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20 luglio 2022

Paese del silenzio e dell'oscurità (W. Herzog, 1971)

Paese del silenzio e dell'oscurità (Land des Schweigens und der Dunkelheit)
di Werner Herzog – Germania 1971
con Fini Straubinger, Else Fehrer
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Documentario sui sordociechi: il film segue in particolare Fini Straubinger di Monaco di Baviera, che Herzog aveva conosciuto durante le riprese del precedente "Futuro impedito". Fini, diventata completamente cieca a 15 anni e sorda a 18, racconta com'è la vita per chi, come lei, vive immerso nell'oscurità e nel silenzio (che poi in realtà non sono tali: come spiega lei stessa, si sentono continuamente rumori e ronzii, e anche gli occhi non vedono solo nero ma strani colori). I suoi ricordi di bambina e di ragazza, quando ancora vedeva e sentiva, le tornano in mente in continuazione: come le immagini di una gara di salto con gli sci. Rispetto ad altri "colleghi" di sventura, Fini è fra le più autonome: e infatti si occupa di volontariato, andando a fare visita ad altri sordociechi (soprattutto a quelli che vivono più isolati dagli altri, per esempio in campagna o negli istituti psichiatrici) per conto di un'associazione bavarese. Ciascuno ha un "accompagnatore" che li aiuta a comunicare fra loro e con il mondo esterno, grazie a un linguaggio esclusivamente "tattile", il metodo Lormen, che consiste in una serie di punti e di linee tracciate sul palmo della mano e lungo le dita. In generale, quello tattile è il principale modo che i sordociechi hanno per comunicare con il mondo, toccando oggetti e tastando forme. Fini e i suoi amici vengono così portati a volare per la prima volta (su un piccolo aeroplano), al giardino botanico a toccare le piante (persino i cactus!) e allo zoo ad accarezzare gli animali. Si incontrano regolarmente, per "parlare" e recitare poesie. Tutto, insomma, pur di non rimanere da soli a "naufragare nel buio e nel silenzio". Un film sincero, intenso, commovente, fra i migliori documentari di Herzog (ma d'altronde, quasi tutti i documentari di Herzog sono belli). La parte forse più impressionante è quella, nel finale, in cui incontriamo alcuni bambini che, a differenza di Fini, sono sordociechi dalla nascita: e ci viene spiegato che, se sin da piccoli non gli si insegna qualche forma di comunicazione, rimangono del tutto isolati dal mondo e chiusi in sé stessi, con conseguenze anche a livello mentale. Girato in maniera sobria e diretta, il film ha come unico accompagnamento alcuni brani di musica classica.

24 agosto 2021

Dancer in the dark (Lars von Trier, 2000)

Dancer in the dark (id.)
di Lars von Trier – Danimarca/Svezia/Francia 2000
con Björk, Catherine Deneuve
***1/2

Rivisto in divx.

