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16 febbraio 2011

Paris, je t'aime (aavv, 2006)

Paris, je t'aime
di registi vari – Francia 2006
film a episodi
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Ideato dal produttore e regista Emmanuel Benbihy, che ha girato le sequenze di raccordo insieme a Frédéric Auburtin, "Paris, je t'aime" è un film a episodi sul tema dell'amore, in cui ogni segmento (ciascuno della durata di cinque minuti) è dedicato a uno dei venti arrondissements (i quartieri municipali) di Parigi. In realtà i cortometraggi sono solo diciotto: mancano quelli dedicati all'undicesimo e al quindicesimo arrondissement, girati rispettivamente da Raphaël Nadjari e da Christoffer Boe ma eliminati dal montaggio finale per questioni di equilibrio (i due registi sono comunque citati fra i ringraziamenti nei titoli di coda). Realizzato da un'ottima rosa di cineasti internazionali, il film è più piacevole del previsto: la visione non è mai noiosa, grazie anche alla brevità degli episodi che si succedono senza soluzione di continuità e che restituiscono un'immagine ideale di una città complessa, multietnica e romantica come la capitale francese. Certo, come tutte le pellicole di questo tipo soffre un po' per la qualità altalenante dei diversi episodi (i migliori mi sono parsi quelli di Cuarón, Coixet e Schmitz, i peggiori quelli dei Coen e della Chadha), ma il livello medio è piuttosto buono e c'è anche una sostanziale omogeneità stilistica, visto che la troupe tecnica è spesso la stessa (fanno eccezione alcuni registi che hanno voluto al proprio fianco i loro collaboratori abituali). Non mancano comunque episodi che si distaccano nettamente dagli altri per temi, fotografia e atmosfere (su tutti quello di Vincenzo Natali). Da sottolineare i gustosi "camei" di alcuni cineasti all'interno degli episodi dei colleghi, come Wes Craven che interpreta la vittima del vampiro nel segmento di Natali, o Alexander Payne che veste i panni di Oscar Wilde nell'episodio diretto dallo stesso Craven. Il film si conclude con una breve sequenza nella quale rivediamo tutti i personaggi dei vari episodi mentre interagiscono fra loro. Visto il successo dell'operazione, sono stati messi in cantiere film simili ambientati in altre città (il primo a essere uscito, nel 2009, è "New York, I love you").

"Montmartre", di Bruno Podalydès, con Bruno Podalydès e Florence Muller (**)
Dopo aver trovato a fatica un parcheggio, un uomo rimane in auto a rammaricarsi della propria solitudine; poi nota una donna svenuta sul marciapiede e corre in suo soccorso. Un incipit non troppo significativo, ma l'espressività del protagonista rimane impressa.

"Quais de Seine", di Gurinder Chadha, con Cyril Descours e Leïla Bekhti (*1/2)
Seduto al fianco di due amici che si divertono a fare commenti volgari su tutte le donne che passano per strada, un ragazzo si innamora di una giovane musulmana e scopre che il padre di lei è più tollerante del previsto. Troppo buonista per convincere appieno.

"Le Marais", di Gus Van Sant, con Gaspard Ulliel ed Elias McConnell (**1/2)
Un giovane artista, recatosi in una tipografia, si sente attratto da un ragazzo che lavora lì e cerca di spiegargli di aver trovato l'anima gemella: ma i due non si capiscono perché parlano lingue diverse. Interessante, ma forse meritava un maggiore sviluppo. Cameo di Marianne Faithfull.

"Tuileries", di Joel ed Ethan Coen, con Steve Buscemi e Julie Bataille (*1/2)
Un turista americano ossessionato dalla Gioconda, seduto in attesa della metropolitana, commette l'errore dal quale la sua guida turistica lo aveva messo in guardia: incrociare lo sguardo di altre persone, nella fattispecie quello di una coppia di innamorati litigiosi. La solita scemenza dei Coen, che vorrebbero far ridere senza riuscirci.

"Loin du 16e", di Walter Salles e Daniela Thomas, con Catalina Sandino Moreno (**)
Un'immigrata brasiliana canta una ninna nanna al suo bambino prima di lasciarlo in una nursery per recarsi al lavoro. Come donna di servizio, canta la stessa ninna nanna al figlio della sua datrice di lavoro. Esile.

"Porte de Choisy", di Christopher Doyle, con Barbet Schroeder e Li Xin (**1/2)
Un rappresentante di articoli per parrucchiere arriva in un bizzarro salone di bellezza gestito da una ragazza cinese che pratica le arti marziali. Un episodio variopinto, grottesco e surreale, nel quale il direttore della fotografia di Wong Kar-wai si dimostra ancora legato a temi e personaggi hongkonghesi (nella colonna sonora c'è anche una canzone di Faye Wong).

