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10 maggio 2023

Soul (Pete Docter, 2020)

Soul (id.)
di Pete Docter [e Kemp Powers] – USA 2020
animazione digitale
***

Visto in TV (Disney+).

Joe Gardner, insegnante di musica part-time in una scuola media, sogna da tutta la vita di diventare un grande pianista jazz. Il giorno stesso in cui viene ingaggiato in un quartetto, però, muore per una caduta in un tombino. Giunto nell'aldilà, cerca in ogni modo di ritornare sulla Terra e nel suo corpo: e nel frattempo si ritrova assegnato come "mentore" a Ventidue, un'anima che si rifiuta di nascere, affinché la aiuti a trovare la propria "scintilla", ovvero la propria ragione di vita... Dietro un canovaccio visto già mille volte al cinema (a partire da "Il paradiso può attendere"), un film che prosegue nella tradizione Pixar di affrontare temi filosoficamente e psicologicamente complessi con l'ausilio dell'animazione. Questa volta, fra le altre cose, si parla di determinismo (la personalità e le passioni di un individuo sono fissate già alla nascita?) e dello scopo ultimo della vita. Che alla fine – e la cosa non dovrebbe stupire – si rivela essere... proprio vivere. Arguto nella caratterizzazione dei personaggi, eccellente nell'animazione e nella grafica (soprattutto per quanto riguarda l'aldilà, non tanto per le anime-fantasmino quanto per i vari consulenti e burocrati, creature bidimensionali il cui aspetto è ispirato all'arte astratta ma anche alla "Linea" di Osvaldo Cavandoli), adulto e profondo nei temi trattati, anche se a tratti corre il rischio di risultare un po' pesante, pedante e retorico. Ma proprio come i precedenti lavori di Docter (da "Monsters & Co." a "Inside Out"), riesce miracolosamente a mantenersi in equilibrio fra l'intrattenimento e l'insight psicologico. A causa della pandemia di Covid, non è uscito in sala ma direttamente in streaming sulla piattaforma Disney+. Due premi Oscar: per il miglior film animato e per la colonna sonora.

23 dicembre 2022

Pinocchio (Guillermo del Toro, 2022)

Pinocchio di Guillermo del Toro (Guillermo del Toro's Pinocchio)
di Guillermo del Toro, Mark Gustafson – USA 2022
animazione a passo uno
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Dopo aver perso il figlio Carlo in un bombardamento durante la prima guerra mondiale, il falegname Geppetto lo "ricrea" con le fattezze di un burattino di legno, Pinocchio, al quale una fata infonde magicamente la vita. Inizialmente capriccioso e indisciplinato, Pinocchio – grazie anche ai consigli di Sebastian, il grillo parlante – saprà dimostrare generosità, coraggio e altruismo. Appassionato da sempre alla fiaba di Carlo Collodi (con cui era entrato in contatto in giovane età, come molti, attraverso la celebre versione animata della Disney), Del Toro ha voluto realizzarne una rilettura personale che, pur mantenendo l'impianto narrativo di base, se ne discosta in parecchi aspetti. Innanzitutto l'ambientazione è spostata agli anni del fascismo, con tanto di breve apparizione (per quanto caricaturale) di Mussolini stesso. Anche Lucignolo diventa il figlio del podestà locale, e lui e Pinocchio sono costretti ad arruolarsi in un campo di addestramento per soldati bambini. Ne conseguono toni dark, adulti e quasi horror, che si alternano ai momenti comici (come quelli che vedono protagonista il grillo), a quelli avventurosi (la lotta contro il mostro marino) e ad altri addirittura metafisici (l'aldilà dove Pinocchio si ritrova dopo ogni sua "morte": la Morte stessa, impersonificata da una sorta di chimera, è la sorella della fata dei boschi), oltre naturalmente al complesso rapporto fra padre e figlio che lega Geppetto al burattino. L'altalena di registri può lasciare perplessi, a dire il vero, visto che la pellicola non è sempre coerente nei suoi toni (e nel pubblico di riferimento: adulto o infantile?), ma è quantomeno da apprezzare la scelta di non fare l'ennesimo remake identico di una storia di cui il cinema ha ormai abusato allo sfinimento (la bella versione di Matteo Garrone, per esempio, risale a solo tre anni fa). Se molti degli aspetti più "oscuri", a ben vedere, non tradiscono il materiale originale (la fiaba di Collodi sapeva essere parecchio cupa e angosciante già di suo), Del Toro sorprende – ma nemmeno troppo – nel rifuggire le letture più moraliste e pedagogiche della vicenda, come la tentazione di "imbrigliare" il protagonista nell'obbedienza, nel conformismo e nel rispetto delle regole, qui simboleggiate dal fascismo. Anche il finale, in cui si rinuncia alla canonica trasformazione in un bambino in carne e ossa, suggerisce come questa non sia necessaria per diventare "un bambino vero": bastano le azioni che si compiono. Fra i personaggi minori spiccano il Conte Volpe, imbonitore del circo che "recluta" Pinocchio come attrazione, e il suo assistente-schiavo, la scimmia Spazzatura. Molti, invece, gli episodi e i personaggi iconici assenti, come il Gatto e la Volpe (fusi con Mangiafuoco nella figura del suddetto imbonitore) e il paese dei balocchi. L'animazione in stop motion è di ottima fattura, arricchita comunque dagli effetti visivi della fotografia digitale. Del tutto dimenticabile invece la colonna sonora di Alexandre Desplat, (brutte) canzoni comprese.

