comprese le versioni infantili dei due ragazzi vendicati), in un’esplosione di energia e di gioia. Contagiato dalla passione per il tip-tap, negli anni successivi Kitano si esibirà personalmente in tv in questo tipo di danza e vi farà riferimento nel successivo “Takeshis’”. Visto il successo della pellicola (premiata anche a Venezia con il Leone d’Argento per la miglior regia), i produttori avevano pensato a realizzare un seguito e a dare così l’avvio a una nuova franchise: ma non se n’è fatto nulla, e così il primo sequel ufficiale di un film di Kitano è arrivato solo quest’anno, con “Outrage Beyond”.

13 marzo 2012

Cinque donne attorno a Utamaro (K. Mizoguchi, 1946)

Cinque donne attorno a Utamaro (Utamaro o meguru gonin no onna)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1946
con Minosuke Bando, Kinuyo Tanaka
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Kitagawa Utamaro, vissuto nel settecento, è stato uno dei più celebri autori di ukiyo-e, le stampe giapponesi a colori, popolare soprattutto per i suoi ritratti di "bellezze femminili" (bijin-ga), i cui soggetti erano sia cortigiane che ragazze di strada. Costruita su una struttura episodica e ispirata ad alcuni aneddoti reali della sua vita, la pellicola si concentra, più che su Utamaro stesso, sui personaggi che gli gravitano attorno e sull'ambiente in cui lavorava (il suo studio era nei pressi di Yoshiwara, il quartiere dei piaceri dell'antica Edo). Per girarla, Mizoguchi dovette ottenere un'autorizzazione speciale dalle forze di occupazione americane in Giappone, che dopo la fine della seconda guerra mondiale avevano proibito la realizzazione di jidai-geki (i film ambientati nell'epoca feudale) perché considerati portatori di valori "antidemocratici". Il regista convinse però le autorità che il personaggio di Utamaro era un artista amato dal popolo e sostanzialmente estraneo ai valori feudali dell'epoca. Il film si apre con la sfida che Utamaro riceve da Seinosuke, nobile discepolo della scuola rivale di Kano, che si ritiene offeso da un commento dello stesso Umataro a proposito della "mancanza di vita" dei suoi ritratti. Seinosuke sfida Utamaro a un duello con la spada, ma il pittore lo convince a battersi invece con il pennello: e con pochi tratti non solo gli dimostrerà la propria arte, ma lo convincerà ad abbandonare ogni cosa – la famiglia, il titolo nobiliare, la promessa sposa – per diventare come lui un pittore di strada, "ritrarre la vita" e dipingere al solo scopo di far apprezzare i propri lavori dalla gente semplice. Il film è tutto incentrato sulla febbrile passione per la pittura che anima il protagonista, per il quale amore e arte si fondono (il suo amore per le donne non è mai di natura esclusivamente sessuale ma sempre in chiave di ispirazione artistica: è alla ricerca – come spiega lui stesso – dello "spirito delle donne"): lo dimostra la scena conclusiva, in cui Utamaro – appena liberato dai legacci che per cinquanta giorni gli avevano immobilizzato i polsi, una punizione per aver offeso lo shogun con uno dei suoi dipinti – chiede per prima cosa che gli si porti un pennello perché non può aspettare un solo attimo prima di tornare a lavorare. Le cinque donne del titolo sono Tagasode (una cortigiana la cui pelle così bianca e delicata mette in soggezione persino un esperto tatuatore: sarà Utamaro a disegnare sulla sua schiena un'immagine di Yama-uba e Kintaro, i personaggi di una famosa fiaba), Okita (geisha che lavora in una sala da tè, innamorata del giovane Shozaburo; quando questi fuggirà proprio con Tagasode, Okita li rintraccerà e, folle di gelosia, ucciderà entrambi), Oishi (che abbandonerà la vita da geisha per sposare Take, l'assistente di Utamaro), Oran (contadina che Utamaro spia mentre, insieme ad altre serve, si tuffa in acqua seminuda per pescare davanti agli occhi di un dissoluto signore feudale; affascinato dalla sua bellezza, il pittore le chiederà di fargli da modella) e la nobile Yukie (figlia di Kano e fidanzata di Seinosuke; per seguire l'amato abbandonerà a sua volta ogni cosa, ma sarà da questi tradita con Oran). Grande spazio è dedicato soprattutto alle vicende, speculari, di Okita e Yukie: tanto la prima è forte e sicura di sé stessa, intenzionata a riprendersi l'uomo amato con ogni mezzo e persino a trasgredire le regole della società, tanto la seconda è umile e disposta al sacrificio, pronta a piegarsi al proprio destino. Si tratta, in fondo, dei due estremi che caratterizzano tutte le donne dei film di Mizoguchi, forti e che si ribellano oppure deboli e remissive. Alla fine, comunque, Yukie dichiarerà di aver appreso la lezione di Okita: ora anche lei è pronta a seguire i propri sentimenti fino in fondo, ad "amare liberamente e senza condizionamenti". Pur girato con un budget relativamente ristretto, il film è assai curato nella ricostruzione storica: meravigliosi, in particolare, i costumi e i kimono. Solo sui titoli di coda vengono mostrate rapidamente alcune delle opere di Utamaro.

