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31 luglio 2023

Avatar 2 (James Cameron, 2022)

Avatar: La via dell'acqua (Avatar: The Way of Water)
di James Cameron – USA 2022
con Sam Worthington, Stephen Lang
**

Visto in TV (Disney+).

Per proteggere la propria famiglia – la moglie Neytiri (Zoe Saldana) e i quattro figli Neteyam, Lo'ak, Tuk e Kiri (Sigourney Weaver!), quest'ultima adottata – dalla vendetta del redivivo colonnello Quaritch (Stephen Lang), tornato su Pandora nel corpo clonato di un Na'vi insieme a una nuova forza di invasione terrestre, l'ex marine Jake Sully (Sam Worthington) – diventato nel frattempo un capoclan Na'vi col nome di Omaticaya – decide di abbandonare insieme a loro il mondo delle foreste e di stabilirsi presso le tribù indigene che vivono sulla costa, vicino alle barriere coralline. Qui i suoi figli imparano le usanze dei popoli marini, "la via dell'acqua", cercando di integrarsi fra loro. Ma il colonnello li rintraccia lo stesso, e lo scontro sarà inevitabile. L'enorme successo commerciale di "Avatar", nel 2009, aveva portato James Cameron a mettere quasi immediatamente in cantiere un sequel, anzi una serie di seguiti (ne sono previsti quattro, per ora), la cui lavorazione si è però protratta talmente a lungo che il primo di questi è uscito ben tredici anni dopo il prototipo. Tredici anni in cui il mondo del cinema è andato avanti, in molteplici direzioni: la febbre del 3D (che tanto aveva contribuito agli incassi del primo film), per esempio, è quasi svanita. Il che aveva spinto molti analisti a immaginare un sonoro flop per il secondo "Avatar", anche considerando il fatto che il primo aveva lasciato ben poco nell'immaginario collettivo. E invece, ancora una volta Cameron ha avuto ragione, almeno dal punto di vista commerciale: "La via dell'acqua" ha fatto sfracelli al botteghino, incassando oltre due miliardi di dollari in tutto il mondo. Tecnicamente impeccabile, narrativamente parlando però è carente quasi quanto il film precedente: una storia esile e poco interessante, situazioni stereotipate (i bulli, le dinamiche da teenager), dialoghi mediocri, personaggi debolmente o per nulla caratterizzati.

Il punto di forza, ancora una volta, sono le immagini: l'aspetto visivo è spettacolare, anche se tutto è CGI e animazione digitale, per una serie di scenari "esageratamente" belli ma anche incapaci di offrire autentici agganci emotivi. È videografica (nemmeno videoarte), non più cinema, e più che a un film sembra di assistere a uno screensaver o a uno di quei filmati dimostrativi che scorrono sugli schermi dei televisori messi in mostra nei negozi di elettronica. Così come è difficile riconoscere gli attori dietro i loro "avatar" digitali (ho scoperto che uno dei personaggi è interpretato da Kate Winslet soltanto leggendo i titoli di coda). Fra i soggetti affrontati, sorvolando sugli abusati temi sul concetto di famiglia, spicca quello dell'incontro fra le diverse culture, che riguarda sia i buoni (la famiglia di Sully che cerca di integrarsi dei Na'vi del mare) sia i cattivi (Quaritch e i suoi uomini cercano di "imparare a pensare come il nemico"). Continua invece a mancare ogni riflessione sull'identità, a dispetto del titolo della franchise. Riguardo al world building, si ripetono gli stessi temi del primo film, a partire dalla "comunione con la natura", che qui si riflette nel rapporto fra i clan del mare e i giganteschi tulkun, enormi cetacei "intelligenti e sensibili" a cui ovviamente i cattivi danno la caccia come, sulla Terra, fanno le baleniere. Sully resta ai margini di quasi tutta la pellicola, lasciando il proscenio ai figli, salvo affrontare il cattivo nel finale. Fra i nuovi personaggi spicca "Spider" (Jack Champion), il figlio del colonnello, cresciuto fra i Na'vi e diventato amico dei figli di Sully, che si aggira fra gli indigeni quale unico umano con una maschera per respirare (ricordando in questo la Sandy Cheeks di Spongebob!). Nonostante la lunga durata (oltre tre ore), il film è complessivamente inconcludente nel quadro più ampio (la nuova invasione terrestre non viene sventata) e fa solo da preambolo ai capitoli successivi. Premio Oscar per gli effetti speciali, più altre tre nomination (sonoro, scenografie e film, quest'ultima regalata).

