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21 dicembre 2022

Paura e delirio a Las Vegas (T. Gilliam, 1998)

Paura e delirio a Las Vegas (Fear and loathing in Las Vegas)
di Terry Gilliam – USA 1998
con Johnny Depp, Benicio del Toro
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Con una valigetta piena di droghe ed alcolici, a bordo di una cabriolet rossa, il giornalista Raoul Duke (Johnny Depp) e il suo avvocato Dottor Gonzo (Benicio del Toro) attraversano il deserto per recarsi da Los Angeles a Las Vegas. Qui, continuamente sotto l'effetto degli stupefacenti (LSD, mescalina, etere), assisteranno a una corsa motociclistica, irromperanno in un convegno di procuratori distrettuali, devasteranno due stanze d'albergo e trascorreranno giornate e nottate all'insegna degli eccessi, di allucinazioni psichedeliche e di una follia anarchica e confusionaria. Film fluttuante e imprevedibile, tratto dal romanzo di Hunter S. Thompson, nel cui titolo si parla però di "disgusto", non di "delirio": la scelta dei distributori italiani di cambiarlo mostra tutta la loro incapacità di cogliere il vero significato della pellicola, che non è un semplice "delirio" ma una dichiarazione di rigetto verso un mondo ipocrita e perbenista, una fuga esistenziale, un modo per rendere esplicita la crisi del sogno americano. Il film si svolge infatti nel 1971, all'alba di un decennio che rappresenta la pietra tombale sugli ideali universali e i sogni di rivoluzione e cambiamento degli anni sessanta. La guerra del Vietnam, le apparizioni di Nixon in televisione, l'edonismo sfrenato di cui proprio Las Vegas (con i suoi casinò, i suoi circhi, i suoi eventi ricchi di celebrità) è il simbolo, costringono di fatto i due protagonisti a fuggire da sé stessi e dal mondo, rifugiandosi in una realtà alternativa e ribelle, popolata da rettili umanoidi e visioni alterate, ma capace di mettere in luce le contraddizioni e le ipocrisie della società che li circonda. La regia di Gilliam, che dà sfogo a tutto il suo talento visionario (con l'uso del grandangolo, le inquadrature sghembe e ondeggianti, i colori caldi e forti della fotografia di Nicola Pecorini), è al servizio di una trama episodica e quasi inesistente, mentre è notevole il tour de force dei due interpreti, dove spicca soprattutto uno straordinario Depp, con la pelata e perennemente fuori di testa. Piccole parti per Tobey Maguire (l'autostoppista), Christina Ricci (la pittrice Lucy), Cameron Diaz (la ragazza bionda nell'ascensore), Ellen Barkin (la cameriera del diner), Gary Busey (il poliziotto stradale).

13 dicembre 2022

American boy (Martin Scorsese, 1978)

Ragazzo americano (American Boy: A Profile of Steven Prince)
di Martin Scorsese – USA 1978
con Steven Prince, Martin Scorsese
**1/2

Visto su YouTube, in originale.

Celebre per il piccolo (ma memorabile) ruolo del venditore di armi in una scena di "Taxi Driver", Steven Prince era un amico di Martin Scorsese: in questo documentario – girato nel salotto di casa sua, in compagnia di altri amici e conoscenti – racconta numerosi episodi della propria vita movimentata e sregolata, caratterizzata in particolare dal consumo di droghe e dalla frequentazione di personaggi discutibili o sopra le righe. Come in "Italoamericani", l'altro documentario di Scorsese girato quattro anni prima, si tratta essenzialmente di una lunga chiacchierata che si dipana in totale libertà (il film comprende anche momenti di svago prima, dopo e durante l'intervista, comprese parti in cui il regista dice "Questa poi la tagliamo"). Eccentrico e tossicodipendente, Prince racconta in maniera affabile tutta una serie di aneddoti divertenti, episodi bizzarri o situazioni pericolose in cui si è trovato. Uno degli episodi in questione (quello di una ragazza finita in overdose alla quale ha dovuto somministrare un'iniezione di adrenalina) potrebbe aver ispirato una sequenza del "Pulp Fiction" di Quentin Tarantino. In effetti tutte le esperienze raccontate potrebbero dare spunto a un film, e in generale lo spaccato di vita risulta interessante e al contempo naturale e realistico. Alle scene girate da Scorsese si alternano brevi filmini domestici che mostrano Prince da bambino e in famiglia, a mo' di capitoletti introduttivi. Curiosità: Prince (in versione rotoscope) apparirà anche in "Waking life" di Richard Linklater.

16 settembre 2021

Climax (Gaspar Noé, 2018)

Climax (id.)
di Gaspar Noé – Francia 2018
con Sofia Boutella, Romain Guillermic
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Per prepararsi a una tournée negli Stati Uniti, un gruppo di giovani ballerini si rinchiude nel grande salone di una scuola di danza con lo scopo di provare la coreografia, mentre all'esterno infuria una tempesta di neve. Ma per qualche strano motivo (forse una droga aggiunta alla sangria che bevono dopo le prove), lentamente si fanno prendere dalla follia e dalla disinibizione e danno vita a episodi di paranoia e di violenza. Insolito nello stile, nella struttura (i titoli di coda sono all'inizio, quelli di testa a metà del film), nel montaggio (che alterna lunghissimi piani sequenza ad altri momenti più frammentati), nelle inquadrature (basti pensare a tutta la sequenza conclusiva, il "climax" del film appunto, girata con la telecamera capovolta), nell'accompagnamento sonoro (con incessanti brani di musica elettronica, che comprendono, fra gli altri, arrangiamenti di Erik Satie, Giorgio Moroder e Daft Punk), e in generale della direzione degli interpreti (tutti autentici ballerini anziché attori professionisti – Boutella e Souheila Yacoub a parte – ai quali Noé ha chiesto di improvvisare in totale libertà: la sceneggiatura vera e propria, ispirata a un episodio reale, era di sole cinque pagine, e il tutto è stato girato in pochi giorni!), il lungometraggio è un'angosciante e allucinata discesa all'inferno, fra atmosfere ipnotiche e orgiastiche, che non lesina provocazioni. Dalla danza (ricca di energia e sensualità, ai limiti della possessione: Noé si è ispirato ai cosiddetti "vogueing" e "krumping") e dalle interazioni fra i personaggi si passa prima a discorsi sul sesso e la violenza e poi alla completa perdita di controllo da parte dei ventiquattro personaggi, tutti ben caratterizzati dai rispettivi interpreti con pochi tocchi. Si prova disagio, non solo per il crescendo di follia ma anche perché la storia non porta a nulla se non all'evidenziare come gli aspetti negativi e selvatici degli esseri umani siano sempre lì, addormentati dietro la coscienza e pronti a venire alla luce. Le provocazioni registiche non si limitano al piano formale ma spaziano anche a quello contenutistico, per esempio attraverso le scritte godardiane in sovrimpressione che punteggiano la pellicola (a partire dalla presentazione, "Un film francese e fiero di esserlo", per terminare con aforismi come "Vivere è una collettività impossibile" e "Morire e un'esperienza straordinaria"). Nella fotografia di Benoît Debie prevale il colore rosso: negli abiti, nel pavimento, nella sangria, nel sangue, e infine nelle luci. Le coreografie del ballo sono di Nina McNeely. La sequenza iniziale con le video-interviste ai ballerini chiarisce subito i debiti e le fonti di ispirazione del film: a fianco del monitor, infatti, sono impilati libri e videocassette, fra le quali spiccano "Suspiria" di Dario Argento e "Salò" di Pier Paolo Pasolini (oltre a Żuławski, Fassbinder, Romero...). Di fronte all'accoglienza positiva della critica (il film ha vinto anche alcuni premi ai festival internazionali), Noé – noto per i suoi lavori controversi e provocatori – ha scherzato: "Devo aver sbagliato qualcosa".

