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24 luglio 2023

La macchinazione (David Grieco, 2016)

La macchinazione
di David Grieco – Italia 2016
con Massimo Ranieri, Libero De Rienzo
*

Visto in TV (Sky Cinema).

Nell'estate del 1975, mentre sta montando quello che sarà il suo ultimo film ("Salò o le 120 giornate di Sodoma"), Pier Paolo Pasolini lavora alla stesura di "Petrolio", romanzo-fiume nel quale intende denunciare le storture del sistema politico ed economico italiano, e in particolare attaccare Eugenio Cefis, presidente della Montedison, fondatore della loggia P2 e sospettato di essere invischiato nello stragismo di stato. Per metterlo a tacere, lo scrittore viene ucciso con una messinscena che fa ricadere la colpa di Pino Pelosi (Alessandro Sardelli), suo giovane amante di borgata. Ennesimo biopic sulla morte di PPP (solo tre anni prima c'era stato il "Pasolini" di Abel Ferrara), che nelle intenzioni vorrebbe essere una pellicola di denuncia o di impegno sociale come quelle che si giravano in Italia negli anni settanta (a un certo punto si cita il Volontè di "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto"). Ma il risultato è superficiale e inconcludente sotto ogni aspetto, con caratterizzazioni e dinamiche da fiction televisiva. I dialoghi sono didascalici, la sceneggiatura goffa, gli attori mediocri e mal diretti (l'unico che si salva è Libero De Rienzo nei panni di Antonio Pinna, personaggio fra l'altro fondamentalmente inutile). Ranieri nei panni di Pasolini convince moderatamente, ma solo quando ha gli occhiali scuri. Milena Vukotic è la madre di PPP. Musica (usata poco e male) dei Pink Floyd. Grieco aveva lavorato per Pasolini come attore e aiuto regista.

9 maggio 2022

L'eroe dei due mondi (Lu Yang, 2021)

L'eroe dei due mondi (Ci sha xiao shuo jia, aka A writer's odissey)
di Lu Yang – Cina 2021
con Lei Jiayin, Dong Zijian
**

Visto in TV (Prime Video).

In cerca della figlioletta rapita sei anni prima, un uomo, John Guan (Lei Jiayin), viene contattato da Jay Moore (Yu Hewei), presidente di una mega-corporazione, che gli propone un patto: lo aiuterà a ritrovare sua figlia se lui, in cambio, ucciderà un giovane scrittore (Dong Zijian) il cui romanzo fantasy – in progress, e diffuso a puntate sui social media – sembra ripercuotersi sulla realtà. Ogni volta infatti che il "cattivo" della storia, la divinità guerrafondaia Lord Redmane, viene ferito o si ammala, anche la salute di Moore peggiora. Da un racconto di Shuang Xuetao, un film fantasy complesso e caleidoscopico, ma anche infantile nelle caratterizzazioni e assai confuso nella sceneggiatura e nella messa in scena. Notevole però lo sforzo produttivo, con un profluvio di effetti speciali digitali di buona fattura. L'alternanza fra le scene ambientate nel mondo reale (dove peraltro alcuni personaggi, Guan compreso, hanno strani poteri: il protagonista, per esempio, ha una mira infallibile quando lancia pietre o altri piccoli oggetti) e quelle del romanzo fantasy (dove l'eroe del racconto, il giovane Leon – alter ego dello scrittore stesso –, affronta numerose creature fantastiche grazie a un'armatura demoniaca senziente, vagamente alla Go Nagai) è il filo conduttore di tutta la vicenda, ma il meccanismo si trascina in modo non sempre accattivante. Il cattivo Jay Moore (Li Mu nella versione cinese) e la sua multinazionale Aladdin sono chiaramente ispirati a Jack Ma e al gruppo Alibaba (che peraltro ha finanziato la pellicola!). Nel cast anche Yang Mi (la dirigente di Aladdin che si allea con Guan) e Wang Shengdi (Tangerine, la bambina).

15 marzo 2022

L'occhio del maligno (C. Chabrol, 1962)

L'occhio del maligno (L'œil du malin)
di Claude Chabrol – Francia 1962
con Jacques Charrier, Stéphane Audran, Walther Reyer
**1/2

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

Inviato in Germania per scrivere reportage di costume, il giovane e inesperto giornalista francese Albin Mercier (Jacques Charrier) scopre che nella villa accanto alla sua casa, nella campagna nei pressi di Monaco di Baviera, risiede Andreas Hartmann (Walther Reyer), scrittore di grande successo, con la moglie Hélène (Stéphane Audran). Attirato e affascinato dalla perfezione del loro rapporto e delle loro vite, comincia a frequentarli, diventandone amico. Ben presto si innamorerà della donna e diventerà geloso del successo e della felicità dell'uomo: felicità che contribuirà a distruggere, più o meno volontariamente... La colonna sonora di Pierre Jansen, continuamente e sottilmente inquietante, contribuisce alla sensazione di disagio di questo dramma psicologico, uno dei primi della carriera di Chabrol, costruito su soli tre personaggi (ma il punto di vista è sempre ed esclusivamente quello di Albin, del quale si esplorano i sentimenti contrastanti: l'ammirazione, la gelosia, l'invidia, la possessività, la consapevolezza della propria mediocrità). Il rapporto ambivalente fra Albin e Hartmann riflette quello fra le rispettive nazioni, Francia e Germania, un tempo nemiche e ora impegnate a costruire insieme una Nuova Europa. E naturalmente non manca una critica sociale allo stile di vita borghese, anche questo un elemento che diventerà caratteristico della filmografia del regista francese. La bella Audran, che era già apparsa in diversi film di Chabrol, ha qui per la prima volta un ruolo da protagonista: i due si sposeranno nel 1964. Il titolo può riferirsi genericamente allo sguardo curioso e geloso di Albin, con cui indaga nella vita della coppia, o specificamente all'obiettivo della macchina fotografica con cui documenta il tradimento di Hélène, che causerà la tragedia. Diverse scene si svolgono durante l'Oktoberfest.

16 febbraio 2022

Il gioco del destino e della fantasia (R. Hamaguchi, 2021)

Il gioco del destino e della fantasia (Guzen to sozo)
di Ryusuke Hamaguchi – Giappone 2021
con Kotone Furukawa, Katsuki Mori, Fusako Urabe
**1/2

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Tre storie "minimaliste" (con protagoniste femminili) per un film a episodi sull'amore, le coincidenze, le finzioni, gli inganni, gli errori e la scoperta di sé. Accompagnate dalla musica per piano di Schumann, le tre vicende sono slegate l'una dall'altra ma condividono uno stile asciutto, basato su lunghi dialoghi e una regia poco invadente. Il regista, anche sceneggiatore, di solito realizza "film fiume": qui invece si è messo alla prova con la breve durata (praticamente si tratta di tre cortometraggi), con risultati in crescendo. Orso d'argento (gran premio della giuria) a Berlino.

1. "Magia (o qualcosa di meno rassicurante)" (*1/2): quando l'amica Tsugumi (Hyunri) le racconta dell'incontro "magico" avuto con un ragazzo, la fotomodella Meiko (Kotone Furukawa) capisce che si tratta del suo ex, Kazuaki (Ayumu Nakajima), che l'aveva lasciata due anni prima. E torna da lui per riconquistarlo, o almeno per costringerlo a scegliere fra lei e l'amica... Personaggi non particolarmente simpatici e dialoghi sull'amore intellettuali e noiosi, per l'episodio più scontato e meno interessante dei tre. Lo stile, per certi versi, mi ha ricordato quello del coreano Hong Sang-soo (vedi anche la sequenza in cui Meiko si immagina la possibile reazione degli altri due).