Selma (Björk), madre single e immigrata negli Stati Uniti dalla Cecoslovacchia (la storia si svolge negli anni sessanta), lavora come operaia in una fabbrica, è appassionata di vecchi musical e sta diventando cieca per una malattia degenerativa ereditaria di cui non ha fatto parola con nessuno. Lavora duro e risparmia ogni dollaro proprio per consentire al figlio Gene di essere operato e guarito dallo stesso destino quando compirà tredici anni. Ma per difendere il suo prezioso denaro dall'avidità di un vicino di casa, il poliziotto Bill (David Morse), finisce per ucciderlo ed è condannata a morte... Dopo "Le onde del destino", di cui è quasi un film gemello (anche nello stile, ispirato al manifesto Dogme 95: la camera a mano, le inquadrature ravvicinate e ondeggianti, la fotografia sgranata e "povera" – almeno sulla carta – e i colori smorti, il tutto però ravvivato dagli occasionali inserti in cui la protagonista, sognando ad occhi aperti, immagina di trovarsi all'interno di quei musical che ama tanto), LVT porta sullo schermo un'altra storia di estremo sacrificio femminile, con una protagonista pura, innocente, altruista e quasi infantile, che in nome dell'amore per il figlio accetta qualsiasi destino: in questo caso si soffre ancora di più, perché agli occhi della maggior parte del mondo Selma passa ingiustamente per un'assassina spregiudicata, egoista e incapace di amare. Soltanto in pochi – la collega e amica Kathy/"Cvalda" (Catherine Deneuve), il timido corteggiatore Jeff (Peter Stormare), la secondina del carcere Brenda (Siobhan Fallon) – le mostrano empatia e le restano accanto fino alla fine. Il soggetto può certo apparire eccessivamente melodrammatico, con il destino (e la malvagità degli uomini) che si accaniscono in ogni modo sulla nostra eroina, ma il regista danese sceglie volutamente di calcare la mano come nei feuilletton vecchio stile e sa perfettamente come muovere le corde giuste per accrescere l'intensità emotiva e far leva sulla sensibilità dello spettatore, catturandolo in una morsa di emozioni che stritola nel profondo dell'animo (impossibile trattenere la commozione!). E proprio come Selma "evade" dalla realtà con l'immaginazione quando questa si fa troppo dura, anche LVT ci concede occasionali momenti di respiro e di bellezza con le canzoni che nella mente della protagonista, accompagnate da balletti e coreografie proprio come un musical, punteggiano la pellicola (due anni prima Tsai Ming-liang aveva fatto lo stesso in "The hole"). I brani, in stile lo-fi e post-industriale (visto che inglobano i rumori ambientali, come "il ritmo delle macchine"), sono tutti composti e interpretati dalla stessa Björk: la canzone migliore è quella della scena sul treno, "I've Seen It All", nominata anche all'Oscar. In una delle sue rare prove d'attrice, la cantante islandese offre una performance eccezionale, anche se la lavorazione si è rivelata talmente difficile – i rapporti con Lars von Trier non erano certo idilliaci, come ha rivelato in seguito – nonché esaustiva dal punto di vista emotivo da farle dichiarare che non avrebbe più recitato in nessun altro film (ma qualche anno dopo ci ripenserà). Nel cast anche Cara Seymour (Linda, l'inconsapevole moglie di Bill), Jean-Marc Barr (il superiore alla fabbrica), Vincent Paterson (il regista della rappresentazione amatoriale di "Tutti insieme appassionatamente"), Željko Ivanek (il pubblico ministero al processo) e Udo Kier (il dottore). Joel Grey interpreta il ballerino di tip tap Oldřich Nový, idolo d'infanzia di Selma. Come in un musical classico, la pellicola si apre con tre minuti e mezzo di schermo buio, accompagnati dalle note di una "ouverture", mentre si chiude con la "penultima canzone" (in quanto Selma detesta le "ultime canzoni" perché segnalano la fine del film). Il titolo si ispirerebbe alla canzone "Dancing in the dark", dal musical "Spettacolo di varietà" (1953) con Fred Astaire e Cyd Charisse.

14 dicembre 2019

Magnifica ossessione (Douglas Sirk, 1954)

Magnifica ossessione (Magnificent Obsession)
di Douglas Sirk – USA 1954
con Rock Hudson, Jane Wyman
***

Visto in divx.

