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18 giugno 2020

Nell'anno del Signore (L. Magni, 1969)

Nell'anno del Signore
di Luigi Magni – Italia 1969
con Nino Manfredi, Claudia Cardinale
***

Visto in divx.

Nella Roma di papa Leone XII (siamo nel 1825), dove un potere autoritario e dispotico limita fortemente le libertà del popolo, due carbonari – il medico rivoluzionario Leonida Montanari (Robert Hossein) e il giovane idealista Angelo Targhini (Renaud Verley) – vengono arrestati e condannati a morte per aver tentato di uccidere un membro del loro stesso gruppo che aveva fatto la spia alle guardie del pontefice. La loro storia si intreccia con quella di un umile ciabattino, Cornacchia (Nino Manfredi), che in segreto scrive le poesie satiriche che vengono affisse ogni notte sulla statua di Pasquino (le cosiddette "pasquinate") per irridere il clero e le istituzioni, denunciarne gli abusi e spingere il popolo alla rivolta; e con quella di Giuditta (Claudia Cardinale), ragazza ebrea che convive con Cornacchia e che cerca in ogni modo di salvare i due prigionieri dalla forca... Il secondo film di Magni è uno dei suoi lavori migliori e più caratteristici, primo di un filone (seguiranno, fra gli altri, "In nome del Papa Re" e "In nome del popolo sovrano") ambientato nella Roma papalina durante gli ultimi anni del potere pontificio. Il soggetto è ispirato a una storia vera (l'ultima scena, ambientata ai giorni nostri, mostra la targa affissa in memoria dei condannati in piazza del Popolo, dove si svolse l'esecuzione), di cui peraltro modifica alcuni particolari (come l'età anagrafica e la provenienza di alcuni personaggi): e pur sbilanciando la narrazione verso il registro comico-grottesco tipico della commedia all'italiana, se non addirittura verso la farsa in alcuni passaggi fin troppo parodistici, con qualche caduta di stile (vedi la principessa (Britt Ekland) moglie di Filippo Spada (Franco Abbina), che non si cura della sorte del marito), riesce comunque a fornire una rappresentazione indovinata di un particolare momento storico che, volendo, può essere letto in chiave di attualità (anche perché le questioni politiche e la semplice umanità dei personaggi si intrecciano con felice intuizione). Il tema, dopotutto, è quello del rapporto fra il popolo e chi lo governa, un popolo ritratto di volta in volta come pigro e addormentato, felice di essere guidato o dominato, in attesa di qualcuno che lo risvegli, o semplicemente indifferente alle proprie sorti. I timidi fermenti rivoluzionari che preoccupano le guardie non sembrano in realtà frutto di una volontà popolare: i cospiratori della setta carbonara sono soltanto nobili e aristocratici, mentre la gente comune pensa a tirare a campare e, semmai, a godersi lo spettacolo dell'esecuzione dei congiurati. Insomma: la satira è rivolta sia verso il potere sia verso i sudditi.

