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19 febbraio 2023

Il sale della terra (Wim Wenders, 2014)

Il sale della Terra (The Salt of the Earth)
di Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado – Brasile/Francia 2014
con Sebastião Salgado
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Documentario che ripercorre la vita e la carriera del fotografo brasiliano Sebastião Salgado, realizzato da Wenders con il contributo del figlio dello stesso Salgado come aiuto regista. Figlio di un fazendeiro del Minas Gerais e destinato a una carriera di economista, Salgado fuggì dalla dittatura militare per rifugiarsi in Francia. Qui, incoraggiato dalla moglie Lélia, scoprì la sua vera vocazione, quella di fotografo. E mosso da una forte empatia verso la condizione umana, convinto che gli esseri umani siano "il sale della Terra", nei suoi scatti ne ha ritratto di volta in volta la laboriosità (le attività delle comunità di contadini "senza terra" nel Nord-est del Brasile), le sofferenze (la fame provocata da siccità e carestie in Etiopia e in Mali), le tribolazioni (i viaggi dei migranti e dei rifugiati che fuggivano dal Rwanda o dall'ex Jugoslavia), sempre interrogandosi sul proprio ruolo di fotografo come testimone di tragedie, guerre, catastrofi umanitarie, che si trattasse di documentare gli incendi dei pozzi di petrolio in Kuwait, le miniere d'oro a cielo aperto in Brasile, o la vita di tribù che hanno vissuto isolate dal mondo moderno come gli Yali dell'Indonesia o gli Zo'é del Brasile. Infine, tornato nel paese natìo (dove, insieme alla moglie, intraprenderà un'attività di ripristino della foresta pluviale che era stata disboscata da gran parte della regione), si dedicherà a un nuovo progetto fotografico inteso come "omaggio al pianeta e alla natura", ritraendo animali, luoghi e persone che vivono come all'alba dei tempi. Con la voce narrante dello stesso Wenders e lunghi monologhi di Salgado, il documentario è interessante e presenta sullo schermo molti degli scatti del fotografo, anche se proprio questo aspetto lo rende poco "cinematografico" e quasi una carrellata di immagini fisse (fanno eccezioni alcuni documenti filmati sui suoi viaggi).

2 novembre 2022

Midsommar (Ari Aster, 2019)

Midsommar - Il villaggio dei dannati (Midsommar)
di Ari Aster – USA/Svezia 2019
con Florence Pugh, Jack Reynor
***

Visto in TV (Prime Video).

La studentessa americana Dani (Florence Pugh), insieme al fidanzato Christian (Jack Reynor) ed altri amici interessati ai riti e all'antropologia, si reca in un remoto villaggio nel nord della Svezia per assistere a un antico e misterioso festival pagano che celebra la "mezza estate". Ma ben presto i ragazzi – fra i quali già serpeggia una certa tensione, e che non esitano nel far uso di droghe – si accorgono che, dietro l'atmosfera quasi hippy e idilliaca e all'accoglienza apparentemente cordiale degli abitanti del villaggio, si nascondono usanze e cerimonie macabre e ancestrali, legate alla natura e al ciclo della vita e della morte. Il secondo film di Aster dopo "Hereditary" del 2018 è un horror decisamente particolare, dalle atmosfere sospese e inquietanti, che non punta su mostri o jump scare bensì su un senso crescente di straniamento, cui la protagonista, peraltro, non è affatto insensibile: proprio lei, fra tutti, si scoprirà sempre più assorbita dagli strani riti e dalle usanze del villaggio, al punto da entrare lentamente a far parte di quella che è un'unica grande "famiglia", comprendendo e accettando il significato delle cerimonie meglio degli altri, mentre gli amici, perché rifiutano o trasgrediscono le regole (come in una fiaba), faranno una brutta fine, in un crescendo terrificante. A livello di contenuti non mancano elementi disturbanti, come il suicidio, la disabilità, l'endogamia. A livello di stile, invece, la bella regia sa come creare una sensazione di sospensione angosciante senza dover ricorrere a particolari effetti speciali (solo scenografie e costumi, ma anch'essi molto semplici: quasi tutto il film è girato in esterni e in un grande campo verde, con una fotografia luminosa – d'altronde siamo sotto il sole di mezzanotte – mentre gran parte degli abiti degli abitanti del villaggio sono tuniche bianche). Anche in questo caso, brutto e del tutto inappropriato il sottotitolo italiano (che c'entrano i dannati?), che richiama il classico di Wolf Rilla del 1960 (o il suo remake di John Carpenter), con cui non ha invece nessun legame.

2 aprile 2022

Terra senza pane (Luis Buñuel, 1933)

Terra senza pane (Las Hurdes: Tierra sin pan)
di Luis Buñuel – Spagna 1933
***

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Dopo i due film surrealisti degli esordi ("Un chien andalou" e "L'age d'or") e la rottura con Salvador Dalì, Buñuel fu invitato a Hollywood dal produttore Irving Thalberg, ma rimase in America solo pochi mesi prima di fare ritorno in Europa. Ispirato dalla lettura di un saggio accademico di Maurice Legende, decise di realizzare un documentario di "geografia umana" sulle difficili condizioni di vita nelle Hurdes, una regione montuosa della Spagna (a un centinaio di chilometri dalla "civilizzata" Salamanca) caratterizzata da estrema povertà e arretratezza. Finanziato da un amico anarchico, Ramón Acín, che aveva vinto centomila pesetas alla lotteria, il film segna solo apparentemente un forte distacco rispetto ai due lavori precedenti (le assurdità e bizzarrie oniriche cedono il passo a un realismo spinto e melodrammatico): in realtà lo sguardo del regista è sempre lo stesso, rivolto a 360 gradi verso tutto ciò che lo circonda: gli esseri umani, gli animali, il paesaggio, le usanze, la cultura, l'amore, la malattia e la morte. L'impianto è quello del documentario di viaggio: Buñuel e i suoi collaboratori partono dal villaggio di La Alberca, dove assistono a una cerimonia popolare (abbastanza cruenta: i partecipanti devono staccare la testa a un gallo appeso sulla strada), per poi attraversare la valle di Las Batuecas (dove si trova un antico monastero) e giungere infine nelle Hurdes vere e proprie, un insieme di villaggi di case di pietra diroccate e primitive, in mezzo a un territorio spoglio, inospitale e selvaggio. Qui i cineasti hanno soggiornato un paio di mesi, riprendendo lo stile di vita, la desolazione, le malattie e le sofferenze dei suoi abitanti. Un paio d'anni dopo le riprese, nel 1935, Buñuel completò il film con una narrazione in francese (la voce è quella di Abel Jacquin), che sottolinea con insistenza gli aspetti più pietosi e miseri di ciò che viene mostrato, e una colonna sonora (con estratti della quarta sinfonia di Brahms). L'insieme è senza dubbio provocatorio, con intenti sovversivi (Buñuel era un forte oppositore del governo conservatore): alcuni momenti sembrano esagerati (le sofferenze dei bambini), altri sono stati probabilmente inscenati dai cineasti (la caduta della capra dalle rocce), altri ancora ricordano sequenze dei lavori surrealisti (l'asino attaccato dalle api); ma nel complesso il film lascia un'impressione profonda e contribuì a rendere il mondo consapevole del fatto che in alcune regioni della Spagna, già allora sull'orlo della guerra civile, si viveva in maniera così incredibilmente arretrata. Il commento finale invita a uno sforzo collettivo per migliorare le condizioni sociali degli abitanti: tuttavia il film venne vietato dalla censura spagnola. Un film d'animazione del 2018 (tratto da una graphic novel), "Buñuel nel labirinto delle tartarughe", racconta il making of di "Las Hurdes". Nei quindici anni successivi, Buñuel soggiornò in Francia (dove si occupò di doppiaggio), in Spagna (dove lavorò come produttore) e infine (dal 1938) in America: solo nel 1947, dopo essersi stabilito in Messico, tornerà definitivamente alla regia.

