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15 maggio 2021

Mission: Impossible (B. De Palma, 1996)

Mission: Impossible (id.)
di Brian De Palma – USA 1996
con Tom Cruise, Jon Voight
**

Rivisto in TV (Prime Video).

Membro di una squadra speciale di agenti segreti – l'IMF ("Reparto missione impossibile") – specializzati in azioni ad alta pericolosità, l'esperto in camuffamenti Ethan Hunt (Cruise) viene sospettato di essere un traditore, dopo che il suo intero team è stato eliminato nel corso di una missione a Praga. Per discolparsi dovrà identificare la vera talpa, rubando per proprio conto la lista degli agenti sotto copertura che questi intendeva vendere a un trafficante internazionale. Pellicola ispirata a una classica serie televisiva degli anni sessanta, che aveva già avuto un revival (sempre sotto forma di serie tv) alla fine degli anni ottanta: pur tradendone in parte lo spirito (il focus si sposta da un gruppo a un singolo eroe) e i personaggi originali (basti pensare a Jim Phelps, fra i protagonisti del serial tv e qui – interpretato da Jon Voight, dopo il rifiuto di Peter Graves – trasformato in cattivo), ha fatto registrare uno straordinario successo al botteghino, tanto da dare vita a una fortunata saga cinematografica (a oggi composta da sei capitoli, tutti con Tom Cruise come protagonista; ma altri sono in arrivo). A colpire l'immaginario del pubblico sono state soprattutto le sequenze delle effrazioni iper-tecnologiche, come quella al quartier generale della CIA, in seguito scimmiottate e imitate da numerose altre pellicole (anche in estremo oriente, come in Giappone o a Hong Kong, dove il film ha fatto particolare furore). E se per il resto la sceneggiatura è scadente (la trama ha poco senso o sembra improvvisata, e i personaggi mancano di personalità, a partire dal protagonista: ma anche la bella Emmanuelle Béart è sprecata), poco importa: lo spettacolo è tutto a livello di tensione, atmosfere, scene d'azione, con reminiscenze hitchcockiane e sequenze come l'inseguimento finale fra l'elicottero e il treno in corsa che bastano e avanzano a tenere desta l'attenzione di uno spettatore in cerca di intrattenimento facile sì ma di qualità. Tom Cruise, anche co-produttore, ha effettuato personalmente gran parte dei propri stunt. Nel cast anche Kristin Scott Thomas, Vanessa Redgrave, Jean Reno e Ving Rhames. La colonna sonora di Danny Elfman comprende anche una rielaborazione (di Larry Mullen e Adam Clayton) del tema classico della serie tv (di cui all'inizio è proposta una vera e propria sigla).

1 marzo 2021

Land of the lost (Brad Silberling, 2009)

Land of the Lost (id.)
di Brad Silberling – USA 2009
con Will Ferrell, Anna Friel
*1/2

Visto in TV (Netflix).

Grazie a un "amplificatore di tachioni" da lui inventato, lo scienziato-paleontologo Rick Marshall (Will Ferrell) viaggia non tanto nel tempo quanto in una confusa dimensione parallela dove coesistono passato, presente e futuro. E in compagnia della bella assistente Holly (Anna Friel), del buzzurro Will (Danny McBride) e dell'uomo-scimmia Chaka (Jorma Taccone), dovrà vedersela con dinosauri ed extraterrestri. Ispirato all'omonima serie televisiva del 1974 (in italiano "La valle dei dinosauri"), di cui finisce però per essere la parodia, un film d'avventura demenziale, infantile e sconclusionato. Credo che Ferrell, con il suo umorismo adolescenziale e deadpan, sia uno dei comici meno divertenti che esistano al mondo: insiste sempre sullo stesso tipo di battuta (spesso a sfondo volgare, sessuale o scatologico) e non fa mai ridere. Qui si salvano la curiosa e surreale ambientazione, a metà fra un videogioco (Holly sembra Lara Croft!), "King Kong", "Il pianeta delle scimmie" e "Il mondo perduto" di Conan Doyle (hanno un loro fascino, per esempio, le scene girate nel deserto del Mojave da dove spuntano rottami di auto e frammenti di resort di lusso) e tutto sommato il recupero dell'ingenuità tipica dei film e dei fumetti d'avventura di un tempo, col merito di non prendersi mai sul serio. Ma la trama in sé è quanto di più scontato ci sia, e soprattutto le gag, appunto, sono stupide, ripetitive e poco divertenti (a meno, forse, di guardarle in compagnia di amici alla ricerca di una comicità "so bad it's good": sotto questo aspetto in effetti ha i suoi fan). Nella prima e nell'ultima scena, il giornalista televisivo Matt Lauer interpreta sé stesso.

9 febbraio 2021

Mr. Peabody e Sherman (Rob Minkoff, 2014)

Mr. Peabody e Sherman (Mr. Peabody & Sherman)
di Rob Minkoff – USA 2014
animazione digitale
**

Visto in TV (Now Tv).

Mr. Peabody, cane super-intelligente, e Sherman, il bambino da lui adottato, viaggiano nel tempo grazie alla macchina inventata dal primo, il Tornindietro (Wayback Machine, nell'originale). Ma quando Sherman, contravvenendo agli ordini del "genitore", la mostra a una compagna di scuola, Penny, cominciano i guai... Il film, primo lavoro interamente in animazione di Rob Minkoff dai tempi de "Il re leone", è ispirato a un segmento contenuto nella serie cult degli anni '60 "Le avventure di Rocky & Bullwinkle" (da cui in precedenza erano già stati tratti tre film parzialmente o completamente in live action). I personaggi sono simpatici e la storia è vivace, ma la trama avventurosa tradisce un po' lo spirito libero, quando non anarchico e assurdo, dell'originale, che lo rendeva stranamente accattivante anche per gli spettatori adulti: qui tutto è a misura di bambino, dal ritratto delle epoche passate alle caratterizzazioni dei personaggi (che, a parte i protagonisti, lasciano a desiderare: stereotipatissima per esempio la "cattiva" Mrs. Grunion, assistente sociale che vuole sottrarre Sherman al genitore adottivo), senza parlare degli scontati (per un prodotto hollywoodiano) messaggi edificanti sui rapporti di amicizia e di genitorialità. Fra le epoche che i nostri eroi visitano ci sono la rivoluzione francese (con Maria Antonietta e Robespierre), l'antico Egitto (con il faraone bambino Tutankhamon), la Firenze del Rinascimento (con Leonardo Da Vinci e una Monna Lisa bizzosa che fa le linguacce) e la guerra di Troia (con Agamennone). Inevitabili anche i paradossi temporali, peraltro risolti un po' troppo facilmente. In seguito al buon riscontro critico è stata realizzata una serie tv, "Mr. Peabody & Sherman Show".

11 gennaio 2019

Daphne & Velma (Suzi Yoonessi, 2018)

Daphne & Velma - Il mistero della Ridge Valley High
(Daphne & Velma)
di Suzi Yoonessi – USA 2018
con Sarah Jeffery, Sarah Gilman
**

Visto in TV.