Esemplare la frase che conclude il film, pronunciata da Montanari prima di essere decapitato: "Buonanotte, popolo". È solo uno, peraltro, dei numerosi detti memorabili o aforismi paradossali di cui è permeata la pellicola (fra i tanti: "Noi siamo sempre dalla parte giusta, soprattutto quando sbagliamo", "Il popolo è stanco? Più che altro, sembra ubriaco", "Io mi sento libero solo quando obbedisco!", "Qui a Roma gli unici a dormire siamo noi, che stiamo sempre svegli"). La vicenda assume a tratti caratteristiche corali, grazie a un nutrito gruppo di comprimari, molti dei quali interpretati da autentici mostri sacri della commedia all'italiana: Ugo Tognazzi è il cardinale Rivarola, colui che condanna a morte i carbonari; Enrico Maria Salerno è il colonnello Nardoni, incaricato di far rispettare l'ordine in città ("Magari comandassero i colonnelli!", afferma a un certo punto: un'altra allusione all'attualità, il colpo di stato in Grecia); Alberto Sordi è il frate che cerca inutilmente di far pentire i condannati prima dell'esecuzione. Piccole parti, inoltre, per Pippo Franco, Stelvio Rosi e Marco Tulli. La scelta di ricorrere ad attori celebri fu fatta intenzionalmente dai produttori, nella speranza di "disinnescare" la polemica per i contenuti anticlericali del film, che sarebbero saliti in primo piano se la pellicola fosse stata interpretata da volti sconosciuti o meno associati alla comicità: così, invece, si cercò di farla passare per una delle tante commedie italiane in costume. Il successo al botteghino, in ogni caso, fu notevole. Fra i temi collaterali, da segnalare quello delle persecuzioni contro gli ebrei, con sequenze come la messa cui gli abitanti del ghetto sono costretti ad assistere, o la frase di Rivarola "Secondo me, questi giudei sono esseri umani quasi come noi". La scena in cui il cardinale finge di firmare la grazia per i condannati potrebbe essere stata ispirata alla "Tosca" di Giacomo Puccini, di cui lo stesso Magni realizzerà un adattamento cinematografico quattro anni più tardi. Nel 2003 il regista e Manfredi torneranno poi a occuparsi delle pasquinate nel tv movie "La notte di Pasquino". La colonna sonora di Armando Trovajoli è "morriconiana", come suggerisce anche la canzone di Giuditta interpretata dal soprano Edda Dell'Orso (già memorabile voce in alcune delle migliori soundtrack per i film di Sergio Leone). I temi del film, la sua ambientazione e l'iconografia di alcuni personaggi (come Montanari) potrebbero aver ispirato il fumetto "Mercurio Loi" pubblicato da Sergio Bonelli Editore.

6 febbraio 2019

Il gaucho (Dino Risi, 1964)

Il gaucho
di Dino Risi – Italia 1964
con Vittorio Gassman, Amedeo Nazzari
**

Visto in TV.

Marco Ravicchio (Vittorio Gassman), squattrinato addetto alle pubbliche relazioni di una piccola casa cinematografica, vola in Argentina per promuovere una pellicola neorealista ("La città morta") in occasione di un festival a Buenos Aires. Nella delegazione che lo accompagna ci sono l'attempata diva Luciana (Silvana Pampanini), due attricette oche (Maria Grazia Buccella e Annie Gorassini) e uno sceneggiatore comunista (Guido Gorgati). Troveranno una città popolata da esuli ed emigranti italiani, divisi fra chi ha fatto fortuna – come l'impetuoso Ingegner Maruchelli (Amedeo Nazzari), ricco esportatore di carne, che vive nel mito e nella nostalgia della patria abbandonata e che accoglie con il proprio entusiasmo i nuovi arrivati, ospitandoli per l'intera permanenza – e chi è rimasto uno spiantato – come Stefano (Nino Manfredi), amico ed ex commilitone di Marco, restato un pezzente nonostante le molte opportunità. Pellicola "turistica" ("Il Gaucho era un po' un pretesto per andare a fare una vacanza in Argentina", dirà lo stesso Risi), caciarona, improvvisata e senza una vera direzione, che dà il suo meglio soprattutto nel ritratto dei personaggi di Nazzari e di Manfredi (la scena migliore è proprio il malinconico incontro fra i due amici che fanno i conti con i propri fallimenti). Apprezzabile anche la demistificazione del "boom" economico (in Italia c'è ancora chi sta male e pensa di emigrare). Dal lato comico, invece, le gag sono ingenue e stereotipate, e il personaggio estroverso e un po' volgare di Gassman era già stato visto troppe volte (da notare la citazione da "Il sorpasso", quando Marco viene superato da un'auto, guidata da un romano, con lo stesso clacson della sua). Norberto Sanchez Calleja è Cecilio, lo spasimante di Luciana; Nora Carpena è la moglie di Maruchelli, che Marco prova a sedurre. Musiche di Armando Trovajoli. La sceneggiatura è firmata da Ruggero Maccari, Tullio Pinelli, Dino Risi ed Ettore Scola.