4 settembre 2021

Le bianche distese (M. Rasoulof, 2009)

Le bianche distese (Keshtzar haye sepid)
di Mohammad Rasoulof – Iran 2009
con Hasan Pourshirazi, Younes Ghazali
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Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Da trent'anni Rahmat (Pourshirazi), con la sua barca a remi, visita i villaggi e le comunità che vivono sulle isole rocciose e sulle coste di un vasto lago salato (il film è stato girato sul Lago di Urmia, nelle province azere dell'Iran settentrionale) per "raccogliere le lacrime" degli abitanti. Le versa infatti in un'ampolla di vetro e le porta via, insieme a tutti i loro dolori: nel far questo è testimone di lutti, funerali, ma anche strani riti, cerimonie e superstizioni, spesso crudeli (una ragazza data "in sposa al mare" affinché interceda per far cadere la pioggia; un nano calato in un pozzo per recare agli spiriti sotterranei le preghiere degli abitanti del villaggio, le cui parole sono state racchiuse in barattoli di vetro; un pittore condannato alla cecità perché si ostina a dipingere il mare di colore rosso). Ad accompagnarlo, per un breve periodo, ci sarà un ragazzo, Nassim (Ghazali), che si finge sordo e muto, partito alla ricerca del proprio padre. Suggestivo, poetico e visionario (gli elementi antropologici sono in gran parte frutto dell'immaginazione del regista, anche sceneggiatore), il terzo film di finzione di Rasoulof si colloca in quell'area del World Cinema già frequentata da autori come Pasolini ("Medea"), Paradžanov ("Ashik Kerib") e Naderi ("Acqua, vento, sabbia"), fra riti ancestrali, antichi costumi e località sperdute nell'Asia centrale. Proprio i magnifici scenari (le coste e gli scogli incrostati di sale, le acque del lago che si confondono con il cielo, le isole rocciose sperse in mezzo al nulla) valgono da soli la visione, senza poi contare le musiche e i canti popolari che punteggiano gli eventi e la bellezza di un mondo arcaico e fuori dal tempo. Per il resto i dialoghi sono sparsi e rarefatti, i personaggi semplici osservatori, la tavolozza cromatica basilare. A curare il montaggio c'è Jafar Panahi, collega e amico del regista e a sua volta grande cineasta: sia Rasoulof che Panahi, rappresentanti di un cinema anticonformista e indipendente, avranno continui problemi con la censura di stato e saranno condannati nel 2010 per "propaganda contro il governo" a non poter girare più altri film (cosa che continueranno invece a fare clandestinamente). L'episodio del pittore imprigionato, i cui occhi vengono "rieducati" a forza perché, a differenza di tutti gli altri, vede (e dipinge) il mare di colore rosso anziché blu, è una chiara metafora delle pressioni e delle persecuzioni del regime verso gli artisti non allineati.

26 maggio 2021

Buñuel nel labirinto delle tartarughe (S. Simó, 2018)

Buñuel nel labirinto delle tartarughe
(Buñuel en el laberinto de las tortugas)
di Salvador Simó – Spagna/Ola/Ger 2018
animazione tradizionale
**

Visto in TV (Prime Video).

Nel 1930, dopo lo scandalo suscitato a Parigi da "L'age d'or", Luis Buñuel fatica a trovare finanziamenti per altri film. Gli giunge in aiuto l'amico Ramón Acín, scultore anarchico che si offre di produrgli una nuova pellicola grazie a una vincita alla lotteria. Su suggerimento di un antropologo, decide così di girare un documentario su Las Hurdes, nella regione dell'Estremadura in Spagna, una delle zone più povere e arretrate del paese. Insieme a Ramón e a una troupe di due uomini, Buñuel si reca dunque sul posto per effettuare le riprese di quello che diventerà il suo terzo film, "Terra senza pane", uscito nel 1933. Tratto da una graphic novel di Fermín Solís, questo biopic sceglie curiosamente di raccontare la lavorazione della pellicola attraverso il cinema d'animazione: il tratto stilizzato ma realistico è perfettamente al servizio di personaggi e ambientazioni, con occasionali inserti di sequenze del film di Buñuel, di cui è a tutti gli effetti un making of e di cui mostra i retroscena delle sequenze più crudeli e d'impatto (animali morti, bambini malati, riti e cerimonie ancestrali). Il regista appare tormentato da sogni e visioni, da ricordi d'infanzia e confronti con la morte, da paure irrazionali ed eccentricità (il terrore dei galli, il vestito da suora), da un rapporto irrisolto con il padre (che ricorre nei suoi incubi) e con Salvador Dalì (con cui aveva condiviso l'esperienza surrealista). Nel finale la pellicola rende giustizia anche a Ramón, ucciso dai franchisti nel 1936, il cui nome nei titoli di testa del film venne reintegrato soltanto nel 1960.