Le liceali Daphne Blake (Jeffery) e Velma Dinkley (Gilman) non potrebbero essere più diverse l'una dall'altra: ingenua, fortunata, estroversa e ottimista la prima, nonché appassionata di paranormale e convinta che esistano fantasmi ed alieni; cinica, introversa, scostante e nerd la seconda, che invece ha una spiegazione razionale per ogni fenomeno. Eppure sono amiche: ed insieme si troveranno a indagare su misteriosi accadimenti all'interno della loro scuola, un avveniristico istituto per giovani prodigi... Teen movie leggero e disimpegnato, spigliato e cartoonesco, stupido ma non troppo, che non è altro che uno spin-off (di ambientazione moderna e high tech) sui due personaggi femminili di "Scooby-Doo", di cui ci vengono raccontate le "origini" (ma del tutto fruibile a sé stante: né il cane né gli altri personaggi della serie vengono nemmeno menzionati). Nonostante la confezione da tv movie, gli attori da Disney Channel e le situazioni improbabili (il padre di Daphne che la "protegge" in segreto da ogni inconveniente), la pellicola è sufficientemente godibile grazie a un umorismo demenziale che coglie spesso nel segno (il drone della vergogna) e al sovvertimento di alcuni luoghi comuni dei film di ambientazione scolastica (come i bulli che tali non sono, o la totale assenza di sottotrame romantiche), per non parlare dello spazio dato a personaggi femminili che non hanno bisogno di quelli maschili per togliersi dai guai. E al di là dell'elogio dell'amicizia e del gusto per l'ignoto e per l'avventura, naturalmente rimane l'idea di fondo della serie madre: tutti i misteri si riveleranno frutto di un'elaborata messinscena (con la classica frase del cattivo, una volta scoperto: "Ce l'avrei fatta se non fosse stato per voi impiastri ficcanaso!").

26 luglio 2016

Star Trek Beyond (Justin Lin, 2016)

Star Trek Beyond (id.)
di Justin Lin – USA 2016
con Chris Pine, Zachary Quinto
**

Visto al cinema Uci Lissone, con Sabrina.

Dalla stazione stellare di Yorktown, dove ha fatto sosta nel corso della sua missione quinquiennale di esplorazione nello spazio, l'astronave Enterprise riceve una misteriosa richiesta di soccorso, proveniente da una nebulosa vicina. Naturalmente si tratta di una trappola: il responsabile è Krall (Idris Elba), bellicoso guerriero che sembra avere un conto in sospeso con la Federazione dei Pianeti e con la flotta stellare stessa... Al terzo film del reboot cinematografico di "Star Trek", forse per merito del cambio di nomi alla regia (Justin Lin, finora noto per le pellicole della serie action "Fast & Furious", al posto di J.J. Abrams, impegnato a rilanciare "Star Wars") e alla sceneggiatura (Simon Pegg e Doug Jung), si comincia a respirare un'aria simile a quella della serie classica. Ma se i temi, le atmosfere e le dinamiche fra i personaggi si distaccano finalmente dalle storture giovanilistiche dei primi due film, nel complesso la pellicola non mostra un sostanziale miglioramento qualitativo. La trama è poco convincente e con diverse forzature, il cattivo tutt'altro che memorabile, così come la nuova comprimaria (la guerriera aliena Jaylah, interpretata da Sofia Boutella). E l'eccesso di scene d'azione (spesso troppo lunghe e confuse, come in tutta la prima parte della pellicola) e di effetti speciali continua a soverchiare lo spettatore, senza lasciargli un attimo di tregua. I blockbuster hollywoodiani sono ormai così: spettacoli fracassoni che danno più l'idea di trovarsi sulle montagne russe o davanti a un videogioco che non in una sala cinematografica. Fra le cose positive, la coralità: tutti i membri principali dell'equipaggio dell'Enterprise hanno il loro spazio sotto i riflettori e il loro momento di gloria (mentre nei primi due film l'equilibrio era troppo sbilanciato verso Kirk e Spock). Ritroviamo così i battibecchi fra Spock e McCoy e le caratterizzazioni – per quanto basilari – dei vari Sulu (novità: è gay!), Chekov, Uhura e Scotty. Leonard Nimoy, lo Spock storico, morto prima dell'inizio delle riprese, è ricordato e omaggiato di frequente (a un certo punto viene anche mostrata una foto dell'equipaggio classico dell'Enterprise). Prima dell'uscita del film, in un incidente domestico, è venuto a mancare anche Anton Yelchin, il nuovo Chekov: chissà se il personaggio sparirà o se nelle pellicole seguenti ci sarà un altro attore.

12 maggio 2015

Star Trek Into Darkness (J.J. Abrams, 2013)

Into Darkness - Star Trek (Star Trek Into Darkness)
di J.J. Abrams – USA 2013
con Chris Pine, Zachary Quinto
**

Visto in divx.

Secondo capitolo del reboot cinematografico di "Star Trek", virato in chiave fracassona e giovanilistica dal regista/produttore J.J. Abrams. Meglio del precedente, devo dire: a parte la debole caratterizzazione dei personaggi principali e il fatto che si risolva sempre tutto a scazzottate, si cominciano lentamente a intravedere alcune delle caratteristiche fondanti della saga (in questo caso, il dilemma morale fra il desiderio di vendetta e il rispetto delle regole, anche quando ci si trova di fronte a terroristi, il che riecheggia questioni di stretta attualità nel mondo odierno come accadeva nei migliori episodi della serie), tali da giustificare la sospensione dell'incredulità di fronte a una trama non priva di buchi o di passaggi forzati. E il finale annuncia l'avvio di quella "missione quinquennale" di esplorazione dello spazio che nelle prossime pellicole – almeno così si spera – giustificherà finalmente quel "Trek" nel titolo. Come nel secondo film della serie classica, il cattivo è Khan, superuomo geneticamente modificato e poi ibernato insieme ad altri suoi compagni, che minaccia di distruggere la Federazione Stellare perché il guerrafondaio ammiraglio Marcus (Peter Weller) intendeva usarlo – e sacrificarlo – pur di scatenare una guerra contro l'impero Klingon. I nostri eroi si troveranno nel mezzo e dovranno decidere da che parte stare, fra la tentazione di una facile vendetta contro Khan (responsabile della morte del mentore di Kirk, il capitano Pike) e la scelta di allearsi momentaneamente con lui per fronteggiare un nemico ancora peggiore. Ne risulterà, fra l'altro, uno scontro diretto con Marcus, con due navi della federazione una contro l'altra (ma quella dei cattivi, manco a dirlo, è più grande, nera, e praticamente senza equipaggio). Trama a parte, come in ogni secondo capitolo di franchise che si rispetti, dopo la difficoltosa introduzione dei personaggi nel primo film il loro processo di "costruzione" procede spedito, avvicinandoli sempre più a quelli che conosciamo, anche se non tutti godono dello stesso spazio sotto i riflettori e alcuni sembrano quasi una caricatura di sé stessi. A parte Kirk e Spock, protagonisti assoluti, una discreta attenzione è dedicata a Scotty e Uhura, mentre Sulu e Chekov sono ancora al livello di macchiette e il dottor McCoy è parecchio sacrificato (e dire che nella serie tv era di fatto un terzo protagonista).