6 giugno 2023

Terrore dallo spazio profondo (P. Kaufman, 1978)

Terrore dallo spazio profondo (Invasion of the Body Snatchers)
di Philip Kaufman – USA 1978
con Donald Sutherland, Brooke Adams
**1/2

Rivisto in TV (RaiPlay).

Misteriose spore provenienti dallo spazio danno origine a strane piante che "sostituiscono" gli esseri umani, rimpiazzandoli con copie identiche ma prive di emozioni. Ad accorgersene sono l'ispettore di salute pubblica Matthew Bennell (Donald Sutherland) e la sua collega Elizabeth Driscoll (Brooke Adams), che cercheranno inutilmente di avvisare le autorità... Rifacimento del classico film di fantascienza anni cinquanta "L'invasione degli ultracorpi" (in originale i titoli dei due film sono identici, riprendendo quello dell'omonimo romanzo di Jack Finney: i distributori italiani, chissà perché, scelsero di cambiare quello del remake), di cui sposta l'ambientazione a San Francisco e ai giorni nostri e cambia i protagonisti (di fatto può essere considerato una variazione sul tema). La trama resta comunque identica ("baccelloni" compresi), ma tensioni e paranoie cambiano contesto: non più "politico", con echi di guerra fredda, ma sociale e "psicologico", sullo straniamento della vita moderna che rende sempre più fragili i rapporti umani e famigliari, e sul ritorno a uno stile di vita "inquadrato" che segna, in un certo senso, la fine dell'esperienza della controcultura degli anni settanta. In ogni caso, a tratti è davvero spaventoso e funziona bene sia come horror sia come film di fantascienza. Nel buon cast, anche Jeff Goldblum (il poeta Jack Bellicec), Veronica Cartwright (sua moglie Nancy, che gestisce un negozio di "bagni di fango") e, soprattutto, Leonard "Spock" Nimoy (lo psichiatra David Kibner), in uno dei suoi rari ruoli degni di nota al di fuori di "Star Trek". Kevin McCarthy e Don Siegel, protagonista e regista del film del 1956, fanno una breve comparsa, rispettivamente nei panni dell'uomo che tenta inutilmente di mettere in guardia i nostri eroi in strada ("Arrivano! Sono già qui! Poi toccherà anche a voi!", le stesse parole con cui si concludeva il film precedente) e in quelli del tassista che li conduce verso l'aeroporto. Gli effetti speciali di Russell Hessey riescono a rendere inquietanti anche semplici inquadrature di fiori e piante. Finale memorabile. La sceneggiatura è di W. D. Richter, la musica del pianista jazz Denny Zeitlin (si tratta della sua unica colonna sonora cinematografica).

25 dicembre 2022

Guardiani della galassia Holiday Special (J. Gunn, 2022)

Guardiani della galassia Holiday Special
(The Guardians of the Galaxy Holiday Special)
di James Gunn – USA 2022
con Pom Klementieff, Dave Bautista
*1/2

Visto in TV (Disney+).