31 luglio 2020

Un mitico viaggio (Peter Hewitt, 1991)

Un mitico viaggio (Bill & Ted's Bogus Journey)
di Peter Hewitt – USA 1991
con Keanu Reeves, Alex Winter
***1/2

Rivisto in DVD.

Secondo capitolo della saga iniziata con "Bill & Ted's Excellent Adventure", che abbandona i viaggi nel tempo per andare persino oltre, con traversie metafisiche attraverso la morte, l'inferno e il paradiso! Qualche anno dopo la loro prima avventura, Bill Preston (Alex Winter) e Ted Logan (Keanu Reeves) hanno terminato il liceo e trovato un lavoretto, ma cercano sempre di sfondare come musicisti (pur non avendo ancora imparato a suonare!). La loro grande possibilità è quella di partecipare alla "Battaglia dei complessi", un evento musicale che si terrà nella nativa cittadina di San Dimas e la cui vittoria, a loro insaputa, è destinata a plasmare l'intera società del futuro a loro immagine e somiglianza, come era stato anticipato da Rufus (George Carlin) nel precedente film. Per impedirlo, per mezzo della solita cabina telefonica temporale, dal ventiseiesimo secolo giungono due robot malvagi con le loro fattezze, incaricati dal perfido insegnante "Chuck" De Nomolos (Joss Ackland) di ucciderli e di prendere il loro posto, cambiando così il corso degli eventi. Ma anche defunti e trasformati in anime (con l'abbigliamento virato in bianco e nero), i due ragazzi rifiutano di arrendersi. E pur di tornare in vita sfidano la Morte (sconfiggendola, anziché agli scacchi come ne "Il settimo sigillo" di Bergman, a tutta una serie di giochi da tavolo: battaglia navale, Cluedo, Electric Football e Twister). Quindi attraversano un inferno tecnologico e personalizzato ("Allora le copertine dei dischi erano tutte stronzate!") e si introducono clandestinamente in paradiso, per chiedere a Dio di indirizzarli verso uno scienziato in grado di creare due robot buoni da contrapporre a quelli cattivi. Infine, dopo aver sconfitto tutti i nemici (non senza le solite trovate ai limiti del paradosso temporale) e dopo un corso intensivo di chitarra nel futuro, trionferanno al concerto con un grande discorso e un accorato inno al rock ("God gave Rock'n'Roll to you" dei Kiss), accompagnati da una band di cui fanno parte anche le fidanzatine medievali, "i due noi robot buoni", Storico/Station (lo scienziato extraterrestre di cui sopra, in realtà due creature che si uniscono in una sola), e naturalmente il Sinistro Mietitore. Sui titoli di coda, una serie di prime pagine di giornali ci fa la cronaca del successo planetario della loro musica, che porterà la pace nel mondo e lo guiderà verso la predetta utopia.