Bob Merrick (Rock Hudson, in uno dei suoi primi ruoli importanti da protagonista), giovane milionario viziato e scapestrato, è vittima di un incidente in motoscafo: e per salvarlo perde la vita il dottor Phillips, brillante medico e filantropo amato da tutti, che lascia una moglie e una figlia. Scosso dai sensi di colpa, Bob prova ad avvicinarsi alla vedova dell'uomo, Helen (Jane Wyman), causandone senza volerlo la cecità. Per rimediare, completerà gli studi di medicina che aveva abbandonato, e sarà proprio lui ad operarla e a restituirle la vista. "Una volta presa quella strada non si torna indietro. Sarà un'ossessione, una magnifica ossessione", spiega al protagonista l'anziano pittore Randolph (Otto Kruger), illustrando la filosofia del dottor Phillips di fare del bene al prossimo senza pretendere nulla in cambio. Il primo dei celebrati melodrammoni hollywoodiani di Douglas Sirk è un remake del precedente "Al di là delle tenebre" del 1935 di John M. Stahl (o meglio, entrambe le pellicole sono adattamenti dal romanzo "Magnificent Obsession" di Lloyd C. Douglas), irreale ed esagerato sotto ogni suo aspetto, e intriso di un idealismo e un romanticismo esasperati, ma proprio per questo sublime e struggente. Come tutto il cinema anni '50 di Sirk, il film ha influenzato profondamente cineasti come Rainer Werner Fassbinder, Martin Scorsese e Pedro Almodóvar, contribuendo a rivalutare un regista che durante la sua carriera era sempre stato snobbato dalla critica. Nel cast anche Barbara Rush (Joyce, la figliastra di Helen) e Agnes Moorehead (Nancy, l'infermiera e amica). Notevole e caratterizzante la fotografia in Technicolor di Russell Metty, abituale collaboratore di Sirk in tutti i suoi film più famosi. La colonna sonora ingloba temi di Chopin e Beethoven. La pellicola è stata girata in parte sul lago Tahoe.

20 novembre 2019

Musica nel buio (Ingmar Bergman, 1948)

Musica nel buio (Musik i mörker)
di Ingmar Bergman – Svezia 1948
con Birger Malmsten, Mai Zetterling
**

Visto in divx.

Bengt Vyldeke (Malmsten) è un giovane pianista di famiglia benestante che, diventato cieco per un incidente al poligono mentre era sotto le armi, si ritrova costretto a rinunciare alla carriera di concertista che aveva sognato e si riduce a suonare per ristoranti di basso ordine. Ingrid (Mai Zetterling) è una ragazza orfana che lavora come domestica nella casa di campagna degli zii di Bengt, si prende cura di lui e se ne innamora, mentre al contempo aspira ad istruirsi e a conquistarsi un posto nella società. Da un racconto di Dagmar Edqvist, una pellicola dai toni romantici e melodrammatici ma anche attenta alla psicologia dei personaggi e al contesto sociale, visto come segue le due parabole contrapposte dei protagonisti, con le continue umiliazioni cui è sottoposto Bengt e la parallela crescita (anche come consapevolezza) dell'ingenua e campagnola Ingrid. Interessante la sequenza di apertura, con un montaggio di immagini surreali che mostrano le percezioni di Bengt nel momento in cui diventa cieco. Ma il romanticismo e lo sviluppo della storia sono alquanto convenzionali, e la buona regia e le interpretazioni non possono far molto per sollevare più di tanto il soggetto. In ogni caso, fu il primo successo di pubblico – per quanto modesto – per il giovane Bergman: gli valse la fiducia della casa di produzione Svensk Filmindustri che gli commissionò ulteriori sceneggiature e regie.

15 aprile 2019

Il gatto a nove code (D. Argento, 1971)

Il gatto a nove code
di Dario Argento – Italia 1971
con James Franciscus, Karl Malden
**

Visto in TV.

Con l'aiuto dell'enigmista cieco Franco Arnò (Malden), il giornalista Carlo Giordani (Franciscus) indaga su una serie di delitti incentrati attorno all'istituto di ricerce genetiche del professor Terzi (Tino Carraro). Gli scienziati del laboratorio hanno infatti scoperto un'alterazione cromosomica che porta a una predisposizione alla delinquenza, e l'assassino (che potrebbe anche essere uno di loro) intende impedire che la propria natura antisociale venga alla luce. Il secondo lungometraggio di Dario Argento (nonché secondo tassello della "trilogia degli animali") è ancora un giallo prima che un horror. Rispetto al precedente "L'uccello dalle piume di cristallo", però, l'atmosfera è più convenzionale e lo svolgimento meccanico, con sospetti su vari personaggi prima di una risoluzione in fondo abbastanza banale. Se la tensione non sempre è ai massimi livelli (tranne forse nella scena del cimitero), sono però da apprezzare alcune scelte stilistiche (le soggettive dell'assassino, l'inquadratura ravvicinata della sua iride colorata di rosso), mentre certi personaggi di contorno sembrano uscire da una commedia (il barbiere, lo scassinatore "Gigi Scalogna"). Il titolo è abbastanza pretestuoso (le "nove code" del gatto simboleggiano le tante piste da seguire durante l'indagine). La vicenda è ambientata a Torino. Musica di Ennio Morricone. Catherine Spaak è Anna, la bella figlia del professor Terzi, mentre Cinzia De Carolis è la piccola Lori, la nipotina di Arnò. Nel cast anche Horst Frank (il tedesco gay), Aldo Reggiani e Rada Rassimov. Gli attori protagonisti furono imposti ad Argento dai finanziatori americani giunti sulla scia del suo precedente film (che in effetti aveva riscosso più successo negli USA che in Italia).

