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16 luglio 2023

L'imperatrice Yang Kwei-fei (K. Mizoguchi, 1955)

L'imperatrice Yang Kwei-fei (Yokihi)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1955
con Machiko Kyo, Masayuki Mori
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Poco prima di morire, l'imperatore cinese Xuan Zong (Masayuki Mori) – appartenente alla dinastia Tang e vissuto nell'ottavo secolo – ricorda il periodo più felice della sua esistenza, quello trascorso al fianco della bellissima Yang Kwei-fei (Machiko Kyo), umile ragazza di campagna che era stata condotta a corte dall'eunuco Kao (Eitaro Shindo) allo scopo di fargli dimenticare la precedente consorte defunta. Colpito non solo dalla sua bellezza, ma anche dalla sincerità e dalla sensibilità affine per la musica e le arti, Xuan Zong ne fece la sua compagna, favorendo anche la scalata sociale della sua famiglia, in primis il cugino Yang Kuo-chung (Eitaro Ozawa). L'avidità e l'ambizione di questi, però, scatenerà una rivolta della popolazione, guidata dal generale An Lu-shan (So Yamamura). E la stessa Kwei-fei, pur di salvare l'imperatore, accetterà di farsi uccidere. L'intera vicenda è raccontata in flashback, nel ricordo dell'imperatore poco prima di ricongiungersi "spiritualmente" con l'adorata moglie. Primo degli unici due film a colori girati da Mizoguchi (l'altro è "Nuova storia del clan Taira", dello stesso anno), il film è una coproduzione fra la giapponese Daiei e l'hongkonghese Shaw & Sons (la futura Shaw Brothers), anche se cast e troupe sono interamente nipponici, e racconta di personaggi realmente esistiti: Yang Guifei (questa la romanizzazione moderna del suo nome), in particolare, è considerata una delle "quattro grandi bellezze" dell'antica Cina, al fianco di altre figure storiche e/o leggendarie. La prima parte della pellicola è romantica e quasi fiabesca, con echi in particolare di "Cenerentola" (la ragazza maltrattata dalla propria famiglia, e messa a lavorare nelle cucine dalle sorellastre, che però conquista il favore di un sovrano); la parte centrale, la migliore (con la visita in segreto e in anonimato alla festa popolare), mostra l'evoluzione del rapporto fra i protagonisti, con la presenza della donna che aiuta l'imperatore a liberarsi dalle costrizioni della vita di corte, dove anche lui è di fatto prigioniero di norme e regole alle quali non può contravvenire; quella conclusiva, infine, si concentra sugli eventi storici, ma è evidente che non siano questi al centro dell'interesse di Mizoguchi, che infatti sorvola rapidamente sull'evolversi politico e militare della situazione, in favore dei conflitti morali ed emozionali, culminando nel tema a lui caro del sacrificio femminile. Il consueto sobrio formalismo del regista giapponese è accompagnato stavolta da un certo gusto barocco, dovuto forse all'ambientazione cinese, complici anche i colori che donano una qualità pittorica all'immagine. Nel 1962 gli Shaw Brothers realizzeranno un remake in lingua cinese del film, diretto da Li Han-hsiang e distribuito all'estero col titolo "The magnificent concubine".

28 settembre 2022

Snow White (J. Searle Dawley, 1916)

Biancaneve (Snow White)
di J. Searle Dawley – USA 1916
con Marguerite Clark, Creighton Hale
**1/2

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Benvoluta da tutti a corte, la principessa Biancaneve è trattata come una serva dalla matrigna Brangomar, gelosa della sua bellezza. Quando la regina ordina al cacciatore Berthold di portarla nel bosco e ucciderla, questi la risparmia per pietà. Biancaneve trova così rifugio nella capanna dei sette nani. Sobillata da una strega, la regina proverà a raggiungerla anche lì, ma la ragazza sarà salvata dal principe Florimond che si è innamorato di lei. Questo film muto in sei rulli è uno dei primi adattamenti cinematografici della celebre fiaba dei fratelli Grimm (un precedente corto del 1902 è andato perduto). Tecnicamente parlando, si tratta di un adattamento dello spettacolo teatrale di Broadway del 1912 scritto (sotto pseudonimo) da Winthrop Ames, di cui conserva anche la protagonista Marguerite Clark, e che rispetto alla fiaba originale amplia il ruolo dei personaggi secondari, su tutti il cacciatore e i sette nani, ai quali vengono affibbiati per la prima volta dei nomi, vale a dire Blick, Flick, Glick, Snick, Plick, Whick e Quee (il più giovane dei sette, con un ruolo da macchietta comica). Walt Disney ricorda di aver visto il film al cinema quando aveva solo quindici anni e di esserne rimasto colpito: naturalmente vi si ispirerà quando, vent'anni dopo, deciderà di realizzare il suo primo lungometraggio animato. La storia è meravigliosamente raccontata, con una gran cura nelle scene (splendida la sala del trono della regina), nei costumi, nei personaggi, tutti ben caratterizzati, compresi quelli minori (le damigelle di corte, le tre figlie del cacciatore, i nani stessi). Di contro, la regia è parecchio statica, con poco o nessun uso del montaggio narrativo o dei movimenti di macchina: se pensiamo a cosa faceva Griffith in quegli stessi anni, da questo punto di vista il film non è certo innovativo. Se la sceneggiatura mantiene alcuni elementi della fiaba dei Grimm che le versioni successive (a partire da quella disneyana) preferiranno eliminare, come il pettine avvelenato con cui la regina travestita prova a uccidere Biancaneve ben prima della più celebre mela, ne introduce altri del tutto spuri: per esempio, qui la regina cattiva e la strega sono due personaggi differenti, che complottano insieme contro la protagonista (ed è la seconda a consegnare alla prima lo specchio magico). Inoltre, come detto, il cacciatore ha tre figlie che giocano un ruolo importante nella vicenda. Oltre ai sette nani (curiosità: i cartelli usano lo spelling dwarves, al posto del più corretto dwarfs, ben prima dell'uso che notoriamente ne farà Tolkien), tutti i personaggi hanno un nome. Altri elementi che invece rimarranno (e che Disney farà suoi) sono gli animaletti del bosco che aiutano Biancaneve (un uccellino e un coniglio). La pellicola fu distribuita nelle sale a Natale, come suggerisce l'incipit in cui si vede proprio Babbo Natale tirare fuori i personaggi della storia dal suo sacco, sotto forma di bambole che poi prendono vita.

6 agosto 2022

Spencer (Pablo Larraín, 2021)

Spencer (id.)
di Pablo Larraín – GB/Germania 2021
con Kristen Stewart, Timothy Spall
***

Visto in TV (Prime Video).