In occasione delle festività natalizie, per fare un regalo al loro amico Peter Quill (Chris Pratt), gli alieni Mantis e Drax hanno la bella pensata di recarsi sulla Terra e rapire Kevin Bacon (sé stesso), convinti – dai racconti dello stesso Peter – che si tratti di un leggendario eroe terrestre. Quando scopriranno che si tratta solo di un attore, ne resteranno delusi: ma questo non riuscirà a rovinare lo spirito gioioso delle feste... Secondo "special" televisivo per il Marvel Cinematic Universe: dopo quello di Halloween ("Licantropus"), ecco quello natalizio. Ma se il primo era quantomeno decente (diciamolo: un vero film, nonostante la breve durata) e a suo modo anche divertente, questo è assolutamente insulso, pur essendo scritto e diretto dallo stesso autore dei lungometraggi canonici dei Guardiani della galassia. Senza particolari qualità produttive, e anzi quasi imbarazzante come livello di recitazione e di effetti visivi, alterna gag stupide e infantili a situazioni semplicistiche e retoriche (come ogni prodotto natalizio hollywoodiano, d'altronde). Le disavventure degli alieni alle prese con le strane usanze terrestri, o quelle dell'autoironico Bacon (la cosa migliore del film) proiettato in un mondo di strane creature fantascientifiche, non appaiono di certo né originali né trascendentali. Da segnalare due brevi inserti in animazione rotoscope. Gunn ha dichiarato di essere un fan del famigerato "Star Wars Holiday Special", il che spiega molte cose. Nella versione italiana, le canzoni (eseguite dagli Old 97 e da Bacon stesso) non sono tradotte né sottotitolate, scelta inspiegabile visto che, la prima in particolare, si interlacciano ai dialoghi dei personaggi.

28 ottobre 2022

Fuori di testa (Peter Jackson, 1987)

Fuori di testa (Bad taste)
di Peter Jackson – Nuova Zelanda 1987
con Peter Jackson, Craig Smith
***

Rivisto in divx.

Nella campagna neozelandese, un piccolo nucleo di agenti speciali inviati dal governo deve vedersela con un'invasione di alieni cannibali, scoprendo che gli extraterrestri lavorano per una compagnia di fast food intergalattica e intendono fare provviste di carne umana. Il primo film di Peter Jackson è un lavoro amatoriale (girato con pochi soldi e insieme a un gruppo di amici) che mette in mostra tutte le qualità cinematografiche e... artigianali del futuro regista de "Il Signore degli Anelli". Le scene splatter e "disgustose" abbondano (cervelli scoperchiati, tanto sangue e "frattaglie", bevute di vomito), così come costumi "fatti in casa" (gli alieni "patatosi", le cui maschere hanno le dimensioni del... forno nella cucina della madre di Jackson, dove sono state preparate) e practical effects (la casa vittoriana che decolla nel finale, ovvero un modellino spettacolarmente ben riuscito) debitori della lezione di Tom Savini: il tutto al servizio di una trama assurda e di momenti grotteschi a loro modo indimenticabili (la pecora che esplode!) e che naturalmente fanno parte del gioco. Il risultato è ridicolmente appassionante e divertente, grazie anche al dinamismo della regia, con camera mobile e a mano (nello stile del Sam Raimi de "La casa") e una musica che aggiunge dimensione alle scene d'azione. Quasi tutti recitano in più ruoli: Jackson stesso interpreta sia Derek, lo scienziato del gruppo (che perde pezzi di cervello e deve chiudersi il cranio con la cintura dei pantaloni), sia Robert, uno degli alieni. Inizialmente doveva trattarsi solo di un cortometraggio di 20 minuti, che poi è stato ampliato. La lavorazione si è protratta per quattro anni. Un bel documentario, "Good taste made bad taste", ne svela i retroscena e i metodi artigianali usati, grazie ai quali Jackson e i suoi collaboratori (qui c'è già il montatore Jamie Selkirk) si sono fatti le ossa per i film successivi (compresa la trilogia tolkieniana).

8 febbraio 2022

Starship troopers (Paul Verhoeven, 1997)

Starship troopers - Fanteria dello spazio (Starship Troopers)
di Paul Verhoeven – USA 1997
con Casper Van Dien, Denise Richards
***

Rivisto in TV (Disney+).