6 marzo 2021

Moonwalkers (Antoine Bardou-Jacquet, 2015)

Moonwalkers (id.)
di Antoine Bardou-Jacquet – Francia 2015
con Ron Perlman, Rupert Grint
**

Visto in TV (Prime Video).

Per realizzare il video di un finto allunaggio, da utilizzare nel caso in cui la missione dell'Apollo 11 andasse storta, l'agente della CIA Kidman (Ron Perlman) viene inviato a Londra per assoldare il regista Stanley Kubrick. Ma a causa di un disguido, l'uomo – che soffre di disturbi traumatici in seguito alle sue esperienze in Vietnam – si ritrova a lavorare con Johnny (Rupert Grint), manager fallito di una rock band amatoriale, e tutto il suo entourage di artisti scapestrati e underground, dediti alle droghe e alla psichedelia... Di produzione francese (è l'opera prima del regista Antoine Bardou-Jacquet) ma in lingua inglese, una commedia che fonde le ipotesi di complotto sugli sbarchi lunari con l'atmosfera hippie e la controcultura degli anni sessanta. Nonostante il curioso soggetto (di Dean Craig) e i bravi attori (mi ha sorpreso soprattutto Grint, decisamente maturato dai tempi dei primi "Harry Potter"), però, gli sviluppi sono un po' fiacchi: la scena più divertente è quella in cui Kidman, ruvido e tutto d'un pezzo, assume per errore l'LSD. Robert Sheehan è Leon, l'amico sciroccato di Johnny che si fa passare per Kubrick, Tom Audenaert è il regista alternativo. Qua e là sono sparse citazioni kubrickiane (da "2001" e soprattutto da "Arancia meccanica").

2 febbraio 2021

Smetto quando voglio (Sydney Sibilia, 2014)

Smetto quando voglio
di Sydney Sibilia – Italia 2014
con Edoardo Leo, Stefano Fresi
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Quando Pietro, geniale neurobiologo specializzato in chimica organica, non si vede rinnovato l'assegno di ricerca e si ritrova a fronteggiare la disoccupazione, decide di mettere le proprie competenze al servizio della produzione di una nuova droga, una molecola non ancora compresa nella lista di quelle considerate illegali dal ministero della salute. Insieme a un gruppo di altri ricercatori universitari, tutti intellettuali precari come lui o costretti a infimi e umilianti lavoretti pur di racimolare qualche soldo, forma così una "banda" per la produzione e lo spaccio delle nuove pasticche. Il successo arriderà rapidamente, ma i geniali "nerd" dovranno farsi strada in un ambiente a loro poco consono, fra tossicodipendenti, escort e malviventi. Con un aggancio a un tema d'attualità (le difficoltà di menti brillanti costrette ai margini della società dalla crisi economica o dalla mancanza di appeal delle rispettive materie di studio), il film d'esordio di Sibilia punta le sue carte su un umorismo grottesco e dolce-amaro, su personaggi ingenui e simpatici, su un ritratto caricaturale del mondo della droga e della criminalità, non privo di tocchi cinici, ironici e post-moderni alla Guy Ritchie. Siamo quasi di fronte a un incrocio fra "I soliti ignoti" (il gruppo di criminali dilettanti), "Full monty" (le difficoltà socio-economiche che spingono un gruppo di amici a tuffarsi in una "professione" completamente nuova) e la serie televisiva "Breaking bad". La sceneggiatura è firmata dal regista insieme a Valerio Attanasio, la fotografia ipersatura è di Vladan Radovic, i ricercatori sono interpretati da Edoardo Leo, Stefano Fresi, Libero De Rienzo, Paolo Calabresi, Pietro Sermonti, Valerio Aprea e Lorenzo Lavia. Nel cast anche Valeria Solarino (la compagna di Pietro), Neri Marcorè (il boss rivale "Murena") e Sergio Solli (il professore). Grande successo di pubblico e di critica, che ha portato alla realizzazione di due sequel (o meglio, midquel).

17 gennaio 2021

La grande razzia (Henri Decoin, 1955)

La grande razzia (Razzia sur la chnouf)
di Henri Decoin – Francia 1955
con Jean Gabin, Magali Noël
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

L'esperto gangster Henri "Le Nantais" (Jean Gabin) torna dall'America in Francia per dirigere un lucroso traffico di droga per conto del boss Paul Liski (Marcel Dalio), sostituendone il luogotenente che è stato eliminato in un regolamento di conti. Sotto la copertura della gestione di un ristorante – della cui giovane cassiera, Lisette (Magali Noël), si innamora – Henri supervisiona l'arrivo della merce in Francia, la sua consegna, la lavorazione, la distribuzione ai corrieri e lo spaccio nei locali o ai singoli consumatori, mentre nel contempo deve far fronte alle indagini e alle retate della polizia e tenere a bada gli scagnozzi di Liski, Roger "Le Catalan" (Lino Ventura) e Bibi (Albert Rémy), due tirapiedi dal grilletto facile, sempre pronti a intimidire o ad ammazzare chi non rispetta le regole o vuole abbandonare l'organizzazione. La trama (tratta da un romanzo di Auguste Le Breton, anche sceneggiatore nonché presente in un cameo nel ruolo del giocatore d'azzardo) pare a tratti quasi un pretesto per un viaggio documentaristico negli ambienti della "mala" e nell'organizzazione dello spaccio di droga: ma la curiosità e la meticolosità di Henri nel voler conoscere ogni dettaglio della struttura che dirige avrà una sua giustificazione nel finale a sorpresa. Ottima l'atmosfera, le interpretazioni, la fotografia in bianco e nero di un mondo sordido e inesorabile: si pensi a figure tragiche come la tossicodipendente Léa (Lila Kedrova). Paul Frankeur è il commissario Fernand, Roland Armontel il chimico Birot, Michel Jourdan il fattorino con la bici. Gran parte del cast (Gabin, Ventura, Frankeur e Jourdan) aveva recitato insieme pochi mesi prima nel "Grisbi" di Jacques Becker. La parola "chnouf" presente nel titolo originale indica in gergo le droghe pesanti.