Molti i rimandi e i riferimenti al classico "L'ira di Khan", come dicevamo. A parte l'identità del cattivo (svelata solo a metà film), interpretato da un Benedict Cumberbatch che lo differenzia parecchio dalla versione precedente di Ricardo Montalbán (perde del tutto, per dirne una, l'etnia indiana o sikh), possiamo udire la celebre frase "Le esigenze dei molti contano più di quelle dei pochi" (subito all'inizio, durante la sequenza d'azione introduttiva). Quando il vecchio Spock (Leonard Nimoy, alla sua ultima apparizione sullo schermo) compare brevemente in video, quello nuovo gli chiede come avessero sconfitto Khan nella linea temporale originale. Ma l'omaggio più evidente è nel finale, quando viene riproposta – a parti invertite – la famigerata scena in cui Spock moriva per le radiazioni dopo essersi sacrificato per rimettere in funzione il motore a curvatura dell'Enterprise. Stavolta è Kirk a soccombere, e Spock ad assistere alla sua morte. Naturalmente, nella versione di Abrams, tale morte non è temporanea: tempo pochi minuti, ed ecco che si scopre un modo per riportare l'amico in vita. Dal film del 1982 viene anche il personaggio di Carol Marcus: ma in questa sciacquetta che si mostra in lingerie non c'è nulla della scienziata matura e indipendente di allora. Per il resto, detto che i Klingon ci fanno una magra figura e che non mancano le consuete assurdità scientifiche e fantascientiche (come l'inseguimento e il combattimento fra astronavi durante la curvatura, o il fatto che Khan si teletrasporti direttamente dalla Terra al pianeta dei Klingon: a cosa servono le navi spaziali allora?), da segnalare – fra una scena d'azione e l'altra – qualche momento divertente: come quando Chekov, cui Kirk ha ordinato di mettersi una divisa rossa per sostituire Scotty nella sala macchine, mostra una faccia preoccupata: perché sente la responsabilità dell'incarico affidatogli, o perché sa – come i fan – che le "redshirt" fanno di solito una brutta fine? Il titolo italiano, chissà perché, inverte le due parti del titolo, rendendolo fra l'altro privo di senso semantico. Abrams rinuncerà a dirigere il terzo episodio perché impegnato con il nuovo film di "Star Wars": e il fatto che possa passare con tale disinvoltura da "Star Trek" a "Guerre stellari", due universi fantascientifici un tempo agli antipodi per contenuti e significato, dimostra come questo reboot, pur gradevole a livello di intrattenimento, sia ancora parecchio distante dalla filosofia originaria della serie.

10 marzo 2015

South Park - Il film (Trey Parker, 1999)

South Park - Il film: più grosso, più lungo & tutto intero
(South Park: Bigger, Longer & Uncut)
di Trey Parker – USA 1999
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Florian, Sabine, Giulia e Sabrina.

Dalla celebre serie animata "South Park", un lungometraggio d'animazione che in un certo senso parla di sé stesso, affrontando – nella stessa vena satirica e irriverente della serie televisiva – il tema della censura e della libertà di espressione; un tema oggi ancora più d'attualità, se si pensa alle vicende legate al settimanale francese "Charlie Hebdo" (difendere il diritto di satira, infatti, è importante anche quando questa non è "nobile" ma sboccata, gratuita e offensiva). Nel film, ironicamente impostato come un musical proprio come i classici della Disney, i bambini del paesino di South Park (Stan, Kyle, Cartman e Kenny) vanno al cinema a vedere "Culi di fuoco", pellicola volgarissima e vietata ai minori, a base di peti e parolacce, dei comici canadesi Trombino e Pompadour (Terrance e Phillip in originale). Con gran sconcerto delle madri e dei loro insegnanti, ne escono con un vocabolario "arricchito" di una quantità spropositata di insulti e oscenità. Ancora peggio, Kenny (il personaggio che nella serie muore in ogni puntata) si dà fuoco nel tentativo di imitare una delle "prodezze" viste sullo schermo. Tanto basta ai benpensanti e agli educatori del paese per indire una vera e propria crociata, non solo contro il film stesso ma contro l'intero Canada ("Diamo la colpa al Canada [...] prima che qualcuno pensi di darla a noi!", cantano le madri in una delle più apprezzate canzoni della pellicola, "Blame Canada", candidata fra l'altro all'Oscar). Organizzatisi sotto forma di resistenza clandestina, i bambini cercheranno di salvare Trombino e Pompadour dall'imminente esecuzione e di impedire lo scoppio del conflitto armato fra Stati Uniti e Canada che ne conseguirebbe, anche perché la guerra rischia di consegnare la Terra nientemeno che a Satana e a Saddam Hussein (i quali, dopo la morte di quest'ultimo, sono diventati amanti).

I creatori della serie, Trey Parker e Matt Stone (che nella versione originale danno anche la voce alla maggior parte dei personaggi), non rinunciano al loro umorismo volgare e corrosivo, e anzi sembrano rincarare la dose, vista la quantità abnorme di oscenità e parolacce concentrata in poco più di 80 minuti (il culmine si raggiunge in canzoni come l'esilarante "Kyle's mom is a bitch"); ma il tutto, oltre che fonte continua di ilarità, è giustificato dalla forte critica sociale e politica che sottende alla sceneggiatura. E comunque non mancano battute più sottili ("Il Canada non è nemmeno una vera nazione"; o anche, sulle mestruazioni: "Non mi fido di una cosa che sanguina per cinque giorni e non muore") o situazioni narrative accattivanti (Stan che va "alla ricerca del clitoride"; il V-chip "rieducativo" installato in Cartman, in stile "Arancia meccanica", che gli dà una scossa elettrica ogni volta che dice una parolaccia). La maggior durata rispetto alle normali puntate non sembra danneggiare il risultato, e anzi è ben sfruttata per imbastire una trama a più ampio respiro, condita dalla consueta apparizione di celebrità del mondo dello spettacolo, della politica e della cultura (dalla famiglia Baldwin, sterminata dai canadesi per rappresaglia, a Winona Ryder, che si "esibisce" con le palline da ping pong; da Bill Gates, la scena della cui esecuzione – erano gli anni di Windows 98 – fece esplodere i cinema dagli applausi, ad appunto Saddam Hussein, all'epoca non ancora morto ma mostrato lo stesso all'inferno) e da una colonna sonora di grande efficacia (oltre alle canzoni già citate, sono da ricordare "What Would Brian Boitano Do?", in cui i ragazzi immaginano cosa farebbe in una situazione simile il loro idolo, il pattinatore olimpico Brian Boitano; "La Resistance", che sfocia in un medley degno di "West Side Story"; e naturalmente "Uncle Fucka", la canzone del film di Trombino e Pompadour). Per i fan della serie, poi, ci sono "chicche" come il viso di Kenny, mostrato per la prima volta. Anche il titolo del film gioca con i doppi sensi a sfondo sessuale: "uncut", in particolare, è un ironico riferimento al caso di Lorena Bobbitt.