2. "La porta spalancata" (**1/2): per vendicarsi del professor Segawa (Kiyohiko Shibukawa), l'insegnante che lo aveva bocciato all'università, lo studente Sasaki (Shouma Kai) convince l'amica Nao (Katsuki Mori) a sedurlo e a registrare l'audio del loro incontro per screditarlo. Ma la donna rimane colpita dalla sensibilità dell'insegnante, capace di scrutare nel profondo delle sue insicurezze e dei suoi traumi... La lunga sequenza dell'incontro fra Nao e Segawa nell'ufficio di lui, la cui porta rimane sempre aperta e dove lei – per "tentarlo" – legge ad alta voce un passo particolarmente erotico del libro da lui scritto, è al cuore di un episodio intenso e terapeutico.

3. "Ancora una volta" (***): in un mondo in cui un virus informatico ha reso inutilizzabili i mezzi di comunicazione digitali, Natsuko (Fusako Urabe) torna al suo paese di origine per partecipare a una rimpatriata con le compagne del liceo, nella speranza di rivedere Mika, il suo primo amore, di cui non ha notizie da vent'anni. Ma per un malinteso scambia per lei Aya, un'estranea che a sua volta è rimasta legata a un'amicizia da tempo persa di vista. Dopo aver chiarito l'equivoco, le due donne "reciteranno" ciascuna la parte dell'amica perduta, aiutandosi a darsi sostegno a vicenda e a fare un bilancio della propria vita. Sicuramente l'episodio migliore dei tre, sorprendente e delicato.

20 giugno 2021

L'uomo che amava le donne (F. Truffaut, 1977)

L'uomo che amava le donne (L'homme qui aimait les femmes)
di François Truffaut – Francia 1977
con Charles Denner, Brigitte Fossey
***

Rivisto in DVD.

Bertrand Morane (Denner), ingegnere di laboratorio a Montpellier, è un moderno Don Giovanni che colleziona amanti a getto continuo, impossibilitato a resistere al fascino delle belle donne ("la compagnia delle donne mi era indispensabile; se non la loro compagnia, la loro vista") e soprattutto delle loro gambe, da cui è attratto in maniera particolare. A differenza del libertino mozartiano, è privo di vanità, di orgoglio maschile o di desiderio di sopraffazione. Tenero e quasi malinconico, sempre cortese e sensibile, corteggia e ama sinceramente tutte le donne che incontra e che lo colpiscono per un motivo o un altro. E da loro è ricambiato (non si "impone" mai), segno dei tempi che cambiano (un'era in cui nell'amore "ci sarà sempre una parte di gioco, ma stanno per cambiare le regole che lo conducono. I primi a sparire saranno senz’altro i rapporti di forza. Si giocherà ancora, ma alla pari"). Come per chiarire a sé stesso la natura del suo bisogno, decide di scrivere un libro di memorie, un testo autobiografico che comincia dai ricordi d'infanzia legati alla madre (che, come lui ma probabilmente per motivi diversi, passava da un amore all'altro) e prosegue raccontando numerose delle sue avventure galanti (e realizzando così, in fondo, un equivalente del "catalogo" di Don Giovanni). Dalla giovane prostituta che rappresentò la sua prima esperienza (da cui derivò "un gusto mai smentito per le donne che si incontrano per la strada"), che portava curiosamente lo stesso nome – Ginette – del suo primo amore di gioventù, alla problematica Delphine (Nelly Borgeaud), talmente gelosa e ossessiva da sparare al marito (e finire in prigione) pur di essere "libera" di stare con Bertrand; dalla proprietaria di un negozio di biancheria intima (Geneviève Fontanel) alla commessa di un autonoleggio (Sabine Glaser), da Véra (Leslie Caron), vecchia amante in cui si imbatte nuovamente a Parigi, ad "Aurora", di cui conosce solo la voce che gli dà ogni mattino la sveglia radiofonica. Per finire con Geneviève (Brigitte Fossey), impiegata della casa editrice cui ha mandato il proprio manoscritto, che verrà pubblicato con il titolo "L'uomo che amava le donne" subito dopo la sua morte. Già, perché per inseguire l'ennesimo paio di gambe per la strada verrà investito. E al suo funerale, che apre e chiude la pellicola incorniciando un lungo flashback (d'altronde il legame fra Eros e Thanatos, come sappiamo, è bello forte), si presenteranno solo donne, una piccola parte di tutte quelle che lui ha amato. Scritto dallo stesso Truffaut (nei momenti di pausa mentre si trovava come attore sul set di "Incontri ravvicinati del terzo tipo") insieme a Michel Fermaud e Suzanne Schiffman, nella sua delicata ma approfondita esplorazione delle tante "variazioni sul rapporto fra uomini e donne" il film ha il pregio di mantenersi sempre su un tono leggero, disincantato, a tratti quasi ironico, senza essere mai sfiorato dall'ombra di un giudizio morale (tanto meno negativo) su un personaggio che la stessa Geneviève – che in un certo senso è la "voce narrante" per noi spettatori – ci tiene a distinguere dalla figura classica del casanova o del dongiovanni. Denner, perfetto nel ruolo con la sua aria al tempo stesso tenebrosa e vulnerabile, aveva già recitato per Truffaut ne "La sposa in nero" e "Mica scema la ragazza!", mentre il vasto cast femminile è un rimando a quel "cinema dei ruoli secondari" come le pellicole di Carné e Prévert. Da notare che, pur essendo Bertrand il protagonista centrale, nelle sue interazioni con le donne sono quasi sempre queste a parlare, ad agire e ad essere inquadrate maggiormente dalla macchina da presa. Interessante anche l'approccio quasi "scientifico" che Bertrand ha nella ricerca e nell'abbordaggio, costruito più sulla cura dei dettagli che sullo sfruttamento del proprio fascino maschile (il che riflette in un certo senso il proprio lavoro come tecnico in un laboratorio di dinamica dei fluidi). Disseminate qua e là ci sono piccole auto-citazioni, variazioni quasi minime di situazioni viste in altri film del regista. Nel 1983 è uscito un remake americano di Blake Edwards con Burt Reynolds, virato in chiave psicanalitica (in italiano "I miei problemi con le donne").

18 aprile 2021

Casa Shakespeare (Kenneth Branagh, 2018)

Casa Shakespeare (All is true)
di Kenneth Branagh – GB 2018
con Kenneth Branagh, Judi Dench
**

Visto in TV (Netflix).

