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10 luglio 2023

Lola (Andrew Legge, 2022)

Lola (id.)
di Andrew Legge – GB/Irlanda 2022
con Emma Appleton, Stefanie Martini
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Agli inizi degli anni quaranta, nella campagna inglese, le sorelle Thomasina (Emma Appleton) e Martha (Stefanie Martini) Hanbury inventano "Lola", una macchina che può ricevere trasmissioni radiofoniche e televisive dal futuro. Dapprima si appassionano alla cultura e alla musica del tardo ventesimo secolo (in particolare a David Bowie, la cui canzone "Space Oddity" diventa per loro una sorta di inno personale e liberatorio), ma poi cominciano a usare la macchina per intercettare i notiziari bellici, con l'intento di aiutare il proprio paese a sconfiggere i tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Per una serie di paradossi, però, proprio le loro azioni porteranno invece i nazisti ad avere la meglio e a conquistare la Gran Bretagna, creando una distopia anche dal punto di vista culturale, dove la stessa musica pop si ammanta di toni fascisti... Realizzato durante il lockdown, in bianco e nero e in forma quasi amatoriale, usando cineprese 16mm e lenti d'epoca, nonché molto materiale di repertorio (riprese con Churchill e Hitler, per esempio, ma anche scene di folla, di guerra e di bombardamenti), un film di fantastoria che ricorre alla trovata del found footage (si finge cioè che tutto il girato sia opera delle sorelle stesse, giunto in qualche modo fino ai giorni nostri), anche se per una volta questa non è fine a sé stessa ma parte integrante della storia stessa e strumento essenziale per la risoluzione finale del paradosso. Il tutto è semplice (il film dura poco più di un'ora) ma a suo modo ingegnoso, e affascinante dal punto di vista fantascientifico, oltre che coerente nello stile. Il regista, anche sceneggiatore, è all'esordio. Interessante anche la colonna sonora di Neil Hannon, che fonde anacronisticamente suggestioni punk e glam rock.

16 aprile 2022

The visit (M. Night Shyamalan, 2015)

The visit (id.)
di M. Night Shyamalan – USA 2015
con Olivia DeJonge, Ed Oxenbould
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Mentre la mamma è in crociera, i fratelli Rebecca (15 anni) e Tyler (13 anni) vanno in visita per una settimana nella fattoria dei nonni, che non hanno mai conosciuto. Ma la permanenza si tinge presto di colori inquietanti, per via dello strano comportamento dei due anziani parenti: che si tratti solo dell'età, di demenza senile, o c'è dell'altro? Ispirandosi da un lato allo "stacco generazionale" che c'è fra lo stile di vita di due ragazzini moderni e quello di due vecchi contadini, e dall'altro ad alcuni classici temi delle fiabe (come "Hänsel e Gretel": vedi la scena in cui la ragazzina è invitata dalla nonna a entrare dentro il forno per pulirlo), Shyamalan firma un horror/thriller a basso budget, quasi "studentesco", senza effetti speciali o location impegnative, e praticamente con solo cinque attori (i ragazzi, i nonni, e la mamma; otto, se contiamo alcuni personaggi minori). La tecnica è quella del found footage: Rebecca, appassionata di cinema, intende documentare l'intera vacanza con le sue telecamere per farne un "documentario"; di fatto, tutto ciò che vediamo nel film è ciò che lei e il fratello riprendono ("Se noi due non partecipiamo all'evento non possiamo girare"), una trovata assai popolare nel genere horror (si pensi, per esempio, a "Cannibal Holocaust", "Blair Witch Project" o "Cloverfield"). Anche se la tensione si perde un po' nel finale, dopo l'inevitabile colpo di scena, nel complesso il film regge fino in fondo, anche per merito delle buone interpretazioni (i nonni sono Peter McRobbie e Deanna Dunagan), nonché per l'impostazione low tone e il punto di vista, quasi infantile, dei due ragazzini, di fronte alle inquietanti "stranezze" dei nonni. Dopo i flop dei precedenti (e costosi) "L'ultimo dominatore dell'aria" e "After Earth", per Shyamalan un progetto così "piccolo" (che finanziò personalmente) fu una boccata d'aria fresca.

11 giugno 2021

Le cronache dei morti viventi (G. Romero, 2007)

Le cronache dei morti viventi (Diary of the dead)
di George A. Romero – USA 2007
con Michelle Morgan, Josh Close
*1/2

Visto in divx.