30 marzo 2021

Non sono più qui (Fernando Frías, 2019)

Non sono più qui (Ya no estoy aquí)
di Fernando Frías de la Parra – Messico 2019
con Juan Daniel Garcia Treviño, Angelina Chen
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Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

Il diciassettenne Ulises (Garcia) è il leader dei "Terkos" di Monterrey, banda di ragazzi di strada appassionati di cumbia, danza tipica latinoamericana su ritmi e musiche che vengono ascoltate e ballate in versione appositamente "rallentata". Coinvolto casualmente in una faida fra trafficanti rivali di droga, è costretto a fuggire dal Messico per emigrare clandestinamente negli Stati Uniti, a New York. Qui però, nonostante l'amicizia con la giovane cinese Lin (Chen), faticherà ad adattarsi a un nuovo stile di vita. Anche perché, nonostante le molte difficoltà, non intende rinunciare alla propria cultura. Raccontato in maniera non lineare (le scene a New York si alternano con quelle, presentate in flashback, della vita precedente di Ulises in Messico), un film che si dipana lento ma caldo e immergente, gettando uno sguardo su una particolare controcultura, chiamata "Kolombia", quella appunto della cumbia rebajada, vero e proprio simbolo di identità e di gruppo (i ragazzi, oltre a ballare, hanno gesti, segni e simboli che li identificano, per non parlare dell'abbigliamento e delle acconciature eccentriche come quelle che Ulises sfoggia con orgoglio anche a New York). Siamo di fronte a una sorta di (neo)realismo di strada, dove il contesto è quasi più importante della storia e dei personaggi, e dove l'autodeterminazione e l'identità sono messe a dura prova dalle difficoltà sociali ed economiche, tanto in patria (i cartelli della droga, la violenza e le rivolte contro la polizia) quanto in esilio (i problemi di integrazione, l'indifferenza o l'ostilità verso gli immigrati). In poche parole, è uno di quei film immersivi che "apre un mondo". Molto bello anche il rapporto fra il giovane messicano e la sedicenne cinese, che parlano lingue diverse senza capirsi ma che in qualche modo entrano in contatto fra loro attraverso gli sguardi, la musica e il ballo. Gli attori sono quasi tutti non professionisti, scelti fra veri ragazzi messicani dediti alla cumbia.

25 ottobre 2020

Dentro l'inferno (Werner Herzog, 2016)

Dentro l'inferno (Into the Inferno)
di Werner Herzog – Gran Bretagna/Austria 2016
con Clive Oppenheimer, Werner Herzog
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Visto in TV.

Documentario sui vulcani, sulle grandi eruzioni del passato e del presente, ma soprattutto su come questi giganti di fuoco influenzano la cultura delle popolazioni che gravitano attorno a loro. In compagnia del vulcanologo Clive Oppenheimer (che aveva conosciuto sulle pendici del monte Erebus in Antartide, durante le riprese di "Encounters at the end of the world"), Herzog gira per il mondo per raccogliere materiale e testimonianze: dall'Indonesia (sotto al monte Sinabung, in cui le popolazioni locali pensano che risieda uno spirito al quale offrono doni nel corso di elaborate cerimonie) all'Etiopia (nella depressione di Afar, presso la catena dell'Erta Ale, dove i paleontologi studiano le origini dell'umanità e cercano frammenti di ominidi), dall'Islanda (con una lunga storia di catastrofiche eruzioni, ultima quella dell'Eyjafjallajökull nel 2010) alla Corea del Nord (dove il monte Paektu, vulcano sacro e leggendario al confine con la Cina, è oggi legato dalla propaganda del regime al "mito" dei leader Kim Il-sung e Kim Jong-il), fino all'arcipelago delle Vanuatu e in particolare nell'isola di Tanna (anche qui un vulcano, il monte Yasur, è legato a un mito moderno, quello del soldato americano Jon Frum, venerato come un dio in una sorta di "culto del cargo"). Ben lungi dal limitarsi agli elementi naturalistici o geologici, dunque, il film – come tutti i lavori del regista – è in grado di spaziare al di fuori del suo tema centrale per esplorare numerosi aspetti della cultura e della società umana, con grande valore antropologico e sociologico. Mostra infatti non solo bellissime immagini di fiumi di lava, esplosioni di magma e nubi piroclastiche; e non solo interviste a scienziati e ricercatori, a testimoni di eruzioni passate o agli operatori che lavorano al monitoraggio dei giganti dormienti; ma anche rituali e danze tribali, processioni superstiziose o propiziatorie; e allarga il discorso a 360 gradi al rapporto fra uomini e vulcani, mostrando come le forze della natura e le loro suggestioni siano state piegate a scopi politici o di propaganda (davvero illuminante, e a suo modo affascinante, il segmento girato in Corea del Nord). Come commento musicale ci sono brani di Verdi, Vivaldi, Wagner, Rachmaninov, nonché tanta musica tradizionale. Herzog (che cita anche sé stesso, ricordando il cortometraggio "La Soufrière" del 1977, quando si era recato in Guadalupa per documentare l'attesa di un'imminente eruzione) ha girato nello stesso anno anche un thriller di finzione sullo stesso tema, "Salt and fire".

3 ottobre 2020

La vallée (Barbet Schroeder, 1972)