11 settembre 2018

Neve rossa (Nicholas Ray, 1951)

Neve rossa (On dangerous ground)
di Nicholas Ray – USA 1951
con Robert Ryan, Ida Lupino
**

Visto in TV.

Trasferito temporaneamente fra le montagne per via dei suoi metodi troppo violenti, un detective di città (Robert Ryan), depresso e collerico, aiuta lo sceriffo locale a indagare sull'omicidio di una ragazza. Scoprirà che l'assassino è un giovane psicolabile che vive in una casa isolata con la sorella cieca (Ida Lupino) che si prende cura di lui. Non riuscirà a salvarlo dalla furia vendicativa del padre della vittima (Ward Bond), ma saprà fare chiarezza dentro di sé, accettando finalmente anche i lati oscuri del proprio lavoro. Da un romanzo di Gerald Butler, un insolito poliziesco che tenta di variare le consuete ambientazioni del genere, spostando il protagonista dalle strade urbane e notturne agli spazi vasti e innevati delle montagne. Non riesce a convincere pienamente a causa della mancanza di equilibrio: impiega troppo tempo ad entrare nel vivo (prima che il protagonista lasci la città passa mezz'ora) e non sfrutta poi abbastanza l'ambientazione montana (da segnalare giusto l'inseguimento fra la neve). Lo stesso Ray lo considerò "un'occasione mancata". Del cast, che appare a sua volta poco convinto della sceneggiatura (anche perché i temi della solitudine e della redenzione sono svolti con troppi cliché), il migliore è Bond nei panni del contadino che vuole farsi giustizia da solo. La musica di Bernard Herrmann fa ampio uso della viola d'amore nelle scene con la Lupino. Piattissimo il ridoppiaggio italiano per la televisione.

4 luglio 2018

Confusi e felici (M. Bruno, 2014)

Confusi e felici
di Massimiliano Bruno – Italia 2014
con Claudio Bisio, Anna Foglietta
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Lo psicoanalista romano Marcello (Claudio Bisio) piomba nella depressione quando gli viene diagnosticata una grave malattia agli occhi, una maculopatia che lo renderà cieco nel giro di pochi mesi. Su suggerimento della sua segretaria Silvia (Anna Foglietta), saranno i suoi stessi pazienti – lo spacciatore Nazareno (Marco Giallini), in preda ad attacchi di panico anche per via di un figlio in arrivo; il telecronista sportivo Michelangelo (Rocco Papaleo), soggetto a scatti d'ira per via del tradimento della moglie; l'autista di bus Pasquale (lo stesso regista Bruno), eterno bambino e dipendente dalla madre; la ninfomane Vitaliana (Paola Minaccioni); la coppia formata da Enrico (Pietro Sermonti) e Betta (Caterina Guzzanti), coniugi con problemi di sesso – a coalizzarsi per cercare di risollevargli il morale e a fargli vincere le sue paure, compresa quella di sottoporsi a una pericolosa operazione che potrebbe salvargli la vista. E nel frattempo, naturalmente, anche i pazienti sapranno superare i propri problemi grazie a questa "terapia di gruppo". I personaggi discretamente abbozzati (benché un po' macchiettistici) e un certo pathos di fondo sono i punti di forza di una commedia non del tutto scontata e con alcuni buoni momenti, ma complessivamente di stampo televisivo, con una sceneggiatura sfilacciata e non proprio indimenticabile. Breve cameo per Max Gazzè, Niccolò Fabi e Daniele Silvestri nella scena della serenata.