Dopo aver diretto e recitato in moltissime pellicole tratte dalle commedie e dalle tragedie di Shakespeare, Kenneth Branagh interpreta direttamente il grande Bardo in questo biopic incentrato sugli ultimi anni della sua vita, da quando (nel 1613) lasciò definitivamente Londra, le scene teatrali e l'attività di scrittore per fare ritorno al proprio villaggio natale, Stratford-upon-Avon, dove morì tre anni più tardi. La scelta di tornare a casa, dove lo aspettavano la moglie Anne (Judi Dench) e le figlie Susanna (Lydia Wilson) e Judith (Kathryn Wilder), fu dovuta anche all'amarezza per il grande incendio che distrusse il Globe Theatre durante una rappresentazione del suo Enrico VIII (con il titolo alternativo "All is true", da cui il titolo originale di questo film). La pellicola, dall'andamento compassato e austero, non si incentra dunque sull'attività o la produzione letteraria di Shakespeare ma sul suo vissuto famigliare, sul difficile rapporto con la moglie e i parenti, e in particolare sul legame con il figlio Hamnet, morto undicenne di peste e che William sperava potesse seguire le sue orme, ritenendolo estremamente dotato come poeta. Nonostante piccoli colpi di scena e alcune sorprese nel finale, ne esce un personaggio – a dire il vero – poco interessante ("La vostra vita è stata piccola", gli dice il conte di Southampton (Ian McKellen), che invece ammira le sue opere, nella scena forse più significativa del film, quella in cui si suggerisce un amore omosessuale fra i due: in effetti lo scrittore dedicò al lord numerosi sonetti), che si dedica al giardinaggio, si tiene lontano dalle beghe locali e assiste quasi da spettatore ai piccoli problemi delle figlie (la maggiore è sposata con un medico puritano, la minore resiste al corteggiamento di un commerciante di liquori). Nemmeno tanto tra le righe, comunque, si analizza la società del tempo con tutti i suoi difetti (le pressioni religiose, il limitato ruolo della donna). Particolarmente curato l'aspetto visivo del film, con una fotografia iperrealistica. L'uscita in sala è stata annunciata e rinviata più volte: alla fine è arrivato il Covid e la pellicola è finita direttamente in TV.

8 dicembre 2020

Mank (David Fincher, 2020)

Mank (id.)
di David Fincher – USA 2020
con Gary Oldman, Amanda Seyfried
**

Visto in TV (Netflix).

Nel 1940, costretto a letto per via di una gamba ingessata e isolato in uno chalet fuori città con un'infermiera (Monika Gossmann) e una dattilografa (Lily Collins), l'esperto e alcolizzato scrittore Hermann J. Mankiewicz (Gary Oldman) si dedica nell'arco di due mesi a redigere la sceneggiatura per il film che diventerà "Quarto potere" di Orson Welles. Una serie di flashback (ambientati dal 1930 al 1937) ce ne svelano i retroscena, ovvero i rapporti di familiarità e antagonismo che intercorsero fra lo scrittore e William Randolph Hearst (Charles Dance), il potente magnate della stampa al quale è ispirato Charles Forster Kane, il protagonista del film di Welles. "Mank" lo conobbe tramite il giovane collega Charles Lederer (Joseph Cross), nipote dell'attrice Marion Davies (Amanda Seyfried), amante di Hearst. Entrato inizialmente nelle grazie dell'imprenditore, che lo ammirava per il suo spirito caustico, lo sceneggiatore finirà per essere messo in disparte dall'industria hollywoodiana (all'epoca dominata dal sistema degli studios) a causa delle sue simpatie socialiste: e molto di ciò che avverrà durante l'elezione del governatore della California del 1934, quando la campagna del candidato democratico Upton Sinclair sarà boicottata da falsi cinegiornali prodotti proprio dagli studi del cinema, lo porterà a sviluppare uno dei temi del capolavoro di Welles (il potere dei mass media, in grado di influenzare l'opinione pubblica). Il secondo biopic firmato da David Fincher (dopo "The social network": ed entrambi scelgono come soggetto un vero e proprio "mito" della cultura americana) non è all'altezza del precedente. Nonostante la buona ricostruzione del mondo degli studios e dell'era della grande depressione, la pellicola risulta fredda, pesante, patinata e manieristica, e la sceneggiatura dà per scontata la conoscenza di troppe cose, nomi e personaggi. Inoltre, il tentativo di richiamare l'atmosfera di quegli anni (attraverso la fotografia in bianco e nero di Erik Messerschmidt, la colonna sonora retrò di Trent Reznor e Atticus Ross, e persino l'audio in mono, a dire il vero un po' fastidioso) sembra voler compensare il fatto che molti eventi e particolari sono stati romanzati o alterati. Discutibili infatti le caratterizzazioni di svariate figure di contorno, dal fratello Joe (Tom Pelphrey), ovvero il futuro regista Joseph L. Mankiewicz, la cui statura è alquanto sminuita, passando per Louis B. Mayer (Arliss Howard), ritratto come il "cattivo" del film. In generale il lungometraggio pare quasi un'agiografia di Mank, svalutando tutte le figure attorno a lui (da Welles a John Houseman, ridotto a poco più di un galoppino). Concludendosi con l'Oscar per la sceneggiatura (l'unico vinto da "Quarto potere") assegnato a Mankiewicz e Welles, entrambi assenti alla cerimonia, accenna anche alla disputa sulla paternità che ne seguì, sposando la versione (avanzata dalla critica Pauline Kael, ma controversa e ormai screditata) che questa fosse quasi esclusivamente opera del primo: in realtà Welles intervenne sulla (lunghissima) bozza originale, alterandola anche durante le riprese, e dunque è giusto che il risultato finale sia accreditato a entrambi. Nel complesso l'idea di fondo della pellicola (spiegare l'origine di "Quarto potere" attraverso il risentimento e il desiderio di rivalsa di Mank contro Hearst e la corruzione di Hollywood) è debole, per non parlare dei rimandi interni: ogni paragone che sorga spontaneo fra il film di Welles e questo non può che andare a favore del primo. Ottima comunque la prova di Oldman, ben calato nella parte. Tom Burke è Welles, Sam Troughton è Houseman, Ferdinand Kingsley è Irving Thalberg, Tuppence Middleton è Sara (la moglie di Hermann), Jamie McShane è il (fittizio) aiuto regista Shelly Metcalf, che si suicida per i sensi di colpa dopo la mancata elezione di Sinclair. La sceneggiatura è firmata dal padre del regista, Jack Fincher, che la completò negli anni novanta: il figlio l'avrebbe voluta girare già vent'anni fa (con Kevin Spacey come protagonista), ma all'epoca i produttori non gli consentirono di realizzare un film in bianco e nero, cosa che in tempi recenti è invece tornata di moda.

8 novembre 2020

Il prestanome (Martin Ritt, 1976)

Il prestanome (The front)
di Martin Ritt – USA 1976
con Woody Allen, Zero Mostel
***

Visto in divx.