Tre giorni della vita di Lady Diana (interpretata da un'ottima Stewart), quando la tormentata principessa del Galles, in occasione delle festività natalizie del 1991, trascorse da tutta la famiglia reale britannica nella tenuta della regina a Sandringham nel Norfolk, prese la decisione di divorziare dal principe Carlo. La ricostruzione degli eventi, naturalmente, è immaginaria (il sottotitolo del film è "Una favola tratta da una tragedia vera"), con l'attenzione del regista (e dello sceneggiatore Steven Knight) tutta proiettata sul personaggio principale, ritratto come infelice e depressa, sull'orlo del suicidio e della follia (le compare spesso davanti il fantasma di Anna Bolena, della quale sta leggendo una biografia, che la convince a tagliare i ponti con il marito e l'intera famiglia reale). Attorno a lei, un mondo fatto di formalità, di tradizioni, di controllo (ogni abito che deve indossare in ogni momento della giornata è stato già accuratamente scelto e preparato per lei), dove "non c'è futuro, e il passato e il presente sono uguali": una vera e propria prigione tanto all'interno quanto all'esterno (dove già impazzano quei fotografi e paparazzi che causeranno la sua fine, anche se non è quella la materia di questo film). Dopo "Neruda" e, soprattutto, "Jackie" (con cui ha moltissimo in comune, nel soggetto, nella forma e nei contenuti), un altro atipico biopic per il talentuoso Larraín, che sfoggia qui una regia quasi "kubrickiana" nella sua perfezione, con ampio ricorso alla steadycam, ai carrelli, alla cura di ambienti e primi piani. Il risultato è sobrio e solenne, apparentemente freddo (come la temperatura nel palazzo, reale o metaforica) ma in realtà che scava in modo tagliente e attento nella psicologia del personaggio. Anche Diana, in qualche modo, è legata al passato: a pochi passi da Sandringham si erge l'antica residenza degli Spencer, e uno spaventapasseri nei campi sfoggia il vecchio giaccone di suo padre, che la principessa scambierà con il proprio abito prima di fuggire dal palazzo insieme ai figli, in quello che sembra in tutto e per tutto il lieto fine di una favola (anche riappropriarsi del cognome "Spencer" sarà un po' un modo per ritrovare sé stessa e prendere le distanze dalla famiglia reale): per l'occasione, anche l'interessante ma angosciante colonna sonora di Jonny Greenwood, a base di musica da camera e sonorità sperimentali, lascia il posto a una canzone moderna, "All I need is a miracle" di Mike and the Mechanics. Stewart (nominata all'Oscar) è la mattatrice, ma attorno a lei si muovono attori come Timothy Spall (il maggiore Gregory, "sorvegliante" della tenuta), Sally Hawkins (Maggie, la cameriera personale di Diana), Jack Farthing (il principe Carlo) e Sean Harris (il capo cuoco).

27 febbraio 2022

Da Mayerling a Sarajevo (Max Ophüls, 1940)

Da Mayerling a Sarajevo (De Mayerling à Sarajevo)
di Max Ophüls – Francia 1940
con John Lodge, Edwige Feuillère
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

L'arciduca Francesco Ferdinando (John Lodge), erede al trono austriaco dopo la morte del cugino Rodolfo a Mayerling nel 1889, è malvisto a corte (e dallo stesso imperatore Francesco Giuseppe, suo zio) per via delle sue idee politiche liberali e riformiste (sogna addirittura di trasformare l'impero in una federazione di stati, sul modello degli Stati Uniti!). Innamoratosi della contessa Sophie Chotek, figlia di un nobile minore ceco, vede la sua relazione con lei osteggiata dal principe di Montenuovo (Aimé Clariond), importante dignitario a lui ostile, che impone alla coppia un matrimonio morganatico (ovvero senza riconoscere alla moglie e agli eventuali figli alcun privilegio o tantomeno diritti sul trono d'Asburgo). La pellicola, di impostazione storico-romantica, si conclude con l'assassinio dell'arciduca a Sarajevo, nel 1914: è l'evento che scatenerà la prima guerra mondiale. Incastrato (come da titolo) fra i due "incidenti" che più di ogni altro hanno segnato la fine all'impero austro-ungarico e di fatto la storia dell'Europa centrale, un lavoro essenzialmente "alimentare" per Ophüls, che non ne mette in mostra (se non a tratti) le capacità artistiche: il film ebbe comunque scarso successo e venne bandito dalle sale quando, poco dopo la sua uscita, i nazisti occuparono la Francia, costringendo il regista – che già era fuggito dalla Germania nel 1933 – a un'ulteriore esilio negli Stati Uniti (farà ritorno in Francia solo negli anni Cinquanta). Jean Worms è l'imperatore Francesco Giuseppe, Gabrielle Dorziat l'arciduchessa Maria Teresa. Ai fatti di Mayerling, qui solo citati di sfuggita, Anatole Litvak aveva dedicato un bel film nel 1936, di cui questo può essere considerato praticamente il sequel (anche per via dei numerosi paralleli fra le innovative idee politiche e le tormentate vicende romantiche di Rodolfo e Francesco Ferdinando).

15 gennaio 2021

Il gladiatore (Ridley Scott, 2000)

Il gladiatore (Gladiator)
di Ridley Scott – USA/GB 2000
con Russell Crowe, Joaquin Phoenix
***1/2

Rivisto in TV.

Nell'anno 180 dopo Cristo, la morte dell'imperatore Marco Aurelio (Richard Harris) e l'ascesa al trono di suo figlio Commodo (Joaquin Phoenix) segnano anche la caduta in disgrazia di Massimo Decimo Meridio (Russell Crowe), valoroso generale ispanico dell'esercito romano, rimasto fedele agli ideali del vecchio sovrano. Scampato a un tentativo di assassinio, Massimo viene catturato e si ritrova dapprima schiavo e poi addestrato all'arte del combattimento nell'arena. E proprio come gladiatore torna a Roma per battersi nel Colosseo, intenzionato a vendicare la propria famiglia trucidata dai pretoriani del nuovo imperatore. Da uno script di David Franzoni (ispirato a un romanzo di Daniel P. Mannix del 1958), un lungometraggio epico e avventuroso entrato nella memoria collettiva, nonché uno dei maggiori successi al botteghino di Ridley Scott. Con un plot retorico e di grana grossa, colmo di inesattezze storiche ma anche di situazioni e frasi memorabili ("Al mio segnale scatenate l'inferno"), il film ha reso Crowe una star (dopo "L.A. Confidential") e ha riportato in auge il peplum – genere cinematografico che da decenni era scomparso dai radar delle grandi produzioni hollywoodiane – di cui rappresenta forse il punto più alto e al tempo stesso popolare (insieme al "Ben Hur" di William Wyler e allo "Spartacus" di Stanley Kubrick: ma erano appunto altri tempi). Viscerale e spettacolare nella messa in scena, fra la battaglia nei boschi che apre la pellicola (a Vindobona, contro le tribù germaniche), degna di Kurosawa e che ha ispirato Peter Jackson, i violenti scontri fra i gladiatori e una Roma antica ricostruita in computer grafica, il film non perde mai di vista i suoi personaggi, con la vicenda personale di Massimo che si intreccia con gli intrighi politici e dietro le quinte (lo scontro fra l'imperatore e il senato): co-protagonista al pari di Massimo è infatti il "cattivo" Commodo, figura complessa e ambivalente che ne è il perfetto contraltare. Tanto il primo è un eroe di guerra onorato e ammirato da tutti (sia da generale che da gladiatore, quando diventa un vero e proprio idolo delle folle), ma che sogna soltanto di tornare alla propria vita tranquilla da contadino (come Cincinnato), tanto il secondo è codardo, ambizioso, folle e spregiudicato, con un forte complesso di inferiorità e di inadeguatezza.