9 dicembre 2017

Il cammino nella notte (F.W. Murnau, 1921)

Il cammino nella notte (Der Gang in die Nacht)
di Friedrich Wilhelm Murnau – Germania 1921
con Olaf Fønss, Gudrun Bruun-Stefenssen
*1/2

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Sedotto dalla ballerina Lily (Gudrun Bruun), l'affermato medico Eigil (Olaf Fønss) abbandona la moglie Helene e si risposa con lei. Ma sarà lasciato a sua volta quando Lily si innamorerà di uno dei suoi pazienti, un pittore cieco (Conrad Veidt) a cui il medico ha restituito – sia pure temporaneamente – la vista. Sesto film di Murnau, ma il più antico di cui sopravvive a oggi una copia (i precedenti cinque, compreso il film d'esordio "Der Knabe in Blau", sono tutti andati perduti). Pur senza essere trascendentale, non c'è nulla che non vada nella regia (che sfrutta anche alcune scene in esterni per raffigurare simbolicamente le emozioni umane, come quando le onde del mare in tempesta rappresentano i tormenti dell'animo del protagonista) o nella recitazione (da notare la mascherina nera attorno agli occhi di Fønss, per farne risaltare meglio le espressioni; ma il più inquietante, come al solito, è Conrad Veidt, il cui ruolo ricorda a tratti quello di Cesare nel "Gabinetto del dottor Caligari"). Il problema è che i personaggi sono soltanto delle figurine, e la storia, melodrammatica e poco interessante, si trascina in modo quanto mai convenzionale. Solo una curiosità per scoprire i primi passi del grande regista tedesco. Il titolo stesso è metaforico, e si riferisce tanto alla cecità reale di Veidt quanto a quella sentimentale del dottor Eigil.

23 novembre 2016

La locanda della felicità (Zhang Yimou, 2002)

La locanda della felicità (Xìngfu shiguang, aka Happy times)
di Zhang Yimou – Cina 2002
con Zhao Benshan, Dong Jie
**

Rivisto in DVD.

L'attempato e spiantato Zhao, alla ricerca di una moglie, fa credere a una donna (Lifan Dong) di essere il direttore di un importante albergo: in realtà si tratta di un vecchio autobus abbandonato in un parco pubblico, che lui e l'amico Li hanno sistemato e ridipinto per offrire alle coppiette del parco un rifugio in cui "appartarsi". La donna accetta la sua corte, ma nel frattempo gli chiede di trovare un lavoro per la figliastra cieca Wu Ying, di cui vorrebbe sbarazzarsi. E Zhao, approfittando della sua cecità, la "assume" come massaggiatrice: peccato che la "sala massaggi" sia un ambiente fasullo, ricostruito nel capannone abbandonato di una vecchia fabbrica, e che i clienti della ragazza siano i suoi amici pensionati, che si presentano a turno e la pagano (dopo che Zhao ha finito i soldi) con pezzi di carta straccia. Naturalmente Wu Ying si accorge ben presto dell'inganno, ma anche lei continua a recitare la propria parte, per la felicità di tutti... Ispirata a un racconto di Mo Yan, una commedia con cui Zhang (dopo "Keep Cool") continua a raccontare la Cina contemporanea e le sue contraddizioni. Ma gli mancano l'incisività, la coerenza e la cattiveria necessaria: il risultato è leggero e nel migliore dei casi simpatico, per farsi un po' stucchevole nei momenti in cui la sceneggiatura vorrebbe calcare la mano sul pathos. Insoddisfacente il finale: sembra quasi che gli autori non sapessero come concludere la storia. Eccezionale Jie Dong (ballerina alla sua prima esperienza cinematografica) nel ruolo della ragazza cieca, abbandonata dal padre e maltrattata dalla matrigna, che trova negli inganni di Zhao quella considerazione e quell'affetto che le sono sempre mancati.