20 agosto 2015

Riusciranno i nostri eroi... (Ettore Scola, 1968)

Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa?
di Ettore Scola – Italia 1968
con Alberto Sordi, Nino Manfredi
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Per rintracciare il cognato Oreste “Titino” Sabatini (Manfredi), del quale si sono perse le tracce in Angola da oltre un anno, il ricco editore romano Fausto Di Salvio (Sordi), stufo degli eccessi del consumismo e in cerca di una personale libertà, decide di recarsi di persona nel continente nero, accompagnato da un recalcitrante assistente, il ragionier Ubaldo (Bernard Blier). La ricerca sarà lunga e difficile, visto che Titino sembra aver seminato indizi e false piste di ogni tipo, che lo ritraggono in maniera sfuggente e multiforme (di volta in volta camionista, prete, trafficante d'armi o ingegnere edile). E durante il viaggio, com'è ovvio, Di Salvio arriverà a conoscere meglio non solo quel continente che – spinto dai romanzi d'avventura (vedi il titolo fiume della pellicola!) e dalle dispense a puntate da lui pubblicate – immaginava ben diverso, ma anche sé stesso e il suo rapporto con il mondo. Ispirato, in particolare nel finale, da una storia a fumetti di Romano Scarpa (“Topolino e il Pippotarzan”), il film rappresentò il primo grande successo del giovane Scola, che lo sceneggiò insieme alla coppia Age & Scarpelli. I toni scanzonati della commedia all'italiana, comunque diffusamente presenti, si stemperano a tratti su riflessioni più ampie – per quanto non originalissime – sul colonialismo e sul contrasto fra civiltà e natura (per non parlare dei luoghi comuni sugli italiani all'estero). Magnifici comunque gli scenari angolani, integrati con evidenti immagini di repertorio. Inizialmente la parte del protagonista era riservata a Manfredi, mentre Sordi avrebbe dovuto interpretare l'oggetto della ricerca: furono gli stessi attori a suggerire l'inversione dei ruoli. Musiche di Armando Trovajoli. Fra le ispirazioni c'è anche "Cuore di tenebra" di Conrad, citato a un certo punto espressamente da Sordi.

11 settembre 2014

Thrilling (Scola, Polidoro, Lizzani, 1965)

Thrilling
di Ettore Scola, Gian Luigi Polidoro, Carlo Lizzani – Italia 1965
con Nino Manfredi, Walter Chiari, Alberto Sordi
**1/2

Visto in divx.

Film diviso in tre episodi che fondono il giallo con la commedia all'italiana. Ci si diverte, grazie soprattutto ai tre interpreti e ad un tono da fumetto che non si prende mai sul serio e gioca con gli stereotipi del genere. L'episodio migliore mi è parso il primo, ma tutti valgono la visione per un motivo o per l'altro.

"Il vittimista", di Ettore Scola (***), con Nino Manfredi e Alexandra Stewart
Un insegnante di latino (Manfredi) si convince che la sua bella moglie tedesca (Stewart) lo voglia uccidere. Paranoico, cerca in tutti i modi di evitare ogni contatto con la donna: ma alla fine scoprirà che avrebbe fatto meglio a guardarsi le spalle dall'amante tradita. Scola (alla sua seconda regia, anche sceneggiatore insieme a Ruggero Maccari) riempie l'esile storiella di dettagli inquietanti (le bambole parlanti di cui è piena la casa dei due coniugi, evidenti surrogati per i figli che non possono avere) e divertenti (lo psicanalista "ruspante" interpretato da Tino Buazzelli), di scene surreali (Manfredi che porta ad analizzare il minestrone in laboratorio) e allucinanti (le strisce pedonali che si sollevano dal selciato). Il finale, però, giunge un po' telefonato. Nella colonna sonora si ode ripetutamente "Ciao ciao", cover italiana di "Downtown" di Petula Clark.