13 novembre 2014

Cutie Honey (Hideaki Anno, 2004)

Cutie Honey (id.)
di Hideaki Anno – Giappone 2004
con Eriko Sato, Mikako Ichikawa
**

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Dal manga di Go Nagai, un film in live action comico e scatenato, diretto dal regista di "Evangelion", che esaspera all'ennesima potenza l'estetica da fumetto (o meglio, in questo caso, da anime) e, non prendendosi assolutamente sul serio, si tuffa a pieni polmoni in un mondo irreale fatto di combattimenti fra incredibili creature, magiche trasformazioni, personaggi stupidi, trame implausibili e siparietti infantili o comico-erotici (prima e dopo ogni trasformazione, Honey si ritrova sempre in biancheria intima). Per una volta Anno mette da parte le riflessioni esistenziali e i toni pessimisti che scorrono spesso sotterranei nelle altre sue opere (siamo lontano anni luce dal suo lungometraggio d'esordio, "Love & Pop") e sforna un film da incasellare nella categoria dei guilty pleasure: se non fosse per la presenza di attori in carne ed ossa, sembrerebbe davvero di guardare un cartone animato degli anni '60 o '70, colmo com'è di colori forti, inquadrature ardite e prospettive improbabili. D'altronde, realizzare un film "serio" sul personaggio nagaiano sarebbe stato un grave errore: Anno ne alleggerisce ulteriormente i toni (spingendo più sulla comicità ingenua o demenziale e meno sulla violenza) ma ne mantiene fedelmente molti elementi (le origini sono raccontate ma non mostrate). Honey (Eriko Sato) è la figlia di uno scienziato che questi, dopo un incidente stradale, ha riportato in vita trasformandola in un androide in grado di cambiare aspetto a proprio piacere. Nei panni di Cutie Honey, la "guerriera dell'amore", e con l'aiuto della poliziotta Natsuko (Mikako Ichikawa) e del giornalista/agente segreto Seiji (Jun Murakami), la ragazza affronta i variopinti membri di Panther Claw, un'organizzazione segreta guidata da una creatura soprannaturale e dalla vita eterna, Sister Jill. Fra i molti momenti eccentrici della pellicola, da ricordare la canzone di Black Claw, uno dei quattro sottoposti di Jill, prima dello scontro con Honey (durante il quale i suoi sgherri suonano al violino "Eine kleine Nachtmusik"). Difficile valutare la prova degli interpreti: sembra pessima, ma con ogni probabilità si sono adeguati allo stile kitsch richiesto dal film. Anche gli effetti speciali sono volutamente grezzi, per dare ai combattimenti un'aura da tokusatsu (i serial in costume tipo "Ultraman" o "Power Rangers"). Apprezzabili i titoli di testa in animazione, che ripropongono il tema della classica sigla d'apertura del cartone animato (la cover è interpretata dalla cantante Kumi Koda). Cameo di Go Nagai stesso nella scena in cui Honey, cadendo di sedere, gli incrina il parabrezza dell'auto.

14 maggio 2014

The Green Hornet (M. Gondry, 2011)

The Green Hornet (id.)
di Michel Gondry – USA 2011
con Seth Rogen, Jay Chou
**1/2

Visto in DVD.

Per superare la noia e prendersi a modo suo una rivincita sull'ingombrante genitore, direttore e proprietario di un quotidiano indipendente che si è sempre battuto contro la corruzione e il crimine dilagante a Los Angeles, lo scapestrato Britt Reid decide di diventare un vigilante mascherato. Con l'aiuto del fido Kato, autista, meccanico ed esperto in arti marziali, assume così l'identità di Green Hornet ("il calabrone verde") e si lancia in spericolate scorribande notturne, sfruttando al contempo il giornale per far credere alle bande rivali e all'opinione pubblica di essere a sua volta un criminale. Per la prima volta al timone di un blockbuster d'azione hollywoodiano (ma il progetto risale addirittura al 1997: avrebbe dovuto essere il suo film d'esordio!), Gondry rispolvera un personaggio nato in una serie radiofonica degli anni '30, celebre soprattutto per il telefilm degli anni '60 in cui Bruce Lee interpretava il ruolo della spalla, lo aggiorna all'era di internet e lo rivisita all'insegna dell'ironia e del disimpegno, dando vita a quella che, di fatto, è una parodia del genere supereroistico (tanto da non essere apprezzata da chi, inspiegabilmente, l'ha presa sul serio). Il suo Green Hornet è imbranato, arrogante, egocentrico, e i suoi successi nella lotta al crimine dipendono esclusivamente dalle sofisticate armi e dalle vetture corazzate progettate da Kato (che anche nel combattimento corpo a corpo lo surclassa), benché la spalla preferisca restare nell'ombra e non abbia nemmeno un nome in codice. I toni sono da buddy movie: a un certo punto i due litigheranno per una donna (la segretaria/criminologa Lenore), ma sapranno riconciliarsi prima dello scontro finale. La regia, a tratti confusa ma comunque ricca di idee, si appoggia su una brillante fotografia ma soprattutto su una vivace sceneggiatura (scritta dallo stesso Seth Rogen, insieme a Evan Goldberg), dove le battute rappresentano il vero scheletro di una vicenda che pesca a piene mani dall'immaginario dei comics (d'altronde il Green Hornet originali ha ispirato molti epigoni successivi, a partire da Batman, e si vede). Divertente, fra le altre, la gag metalinguistica generata dal doppiaggio italiano a proposito del nome del protagonista: "Però diciamolo in inglese, è molto più di classe". Colonna sonora da mal di testa. Interessante il cast di supporto: Lenore è interpretata da Cameron Diaz, il padre di Britt da Tom Wilkinson e il caporedattore del "Daily Sentinel" da Edward James Olmos, mentre James Franco fa un divertente cameo all'inizio (il trafficante di droga) e Christoph Waltz ruba la scena nei panni del gangster russo Chudnofsky, che a un certo punto cambia nome in... Bloodnofsky, "per fare più paura"!

11 dicembre 2013

Yattaman (Takashi Miike, 2009)

Yattaman - Il film (Yattaman)
di Takashi Miike – Giappone 2009
con Sho Sakurai, Kyoko Fukada
**1/2

Visto in divx.

Adattamento di un popolarissimo anime degli anni settanta (il più celebre della serie "Time Bokan" prodotta dalla Tatsunoko), presenta il talentuoso Takashi Miike nella sua vena più comica e meno violenta. Protagonisti sono due gruppi contrapposti che si battono, per mezzo di buffi e scalcinati robot, per la conquista della misteriosa Dokrostone, un antico cimelio a forma di teschio che è stato diviso in quattro parti e che, se riunito, permetterà di infrangere le barriere dello spazio-tempo. I buoni sono due ragazzini, Ganchan e Janet, che si trasformano nei paladini della giustizia Yatta 1 e Yatta 2; i cattivi sono invece i tre malfattori Miss Dronio, Boyakki e Tonzura, in arte il Trio Drombo, che organizzano complicate truffe per ottenere il denaro necessario alla costruzione dei loro robot. I tre sono al servizio del misterioso Dokrobei, "il re dei ladri", che impartisce ordini solo tramite la propria voce e li "punisce" dopo ogni fallimento. L'umorismo demenziale, surreale e infantile, le avventure in giro per il mondo (pur con una geografia comicamente distorta), le assurde e variopinte tecnologie (quasi tutti i robot hanno le sembianze di animali), le impagabili canzoncine sceme con tanto di scenografie e balletti, e soprattutto la personalità dei cattivi (il Trio Drombo è quasi il vero protagonista del film) si sposano con l'inventiva di Miike e con l'ottimo lavoro di adattamento: tanto i personaggi quanto gli scenari e le tecnologie sono stati trasposti con grande cura dal disegno allo schermo cinematografico, il che fa di "Yattaman" uno dei migliori e più fedeli live action tratti da un anime fra tutti quelli visti finora. Poche le modifiche rispetto al materiale di partenza, segnatamente la natura della Dokrostone e l'identità di Dokrobei (forse per lasciare qualche sorpresa agli spettatori che conoscevano già la serie animata), mentre l'accenno di una love story fra buono e cattiva era presente anche nel cartone. Fra gli attori, spiccano la bella Kyoko Fukada (ormai un mito, dopo "Dolls" e "Kamikaze girls") nei panni della seducente Miss Dronio, e Katsuhisa Namase in quelli di Boyakki, il suo buffo spasimante. Nella scena del ristorante c'è un cameo per i tre doppiatori del Trio Drombo della serie originale.