Siamo negli anni cinquanta, in pieno maccartismo (come ci mostra il montaggio di immagini d'epoca che apre il film). Per arrotondare lo stipendio, Howard Prince (Allen), cassiere in un bar e accanito scommettitore, accetta di fare da prestanome all'amico Alfred Miller (Michael Murphy), sceneggiatore per la tv finito nella "lista nera" per via delle sue inclinazioni politiche. Howard non deve far altro che presentare agli studi i copioni di Alfred (e di altri suoi colleghi nella stessa situazione), firmandoli con il proprio nome, ricevendo in cambio una percentuale dei compensi. La sua storia però si intreccia con quella di altri personaggi che finiscono stritolati nelle maglie della commissione per le attività anti-americane: in particolare l'attore comico Hecky Brown (Zero Mostel) che, non avendo potuto fare i nomi di altri colleghi con simpatie comuniste, finisce ostracizzato ed è portato al suicidio. E pian piano Howard prenderà coscienza delle ingiustizie di un sistema che si basa su delazioni, paure, paranoie e finte accuse, scegliendo infine di ribellarsi quando sarà a sua volta messo sotto inchiesta. Primo film di denuncia – anche se con toni da commedia – realizzato a Hollywood su un periodo nero della storia e della cultura americana: sia lo sceneggiatore Walter Bernstein, sia il regista Martin Ritt, sia diversi interpreti (fra cui Mostel, che dà vita a un personaggio praticamente autobiografico) avevano sperimentato sulla propria pelle cosa significava finire sulla "lista nera", e gran parte di ciò che si vede sullo schermo è ispirato a episodi o personaggi reali. La scelta di affidarsi a un attore comico come Woody Allen (in uno dei rarissimi casi in cui recita senza essere né regista né sceneggiatore) fu fatta per non appesantire il tema trattato o risultare predicatorio: ma "il pubblico entrava aspettandosi una commedia di Woody Allen e usciva distrutto", commenterà il regista. Nel cast anche Herschel Bernardi (il produttore Phil Sussman), Andrea Marcovicci (la segretaria di produzione Florence Barrett, che si innamora di Howard per via dei suoi copioni) e Remak Ramsay (l'agente della commissione).

21 settembre 2020

Misery non deve morire (Rob Reiner, 1990)

Misery non deve morire (Misery)
di Rob Reiner – USA 1990
con James Caan, Kathy Bates
***1/2

Rivisto in TV.

Uscito di strada con la sua auto per via di una tormenta di neve, lo scrittore Paul Sheldon (James Caan) viene soccorso dall'infermiera Annie Wilkes (Kathy Bates), che vive in una fattoria isolata fra le montagne. Ma quando la donna scopre che l'uomo intende "uccidere" per sempre Misery, protagonista della serie di romanzi commerciali che gli ha dato il successo e di cui lei è una grande fan, lo segrega e lo tortura per costringerlo a "resuscitare" il personaggio... Da un romanzo di Stephen King (che, per una volta, ha apprezzato l'adattamento: la sceneggiatura è firmata da William Goldman), un thriller ad alto tasso di tensione e coinvolgimento, graziato da eccezionali interpretazioni (la Bates vinse l'Oscar) e da numerosi sotto- e sovratesti. Al di là del puro intrattenimento horror, che può contare su un'atmosfera claustrofobica con un personaggio alla mercé di un altro (lo scrittore ha le gambe fratturate ed è impossibilitato a muoversi, se non strisciando o con una scomoda sedia a rotelle), l'intera vicenda può essere letta come una metafora del rapporto fra un creatore di storie e i suoi lettori/spettatori. Fino a che punto il primo è davvero "padrone" del destino dei suoi personaggi? Sheldon (come Arthur Conan Doyle con Sherlock Holmes prima di lui) intende sbarazzarsi di Misery perché ambisce a scrivere romanzi più "seri", realistici ed autoriali, che possano dargli quella fortuna critica e quella soddisfazione personale che i suoi lavori più popolari non gli offrono, ma non si rende conto dell'importanza e del valore che questi hanno per i suoi lettori come fonte di sogno e di escapismo. Sono i fan, più degli autori, a investire tempo ed emozioni nei personaggi e nel loro mondo, tanto da sentirsi traditi quando gli scrittori maltrattano le loro creature (o le fanno agire in maniera contraddittoria: vedi Annie che critica le trovate "irrealistiche" che Paul inventa per far tornare in vita Misery). Se Caan è ottimo in un ruolo che forse King avrà concepito come semi-autobiografico, la Bates è indimenticabile nei panni della goffa ma inquietante infermiera con un passato da killer (che lentamente viene alla luce): se inizialmente sembra eccentrica e apprensiva ma innocua, man mano che il film procede si rivela un'aguzzina calcolatrice e psicopatica, ancora più terribile perché è davvero e sinceramente "l'ammiratrice numero uno" di Sheldon, da cui è ossessionata al limite del fanatismo. Nel cast ci sono Lauren Bacall (l'agente di Paul), Richard Farnsworth (l'anziano sceriffo) e Frances Sternhagen (sua moglie), questi ultimi due quasi personaggi da film dei fratelli Coen. La fotografia è del futuro regista Barry Sonnenfeld, già collaboratore proprio dei Coen. Rob Reiner aveva già adattato per il grande schermo un testo di Stephen King con il precedente "Stand by me". Il film potrebbe aver ispirato un episodio della quarta serie di "Le bizzarre avventure di JoJo" (quello con Yukako).

25 agosto 2020

Tolkien (Dome Karukoski, 2019)

Tolkien (id.)
di Dome Karukoski – USA 2019
con Nicholas Hoult, Lily Collins
*1/2

Visto in TV.

Pellicola biografica su J.R.R. Tolkien, l'autore de "Il Signore degli Anelli": ma il film si concentra sui suoi primi anni di vita, quelli formativi e dell'adolescenza, interrompendosi dunque prima che iniziasse a scrivere i romanzi che lo hanno reso celebre, ovvero "Lo Hobbit" e la trilogia dell'anello. Si comincia nel 1902, quando il futuro scrittore, all'età di dieci anni, si trasferisce con la madre e il fratello Hilary dall'idilliaco villaggio di Sarehole (che ispirerà la Contea) alla moderna città di Birmingham. Qui, dopo la morte della madre, il giovane J.R.R. viene affidato a un prete cattolico, padre Francis Morgan (Colm Meaney), e si innamora di Edith Bratt (Lily Collins), che diventerà sua moglie (e gli farà capire che "una parola senza significato è solo un suono"). Nel frattempo comincerà a inventare da solo lingue e leggende, farà amicizia con un gruppo di studenti della King Edward's School di Birmingham, con i quali formerà un club artistico, culturale e letterario (il TCBS, Tea Club and Barrovian Society) e con cui rimarrà in contatto anche dopo il trasferimento all'Università di Oxford dove si dedicherà alla sua vera passione, le lingue antiche. A fare da cornice al tutto c'è la scioccante esperienza della Grande Guerra (Tolkien combatté nella Battaglia delle Somme), fra trincee, terra bruciata e morti, che ispirerà gli scenari di Mordor (ad accompagnarlo c'è anche un Sam). Nonostante la buona confezione (è il primo film in lingua inglese del regista finlandese Dome Karukoski) e una complessiva fedeltà agli eventi storici e biografici, il lungometraggio manca purtroppo di mordente e di profondità, preferendo appoggiarsi sulle solite banalità su amore e amicizia anziché approfondire temi più peculiari come il rapporto fra il quotidiano e il fantastico, la religione, la mitopoiesi e il significato mitologico delle creazioni letterarie. Insomma, come tante biografie sceglie di "normalizzare" il personaggio per mostrarne i lati più comuni anziché esaltarne le caratteristiche uniche. Forse il problema è che la vita dello scrittore non era così interessante da farci un film, che dunque può risultare appetibile giusto per i fan della Terra di Mezzo (io stesso in passato ho letto svariate sue biografie). O al limite era meglio dedicare la pellicola al periodo successivo della vita di Tolkien, quello appunto dei grandi romanzi e della frequentazione con gli Inklings, probabilmente più stimolante e meno stereotipato. Lo stesso Tolkien, fra parentesi, era convinto che "investigare sulla biografia di un autore sia un modo inutile e sbagliato di accostarsi alle sue opere". Non del tutto convincente Hoult nel ruolo del protagonista. Nel cast anche Harry Gilby (Tolkien da bambino) e Derek Jacobi (il professor Wright).