Il quinto film sugli zombi di Romero, anziché proseguire la storia dei precedenti quattro (ed esplorare la società che i morti viventi avevano cominciato a formare), ne è una sorta di prequel/reboot, visto che ritorna all'origine dell'epidemia, mostrandone i primi giorni attraverso l'occhio della videocamera di un gruppo di studenti universitari e cineasti dilettanti. Abbiamo così una continua ripresa in soggettiva con la camera a mano (sempre accesa, tranne occasionali spegnimenti necessari per il raccordo fra una sequenza e l'altra), e un protagonista – Jason (Joshua Close) – che non si vede quasi mai, se non nei momenti in cui è ripreso dalla videocamera di uno dei suoi compagni, in particolare la fidanzata Debra (Michelle Morgan). La trovata, insomma, sembra anticipare di un anno "Cloverfield", anche se l'idea del found footage è sempre stata di casa nel cinema horror sin dai tempi di "Cannibal holocaust" e poi "The Blair witch project". Altro spunto interessante per differenziare questo film dai precedenti è la riflessione sulla produzione e la condivisione delle informazioni nell'era di internet, con i ragazzi che pubblicano i loro video sul web e sui social media e che intendono "documentare" l'apocalisse zombi a beneficio degli altri sopravvissuti. E poi c'è l'evidente tema del voyeurismo e del desiderio di riprendere ogni cosa ("Se non accade davanti alla telecamera è come se non fosse successo"). Ma per il resto la pellicola offre poco di accattivante: i personaggi – un gruppo di studenti universitari, appunto, e il loro professore (Scott Wentworth) – sono del tutto dimenticabili; la fotografia, anziché realistica, è buia, livida e filtrata; e il ritmo è monotono. Shawn Roberts torna dal quarto film, ma in un ruolo differente.

29 marzo 2015

Europa report (Sebastián Cordero, 2013)

Europa Report (id.)
di Sebastián Cordero – USA 2013
con Anamaria Marinca, Michael Nyqvist
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Girata con la tecnica del found footage (ovvero fingendo che il materiale mostrato sia il montaggio di registrazioni video ritrovate dopo gli eventi, come in "Cannibal Holocaust" e "The Blair Witch Project", per intenderci), una pellicola di fantascienza indipendente che racconta la prima missione spaziale a inviare esseri umani verso Europa, la luna di Giove, alla ricerca di possibili forme di vita. Durante il viaggio, una tempesta solare danneggia i sistemi di comunicazione della navicella (a bordo della quale si trovano in tutto sei membri dell'equipaggio: quattro uomini e due donne). E così soltanto al termine della missione, quando i video ripresi dalle numerose camere a bordo della nave saranno trasmessi tutti insieme alla Terra, si saprà cosa è accaduto. Le videocamere sono fisse, dunque non c'è una vera e propria "regia", se non attraverso il montaggio: che non è cronologico, in modo da aumentare la suspense mentre vengono mostrati i vari eventi in cui incorrono gli astronauti, fra incidenti, primi segni di squilibri, segnali di misteriose "presenze". Pur essendo una produzione indipendente e a basso costo (nessun attore di grido, dunque), il film è molto curato nei dettagli, soprattutto dal punto di vista tecnico-scientifico: la sensazione di assistere a un vero documento sui viaggi spaziali è alta. Lo stile narrativo, a metà fra il documentario e la testimonianza in diretta, consente di passare sopra a certi cliché dei film horror (il gruppo di persone in un ambito ristretto, eliminate a uno a uno nel corso degli eventi), e alcune immagini, come quelle della superficie ghiacciata di Europa, rimangono impresse nella memoria dello spettatore. Forse non originalissimo, dunque, ma meritevole di visione: insieme a "Moon", dimostra che la fantascienza di qualità può ancora prescindere da budget elevati, effetti speciali e spropositate dosi di azione.

21 ottobre 2013

Forgotten silver (Peter Jackson, 1995)

Forgotten silver (id.)
di Peter Jackson e Costa Botes – Nuova Zelanda 1995
con Peter Jackson, Costa Botes
***1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli, con Giovanni, Rachele, Eleonora, Paola, Costanza e Francesca.