12 aprile 2011

Aeon Flux (Karyn Kusama, 2005)

Æon Flux - Il futuro ha inizio (Æon Flux)
di Karyn Kusama – USA 2005
con Charlize Theron, Marton Csokas
**

Visto in divx.

Dopo che un virus ha spazzato via il 99% della popolazione del pianeta, i sopravvissuti si sono rinchiusi in un'unica città isolata dall'esterno, che per 450 anni viene governata dai discendenti dello scienziato che aveva inventato una cura. Aeon Flux, agente al servizio dei ribelli che complottano per far cadere il regime, viene inviata in missione per eliminare Trevor Goodchild, l'attuale dittatore, e vendicare così la sorella uccisa: ma scopre che la cura contro il virus ha in realtà reso sterile l'intera popolazione e che tutti gli abitanti della città vengono periodicamente clonati per evitarne l'estinzione: come se non bastasse, in una vita precedente lei era sposata proprio con Goodchild. Pastrocchio fantascientifico tratto da una serie animata di MTV (di Peter Chung, dichiaratosi insoddisfatto dell'adattamento), i cui spunti avrebbero potuto essere gestiti meglio ma che comunque – man mano che la trama procede – si rivela più interessante del previsto. È proprio la sceneggiatura a tenere in piedi una pellicola che per altri versi (come film d'azione, per esempio) delude. Curiose le scenografie, asettiche e irreali, così come i costumi e gli improbabili gadget tecnologici di cui non è mai spiegato il funzionamento (i fan della hard science fiction stiano alla larga!). Ma come eroina, la Theron non convince proprio: è algida e statuaria ma ben poco atletica o dinamica. Al suo posto sarebbe stata senz'altro meglio Milla Jovovich (che peraltro quasi contemporaneamente ha girato una pellicola molto simile ma ancor meno riuscita, "Ultraviolet"). Particine per Frances McDormand (il misterioso capo della resistenza) e Pete Postlethwaite (il "guardiano" del DNA).

3 novembre 2010

Wild Wild West (B. Sonnenfeld, 1999)

Wild Wild West (id.)
di Barry Sonnenfeld – USA 1999
con Will Smith, Kevin Kline
*1/2

Visto in TV.

Nel 1869, due agenti speciali al servizio del presidente Grant (l'eroe di guerra nero James West e il bizzarro sceriffo-inventore Artemus Gordon) cercano di salvare gli Stati Uniti dalla minaccia di un folle scienziato sudista, il dottor Loveless. Assurdi meccanismi pseudoscientifici, treni a vapore superaccessoriati, letali armi magnetiche, gadget anacronistici, gigantesche tarantole meccaniche: poteva essere una buona occasione per portare finalmente alla ribalta un genere poco frequentato dal cinema come lo steampunk (per l'occasione in salsa western). E invece, se pure l'abbinamento fra la tecnologia ottocentesca e gli scenari di frontiera si conferma intrigante, il resto è un vero disastro: l'avventura non decolla mai (anche perché per tener desti gli spettatori si ricorre a una lunga serie di capitomboli e inseguimenti degni di "Mamma, ho perso l'aereo"), i personaggi non sono che macchiette (in alcuni casi, vedi quello interpretato da Salma Hayek, del tutto inutili ai fini della trama), il cast è poco ispirato (l'unico a salvarsi è Kevin Kline, grazie anche ai suoi molteplici travestimenti, mentre Will Smith – che per girare il film ha rinunciato alla parte di Neo in "Matrix" – è quasi impresentabile e Kenneth Branagh nei panni del cattivo fa il minimo sindacale), stereotipi e luoghi comuni si sprecano, la regia è anonima e la sceneggiatura è sciatta e pedestre. Più immaturo che infantile (le imbarazzanti gag a sfondo sessuale non si contano), il lungometraggio – tratto da una serie televisiva degli anni sessanta, poco nota da noi – si rivela alla resa dei conti un giocattolone costoso, vuoto e disarmante, da ricordare solo per la contaminazione di generi e per due fugaci inquadrature dei fondoschiena di Salma Hayek e Bai Ling.

15 luglio 2010

Ken il guerriero – Il film (T. Ashida, 1986)

Ken il guerriero - Il film (Hokuto no ken)
di Toyoo Ashida – Giappone 1986
animazione tradizionale
*1/2

Rivisto in DVD.

Dopo una guerra nucleare che ha trasformato la Terra in un immenso deserto senza vita, il mondo è piombato nel caos e nella violenza. I maestri di Hokuto e di Nanto, due potenti scuole di arti marziali, si fronteggiano fra loro. Kenshiro, legittimo successore della scuola di Hokuto, va in cerca dell'amata Julia che è stata rapita da Shin di Nanto; ma deve anche fronteggiare l'ambizione di Raoul, suo fratello adottivo, che intende dominare il mondo con la forza. Realizzato mentre la serie animata furoreggiava sugli schermi giapponesi, questo lungometraggio abbastanza inutile condensa gli eventi della prima parte del manga di Ken il guerriero, concedendosi giusto qualche piccola deviazione dalla storia canonica. Il regista è lo stesso della serie televisiva e anche il character design è identico (anatomie sproporzionate comprese), il che è contemporaneamente una buona cosa (i recenti OAV e i nuovi film cinematografici prendono strade diverse e spesso sgradevoli, rendendo irriconoscibili i personaggi) e un limite (non ci si discosta poi molto da un'estetica di livello televisivo). Se la pellicola è vivacizzata dalla consueta dose di violenza grafica (i colpi di Kenshiro e dei suoi avversari fanno esplodere i nemici o li tagliano a pezzi, in sequenze estremamente splatter e gore) e può contare su una solida ambientazione alla "Mad Max", le mancano però il respiro e l'epicità della serie regolare: c'è continuamente la sensazione di assistere a un riassunto, con l'evidente compressione di diverse storyline. A parte piccole modifiche relative a personaggi minori (il colossale Heart è qui al servizio di Jagger; i fratelli Cobra vengono affrontati da Raoul), e l'assenza totale di altri (come Toki), i cambiamenti maggiori riguardano le figure femminili: Julia ha nel complesso un ruolo meno importante, mentre più significativo è quello di Lynn, la misteriosa bambina in grado di empatizzare con le persone e di riportare la vita sul pianeta (è l'unica che riesce a far germogliare i semi dei fiori, dimostrando che la terra è ancora fertile). Insolito il finale aperto (Lynn interrompe lo scontro fra Ken e Raoul prima che quest'ultimo possa sferrare il colpo finale; poi Ken vaga nel deserto, e per un attimo ha la visione di un mondo dove la natura è rifiorita, fra boschi e laghi di montagna): forse i produttori avevano in progetto un secondo lungometraggio, poi mai realizzato. Bella la colonna sonora, di Tsuyoshi Ujiki, con due canzoni ("Heart of madness", mentre si svolge lo scontro fra Raoul e Rey, e "Purple eyes", sui titoli di coda) interpretate dal gruppo Kodomo Band.

13 novembre 2009

Lady Oscar (Jacques Demy, 1979)

Lady Oscar (id.)
di Jacques Demy – Francia/Giappone 1979
con Catriona MacColl, Barry Stokes
**

Visto in divx.