La vallée, aka Obscured by Clouds
di Barbet Schroeder – Francia 1972
con Bulle Ogier, Michael Gothard
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Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Interessata all'acquisto di piume di uccelli esotici, Viviane (Bulle Ogier), moglie di un diplomatico in vacanza in Nuova Guinea, si unisce alla spedizione di un gruppo di ragazzi francesi verso una valle misteriosa nel cuore dell'isola, situata fra montagne inaccessibili e in zone inesplorate e non segnate sulle mappe. Il secondo lungometraggio di Schroeder racconta di un viaggio verso l'ignoto che è contemporaneamente una ricerca della libertà e del cambiamento e un desiderio di tornare al "paradiso perduto". Già prima di partire la protagonista, ricca e annoiata borghese, si lascia attrarre dallo stile di vita libero e anticonformista dei suoi compagni di viaggio, che praticano l'amore libero e consumano droghe: e l'incontro con la natura e gli indigeni la portano lentamente a conoscere e ad esplorare sempre di più la parte più "naturale" e selvatica del mondo che la circonda e di sé stessa. La meta, come detto, è simbolicamente il "paradiso" (da cui provengono appunto gli uccelli del paradiso, il cui bellissimo piumaggio colorato è irresistibile fonte di desiderio), e il percorso per raggiungerlo – dapprima in jeep, poi a cavallo e infine a piedi, attraversando la giungla e inerpicandosi su montagne avvolte nella nebbia – è disseminato di insidie (quale il serpente, di cui inizialmente Viviane ha terrore ma con cui poi familiarizza). Ma attenzione: come Olivier (Michael Gothard), uno dei quattro compagni di Viviane, spiega a una protagonista che dopo essere stata accolta fra gli indigeni e invitata a partecipare alle loro cerimonie si illude di essere entrata a far parte della tribù, "il paradiso ha tante uscite ma nessun ingresso", e una volta persa l'innocenza è quasi impossibile ritrovarla: "dalla conoscenza non si torna indietro, e forse dovevamo fare il contrario di quello che abbiamo fatto, ovvero dare un altro morso alla mela". Gli aborigeni che appaiono sullo schermo appartenevano alla tribù Mapuga. Come il precedente "More", anche questo film ha una colonna sonora firmata appositamente dai Pink Floyd, che la pubblicarono nell'albo "Obscured by Clouds". Mai doppiata o distribuita in Italia, la pellicola è fortemente legata alla cultura hippie e anni '70. Ma per l'interessante stile quasi improvvisato e antropologico sembra anticipare certe cose di Peter Weir e Werner Herzog.

25 luglio 2020

A river called Titas (Ritwik Ghatak, 1973)

A river called Titas (Titash ekti nadir naam)
di Ritwik Ghatak – Bangladesh/India 1973
con Rosy Samad, Kabori Sarwar
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Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

È uno dei primi (e più importanti) film bangladesi ad aver raggiunto la notorietà internazionale, poco dopo l'indipendenza del paese nel 1971. Sulle sponde del fiume Titas si dipanano nel corso degli anni le storie di diversi personaggi, per lo più abitanti dei villaggi di pescatori che proprio al grande fiume devono la loro sopravvivenza, venerandolo e utilizzandolo anche per le loro cerimonie (dai matrimoni ai funerali: "senza acqua le nostre anime non possono salire in cielo"). Il giovane Kishore (Prabir Mitra) sposa una ragazza di un altro villaggio, Rajar Jhi (Kabori Sarwar), ma la sposa incinta viene rapita dai banditi che la sottraggono dalla barca dopo la prima notte di nozze. Per la perdita Kishore diventa pazzo, mentre Rajar Jhi, liberatasi e soccorsa da altri pescatori, non farà ritorno che dieci anni più tardi, ignorando il nome del suo sposo e conoscendo solo quello del suo villaggio. Insieme al figlioletto Ananta è accolta (contro il volere della sua famiglia) da Basanti, giovane e combattiva vedova che un tempo era innamorata proprio di Kishore e che desidera disperatamente diventare madre, al punto da adottare il ragazzino. Nella seconda parte del film la storia si sfilaccia, presenta nuovi personaggi e si fa ancora più complessa, introducendo il tema delle rivalità incrociate fra i pescatori, i contadini e i mercanti della zona, faide fra caste che porteranno al prosciugamento del fiume... Da un romanzo dello scrittore bengalese Adwaita Mallabarman, una pellicola fluviale ed epica, meditativa ed esistenzialista, un affresco corale che intreccia molte storie su un unico scenario. Al di là degli aspetti cinematografici (il ritmo lento, la fotografia in bianco e nero, l'approccio neorealista contaminato però da una qualità astratta e quasi surreale, la colonna sonora che fonde la musica tradizionale con i silenzi e i suoni della natura), suscitano interesse soprattutto quelli antropologici e i ricchi sottotesti culturali e spirituali: evidenti negli usi e i costumi degli abitanti dei villaggi, i riti, le feste e le tradizioni, i miti (Rajar Jhi è paragonata più volte a una dea e chiamata Bhagavati), le fiabe e le storie di fantasmi, ma soprattutto il ruolo delle donne, autentiche protagoniste della pellicola come della vita delle comunità (sono loro a gestire le case mentre i mariti e i padri vanno a pesca), pur se formalmente subordinate agli uomini (tanto da perdere il loro nome proprio ed essere identificate soltanto come "la moglie di...", "la madre di...", "la sorella di...", "la figlia di..."). Amicizia, accoglienza, rivalità, grettezza, e tutto il campionario di atteggiamenti, vizi e virtù degli esseri umani plasmano poi i rapporti fra i singoli personaggi, le famiglie, le caste e le comunità, in una spirale alternata di solidarietà e di ostilità, mentre il fiume fa da silenzioso e implacabile osservatore, solcato da innumerevoli barche e chiatte, a remi o a vela, fino a quando persino l'unità dei pescatori e la loro aderenza a stili di vita e tradizioni antiche devono cedere il passo alla cattiveria del mondo moderno che avanza e ai tempi che cambiano (nessun fiume è eterno!).

11 luglio 2019

Giocando nei campi del signore (H. Babenco, 1991)