14 luglio 2020

Insieme a Parigi (Richard Quine, 1964)

Insieme a Parigi (Paris when it sizzles)
di Richard Quine – USA 1964
con William Holden, Audrey Hepburn
**

Visto in TV.

Lo sceneggiatore americano Richard Benson (Holden), alcolista, donnaiolo e disilluso, deve scrivere in soli due giorni la sceneggiatura per il film "La ragazza che rubò la Torre Eiffel" che gli era stata commissionata mesi prima dal produttore Meyerheim (Noël Coward). Ad aiutarlo, nel suo appartamento di Parigi, arriva la spigliata dattilografa Gabrielle Simpson (Hepburn). Insieme i due improvviseranno la trama del film (che si svolge tutto in un solo giorno, la festa nazionale del 14 luglio), cambiandone continuamente mood e direzione con improbabili svolte e colpi di scena, mentre sia i personaggi dello script (che sono dei loro alter ego, Rick e Gaby) sia loro stessi finiranno per innamorarsi. Remake di una commedia francese del 1952 ("Henriette" di Julien Duvivier) adattata da George Axelrod, una confusa parodia del cinema hollywoodiano e dei suoi vari generi (sono attraversati tutti, dal romantico allo spionaggio). Anche se al pastiche non mancano fantasia e dialoghi spigliati e sopra le righe, il suo punto di forza sono soprattutto i due interpreti, che avevano già recitato insieme dieci anni prima in "Sabrina". Fra le cose più divertenti ci sono gli strali che l'idiosincratico sceneggiatore lancia contro i film impegnati ("dove non succede mai niente") o contro gli attori (riservando continue figuracce o umiliazioni a Tony Curtis, qui costretto in un ruolo secondario). Molti inoltre i riferimenti espliciti ad altri film di Audrey Hepburn (da "Colazione da Tiffany" a "My fair lady"). Grégoire Aslan è l'ispettore Gilet, l'acerrimo nemico del "ladro internazionale" Rick nel film, mentre Raymond Bussières è uno dei gangster. Breve cameo per Marlene Dietrich. Il titolo originale proviene da un verso di una canzone di Cole Porter. Mentre si trovava a Parigi, la Hepburn girò di seguito anche un altro film, "Sciarada" di Stanley Donen. L'anno successivo Quine firmerà un'altra pellicola che gioca a mescolare la fantasia di uno scrittore (stavolta di fumetti) con la realtà, "Come uccidere vostra moglie".

23 giugno 2020

Il calamaro e la balena (N. Baumbach, 2005)

Il calamaro e la balena (The Squid and the Whale)
di Noah Baumbach – USA 2005
con Jesse Eisenberg, Jeff Daniels
***

Visto in TV.

La separazione fra Bernard (Jeff Daniels) e Joan (Laura Linney), entrambi scrittori, vista attraverso gli occhi dei due figli, il maggiore Walt (Jesse Eisenberg) e il minore Frank (Owen Kline). Siamo a Brooklyn, negli anni ottanta: e i due ex coniugi, che si dividono l'affido dei figli, si ritrovano a vivere ai due lati opposti del parco. Un film semi-autobiografico, acuto e penetrante, che con pochi ma riusciti tocchi riesce ad approfondire psicologicamente i suoi personaggi: se dei due adulti vengono evidenziati soprattutto i difetti (in particolare l'uomo, un tempo scrittore di successo ma da anni ormai in crisi e relegato a tenere un corso di scrittura creativa, con un ego rimasto però smisurato e un atteggiamento snob e competitivo che l'ex moglie non riesce più a sopportare), i figli sono invece ritratti in momenti della crescita in cui un buon modello genitoriale sarebbe importante per raggiungere la maturità. Walt ha scelto proprio il padre come esempio di vita, dipendendo da lui e dai suoi gusti in tutto e per tutto, finendo persino col mentire a sé stesso e agli altri: millanta la conoscenza di libri che non ha letto, finge di aver scritto una canzone dei Pink Floyd, frequenta una ragazza, Lili (Anna Paquin), ma in realtà è attratto da una delle studentesse del padre, Sophie (Halley Feiffer). Il fratello minore Frank, invece, rimane più legato alla madre, ma è confuso e disturbato nella scoperta della propria sessualità. E col tempo, la consapevolezza delle problematiche della vita adulta comincia a farsi strada e a cambiare le iniziali visioni ristrette. Un "piccolo" film che con grande naturalezza porta alla luce i meccanismi che conducono all'espressione del sé, alla presa di coscienza del fatto che anche le cose brutte fanno parte della vita e alla necessità di accettarle, attraverso sentimenti come la rabbia, l'indecisione, l'imbarazzo, la confusione, la gelosia. Rispetto a "Storia di un matrimonio", con cui Baumbach nel 2019 tornerà a esaminare le dinamiche di un divorzio, mi è sembrato più immergente e meno melodrammatico. Il titolo si riferisce a un'installazione nel museo di storia naturale di New York che aveva impressionato Walt quando era piccolo, la lotta fra due animali marini che, ovviamente, prefigura e simboleggia quella fra i suoi genitori. William Baldwin è Ivan, il maestro di tennis di Frank, all'apparenza sempliciotto (Bernard guarda a lui dall'alto in basso) ma in realtà assai più equilibrato e in grado di dare felicità a Joan. Nella colonna sonora, anche per motivi diegetici, spicca "Hey You" di Roger Waters. Una nomination agli Oscar per la sceneggiatura.

20 febbraio 2020

Tenebre (Dario Argento, 1982)

Tenebre
di Dario Argento – Italia 1982
con Anthony Franciosa, Daria Nicolodi
***

Visto in divx.