Oscar François de Jarjayes, allevata come un maschio dall'inflessibile genitore, è il comandante delle guardie della regina Maria Antonietta alla raffinata corte di Versailles alla fine del diciottesimo secolo. Combattuta fra la fedeltà alla sovrana e l'amore che prova segretamente per il conte Fersen (l'amante svedese della regina), chiede il trasferimento nelle guardie francesi: qui entrerà in contatto con il mondo esterno e con gli ideali della rivoluzione, rendendosi conto delle sofferenze del popolo e partecipando – a fianco dell'amico d'infanzia André, che l'ha sempre amata – alla presa della Bastiglia. Tratto dal manga "Versailles no bara" di Ryoko Ikeda, che ha ispirato anche la celebre serie a cartoni animati, questa coproduzione franco-nipponica (girata in inglese) è una pellicola su commissione e poco ispirata, opera di un Demy già in fase calante. Comunque non è del tutto disprezzabile, almeno per le buone scenografie, i costumi e la cura dei lati più "frivoli" e romantici della storia. Se la sceneggiatura presta infatti una certa attenzione alle vicende personali e sentimentali di Oscar (ritratta come un personaggio molto fragile e insicuro, che nasconde a fatica la propria femminilità dietro le apparenze mascoline; l'elemento dominante nella coppia Oscar-André, a differenza che nel manga, è senza dubbio il secondo), meno approfondite e decisamente più superficiali sono invece quelle storico-politiche (gli eventi della rivoluzione francese sono per lo più riassunti da una voce fuori campo). D'altronde da un autore come Demy, da sempre più interessato alle tribolazioni intime e sentimentali dei suoi personaggi che al contesto sociale in cui essi vivono, c'era anche da aspettarselo: se si fosse voluto un respiro più epico e tragico, bisognava cercare altrove. Il cambiamento di Oscar, con la sua decisione di schierarsi dalla parte del popolo, seppur ampiamente anticipato, è raccontato in maniera un po' sbrigativa. E personaggi come la regina, il re e Fersen non sono che macchiette che scompaiono presto dalla storia, abbandonati prima del finale senza che ne venga mostrato il destino. Parimenti, anche figure come Jeanne (l'ambiziosa lavandaia che diventa un'arrampicatrice sociale) e sua sorella Rosalie fanno poco più che una comparsa. Il film, comunque, bene o male resta a galla per merito del tocco leggero del regista. Il finale è sicuramente la parte più debole, anche perché irrisolto: dopo l'assalto alla Bastiglia, che si compie in pochi secondi, Oscar sopravvive (a differenza che nel manga) perché la conclusione originale sembrava troppo tragica agli sceneggiatori. L'attrice che interpreta la protagonista, l'inglese Catriona MacColl, era al suo debutto (ma fu criticata perché "non abbastanza androgina"), mentre Oscar da bambina è una undicenne Patsy Kensit. Fra le scene più curiose, quella in cui Maria Antonietta vorrebbe inscenare una rappresentazione del "Barbiere di Siviglia" di Beaumarchais; fra quelle più "scandalose", la sequenza in cui Oscar si mostra a seno nudo e quella in cui – con l'intenzione di allontanare un suo pretendente (che peraltro si rivela invece più che interessato alle perversioni... non per nulla afferma di leggere Sade) – bacia sulla bocca una dama a corte, esplicitando così il sottotesto lesbico del personaggio.

22 maggio 2009

Star Trek (J.J. Abrams, 2009)

Star Trek - Il futuro ha inizio (Star Trek)
di J.J. Abrams – USA 2009
con Chris Pine, Zachary Quinto
**

Visto al Medusa Multisala di Rozzano, con Martin e Gabriele.

Revisione/reboot di una delle più classiche serie di fantascienza della tv americana, virata in chiave blockbuster, adolescenziale e antifilosofica da un regista-produttore-sceneggiatore di chiaro stampo televisivo (è quello di "Lost", di cui non sono mai riuscito a vedere più di due minuti, e sto esagerando per eccesso). Tolta gran parte della profondità e della suggestione allo scenario e ai personaggi originali, Abrams li "modernizza" e li ringiovanisce (il film racconta del primo incontro e della prima missione di Kirk, Spock & Co.) adeguandoli al gusto del pubblico odierno, con il risultato di farne quasi una parodia involontaria. E come se non bastasse, con la trovata di un viaggio indietro nel tempo da parte dei cattivi (e dello Spock originale, interpretato ancora una volta dall'anziano Leonard Nimoy), crea una biforcazione temporale che di fatto gli consente un "reset" narrativo di tutte le loro avventure, senza dubbio con il solo scopo di poter produrre in seguito una nuova versione della serie classica, cinematografica o – molto più probabilmente – televisiva. Ne risulta un film d'intrattenimento leggero e fracassone che, intendiamoci, si lascia anche guardare con relativo piacere. Ma quello che si guadagna in spettacolarità (gli effetti speciali digitali, comunque, non sorprendono più e testimoniano solo della cospicuità del budget a disposizione) e appeal verso un pubblico più giovane, si perde però in spessore, introspezione e soprattutto gusto per l'esplorazione dello spazio (in barba al titolo della serie), al punto che la celebre frase "Spazio, ultima frontiera. Questi sono i viaggi dell'astronave Enterprise...", declamata solo nel finale, sembra quasi fuori posto, visto che la pellicola ha mostrato flirt, battaglie e scontri gerarchici, ma mai curiosità verso l'ignoto, desiderio di conoscenza, avventura, misteri e viaggi "là dove nessuno è mai giunto prima". Insomma, la frase simbolo del film potrebbe benissimo essere "Let's kick some Romulan ass" (pronunciata davvero da uno dei personaggi, non sto scherzando). A questo punto c'era più sincerità in un film grottesco e satirico come "Starship troopers", o più sense of wonder in una parodia dichiarata come "Galaxy Quest", titoli decisamente migliori di questo.

L'inizio della pellicola è disastroso, tra scene madri inutilmente iperdrammatiche (la nascita di Kirk su un'astronave che sta per essere distrutta, con tanto di genitori che non solo non ne conoscevano ancora il sesso ma che in nove mesi non hanno mai avuto il tempo di discutere su quale nome dargli; lo stesso Kirk in versione "bambino ribelle" che guida un'auto d'epoca verso un precipizio e viene arrestato da uno pseudo-Robocop, uscito forse da "Judge Dredd") e sequenze purtroppo immancabili in ogni teen movie liceale che (non) si rispetti (Spock che affronta tre bulletti vulcaniani che lo sfottono perché sua madre è terrestre; la rissa nel bar, prodromo all'assurdo triangolo sentimentale fra Kirk, Spock e Uhura, di cui certo non si sentiva la mancanza!). Poi, quando si sale finalmente a bordo dell'Enterprise, le cose migliorano, ed è anche divertente vedere come gli sceneggiatori (re)introducano uno a uno tutti i membri dell'equipaggio storico in versione "ggiovane", fra gag dall'ingenuità quasi commovente, scazzottate in plancia, dinamiche semplicistiche e caratterizzazioni da barzelletta (vedi Checov o Scott). Ci sarebbe da stendere un velo pietoso, invece, sui cattivi (e sulle loro motivazioni), un gruppo di romulani con l'aspetto da mafiosi russi in trench e con tanto di tatuaggi, che pur possedendo un'arma in grado di creare buchi neri e di far sparire interi pianeti restano con le mani in mano per venticinque anni per poi farsi fregare da una coppia di ragazzini. E non parliamo delle assurdità scientifiche, in quantità decisamente insolita per un film di Star Trek, dove almeno la coerenza interna non era mai mancata e dove la "fanta" non aveva mai preso un tale sopravvento sulla "scienza" (buchi neri la cui attrazione gravitazionale si accende e si spegne a seconda delle esigenze di sceneggiatura; mostri alieni che non sanno muoversi nemmeno nell'ambiente in cui si sono evoluti; persone teletrasportate mentre erano in caduta libera e che perdono – chissà come – la propria energia cinetica; e così via: a proposito, davvero brutto il nuovo effetto grafico e "filamentoso" del teletrasporto). La regia è anonima, ovviamente televisiva, non solo con poche idee e scarsa personalità (difficile ricordare momenti originali o sequenze degne di nota) ma anche confusa (l'abuso della camera a mano durante le scene d'azione serve forse per camuffare il fatto che sulla plancia delle astronavi nessuno abbia le cinture di sicurezza) e mal supportata da una fotografia che spara riflessi ed effetti luminosi e stroboscopici negli occhi dello spettatore dall'inizio alla fine. E anche il cast non lascia una particolare impressione, con interpreti scelti più per la loro somiglianza con gli attori originali che per le capacità recitative (l'unico "vero" attore è Simon Pegg, nella parte di Scott, ma la sua verve comica c'entra come i cavoli a merenda; irriconoscibili invece Winona Ryder ed Eric Bana in ruoli marginali). In conclusione, cosa pensare di questo film? Vogliamo dargli una sufficienza stiracchiata, visto che che comunque come pellicola d'intrattenimento funziona? Diamogliela. Ma nulla di più.