Documentario su Colin McKenzie, misconosciuto pioniere del cinema neozelandese, di cui Peter Jackson ha ritrovato per caso un baule colmo di vecchie pellicole che ne rivelano l'arte eclettica e la perizia tecnica. Peccato che si tratti solo di... un'elaborata finzione, visto che tanto McKenzie quanto le sue incredibili imprese sono state inventate di sana pianta dall'ingegnoso Jackson e dal suo sodale Costa Botes, senza rivelarlo nemmeno nei titoli di coda (dove gli attori che impersonano Colin e gli altri personaggi nei filmati d'epoca fasulli non sono accreditati). Il film, realizzato in occasione del centenario del cinema, venne trasmesso in televisione nel 1995 senza alcuna indicazione che si trattava di una burla, scatenando l'entusiasmo degli spettatori e di tutti coloro che credevano di aver appena scoperto l'esistenza di un nuovo D.W. Griffith, e per di più neozelandese. La messinscena è corroborata da interviste ad "autorità" del calibro del produttore Harvey Weinstein, del critico Leonard Maltin e dell'attore Sam Neill, che si sono prestati al gioco, rilasciando dichiarazioni di sorpresa ed entusiasmo a favore di Colin McKenzie. Eppure gli indizi per capire che si trattava di un divertissement e non di un vero documentario sono dispensati a piene mani, fra anacronismi (Colin avrebbe ripreso un uomo che vola prima dei fratelli Wright, avrebbe anticipato il documento di denuncia con un caso simile a quello di Rodney King, ecc.), esagerazioni (l'incredibile McKenzie, dalla genialità e dall'inventiva pari a quelle di un Leonardo da Vinci mescolato con Edison e Méliès, avrebbe inventato il cinema sonoro, quello a colori, la candid camera, il lungometraggio, molto prima di chiunque altro; avrebbe costruito da solo un gigantesco set "biblico" nella foresta neozelandese; avrebbe ripreso persino la propria morte!), ironiche strizzatine d'occhio (l'addetta all'ambasciata russa si chiama Alexandra Nevsky) e tanti dettagli assurdamente inverosimili (il primo film sonoro della storia non ebbe successo perché era... in cinese!). Per rendere il tutto più credibile, Jackson e Botas hanno realizzato abilmente, scimmiottando gli stili dell'epoca, tutti i "film" di McKenzie, comprese le "comiche" di Stan the Man e naturalmente il kolossal biblico su "Salomè", il suo capolavoro perduto e mai distribuito. Ne risulta, in ogni caso, un magnifico atto d'amore verso il cinema e la sua storia, una delle pellicole più appassionanti fra tutte quelle che nel 1995 furono realizzate per rendere omaggio ai cento anni della settima arte. E comunque, l'operazione di Jackson e Botas ha numerosi precedenti illustri: senza voler scomodare i decadentisti francesi, uno dei casi più famosi fu quello di Ern Malley, poeta fittizio "inventato" nel 1943 (con tanto di biografia e corpus di opere) da una coppia di burloni australiani, ed elogiato su una rivista letteraria prima che venisse rivelato che non esisteva. Il titolo "Forgotten silver" fa riferimento al nitrato d'argento usato nelle pellicole cinematografiche.

12 maggio 2012

Troll Hunter (André Øvredal, 2010)

Troll Hunter (Trolljegeren)
di André Øvredal – Norvegia 2010
con Otto Jespersen, Glenn Erland Tosterud
**1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Nella tradizione di "Cannibal holocaust" e "The Blair Witch Project", un film in cui si finge di mostrare materiale filmato e rinvenuto per caso (una didascalia a inizio pellicola avvisa che la casa di produzione ha ricevuto i video in un pacco anonimo) come se tutto fosse vero. Un gruppo di studenti universitari, aspiranti documentaristi, vorrebbe intervistare un presunto bracconiere di orsi: ma scopriranno che l’uomo è invece un cacciatore di troll, i celebri giganti di pietra delle fiabe e delle leggende norvegesi, e che lavora agli ordini di un’agenzia governativa segreta con il compito di sterminare i mostri che escono dai loro territori, prima che qualcuno si renda conto della loro esistenza. Girato con pochi mezzi in luoghi isolati fra i boschi e le montagne del paese (gli effetti speciali sono ben integrati con il realismo della messinscena) e con attori semisconosciuti (ma i ruoli principali sono ricoperti da alcuni noti comici norvegesi), è stato un piccolo “caso” che ha meritatamente attratto l’attenzione della critica: anche perché non punta solo sulle atmosfere horror e le scene d’azione, ma sa costruire una trama interessante e soprattutto descrivere un personaggio – Hans, il cacciatore di troll – dotato di un certo spessore. Notevole la cura dei dettagli: dalla burocrazia del TST (il Troll Security Team), per cui per ogni troll ucciso bisogna riempire un modulo e fare rapporto con tutte le informazioni su come è stato trovato, all’intervista alla veterinaria che spiega perché alla luce del sole i troll si tramutino in pietra oppure esplodano, per non parlare di questioni “religiose” (i troll fiutano la presenza di chiunque creda nel Dio cristiano: i ragazzi si affrettano a negare di essere credenti, ma uno di loro – l'operatore – mente e farà una brutta fine, lasciandoci per un po’ con l’obiettivo incrinato; verrà sostituito da un'altra cameraman, che è musulmana!). Molti di questi dettagli giocano sulle tradizioni o su vari stereotipi norvegesi o scandinavi. Le immagini sullo schermo, naturalmente, sono tutte sempre in soggettiva: vediamo solo quello che è stato registrato dalla camera a mano impugnata da uno dei ragazzi. A parte alcune incongruenze (anche nei momenti più concitati o mentre è in fuga l'operatore riesce sempre a trovare la miglior inquadratura, per non parlare del montaggio fatto direttamente “in macchina” o della ripresa di dettagli che normalmente sarebbero stati ritenuti superflui), la scelta risulta efficace per coinvolgere lo spettatore e farlo sempre sentire nel mezzo dell’azione. Nel finale c’è una divertente gaffe del primo ministro norvegese, che durante un’intervista si lascia sfuggire una conferma dell'esistenza dei troll. Sui titoli di coda, l'inevitabile Grieg ("Nella sala del re della montagna").