16 gennaio 2021

The gentlemen (Guy Ritchie, 2019)

The Gentlemen (id.)
di Guy Ritchie – GB/USA 2019
con Matthew McConaughey, Charlie Hunnam
**1/2

Visto in TV (Prime Video), con Sabrina.

Mickey Pearson (Matthew McConaughey), "boss" della marijuana in Gran Bretagna, intende ritirarsi a vita privata con la moglie Rosalind (Michelle Dockery) e vendere il proprio impero, vivai e infrastrutture comprese, al "collega" Matthew Berger (Jeremy Strong). Ma questi, per abbassare il prezzo, gli scatena contro l'ambizioso cinese Dry Eye/Occhio Asciutto (Henry Golding), per far fronte al quale Mickey dovrà ricorrere all'aiuto di un eccentrico coach di lotta e "maestro di vita" (Colin Farrell) e ai suoi "Toddlers". Contemporaneamente, il giornalista prezzolato Fletcher (Hugh Grant), incaricato dal suo direttore Big Dave (Eddie Marsan) di indagare sui loschi affari di Mickey, contatta il braccio destro di quest'ultimo, Raymond (Charlie Hunnam), per ricattarlo: quasi l'intero film, di fatto, è narrato attraverso la ricostruzione di Fletcher, che ne espone le vicende come se fosse una sceneggiatura cinematografica. Con un ottimo cast corale e un soggetto intricato, nel quale si giostra con disinvoltura, Ritchie torna sulle orme dei suoi primi successi (come "Snatch" e "Lock & Stock"): storie di gangster di grande e di piccolo calibro, oltre che dei variopinti personaggi che ruotano loro intorno, raccontate con brio, umorismo, adrenalina e soprattutto consapevolezza dei generi (in chiave post-moderna). Il divertimento non manca, ma forse è un po' fine a sé stesso: non ci si attenda chissà quale messaggio o significato recondito, anche se lo scenario è al passo con i tempi (i giovani teppisti che fanno ampio uso dei social media, per esempio), la vicenda tocca un po' tutti gli ambienti sociali (dai ricchi lord agli sbandati di strada) e i personaggi sono ben caratterizzati attraverso particolarità e idiosincrasie. L'aspetto forse più interessante è la fusione fra le solite lotte di potere fra i gangster e un approccio più da "business" che comprende trattative e negoziati, anche se spesso portati avanti con metodi sporchi: a questo proposito, nel calderone non mancano citazioni colte, come quelle allo Shakespeare del "Mercante di Venezia".

10 gennaio 2021

Atlantic City, U.S.A. (Louis Malle, 1980)

Atlantic City, U.S.A. (Atlantic City)
di Louis Malle – Canada/Francia 1980
con Burt Lancaster, Susan Sarandon
***

Visto in TV, con Sabrina.

In una città in declino, che ha conosciuto tempi migliori (il boom turistico all'inizio del Novecento e il periodo del proibizionismo, quando fu sede delle attività di celebri bande di gangster), l'anziano Lou Pasco (Burt Lancaster), ex delinquente di mezza tacca, sogna l'occasione di riscatto quando entra per caso in possesso di una partita di droga che Dave (Robert Joy), un giovane ladruncolo, ha sottratto a una banda di spacciatori. Quando questi ultimi si presenteranno per riprendersela, Lou dovrà proteggere l'ex moglie di Dave, l'aspirante croupier Sally (Susan Sarandon), di cui è innamorato, dalla loro vendetta. Gangster movie minimalistico, intimo e romantico, malinconico ritratto di un mondo allo sbando, che guarda al passato mentre sta per essere spazzato via dall'imminente futuro (la demolizione dei vecchi edifici per fare posto alla costruzione di nuovi alberghi e casinò, come quelli di Donald Trump). Prigioniero di un personaggio che forse non è mai stato, Lou (come la città stessa) si illude di tornare agli antichi splendori al fianco di Sally, giovane ragazza che vuole viaggiare e fare esperienze, anche se alla fine si renderà conto che il proprio posto è insieme alla coetanea Grace (Kate Reid), vedova di un suo vecchio amico, al cui servizio si è dedicato. Nel cast anche Michel Piccoli (il mentore di Sally, che oltre a guidarla nel corso da croupier le insegna il francese e le fa ascoltare "Casta diva") e Hollis McLaren (la sorella hippie della ragazza, incinta di Dave). Scritta da John Guare, la pellicola ebbe un ottimo riscontro critico: vinse il Leone d'Oro a Venezia (ex aequo con "Gloria" di Cassavetes) e fu candidata a cinque premi Oscar (nelle cinque maggiori categorie: film, regia, sceneggiatura, attore e attrice).

30 giugno 2020

Il cattivo tenente (Abel Ferrara, 1992)

Il cattivo tenente (Bad Lieutenant)
di Abel Ferrara – USA 1992
con Harvey Keitel, Frankie Thorn
***1/2

Rivisto in TV.

Un tenente di polizia newyorkese (il personaggio non ha nome), dedito a vizi e depravazioni di ogni tipo – dall'alcol alle droghe e al sesso – e abituato ad agire fuori dalle regole e ad abusare del proprio potere, si ritrova emotivamente coinvolto dall'indagine su un violento stupro subito da una suora. Questa, infatti, intende perdonare i propri aguzzini. E il tenente, che nel frattempo è posto sotto pressione per via di alcuni crescenti debiti di gioco (il film si dipana durante una serie di playoff di baseball fra i New York Mets e i Los Angeles Dodgers, con i primi – sui quali ha scommesso il protagonista – che "bruciano" un vantaggio di tre incontri a zero, facendosi clamorosamente rimontare), ne rimane a tal punto colpito e ossessionato da decidere di espiare a sua volta i propri peccati. Forse il capolavoro di Abel Ferrara, scritto insieme alla modella e attrice Zoë Lund (che appare in una piccola parte) e ad Edouard de Laurot, non accreditato: un viaggio negli inferi di un "peccatore" che compie una sorta di via crucis in cerca di una redenzione impossibile. Temi e metafore religiose, come si vede, si sprecano: l'ambiente, dopo tutto, è quello delle comunità cattoliche italo-americane, lo stesso visto nei primi film di Scorsese, come "Chi sta bussando alla mia porta" e "Mean Streets" (non a caso entrambi questi titoli vedevano come protagonista Keitel, che funge dunque da filo conduttore). Linguaggio e situazioni forti, nudi integrali, abuso di droga e visioni mistiche (un Cristo che scende dalla croce) completano il tutto per dare vita a una pellicola potente e indimenticabile, a tratti un vero pugno nello stomaco. Il film di Werner Herzog del 2009, "Il cattivo tenente - Ultima chiamata New Orleans", nonostante il titolo, non ha nulla a che fare con questo (se non per la presenza di un protagonista simile).