"Bastille", di Isabel Coixet, con Sergio Castellitto e Miranda Richardson (***)
Un uomo progetta di lasciare la moglie per una donna più giovane. Ma quando scopre che la coniuge è malata di leucemia, sceglie di restare al suo fianco e finisce con l'innamorarsi nuovamente di lei. Commentato dalla voce off di un narratore, è uno degli episodi più suggestivi e malinconici, quasi un noir. Non mancano momenti di sottile ironia, come quando il marito si "sacrifica" accompagnando la moglie a vedere un film di Bela Tarr.

"Place des Victoires", di Nobuhiro Suwa, con Juliette Binoche e Willem Dafoe (**)
Una madre, sconvolta e ossessionata dalla recente morte del figlioletto, ha l'occasione di dirgli addio per l'ultima volta grazie all'intercessione dello spirito di un cowboy. All'inizio poco accattivante, ma poi si rivela un'originale variazione sul tema dell'elaborazione del lutto.

"Tour Eiffel", di Sylvain Chomet, con Paul Putner e Yolande Moreau (**1/2)
Un buffo bambino racconta come i suoi genitori, entrambi mimi, si sono incontrati e innamorati. Comicità infantile, visionaria e surreale: per una volta Chomet non usa l'animazione e si affida ad attori in carne e ossa, anche se non rinuncia al suo stile cartoonistico e caricaturale.

"Parc Monceau", di Alfonso Cuarón, con Nick Nolte e Ludivine Sagnier (***)
Un uomo anziano si incontra per strada con una donna più giovane: dai loro discorsi sembrerebbe che i due siano amanti, ma alla fine si scoprirà che si tratta di un padre e di una figlia, la quale lo ha chiamato perché faccia da babysitter al nipotino mentre lei va al cinema con un'amica. Girato magistralmente in un unico piano sequenza e con un'ottima sceneggiatura (in due lingue).

"Quartier des Enfants Rouges", di Olivier Assayas, con Maggie Gyllenhaal e Lionel Dray (**1/2)
Un'attrice americana, a Parigi per recitare in un film in costume, chiede a uno spacciatore di procurarle dell'hashish e si illude di stringere amicizia con lui. Ma quando gli chiederà di rivederlo, lui non si presenterà. Bello e in linea con il cinema struggente di Assayas (che, in mancanza dell'amata Maggie Cheung, ha reclutato un'altra Maggie).

"Place des fêtes", di Oliver Schmitz, con Seydou Boro e Aïssa Maïga (***)
Un immigrato nigeriano, ferito a morte con una coltellata da un gruppo di teppisti, domanda un caffé alla giovane volontaria che lo ha soccorso e che, come rivela un rapido flashback, aveva già incontrato in passato. Incisivo e commovente: un vero e proprio film, nonostante la breve durata.

"Pigalle", di Richard LaGravenese, con Bob Hoskins e Fanny Ardant (**)
Una coppia di mezza età litiga in un locale a luci rosse: o meglio finge di farlo per ravvivare il proprio rapporto, visto che si tratta di due attori teatrali. Colpi di scena, atmosfera torbida e due ottimi interpreti, ma lascia un po' il tempo che trova.

"Quartier de la Madeleine", di Vincenzo Natali, con Elijah Wood e Olga Kurylenko (**1/2)
Un ragazzo si innamora di una bellissima vampira dopo averla sorpresa di notte mentre azzannava una vittima per la strada. Atmosfere retrò da cinema muto ed espressionista (con citazioni da Murnau e Feuillade) per un cortometraggio che gioca con il colore e il sonoro, stilisticamente affascinante.

"Père-Lachaise", di Wes Craven, con Emily Mortimer e Rufus Sewell (**1/2)
Una coppia di fidanzati in "luna di miele anticipata" visita il cimitero di Père-Lachaise. Dopo un litigio, il fantasma di Oscar Wilde aiuta il ragazzo a riconciliarsi con l'innamorata. Non un horror, come ci si aspetterebbe da Craven, ma una riflessione romantica sull'importanza del sense of humour.

"Faubourg Saint-Denis", di Tom Tykwer, con Melchior Beslon e Natalie Portman (**1/2)
Credendo che la sua fidanzata lo abbia lasciato, uno studente cieco richiama alla memoria i momenti più importanti della sua storia con lei. Ma la ragazza, un'aspirante attrice americana, stava soltanto recitando un copione. Come in "Lola corre", Tykwer sfrutta un montaggio rapido e sequenze ripetute e accelerate per dare vigore a uno degli episodi più romantici del lotto.

"Quartier Latin", di Gérard Depardieu, con Ben Gazzara e Gena Rowlands (*1/2)
Un'anziana coppia, separata da tempo, si incontra in un bar per mettere a punto le pratiche del divorzio. Depardieu veste i panni del barista, ma la storia (sceneggiata dalla stessa Rowlands) annoia e non dice poi molto.

