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8 marzo 2021

Come le foglie al vento (Douglas Sirk, 1956)

Come le foglie al vento (Written on the wind)
di Douglas Sirk – USA 1956
con Rock Hudson, Lauren Bacall
**1/2

Visto in divx.

Innamorato di Lucy (Lauren Bacall), moglie del ricco amico Kyle Hadley (Robert Stack), il fedele Mitch Wayne (Rock Hudson) mette a tacere i propri sentimenti e per lo stesso motivo rifiuta le avances di Marylee (Dorothy Malone), sorella ninfomane e ossessiva di Kyle. Ma questa, per vendetta, convincerà il fratello che i due lo tradiscono alle sue spalle... Forse il film più celebre di Sirk, un melodramma dai toni romantici ed esasperati, in cui i tormenti e i sentimenti più negativi dell'animo umano (come rancori e gelosie, ma anche angoscia e depressione) si frappongono alla felicità dei personaggi. Rispetto ai precedenti "Magnifica ossessione" e "Secondo amore" (tutti con Hudson come protagonista), però, manca quella qualità poetica e forse persino autoironica che traslava la vicenda in un mondo di sublime irrealtà: qui siamo in un universo più concreto dove i toni melodrammatici appaiono esagerati (come la ricchezza e l'aridità degli Hadley, famiglia di petrolieri talmente potente da aver dato il nome alla cittadina in cui abitano). Di fatto Mitch e Lucy sono quasi "costretti" dagli eventi a concedersi un personale lieto fine, mentre le svolte narrative sono preannunciate con largo anticipo (non solo perché il film comincia dal tragico climax finale, tornando poi indietro nel tempo – con una fortunata scelta registica che mostra il vento girare i fogli di un calendario – per narrarne gli antefatti; ma soprattutto perché più volte i dialoghi e le immagini introducono temi e oggetti che avranno importanza successivamente, a partire dalla più classica e letterale delle "pistole di Čechov"). In ogni caso, la regia di Sirk, la fotografia di Russell Metty (con i suoi colori accesi e crepuscolari) e le scenografie di Robert Clatworthy e Alexander Golitzen sono di alto livello. Buone anche le interpretazioni, con i due comprimari Stack e Malone che svettano persino sopra i due protagonisti (non a caso furono entrambi nominati all'Oscar, e Malone vinse la statuetta). La figura dello scapestrato Kyle, in particolare, è assai sfaccettata, con un forte senso di inferiorità nei confronti dell'amico che, a differenza sua, è sempre andato incontro ai desideri e alle aspettative del padre, tanto che questi (Robert Keith) lo accoglie come un figlio e lo immagina come il vero erede della sua industria petrolifera. Sensazione che cresce quando Kyle, per una diagnosi medica errata, si convince di essere impotente, e che dunque il bambino che Lucy aspetta sia in realtà di Mitch. La sceneggiatura di George Zuckerman è tratta da un romanzo di Robert Wilder che a sua volta si ispirava a fatti reali, legati alla morte di Zachary Smith Reynolds, rampollo del tabacco. Candidatura agli Oscar anche per la canzone "Written on the wind".

21 settembre 2020

Misery non deve morire (Rob Reiner, 1990)

Misery non deve morire (Misery)
di Rob Reiner – USA 1990
con James Caan, Kathy Bates
***1/2

Rivisto in TV.