10 gennaio 2020

Boogie nights (Paul T. Anderson, 1997)

Boogie Nights - L'altra Hollywood (Boogie Nights)
di Paul Thomas Anderson – USA 1997
con Mark Wahlberg, Burt Reynolds
***

Rivisto in TV.

L'ascesa (e la caduta) di Dirk Diggler, nome d'arte di Eddie Adams (Mark Wahlberg), star del porno nella Los Angeles di fine anni '70 e inizio anni '80, alla fine dell'età d'oro del cinema per adulti, prima che l'avvento del video cambiasse radicalmente volto all'intera industria. Il giovane Eddie è convinto che "ognuno nasce con un talento speciale": e visto che il suo è nei suoi pantaloni, non c'è nulla di male nel provare a diventare un pornodivo. Ci riesce grazie all'aiuto dell'affermato regista Jack Horner (Burt Reynolds), che aspira a dirigere pellicole pornografiche di "qualità" (cioè che raccontino anche una storia) e che lo prende sotto la propria protezione, trasformandolo in una vera e propria stella. Il successo, e la vita dorata ed eccessiva che ne conseguirà, fra feste scatenate e droga che scorre a fiumi, gli faranno però perdere progressivamente il contatto con la realtà... Sceneggiato dallo stesso Anderson, che si è ispirato a un breve mockumentary da lui stesso realizzato nel 1988, "The Dirk Diggler Story", è un film dall'impianto corale (il punto di riferimento del regista, come sarà evidente anche nei lavori successivi, è Robert Altman) che segue le parabole non solo del protagonista Dirk e del regista Jack, ma di tutte le persone che fanno parte del loro entourage, unite da legami di lavoro, di amicizia e di affetto (molti di loro, con il passare degli anni, cercheranno con alterne fortuna di cambiare vita). Il maggior pregio della pellicola, oltre a fornire una visione d'insieme – senza pregiudizi o moralismi di alcun genere – dell'industria del porno in un'epoca ingenua e spensierata, sta proprio nella struttura corale che dona consistenza e spessore anche a storie e personaggi che, se presi singolarmente, sarebbero in fondo banali o già visti. Essenzialmente siamo di fronte a una vicenda già raccontata tante volte, da "A che prezzo Hollywood" in poi, soltanto che stavolta non si parla del cinema mainstream ma di quello per adulti. Al secondo lungometraggio, Anderson sembra già preoccupato di voler dare sfoggio della sua tecnica, con ampio uso (ed abuso) di piani sequenza, e inserisce anche finti video e filmati d'epoca (i "film" interpretati da Dirk, come la serie porno-poliziesca "Brock Landers", e gli spezzoni di interviste). Buona la ricostruzione storica, con la citazione di tante "mode" di quegli anni (il kung fu, gli stereo ad alta fedeltà) e una colonna sonora ricca di brani del periodo.

Il cast è ampio e di altissimo livello: comprende Julianne Moore (Amber Waves, compagna di Jack e "figura materna" per Dirk e gli altri giovani attori, anche se lei stessa si vede tolta la propria vera figlia per colpa dell'ambiente in cui lavora), John C. Reilly (Reed Rothchild, collega e miglior amico di Dirk), Heather Graham (Rollergirl, cameriera e attricetta porno che non si leva mai i pattini a rotelle), Don Cheadle (Buck, esperto di Hi-Fi, che vorrebbe aprire un negozio di elettronica), Philip Seymour Hoffman (Scotty J., membro della troupe dalle tendenze gay e innamorato di Dirk), William H. Macy (Little Bill, l'assistente regista che andrà fuori di matto in seguito ai continui tradimenti della moglie), Luis Guzmán (il portoricano Maurice), Thomas Jane (il ballerino e spogliarellista Todd), Robert Ridgely (il "colonnello", produttore dei film di Jack), Ricky Jay, Jack Wallace, Nicole Ari Parker, Philip Baker Hall, fino ad Alfred Molina (Rahad, l'uomo che Dirk, Reed e Todd tentano di truffare vendendogli cocaina fasulla). L'attenzione maggiore rimane però puntata su Dirk, che da ragazzo timido, insicuro e disprezzato dai genitori diventa rapidamente una celebrità, assapora la ricchezza e l'eccesso, crolla e litiga con tutti, cerca inutilmente altre strade (diventare un cantante o un attore "serio", per esempio), prima di tornare lentamente nell'oblio e ricucire i rapporti con il suo mentore Jack. E se il mondo attorno a lui sembra cambiare in peggio (gli anni '80 appaiono più brutti e squallidi, rispetto ai dorati '70), i legami di amicizia e di solidarietà continuano a rappresentare un rifugio per quella che è in fondo una "grande famiglia". Pur occupandosi di pornografia, il film non mostra mai esplicitamente scene di sesso o nudi integrali fino all'ultima sequenza in cui Eddie/Dirk, mentre prova la parte da solo davanti allo specchio (la scena è ispirata a quella analoga di Robert De Niro in "Toro scatenato"), mostra finalmente anche a noi spettatori il suo tanto famoso pene (realizzato con una protesi). Tre nomination agli Oscar (per la sceneggiatura e per Reynolds e Moore come attori non protagonisti).

18 dicembre 2019

Quei bravi ragazzi (Martin Scorsese, 1990)

Quei bravi ragazzi (Goodfellas)
di Martin Scorsese – USA 1990
con Ray Liotta, Robert De Niro, Joe Pesci
***1/2

Rivisto in TV.