18 marzo 2010

Le sorelle di Gion (K. Mizoguchi, 1936)

Le sorelle di Gion (Gion no shimai)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1936
con Isuzu Yamada, Yoko Umemura
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Umekichi e Omocha sono due sorelle che lavorano come geishe di basso livello nel distretto di Gion, il quartiere dei piaceri di Kyoto. Pur condividendo la stessa professione, hanno modi assai diversi di rapportarsi con gli uomini: la maggiore, Umekichi, è una geisha tradizionale e prova forti sentimenti di lealtà nei confronti dei suoi clienti, al punto da sentirsi in obbligo di accogliere in casa propria – nonostante le difficoltà economiche – il suo vecchio "patrono", Furusawa, che un tempo era un ricco commerciante e ora è caduto in disgrazia. La minore, Omocha, disprezza invece gli uomini e il modo in cui essi le trattano, ovvero come semplici oggetti di piacere. Perciò decide di ingannarli a sua volta: complotta per costringere Furusawa ad andarsene, lasciandogli credere che Umekichi non lo desideri più in casa e che stia cercando un nuovo protettore, mentre lei stessa si prende gioco dell'amore del giovane Kimura, commesso in una fabbrica di kimono, facendo di tutto per sedurre invece Kudo, l'anziano e ricco proprietario del negozio. Ma il suo comportamento manipolatore e lo sprezzo dei sentimenti altrui finirà per scatenare la vendetta di Kimura, mentre anche la sorella Umekichi rimarrà da sola quando Furusawa – richiamato dalla moglie – non ci penserà un attimo ad abbandonarla. Nonostante le loro differenze, nel finale le sorelle si ritroveranno dunque di nuovo insieme, sole e umiliate. Qualsiasi cosa le donne facciano, è l'amara conclusione di Omocha, sono destinate a soffrire e ad essere sfruttate dagli uomini. E mentre Umekichi si vanta di avere almeno reso Furusawa felice, e per questo di poter andare in giro a testa alta, la pellicola si conclude con il commovente pianto di Omocha, che grida tutta la sua rabbia contro l'esistenza stessa delle geishe. Come nel precedente "Elegia di Osaka", anche la seconda collaborazione fra Mizoguchi e lo sceneggiatore Yoshikata Yoda affronta dunque in chiave realista e contemporanea il tema della donna vittima del potere e della sopraffazione in una società patriarcale e mercantile. La novità è però costituita dal presentare due diverse protagoniste, portatrici di due differenti filosofie femminili: una più tradizionale, amorevole e all'insegna del disinteresse, l'altra più emancipata, cinica ed egocentrica, ma comunque destinata alla sconfitta. Siamo quasi di fronte a uno sdoppiamento della classica eroina mizoguchiana nelle sue due anime fondamentali: la donna che si sacrifica per l'uomo (non ricevendo nulla in cambio) e quella che si ribella alla società (tentando un impossibile rovesciamento dei ruoli). Stilisticamente è interessante l'incipit, con una lunga carrellata laterale attraverso gli ambienti della casa di Furusawa, dove è in corso una vendita all'incanto di tutti i suoi mobili. Inoltre sono assai numerosi i piani sequenza: Mizoguchi ricorre raramente agli stacchi e preferisce una sorta di "montaggio interno", collocando i suoi personaggi in una stanza e lasciandoli spostare e interagire fra loro a seconda delle posizioni e dei movimenti (esemplare, a questo proposito, la scena in cui Kudo fa visita per la prima volta a Omocha).

15 febbraio 2009

La marcia di Tokyo (K. Mizoguchi, 1929)

La marcia di Tokyo (Tokyo koshin-kyoku)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1929
con Shizue Natsukawa, Koji Shima
**1/2

Visto in divx.