Giocando nei campi del signore (At Play in the Fields of the Lord)
di Héctor Babenco – USA/Brasile 1991
con Aidan Quinn, Tom Berenger
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Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Il giovane pastore protestante Martin (Aidan Quinn), insieme alla moglie Hazel (Kathy Bates) e al figlio Billy, si reca in Brasile per unirsi alla missione del collega fondamentalista Leslie (John Lithgow) nel tentativo di convertire una tribù di indios, i Niaruna. L'incontro con questi, che vivono ancora allo stato selvaggio all'interno della foresta amazzonica, cambierà le sue prospettive e metterà in crisi le sue certezze e la sua fede. Lo stesso capiterà a Lewis Moon (Tom Berenger), indiano americano che viaggia insieme all'avventuriero Wolf (Tom Waits): incaricati da Guzman, il comandante della polizia locale, di scacciare i Niaruna dal loro territorio per lasciare spazio ai cercatori d'oro, si unirà invece a loro, sospinto dal desiderio di inseguire le proprie radici di pellerossa e di riscoprire la sua vera natura. Da un romanzo di Peter Matthiessen, una pellicola epica, drammatica e fluviale (dura oltre tre ore) che fa riflettere sui temi del confronto fra culture, del rispetto delle religioni altrui, e della scoperta del lato primigenio di sé. I personaggi si dividono essenzialmente in due: quelli che subiscono il fascino degli indios, che cercano di comprenderli o ne sono quantomeno attratti e incuriositi (Lewis Moon, Martin, ma anche suo figlio Billy che non perde tempo a giocare nudo insieme ai bambini "selvaggi"), e quelli che invece li rifuggono, li disprezzano o li vedono soltanto a scopi utilitaristici, per "civilizzarli" o sfruttarli (Leslie, Hazel, Guzman). I primi, fra i quali va annoverata anche Andy (Daryl Hannah), la moglie di Leslie, piombano prima o poi in una crisi (che sia personale o spirituale) che li spinge a mettere in discussione le proprie certezze; i secondi, invece, proseguono imperterriti sulla loro strada, destinata a portare morte e distruzione. E quasi non si accorgono della relatività dei loro ideali, di quanto siano insignificanti le piccole differenze (i protestanti contro i cattolici, che si vedono in "opposizione" quando per gli indios non c'è alcuna differenza), o di come sia dannoso voler imporre agli altri il proprio sistema di valori (in questo il prete cattolico locale sembra guardare molto più lontano). Certo, il film ha anche i suoi difetti (la lunghezza e la poca linearità della sceneggiatura sono figli dell'adattamento letterario), ma l'aria che si respira (fra "Mission" e il cinema di Peter Weir e Werner Herzog), grazie anche agli scenari amazzonici, gratifica ampiamente lo spettatore. Fra le scene memorabili, il volo di Tom Berenger e Tom Waits sull'aeroplano biposto verso le cascate, e l'incontro fra Lewis Moon e una Daryl Hannah nuda nel bel mezzo della foresta. Il produttore Saul Zaentz aveva provato ad adattare il romanzo di Matthiessen sin dalla sua pubblicazione nel 1965. James Cameron ha citato il film come uno di quelli che più lo hanno ispirato nella realizzazione di "Avatar".

26 marzo 2018

I am not a witch (Rungano Nyoni, 2017)

I am not a witch
di Rungano Nyoni – Zambia/Francia/GB 2017
con Maggie Mulubwa, Henry B.J. Phiri
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Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli (FESCAAAL).

In un remoto villaggio in Zambia, gli abitanti accusano una bambina, giunta lì da sola e da chissà dove, di essere una strega. Evidentemente simili superstizioni possono essere prese sul serio, visto che le donne accusate di provocare danni di ogni tipo vengono isolate e recluse in apposite "riserve", mantenute legate a nastri bianchi per impedire loro di "volare via", costrette a lavorare nei campi o a intrattenere i turisti curiosi. La piccola bambina, ribattezzata Shula (che significa "sradicata") dalle sue protettive compagne anziane, suscita in particolare l'interesse di un funzionario governativo, il signor Banda, che ne sfrutta in ogni modo le presunte capacità (da quella di individuare a una prima occhiata il colpevole di un furto o di un delitto, scegliendolo fra i vari sospetti portati in tribunale, a quella di provocare la pioggia tanto attesa nei momenti di siccità). E la piccola Shula, taciturna dallo sguardo intenso, comincia a pensare che forse essere una strega non è poi questa gran cosa... Il bel film che ha vinto il primo premio al Festival del cinema africano di Milano è l'opera prima (dopo alcuni corti) di una regista zambiana trapiantata in Galles, che racconta una storia insolita e, in teoria, drammatica, con uno sguardo leggero, dai toni ironici e surrealisti, tanto che alcuni critici l'hanno paragonato ai lavori di Lanthimos o di Jodorowsky. Colpisce soprattutto come una superstizione che affonda le sue radici nelle tradizioni locali (e che un tempo, in fondo, aveva il suo corrispettivo in ogni parte del mondo, Italia compresa) sia ancora così accettata e presa sul serio anche in piena modernità, in un contesto dove ormai sono diffuse la scienza, i cellulari, i programmi televisivi e le automobili. A contribuire alla riuscita della pellicola e alla sua strana qualità, un misto di commedia satirica e dramma antropologico, c'è soprattutto lo sguardo della piccola protagonista, attraverso i cui occhi da bambina osserviamo anche noi tutta l'assurdità del mondo. Ma restano impresse anche l'eccentricità dei personaggi di contorno, parecchie immagini altamente simboliche (i nastri di seta, avvolti in enormi rulli, che limitano il raggio d'azione delle "streghe") e l'utilizzo della musica di Vivaldi.

24 marzo 2018

Azougue Nazaré (Tiago Melo, 2018)

Azougue Nazareth (Azougue Nazaré)
di Tiago Melo – Brasile 2018
con Valmir do Côco, Mohana Uchoa
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Visto all'Auditorium San Fedele, con Marisa, in originale con sottotitoli (FESCAAAL). Era presente il regista.

Il film (un'opera prima) è incentrato attorno al "maracatu", una sorta di carnevale di antica tradizione che si svolge a Pernambuco, stato nord-orientale del Brasile, le cui origini affondano nei canti e nei rituali degli schiavi africani che lavoravano nelle piantagioni di canna da zucchero. Ancora popolare e diffuso fra la popolazione, che vi partecipa indossando colorati costumi e intonando vere e proprie "battaglie" di canti in rima (da improvvisare come stornelli, o come il moderno rap), il maracatu è mal visto dalla religione cristiana, che lo associa ai riti voodoo e al demonio (anche perché, ovviamente, in queste occasioni l'alcol scorre a fiumi). La pellicola segue diversi personaggi nella piccola città di Nazaré da Mata: fra questi spicca il corpulento Tião (Valmir do Côco), la cui moglie Darlene (Joana Gatis), fervente evangelista, gli causa non pochi problemi. Lo stesso pastore del paese, Mestre Barachinha, era stato in gioventù un "maestro del maracatu", prima di rinnegare gli antichi rituali. C'è poi la bella Tita (Mohana Uchoa), moglie del fabbro locale, che tradisce spesso e volentieri; e tutta un'altra serie di personaggi, amici, conoscenti, membri di una stravagante comunità alle prese, più o meno consapevolmente, con un vero e proprio "scontro di culture", dove il soprannaturale (il prete voodoo, i misteriosi spiritelli che appaiono fra scariche elettriche, si aggirano fra le canne da zucchero e rapiscono le persone) confina sempre con il quotidiano (i moderni "riti" brasiliani, come le partite di calcio, il riposo sulla spiaggia, le danze e appunto la religione). Un film episodico, colorato, energetico, che mira più a descrivere un contesto che non a raccontare una storia. Ma i personaggi sono vivi e colpiscono l'immaginario: senza dubbio il casting (che ricorre ad abitanti di Nazaré, in gran parte non professionisti) è il punto di forza dell'intera operazione.