In un futuro in cui tutte le nazioni della Terra sono unite in una federazione governata da una giunta militare (e dove soltanto l'aver svolto un periodo di servizio sotto le armi garantisce diritti e cittadinanza), gli esseri umani si ritrovano a fronteggiare una minaccia aliena: una razza di insetti giganteschi, ostili e letali, provenienti da un distante pianeta. Per amore della compagna di studi Carmen Ibanez (Denise Richards), il giovane Johnny Rico (Casper Van Dien) si arruola nella fanteria mobile, inizialmente senza troppa convinzione: ma dopo che la loro nativa Buenos Aires è stata spazzata via da un attacco a tradimento degli insetti, getterà tutto sé stesso nella guerra contro il nemico. Tratto – non senza libertà – dal celebre e iconico romanzo di Robert A. Heinlein (che ha ispirato decine di altre opere: il cartone giapponese "Gundam", per dirne una), adattato dallo sceneggiatore Edward Neumeier, un caposaldo della fantascienza bellica, testosteronica e d'azione. La satira del militarismo (non senza pizzichi di black humour sparsi a piene mani: "La fanteria ha fatto di me l'uomo che sono", dice a Rico un veterano completamente menomato) e della propaganda in tempo di guerra ("L'unico insetto buono è un insetto morto"), nonché i rimandi al mondo reale (in particolare alla seconda guerra mondiale: l'attacco a Buenos Aires rievoca chiaramente quello a Pearl Harbour), sono evidenti: eppure c'è stato chi ha incredibilmente frainteso la pellicola, accusandola di celebrare proprio l'atteggiamento guerrafondaio, la xenofobia, i valori fascisti e antidemocratici e la disumanizzazione del nemico (cosa c'è di più disumano di un insetto?) di cui invece si prende gioco. [A questo proposito, cito una frase attribuita allo stesso Heinlein: "C'è un termine tecnico per chi confonde le opinioni di un personaggio di un libro con quelle dell'autore. Il termine è idiota."] Contenuti e forma vanno di pari passo nel mettere in scena – esagerando a più non posso – un mondo dove l'essere guerrieri e morire per la patria è la massima aspirazione, dove i bambini schiacciano scarafaggi per la strada (e i video in stile "Istituto Luce" commentano: "Ognuno sta facendo la sua parte"), dove i giovani sono tutti belli, aitanti, atletici, insomma dei soldati ariani perfetti, e gioiscono nell'infliggere paura e dolore ai nemici...

Le vicende personali dei protagonisti, che si dipanano nell'arco della guerra, sono quasi un contorno: Johnny, Carmen, e gli amici Carl (Neil Patrick Harris), Dizzy (Dina Meyer), Ace (Jake Busey), Zender (Patrick Muldoon) fanno carriere parallele e diverse: chi nella fanteria, appunto, la "carne da macello" che viene mandata a morire su pianeti alieni, combattendo in prima linea i nemici; chi nella flotta spaziale, come pilota di gigantesche e sofisticati astronavi (anche se il film si limita a mostrare tutta questa tecnologia senza indugiare nei dettagli del loro funzionamento); chi nell'intelligence o nella catena di comando (soprattutto se dimostra di possedere dei poteri ESP). Gli effetti speciali (nominati all'Oscar) sono ottimi, così come l'avvolgente world building, anche se l'insieme è mantenuto al necessario livello di semplicità e ingenuità, quasi in stile fantascienza anni '50 (dove gli insetti giganti erano una costante!), come testimoniano anche le scenografie elementari, i colori luminosi (per certi versi il film è all'opposto dell'"Aliens" di James Cameron, dominato invece da claustrofobia e oscurità), i sentimenti (le storie d'amore incrociate: Johnny ama Carmen, ma è amato da Dizzy) e le emozioni primordiali. La vicenda è complessivamente lineare, senza "cattivi" o traditori fra gli esseri umani (l'unica tensione è quella fra Rico e Zender, rivali in amore), mentre le scene di violenza sono parecchie e sfociano nello splatter (arti tranciati in combattimento, soldati squartati, cervelli risucchiati), allo scopo di mostrare in tutta la sua tragicità il "lato sporco" della guerra che manda a morire migliaia di giovani reclute. Da notare che nel mondo del futuro c'è quantomeno la parità di genere: uomini e donne si dividono equamente ruoli di potere, comandanti e soldati, senza barriere e distinzioni: anzi, spesso le donne sono toste quanto e più dei maschi (e fanno la doccia insieme!). Nel vasto cast anche Michael Ironside (l'insegnante e poi tenente Rasczak), Clancy Brown (il sergente istruttore Zim), Brenda Strong (il capitano dell'astronave). Per Verhoeven era il terzo film di SF "fracassona" (ma di qualità) girato a Hollywood, dopo "RoboCop" e "Atto di forza". Il regista olandese non sarà coinvolto però nei due sequel a basso costo e nei due film d'animazione che usciranno negli anni successivi.