Per far fronte ai problemi economici degli zii, la giovane orfana Michiyo è costretta a diventare una geisha, come era stata sua madre. Di lei si innamora Yoshiki, il figlio di un ricco uomo d'affari che l'aveva incontrata per la prima volta nei quartieri poveri. Ma non può sposarla: scopre infatti che la ragazza è sua sorella! Si tratta di uno dei pochissimi film muti di Mizoguchi a essere sopravvissuto (dei primi 47 titoli della sua filmografia, girati fra il 1923 e il 1932, ne rimarrebbero soltanto altri due oltre a questo). La copia esistente dura però solo 28 minuti: più che un frammento, credo che si tratti di una versione accorciata, una specie di sunto della pellicola originale, visto che la vicenda ha un inizio, uno svolgimento e una fine e non lascia l'impressione che manchi qualcosa. Come si può intuire dalla trama, il film è un melodramma dall'intreccio non troppo originale e dove lo stile del regista risulta ancora annacquato, eppure godibile nel suo ritratto della Tokyo degli anni venti, dove la rete di un campo da tennis divide simbolicamente i quartieri alti dalle zone povere della città. Lo sguardo di Mizoguchi indugia già, com'è sua caratteristica, sui personaggi femminili, con scene pregevoli come quella in cui le lacrime di Michiyo cadono sulla lettera scritta da Yoshiki. E non a caso, visto che una delle principali fonti di ispirazione del maestro giapponese è sempre stata la sorella maggiore Suzu, che come la protagonista di questa pellicola è diventata geisha per mantenere la famiglia e ha sostenuto la carriera del fratello nei suoi difficili inizi. Certo, bisognerà attendere i film degli anni trenta e le figure tragiche di Taki no Shiraito e O-Sen perché questi temi vengano affrontati con un respiro più ampio e maggior consapevolezza artistica.

16 ottobre 2006

Memorie di una geisha (Rob Marshall, 2005)

Memorie di una geisha (Memoirs of a Geisha)
di Rob Marshall – USA 2005
con Zhang Ziyi, Michelle Yeoh, Gong Li
**1/2

Visto in DVD, con Albertino.

Ancora bambina, la giovane Chiyo (Zhang Ziyi) viene venduta dalla famiglia a una casa di geishe di Kyoto. Tormentata dalla veterana Hatsumomo (Gong Li), ma protetta dalla sua rivale Mameha (Michelle Yeoh), dopo anni di sofferenze e sacrifici diventerà una delle geishe più celebri del paese con il nome di Sayuri. Mi ero accinto a vedere questo film con molti pregiudizi, convinto che si trattasse di un polpettone barocco e pesante, dal gusto americano e lontano dalla sensibilità giapponese nonostante il tema fosse uno di quelli più legati alla cultura nipponica: la figura della geisha, intrattenitrice ed artista che in occidente viene spesso scambiata con una prostituta. Ma se in effetti la prima parte – quella con la protagonista ancora bambina – è un po' stucchevole, e il finale sembra quasi posticcio (mi chiedo se fosse uguale nel libro di Arthur Golden da cui il film è tratto), la parte centrale non mi è dispiaciuta. Grazie anche a tre protagoniste di ottima levatura (due delle quali, la superba Gong Li e l'elegante Michelle Yeoh, sono fra le mie attrici preferite), la "rivalità" fra le due geishe esperte che coinvolge la giovane maiko diventa il vero cuore del film, mentre la descrizione di un mondo e di riti e costumi che dopo la guerra iniziano a scomparire forse troppo in fretta è efficace solo a tratti e non aiuta a capire se ci si trova di fronte a un rimpianto genuino o meno. Colpa della sceneggiatura, che semplifica eccessivamente i sentimenti e le emozioni dei personaggi, e di una regia manieristica che punta troppo sulla fotografia. Per comprendere davvero il mondo delle geishe c'è sicuramente di meglio, per esempio uno dei tanti film di Mizoguchi sull'argomento. Una nota sulle attrici: quando il film è uscito c'è stata una certa polemica sul fatto che le tre protagoniste non fossero giapponesi ma cinesi. Spielberg e gli altri produttori hanno probabilmente preferito affidarsi a nomi già noti in occidente, anche perché raramente i nipponici hanno una buona padronanza dell'inglese. Nel cast, comunque, ci sono anche Ken Watanabe, Koji Yakusho e Kaori Momoi.