Pur nella sua folle megalomania – che si esplica negli istinti incestuosi verso la sorella Augusta Lucilla (Connie Nielsen) – e nella sua codarda cattiveria – vedi gli "abbracci" traditori al padre e a Massimo – Phoenix rende Commodo un personaggio in fondo umano e comprensibile, che aspira soltanto ad essere amato e a ricevere quel rispetto che nessuno sembra volergli riconoscere: così si spiega il suo desiderio di offrire al pubblico fastosi giochi al Colosseo, all'insegna del motto "panem et circensem", e così si giustifica l'inverosimile scena finale in cui scende personalmente nell'arena per battersi con il rivale. Pare che in effetti il vero Commodo si dilettasse nella lotta: tuttavia le inaccuratezze storiche, come dicevamo, sono numerose, anche se alcune si sono rese necessarie per esigenze di trama. Molti comunque i riferimenti a figure e personaggi reali: pur immaginario, per esempio, Massimo è un misto fra Marco Nonio Macrino (generale di Marco Aurelio), Cincinnato appunto (che dopo le sue vittorie tornò a vivere nella propria fattoria), Spartaco (che guidò la rivolta dei gladiatori) e Narcisso (che uccise Commodo). Buona anche la resa della grandezza dell'impero romano, di cui – oltre la capitale – si mostrano province agli angoli più remoti, dai confini germanici alle regioni nordafricane, e quasi da brividi gli accenni "ultraterreni" al passaggio di Massimo nei Campi Elisi, nel finale, evocato peraltro dalla prima scena del film (la mano che sfiora le spighe di grano). Nel cast anche Oliver Reed (Proximo, l'ex gladiatore che addestra Massimo), Derek Jacobi (il senatore Gracco), Djimon Hounsou (lo schiavo Juba), Ralf Moeller, David Hemmings e Tommy Flanagan. Fondamentale la musica di Hans Zimmer, che pure ricicla suggestioni precedenti, nobili o meno (da Richard Wagner a Gustav Holst, fino al Vangelis del "1492" dello stesso Scott), anticipando in certi temi sé stesso ("Pirati dei Caraibi"). Il brano più celebre, l'elegiaco "Now we are free", è stato scritto insieme alla cantante Lisa Gerrard dei Dead Can Dance, che lo interpreta vocalmente (in Italia, purtroppo, è ormai associato indelebilmente alla pubblicità del Mulino Bianco). Dodici nomination ai premi Oscar e cinque statuette vinte: quelle per il miglior film, l'attore protagonista, i costumi, il sonoro e gli effetti speciali (ma avrebbe meritato almeno anche quelle per la regia e la colonna sonora).

30 ottobre 2020

La famosa invasione degli orsi in Sicilia (L. Mattotti, 2019)

La famosa invasione degli orsi in Sicilia
(La fameuse invasion des ours en Sicile)
di Lorenzo Mattotti – Francia/Italia 2019
animazione tradizionale
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Dal romanzo di Dino Buzzati (che ho letto e apprezzato da bambino), affascinante fiaba a sfondo morale ambientata in una Sicilia arcaica, immaginaria e fantastica, quando l'isola era piena di montagne e vi coesistevano uomini e animali parlanti, un film d'animazione diretto e illustrato dal grande disegnatore Lorenzo Mattotti, alla sua prima regia in un lungometraggio (dopo aver collaborato con un segmento nel 2007 al film collettivo "Peur(s) du noir"). La vicenda degli orsi che scendono dalle montagne in cerca di cibo e soprattutto di Tonio, il figlio del re Leonzio che è stato rapito dagli esseri umani per farlo esibire in un circo, comincia come una fiaba classica (ed è narrata infatti da un cantastorie), piena di animali antropomorfi ed elementi fantastici (il mago, i fantasmi, l'orco, il gigantesco gatto mammone...). Ma è la seconda parte, che giunge dopo l'apparente lieto fine, a dare alla vicenda il suo maggior peso, un ammonimento contro il vizio e la corruzione che può fare presa anche sulle creature più innocenti: dopo la vittoria, e vivendo a contatto con gli esseri umani, anche gli orsi si lasciano infatti contaminare dai loro difetti, a partire dalla sete di potere e di ricchezza. Ed ecco che l'utopia di pace e prosperità che sembrava regnare si corrompe attraverso delitti e tradimenti. Il film ha richiesto sei anni di lavoro: l'animazione è morbida, ma sono soprattutto i disegni – che si ispirano peraltro alle illustrazioni dello stesso Buzzati – a colpire per l'eleganza, l'astrattezza, la ricchezza cromatica e l'uso delle ombre, tutte caratteristiche del tratto di Mattotti anche nelle pagine dei suoi libri e fumetti, con alcuni riferimenti pittorici (Paolo Uccello, Giorgio De Chirico...) in aggiunta. Il cast vocale può contare su diverse star (quali Toni Servillo, Andrea Camilleri, Antonio Albanese e Corrado Guzzanti nella versione italiana; Jean-Claude Carrière, Leïla Bekhti e lo stesso Mattotti in quella francese).

27 dicembre 2019

The coronation of Edward VII (G. Méliès, 1902)

L'incoronazione di Edoardo VII
(The coronation of Edward VII, aka Le sacre d'Edouard VII)
di Georges Méliès – GB/Francia 1902

Visto su YouTube.

Questo cortometraggio (uno dei pochissimi lavori di Méliès realizzati su commissione e non distribuiti attraverso la sua Star Film) mostra l'incoronazione del sovrano britannico Edoardo VII e della regina Alessandra, avvenuta nell'abbazia di Westminster il 9 agosto 1902. Non si tratta però della ripresa dell'evento reale, ma di una ricostruzione realistica (e condensata) con attori e un fondale dipinto, girata in anticipo in modo da poterla proiettare nelle sale il giorno stesso della vera cerimonia. Più che il film stesso, è interessante la storia dietro la sua realizzazione. Il progetto nasce dall'americano Charles Urban, che si era trasferito in Inghilterra per conto di Edison, diventando poi dal 1897 un produttore e distributore indipendente di pellicole cinematografiche. In previsione dell'incoronazione reale, un evento che attirava su di sé curiosità e interesse da ogni parte d'Europa (era la prima nel suo genere da quella della regina Vittoria, oltre sessant'anni prima, e prometteva di essere assai spettacolare per riflettere lo stato di potenza imperiale della nazione), Urban aveva chiesto il permesso di poter filmare la cerimonia, permesso che però gli venne negato. Commissionò allora a Méliès, a quei tempi uno dei cineasti più acclamati al mondo (i cui lavori venivano distribuiti in Gran Bretagna dallo stesso Urban), la realizzazione di una versione simulata, nello spirito delle tante “actualités reconstituées” che il regista francese aveva prodotto negli anni precedenti (come “L'affaire Dreyfus”), con l'unica differenza che in questo caso bisognava “ricostruire” qualcosa che non era ancora avvenuto! L'operazione fu favorita dal fatto che l'incoronazione si sarebbe basata su un rituale prestabilito, progettato dal Visconte di Esher, i cui dettagli vennero forniti da Urban a Méliès. Il film fu girato in Francia, con attori scelti per la loro somiglianza con i vari politici, dignitari e teste coronate presenti alla cerimonia. Quando la pellicola era ormai completata e già pronta per la proiezione, giunse la notizia che l'incoronazione – inizialmente prevista per il 26 giugno – era stata rimandata di sei settimane perché il futuro sovrano doveva essere operato di appendicite acuta. Questo consentì a Urban e Méliès di aggiungere all'ultimo momento alcune riprese reali della processione di carrozze per le strade di Londra (purtroppo gran parte di queste scene sono andate perdute). Pur essendo chiaro che non si trattava dell'autentica cerimonia (conteneva persino alcuni passaggi che nella realtà, a causa dello stato di salute del re, furono omessi), alla sua uscita il film riscosse un notevole successo commerciale: lo stesso Edoardo lo vide pochi giorni più tardi e si disse molto soddisfatto. Lo stile, come detto, è realistico, privo della teatralità e della fantasia che caratterizzavano gli altri lavori di Méliès: inizialmente il regista aveva immaginato di far apparire la regina Vittoria, madre del nuovo sovrano, al suo fianco come una visione, ma Urban fu categorico nel richiedere una simulazione del rituale il più fedele possibile (con un'unica eccezione: in una lettera il produttore raccomandò a Méliès: “In realtà il re è parecchio più basso della regina, ma questo non si deve vedere sullo schermo. Il re è molto sensibile sull'argomento, e desidera sempre apparire leggermente più alto della regina”). Una curiosità: pur girato “in casa” del regista francese, a Montreuil, e sotto la sua direzione, il film venne realizzato con una cinecamera fornita da Urban e anche l'operatore era inglese, nientemeno che il pioniere del cinema britannico George Albert Smith.