Cresciuto a Little Italy nel "mito" della malavita italo-americana, il gangster Henry (Ray Liotta) racconta la sua carriera criminale fra il 1955 e il 1980, dai primi lavoretti da adolescente per conto dei boss del quartiere – fra cui Paul Cicero (Paul Sorvino) – all'amicizia con lo spietato Jimmy (Robert De Niro) e l'imprevedibile Tommy (Joe Pesci), dal matrimonio con Karen (Lorraine Bracco) alla scelta di mettersi in proprio nel mercato della droga, fino all'arresto da parte della Narcotici e alla decisione di "vuotare il sacco", accusando i propri complici pur di salvarsi la vita. Tratto da un romanzo di Nicholas Pileggi ("Il delitto paga bene", ispirato alla vera storia di Henry Hill, gangster e poi collaboratore di giustizia), il film è uno dei capolavori di Scorsese, un tuffo a pieni polmoni nel colorato mondo della mafia italo-americana, raccontato con passione e ironia. Dopotutto il punto di vista, nonché la voce narrante, è quella di Henry, che esordisce con la frase "Che io mi ricordi ho sempre voluto fare il gangster" e prosegue esaltando a più riprese lo stile di vita di chi può prendersi (con la forza) tutto quello che desidera. Furti, omicidi e ricatti sono solo il contorno di una vita sopra le righe, con poche (ma severe) regole da seguire (il rispetto per i boss, per esempio) e tanti vantaggi, al prezzo però di guardarsi sempre le spalle, perché la propria condanna a morte potrebbe giungere quando meno la si aspetta, magari per mano di un amico (o meglio, di un "bravo ragazzo", come Henry definisce i mafiosi). Quella dei gangster è come una grande famiglia, dove tutti si conoscono e si frequentano (anche le mogli o le fidanzate), dove si vive da nababbi e si commettono crimini con estrema leggerezza, in un continuo stato di trance o di incoscienza (tanto "nessuno va in galera, se non ci vuole andare", spiega il protagonista). Attorno a Henry si muovono figure indimenticabili, rese tali dalla sceneggiatura e da una regia praticamente perfetta, certo, ma anche dagli interpreti. De Niro, per una volta figura periferica, dà vita con pochi tratti a un criminale imperscrutabile, che dietro l'aria affabile e il sorriso è sempre pronto a pugnalare alle spalle ("Jimmy era uno di quelli che al cinema fanno il tifo per i cattivi"), mentre Pesci ruba la scena nel ruolo del siciliano permaloso e problematico, pronto a uccidere per un insulto o uno scherzo. Nella struttura episodica, sorretta dal montaggio di Thelma Schoonmaker, spicca l'ultima giornata di Henry prima dell'arresto, scandita dai riferimenti temporali e dalla mescolanza di atti criminali (il traffico di droga) e domestici (la preparazione della cena in famiglia), a dimostrazione che per questi personaggi il crimine è uno stile di vita indissolubilmente legato alla quotidianità. L'ironia, i dialoghi, la mescolanza di stili, col senno di poi, anticipano e prefigurano il cinema post-moderno di Quentin Tarantino ("Pulp Fiction", in molti aspetti, gli è debitore). Trent'anni più tardi, con "The irishman" (ancora De Niro e Pesci nel cast), Scorsese ne realizzerà quasi una versione aggiornata, più realistica e meno glamour nei confronti del crimine organizzato. Da elogiare anche la fotografia di Michael Ballhaus e la colonna sonora d'epoca (con brani come l'exit di "Layla" di Derek and the Dominos e "Rags to Riches" di Tony Bennett). Nel cast anche i genitori di Scorsese (sua mamma Catherine, in particolare, intepreta la madre di Tommy), Samuel L. Jackson, Chuck Low e Gina Mastrogiacomo. Sei nomination agli Oscar: Pesci vinse la statuetta come miglior attore non protagonista. L'inquadratura finale in cui Tommy spara verso lo spettatore è un omaggio al film muto del 1903 "La grande rapina al treno".

16 novembre 2019

La vita è un sogno (Richard Linklater, 1993)

La vita è un sogno (Dazed and confused)
di Richard Linklater – USA 1993
con Wiley Wiggins, Christin Hinojosa
**1/2

Rivisto in DVD, con Marisa.

Il 28 maggio 1976, ad Austin in Texas, gli studenti del liceo locale festeggiano l'ultimo giorno di scuola. Per i "senior" (gli alunni dell'ultimo anno) è l'occasione per sottoporre le matricole a crudeli e goliardici riti d'iniziazione, tollerati dalla comunità, mentre per i più giovani siamo di fronte a un momento di passaggio e di crescita. E tutti si ritroveranno di notte a una scatenata festa all'aperto, all'insegna di amori, sesso, droga e rock'n'roll. Ambientato nell'arco di 24 ore, il primo film di Linklater prodotto da una major è una specie di "American graffiti" aggiornato agli anni settanta: un nostalgico ritratto di una generazione "fumata", che si ribella alle regole degli adulti o semplicemente non si identifica nel loro modo di pensare e nelle loro "priorità". Senza nessuna fretta di crescere, i giovani seguono le proprie dinamiche e il proprio istinto, annoiati dal presente e indifferenti verso il futuro. Ed ecco che la ricerca del divertimento nasconde un vagare in cerca di punti di riferimento difficili da trovare. Di impostazione corale, la pellicola segue in parallelo numerosi personaggi fra i quali spiccano le giovani matricole Mitch (Wiley Wiggins) e Sabrina (Christin Hinojosa), che dopo le goliardie di rito saranno prese sotto l'ala protettiva di studenti più grandi; Randall "Pink" Floyd (Jason London), stella del football che sta meditando di lasciare la squadra della scuola; il trio di "intellettuali" formato da Mike (Adam Goldberg), Tony (Anthony Rapp) e Cynthia (Marissa Ribisi), in cerca d'integrazione. Nel vasto cast anche alcuni nomi che diverranno poi noti, come Ben Affleck (il bullo pluri-ripetente Fred O'Bannion), Matthew McConaughey (il ventenne David Wooderson, che bazzica ancora con i liceali), Parker Posey e Milla Jovovich (in un ruolo assai ridotto). La ricca colonna sonora comprende brani (fra gli altri) di Aerosmith, Deep Purple, Kiss, Black Sabbath, ZZ Top, Alice Cooper, Bob Dylan e Peter Frampton. Senza senso il titolo italiano. Passato inosservato nel nostro paese, il film ha colpito invece parecchio l'immaginario americano, anche grazie all'ottima ricostruzione storico-sociale. Linklater ne dirigerà una sorta di "sequel spirituale" nel 2016 con "Tutti vogliono qualcosa".