A differenza del primo film, tuttora inedito in Italia (così come la serie animata e quella in live action), questo secondo capitolo – un mio cult personale – è giunto anche da noi, anche se con una distribuzione limitata e un titolo che nasconde la sua vera natura: e non potendosi basare su un adattamento precedente, il doppiaggio si ingegna nel tradurre nel migliore dei modi lo sgangherato linguaggio dei due protagonisti, eccedendo talvolta nelle volgarità ("Quanto mi sto sulle palle!", "L'inferno è una gran cagata") ma facendo complessivamente un buon lavoro (per esempio rendendo "No way! - Yes way!" con "Non esiste! - Sì che esiste!"). Peccato per il nome della band, che da Wyld Stallyns diventa "Gli stalloni selvaggi". La sceneggiatura di Chris Matheson ed Ed Solomon (gli stessi dell'episodio precedente) non riposa sugli allori, riproponendo le stesse gag, ma innova ed espande l'universo fantascientifico che aveva creato: anziché ad eventi e personaggi storici si dedica a esplorare temi religiosi, soprannaturali e metafisici, e si fa più cupa, più bizzarra e anche più divertente, aggiungendo elementi in maniera creativa ma mantenendo la simpatia e la goofiness dei personaggi, ai quali aggiunge una spalla comica indimenticabile, il Sinistro Mietitore interpretato dallo strepitoso William Sadler. Certo, rimane un film demenziale e dal feeling decisamente anni '80, nonostante sia uscito agli inizi del decennio successivo (e questo forse ha influito sulla sua scarsa popolarità al di fuori degli USA). Fra le citazioni cinematografiche, oltre a Bergman, anche "Terminator", "Full Metal Jacket" (in uno degli inferni, quello con il colonnello dell'accademia militare in Alaska (Chelcie Ross) citato già nel precedente film), "Scala al paradiso" e "Star Trek" (Bill e Ted vengono uccisi nel deserto proprio nella location di un episodio con il capitano Kirk), mentre innumerevoli sono quelle musicali (a partire dalla frase "Ogni rosa ha la sua spina, come ogni giorno ha la sua alba, come ogni cowboy canta la sua triste, triste ballata", il segreto della vita per Ted, ripresa da una canzone dei Poison). Nel cast anche Pam Grier, mentre tornano Hal Landon Jr. (il capitano Logan) e Amy Stoch (la "matrigna" Missy). Il nome del cattivo De Nomolos è quello dello sceneggiatore Ed Solomon al contrario. Quasi trent'anni più tardi, a sorpresa ma lungamente atteso dai fan, arriverà un terzo film, "Bill & Ted Face the Music".

2 novembre 2018

Il libro della vita (Jorge R. Gutierrez, 2014)

Il libro della vita (The Book of Life)
di Jorge R. Gutierrez – USA 2014
animazione digitale
**

Visto in divx alla Fogona, con Marisa e Monica.

Prodotto da Guillermo del Toro, un film d'animazione incentrato sul "Día de Muertos", la colorata e folkloristica festività messicana in cui gli esseri viventi si riuniscono per ricordare i loro cari defunti. Ad alcuni ragazzini statunitensi, in visita a un museo, la guida racconta la storia di una scommessa fra La Muerte, sovrana dei morti "ricordati", e Xibalba, che governa invece il mondo dei "dimenticati" e che ambisce a scambiare i rispettivi regni. Ciascuna delle due divinità sceglie un ragazzo (Manolo o Joaquin) e vincerà se sarà lui a sposare l'amica del cuore di entrambi, Maria. Manolo proviene da una rispettata famiglia di toreri, ma anziché uccidere i tori sogna di diventare un mariachi. Joaquin è invece il discendente di celebri soldati, e aspira a diventare un grande eroe... La variopinta mitologia messicana dell'aldilà, un plot che ricorda in parte il mito di Orfeo ed Euridice, tanta azione, colpi di scena e canzoni (con una colonna sonora che racchiude innumerevoli citazioni, da Elvis Presley a Ennio Morricone), ma anche un pizzico di political correctness (di fatto non c'è un vero cattivo) e una caratterizzazione dei tre protagonisti non proprio originalissima. La cosa migliore è l'aspetto estetico e visivo, con un character design sopra le righe (da notare comunque che i personaggi della storia sono marionette di legno), ma da apprezzare anche il modo allegro e colorato con cui si affronta il tema della morte. Mediocre il doppiaggio italiano (mentre in quello originale ci sono, fra le altre, le voci di Zoe Saldana, Ice Cube, Ron Perlman e Placido Domingo). Il regista ha annunciato un sequel in cantiere. Tre anni dopo, un altro cartoon digitale ("Coco" della Pixar) si incentrerà a sua volta sul Giorno dei Morti.