13 settembre 2019

Un uomo per tutte le stagioni (F. Zinnemann, 1966)

Un uomo per tutte le stagioni (A man for all seasons)
di Fred Zinnemann – GB 1966
con Paul Scofield, Robert Shaw
***1/2

Rivisto in divx alla Fogona, con Marisa.

Inghilterra, 1529: l'integerrimo sir Thomas More, avvocato e Lord Cancelliere del regno, non nasconde la propria disapprovazione di fronte al desiderio del re Enrico VIII di divorziare dalla sua prima moglie per risposarsi con Anna Bolena. In seguito, rifiutandosi – in quanto cattolico – di accettare il sovrano come capo supremo della nuova chiesa anglicana, verrà rinchiuso nella Torre di Londra e condannato a morte per tradimento. Da un testo teatrale di Robert Bolt, che ha adattato personalmente la sceneggiatura per il grande schermo, un apologo sul tema dell'integrità morale, sacrificando ogni cosa (compresa la vita) pur di non tradire i propri principi e la propria coscienza: speculare a quella di More è infatti la parabola del giovane Richard Rich (John Hurt), che si lascia invece corrompere dalla sete di ricchezza e di potere, tradendo e spergiurando pur di fare carriera. L'ottimo cast vede Robert Shaw nei panni di Enrico VIII, Leo McKern in quelli di Thomas Cromwell, rivale e successore di More, e Orson Welles in una breve comparsata in quelli del cardinale Wolsey, suo predecessore. Wendy Hiller e Susannah York sono rispettivamente la moglie e la figlia di More, Nigel Davemport è il duca di Norfolk, Vanessa Redgrave appare brevemente come Anna Bolena. L'attore shakesperiano Paul Scofield aveva interpretato il ruolo di More anche a teatro: i produttori avrebbero voluto dare la parte a Richard Burton o Laurence Oliver, ma Zinnemann si impuntò. Ottima la ricostruzione storica, anche se non c'è bisogno di scene sontuose, epiche o spettacolari: il film riflette su politica e teologia con toni intimi e meditativi. Il titolo proviene da una definizione di Thomas More da parte di un suo contemporaneo. Grande successo di critica, con otto nomination agli Oscar e sei statuette vinte: quelle per il miglior film, la regia, il protagonista, la sceneggiatura, la fotografia (con i colori vibranti di Ted Moore) e i costumi. Nel 1988 Charlton Heston diresse e interpretò un rifacimento televisivo del dramma teatrale.

26 luglio 2019

Katia, regina senza corona (R. Siodmak, 1959)

Katia, regina senza corona (Katia)
di Robert Siodmak – Francia 1959
con Romy Schneider, Curd Jürgens
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Innamorata dello zar Alessandro II (Jürgens), la giovane principessa decaduta Ekaterina "Katia" Dolgorukova (Schneider) ne diventa la protetta e l'amante, restando al suo fianco durante i suoi tentativi di riformare l'impero (abolendo il servaggio e concedendo una costituzione al popolo), ma dovrà assistere impotente al suo assassinio per mano di rivoluzionari fomentati dai suoi stessi ministri. Remake di un film del 1938 con Danielle Darrieux, la pellicola si ispira alla biografia di Katia scritta dalla principessa rumena Martha Bibescu e romanza diversi dettagli della vicenda reale, mantenendo però intatti i principali eventi storici. Come risultato, il film soffre per una certa mancanza di equilibrio, essendo quasi diviso in due: una prima parte più romantica e sentimentale, incentrata sul rapporto fra i due protagonisti, e una seconda più storica e politica, con lo zar che deve far fronte alle rivolte popolari e ai complotti di corte, in particolare quelli del ministro della polizia Koubaroff (Pierre Blanchar). Poco ispirato, ma si salvano la regia competente di Siodmak (al secondo film francese dopo essere tornato in Europa) e gli interpreti. La Schneider, all'epoca solo ventunenne, era già celebre per le pellicole in cui aveva vestito i panni di un'altra "sovrana", l'imperatrice Sissi (Elisabetta d'Austria). Monique Mélinand è la zarina Maria, Françoise Brion la rivoluzionaria Sofia Perovskaya.

26 gennaio 2019

La favorita (Yorgos Lanthimos, 2018)

La favorita (The favourite)
di Yorgos Lanthimos – Irlanda/GB/USA 2018
con Olivia Colman, Emma Stone, Rachel Weisz
***1/2

Visto al cinema Colosseo.

Alla corte della regina Anna Stuart (Olivia Colman), nell'Inghilterra agli inizi del Settecento, le cugine Sarah Churchill (Rachel Weisz) e Abigail Masham (Emma Stone) si contendono la sua amicizia, i suoi favori (anche sessuali) e il ruolo di dama di compagnia e consigliera. Eccezionale e pungente period drama sul tema del potere, virato in chiave femminile attraverso un triangolo (isoscele) ai cui vertici troviamo tre attrici in stato di grazia. Ispirato a figure reali, è una sorta di "Eva contro Eva" in chiave storica: come nel film di Mankiewicz, la nuova arrivata (Abigail in questo caso) prova a scalzare la rivale – Sarah, duchessa di Marlborough, da sempre la più stretta amica e confidente della regina, al punto da condizionarne anche le scelte politiche – fingendo innocenza e utilizzando trucchi e manipolazioni di ogni tipo, compiendo così una vera e propria scalata sociale. Lo stile di Lanthimos (da notare stilisticamente l'uso del grandangolo) fonde, qui più che mai, il rigore di Kubrick (durante numerose scene viene spesso in mente "Barry Lindon", anche per via dell'illuminazione a candela o della colonna sonora a base dei soliti Händel, Bach, Purcell, Vivaldi, Schumann e Schubert: ma non mancano compositori moderni o sperimentali come Messiaen, Luc Ferrari e Anna Meredith) con il grottesco di Greenaway ("I misteri del giardino di Compton House": e si pensi anche ai colloquiali titoletti dei vari capitoli). Ma rispetto ai suoi lavori precedenti, almeno apparentemente, c'è un evidente scarto: per la prima volta ci troviamo in un luogo e in un'epoca storica ben precisa, e la vicenda appare più lineare e "accessibile" e meno ostica (anche perché la pellicola non è scritta da lui né dal suo consueto collaboratore Efthymis Filippou). In realtà non manca nemmeno stavolta quel senso di universalità, tipico della tragedia greca, che trasforma i personaggi in simboli e personificazioni delle passioni umane (il dominio, la gelosia, la devozione, l'inganno, la sofferenza, la dipendenza). E il divertimento è garantito dai tanti momenti stranianti, surreali o insoliti che arricchiscono la vicenda e donano spessore a tutte le figure, comprese quelle di contorno. La corte di Anna è un microcosmo dove gli eventi del mondo esterno (la guerra contro la Francia, per esempio) sono filtrati o alterati dalle idiosincrasie personali, dagli intrighi, dagli interessi o dalle distrazioni più bizzarre (la corsa delle anatre, il lancio delle melagrane). La stessa regina, forse il personaggio più complesso del film, trasfigura le proprie sofferenze in qualche modo (il dolore per la morte dei figli – non ha mai portato a termine una gravidanza – è sublimato dall'affetto per i conigli che tiene come animali domestici). E i temi del potere, della dominanza e della sottomissione assumono le forme più diverse (sessuali, ludiche, politiche). Le tre interpreti sono state giustamente nominate tutte e tre all'Oscar: ma chissà in base a quali criteri la Colman è stata candidata come miglior attrice, mentre la Stone e la Weisz come non protagoniste (sarebbe stato forse più giusto il contrario). In ogni caso, la pellicola ha ricevuto ben dieci nomination, compreso quelle per il miglior film, la regia, la sceneggiatura originale (di Deborah Davis e Tony McNamara) e i costumi. La Weisz e la Colman avevano già recitato per Lanthimos in "The lobster". Nel cast anche Nicholas Hoult (Harley), Joe Alwyn (Masham) e James Smith (Godolphin).