24 settembre 2019

Babyteeth (Shannon Murphy, 2019)

Babyteeth
di Shannon Murphy – Australia 2019
con Eliza Scanlen, Toby Wallace
**1/2

Visto al cinema CityLife Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

La sedicenne Milla (Eliza Scanlen), figlia di uno psichiatra (Ben Mendelsohn) e di un'ex pianista (Essie Davis), è gravemente malata di tumore allo stadio terminale. Ma i suoi ultimi mesi sono caratterizzati da una "botta di vita" con l'infatuamento per il ventitreenne Moses (Toby Wallace), delinquentello di strada e piccolo spacciatore: una relazione che i genitori dapprima osteggiano e poi cercheranno invece di favorire, pur di rendere felice la ragazza. Opera prima di una regista che in precedenza ha diretto cortometraggi ed episodi di serie televisive, la pellicola ha un'origine teatrale (da una commedia di Rita Kalnejais, che ha adattato la sceneggiatura) ma non ci se ne accorge, per come è girata in maniera vivace e sbarazzina, anche visivamente, con una leggerezza che stupisce visto il tema trattato. Diviso in micro-capitoletti (ciascuno con un proprio titolo, spesso ironico o pretestuoso, che appare sullo schermo), il film accatasta situazioni di vita familiare, ribellione adolescenziale, problematiche legate all'uso (e all'abuso) di farmaci (che coinvolgono un po' tutti i personaggi: il padre li prescrive, la madre li utilizza per i propri problemi di depressione, la figlia ne è dipendente per la malattia, il fidanzato perché li ruba e li spaccia), ma anche il legame con la natura e soprattutto con la musica (il primo amore della madre, pianista classica, che spinge anche la figlia a imparare a suonare il violino). Peccato che, man mano che procede, la storia si sfilacci un po'. In ogni caso, una visione simpatica e piacevole. Eugene Gilfedder è l'insegnante di musica (e vecchio partner della madre di Milla), Emily Barclay la vicina di casa incinta (con cui il padre ha la tentazione di una scappatella extraconiugale).

22 luglio 2019

Il corriere - The mule (C. Eastwood, 2018)

Il corriere - The mule (The Mule)
di Clint Eastwood – USA 2018
con Clint Eastwood, Bradley Cooper
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Giunto all'età di novant'anni, il floricultore Earl Stone (Eastwood, che torna a recitare in un suo film a dieci anni di distanza da "Gran Torino") deve fare i conti con i propri fallimenti: per pensare al lavoro ha sempre trascurato la famiglia, finendo con l'alienarsela. E l'avvento della concorrenza su internet ha portato comunque alla chiusura la sua attività, lasciandolo in mezzo ai debiti. Disperato, accetta dunque la proposta di diventare corriere per un cartello messicano della droga, trasportando la merce a bordo del proprio pickup dal Texas fino a Chicago. Insospettabile per via della sua età e dei suoi modi, diventerà così uno dei corrieri più affidabili e redditizi del cartello, sfuggendo per lungo tempo alle strette maglie delle indagini dell'agente della DEA Colin Bates (Bradley Cooper). Da una storia vera, una pellicola se vogliamo semplice e lineare, ma con il valore aggiunto dato dalla capacità di Clint (tanto come regista quanto come attore) di costruire un personaggio unico e interessante: Earl è incredibilmente disinibito a livello morale (non gli sorgono mai dubbi o scrupoli che quello che sta facendo sia sbagliato, ed è sempre perfettamente consapevole della situazione), dai modi grezzi ma in fondo buono (sempre pronto ad aiutare o a fare amicizia con chiunque, nonostante le venature razziste del personaggio), non tanto dissimile dunque da altre figure da lui portate sullo schermo in passato (a cominciare, appunto, dal protagonista di "Gran Torino"). E anche se qualche passaggio della vicenda è un po' inverosimile (possibile che Earl non si renda conto fino al terzo viaggio di cosa stia davvero trasportando?) o schematico (i rapporti del protagonista con la propria famiglia, il comportamento ottuso degli uomini che il cartello invia a sorvegliarlo durante i viaggi), il ritratto della vecchiaia (con tutte le sue idiosincrasie, come quelle per la tecnologia) e della capacità di "reinventarsi" che ne consegue è a suo modo affascinante, rendendo facile allo spettatore partecipare emotivamente ai lunghi viaggi sulle strade polverose che conducono dal Texas all'Illinois. Perfetto il finale. Nel cast anche Dianne Wiest (la moglie), Alison Eastwood (la figlia), Taissa Farmiga (la nipote), Andy García (il boss del cartello messicano), Laurence Fishburne (il capo della DEA) e Michael Peña (l'agente Trevino).

24 maggio 2019

Dolor y gloria (Pedro Almodóvar, 2019)

Dolor y gloria (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2019
con Antonio Banderas, Penélope Cruz
***

Visto al cinema Colosseo.

Il regista e scrittore Salvador Mallo (Antonio Banderas), che convive con la depressione e con dolori e malattie croniche, fatica a uscire dal guscio in cui si è rinchiuso negli ultimi anni. Un'opportunità gliela offre il restauro di una sua pellicola di 32 anni prima, "Sabor", alla cui presentazione viene invitato insieme all'attore protagonista, Alberto Crespo (Asier Etxeandía), con il quale non si parla da allora dopo aver litigato per divergenze sulla sua interpretazione. Riallacciare i rapporti con Alberto lo porta a ritrovare anche l'amante di un tempo, Federico (Leonardo Sbaraglia), di passaggio a Madrid da Buenos Aires, che assiste alla recita di un monologo incentrato proprio sulla loro vita insieme. E nel frattempo, mentre sperimenta pericolosamente con l'eroina nel tentativo di sopportare il dolore che lo attanaglia (cosa curiosa, visto che i rapporti con Alberto e con Federico furono messi a repentaglio proprio dalle loro tossicodipendenze), rivive la propria infanzia in una serie di sogni o di ricordi a occhi aperti: i momenti trascorsi insieme alla madre, il trasferimento con la famiglia in una "grotta" a Paterna, le prime pulsioni omosessuali verso il giovane imbianchino Eduardo (César Vicente)... Siamo di fronte all'"Otto e mezzo" (o "Lo specchio") di Almodóvar: un film praticamente autobiografico (il regista ha detto: "il tasso di autobiografia sul fronte dei fatti è del 40 per cento, ma per quello che riguarda un livello più profondo, si tratta del 100 per cento. In tutti i posti dove il personaggio di Antonio è stato, ci sono stato anche io, la casa di Salvador è una copia della mia, ci sono i miei mobili, i miei quadri, tutto quello che nel film non ho vissuto potrei però averlo vissuto"). E dunque c'è tutto quello che avevamo visto (o intravisto) nei precedenti film: l'amore per l'arte (che si fonde con la vita), o meglio la potenza salvifica dell'espressione artistica (il cinema, la scrittura, il teatro, il disegno), che permea non solo Salvador ma un po' tutti i personaggi; il fascino del cinema, in particolare quello della Hollywood classica (Natalie Wood in "Splendore sull'erba", Marilyn Monroe in "Niagara"); e ancora, le esperienze infantili e formative, la povertà, la scuola dai preti, la sofferenza della malattia. Non a caso Almodóvar fa ricorso ai suoi attori feticcio: un Banderas barbuto, mai così sofferto e misurato (all'ottavo film con il regista), una splendida Penélope Cruz nel ruolo della madre Jacinta da giovane (o forse, come ci rivela l'ultima inquadratura, è soltanto l'attrice che la interpreta nel nuovo film di Salvador: si spiegherebbe così la mancata somiglianza con Julieta Serrano, che interpreta invece Jacinta da anziana), e Cecilia Roth nel breve ruolo di Zulema. Nora Navas è la manager tuttofare Mercedes, Asier Flores è Salvador bambino. A livello di perfezione la regia, grazie anche a una fotografia che dona una concretezza eterea e iperrealista ai colori, ai materiali, alle scenografie, agli oggetti di scena.