9 dicembre 2008

Lupin III: Il castello di Cagliostro (H. Miyazaki, 1979)

Lupin III: Il castello di Cagliostro (Rupan sansei: Kariosutoro no shiro)
di Hayao Miyazaki – Giappone 1979
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi, in originale con sottotitoli.

Già responsabile di diversi episodi della serie televisiva, con questo brillante film dedicato al celebre ladro gentiluomo (ideato dal fumettista Monkey Punch come un discendente del personaggio di Leblanc) Miyazaki realizza il primo lungometraggio cinematografico della sua lunga carriera (in precedenza aveva collaborato, oltre che a serie tv, ai film diretti dall'amico Isao Takahata, come "La grande avventura del piccolo principe Valiant"). L'interessante ambientazione (Cagliostro è una nazione fittizia, dal sapore antiquato, ispirata forse al Liechtenstein e situata nelle Alpi), la cura per i dettagli, i bei disegni e l'animazione morbida contribuiscono a dar vita a una pellicola gradevolissima, con una trama vivace e ricca di momenti dinamici (entusiasmante, per esempio, l'inseguimento iniziale sulle strade del paese di Cagliostro). La sceneggiatura (dello stesso Miyazaki) dona ai personaggi caratterizzazioni un po' diverse dal solito e cerca di farli uscire dai loro ruoli stereotipati: Lupin mostra così una natura più romantica e il suo lato cinico ed egoista viene smussato, mentre Jigen, Goemon, Fujiko e Zenigata sono comprimari funzionali alla vicenda e mai invadenti. I personaggi ideati per l'occasione – la giovane Clarissa e il malvagio Conte di Cagliostro – sono invece miyazakiani in tutto e per tutto. Memorabile la Fiat 500 gialla che il nostro eroe utilizza per i suoi spostamenti in compagnia di Jigen. Alcuni spunti della trama sono stati poi riciclati da Miyazaki nei suoi film successivi: la situazione iniziale, per esempio, con una ragazza in fuga da misteriosi inseguitori che vogliono impadronirsi di un gioiello in suo possesso (un anello, in questo caso) e che la lega a un'antica eredità, ricorda molto da vicino quella di "Laputa". In Italia il film ha avuto ben tre differenti doppiaggi: il primo, per la tv, non eccelleva per le voci (diverse da quelle della serie regolare) e trasformava curiosamente il nome di Fujiko in Rosaria; il secondo, per l'home video, era pieno di errori di traduzione: faceva comicamente passare un vescovo barbuto per "il papa" e la città romana sommersa per "Roma" stessa! Il terzo, infine, è quello della recente riedizione per le sale cinematografiche: non l'ho vista, ma mi aspetto che si tratti della versione più fedele.

26 novembre 2008

Speed Racer (A. e L. Wachowski, 2008)

Speed Racer (id.)
di Andy e Larry Wachowski – USA 2008
con Emile Hirsch, Christina Ricci
*1/2

Visto in DVD, con Hiromi.

Per gli americani la serie animata giapponese "Mach Go Go Go" ("Superauto Mach 5") rappresenta quello che per noi italiani sono stati "Heidi" e "Goldrake", ossia uno dei primi anime (se non il primo) ad arrivare nel paese e a diventare oggetto di culto per un'intera generazione. Ecco spiegati i motivi per i quali i fratelli Wachowski hanno deciso di trarne un adattamento ipertecnologico, che si rivela colorato, psichedelico, cartoonesco, fracassone e infantile. La trama ruota attorno a un giovane pilota che, a bordo di una super vettura realizzata tutta in famiglia, sfida la potente scuderia di un corrotto magnate delle corse. Le movimentate gare, a base di scorrettezze di ogni tipo, sorpassi incredibili, acrobazie irrealistiche e mancanza di rispetto alle leggi della fisica, riescono talvolta a lasciare a bocca aperta, ma il resto del film è francamente noioso, visto che i Wachowski si dimostrano incapaci di creare una storia coerente, di sviluppare personaggi degni di nota, di costruire gag divertenti, insomma di offrire dei contenuti validi al pubblico. L'aspetto tecnico e formale della pellicola, invece, vale sicuramente la visione: di fatto si tratta di un film d'animazione, dove i volti e i corpi degli attori (che hanno recitato davanti al blue screen) sono inseriti in scenari e ambientazioni completamente ricostruiti al computer. È il trionfo del cinema virtuale, già sperimentato in "Sky Captain and the World of Tomorrow" e passato attraverso fasi come la trilogia di "Matrix" (degli stessi Wachowski) o "300", dove tutto è finto e dove, proprio per questo, non stupisce che i personaggi non siano soggetti alle leggi fisiche. Rispetto al passato, ormai, i rispettivi pesi della live action e degli effetti speciali sono ribaltati, e a tratti sembra di assistere a un videogioco, non a un film. Ma le leggi fisiche non valgono più nemmeno per i registi o per la macchina da presa: essendo virtuale, questa può essere posizionata idealmente ovunque, compiere acrobazie pari a quelle delle autovetture in corsa, sovrapporre campi a controcampi, annullare le distanze passando in un millisecondo da un punto all'altro, roteare a 360 gradi su uno sfondo digitale, senza alcuna limitazione. In futuro, non ho dubbio, autori di valore ci andranno a nozze. Eppure, film come questo (e come il mediocre e già citato "Sky Captain") dimostrano anche come il vero valore del cinema continuerà a risiedere nelle storie, nei personaggi, nelle sceneggiature. Trascurando i contenuti e basandosi solo sulla forma, un film brutto non cesserà mai di essere tale. E nel frattempo, il ricco cast (ci sono anche Susan Sarandon, Benno Fürmann e Moritz Bleibtreu) sembra sprecato: il migliore (a parte lo scimpanzé ^^) è comunque John Goodman, nei panni del padre del protagonista.