26 settembre 2016

Paradise (Andrei Konchalovsky, 2016)

Paradise (id.)
di Andrei Konchalovsky – Russia/Germania 2016
con Christian Clauss, Yulia Vysotskaya
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Folgorato dai discorsi di Hitler, il giovane e idealista aristocratico tedesco Helmut (Clauss) vende tutte le sue proprietà e si arruola nelle SS. Divenuto ufficiale, in un campo di concentramento ritroverà Olga (Vysotskaya), la contessa russa di cui si era innamorato anni prima, ora imprigionata per aver tentato di salvare due bambini ebrei. I personaggi rievocano la propria storia – e di riflesso quella della guerra, del nazismo e dell'olocausto – attraverso una serie di interviste nell'aldilà, dopo la loro morte, di fronte a un giudice invisibile (collocato dal nostro lato della macchina da presa, proprio come in "Rashomon"). Oltre a Helmut e Olga, a raccontarci le vicende c'è anche Jules (Philippe Duquesne), il poliziotto francese collaborazionista che ha arrestato la donna. Intenso, commovente ma anche ruffianamente russofilo, il film di Konchalovsky ha il pregio di mostrare l'orrore da diversi punti di vista e per mezzo di figure che si trovavano sui lati opposti della barricata, illustrandone aspirazioni, prospettive, timori, incertezze, pregi e difetti, superando la semplicistica divisione fra buoni e cattivi e mostrandoli per quello che sono: esseri umani (Olga che cede alle avances del suo aguzzino, per esempio, oppure Helmut che mette in crisi le basi su cui poggia la teoria del Superuomo). Se alla fine le porte del paradiso (quello "vero") si aprono ovviamente solo per Olga, il personaggio meglio costruito e più a tutto tondo è quello di Helmut, con il suo desiderio di veder realizzare dal nazismo "un paradiso per i tedeschi, un paradiso tedesco in terra", e poco importa se per molti altri questo significa invece l'inferno (una delle prigioniere nel campo di concentramento recita i versi dell'Inferno di Dante prima di morire). Il film, che ha vinto a Venezia il premio per la regia, è girato in bianco e nero, in formato 4:3 e ovviamente in più lingue (tedesco, russo, francese: ma c'è anche un breve flashback in Italia, con la canzone "Parlami d'amore Mariù" come sottofondo nostalgico). Il tutto contribuisce a evocare tanto cinema del passato (per dirne una, Olga con la testa rasata assomiglia alla Giovanna d'Arco di Dreyer).

13 luglio 2014

Una pura formalità (G. Tornatore, 1994)

Una pura formalità
di Giuseppe Tornatore – Italia 1994
con Gérard Depardieu, Roman Polanski
***

Visto in TV.

È notte, piove, e un uomo (Depardieu) viene portato in una cadente e isolata stazione di polizia di campagna, in mezzo al bosco, per essere interrogato dal commissario locale (Polanski) a proposito di un delitto che si è svolto in un casolare vicino. L'uomo afferma di essere un famoso scrittore, Onoff, che da anni vive isolato dal resto del mondo e delle cui opere – guarda caso – il commissario è un fervente lettore. La pioggia all'esterno è incessante, la corrente elettrica va e viene, le linee telefoniche sono interrotte, i dintorni sono disseminati di trappole e le penne non scrivono. Fra reticenze, vuoti di memoria, amare confessioni e vani tentativi di fuga, l'interrogatorio si protrarrà tutta la notte, fino a quando la verità verrà a galla. Da una sceneggiatura dello stesso Tornatore che pare scritta per il teatro (e infatti, negli anni a venire, sarà rappresentata più volte sul palco), una pellicola decisamente atipica per il cinema italiano (non a caso è interpretata da due "star" straniere, peraltro frutto di un casting altrettanto atipico: Polanski, in particolare, raramente recita da protagonista in pellicole non sue). L'atmosfera, più che ricordare un thriller poliziesco, oscilla fra il claustrofobico e il kafkiano, fino a sfociare nel metafisico (il finale può far venire in mente, per associazione d'idee, "After life" di Hirokazu Koreeda). Ma soprannaturale a parte, se l'avesse diretto lo stesso Polanski non ci sarebbe stato da stupirsene, visti i tanti elementi che ricordano le sue pellicole, soprattutto quelle degli esordi. In ogni caso, prova d'autore per il regista (con senno di poi, il titolo può essere letto anche come "Solo una questione di forma") e d'attore per i due protagonisti, che hanno recitato in francese e sono stati doppiati nella versione italiana da Corrado Pani (Depardieu) e Leo Gullotta (Polanski). Colonna sonora di Ennio Morricone, in collaborazione con il figlio Andrea: la canzone "Ricordare", intonata da vari personaggi durante il film e con testo dello stesso Tornatore, è cantata in italiano da Depardieu sui titoli di coda.