16 febbraio 2019

More (Barbet Schroeder, 1969)

More - Di più, ancora di più (More)
di Barbet Schroeder – Francia 1969
con Klaus Grünberg, Mimsy Farmer
***

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Il giovane autostoppista tedesco Stefan (Grünberg) conosce a Parigi la bella e misteriosa Estelle (Farmer), se ne innamora e la segue fino all'isola di Ibiza. Qui scopre che la ragazza è una tossicomane, finendo per condividerne il destino... Opera prima di Schroeder, celebre per la colonna sonora realizzata appositamente dai Pink Floyd (fu il loro terzo album in studio) ma anche per la descrizione realistica e senza compromessi della dipendenza dalla droga. A quei tempi, Ibiza era un po' "sinonimo di psichedelia ed esperienze di vita al di fuori di qualsiasi controllo", e la permanenza di Stefan sull'isola in compagnia di Estelle lo illustra perfettamente. I due ragazzi dapprima si illudono di poter convivere insieme in totale libertà (quasi sempre nudi, a casa o in spiaggia), per poi dover fare i conti con i propri fantasmi. E come gli "adoratori del sole" che si accecano a furia di guardare l'astro nel cielo, il desiderio di volere sempre di più (e l'incapacità di fermarsi) li porta all'autodistruzione. Emblematica la scena della lotta contro i mulini a vento (come Don Chisciotte). Molto bella l'ambientazione e in generale l'atmosfera, con evidenti influssi della Nouvelle Vague: e gli scenari naturali, con il passaggio delle stagioni (dall'estate all'inverno), sono uno sfondo suggestivo. Il finale è brusco, ma efficace. Heinz Engelmann è l'ambiguo Dottor Wolf, ex nazista, proprietario di alberghi e ristoranti sull'isola, ma soprattutto amante di Estelle e suo spacciatore di eroina. Michel Chanderli è il ladruncolo Charlie, amico di Stefan che cerca inutilmente di allontanarlo dalla ragazza. Nel cast anche Henry Wolf (Henry) e Louise Wink (Cathy). Accolto in maniera controversa alla sua uscita, è poi diventato un film di culto.

16 gennaio 2019

Limitless (Neil Burger, 2011)

Limitless (id.)
di Neil Burger – USA 2011
con Bradley Cooper, Robert De Niro
**

Visto in TV.

Assumendo un farmaco sperimentale, uno scrittore fallito (Bradley Cooper) riesce ad avere accesso alla parte inutilizzata del proprio cervello. Diventa così più intelligente, creativo, disinibito e pieno di iniziativa, ottenendo successo in campo letterario e lanciandosi poi in ardite speculazioni finanziarie. Ma si scopre anche incapace di fare a meno della droga, che gli procura dipendenza ed alcuni effetti negativi. E naturalmente, il farmaco inizia a fare gola ad altre persone, mettendo a repentaglio la vita del protagonista... Uno spunto interessante, forse non sviluppato al pieno del suo potenziale (di certo non ai livelli di quanto farà Luc Besson con la sua "Lucy" qualche anno più tardi), per un film che si lascia guardare ma che alla fine lascia ben poco di memorabile, nonostante la regia spigliata di Burger (buoni gli effetti visivi che mostrano lo stato di coscienza alterato di chi è in preda al farmaco). E bravi comunque gli interpreti, soprattutto un Bradley Cooper che a tratti ricorda il primo Ralph Fiennes, affiancato da Robert De Niro (l'affarista di cui il nostro eroe diventa il braccio destro), Abbie Cornish (la fidanzata) e Andrew Howard (il mafioso russo). Dal film è stata tratta una serie tv (di una sola stagione) nel 2015.

9 gennaio 2019

Taking off (Miloš Forman, 1971)

Taking off (id.)
di Miloš Forman – USA 1971
con Buck Henry, Lynn Carlin
***

Rivisto su Dailymotion.

Alla ricerca della loro figlia quindicenne Jeannie (Linnea Heacock), fuggita di casa dopo aver partecipato a un'audizione per voci femminili, i coniugi Larry (Buck Henry) e Lynn Tyne (Lynn Carlin) si iscrivono alla Società Genitori Figli Scappati. E per cercare di comprendere meglio i propri figli, decidono di provare a fumarsi uno spinello... Il primo film "occidentale" di Forman, che era emigrato negli Stati Uniti dopo gli eventi della Primavera di Praga, è una divertente e caustica satira del gap generazionale nell'America degli hippy e dell'LSD, dove i genitori appaiono ancora più clueless e disgiunti dalla realtà dei loro figli. Soggetti a psicosi e paranoie, nonché a dipendenze di ogni tipo (il fumo, l'alcool, il sesso) che cercano inutilmente di tenere a freno con ogni mezzo possibile (compresa l'ipnosi), i genitori scoprono di non avere assolutamente nessun canale di comunicazione aperto con i giovani, che invece vivono la propria vita in totale libertà, nonostante le paure e le incertezze. Sceneggiato dallo stesso Forman insieme (fra gli altri) a Jean-Claude Carrière e John Guare, e vincitore del Grand Prix al Festival di Cannes, il film (che ebbe scarso successo di pubblico) è una commedia leggera che sconfina spesso nella farsa, come nel finale in cui la ragazza torna a casa da sola mentre i genitori, in preda ai fumi dell'hashish, sono impegnati in una partita di strip poker con una coppia di amici. E nonostante l'ambientazione ormai un po' datata, diverte ancora parecchio. Fra le ragazze che partecipano all'audizione ci sono le (giovanissime) Kathy Bates, Jessica Harper e Carly Simon.