19 settembre 2011

Il mundial dimenticato (Garzella, Macelloni, 2011)

Il mundial dimenticato
di Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni – Italia/Argentina 2011
con Sergio Levinsky, Marcelo Auchelli
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Tutti gli appassionati di calcio sanno che dopo i mondiali del 1938, anno in cui l'Italia si laureò campione del mondo per la seconda volta, la FIFA fu costretta ad annullare le edizioni del 1942 e del 1946 a causa della seconda guerra mondiale, e che il torneo venne riorganizzato soltanto nel 1950, in Brasile. Ma è proprio vero? Questo documentario racconta "la vera incredibile storia dei mondiali di Patagonia 1942", ovvero di un campionato organizzato in una delle più remote regioni del pianeta, mentre il resto del mondo era insanguinato dal conflitto, e mai riconosciuto ufficialmente dalla federazione internazionale, al punto da essere stato quasi dimenticato; un torneo le cui vicende si confondono fra realtà e leggenda, organizzato dall'eccentrico conte Otz (esule ungherese in Patagonia) per amore dello sport, di cui era appassionato e nel quale vedeva l'unico antidoto alla follia distruttrice della guerra, e conteso da nazionali non sempre ufficiali, in cui militavano soprattutto giocatori non professionisti (emigrati, operai, minatori, esiliati, soldati), e persino da una squadra di indios mapuche. Come nel leggendario mockumentary "Forgotten silver" di Peter Jackson, si comincia a seguire la ricostruzione della vicenda con il dubbio se i fatti raccontati siano accaduti realmente o meno, nonostante la presenza di numerosi personaggi celebri (da Roberto Baggio a João Havelange) che, intervistati, dicono la loro sul fantomatico mundial: ma poi l'accumularsi di circostanze sempre più ridicole e improbabili (il figlio di Butch Cassidy che arbitra gli incontri armato di pistola; le incredibili acrobazie dei giocatori; il portiere mapuche che ipnotizza i rigoristi avversari) e soprattutto di situazioni che anticipano famosi eventi avvenuti solo in seguito (la semifinale fra Italia e Germania che finisce 4-3, con tanto di gol simile a quello segnato da Rivera nel 1970, il gol-non gol nella partita dell'Inghilterra che precorre quello del 1966 e che fornisce addirittura l'occasione per introdurre la moviola in campo, benché si debba interrompere la partita per diverse ore per dare il tempo agli operatori di sviluppare la pellicola!) fanno capire che siamo di fronte a un divertissement non dissimile da quello di Jackson. Al resoconto delle imprese sportive e dei risultati del torneo si sovrappongono vicende umane (come quelle del cineoperatore argentino che vuole emulare Leni Riefenstahl e che inventa le più svariate e sofisticate tecniche di ripresa sportiva), sentimentali (la bella Helene, figlia del Conte Otz, contesa fra il bomber tedesco – pur essendo lei ebrea – e il portiere mapuche) e storiche (l'orgoglio degli immigrati italiani, le tensioni della guerra). Non mancano ironie sui luoghi comuni (i polacchi missionari, i nazisti "potenziati" in laboratorio come l'Evil Team di "Shaolin Soccer"). Ottima la ricostruzione dei filmati d'epoca. Il divertente film, frutto di quattro anni di duro lavoro da parte dei due registi e raccontato attraverso la testimonianza di un celebre giornalista sportivo argentino, Sergio Levinsky, è ispirato a un racconto di Osvaldo Soriano.