"14e arrondissement", di Alexander Payne, con Margo Martindale (**)
Una turista americana, sempliciotta e sovrappeso, racconta con candore e ingenuità una vacanza trascorsa da sola a Parigi, e spiega il motivo per cui ama questa città. Una conclusione bonaria e un po' ingenua, proprio come la sua protagonista.

6 novembre 2010

L'illusionista (Sylvain Chomet, 2010)

L'illusionista (L'illusionniste)
di Sylvain Chomet – Francia/GB 2010
animazione tradizionale
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Paola.

Un prestigiatore francese, che si sposta di teatro in teatro e di città in città in cerca di scritture, giunge fino in Scozia dove conosce una ragazzina che lo seguirà per qualche tempo, affascinata dalla sua capacità di trasformare la grigia realtà in qualcosa di sempre nuovo e sorprendente. Ma sullo sfondo c'è tutta la malinconia e la tristezza di un mondo che sta cambiando a grande velocità. Tratto da un soggetto e da una sceneggiatura inedita di Jacques Tati, il secondo lungometraggio di Chomet (che già nel suo primo film, "Appuntamento a Belleville", aveva reso omaggio all'arte del grande comico) sembra in molte cose un film di Monsieur Hulot, a partire dalla rinuncia al linguaggio parlato (il film non è propriamente muto, ma i dialoghi sono del tutto inessenziali). Il protagonista, modellato anche fisicamente su Tati (il cui vero nome è lo stesso del personaggio, Tatischeff), si muove con gentilezza ma fuori posto in un mondo in cui gli spettacoli di magia e di varietà non riscuotono più l'interesse del pubblico, contagiato da nuove mode (esilarante la parodia dei complessi rock che elettrizzano le folle di giovani a Londra), distratto dai venti di guerra, dal consumismo o dalle nuove tecnologie. Come l'illusionista, anche gli altri abitanti di questo microcosmo sono destinati al fallimento: si veda il clown che tenta il suicidio o il ventriloquo che, costretto a impegnare il suo pupazzo, finisce col chiedere l'elemosina (altri, come gli acrobati, si riciclano con più facilità lavorando nel campo del marketing). E anche il nostro mago, nel finale, sembra abbracciare la disillusione, rinunciando ai giochi di prestigio (esemplare quando non sostituisce la matita della bambina in treno con una più lunga) e facendo aprire gli occhi alla ragazzina con il suo ultimo messaggio: "I maghi non esistono". Alla fine, rassegnato, stringe fra le mani la foto della figlia (Sophie Tatischeff, la vera figlia di Tati, alla quale Chomet dedica il film con gratitudine per avergli dato il permesso di realizzare quello che era un suo sogno da tempo: riportare sullo schermo lo spirito un artista unico e indimenticabile). Per un breve momento, nel buio di una sala che proietta "Mio zio", il Tati disegnato e quello in carne e ossa hanno anche l'occasione di incontrarsi e di confrontarsi. Splendidi i disegni e soprattutto i fondali e le scenografie ad acquarello, che rendono giustizia agli scenari dell'Europa degli anni cinquanta (Parigi, Londra, le isole scozzesi e soprattutto Edimburgo).

13 maggio 2007

Appuntamento a Belleville (S. Chomet, 2003)

Appuntamento a Belleville (Les Triplettes de Belleville)
di Sylvain Chomet – Francia/Canada/Belgio 2003
animazione tradizionale
**1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi e Martin.

Lo stile retrò, caricaturale e malinconico di Chomet può forse sembrare insolito in un lungometraggio commerciale. Ma a me, che conoscevo già il regista dal suo splendido corto "La vieille dame et le pigeons", visto al festival di Annecy una decina di anni fa, non dispiace affatto. La storia vede come protagonista un'anziana nonnetta che – dopo aver scoperto che l'unico interesse del nipote sono le biciclette – fa di tutto per allenarlo e consentirgli di partecipare al Tour de France. Durante la corsa, però, il ragazzo viene rapito da alcuni misteriosi individui legati alla mafia francese che lo conducono, insieme ad altri due corridori, nella lontana e "americana" città di Belleville per organizzare delle corse clandestine. La nonna, insieme al goffo e grasso cane Bruno e alle Triplette di Belleville, un trio di anziane cantanti, riuscirà a salvarlo. Un film praticamente muto (non a caso viene esplicitamente citato, in un paio di occasioni, Jacques Tati), con atmosfere decadenti e azione "lenta" (si veda l'inseguimento finale), molto originale sia come ambientazione sia come realizzazione. Nonostante la tristezza e il patetismo siano sempre dietro l'angolo, l'ironia di Chomet riesce sempre a evitare la trappola, spingendo gli spettatori a ridere dei tratti insoliti dei personaggi (fisici e fisiognomici, come la "squadratura" dei cattivi, i nasi pronunciati, l'eccessiva "scioltezza" del cameriere al ristorante; o comportamentali, come la strategia di pesca delle rane di una delle vecchie cantanti o l'abitudine del cane Bruno di abbaiare a tutti i treni che passano).