Uscito di strada con la sua auto per via di una tormenta di neve, lo scrittore Paul Sheldon (James Caan) viene soccorso dall'infermiera Annie Wilkes (Kathy Bates), che vive in una fattoria isolata fra le montagne. Ma quando la donna scopre che l'uomo intende "uccidere" per sempre Misery, protagonista della serie di romanzi commerciali che gli ha dato il successo e di cui lei è una grande fan, lo segrega e lo tortura per costringerlo a "resuscitare" il personaggio... Da un romanzo di Stephen King (che, per una volta, ha apprezzato l'adattamento: la sceneggiatura è firmata da William Goldman), un thriller ad alto tasso di tensione e coinvolgimento, graziato da eccezionali interpretazioni (la Bates vinse l'Oscar) e da numerosi sotto- e sovratesti. Al di là del puro intrattenimento horror, che può contare su un'atmosfera claustrofobica con un personaggio alla mercé di un altro (lo scrittore ha le gambe fratturate ed è impossibilitato a muoversi, se non strisciando o con una scomoda sedia a rotelle), l'intera vicenda può essere letta come una metafora del rapporto fra un creatore di storie e i suoi lettori/spettatori. Fino a che punto il primo è davvero "padrone" del destino dei suoi personaggi? Sheldon (come Arthur Conan Doyle con Sherlock Holmes prima di lui) intende sbarazzarsi di Misery perché ambisce a scrivere romanzi più "seri", realistici ed autoriali, che possano dargli quella fortuna critica e quella soddisfazione personale che i suoi lavori più popolari non gli offrono, ma non si rende conto dell'importanza e del valore che questi hanno per i suoi lettori come fonte di sogno e di escapismo. Sono i fan, più degli autori, a investire tempo ed emozioni nei personaggi e nel loro mondo, tanto da sentirsi traditi quando gli scrittori maltrattano le loro creature (o le fanno agire in maniera contraddittoria: vedi Annie che critica le trovate "irrealistiche" che Paul inventa per far tornare in vita Misery). Se Caan è ottimo in un ruolo che forse King avrà concepito come semi-autobiografico, la Bates è indimenticabile nei panni della goffa ma inquietante infermiera con un passato da killer (che lentamente viene alla luce): se inizialmente sembra eccentrica e apprensiva ma innocua, man mano che il film procede si rivela un'aguzzina calcolatrice e psicopatica, ancora più terribile perché è davvero e sinceramente "l'ammiratrice numero uno" di Sheldon, da cui è ossessionata al limite del fanatismo. Nel cast ci sono Lauren Bacall (l'agente di Paul), Richard Farnsworth (l'anziano sceriffo) e Frances Sternhagen (sua moglie), questi ultimi due quasi personaggi da film dei fratelli Coen. La fotografia è del futuro regista Barry Sonnenfeld, già collaboratore proprio dei Coen. Rob Reiner aveva già adattato per il grande schermo un testo di Stephen King con il precedente "Stand by me". Il film potrebbe aver ispirato un episodio della quarta serie di "Le bizzarre avventure di JoJo" (quello con Yukako).

28 novembre 2017

Assassinio sull'Orient Express (S. Lumet, 1974)

Assassinio sull'Orient Express (Murder on the Orient Express)
di Sidney Lumet – GB 1974
con Albert Finney, Lauren Bacall
**1/2

Rivisto in divx.

Sul celebre treno che da Istanbul conduce in Europa, proprio nella cuccetta a fianco di quella dove dorme l'investigatore Hercule Poirot, viene ucciso a coltellate mister Ratchett (Richard Widmark), ricco uomo d'affari americano dal passato torbido. I sospettati sono numerosi: praticamente tutti coloro che viaggiano nello stesso vagone. Mentre il convoglio è bloccato dalla neve in mezzo ai Balcani, il grande detective belga saprà barcamenarsi fra i tanti (troppi) indizi e ricostruire le insolite circostanze in cui è avvenuto l'omicidio. Da uno dei romanzi più famosi di Agatha Christie, forse il miglior adattamento cinematografico di un giallo classico della scrittrice inglese, visto che può contare sulla regia di un solido professionista come Lumet e su un cast all star che comprende, fra gli altri, Sean Connery, Ingrid Bergman, Anthony Perkins, Lauren Bacall, Jacqueline Bisset, Vanessa Redgrave e John Gielgud. Più che la risoluzione del delitto in sé (che da un certo punto in poi comincia a essere evidente anche chi non avesse letto il romanzo), quello che conta è l'atmosfera e il substrato psicologico della vicenda, con tutti i pezzi che vanno lentamente al proprio posto e il ruolo di ciascun personaggio che viene pian piano definito. Decisamente old style per ambientazione (metà anni trenta), impostazione (il classico whodunit con l'investigatore che interroga uno a uno i sospettati), regia, recitazione e colonna sonora, il film ha tutta la scorrevolezza delle migliori pagine della Christie, nonché un finale a suo modo memorabile. Il plot è ispirato al vero caso del rapimento del figlio di Charles Lindbergh, avvenuto nel 1932, solo due anni prima della pubblicazione del romanzo. Albert Finney dà vita a un Poirot impomatato, mentre nel cast corale svettano la Bacall (in un ruolo acido e autoironico) e la Bergman (per lei anche un Oscar come attrice non protagonista). Notevole la scelta di Perkins per la parte del giovane con un complesso edipico (reminiscenze di "Psyco"?). Rifatto per la tv nel 2001 e nuovamente per il cinema (diretto e interpretato da Kenneth Branagh) nel 2017.