29 marzo 2010

Cloverfield (Matt Reeves, 2008)

Cloverfield (id.)
di Matt Reeves – USA 2008
con Michael Stahl-David, Mike Vogel
**1/2

Visto in DVD.

Dopo "The Blair Witch Project" (e "Cannibal Holocaust"), ecco un altro film che sfrutta l'idea del video amatoriale come testimonianza "dal vivo" di un evento straordinario e terrorifico. Alcuni ragazzi si riuniscono in un appartamento di Manhattan per un party, ma il grattacielo e l'intera New York vengono attaccati da una creatura mostruosa e misteriosa, forse extraterrestre oppure proveniente dalle profondità marine (come "Godzilla", al quale è probabilmente ispirata). Durante la fuga attraverso la città evacuata e semidistrutta (non mancano sequenze che ricordano le tragiche scene degli attentati dell'11 settembre), mentre l'esercito cerca inutilmente di arrestare l'avanzata del mostro, i protagonisti riprenderanno ogni cosa con la loro videocamera digitale. A giudicarlo strettamente dal punto di vista dei contenuti, "Cloverfield" sarebbe un fallimento totale: come horror non fa paura, come thriller non coinvolge né appassiona, come action fantascientifico non offre nulla di nuovo rispetto a centinaia di monster movie già visti in precedenza, e il suo presunto "realismo" non inganna nemmeno per un momento uno spettatore abbastanza smaliziato da riconoscerne la finzione (e i milioni di dollari spesi in effetti speciali). I suoi pregi sono dunque a livello puramente teorico. Gli eventi di sette ore (concentrati in settanta minuti, gli unici in cui la videocamera viene tenuta accesa) vengono mostrati "in tempo reale" e attraverso lo sguardo in soggettiva dell'apparecchio. Quello che lo spettatore vede è esattamente quello che vedono e scoprono man mano i personaggi, che sono contemporaneamente protagonisti e registi (montatori, operatori, ecc.) del film stesso, nonché gli unici a fornire un punto di vista sugli eventi: se loro muoiono, anche il film finisce. Naturalmente sembra del tutto improbabile che da un girato casuale (teoricamente privo anche di sceneggiatura), possa venir fuori una storia con un senso, completa di sviluppi e caratterizzazioni, sottotrame sentimentali, colpi di scena, assenza di tempi morti, risoluzioni drammatiche, e persino un finale: e già questo rischia di minare la credibilità dell'intera operazione. In realtà, come sempre, la sospensione dell'incredulità fa miracoli, e soprattutto il montaggio fatto "direttamente in camera" finisce col costituire il vero punto di forza del film, oltre a regalare la trovata più felice: il nastro utilizzato dai ragazzi, infatti, era già stato usato in precedenza; e a tratti, quando la registrazione viene arrestata, prima che riparta possiamo osservare i frammenti di una giornata precedente, più solare, che fanno da contraltare emotivo alle devastazioni e all'attacco del mostro, come in una sorta di flashback. Lo stile di regia, naturalmente, è confuso e con la camera a mano in perenne movimento, tanto da risultare quasi fastidioso (o noioso, a seconda dei punti di vista). Dopo i primi venti minuti, che servono soltanto a introdurre i personaggi, l'aspetto del mostro viene "bruciato" quasi subito (sarebbe stato meglio lasciarlo più a lungo nell'ombra), ma almeno la sua natura – così come quella delle altre piccole creature che lo accompagnano, quasi più spaventose di lui – rimane avvolta nel mistero, com'è giusto che sia. Fino a quando non arriverà l'inevitabile sequel, naturalmente, visto il successo riscontrato dalla pellicola. La scena in cui la statua della libertà viene decapitata dal mostro è stata ispirata dal manifesto originale di "1997 Fuga da New York". Il produttore, nonché la mente dell'intera operazione, è il furbo J. J. Abrams, quello di "Lost", un vero maestro nell'ammantare di una veste nuova (e accattivante, ammettiamolo) qualcosa che di originale ha ben poco.