Giunto a Roma per promuovere il suo nuovo libro, lo scrittore americano Peter Neal (Franciosa) collabora con l'ispettore Germani (Giuliano Gemma) alle indagini su un misterioso serial killer che uccide le sue vittime a colpi di rasoio e che per i suoi delitti sembra ispirarsi proprio al romanzo, per di più tormentando lo scrittore con lettere anonime. Dopo l'horror soprannaturale di "Suspiria" e "Inferno", Dario Argento torna alle atmosfere del giallo urbano che avevano caratterizzato i suoi primi lavori (nonostante il titolo del film – che è anche quello del libro di Peter – richiami appunto l'horror: curiosamente quasi tutta la pellicola si svolge in pieno giorno). Se nella prima parte si ha l'impressione che il regista torni su terreni già battuti, riciclando trovate già viste nei lavori precedenti (come il giovane assistente Gianni (Christian Borromeo) che si sforza di ricordare un dettaglio che gli è sfuggito), o addirittura proponendo sequenze volutamente raffazzonate, fra cliché narrativi e recitazioni amatoriali, da metà in poi il film svela la propria reale natura e riesce sinceramente a sorprendere lo spettatore, anche grazie ai moltissimi rimandi metatestuali (è quasi come se Peter, in quanto scrittore di gialli, decida all'improvviso di prendere la vicenda nelle proprie mani e di riscriverla a modo suo). Alcune trovate apparentemente implausibili, come la ragazza (Lara Wendel) inseguita dal cane feroce che finisce per caso proprio nel covo dell'assassino, si scoprono così giustificate dai riferimenti letterari (in questo caso al "Mastino dei Baskerville" di Arthur Conan Doyle, citato ripetutamente dai personaggi). In effetti non poche sono le frecciatine ai cliché del giallo classico, o whodunit che dir si voglia: da Germani che si vanta di "aver indovinato l'assassino a pagina trenta" del libro di Peter, salvo fare una brutta fine nella realtà, alla rottura di alcune delle regole più basilari di questo tipo di narrativa (la rivelazione finale è quasi uno sberleffo). Girato in una Roma di periferia, per lo più all'EUR, lontano dai suoi luoghi più riconoscibili (Argento ha dichiarato che l'intenzione iniziale era quella di ambientare la storia in una città immaginaria e nel futuro), il film è ricco di nudità (Mirella Banti, Eva Robin's) e di effetti sanguinolenti (di cui sono vittima, fra le altre, Ania Pieroni, Mirella D'Angelo e soprattutto Veronica Lario, nel ruolo forse più celebre della sua carriera prima di sposare Silvio Berlusconi: la scena in cui è uccisa veniva regolarmente censurata durante i passaggi televisivi della pellicola sulle reti Mediaset, a onor del vero perché piuttosto truculenta). La sequenza della conferenza stampa, in cui la giornalista lesbica accusa lo scrittore di essere misogino e sessista perché nei suoi romanzi le donne sono soltanto vittime, sembra voler fare un compendio delle accuse rivolte in passato allo stesso Argento, molte delle quali a sproposito (in "Suspiria", per esempio, i personaggi femminili erano tutt'altro che stereotipati), e che il regista ha voluto ironicamente giustificare in qualche modo, riempiendo "Tenebre" di donne-vittime. Fra le scene più memorabili, oltre a quella già citata del flashback con Eva Robin's in tacchi a spillo rossi sulla spiaggia, sono da ricordare la lunga (e gratuita) panoramica dell'edificio girata con la gru e il momento, nel finale, in cui l'assassino si rivela essere proprio dietro l'ispettore (una scena anch'essa implausibile, ma che secondo alcuni critici enfatizza il tema del "doppio oscuro" che ricorre ripetutamente nella pellicola), entrambe in seguito citatissime, per esempio da Brian De Palma. Nel ricco cast (come ogni giallo che si rispetti, i sospettati devono essere molti!) ci sono anche John Saxon (Bullmer, l'agente di Peter), Daria Nicolodi (Anne, la sua assistente: la scena conclusiva, in cui urla sotto la pioggia, avrebbe ispirato Asia Argento a diventare attrice a sua volta), Carola Stagnaro (l'ispettrice Altieri), John Steiner (il critico letterario Cristiano Berti). Piccoli camei per Lamberto Bava e Michele Soavi. Musiche di Claudio Simonetti, Fabio Pignatelli e Massimo Morante, tre dei membri originali dei Goblin.

30 giugno 2019

Adele H. - Una storia d'amore (F. Truffaut, 1975)

Adele H. - Una storia d'amore (L'histoire d'Adèle H.)
di François Truffaut – Francia 1975
con Isabelle Adjani, Bruce Robinson
***1/2

Rivisto in DVD.

Ossessionata dall'amore per un ufficiale inglese, la secondogenita di Victor Hugo lascia la famiglia e l'Europa per seguirlo (sotto falso nome) fino a Halifax, in Canada, dove l'uomo è di stanza con il suo reggimento. Nonostante lui le dica apertamente di non ricambiare il suo affetto, Adèle non riesce a stare lontano da lui... Ispirandosi alle lettere e ai diari scritti dalla donna (in un codice tutto personale, decifrato solo nel ventesimo secolo), Truffaut racconta una discesa romantica nella patologia e nella follia. Adèle vive in un mondo tutto suo, dove l'amore per Pinson è idealizzato a tal punto da non permetterle di rendersi conto della realtà: così si spiegano alcune delle "pazzie" e delle contraddizioni che compie, come quella di inviargli una prostituta (quando si accorge che l'uomo passa da un'avventura galante all'altra), salvo spacciarsi per sua moglie (e incinta) nel tentativo di mandare a monte il suo matrimonio non appena scopre che si è fidanzato con la figlia di un giudice. Adèle è inoltre una mentitrice compulsiva, che inventa bugie a beneficio di tutti e modella la realtà a proprio piacimento (come una scrittrice, in fondo: che abbia preso dal padre?). Nonostante il sottotitolo italiano, più che "una storia d'amore" (peraltro a senso unico), quella di Adèle è la storia di una ribellione (contro il padre, contro l'Europa, contro le convenzioni, contro il suo stato sociale e la ricchezza), una fuga alla ricerca di una nuova identità e di una forma (per quanto alienata) di autodeterminazione. Purtroppo il suo rapporto con coloro che la circondano è privo di equilibrio: imprigionata nella sua ossessione per Pinson (e probabilmente turbata profondamente dalla morte per annegamento della sorella maggiore Leopoldine, che sogna in continuazione e con cui si identifica più di una volta), non può ricambiare gli affetti dei familiari, degli amici, o del giovane libraio presso cui si rifornisce di risme di carta per scrivere i suoi diari. Fra le scene più curiose, quella in cui medita di rivolgersi a un ipnotista per "convincere" Pinson a sposarla. Victor Hugo stesso, che all'epoca dei fatti viveva in esilio nell'isola di Guernsey, non si vede mai sullo schermo: fu una delle richieste degli eredi dello scrittore per permettere la realizzazione della pellicola. La bellissima e brava Isabelle Adjani, allora solo ventenne, divenne subito una star (e fu anche nominata all'Oscar per questa interpretazione). Truffaut fa un cameo nei panni dell'ufficiale che Adéle incontra per strada e scambia brevemente per Pinson.

24 maggio 2019

Dolor y gloria (Pedro Almodóvar, 2019)

Dolor y gloria (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2019
con Antonio Banderas, Penélope Cruz
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Visto al cinema Colosseo.

Il regista e scrittore Salvador Mallo (Antonio Banderas), che convive con la depressione e con dolori e malattie croniche, fatica a uscire dal guscio in cui si è rinchiuso negli ultimi anni. Un'opportunità gliela offre il restauro di una sua pellicola di 32 anni prima, "Sabor", alla cui presentazione viene invitato insieme all'attore protagonista, Alberto Crespo (Asier Etxeandía), con il quale non si parla da allora dopo aver litigato per divergenze sulla sua interpretazione. Riallacciare i rapporti con Alberto lo porta a ritrovare anche l'amante di un tempo, Federico (Leonardo Sbaraglia), di passaggio a Madrid da Buenos Aires, che assiste alla recita di un monologo incentrato proprio sulla loro vita insieme. E nel frattempo, mentre sperimenta pericolosamente con l'eroina nel tentativo di sopportare il dolore che lo attanaglia (cosa curiosa, visto che i rapporti con Alberto e con Federico furono messi a repentaglio proprio dalle loro tossicodipendenze), rivive la propria infanzia in una serie di sogni o di ricordi a occhi aperti: i momenti trascorsi insieme alla madre, il trasferimento con la famiglia in una "grotta" a Paterna, le prime pulsioni omosessuali verso il giovane imbianchino Eduardo (César Vicente)... Siamo di fronte all'"Otto e mezzo" (o "Lo specchio") di Almodóvar: un film praticamente autobiografico (il regista ha detto: "il tasso di autobiografia sul fronte dei fatti è del 40 per cento, ma per quello che riguarda un livello più profondo, si tratta del 100 per cento. In tutti i posti dove il personaggio di Antonio è stato, ci sono stato anche io, la casa di Salvador è una copia della mia, ci sono i miei mobili, i miei quadri, tutto quello che nel film non ho vissuto potrei però averlo vissuto"). E dunque c'è tutto quello che avevamo visto (o intravisto) nei precedenti film: l'amore per l'arte (che si fonde con la vita), o meglio la potenza salvifica dell'espressione artistica (il cinema, la scrittura, il teatro, il disegno), che permea non solo Salvador ma un po' tutti i personaggi; il fascino del cinema, in particolare quello della Hollywood classica (Natalie Wood in "Splendore sull'erba", Marilyn Monroe in "Niagara"); e ancora, le esperienze infantili e formative, la povertà, la scuola dai preti, la sofferenza della malattia. Non a caso Almodóvar fa ricorso ai suoi attori feticcio: un Banderas barbuto, mai così sofferto e misurato (all'ottavo film con il regista), una splendida Penélope Cruz nel ruolo della madre Jacinta da giovane (o forse, come ci rivela l'ultima inquadratura, è soltanto l'attrice che la interpreta nel nuovo film di Salvador: si spiegherebbe così la mancata somiglianza con Julieta Serrano, che interpreta invece Jacinta da anziana), e Cecilia Roth nel breve ruolo di Zulema. Nora Navas è la manager tuttofare Mercedes, Asier Flores è Salvador bambino. A livello di perfezione la regia, grazie anche a una fotografia che dona una concretezza eterea e iperrealista ai colori, ai materiali, alle scenografie, agli oggetti di scena.