15 marzo 2017

Trainspotting (Danny Boyle, 1996)

Trainspotting (id.)
di Danny Boyle – GB 1996
con Ewan McGregor, Robert Carlyle
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Da un romanzo di Irvine Welsh, il cult movie che ha lanciato le carriere del regista inglese Danny Boyle (al suo secondo film) e dell'attore scozzese Ewan McGregor: la storia di un gruppo di amici che nella Edimburgo degli anni novanta trascorrono il tempo fra pub, calcio, donne e soprattutto eroina. La loro dipendenza dalla droga lascia talvolta il posto a brevi momenti in cui cercano di disintossicarsi, ma sempre senza successo. Fino a quando l'AIDS e altre vicissitudini non interverranno a cambiare le carte in tavola. Mark Renton (McGregor) è il protagonista, la cui voce fuori campo ci guida attraverso i vari episodi che compongono la storia; ci sono poi l'amorale Simon, detto "Sick Boy" (Jonny Lee Miller), grande fan di Sean Connery; il sempliciotto Spud (Ewen Bremner); il belloccio e salutista Tommy (Kevin McKidd); e l'aggressivo e psicopatico Francis Begbie (Robert Carlyle), l'unico del gruppo non dedito alla droga (ma in compenso è un vero criminale). Raccontata con toni colloquiali, cinici e surreali, la loro storia è permeata da una retorica anticonformista che non sfocia mai nell'ipocrisia: la ribellione di Mark e amici al sistema è mostrata per quello che è: confusa e autodistruttiva, una vera e propria pulsione di morte che alternativamente si oppone alla pulsione alla vita. In questo senso qualcosa del film, pur originale e influente, può a tratti ricordare "Arancia meccanica" (vedi i rapporti con i genitori, con le autorità e il sistema educativo) e fungerà a sua volta da ispirazione per "Fight Club" (la ribellione – attraverso il nichilismo, l'autodeterminazione e l'autodistruzione – al consumismo e a tutto ciò che la società considera una "vita rispettabile"). Basti pensare al celeberrimo incipit, con la voce di Mark che si rivolge direttamente agli spettatori: "Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia; scegliete un maxitelevisore del cazzo [...]. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos'altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l'eroina?". Da notare come tutto il monologo non sia che lo sviluppo (o la parodia) dello slogan di una celebre campagna antidroga dell'epoca.

Momenti comici, bizzarri o allucinati (da ricordare la scena della "peggior toilette della Scozia", che fa il paio con le disavventure scatologiche di Spud nel disgustare e divertire al tempo stesso lo spettatore) lasciano improvvisamente il posto a sequenze shock o esplicite (come la terribile scena della morte del bambino in culla). E la stessa esistenza dei personaggi sembra ondeggiare fra il disimpegno, all'insegna della libertà e dell'anarchia, a momenti in cui le tragedie della vita reale e il senso di responsabilità fanno capolino con tutta la loro pressione, magari per essere poi spazzati via da altre circostanze, cui solo la conclusione del film sembra mettere (almeno per il momento) la parola fine. Fondamentale è l'ambientazione scozzese (scozzesi sono anche praticamente tutti gli attori, oltre allo sceneggiatore John Hodge e ovviamente Irvine Welsh), uno scenario perfetto per personaggi ritratti come "perdenti consapevoli". Boyle ne mostra tutto lo squallore e la provincialità, sia attraverso le immagini (evidente il contrasto con gli scorci turistici di Londra nel breve montaggio che mostra il trasferimento di Mark!) che le parole dei personaggi. Un altro monologo entrato nella leggenda è infatti quello che Renton fa agli amici durante un'escursione nelle highland ("È una merda essere scozzesi! Siamo il peggio del peggio, la feccia di questa cazzo di terra, i più disgraziati, miserabili, servili, patetici avanzi che siano mai stati cagati nella civiltà. Ci sono quelli che odiano gli inglesi, io no! Sono solo delle mezze seghe! D'altra parte noi siamo stati colonizzati da mezze seghe. Non troviamo neanche una cultura decente da cui farci colonizzare"). Dirompente grazie anche alla regia energetica e virtuosistica di Boyle, al montaggio serrato, alle ottime interpretazioni (in particolare quelle di McGregor, Bremmer e Carlyle), il film scema un po' nella seconda parte, dal trasferimento di Mark a Londra alla vendita dell'eroina (il compratore, interpretato da Keith Allen, è probabilmente lo stesso personaggio che metteva in moto la trama nel primo film di Boyle, "Piccoli omicidi fra amici"), che pure apparecchia per il seguito ("T2") che sarà girato e ambientato vent'anni più tardi. Nel cast anche Peter Mullan (lo spacciatore del gruppo) e Kelly Macdonald (la minorenne Diane), al suo primo film. La ricchissima colonna sonora comprende, fra gli altri, brani di Iggy Pop ("Lust for life", "Nightclubbing"), Lou Reed ("Perfect Day"), Underworld ("Born Slippy"), Sleeper ("Atomic"), Brian Eno ("Deep Blue Day"). Il titolo fa riferimento a una scena del romanzo di Welsh che non è stata inserita nel film (ma ci sarà, come flashback, nel sequel): però i treni da osservare ci sono comunque, sulla carta da parati della camera di Mark.

30 novembre 2016

Dietro lo specchio (Nicholas Ray, 1956)

Dietro lo specchio (Bigger than life)
di Nicholas Ray – USA 1956
con James Mason, Barbara Rush
*1/2

Visto in divx.

Per curare una rara forma di periartrite che gli causa forti dolori, all'umile insegnante Ed Avery (Mason) viene prescritta una cura sperimentale a base di cortisone. Ma l'abuso del farmaco comincia a cambiare la personalità dell'uomo, che si fa via via più arrogante, megalomane, iperattivo e violento, fino a manifestare istinti omicidi che mettono in pericolo la sua stessa famiglia... Ispirato a un articolo apparso sul "New Yorker", un melodramma sui rischi psicologici connessi all'abuso di farmaci (e di droghe). A parte la prova di Mason, inquietante come sempre, e la regia iperrealista di Ray, che gioca col formato panoramico, il technicolor e la fotografia di Joseph MacDonald, per il resto la pellicola appare sensazionalista e forzata. Le premesse sono portate avanti in maniera tutt'altro che sottile, attraverso una prolungata, ossessiva e ripetiva discesa negli abissi, con Ed che si trasforma in una versione distorta di sé stesso come un moderno Jekyll e Hyde, preso da manie di grandezza, da un fervore educativo (la perdita di freni inibitori lo porta ad avanzare idee anti-liberali) e religioso (finisce col credersi Abramo, che deve sacrificare il figlio come Isacco... "Ma Dio fermò Abramo", gli dice la moglie. "E Dio sbagliò!", risponde lui). Flop in patria, fu invece amato da Godard e dai critici francesi. Il titolo italiano fa riferimento al specchio dell'armadietto del bagno, dietro il quale Ed custodisce i farmaci, che quando viene rotto riflette un'immagine frantumata del suo volto. Barbara Rush è la patetica moglie Lou, Christopher Olsen è il figlio, Walther Matthau è l'amico Wally.