3 novembre 2016

Appunti per un film sull'India (P. P. Pasolini, 1968)

Appunti per un film sull'India
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1968
con attori non professionisti
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Visto in divx.

Le esperienze durante la lavorazione di film come “Il vangelo secondo Matteo” ed “Edipo Re” avevano spinto Pasolini a interessarsi sempre più a quello che viene comunemente definito “terzo mondo” (e che negli anni sessanta era al centro dell'attualità: le numerose battaglie per l'indipendenza dalle potenze coloniali stavano portando a forza questi paesi nell'era della modernità e dell'industrializzazione, senza che molti di essi fossero pronti a livello culturale o strutturale, dando così origine a situazioni socio-politiche instabili e contraddittorie). L'idea di girare una pellicola sull'argomento (da suddividere in diversi episodi, ambientati in differenti zone del pianeta) si scontrò però con enormi difficoltà produttive: il film non sarà mai realizzato, e tutto ciò che rimane del progetto sono un paio di documentari, o meglio di “diari di viaggio” (simili al precedente “Sopralluoghi in Palestina”), nei quali PPP affronta temi sociali e antropologici da un punto di vista “poetico” prima ancora che politico o documentaristico. “Appunti per un film sull'India”, prodotto dalla Rai (è l'unico lavoro di Pasolini realizzato per la televisione), racconta il viaggio del regista nel continente indiano, con l'intenzione non solo di catturarne i volti e i luoghi, ma anche di sottoporre agli indiani stessi il soggetto del film che aveva intenzione di girare, per registrarne le reazioni. Il film avrebbe dovuto essere diviso in due parti: la prima, ambientata nell'epoca pre-coloniale, si ispira a una leggenda indiana: un ricco maharaja, mentre visita le proprie terre, si imbatte in alcuni cuccioli di tigre affamati e, preso da compassione, offre loro il proprio corpo come cibo. Nella seconda, che si colloca durante la lotta per l'indipendenza del paese, la famiglia del maharaja deve far fronte all'improvvisa povertà in cui viene a trovarsi dopo la morte del capofamiglia, e gira per il paese senza fortuna. Attraverso la fiaba e la simbologia, il film avrebbe dovuto illustrare i due temi che PPP associa maggiormente all'India (e all'intero terzo mondo), ovvero la religione e la fame. “Un occidentale che va in India ha tutto ma non dà niente. L'India, invece, che non ha nulla, in realtà dà tutto”, spiega il poeta. Nel corso del documentario, PPP non resiste alla tentazione di fare delle piccole inchieste, intervistando le persone che incontra: curiosamente, mentre tutti sembrano interessati alla storia che intende raccontare (qualcuno oggi sarebbe disposto a comportarsi come il maharaja?), quando le domande si spostano sulla realtà contemporanea (le caste, la povertà, le differenze fra contadini e operai, le politiche del governo contro la sovrappopolazione) le risposte si fanno asettiche e omogenee, evidentemente frutto di scarso interesse o mancata riflessione sui problemi sociali.

25 settembre 2015

Tanna (M. Butler, B. Dean, 2015)

Tanna (id.)
di Martin Butler e Bentley Dean – Australia/Vanuatu 2015
con Mungau Dain, Marie Wawa
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

"Giulietta e Romeo" in salsa Vanuatu e antropologica. Ambientato sull'isola vulcanica di Tanna, nell'arcipelago del Pacifico, racconta una storia avvenuta nel 1987 all'interno di una tribù Yakel, popolazioni indigene che hanno scelto di vivere secondo le usanze Kastom (da "Custom"), ossia le leggi tradizionali che precedono l'arrivo delle potenze coloniali. Abitando in mezzo alla natura e rifuggendo dalle tentazioni dell'Occidente (tecnologia, soldi, cristianità), i popoli Yakel seguono leggi rigide e antichissime, fra cui spicca quella del matrimonio combinato. Ma quando la giovane Wawa viene promessa in sposa a un membro di una belligerante tribù rivale, la ragazza preferisce fuggire insieme a Dain, l'uomo che ama. Braccati da entrambe le tribù, i due innamorati non avranno altra via di fuga che il suicidio: e l'evento spingerà tutti gli abitanti dell'isola ad integrare nella loro Kastom anche il matrimonio d'amore. I due registi realizzano di solito documentari, ma qui scelgono la via del film di finzione. I paesaggi, con i loro colori accesi (il verde della vegetazione, l'azzurro del mare, il rosso e il nero del vulcano attivo), dominano ogni inquadratura, mentre i personaggi, con la loro vitalità (si pensi a Selin, la sorellina di Wawa, che corre da ogni parte scatenata e irrefrenabile ed è di fatto la principale testimone della tragedia; ma anche al vecchio sciamano, ai genitori, alla nonna, e a tutti gli altri abitanti del villaggio) fanno da contorno a una storia che assume sempre più intensità man mano che procede. Non mancano momenti di straniante comicità, come quando il nonno spiega a Wawa che "anche la regina Elisabetta e il principe Filippo si sono sposati con un matrimonio combinato", o quando i due innamorati in fuga si avvicinano all'insediamento dei cristiani; ma dopo aver assistito alle loro stravaganti cerimonie, preferiscono andare a vivere nella foresta.

16 dicembre 2014

Nanuk l'eschimese (Robert J. Flaherty, 1922)

Nanuk l'eschimese (Nanook of the North)
di Robert J. Flaherty – USA 1922
con Allakariallak, Nyla, Cunayou
***

Visto su YouTube, con Sabrina.