19 maggio 2019

Urlo (Rob Epstein, Jeffrey Friedman, 2010)

Urlo (Howl)
di Rob Epstein, Jeffrey Friedman – USA 2010
con James Franco, Jon Hamm
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Visto in divx alla Fogona.

Bel documentario su Allen Ginsberg, poeta simbolo della beat generation, incentrato in particolare sul processo che nel 1957 coinvolse Lawrence Berlinghetti come editore di “Urlo”, il poema esistenziale (“la sua visione del mondo in quattro parti”) scritto da Ginsberg due anni prima e accusato di oscenità. Con una cadenza jazz che richiama il fraseggio e lo stile dello stesso autore, la pellicola alterna scene (in bianco e nero) in cui Ginsberg legge il suo poema alla platea del Six Gallery di San Francisco nel 1955; un'intervista rilasciata a New York nel 1957, in cui racconta la propria vita, l'amicizia con Jack Kerouac, Neal Cassady e Carl Salomon, i viaggi, i suoi amori omosessuali, e la genesi dell'opera; e sequenze del processo, in cui l'accusa cerca vanamente di screditare “Urlo”, mettendone in dubbio il valore letterario o artistico e chiamando a testimoniare diversi “esperti” di poesia e letteratura (di fatto, è un processo all'arte stessa e alla possibilità di espressione artistica). In più, ampi stralci del poema sono accompagnati da immagini e sequenze in animazione. Il tutto è molto coinvolgente: il testo di Ginsberg – a un primissimo impatto, una serie di parole assurde o volgari e di versi sconclusionati – sembra via via acquistare sempre più senso e significato, immergendoci in un mondo legato alle esperienze di vita, alla sfera personale e intima (dove il poeta esprime tutti quei sentimenti che prima teneva per sé o che non osava confessare alla famiglia) e naturalmente alla società di quel tempo, fra satira e metafore (come le invettive contro il “Moloch” del consumismo). Si tratta di una vera rivoluzione nella poesia moderna e contemporanea, equivalente a quelle che la pittura aveva vissuto nei decenni precedenti, mostrata nel momento in cui veniva formandosi e di cui siamo oggi ben più consapevoli. Ottimo James Franco nei panni di Ginsberg. Jon Hamm è l'avvocato Jake Ehrlich, Todd Rotondi è Jack Kerouac, Jon Prescott è Neal Cassady.

25 aprile 2019

Nelly e Mr. Arnaud (C. Sautet, 1995)

Nelly e Mr. Arnaud (Nelly et Monsieur Arnaud)
di Claude Sautet – Francia 1995
con Emmanuelle Béart, Michel Serrault
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Visto in TV.

La giovane Nelly (una splendida Béart) ha lasciato il marito indolente e cerca lavoro. L'anziano e facoltoso Pierre Arnaud (un compassato Serrault), giudice in pensione, sta per traslocare e vorrebbe scrivere un libro di memorie. L'incontro e l'amicizia fra i due, con l'uomo che assume la ragazza per ribattere al computer il suo manoscritto, li aiuterà a rimettere in moto le rispettive vite. Un film delicato ed esistenziale, uno scavo psicologico nella rete di dubbi, fragilità, emozioni e sentimenti in cui sono intrappolati i personaggi, prigionieri della solitudine e di sentimenti inespressi. Nelly e Monsieur Arnaud sono, all'apparenza, antitetici: giovane lei e vecchio lui, la prima è proiettata verso un futuro incerto e pieno di dubbi (del suo passato, cognome compreso, non veniamo invece a sapere nulla), mentre il secondo vive soltanto di ciò che si è messo alle spalle (un matrimonio fallito, figli con cui non va d'accordo, le "avventurose" esperienze da magistrato nelle colonie francesi d'oltremare su cui vuole scrivere il suo libro). Eppure si comprendono alla perfezione, lui con la sua capacità di osservatore e il suo ruolo di confidente, lei con i suoi silenzi (sintomo di profonda irrequietezza) e la sua sensibilità. Ne nasce una relazione di amicizia che nasconde in fondo "una storia d'amore incompiuta, dove il sentimento e il rispetto reciproco prevalgono su tutto", e che Sautet racconta a sua volta con realismo: anziché spiattellare in scena tutto e subito, si rifugia nel non detto, nelle ellissi, negli accenni, e nei tempi lenti. Jean-Hugues Anglade è il giovane editore che deve pubblicare il libro di Arnaud e che si innamora di Nelly. Michael Lonsdale è il misterioso amico di Pierre. È l'ultimo film di Sautet: la Béart aveva già recitato per lui nel precedente "Un cuore in inverno".

15 dicembre 2018

Epidemic (Lars von Trier, 1987)