27 novembre 2018

L'ultimo imperatore (B. Bertolucci, 1987)

L'ultimo imperatore (The Last Emperor)
di Bernardo Bertolucci – Italia/GB 1987
con John Lone, Joan Chen
***

Rivisto in DVD, per ricordare Bernardo Bertolucci.

Salito al trono nel 1908 a soli 3 anni, Pu Yi è stato l'ultimo imperatore della Cina: la sua abdicazione forzata, alla nascita della Repubblica Popolare Cinese, ha posto fine a una tradizione bimillenaria. Questo kolossal storico-epico di enorme successo (conquistò, fra le altre cose, ben 9 premi Oscar, fra cui quelli per la miglior pellicola e il miglior regista) si basa sulla sua autobiografia, scritta in tarda età, e racconta – attraverso le vicende personali del protagonista – le immense trasformazioni che il paese ha vissuto nel corso del Novecento, dopo secoli (millenni?) di immobilismo. E sotto questo aspetto, nonostante l'ambientazione esotica (la Cina può sembrare quanto di più lontano dalla provincia emiliana o dai confini europei), non mancano i punti in comune con gli altri capolavori di Bernardo Bertolucci, "Novecento" appunto, ma anche "Il conformista" (con la sua ragnatela di passioni e intrighi politici, rievocati in particolare nelle sequenze in cui Pu Yi diventa il sovrano dello stato fantoccio del Manchukuo). Strutturata come una serie di flashback, la sceneggiatura segue la prigionia di Pu Yi bambino all'interno della sua stessa corte, dalla quale non può uscire né quando è il divino "figlio del cielo" né quando rimane solo un simbolo mentre all'esterno il mondo sta cambiando rapidamente. In fondo non è dissimile dal topolino, dal grillo o dagli altri animaletti di corte. Dal carattere aperto, riformista ed esterofilo (anche per merito del precettore britannico Reginald Johnston), per tutta la vita Pu Yi rimane suo malgrado una pedina in mano ad altri: prima ai nazionalisti cinesi, e poi ai giapponesi che lo mettono a capo della Manciuria occupata. Infine, a guerra terminata, è accusato di collaborazionismo dal Partito Comunista e rinchiuso in un "campo di rieducazione", dal quale uscirà dopo dieci anni, nel 1959, per vivere gli ultimi suoi giorni da cittadino comune. Le ultime sequenze (forse immaginarie) ce lo mostrano mentre visita il suo palazzo, ormai diventato un'attrazione turistica. Per la prima volta una troupe cinematografica occidentale ebbe il permesso, da parte delle autorità cinesi, di girare all'interno della Città Proibita, la vasta cittadella che fu sede della corte imperiale. Bertolucci ebbe totale libertà d'azione, e il risultato è sontuoso, grazie anche alla fotografia di Vittorio Storaro. Nella sua lunghezza (due ore e quaranta minuti), il film attraversa molteplici fasi e atmosfere: dallo splendore formale dei riti e dei cerimoniali di corte, al progressivo svuotamento del palazzo man mano che il sovrano cresce, dal trasferimento a Tianjin ai venti di guerra, dagli interrogatori nella prigione all'avvento della rivoluzione culturale di Mao (con gli inesorabili contrappassi che genera ogni svolta di potere). La produzione richiese quasi 20.000 comparse, molte delle quali fornite dall'esercito cinese. Nel ruolo di Pu Yi si alternano quattro attori: John Lone è l'imperatore da adulto, mentre tre bambini o ragazzini lo interpretano a varie età (a 3, a 8 e a 15 anni). Joan Chen è Wanrong/Elizabeth, l'imperatrice, mentre Wu Junmei è Wenxiu, la seconda moglie. Peter O'Toole è il precettore scozzese, Ying Ruocheng il governatore della prigione, Ryuichi Sakamoto (autore anche delle musiche) il giapponese Amakasu. Nel cast anche Victor Wong (il gran tutore), Dennis Dun, Maggie Han (la spia "Gioiello d'oriente"), Cary-Hiroyuki Tagawa e il regista Chen Kaige (il capo delle guardie). Al vasto successo di critica non sono estranei la cura dei costumi, delle scenografie e del montaggio. E il film rimane forse l'esempio per eccellenza del respiro vasto e internazionale che il cinema italiano un tempo poteva vantare (anche attraverso le co-produzioni, come in questo caso).

16 novembre 2018

Aspettando il re (Tom Tykwer, 2016)

Aspettando il re (A Hologram for the King)
di Tom Tykwer – USA/Fra/Ger 2016
con Tom Hanks, Alexander Black
**

Visto in TV.

Alan Clay (Hanks), venditore in crisi familiare, professionale e di salute, viene inviato dalla sua azienda in Arabia Saudita per cercare di vendere al re di quel paese – che sta costruendo una gigantesca città nel deserto – un avveniristico sistema di teleconferenze olografico. Ma il sovrano non si fa vivo, e l'incontro con lui viene rimandato di giorno in giorno senza che a Clay (in un crescente stato di frustrazione e alienazione) vengano fornite spiegazioni... Da un romanzo di Dave Eggers, una pellicola che mostra un personaggio catapultato dall'altra parte del mondo, in un paese a lui totalmente estraneo e incomprensibile (potrebbe essere su Marte, per quanto lo riguarda), dove però finirà per trovare un punto di contatto. Gli echi kafkiani ("Il castello", "Davanti alla legge") e beckettiani ("Aspettando Godot", evocato dal titolo italiano), gli accenni ai pericoli dell'economia globale (l'outsourcing), la crisi personale ed esistenziale, si intrecciano in un film che parte bene ma che da metà in poi comincia a perdere per strada il proprio focus, trascinandosi verso un improbabile lieto fine hollywoodiano (la love story con la dottoressa). Surreali e suggestive le scene della città in costruzione nel deserto, ma per il resto l'ambientazione araba appare stereotipata (un po' come lo era quella giapponese in "Lost in translation", film con cui ha qualche similarità). La regia di Tykwer è comunque spigliata. Flop al botteghino, nonostante un buon Hanks. Alexander Black è l'autista, Sarita Choudhury la dottoressa, Sidse Babett Knudsen la collega danese. Nel cast anche Ben Whishaw e Tom Skerritt.