24 gennaio 2022

L'invasione degli ultracorpi (Don Siegel, 1956)

L'invasione degli ultracorpi (Invasion of the Body Snatchers)
di Don Siegel – USA 1956
con Kevin McCarthy, Dana Wynter
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Il dottor Miles Bennell (Kevin McCarthy), medico del paesino di Santa Mira, in California, inizia a ricevere strane segnalazioni di pazienti convinti che i loro cari o familiari più prossimi siano degli impostori, ovvero persone identiche a loro (e con gli stessi ricordi) ma privi di vere emozioni. Indagando, insieme alla sua fiamma Becky Driscoll (Dana Wynter), scoprirà che gli abitanti del villaggio vengono in effetti sostituiti, durante il sonno, da "copie" vegetali di origine aliena, generati da misteriosi e giganteschi "baccelli". Uno dei più famosi B-movie di fantascienza/horror, tratto da un romanzo di Jack Finney e diventato un cult movie simbolo e icona non soltanto di un genere cinematografico (ricordiamo che negli anni Cinquanta la fantascienza era un filone a basso costo, buono soltanto per i "doppi spettacoli" dei drive-in, quelli poi celebrati in pellicole come il "Rocky Horror Picture Show") ma di un intero clima culturale. Pur non esplicita, infatti, la metafora sottostante è quella della paura del comunismo, che in quel decennio scuoteva l'America come non mai, con il suo senso di paranoia e di accerchiamento: la paura per l'avvento di una società in cui dissidi, odio e infelicità spariscono (e dove tutti collaborano verso un unico fine), ma con loro se ne vanno anche l'amore, l'individualità e i sentimenti. Curiosamente, per alcuni critici il messaggio è l'opposto, e il film vorrebbe mettere in guardia dalla caccia alle streghe del Maccartismo, che può mettere amici e familiari gli uni contro gli altri. Oppure, più generalmente, essere un attacco al conformismo e all'apatia (e quindi alla desensibilizzazione e alla disumanizzazione) che rischiano di svilupparsi in ogni società sufficientemente avanzata. I cineasti negarono comunque di aver avuto in mente una specifica allegoria politica. L'efficacia della pellicola, a tratti davvero inquietante, è accresciuta dalla sostanziale mancanza di effetti speciali, che ne accentua il realismo e la credibilità (lo stile è quasi quello di un film noir). Il lieto fine ottimista che giunge proprio negli ultimi secondi della pellicola è evidentemente posticcio, imposto (al pari dell'incipit) dalla produzione al regista, che avrebbe invece voluto terminare il film con il medico che gridava inutilmente in mezzo all'autostrada, rivolgendosi infine direttamente agli spettatori e dicendo: "You're next!". Nel cast anche King Donovan e Carolyn Jones (Jack e Theodora, gli amici del dottor Bennell). Alla sceneggiatura di Daniel Mainwaring ha collaborato, non accreditato, il futuro regista Sam Peckinpah, che all'epoca era assistente di Siegel e che si ritaglia anche un cameo (l'operaio del gas). Il nome "Ultracorpi" come traduzione di "Body Snatchers" non viene mai pronunciato nel film, che per molti continua a essere "quello dei baccelloni". Rifatto nel 1978 ("Terrore dallo spazio profondo"), nel 1993 ("Ultracorpi - L'invasione continua") e nel 2007 ("Invasion").

12 novembre 2021

Eternals (Chloé Zhao, 2021)

Eternals (id.)
di Chloé Zhao – USA 2021
con Gemma Chan, Richard Madden
**

Visto al cinema Colosseo.