27 ottobre 2008

Batman – Il film (L. Martinson, 1966)

Batman - Il film (Batman: The Movie)
di Leslie H. Martinson – USA 1966
con Adam West, Burt Ward
**1/2

Visto in DVD.

Da bambino non ero particolarmente appassionato ai telefilm di Batman degli anni sessanta, caratterizzati da un inconfondibile stile camp e responsabili di aver appiccicato al personaggio un'immagine kitsch che si sarebbe scrollato di dosso soltanto negli anni ottanta grazie a Frank Miller (ma il cinema se ne sarebbe accorto vent'anni più tardi, con le pellicole di Christopher Nolan: basti vedere come Joel Schumacher, e in parte anche Tim Burton, abbiano continuato ad avere come riferimento il pipistrello della tv e soprattutto i suoi villain). Solo adesso mi rendo conto di come quei telefilm, lungi dall'essere semplicemente stupidi, fossero invece una satira del genere supereroistico piena di autoironia e di sprezzo del ridicolo. Anche questo film, realizzato nell'intervallo fra la prima e la seconda stagione del serial televisivo allo scopo di lanciarlo all'estero (non a caso il piano criminale che Batman e Robin sono chiamati a sventare ha come obiettivo nientemeno che l'Organizzazione delle Nazioni Unite), è piuttosto divertente, grazie al fatto di non prendersi assolutamente sul serio. L'ingenuità e l'infantilismo sono così scoperti da non dare fastidio: al contrario, si intravede sempre la volontà del regista, dello sceneggiatore (Lorenzo Semple jr.) e degli attori di creare situazioni volutamente irrealistiche (e lo dichiara già la didascalia di apertura, un inno all'escapismo, al disimpegno e al puro intrattenimento). Agli elementi tipici della serie tv (gli assurdi bat-gadget con relativo cartellino con il nome, le pittoresche esclamazioni di Robin, i dialoghi pomposi, le immancabili scalate ai muri, le deliranti trappole dei criminali, le onomatopee disegnate sullo schermo, le inquadrature sghembe) si aggiungono scene di una comicità così demenziale da risultare irresistibili (lo squalo esplosivo, i sicari disidratati, e soprattutto la sequenza in cui Batman deve sbarazzarsi della bomba sulla banchina del molo). Come nella miglior tradizione degli episodi speciali, il Dinamico Duo deve affrontare un'insolita alleanza di supervillain: il Joker (Cesar Romero, che aveva rifiutato di radersi i suoi famosi baffi, chiaramente visibili attraverso il trucco), il Pinguino (un Burgess Meredith sopra le righe e vero leader del gruppo), l'Enigmista (Frank Gorshin, i cui indovinelli e le relative soluzioni, "le uniche possibili", sono di un'idiozia unica) e la Donna Gatto (Lee Meriwether, che sostituisce la Julie Newmar del telefilm, impegnata su un altro set). E quest'ultima, nei falsi panni della giornalista sovietica Kitka, riesce persino a sedurre Bruce Wayne, mostrando un lato vulnerabile della personalità dell'eroe e dando a West la possibilità di recitare in diverse scene anche senza la maschera.

28 settembre 2007

I Simpson - Il film (D. Silverman, 2007)

I Simpson - Il film (The Simpsons movie)
di David Silverman – USA 2007
animazione tradizionale
**

Visto al cinema Colosseo, con Albertino.

Premetto di non essere un fan accanito della serie televisiva, anche se sporadicamente la guardo con un certo piacere. Atteso da molti anni (e mi chiedo perché non sia stato realizzato prima), il lungometraggio cinematografico dei Simpson delude un po' quelli che, come me, si aspettavano qualcosa di più sensazionale e dirompente: non dico all'altezza del mitico film di South Park, ma almeno a quella dei migliori episodi televisivi degli stessi Simpson. Molte battute invece non sono particolarmente divertenti, la satira è all'acqua di rose e la sceneggiatura non sfrutta fino in fondo le possibilità offerte dalla maggior durata della pellicola rispetto al format classico. Visto lo spazio a disposizione, stupisce infatti come non vengano approfonditi i numerosi personaggi: quelli minori fanno solo una comparsata (e rimangono del tutto enigmatici e sconosciuti a uno spettatore che non li conosca già attraverso la televisione), mentre dei cinque membri della famiglia l'attenzione è concentrata quasi esclusivamente su Homer e Marge: persino Bart resta quasi completamente ai margini della vicenda. La storia vede Homer provocare una catastrofe ecologica inquinando le acque del lago con gli escrementi di un maiale: l'EPA, l'agenzia di protezione ambientale, reagisce imprigionando la città di Springfield sotto una cupola trasparente e minacciando di nuclearizzarla. La prima parte del film è piuttoso brillante (con alcuni divertenti in-jokes sul fatto che si tratti di un film: Homer, per esempio, afferma che "è da stupidi pagare per qualcosa che si può vedere gratis in televisione"), mentre la seconda conduce stancamente verso una conclusione prevedibile. Nessuna sorpresa dal lato tecnico, ma francamente non era nemmeno giusto attendersi uno stile di animazione differente.

27 giugno 2007

Doctor Who: the movie (G. Sax, 1996)

Doctor Who: the movie
di Geoffrey Sax – GB/USA 1996
con Paul McGann, Daphne Ashbrook
**1/2

Visto in DVD, con Martin, Monica, Roberto e Marco, in originale con sottotitoli inglesi.

Grazie a Martin, che sta acquistando i DVD inglesi, stiamo saltuariamente guardando i telefilm del leggendario Doctor Who, sia nelle sue incarnazioni degli anni '60, '70 e '80, sia nella nuova versione attualmente in onda. Di solito non ne scrivo in questo blog perché vorrei occuparmi soltanto di cinema e non di serie televisive. Stavolta faccio un'eccezione perché in questo caso si tratta di un vero e proprio tv movie realizzato per rilanciare il personaggio (che non compariva da diversi anni) e magari renderlo popolare anche negli Stati Uniti. Pensato come possibile pilota di una nuova serie televisiva, il film non riscontrò però il successo sperato e non se ne fece più nulla. E si dovette attendere un'altra decina d'anni prima che il Dottore rifacesse la sua comparsa sul piccolo schermo. Alieno (di Gallifrey), mezzo umano, immortale (è un Time Lord), viaggiatore nel tempo e nello spazio con il suo TARDIS (che all'esterno appare come la caratteristica cabina telefonica blu della polizia britannica), il Dottore è qui protagonista di una vicenda un po' cervellotica e più orientata all'azione che alla ricerca investigativa. Vittima di una trappola ordita dal suo arcinemico, the Master, la settima incarnazione del Dottore si ritrova bloccata a Los Angeles alla vigilia del capodanno del 2000. Qui perde la vita, e dunque assistiamo alla sua trasformazione nell'ottavo Dottore. Con l'aiuto di una giovane chirurga e di un teppistello di Chinatown, riesce però a impedire che il Master distrugga il pianeta Terra e si impadronisca del suo stesso corpo. Paul McGann non è male per la parte, ed è un peccato che dell'ottavo Dottore non si sia saputo più nulla (la nuova serie televisiva parte direttamente con il nono). Regia, fotografia ed effetti speciali sono di buona qualità, nulla a che vedere con lo stile artigianale dei vecchi telefilm della BBC, che pure ha parecchi estimatori ma che a me non ha mai entusiasmato più di tanto: d'altronde i pregi della serie risiedono nelle sceneggiature e nelle atmosfere, non nella tecnica di realizzazione.