19 maggio 2012

Orfeo (Jean Cocteau, 1950)

Orfeo (Orphée)
di Jean Cocteau – Francia 1950
con Jean Marais, María Casares
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Il secondo capitolo della cosiddetta "trilogia orfica" di Cocteau, quello che più degli altri si rifà direttamente al mito classico, colloca la vicenda di Orfeo nella Francia del dopoguerra e la rilegge in chiave originale e personale, alla luce del legame indissolubile fra arte e morte ("La morte di un poeta lo rende immortale"), tema già al centro del precedente "Il sangue di un poeta". Qui, più che di Euridice, sua sposa già da tempo, il protagonista si innamora proprio della morte, impersonificata da una bruna principessa presentata inizialmente come una mecenate che ha a cuore i giovani artisti che frequentano il turbolento "Caffé dei Poeti". Di questi Orfeo è il più affermato e popolare, ma è il giovane Segeste il primo a cadere vittima dei suoi accoliti (due inquietanti motociclisti) e ad essere portato nell'aldilà. Quando Orfeo, dopo aver seguito la donna fin nella sua dimora, scopre la sua natura ultraterrena, ne rimane affascinato e diventa ben presto incapace di stare lontano da lei. Lo chauffer della morte, Heurtebise – a sua volta invaghito di Euridice – gli rivela che gli specchi sono le porte per il regno degli inferi ("Guardandoti allo specchio, vedrai la morte al lavoro"): Orfeo li attraverserà dopo il decesso della sua sposa, ma più per rivedere la principessa che per salvare la moglie, verso la quale non può più rivolgere lo sguardo nemmeno dopo essere tornato nel mondo dei vivi (e trasgredirà questa regola, non volendolo, quando la guarderà attraverso lo specchietto retrovisore della sua automobile). Senza rinnegare le atmosfere surreali, ipnotiche e oniriche del film degli anni trenta, anche grazie all'utilizzo di semplici ma efficaci effetti visivi, il lungometraggio è ricco anche di riferimenti concreti al recente passato storico della Francia (i versi di poesia astratta composti da Segeste e che Orfeo ascolta alla radio, apparentemente senza significato, sembrano i messaggi in codice della resistenza trasmessi durante l'occupazione tedesca; il regno dei morti è rappresentato dai palazzi semidistrutti dopo i bombardamenti; il processo nell'Oltretomba ricorda quelli ai partigiani nel periodo della guerra). Nel cast, Juliette Gréco intepreta la leader delle "baccanti", il gruppo di femministe di cui un tempo aveva fatto parte anche Euridice. L'idea della morte impersonificata da una giovane donna (qui l'attrice spagnola María Casares: pare che Cocteau avesse pensato inizialmente a Greta Garbo o Marlene Dietrich!) mi ha fatto pensare al "Sandman" di Neil Gaiman, dove si ritrova anche la parentela fra sonno e morte.

2 aprile 2010

Il cielo può attendere (E. Lubitsch, 1943)

Il cielo può attendere (Heaven can wait)
di Ernst Lubitsch – USA 1943
con Don Ameche, Gene Tierney
**

Visto in DVD.