"Sadik", di Gian Luigi Polidoro (**1/2), con Walter Chiari e Dorian Gray
All'ingegner Bertazzi (Chiari), preoccupato per la sua difficile situazione finanziaria, la moglie Valeria (Gray) – appassionata di fumetti "neri" – propone di travestirsi da Sadik (protagonista di uno di suddetti fumetti) per ravvivare la loro stanca routine matrimoniale. Poco più che uno sketch, l'episodio più breve del film (dura solo una quindicina di minuti) fa ridere per il contrasto fra la goffaggine e la "normalità" del protagonista (a partire dal nome) e la scena criminal-esotica che si ritrova a interpretare.

"L'autostrada del sole", di Carlo Lizzani (**1/2), con Alberto Sordi e Sylva Koscina
Un automobilista indisciplinato (Sordi), inseguendo un altro guidatore con cui ha avuto un alterco in autostrada, finisce a trascorrere la notte in un albergo isolato e gestito da una strana famiglia. Mentre cala la sera, comincia a sospettare che i gestori siano dei maniaci che uccidono i clienti per rapinarli. Costruito anche registicamente come un giallo televisivo, l'episodio punta le sue carte sul contrasto fra la cafonaggine del personaggio di Sordi e l'atmosfera da thriller all'inglese in cui si trova immerso. Peccato per il controfinale posticcio, evidentemente necessario per concludere il film con un tono lieto.

5 marzo 2014

Anni ruggenti (Luigi Zampa, 1962)

Anni ruggenti
di Luigi Zampa – Italia 1962
con Nino Manfredi, Gino Cervi
**1/2

Visto in divx, con Giovanni, Eleonora, Marco, Ginevra, Paola, Marta, Esther, Beatrice e Sabrina.

Nel 1937, in piena era fascista, i notabili di un paesino del meridione (non identificato ma collocato in Puglia, a pochi chilometri da Alberobello: gran parte degli esterni sono stati girati a Ostuni) sono in subbuglio perché hanno saputo, per vie traverse, dell'imminente arrivo di un funzionario del partito, che dovrebbe giungere in incognito da Roma per compiere un'ispezione politico-amministrativa. Avendo tutti qualcosa da nascondere, ed essendo convinti di avere individuato il gerarca in Omero Battifiori (Nino Manfredi), che si presenta come un semplice agente di assicurazioni, i vertici locali cercano in ogni modo di finire nelle sue grazie, rendendo piacevole il suo soggiorno in paese e mostrando davanti ai suoi occhi un'assoluta fedeltà al regime. Il podestà (Gino Cervi) arriva addirittura al punto di favorire il suo fidanzamento con la figlia Elvira (Michèle Mercier). Ma alla fine la verità verrà a galla. Liberamente ispirato alla commedia "L'ispettore generale" di Gogol, il film di Zampa (che firma la sceneggiatura insieme ad Ettore Scola e Ruggero Maccari) è una pungente satira non tanto del fascismo in sé, quanto dell'Italietta dove tutti si adeguano all'aria che tira, un malcostume mai scomparso e che rende la pellicola tuttora attuale. In realtà nessuno dei personaggi è veramente e convintamente "fascista": i notabili mettono in atto elaborate messinscene soltanto per perseguire i propri interessi e nascondere le proprie malefatte, mentre la fiducia del protagonista in Mussolini è frutto soprattutto di un'ingenuità che sarà messa a dura prova quanto entrerà in contatto con realtà povere e disastrate come quelle che circondano il villaggio (vedi la sequenza ambientata nelle "grotte", girata ai Sassi di Matera, dove Omero acquisisce una nuova consapevolezza sociale). Molte le scene da ricordare: la visita alla scuola, quella alle fattorie (dove si trovano sempre le stesse trenta mucche, trasportate in furgone da una masseria all'altra), la parata, e il finale con Omero che legge in treno la lettera per il Duce che gli ha consegnato un vecchio contadino. Nel cast, fra tanti caratteristi, anche Gastone Moschin (il rappresentante politico locale) e Salvo Randone (il medico antifascista). Insieme ai precedenti "Anni difficili" e "Anni facili", il film completa un'ideale trilogia con cui Zampa, attraverso la satira, denuncia i vizi sociali e politici degli italiani di prima e (soprattutto) di dopo la guerra.