17 agosto 2016

The village (M. Night Shyamalan, 2004)

The village (id.)
di M. Night Shyamalan – USA 2004
con Bryce Dallas Howard, Joaquin Phoenix
**1/2

Rivisto in TV, con Daniela.

Pennsylvania, fine Ottocento: per sfuggire ai mali e alle violenze del mondo, una comunità religiosa si è ritirata a vivere in un villaggio isolato all'interno di una radura, circondata da una foresta che si dice abitata da misteriose e malvagie creature soprannaturali. Ma l'illusione che il male possa venire solo dall'esterno si rivela fallace: quando Lucius (Joaquin Phoenix), il ragazzo che ama, viene ferito gravemente dal folle e geloso Noah (Adrien Brody), la coraggiosa Ivy (Bryce Dallas Howard) chiede al padre Edward (William Hurt) e agli altri anziani del villaggio il permesso di attraversare la foresta per raggiungere la città, alla quale tutti avevano giurato di non fare mai più ritorno, per procurarsi le medicine necessarie a salvarlo. Dopo "Il sesto senso" e "Unbreakable", Shyamalan (come sempre anche sceneggiatore e produttore) sforna un altro film con il finale a sorpresa, questa volta sotto forma di fiaba gotica. Visto che il pubblico sapeva ormai cosa aspettarsi dal regista indo-americano, questi lo spiazza lasciando intendere per lunghi tratti che il colpo di scena sia legato alla natura delle misteriose creature, prima di ribaltare nel finale il background stesso della storia. Forse il twist ending è meno efficace rispetto ai film precedenti, e anche le premesse non sono del tutto plausibili, ma il significato del film (una riflessione sulla paura e sull'isolazionismo: non a caso la pellicola è stata realizzata negli anni successivi agli attentati dell'11 settembre) va oltre il semplice fattore sorpresa. Il ricco cast (ci sono anche Sigourney Weaver, Brendan Gleeson, Michael Pitt e Jesse Eisenberg) e la buona sceneggiatura (che gioca con le menzogne e i segreti, seminando indizi apparentemente innocui che invece assumono rilevanza solo più tardi) sono serviti da una regia d'atmosfera che mantiene la suspense grazie anche alla colonna sonora di James Newton Howard e a una fotografia interessante per l'uso "narrativo" dei colori: il rosso, il colore del male, è quello associato alle creature (e come tale è bandito dal villaggio), mentre il giallo le tiene lontane (ed ecco che Ivy, quando si avventura nel bosco, indossa una mantella di questa tinta, diventando un vero e proprio "Cappuccetto giallo"). Come in ogni fiaba che si rispetti, inoltre, l'eroina deve avere un handicap: in questo caso è la cecità, che da un lato le impedisce di vedere i pericoli e come stanno realmente le cose, ma dall'altro le permette di leggere in maniera diretta l'anima delle persone, riconoscendone le qualità e i sentimenti.

29 novembre 2014

Gli occhi della notte (Terence Young, 1967)

Gli occhi della notte (Wait until dark)
di Terence Young – USA 1967
con Audrey Hepburn, Alan Arkin
**1/2

Visto in divx.