28 settembre 2018

Shadow (Zhang Yimou, 2018)

Shadow (Ying)
di Zhang Yimou – Cina 2018
con Deng Chao, Sun Li, Zheng Kai
**1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Ambientato nell'epoca in cui la Cina era divisa in più regni, il film ha come protagonista Jing (Deng Chao), una "Ombra", ovvero un sosia perfetto che il comandante dell'esercito del regno di Pei utilizza come propria controfigura da quando versa in gravi condizioni di salute per via di una ferita inflittagli dal rivale Yang. Il comandante vorrebbe riconquistare la città di Jing, caduta in mano nemica, e utilizza il sosia per forzare la mano al proprio re (Zheng Ryan), che invece non intende rompere la tregua con quello che ora è un alleato. Uno spunto che ricorda il "Kagemusha" di Kurosawa (ma gli sviluppi sono differenti), complessi intrighi di corte, eleganti duelli all'arma bianca, e anche un sanguinoso finale shakespeariano in cui muoiono (quasi) tutti: nel nuovo film di Zhang Yimou c'è l'intero repertorio delle pellicole wuxiapian di ambientazione storica. Ma a rimanere impresso è lo stile estetico con cui è girato, a cominciare dalla tavolozza cromatica: se si eccettua il colorito roseo delle persone, la luce gialla delle candele e il rosso del sangue, tutto il film è praticamente in bianco e nero, una bicromia che caratterizza interni ed esterni, oggetti ed edifici, costumi e armature. Il bianco e nero richiama ovviamente la duplicità (bene/male, maschio/femmina, yin/yang), che si riflette anche nelle scenografie (i duellanti si battono sopra un enorme simbolo del tao) oltre che ovviamente nella trama, incentrata sul tema del doppio e dei tradimenti. Spettacolari, come al solito, le scene d'azione (dai duelli di addestramento fra il comandante e la sua ombra, interpretati peraltro dallo stesso attore, all'assalto alla città assediata), con combattimenti alquanto originali (l'ombrello utilizzato contro l'alabarda, i movimenti sinuosi femminili contro quelli rigidi maschili). Guan Xiaotong è l'indomita principessa, Sun Li la moglie del comandante, Wang Qianyuan il capitano Tian.

11 luglio 2018

La regina Elisabetta (Mercanton, Desfontaines, 1912)

La regina Elisabetta (Les amours de la reine Élisabeth)
di Louis Mercanton, Henri Desfontaines – Francia 1912
con Sarah Bernhardt, Lou Tellegen
*1/2

Visto su YouTube.

Muto francese in quattro rulli (circa 44-50 minuti) sulla presunta relazione di Elisabetta I d'Inghilterra con il suo favorito Robert Devereux, conte di Essex. Un amore infelice, visto che lei stessa, scoprendolo infedele (ma anche per via degli intrighi dei suoi nemici), lo condannerà a morte per tradimento. Il maggior motivo di interesse sta nell'interprete principale, nientemeno che la celebre attrice teatrale Sarah Bernhardt, che all'epoca aveva 64 anni (e che comunque non era alla prima esperienza cinematografica). Condensato da un omonimo dramma teatrale, il film fu co-finanziato dal produttore americano Adolph Zukor, che ottenne in cambio i diritti per la distribuzione negli Stati Uniti. Proiettata nei teatri di Broadway, dove riscosse un grande successo, la pellicola contribuì a "sdoganare" l'industria cinematografica agli occhi di chi, soprattutto impresari e attori teatrali, fino ad allora la guardava dall'alto in basso (il cinema, in particolare negli Stati Uniti, era ancora considerato come una curiosità rivolta agli strati meno acculturati della popolazione: la presenza della Bernhardt fece cambiare idea a molti). Il successo aiutò inoltre Zukor a lanciarsi nella realizzazione di pellicole di lunga durata e altamente spettacolari attraverso la casa di produzione da lui fondata, la Famous Players, che diventerà la Paramount Pictures. Detto questo, rivisto oggi "La regina Elisabetta" è tutt'altro che un film memorabile, e (durata a parte) non sembra rappresentare un passo avanti rispetto a quanto si era visto negli anni immediatamente precedenti. Abbiamo una successione di lunghe scene d'insieme (precedute da didascalie che ne anticipano il contenuto) di impostazione teatrale, senza primi piani, dettagli di inquadratura o stacchi di montaggio. Certo, allora questa era ancora la consuetudine: ma in un periodo in cui il cinema stava facendo passi da gigante anno dopo anno nell'evoluzione del proprio linguaggio (tanto che Porter e Griffith stavano già muovendosi in direzioni più sofisticate), questo film sembra l'ultimo fuoco di un passato in via di estinzione più che un'anticipazione del futuro. Belli comunque i costumi sfarzosi.

1 luglio 2018

L'assassinio del Duca di Guisa (A. Calmettes, 1908)

L'assassinio del Duca di Guisa (L'assassinat du duc de Guise)
di André Calmettes – Francia 1908
con Charles Le Bargy, Albert Lambert
**1/2

Visto su YouTube.

Il re Enrico III di Valois complotta per assassinare il suo rivale Enrico di Lorena, Duca di Guisa, protetto dalla marchesa di Noirmoutier, di cui è l'amante. Con uno stratagemma lo convoca al Castello di Blois il 23 dicembre 1588 e lo fa pugnalare dalle sue guardie. Questo episodio storico è il soggetto di un film assai importante e significativo per l'epoca, il primo realizzato dalla neonata casa di produzione Le Film d'Art, fondata quello stesso anno su sollecitazione dei membri della Comédie-Française (e che per questo motivo, a differenza delle rivali Pathé e Gaumont, impiegava attori teatrali già affermati e noti al pubblico). Il film ebbe grande successo anche all'estero e, in particolare, influenzò la nascente industria cinematografica italiana, ispirandola a dedicarsi a soggetti di natura storica, epica o letteraria. Diviso in sei quadri (il quarto dei quali presenta alcuni stacchi di inquadratura) per una durata di due rulli (circa 18 minuti), il film è notevole per la composizione della scena, la collocazione delle figure all'interno di essa (pur con la camera fissa, i personaggi entrano ed escono dall'inquadratura), la cura dei costumi e degli scenari, e anche la qualità della recitazione, che pare più naturale con movimenti più misurati e meno enfatici rispetto alla media dell'epoca, il che permette di caratterizzare bene i personaggi (il Duca, talmente sicuro di sé da risultare quasi sfacciato, e il Re, perfido e codardo, che ha timore del nemico anche da morto). Pare che questa sia stata una scelta consapevole dell'attore Charles Le Bargy (che recita nei panni del re Enrico III e che fu responsabile della direzione degli attori, mentre Calmettes è accreditato della messa in scena), che preferì concentrarsi sulle espressioni del volto anziché sul gesticolare tipico delle pantomime, imponendo anche al resto del cast dei movimenti "lenti, misurati ed espressivi" (a volte restando quasi immobile, come in un dipinto). Albert Lambert è il Duca di Guisa, Gabrielle Robinne è la marchesa. La sceneggiatura, assai attenta al contesto e alla ricostruzione storica, è di Henri Lavedan. Da segnalare inoltre la colonna sonora originale, forse la prima mai composta appositamente per un film, opera nientemeno che di Camille Saint-Saëns (fu pubblicata poi come Op. 128 per corde, piano e harmonium).