10 febbraio 2010

C'eravamo tanto amati (E. Scola, 1974)

C'eravamo tanto amati
di Ettore Scola – Italia 1974
con Nino Manfredi, Vittorio Gassman
****

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria, Ginevra, Monica e Giuseppe.

Uno dei capolavori del cinema italiano, questa ispiratissima commedia dolce-amara segue per trent'anni – attraverso speranze, amori, delusioni e fallimenti, in un paese che cambia e che si trasforma – le vite parallele e incrociate di tre amici che si conoscono da partigiani, durante la resistenza, ma prendono poi strade diverse, assistendo lungo la via al crollo dei loro ideali sociali, politici e culturali. L'infermiere e portantino romano Antonio (Nino Manfredi), il più spontaneo dei tre, aspira ad un'esistenza semplice e onesta ma sconta la fedeltà alle proprie idee politiche e la mancanza di ambizioni; il meridionale Nicola (Stefano Satta Flores), dapprima insegnante frustrato e poi intellettuale cinefilo, si pone in continua polemica con il mondo e si smarrisce in rivendicazioni astratte e iperboliche; l'arrivista Gianni (Vittorio Gassman), avvocato rampante, mette da parte i propri valori e tradisce amici ed affetti, sposando per interesse la figlia di un ricco palazzinaro. Tutti e tre, a un certo punto della loro vita, si innamoreranno di Luciana (Stefania Sandrelli, figura centrale ma sfuggente nell'economia del film), aspirante attricetta che alla fine sceglierà Antonio, lasciando Gianni a rimpiangerla per tutta la vita. Come nei migliori esempi di commedia all'italiana, il film fonde – grazie all'intensa e scoppiettante sceneggiatura di Scola, Age e Scarpelli – momenti di riuscitissimo umorismo (con battute memorabili come "Nocera è inferiore perché ha dato i natali a gente come voi!"), uno sguardo amaro e realista sulle vicissitudini della vita (con tutta la delusione nell'assistere al crollo delle speranze che avevano animato gli anni della liberazione e del dopoguerra), ficcanti ritratti delle categorie che caratterizzavano allora – e tuttora – lo scenario socio-politico del paese (i tre protagonisti impersonano rispettivamente il populismo di sinistra, l'inconcludenza degli intellettuali, il trasformismo degli opportunisti) e una convinta caratterizzazione dei personaggi che, lungi dal trasformarsi in caricature fini a sé stesse, sono delineati con sincera umanità e convincente introspezione, al punto che al termine del film dispiace quasi dover dire loro addio. Molto bravi gli attori: oltre ai protagonisti, nel magnifico cast brillano anche il grande – in tutti i sensi – Aldo Fabrizi (impresario edile ricco e ruspante, simbolo di una concezione degli affari "familiare" e prevaricatrice, convinto – a ragione – che i ricchi siano le persone più sole al mondo e talvolta inquadrato dal basso come Orson Welles ne "L'infernale Quinlan") e Giovanna Ralli (sua figlia Elide, la moglie di Gianni, che da semianalfabeta cerca teneramente di "elevarsi" per dimostrarsi degna del marito), comprimari a loro volta ritratti da Scola con grande simpatia e indulgenza.