Un trafficante di droga (Alan Arkin) assolda due truffatori (Richard Crenna e Jack Weston) per recuperare una bambola di pezza, segretamente "imbottita" con una partita di eroina, che è per errore finita nella casa di una coppia di coniugi. Approfittando dell'assenza del marito, i criminali si introducono nell'appartamento e cercano di ingannare la moglie (Audrey Hepburn): ma questa, pur essendo cieca, saprà tenergli testa. Thriller ambientato interamente – a parte l'incipit – fra le quattro mura di un appartamento seminterrato e costruito tutto sul contrasto fra l'handicap della protagonista e la sua abilità nel riconoscere gli inganni dei truffatori (le cui false identità cadono poco a poco per via di dettagli cui solo un cieco farebbe caso). E vedere una donna debole, impaurita e menomata, riuscire ad avere la meglio da sola (o con l'aiuto della piccola vicina di casa, una bambina impicciona ma esaltata nel partecipare a un'avventura "pericolosa") sui tre invasori (in particolare su Arkin, il più violento e spietato), è una bella soddisfazione per lo spettatore. Nel momento della resa dei conti, ovviamente, la Hepburn distruggerà tutte le fonti di luce in casa, in modo da affrontare il cattivo nell'ambiente a lei più congeniale: la totale oscurità. Forse più teatro che cinema (e infatti la sceneggiatura – non proprio a prova di bomba – è tratta da un dramma di Frederick Knott), ma comunque un buon intrattenimento, con echi da "La scala a chiocciola" e "Il terrore corre sul filo", e con una suspense a tratti hitchcockiana (nel senso che noi spettatori sappiamo quasi sempre più di quello che sanno i personaggi: l'unica cosa che ignoriamo, almeno all'inizio, è dove si trovi la bambola). Memorabile il villain interpretato da Arkin, vero e proprio contraltare dell'innocenza di Susy, che con gli occhiali a lenti scure sembra quasi farsi beffe del suo handicap: il confronto finale fra lui e la Hepburn terrorizzò e fece strillare di paura le audience del 1967. Una curiosità, data la cecità della donna: il marito lavora invece con la luce, visto che fa il fotografo. Per interpretare nel migliore dei modi il personaggio, Audrey Hepburn frequentò una scuola per ciechi: ottenne una nomination all'Oscar, ma perse la statuetta a favore della sua omonima Katharine.

8 luglio 2012

Profumo di donna (Dino Risi, 1974)

Profumo di donna
di Dino Risi – Italia 1974
con Vittorio Gassman, Alessandro Momo
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Il giovane attendente Giovanni "Ciccio" Bertazzi (Momo) riceve l'incarico di accompagnare il capitano in pensione Fausto Consolo (Gassman) in un viaggio in treno da Torino a Napoli. Ma ignora che l'uomo – rimasto cieco e senza un braccio in seguito a un incidente – ha progettato, una volta giunto a destinazione, di uccidersi insieme a un suo collega, cieco a sua volta. Nel corso delle varie tappe del viaggio – Genova, dove Fausto si intratterrà con una prostituta (Moira Orfei), e Roma, dove farà visita a un cugino prete – il legame fra il capitano e il suo giovane accompagnatore si farà sempre più stretto; a Napoli sarà invece un’ostinata ragazza, Sara (Agostina Belli), a far breccia nel cuore dell’uomo e a farlo desistere dal suo proposito di chiudersi in sé stesso, rifiutare ogni aiuto e rinunciare alla vita. Come nel successivo remake hollywoodiano (“Scent of a woman”, del 1992, con Al Pacino), quasi tutto il “peso” del film si regge sulle spalle dell’attore protagonista, qui un superbo Gassman che dà vita a un personaggio carismatico ed eccentrico, esuberante e sgarbato, che nasconde la depressione e la tristezza di vivere dietro a un comportamento sopra le righe che soltanto la giovane Sara, innamorata di lui sin da bambina, riesce a “leggere” in maniera positiva. Privo della vista, Fausto si affida agli altri sensi (e soprattutto all’olfatto) per godere di quello che ritiene essere il principale piacere della vita, ovvero le donne. Nel cast, comparsata per Alvaro Vitali (il barista). Bel tema musicale di Armando Trovajoli. La sceneggiatura (di Dino Risi e Ruggero Maccari) è ispirata a un romanzo ("Il buio e il miele") di Giovanni Arpino.

25 maggio 2012

Scent of a woman (Martin Brest, 1992)

Scent of a woman - Profumo di donna (Scent of a woman)
di Martin Brest – USA 1992
con Al Pacino, Chris O'Donnell
**

Visto in divx, con Sabrina.