26 marzo 2018

Legend of the demon cat (Chen Kaige, 2017)

Legend of the Demon Cat (Yao mao zhuan, aka Kukai)
di Chen Kaige – Cina/Giappone 2017
con Shota Sometani, Huang Xuan
*1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

All'epoca della dinastia Tang (ottavo secolo dopo Cristo), a Chang'an (l'odierna Xi'an, a quei tempi capitale della Cina), un monaco giapponese e un poeta cinese indagano sulla morte dell'imperatore, a opera di un gatto demoniaco, e scoprono che si tratta di una vendetta per un fatto avvenuto trent'anni prima... Sontuosa coproduzione fra Cina e Giappone, per un giallo/fantasy di ambientazione storica. Il regista di "Addio mia concubina", come il collega Zhang Yimou, ha ormai capito che darsi ai kolossal rende di più che continuare sulla strada del cinema d'autore. Ma pur se visivamente splendido (le scenografie sono talmente belle, e costose, che saranno trasformate in un parco aperto al pubblico), ricco di effetti speciali (che permettono di riprodurre le tante illusioni e le magie in cui affonda la storia), di costumi magnifici e di spunti fantastici su temi come l'amore, la poesia, l'illusione, la vita e la morte, lo spettacolo soffre dei difetti solitamente associati a questo tipo di film. Su tutti un ritmo che non fornisce mai allo spettatore una pausa per riflettere o per digerire quello che sta vedendo, e che continua a introdurre nuovi personaggi e nuovi scenari senza un attimo di tregua, con il risultato che di quello che accade sullo schermo, in fondo, non ce ne importa mai nulla. E i tanti personaggi, che siano significativi per la vicenda oppure – come è evidente in alcuni casi – introdotti solo per accrescere il numero delle star (cinesi o giapponesi) nella locandina, non lasciano alcuna traccia nella memoria. Fanno eccezione i due protagonisti, insoliti detective che richiamano la coppia Holmes/Watson, e la misteriosa Lady Yang (Sandrine Pinna), l'esotica moglie dell'imperatore il cui destino è all'origine dell'intera vicenda. Ma per il resto, la noia impera e la sensazione è quella di assistere a un vuoto esercizio di stile. Nel cast anche Qin Hao, Kitty Zhang e Hiroshi Abe.

12 novembre 2017

Vizi privati, pubbliche virtù (M. Jancsó, 1976)

Vizi privati, pubbliche virtù (Magánbűnök, közerkölcsök)
di Miklós Jancsó – Italia/Jugoslavia 1976
con Lajos Balázsovits, Teresa Ann Savoy
**

Visto in divx.

Rodolfo (Lajos Balázsovits), principe ereditario dell'impero austro-ungarico, trascorre le giornate nella sua tenuta da caccia a Mayerling banchettando con gli amici, rotolandosi nudo nella paglia, amoreggiando con la nutrice Teresa (Laura Betti) e le cameriere, e soprattutto complottando con i suoi due fratellastri/amanti, Sofia (Pamela Villoresi) e il duca (Franco Branciaroli), figli del primo ministro. Tanta dissolutezza e licenziosità, con la sua vena folle e infantile (giochi e canzoncine, il mostrarsi sempre nudo anche di fronte ai messi imperiali per "scandalizzarli"), è in realtà una forma di ribellione nei confronti del padre, l'imperatore Francesco Giuseppe, contro il quale trama anche politicamente. Dopo una festa orgiastica alla quale partecipano i figli dei più importanti aristocratici dell'impero (nei cui bicchieri Rodolfo e compagni hanno versato un potente afrodisiaco), lo scandalo rischia di diventare pubblico: l'autorità metterà tutto a tacere, facendo uccidere Rodolfo e i suoi amici e simulando un suo suicidio per amore. Girato in Croazia e sceneggiato dalla sua compagna Giovanna Gagliardo, è il più celebre (anche internazionalmente) dei film "italiani" di Jancsó, che rilegge gli eventi di Mayerling in un'atmosfera sospesa fra sogno e fantasia (vedi anche la fotografia e il tono alla Resnais) e senza troppa fedeltà storica (nella realtà, la morte del principe avvenne in pieno inverno). Il tema del sesso come forma di ribellione al potere arriva un po' tardi (il decennio della controcultura hippie era quello precedente) e, nonostante le abbondanti nudità, il film è poco erotico e anzi un po' noioso. Ciò non ha impedito ai solerti magistrati dell'epoca di sequestrare la pellicola e di condannare regista e sceneggiatrice per oscenità (ma solo in primo grado). In un certo senso, siamo di fronte a un "Salò" più leggero e ideologicamente capovolto. In ogni caso, come detto, la nudità e il comportamento scandaloso e folle di Rodolfo non sono fini a sé stessi, ma hanno lo scopo di dileggiare l'autorità del "nostro santo imperatore", come chiama sempre il padre, e con lui la famiglia, il potere, la religione: nei giochi di gruppo, fra fanciulle nude, veli bianchi, piume e bolle di sapone, compaiono anche maschere con le fattezze del Kaiser. E tutti sputano su un ritratto di quest'ultimo, mentre un'orchestrina suona ripetutamente musica istituzionale (compreso l'inno austriaco). Altri momenti di scherno sono quelli in cui il gruppo si accanisce contro un generale, rappresentante dell'autorità imperiale. Alla festa sono invitati anche gli artisti di un circo: e fra questi c'è Mary (Teresa Ann Savoy), sedicente baronessa del Galles (nonché ermafrodita, un altro fattore di scandalo), che il principe nominerà per scherzo sua sposa (all'interno di una pantomima sulla nascita di un nuovo regime), e che sarà poi fatta passare per l'amante per la quale si è suicidato (ovvero Maria Vetsera). Fra le molte comparse, nel ruolo di una delle ragazze alla festa, c'è una giovanissima Ilona Staller.

11 novembre 2017

Mayerling (Terence Young, 1968)

Mayerling (id.)
di Terence Young – Francia/GB 1968
con Omar Sharif, Catherine Deneuve
*1/2

Visto in divx.