La ricostruzione storica e ambientale si giova della trovata di girare in bianco e nero le scene del dopoguerra (tutta la prima metà del film), passando al colore in concomitanza con il momento in cui l'Italia si trasforma da paese arretrato e "neorealista" in nazione moderna e industrializzata senza però mettere da parte squilibri e contraddizioni (il passaggio vero e proprio avviene sull'inquadratura del dipinto di un madonnaro sul selciato, nella scena in cui i tre amici si separano per poi ritrovarsi solo molti anni dopo, alla fine del film). Ma anche la regia ci mette del suo, con numerose trovate geniali – talvolta ai limiti del surreale – come quelle che fanno comunicare tra loro i personaggi in maniera inusuale, dandogli modo di esplicitare pensieri e frasi non dette: dallo spoof dello "Strano interludio" di Eugene O'Neill alla scena in cui Antonio e Luciana si parlano per bocca dei personaggi del film che stanno guardando al cinema ("Schiavo d'amore", con Kim Novak); dalla solitudine di Nicola che, nella sua "redazione", interloquisce con la moglie e il figlio a chilometri di distanza, al dialogo fra Gianni e la moglie Elide, appena scomparsa in un incidente stradale, nella spettrale penombra di uno sfasciacarrozze. L'utilizzo delle luci e della fotografia risulta fondamentale in molte di queste sequenze che, prese singolarmente, sembrano giocare con lo spazio (riducendolo, ampliandolo, destrutturandolo), mentre la pellicola nel suo complesso sembra attraversare invece un'altra dimensione, quella del tempo. Non a caso, è come se tutto il film si svolgesse nello spazio di un attimo, di una frazione di secondo: quella che servirà a Gianni a completare il suo "tuffo" in piscina, interrotto con un fermo immagine all'inizio della pellicola e portato a termine – come aveva preannunciato Nicola rivolgendosi direttamente agli spettatori (un'altra trovata che i personaggi continueranno a sfruttare in continuazione, parlando al pubblico come per invitarlo a partecipare alle loro vicende) – soltanto dopo aver concluso quello che di fatto è un lungo, lunghissimo flashback.

Ma il film è anche un omaggio a trent'anni di cinema italiano, con citazioni esplicite dalle pellicole di De Sica (Nicola e la moglie assistono a "Ladri di biciclette", accapigliandosi con i notabili del paese che condividono le opinioni di Andreotti sui panni sporchi da lavare in casa), Fellini (Antonio incontra nuovamente Luciana, dopo averla persa di vista per qualche tempo, sul set de "La dolce vita") e Antonioni (Elide si identifica con Monica Vitti, paladina dell'alienazione e dell'incomunicabilità), mentre molti protagonisti della scena culturale e dello spettacolo di quegli anni vi recitano nei panni di sé stessi (Mike Bongiorno, Fellini, Mastroianni; era prevista anche la partecipazione di Vittorio De Sica, ma il regista morì proprio durante le riprese, e dunque le scene in cui compare sono tratte da immagini di repertorio. Il film, naturalmente, è dedicato a lui). Non mancano citazioni atipiche per Visconti e Rossellini, e nemmeno riferimenti a Eisenstein ("La corazzata Potëmkin", che l'esaltato Nicola illustra a Luciana sulla scalinata di Piazza di Spagna) e Resnais (gli amici di Antonio si recano a vedere "L'anno scorso a Marienbad"). Fra le tante sequenze che varrebbero da sole la visione del film, vorrei citare quella quasi straziante di Nicola che si presenta a "Lascia e raddoppia" e sbaglia una risposta proprio su "Ladri di biciclette"; Antonio che scambia Gianni per un parcheggiatore a Piazza del Popolo; gli abitanti della villa di Gianni che non riescono a incontrarsi e a comunicare fra di loro (e che poi, quando escono di casa, utilizzano ognuno un'automobile diversa); l'attesa davanti al falò per iscrivere i bambini a scuola; le litigate sotto la pioggia e nelle piazze di una Roma che assurge al rango di scenario ideale, vero contenitore di emozioni e di esistenze di ogni tipo. Molte pure le frasi da annotarsi sul taccuino: "Vincerà l'amicizia o l'amore? Sceglieremo di essere onesti o felici?, "Erano tempi duri, ma noi eravamo poveri ma felici, come dicono i ricchi", "Il futuro è già passato, e non ce ne siamo accorti", "Vivere come ci pare e piace costa poco, perché lo si paga con una cosa che non esiste: la felicità", "L'intellettuale è più avanti, è più su, è più giù, egli è irraggiungibile, egli è più oltre!", e la più celebre e citata di tutte: "Credevamo di cambiare il mondo, e invece il mondo ha cambiato noi". La bella colonna sonora è di Armando Trovajoli (compresa la canzone "Ed io ero Sandokan"). Il titolo del film, da allora entrato nel linguaggio comune, proviene invece da un verso di una canzone degli anni venti, "Come pioveva", a suo tempo cantata – fra gli altri – anche da Vittorio De Sica.