Ispirato al "Profumo di donna" del 1974 di Dino Risi (a sua volta tratto dal romanzo "Il buio e il miele" di Giovanni Arpino), è il film che ha consentito ad Al Pacino di vincere l’Oscar come miglior attore dopo svariate nomination che non erano andate a buon fine (comprese quelle per “Il padrino” e “Quel pomeriggio di un giorno da cani”). Grazie anche alla sua interpretazione, il burbero Colonnello Frank Slade – ufficiale dell’esercito in pensione divenuto cieco per un incidente, dal temperamento difficile e intrattabile ma anche pieno di carisma e umanità – diventa un personaggio indimenticabile. La pellicola mostra l’evoluzione del suo rapporto con il diciassettenne Charlie (Chris O’Donnell), che frequenta una prestigiosa scuola di Boston grazie a una borsa di studio e che approfitta della Festa del Ringraziamento per guadagnare qualche soldo offrendosi come “badante”. L’eccentrico e alcolista ufficiale trascina con sé il ragazzo in un weekend a New York, dove ha progettato di salutare il fratello, concedersi per l’ultima volta quelli che ritiene i maggior piaceri della vita (in particolare le donne – di cui, essendo privo di vista, apprezza ormai più il profumo che l’aspetto – oltre che cibo, auto e alberghi di lusso) e infine suicidarsi con la sua pistola d’ordinanza. Ma Charlie, verso cui l’uomo finisce con sviluppare un affetto paterno, riuscirà a dissuaderlo dal suo intento: e il colonnello ricambierà tirandolo fuori dai guai in occasione di un “processo” scolastico (il ragazzo rischiava l’espulsione per non voler denunciare alcuni compagni che avevano giocato un tiro burlone al preside). Proprio l’appendice finale, così hollywoodiana e indirizzata al trionfo dei “buoni contro il sistema”, è il punto debole di un film che invece, nella parte centrale, è ricco di momenti memorabili: su tutti, il tango ballato da Frank con una bella sconosciuta (Gabrielle Anwar) e il giro di prova con la Ferrari guidata “alla cieca” per le strade di Manhattan.

15 giugno 2008

Amori ciechi (J. Lehotsky, 2008)

Amori ciechi (Slepe lásky)
di Juraj Lehotsky – Slovacchia 2008
con Peter Kolesar, Iveta Koprdova
**

Visto allo spazio Oberdan, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Non è ironico che un film slovacco si intitoli "Amori ciechi"? Ma in realtà la pellicola racconta quattro storie d'amore fra non vedenti. L'anziano Peter suona il pianoforte, si immagina di camminare sott'acqua (in una divertente sequenza onirica e Verniana, la cosa migliore del film) e dirige il coro dei bambini della scuola, mentre la moglie gli prepara un interminabile maglione. L'abbronzatissimo zingaro Miro si innamora di Monique e la sposa nonostante i genitori di lei siano contrari. Elena, incinta, sta per avere un bambino e fa mille progetti su di lui. La giovane e introversa Zuzana ascolta Tchaikovsky, cambia scuola e chatta su internet con un amico che ignora il suo handicap e che forse non incontrerà mai. Le quattro storie non si intersecano, e nel complesso il film è leggero e fondamentalmente innocuo. Forse sarebbe stato più interessante sotto forma di documentario.

1 ottobre 2006

Blindman (Ferdinando Baldi, 1971)

Blindman
di Ferdinando Baldi – Italia 1971
con Tony Anthony, Ringo Starr
*1/2

Visto in DVD, con Albertino.

Se Sergio Leone aveva preso ispirazione da Kurosawa, anche altri autori italiani di spaghetti-western si sono rivolti all'oriente. Questo film di Baldi sembra quasi una versione occidentale di "Zatoichi": il protagonista è infatti un pistolero cieco, che nonostante il suo handicap sconfigge a colpi di fucile (e di dinamite) un'intera banda di nemici. Aiutato da un cavallo che talvolta sembra quello di Lucky Luke, combatte contro un bandito messicano che ha rapito ben cinquanta donne giunte dall'Europa che lui avrebbe dovuto condurre in un villaggio dove le attendono i loro promessi sposi "per corrispondenza". La storia e i personaggi sono inverosimili, ma alcune scene non sono poi male (il "funerale-matrimonio", la fuga delle donne nella sabbia). Nel complesso, però, si sfiora spesso il ridicolo involontario. Ringo Starr interpreta il fratello del cattivo.