15 agosto 2014

La fuga (Delmer Daves, 1947)

La fuga (Dark passage)
di Delmer Daves – USA 1947
con Humphrey Bogart, Lauren Bacall
***

Rivisto in divx, per ricordare Lauren Bacall.

Vincent Parry (Bogart) fugge dal carcere di San Quentin, dov'era rinchiuso per uxoricidio, intenzionato a dimostrare la propria innocenza. Con l'aiuto di Irene (Bacall), una misteriosa ragazza che sembra interessata al suo caso, si rifugia a San Francisco, dove un chirurgo plastico senza licenza (Houseley Stevenson) gli cambia i connotati. Ma anche in questo modo sarà difficile sfuggire alla polizia, che lo ritiene implicato anche in un secondo omicidio, e scoprire chi è invece il vero colpevole. Serrato noir ad alta tensione, tratto da un romanzo di David Goodis, con l'insolita particolarità di mostrare la prima mezz'ora quasi tutta in soggettiva (vediamo cioè quello che vede il protagonista, il cui volto non appare mai sullo schermo: una tecnica già usata l'anno prima da Robert Montgomery ne "Una donna nel lago"); segue un'altra mezz'ora in cui Bogart, in seguito all'operazione, ha la testa completamente fasciata e non parla mai; e soltanto nei quaranta minuti finali il divo – all'epoca il più pagato di Hollywood – si mostra finalmente col "nuovo" volto (quello prima della plastica compare soltanto sotto forma di una foto sul giornale). La trovata aumenta la tensione e la curiosità su una vicenda che, per il resto, è più incentrata sulla fuga disperata di Parry e sul rapporto con la misteriosa Irene che non sulla risoluzione del giallo, che giunge nel finale senza particolare sorprese. In ogni caso, il film vale la visione per le atmosfere ambigue quanto basta, il forte senso di accerchiamento e una certa malinconia di fondo. Apprezzabili piccoli spunti di commento sociale, come la scena alla stazione in cui un uomo e una donna discorrono della "solitudine di chi attende un autobus" (e proprio le loro parole spingono Parry a telefonare a Irene per chiederle di seguirlo nella fuga). A tratti Bogart sembra un po' a disagio (ma è il suo personaggio, non il solito "duro", a richiederlo), mentre la Bacall è elegante, ardita e luminosa quanto mai. L'energia e l'alchimia della coppia, per la terza volta insieme sullo schermo (dopo "Acque del sud" e "Il grande sonno"), è innegabile: e infatti gran parte della promozione pubblicitaria della pellicola ci giocò ampiamente. Nel cast anche Agnes Moorehead, Bruce Bennett e Clifton Young. Girato quasi tutto in esterni, con la fotografia di Sidney Hickox che esalta le strade, le colline, i ponti e i luoghi di San Francisco, rendendoli vivi e inquietanti.

10 marzo 2008

Il grande sonno (Howard Hawks, 1946)

Il grande sonno (The big sleep)
di Howard Hawks – USA 1946
con Humphrey Bogart, Lauren Bacall
***1/2

Rivisto in DVD.