Epidemic (id.)
di Lars von Trier – Danimarca 1987
con Lars von Trier, Niels Vørsel
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Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Incaricati di scrivere un copione, il regista Lars (von Trier) e lo sceneggiatore Niels (Vørsel) decidono di raccontare la storia di un'epidemia che dilaga in Europa, prendendo spunto dalle vere pestilenze che hanno sconvolto il vecchio continente nel medioevo. Il loro protagonista, il dottor Mesmer (il nome, forse non a caso, è quello dell'inventore del mesmerismo) è un giovane medico idealista che sceglie di abbandonare la città fortificata, che si è isolata per paura del contagio, per portare le proprie cure nelle campagne e nelle regioni più colpite dalla malattia. Ma durante i cinque giorni in cui Lars e Niels lavorano alla sceneggiatura, a loro insaputa una vera epidemia si sta diffondendo fra la popolazione... Il secondo lungometraggio di LVT dipana la sua trama su più livelli (i due cineasti al lavoro, il film da loro scritto, il mondo circostante), affrontando così il tema dell'infezione da più punti di vista: la natura che impazzisce senza motivo, l'uomo che avvelena sé stesso (il viaggio nella Germania industrializzata e inquinata), i provvedimenti che si rivelano inutili per arrestare il contagio (la chiusura della città, la formazione di un governo fatto solo da medici, con alcuni tocchi ironici: l'anestesista come ministro dell'istruzione, per esempio), l'impotenza della teologia di fronte alla morte... C'è anche spazio per alcune sequenze che sembrano poco collegate con il resto (il racconto di Niels sulle "ragazze di Atlantic City", con cui ha corrisposto per lettera facendosi passare per un liceale; la scena dell'ipnotismo). L'amico che i due incontrano a Colonia è Udo Kier, qui alla prima collaborazione con LVT (e l'aneddoto che racconta, il bombardamento dell'ospedale quando è nato, è reale). Formalmente la pellicola si fa notare per il bianco e nero, la camera a mano, il mix di immagini girate in 35 e 16 mm, oltre che per la scritta con il titolo del film e il simbolo del copyright, in rosso, stabilmente in sovrimpressione nell'angolo in alto a sinistra dello schermo, come a indicare che si tratta di una copia di lavorazione. Ma nell'insieme resta un film d'autore un po' pretenzioso e convoluto, anche se alcuni spunti interessanti, come detto, non mancano (bellissima la sequenza in cui Mesmer, attaccato a una bandiera della croce rossa e trasportato da un elicottero, pare "volare" sopra i campi di grano), anche per via della struttura a "scatole cinesi" (la scatola più esterna, quella in cui Lars von Trier interpreta sé stesso, è forse la nostra realtà, il che ne fa un film horror). La colonna sonora del film-nel-film è data dall'ouverture del "Tannhäuser" di Wagner, mentre il testo della canzone sui titoli di coda ("Epidemic - We all fall down") è scritto dagli stessi Lars e Niels.

13 ottobre 2018

L'albero dei frutti selvatici (N. B. Ceylan, 2018)

L'albero dei frutti selvatici (Ahlat Ağacı)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 2018
con Aydın Doğu Demirkol, Murat Cemcir
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Visto al cinema Eliseo, con Marisa.

Appena laureato, il giovane Sinan torna nella città di provincia dove è nato, indeciso sul proprio futuro: diventare insegnante come suo padre Idris, che pure negli ultimi anni ha dilapidato denaro e reputazione scommettendo alle corse dei cavalli e riempendosi di debiti? Oppure inseguire il sogno di diventare scrittore, pubblicando (a proprie spese) un libro di "riflessioni sulla cultura locale"? O ancora, fare come molti suoi amici in un momento di crisi economica e culturale, arruolandosi nelle forze armate? Con i suoi tempi lunghi (il film dura oltre tre ore) e la consueta cura nell'analisi psicologica dei personaggi e del loro rapporto con il mondo circostante, Ceylan racconta una crisi esistenziale la cui soluzione era forse a portata di mano: il recupero del rapporto fra padre e figlio, quel padre che il protagonista tiene a distanza per troppo tempo, deluso e infastidito da lui come lo è dal resto del mondo, prima di accorgersi che in fondo i due sono molto più simili di quanto non pensasse. Il titolo originale, che poi è anche quello del libro scritto da Sinan, si riferisce a una specie di pero selvatico che cresce sulle alture della provincia di Çanakkale (vicino alle rovine dell'antica Troia): l'albero è ovviamente una metafora del rapporto fra padre e figlio, sottolineandone le similitudini (anche a livello di testardaggine e spigolosità): in fondo non si dice che il frutto non cade mai troppo lontano dal fusto che l'ha generato? E in generale la natura, con i suoi ritmi e le sue stagioni (quasi l'intero film è girato in autunno, tranne alcune brevi scene invernali nel finale), pare essere l'ancora di salvataggio per chi non riesce proprio a sentirsi in sintonia con gli uomini di un mondo ipocrita e che sembra sempre cambiare in peggio (si pensi alle lunghe scene dialogo di Sinan con lo scrittore affermato, con il capocantiere, o con i due imam, attraverso le quali mette a confronto con gli altri la propria visione dell'arte, della società e della religione). Come spesso nei film di Ceylan, il fulcro di tutto sono la famiglia e i luoghi delle proprie origini, ai quali i suoi personaggi introspettivi e irrequieti, che accettino o meno la propria sconfitta, fanno inesorabilmente ritorno. Lo stile, lucido e formalmente elegante, è qui appena un po' più sporco (con occasionali flare o sfocature), ma nell'intensità generale si concede alcuni momenti onirici che confermano il carattere sognatore e visionario dei due protagonisti (vedi anche il doppio finale: cupo e pessimista, con il sucidio del giovane, oppure lieto e ottimista, con Sinan che decide di restare al fianco del padre per aiutarlo a trovare l'acqua nel pozzo nella vecchia fattoria di famiglia, che il genitore ha rimesso in sesto per ritirarcisi a vivere come pastore dopo essere andato in pensione). Nota di colore: il cavallo di legno che si vede nel film è il modello usato per le riprese del film "Troy" con Brad Pitt.

20 settembre 2018

Il gioco delle coppie (Olivier Assayas, 2018)

Il gioco delle coppie, aka Non-fiction (Doubles vies)
di Olivier Assayas – Francia 2018
con Guillaume Canet, Juliette Binoche
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Pellicola corale con cui Assayas riflette sulle trasformazioni del panorama editoriale – e culturale in generale – ai tempi di internet e del digitale. Alain (Guillaume Canet) è il curatore di una storica e prestigiosa casa editrice. Leonard (Vincent Macaigne) è uno scrittore che basa tutti i suoi romanzi su episodi autobiografici. Selena (Juliette Binoche), la moglie di Alain, è un'attrice che recita da anni in una fortunata serie televisiva. Valérie (Nora Hamzawi), la compagna di Leonard, è un'attivista politica che si dà da fare per sostenere un candidato populista. La giovane Laure (Christa Théret) viene assunta per occuparsi dello "sviluppo digitale" della casa editrice. Alta densità di dialoghi (è un film essenzialmente parlato, con una successione di scenette dall'impianto quasi teatrale) e vicende che si incrociano (con molti tradimenti: Alain diventa l'amante di Laure, Selena lo è di Leonard da anni), presentate con toni leggeri e spigliati, una forte ironia di fondo che scherza sugli intellettuali (e il modo di atteggiarvisi: vedi Leonard che nel suo romanzo finge di aver avuto un'esperienza sessuale durante la proiezione de "Il nastro bianco" di Haneke, quando invece è accaduto durante un film di "Star Wars") e affronta i temi del cambiamento nella comunicazione, presentando i punti di vista di tutti senza prendere posizione (il che può essere un pregio ma anche un difetto). Non tutti i personaggi sono sviluppati adeguatamente (bene Leonard, anche se è una figura un po' caricaturale e macchiettistica; meno convincente Alain, che pure è l'alter ego del regista): in fondo sono tutti intellettuali superficiali in ogni cosa che fanno (persino nell'amore e nei tradimenti, che non sfocieranno mai in tragedia). In ogni caso un film garbato e simpatico, ironico e mai gridato, benché alla resa dei conti abbia forse le polveri bagnate e non dica nulla di veramente interessante o sconvolgente sulla rivoluzione digitale in atto. Tante le strizzatine d'occhio (l'autocitazione di Juliette Binoche) e i riferimenti letterari, cinematografici o culturali (da "Luci d'inverno" di Bergman al "Gattopardo").