Alla sua dipartita, l'anziano gentiluomo Henry Van Cleve (Don Ameche, chiamato "Enrico" nella versione doppiata in italiano) si presenta alle porte dell'inferno, convinto di essere destinato lì a causa di tutti gli errori commessi in vita. Dopo aver ascoltato la sua storia, però, il diavolo (Laird Cregar) lo reindirizza al paradiso. L'unico film girato da Lubitsch in technicolor è francamente una delusione: l'intrigante cornice soprannaturale (con il diavolo – "sua eccellenza" – in giacca e cravatta e il suo sontuoso ufficio) è limitata ai primi e agli ultimi minuti, mentre quasi tutto il film racconta invece in flashback la biografia del protagonista (dalla nascita fino alla morte a settant'anni), un donnaiolo scapestrato e impenitente, almeno fino a quando non incontra la bellissima ragazza (Gene Tierney) che diventerà sua moglie e gli farà mettere la testa a posto. Il problema è che, rispetto alle pellicole degli anni venti e trenta, siamo in pieno codice Hays. E le ingerenze della produzione (che imposero a Lubitsch, fra l'altro, un finale diverso, censurando quello in cui veniva giustificato il titolo del film; cito dal Mereghetti: "mentre viene autorizzato dal Diavolo a prendere l'ascensore per il Paradiso, Van Cleve vede passare una bella donna e, strizzando l'occhio allo spettatore, decide di seguirla: come dice il titolo, "il cielo può attendere") ne smorzano tutta l'ironia e l'impertinenza, rendendo la storia un po' scialba e persino vagamente moralista. Peccato. Non male gli attori, soprattutto i tanti comprimari e caratteristi: dal nonno simpatetico (Charles Coburn), al cugino "perbene" Alberto (Allyn Joslyn), dai genitori (Louis Calhern e Spring Byington) ai suoceri (Eugene Pallette e Marjorie Main). E naturalmente la Tierney è splendida come sempre.

3 luglio 2009

After life (Hirokazu Koreeda, 1998)

After life (Wandaafuru raifu)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 1998
con Arata, Erika Oda
***1/2

Rivisto in VHS, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Tutte le persone, non appena muoiono, si ritrovano per una settimana in un edificio, dove – con l'aiuto di alcuni "consiglieri" – devono scegliere un ricordo particolarmente felice fra tutti quelli della propria vita. Tale episodio verrà "ricostruito" e filmato su un set cinematografico: solo a quel punto le anime potranno "proseguire", dimenticando ogni cosa e portando con sé solo quel determinato ricordo. Un soggetto bizzarro e un'ambientazione che può ricordare un episodio di "Ai confini della realtà" per un film nel quale gli elementi soprannaturali sono raccontati come se si trattasse di qualcosa di assolutamente normale, con uno stile a volte addirittura da documentario: a una lunga serie di interviste ai defunti segue la difficile fase della scelta e della ricostruzione dei loro ricordi (con scene che ricordano quelle dei "making of" di un film). Il luogo dove si svolge la vicenda ha l'aspetto di una struttura statale o scolastica in disuso e un po' trasandata; l'intera procedura è assai burocratica, con tanto di scadenze fisse; la ricostruzione cinematografica dei ricordi – scenografie ed effetti visivi compresi – è decisamente artigianale (niente computer graphics!); e per chi è indeciso nella scelta ci sono a disposizione le videocassette che contengono tutti i momenti della propria vita (un anno in ogni nastro!). Il ruolo degli consiglieri è simile a quello di uno psicanalista che aiuta il paziente a scavare nella propria memoria per identificare gli episodi che meritano di essere ricordati. Più tardi si scoprirà che questi stessi addetti – ognuno con la propria storia – vengono reclutati fra coloro che non hanno saputo (o voluto) scegliere e che pertanto non sono stati in grado di "partire". Particolarmente curioso e significativo è il parallelo fra il cinema e la memoria (i defunti possano abbandonare definitivamente questo mondo solo dopo aver visionato il loro ricordo trasposto su pellicola). Tra riflessioni sulla vita, la morte, i ricordi e la perdita, ci si ritrova naturalmente a pensare cosa faremmo se ci trovassimo nella stessa situazione dei personaggi, a quale ricordo ci attaccheremmo, sapendo che sarebbe poi l'unica cosa che rimarrebbe di noi...