Definito come il primo documentario di lunga durata della storia del cinema (escludendo dunque quanto prodotto nei primissimi anni della settima arte dagli operatori dei fratelli Lumière, quando di fatto quasi ogni pellicola era da considerarsi un documentario!), questo film seminale mostra la difficile vita di una famiglia di eschimesi (o, per la precisione, di inuit) fra le distese di ghiaccio del Canada artico. Sin dagli anni dieci Flaherty compì diversi viaggi attorno alla Baia di Hudson, alla ricerca di un buon soggetto per un film, finché non decise di unirsi alla famiglia in questione per riprenderne su pellicola gli spostamenti, le battute di caccia (alle foche, ai trichechi, ai pesci, alle volpi), le usanze tradizionali e le tecniche di sopravvivenza (celebre è la scena della costruzione dell'igloo). Protagonista è Nanuk (il cui vero nome era Allakariallak), capo di una numerosa famiglia che comprende la moglie Nyla e diversi figli. Il film fece scalpore, e contribuì a fondare un filone – quello del documentario antropologico – che lo stesso Flaherty continuò a frequentare con i suoi lavori successivi (tra cui "Moana", "L'uomo di Aran" e "Tabù"). E pazienza se alcune sequenze (come la visita all'emporio dell'uomo bianco, dove Nanuk finge stupore davanti a un grammofono) furono in realtà "messe in scena" dal regista a beneficio degli spettatori: erano tempi pionieristici, e il concetto di "cinema-verità" non era ancora stato inventato. Anche altri dettagli, se è per questo, sono stati piegati alle esigenze filmiche: Nanuk e i suoi, per esempio, conoscevano le armi da fuoco, eppure davanti all'obiettivo utilizzano soltanto i metodi tradizionali di caccia e di pesca con gli arpioni. Tutto ciò non va comunque a discapito del senso di autenticità, soprattutto se il lungometraggio è paragonato ai contemporanei film di finzione: e la pellicola resta un documento prezioso nel mostrare la dura vita nell'artico, i costumi, gli spostamenti e le arti necessarie per sopravvivere in luoghi così freddi e ostili. Nanuk – che in fondo è il progenitore di personaggi come Dersu Uzala – è stato definito dal critico Roger Ebert come "uno degli esseri umani più vitali e memorabili mai immortalato su pellicola".

22 settembre 2014

From what is before (Lav Diaz, 2014)

From what is before (Mula sa kung ano ang noon)
di Lav Diaz – Filippine 2014
con Perry Dizon, Roeder Camanag
***1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno).

All'inizio degli anni '70, in un remoto villaggio costiero delle Filippine dove riti e credenze ancestrali convivono con le nuove religioni, la vita dei pochi abitanti è scossa da alcuni misteriosi eventi: morti improvvise di mucche, capanne che prendono fuoco, strane grida provenienti dalla foresta. E nel frattempo, il presidente Marcos proclama la legge marziale e le campagne cominciano a essere invase da soldati e guerriglieri... Noto per le sue pellicole fluviali, il cineasta indipendente Lav Diaz non si smentisce: il film – dedicato "alla memoria del mio paese" – dura oltre cinque ore e mezza, nel corso delle quali racconta tante storie che si intrecciano e che formano un affascinante mosaico che è al tempo stesso un viaggio nel passato (o nei ricordi) e un monito per il presente, visto che le vicende umane (collettive o individuali che siano) non rappresentano altro che un presagio della catastrofe che sta per colpire la nazione. Girato in un bianco e nero livido e a basso contrasto, attraverso un'interminabile serie di piani sequenza in campo lungo o lunghissimo nei quali i personaggi sono quasi sovrastati dagli scenari naturali, il film è uno di quelli che dividono gli spettatori in due gruppi: coloro che sono disposti ad accettare i tempi dilatati del regista e a farsi trascinare dentro un mondo complesso, affascinante e suggestivo, e coloro che invece non hanno la pazienza necessaria. Effettivamente, Diaz se la prende comoda nell'introdurre scenari e personaggi, ma a un certo punto i fili cominciano a essere tirati e lentamente emergono alcune storie principali: quella di Joselina, ragazza mentalmente disabile ma con il "dono" di guarire la gente, e di sua sorella Itang, che se ne prende cura con pazienza e devozione; quella di Sito, vecchio contadino che vive con il figlio adottivo Hakob, il quale vorrebbe partire alla ricerca dei genitori che crede rifugiati in una lontana isola; e ancora quelle di Tony, il produttore di vino che abusa di Joselina; di Heding, venditrice ambulante impicciona e molesta; di Horacio, il poeta tornato nel paese dove era nato; di Padre Guido, il prete che tenta invano di lottare contro le superstizioni locali. Attorno a loro la natura è protagonista, con il vento, il mare e la pioggia incessante, mentre gli eventi della storia (la dittatura che avanza) lasciano pian piano la loro impronta, passando sopra ogni cosa e costringendo gli abitanti del villaggio ad abbandonarlo, fino a che non diventerà un "paese di morti". Solo a partire da metà pellicola comprendiamo finalmente che quello che il film sta raccontando è proprio la fine del passato "innocente" delle Filippine, e che il villaggio nel quale si svolge la storia è un microcosmo che riflette in sé stesso il resto del paese. Il che ne fa qualcosa che sta a metà fra "Il nastro bianco" di Haneke (pellicola con cui ha parecchio in comune, a partire dal bianco e nero) e le storie corali della Palomar di Gilbert Hernandez (dal fumetto "Love and Rockets"). Le vicende esistenziali assumono una dimensione fisica e palpabile, e il tentativo di Diaz di dare "forma" ai ricordi e al passato insanguinato del suo paese può dirsi pienamente riuscito. Pardo d'Oro al Festival di Locarno.

26 settembre 2013

Vado a scuola (Pascal Plisson, 2013)

Vado a scuola (Sur le chemin de l'école)
di Pascal Plisson – Francia 2013
con attori non professionisti
*1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno).

Storie di quattro bambini (e dei loro fratelli o compagni di classe), ai quattro angoli del mondo, che per recarsi a scuola sono costretti ogni giorno a compiere un lungo viaggio e affrontare difficoltà e pericoli. Jackson, in Kenya, deve attraversare la savana e stare attento agli elefanti; Zahira, nell'Atlante in Marocco, deve percorrere un lungo e ripido sentiero di montagna; Carlos, in Patagonia, deve cavalcare con la sorellina attraverso la steppa; Samuel, nel Bengali, è disabile e deve essere portato dai fratelli su una sedia a rotelle artigianale. Prodotto con il patrocinio dell'Unesco e distribuito dalla Walt Disney francese, è un film dall'impianto semidocumentaristico (si tratterebbe di "storie vere", tanto che al termine i diversi protagonisti – tutti dagli 11 ai 13 anni – vengono intervistati a proposito dei loro sogni e aspirazioni), ad alto tasso di buonismo e di retorica, sull'"eroismo" di bambini per i quali la ricerca dell'istruzione richiede impegno, dedizione e forza di volontà. Un bel concetto, certo, ma durante la visione è forte il desiderio di spingere sul tasto del fast forward: tolti i primi e gli ultimi minuti, tutta la pellicola consiste in una lunga sequenza di camminate attraverso paesaggi più o meno desertici. Alla fine, più che un film, sembra di aver guardato il volantino pubblicitario di una onlus o una raccolta di cartoline.