Gli Eterni, razza di alieni immortali dotati di straordinari poteri, vengono inviati in tempi antichi sulla Terra dai loro colossali padroni, i Celestiali, affinché proteggano l'umanità dai mostruosi Devianti. E nel corso dei millenni, vivendo sul nostro pianeta (e affezionandosi ai suoi abitanti), ne fanno avanzare l'evoluzione tecnologica e culturale, dando fra l'altro origine a svariati miti e leggende. Ma quando, ai giorni nostri, scopriranno la vera natura della loro missione, saranno costretti a prendere una decisione drastica... Pur avendo anche avuto l'onore, in Italia, di una collana a fumetti personale di grande formato ai tempi dell'Editoriale Corno, gli Eterni sono sempre stati un gruppo di personaggi minori della Marvel, benché alcuni di essi (Sersi, Gilgamesh) abbiano fatto parte occasionalmente persino dei Vendicatori. Creati da Jack Kirby a metà degli anni Settanta, erano stati inizialmente immaginati come abitanti di un mondo a parte, separato dal resto dell'Universo Marvel: i temi grandiosi ed epici delle loro storie, con riferimenti alle religioni e alle antiche civiltà, ma anche la narrazione confusa, psichedelica e fin troppo ambiziosa, mal si accordava con le vicende degli altri supereroi, generando incoerenze (per dirne una: la presenza dei "veri" déi dell'Olimpo nelle storie di Thor) che autori successivi – da Roy Thomas a Neil Gaiman – hanno cercato di sanare. La scelta di affidare la regia del film a loro dedicato a Chloé Zhao, finora nota per pellicole d'autore intimistiche e documentaristiche (gli ottimi "The rider" e "Nomadland"), sembrava voler mitigare questi aspetti, riducendo almeno in parte la grandiosità della visione di Kirby e donando maggiore umanità e spessore ai personaggi. Peccato che la missione sia fallita: alla resa dei conti, "Eternals" (come al solito il titolo rimane in inglese, per questioni di marketing: nel doppiaggio, però, vengono chiamati "Eterni") è il solito polpettone supereroistico, lungo e pesante, a base di noiose scazzottate fra tizi con superpoteri (e con occasionali battutine forzate o riferimenti autoreferenziali al MCU che sembrano fuori posto in una storia per lo più "seria" e a sé stante); un film che mentre lo si guarda può anche coinvolgere: ma una volta terminato, se si riflette, ci si accorge di non aver assistito a niente di particolarmente innovativo o memorabile. È un prodotto fatto a tavolino, con ingredienti soppesati uno a uno, anche interessanti ma mal amalgamati.

I dieci Eterni di cui seguiamo le vicende, alternandoci fra il presente e i flashback ambientati nelle diverse epoche (dall'antica Mesopotamia al crollo dell'impero azteco) sono Ikaris (Richard Madden), dai poteri simili a Superman (cosa sottolineata nei dialoghi!), la trasmutatrice Sersi (Gemma Chan), la guaritrice Ajak (Salma Hayek), la guerriera Thena (Angelina Jolie), il forzuto Gilgamesh (Don Lee), la creatrice di illusioni nonché eternamente giovane Sprite (Lia McHugh), il manipolatore mentale Druig (Barry Keoghan), la velocista Makkari (Lauren Ridloff), il lanciatore di proiettili di energia Kingo (Kumail Nanjiani) e il creatore di armi e tecnologia Phastos (Brian Tyree Henry). In molti casi, i loro nomi lasciano capire a quali divinità o leggende hanno dato origine (Icaro, Circe, Atena, Mercurio, ecc.). Poco rimane però della caratterizzazione originale del fumetto, come dimostra il caso di Sersi, la vera e propria protagonista della pellicola, che perde tutti gli elementi che la rendevano unica e particolare come personaggio (nei comics era maliziosa e manipolatrice). L'ossessione hollywoodiana di questi tempi per l'inclusività, poi, porta a cambiamenti di sesso (Ajak e Makkari sono donne) e alla presenza di eroi neri, asiatici, indiani (Kingo, che si diletta come attore di Bollywood!), e persino gay (Phastos, il "primo supereroe dichiaratamente omosessuale della Marvel") o affetti da handicap (Makkari è muta). La cosa si è ritorta contro la stessa Marvel: per un motivo o per l'altro, il film è stato bandito o boicottato in Cina e in molti paesi del Medio Oriente. Nel complesso, come tentativo di "film Marvel d'autore", è un fallimento: il Thor di Kenneth Branagh e l'Hulk di Ang Lee avevano bilanciato meglio le esigenze del cinecomic con lo stile e la creatività dei rispettivi registi. Della Zhao restano l'uso dei paesaggi (gran parte della pellicola è stata girata in esterni), la fotografia naturalistica, e l'attenzione agli elementi etnici e globali. Nonostante il cast non brillante (fra i migliori: Keoghan, McHugh e sì, la Jolie) e le caratterizzazioni un po' semplicistiche dei protagonisti, è da apprezzare il fatto che questi supereroi/divinità sono imperfetti, al punto da dividersi in fazioni, combattersi fra loro o persino scegliere di ritirarsi dalla lotta. Nel finale, a sorpresa e a beneficio dei Marvel fan, ci sono apparizioni per Eros/Starfox e Pip il Troll, nonché per Dane Whitman/Cavaliere Nero (Kit Harington): agganci per un possibile sequel o semplicemente per altri film ambientati nel MCU.