Insieme a "Il mistero del falco" (realizzato cinque anni prima e dove Bogart interpretava Sam Spade, un altro celebre detective), è il prototipo del genere noir investigativo nonché il film che più ha cementato nell'immaginario collettivo la figura di "Bogey" come poliziotto privato cinico ma romantico, duro ma fragile, fedele ma disincantato. Philip Marlowe è uno dei personaggi più memorabili della storia del cinema, "occhio privato" onesto e ribelle, non privo di dignità e senso dell'umorismo. Ingaggiato dall'anziano miliardario Sternwood perché trovi chi lo sta ricattando, scopre che nell'intrigo – che è ben più ramificato del previsto e sfocia in una serie di omicidi – sono coinvolte anche le due bellissime e viziate figlie del vecchio, Carmen e Vivien: e con la maggiore, interpretata da una Lauren Bacall che a quel tempo faceva coppia fissa con Bogart (sulla qual cosa il regista gioca sin dai titoli di testa, con la favolosa silhouette dei due che si fumano una sigaretta), scatta il colpo di fulmine. La trama, che segue più o meno fedelmente quella del romanzo di Raymond Chandler (uno dei miei scrittori preferiti), è complessa e convoluta ai limiti dell'intellegibilità, con una caterva di nomi, personaggi e situazioni che si succedono senza fiato. Un aneddoto vuole che sul set nemmeno il regista e gli attori riuscissero a capire che cosa stesse succedendo, tanto da essere costretti a un certo punto a spedire un telegramma a Chandler perché chiarisse chi avesse veramente ucciso l'autista degli Sternwood, o se magari si fosse suicidato: e lo scrittore rispose che non lo sapeva nemmeno lui! Ma naturalmente, facezie a parte, pur trattandosi di un giallo in cui ogni tassello deve andare al posto giusto, quello che conta nel film è l'atmosfera, cupa e morbosa, ravvivata da squarci solari come gli incontri di Marlowe con le tante splendide donnine che lo aiutano nel corso dell'indagine (la libraia, la tassista, le guardarobiere...) e dall'ottima interpretazione dei comprimari che tratteggiano con pochissimi tocchi personaggi minori eppure indimenticabili: Charles Waldron nei panni dell'anziano generale Sternwood, John Ridgely in quelli del losco Eddie Mars, Elisha Cook jr. in quelli dello sfortunato Harry Jones, e ancora Bob Steele (il killer Canino), Louis Heydt (la mezzatacca Joe Brody), Sonia Darrin (l'ambiziosa Agnes), e molti altri. Memorabili anche i dialoghi e le frasi lapidarie, come "In questa città girano troppe pistole e troppo pochi cervelli", o l'ultimo scambio di battute fra i due protagonisti: "Cos'hai che non va?" "Nulla che tu non possa sistemare".

Nota: esiste una versione precedente del film (chiamiamola director's cut), mai uscita nelle sale cinematografiche americane, nella quale la parte di Lauren Bacall era considerevolmente meno ampia. In seguito alla crescente popolarità della diva e alla sua love story con Bogey, i produttori decisero infatti di aumentare il suo spazio sullo schermo e Hawks fu costretto a rigirare intere sequenze (compreso il finale), sacrificando una scena in cui Marlowe ricapitolava tutta la vicenda a beneficio del procuratore generale (e degli spettatori!).

2 luglio 2007

Acque del sud (H. Hawks, 1944)

Acque del sud (To have and have not)
di Howard Hawks – USA 1944
con Humphrey Bogart, Lauren Bacall
**1/2

Rivisto in DVD, con Martin.

Harry Morgan (Bogart), americano in Martinica che fra i patrioti clandestini fedeli alla Francia libera e i funzionari del governo di Vichy cerca di mantenersi neutrale e si guadagna da vivere portando i turisti a pesca di marlin con la sua barca, viene coinvolto nella guerra quando accetta di trasportare un membro della resistenza in cambio del denaro necessario a permettere alla giovane e affascinante Marie (Bacall), borseggiatrice e aspirante cantante, di acquistare il biglietto per tornare a casa. Inutile dire che invece lei non lo lascerà e, anzi, riuscirà a "prenderlo al laccio". Tratto da un romanzo su commissione di Hemingway (ma la storia è stata spostata dall'originale Florida e sono stati eliminati tutti i riferimenti sociali che avrebbero giustificato il titolo originale), questo film soffre in maniera eccessiva della sindrome di "Casablanca". È evidente, infatti, che l'intenzione dei produttori fosse quella di replicare il successo del lungometraggio di Curtiz, riprendendone temi, personaggi e proponendo un'ambientazione simile. Ma la tensione c'è solo a tratti, nonostante la bravura degli attori e alcuni elementi tipicamente hawksiani (come l'ambiente circoscritto e il protagonista cinico). Il cast è completato da Walter Brennan nella parte dell'assistente ubriacone di Bogey. Fra battute memorabili ("Se mi vuoi, fa' un fischio. Sai fischiare, vero?") e luoghi comuni, il film scorre in fondo senza entusiasmare. È da ricordare soprattutto perché si tratta della prima apparizione sullo schermo di Lauren Bacall (che aveva soltanto 19 anni!), oltre che del suo primo incontro con Bogart. I due si innamorarono durante le riprese: Hawks disse che in realtà Bogey si era infatuato del personaggio da lei interpretato, che così fu costretta a recitarlo per il resto della vita. Ma pare (stando all'IMDb), che lo stesso Hawks, che aveva la fama di donnaiolo, fosse geloso che l'attrice si fosse innamorata di Bogart e non di lui.