18 luglio 2011

Wodaabe, i pastori del sole (W. Herzog, 1989)

Wodaabe, i pastori del sole (Wodaabe - Die Hirten der Sonne, aka Wodaabe – Herdsmen of the Sun)
di Werner Herzog – Francia/Germania 1989
***

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

I Wodaabe (chiamati anche Bororo da altri gruppi etnici) sono una tribù di pastori nomadi del Sahel, che si spostano con le loro mandrie (soprattutto zebù, bovini di grande taglia) fra i confini meridionali del Sahara, la Nigeria e il Niger. Questo interessante documentario ne indaga le difficoltà, gli usi e i costumi, rivolgendo una particolare attenzione ai festeggiamenti rituali del Gerewol, che si svolgono in occasione della fine della stagione delle pioggie, quando i giovani uomini si truccano in maniera elaborata e poi competono, fra canti e danze, in una sorta di concorso di bellezza per conquistare l'attenzione delle ragazze: queste ultime, infatti, hanno la facoltà di scegliere i più belli (fra le caratteristiche maggiormente ricercate ci sono la statura alta, gli occhi e i denti bianchi) per poi passare la notte con loro. Herzog e i suoi collaboratori sono i soli testimoni di questo insolito rituale, che non viene eseguito per i turisti ma fa parte della cultura stessa dei Woodabe. Alle immagini, il regista tedesco abbina curiosamente vecchie registrazioni di canti religiosi (come l’Ave Maria di Gounod) eseguite da un castrato.

15 giugno 2010

Le quattro volte (M. Frammartino, 2010)

Le quattro volte
di Michelangelo Frammartino – Italia 2010
con Giuseppe Fuda, Bruno Timpano
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Visto al cinema Anteo (rassegna di Cannes).

L'esistenza arcaica e senza tempo in un paesino nell'interno della Calabria (la pellicola è stata girata a Caulonia e dintorni), scandita dal ritmo della natura, dalle attività degli uomini e dalla vita degli animali: al suo secondo film, con una lavorazione durata cinque anni, Frammartino stupisce con un documentario assolutamente sui generis, dal fascino antropologico e naturalista, che dopo un primo impatto un po' faticoso svela pian piano tutta la propria magia, conquistando lo spettatore e accompagnandolo in un mondo fatto di immagini e di suoni (il silenzio del villaggio, la tosse del pastore, il belato delle capre, il vento che soffia fra gli alberi), di situazioni divertenti e surreali (il cane – che a Cannes ha vinto un premio speciale per la sua interpretazione! – che provoca un piccolo incidente, immortalato sullo schermo in un meraviglioso piano sequenza; i giochi delle caprette), di tradizioni affascinanti e arcaiche (la polvere raccolta in chiesa che viene usata come medicina; il lavoro dei "carbonai" di Serra San Bruno). Accanto agli uomini, i veri protagonisti sono gli animali (anche formiche e lumache!), gli alberi, il vento, persino le pietre e il carbone. Come in un continuo passaggio di testimone (c'è addirittura chi ha parlato di reincarnazione), la macchina da presa segue diversi soggetti che si danno periodicamente il cambio: un pastore anziano e malato che conduce i suoi animali al pascolo; una capretta appena nata che si smarrisce durante la sua prima escursione all'aperto; un maestoso abete, lo stesso che aveva offerto protezione alla capretta, che viene abbattuto per usarne il tronco durante la festa del paese; e infine i carbonai che ne trasformano la legna in preziosa materia prima per i camini del paese attraverso un lungo ed elaborato procedimento. Quattro stagioni, quattro soggetti, quattro regni (umano, animale, vegetale e minerale), intimamente legati fra loro, con lo schermo che occasionalmente si tinge di nero a segnalare la fine di un ciclo e l'inizio di uno nuovo. Se lo sguardo attento, asciutto e minimalista di Frammartino può far pensare ai grandi documentaristi del passato (ma anche a Bresson), la surreale quotidianità che il film mette in mostra ricorda, soggetto a parte, quella dei lavori di Jacques Tati, con i quali ha anche in comune l'inintelligibilità (o meglio l'irrilevanza) dei dialoghi umani, l'acuta osservazione del comportamento di uomini e animali e almeno una scena (quella del palo della cuccagna) che sembra provenire da "Giorno di festa".

15 settembre 2009

The two horses of Genghis Khan (B. Davaa, 2009)

The two horses of Genghis Khan (Chin Gisiyn Hoyor Zagal)
di Byambasuren Davaa – Mongolia/Germania 2009
con Urna Chahar-Tugchi, Hicheengui Sambuu
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Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno)

Quasi un documentario che mostra la cantante tradizionale Urna nel suo viaggio dalla Mongolia Interna (la regione autonoma che fa parte della Cina) alla Mongolia Esterna (la nazione indipendente), alla ricerca dei frammenti di un'antica canzone popolare – quella che dà appunto il titolo al film – fino all'incontro con una vecchia pastora che ne ricorda parole e melodie. Parte del testo della canzone, che richiama la turbulenta storia della Mongolia e la sua doppia identità, è incisa sul manico di un antico violino "dalla testa di cavallo", tramandato a Urna da sua nonna e che la donna chiede a un esperto liutaio di restaurare. I paesaggi della steppa mongola, le campagne che vengono scavate in cerca dell'oro, costringendo pastori e contadini a riversarsi in città, antiche musiche e canzoni popolari, incontri con giovani e vecchi, il tentativo di salvare qualcosa della cultura e della tradizione prima che questa venga distrutta: è un film con un suo particolare fascino, praticamente senza alcuna tensione drammatica e di interesse puramente antropologico ed etnografico. Gli attori recitano tutti nei panni di sé stessi. E alla fine dei titoli di coda, una didascalia spiega che, terminate le riprese, tutti i costumi e gli strumenti sono andati distrutti nel corso di scontri di matrice politica. La regista è già nota da noi per "La storia del cammello che piange" e "Il cane giallo della Mongolia" (che non ho visto).