L'arciduca Rodolfo d'Asburgo, erede al trono dell'impero austriaco, si innamora della giovane baronessa Maria Vetsera. L'amore è per lui l'unica via di fuga dai contrasti con il padre e da un matrimonio infelice: ma quando l'imperatore gli imporrà di troncare la relazione con Maria, sceglierà di suicidarsi insieme a lei nella tenuta da caccia di Mayerling. Praticamente un remake a colori del film del 1936 di Anatole Litvak (anche perché basato, proprio come quello, sul romanzo di Claude Anet che rilegge l'enigmatica vicenda in chiave prettamente romantica), con numerose scene quasi identiche, ma senza la stessa concisione o la stessa finezza nei dialoghi. Quello che nella versione di Litvak era un empatico ritratto dell'infelicità di un principe diventa qui un drammone storico-sentimentale molto meno accattivante. La confezione è più patinata (ottimi i costumi e le scenografie: il film fu girato in gran parte nei luoghi reali, ossia a Vienna e a Mayerling), la storia d'amore si fa più convenzionale e a poco serve dare maggior spazio al contesto storico e politico (con Rodolfo, di idee liberali, tentato di appoggiare le spinte autonomiste dell'Ungheria, anche a costo di andare contro il padre: benché, a dire il vero, lo faccia soprattutto per ritagliarsi uno spazio di libertà per sé stesso e per Maria). Nel calderone si accenna anche a un sottotesto edipico (il rapporto con la madre Elisabetta) e alla pazzia che scorre nella famiglia reale (con riferimenti al "cugino Luigi", ovvero Ludwig di Baviera). Sontuoso il cast: a Sharif e alla Deneuve (con gli occhiali) si affiancano James Mason (l'imperatore Francesco Giuseppe), Ava Gardner (l'imperatrice Elisabetta), Geneviève Page (la contessa Larisch), Ivan Desny (il conte Hoyos) e James Robertson Justice (il principe di Galles).

10 novembre 2017

Mayerling (Anatole Litvak, 1936)

Mayerling (id.)
di Anatole Litvak – Francia 1936
con Charles Boyer, Danielle Darrieux
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Nell'impero austriaco di fine Ottocento, l'arciduca Rodolfo d'Asburgo, infelice ed irrequieto erede al trono, si innamora della diciassettenne baronessina Maria Vetsera. In lei vede l'occasione per fuggire dalle pressioni e dagli obblighi di stato che lo tormentano (e che, fra le altre cose, gli avevano imposto il matrimonio con la principessa Stefania). Ma quando il padre, l'imperatore Francesco Giuseppe, si dichiara contrario alla relazione, ordinando loro di separarsi, Rodolfo e Maria preferiranno morire insieme, uccidendosi nella tenuta da caccia di Mayerling. Da un celebre fatto di cronaca che colpì profondamente la fantasia e l'opinione pubblica (anche perché le vere circostanze della fine dei due amanti non furono mai chiarite del tutto), un film elegante e romantico che, nonostante una certa ingenuità, coinvolge lo spettatore grazie alla caratterizzazione dei suoi protagonisti, spersi nell'ambiente della corte asburgica. Rodolfo, in particolare, è ritratto come sincero e sensibile, alla disperata ricerca di un'ancora di salvezza in un mondo che lo schiaccia con le pressioni sociali legate al suo ruolo (anche perché in contrapposizione al padre su più punti). Suzy Prim è la contessa Larisch, che facilita gli incontri clandestini dei due amanti. Gabrielle Dorziat è l'imperatrice Elisabetta, che dimostra un'anima affine a quella del figlio. Conoscendo già l'epilogo della vicenda, si può notare come parecchi dialoghi prefigurino la morte dei due protagonisti. Notevole anche la premonizione al matrimonio (quando Rodolfo dice alla madre: "Pregate che non incontri mai la donna della mia vita"). I fatti di Mayerling sono stati oggetto di numerosi film, di cui questo – tratto da un romanzo di Claude Anet – è soltanto uno dei primi. Lo stesso Litvak (qui al suo ultimo lavoro in Europa, prima di trasferirsi a Hollywood) ritornerà sull'argomento nel 1957 con un tv movie interpretato da Mel Ferrer e Audrey Hepburn. Da segnalare anche le versioni di Terence Young ("Mayerling" del 1968, praticamente un remake, con Omar Sharif e Catherine Deneuve) e quella "scandalosa" di Miklós Jancsó ("Vizi privati, pubbliche virtù" del 1976).

16 agosto 2017

Enrico V (Kenneth Branagh, 1989)

Enrico V (Henry V)
di Kenneth Branagh – GB 1989
con Kenneth Branagh, Derek Jacobi
***1/2

Rivisto in divx.

Per il suo esordio come regista cinematografico, l'allora ventottenne Kenneth Branagh sceglie di portare sullo schermo l'Enrico V di Shakespeare, misurandosi con la versione che ne aveva dato Laurence Olivier (anch'egli contemporaneamente regista e interprete) nel 1944. La storia del giovane sovrano d'Inghilterra che invade la Francia per rivendicarne il trono e sconfigge i suoi nemici nella campale battaglia di Agincourt (non prima di aver pronunciato davanti ai propri uomini un celebre discorso che fungerà da impronta e da modello per tante situazioni simili, a teatro come al cinema) è raccontata con energia e passione, e soprattutto con uno stile chiaramente cinematografico (notevoli, in particolare, i debiti a Kurosawa) che va al di là delle limitazioni teatrali (anche se la fedeltà al testo di Shakespeare non viene mai posta in discussione: è mantenuto persino il personaggio del coro, narratore che si rivolge agli spettatori invocando la loro magnanimità per la "povertà" della messa in scena). Shakespeare aveva già introdotto il personaggio di Enrico V nel precedente "Enrico IV": qui, messosi alle spalle gli anni giovanili trascorsi in bagordi con Falstaff e gli amici delle osterie (alcuni dei quali hanno comunque un ruolo, per quanto marginale, nella storia), è diventato un re dall'animo nobile e giusto, oltre che profondamente religioso. Ma al di là della caratterizzazione dei personaggi, il vero clou del dramma (e del film) risiede nella campale battaglia di Agincourt, che Branagh illustra con grande vigore, portando la macchina da presa in mezzo al fragore della mischia, sporcandola (e sporcandosi) di fango e sangue, e facendo ampio uso di ralenti appunto kurosawiani. Anche la musica fa la sua parte: nella colonna sonora di Patrick Doyle, diretta da Simon Rattle, spicca il canto dei soldati mentre attraversano il campo a battaglia finita. Fra tanti piccoli episodi da ricordare (Enrico alle prese con tre traditori; i continui incontri con l'ambasciatore Montjoy; l'arroganza dei nobili francesi, convinti di vincere facilmente; le scenette con i tre popolani Nym, Bardolfo e Pistola, figure comiche trattate però con tragico realismo; Caterina di Valois che cerca di imparare l'inglese), i momenti più suggestivi sono rappresentati dal giro in incognito del re nel campo immerso nella nebbia, alla vigilia della battaglia, per tastare l'umore dei soldati; e naturalmente dal già citato discorso di Agincourt, che riesce a caricare a mille i soldati inglesi nonostante la stanchezza e la netta inferiorità numerica ("Noi pochi, noi felici pochi"), promettendo loro gloria nel giorno di San Crispino e San Crispiano. L'esito dello scontro cambierà il destino dei due paesi e dell'Europa intera. Nel ricco cast, tanti nomi noti: fra gli altri, Derek Jacobi (il coro), Emma Thompson (Caterina), Robbie Coltrane (Falstaff), Brian Blessed (Exeter), Ian Holm (Fluellen), Christopher Ravenscroft (l'araldo Montjoy), Paul Scofield (il re di Francia), Richard Briers (Bardolfo), Judi Dench (Miss Quickly) e persino un Christian Bale ancora bambino (il figlioletto di Falstaff). In italiano Kenneth Branagh è doppiato da un ottimo Tonino Accolla. Premio Oscar per i migliori costumi, nomination a Branagh come regista e attore. Nel prosieguo della sua carriera, il cineasta tornerà ripetutamente ad affidarsi all'amato Shakespeare (realizzando, fra i tanti, i magnifici "Molto rumore per nulla" e "Hamlet").