3 agosto 2021

Zathura - Un'avventura spaziale (Jon Favreau, 2005)

Zathura - Un'avventura spaziale (Zathura: A Space Adventure)
di Jon Favreau – USA 2005
con Jonah Bobo, Josh Hutcherson
**1/2

Visto in divx.

Ignorato o vessato dal fratello maggiore Walter (Josh Hutcherson), il piccolo Danny (Jonah Bobo) comincia una partita a un vecchio e misterioso gioco da tavolo trovato in cantina, "Zathura", che trasporterà magicamente lui e il fratello – nonché la sorella teenager Lisa (Kristen Stewart) – in una movimentata "avventura spaziale". La loro intera casa si troverà infatti a vagare alla deriva nel vuoto cosmico, e ogni turno del gioco porterà con sé pericoli "fantascientifici" di vario tipo (piogge di meteoriti, robot impazziti, alieni ostili...). Il soggetto è praticamente lo stesso di "Jumanji", solamente traslato di genere (dal safari africano alla fantascienza anni '50), e la cosa non deve stupire: il film è infatti tratto da un libro illustrato dello stesso autore, Chris Van Allsburg, che in originale esplicitava fra l'altro l'appartenenza di entrambi i giochi al medesimo "universo" (cosa che invece la pellicola ignora: qui il mood è più un incrocio fra "I Goonies" e "Guerre stellari", con un pizzico di "Guida galattica per gli autostoppisti"). Altrettanto movimentato del precedente, ma forse più infantile e meccanico, il lungometraggio ha il suo punto di forza nella relazione fra i due fratelli, che non vanno d'accordo per via della differenza di età (Danny ha sei anni, Walter dieci) ma che impareranno a "giocare insieme" e ad avere fiducia l'uno nell'altro: la loro caratterizzazione è piuttosto realistica, anche se la cosa può risultare fastidiosa (Danny si comporta proprio come un bambino piccolo). Il resto lo fanno gli effetti speciali, non solo digitali ma anche "vecchio stile", come modellini e costumi: il make-up degli alieni Zorgon è opera di Stan Winston, come pure la copia "congelata" di Kristen Stewart. La storia si svolge praticamente tutta all'interno della casa. Dax Shepard è "l'astronauta", personaggio equivalente a quello interpretato da Robin Williams in "Jumanji" (ma con un twist nel finale). Tim Robbins è il padre dei bambini. Come nel primo film non viene data alcuna spiegazione per l'origine e la natura "magica" del gioco.

25 aprile 2021

Cosmic sin (Edward Drake, 2021)

Cosmic sin (id.)
di Edward Drake – USA 2021
con Frank Grillo, Bruce Willis
*

Visto in TV (Prime Video).

Nell'anno 2524, gli esseri umani entrano in contatto per la prima volta con una razza di alieni, che purtroppo sono ostili. Per fortuna un gruppo di soldati, guidati dal vecchio generale James Ford (Bruce Willis), li stermineranno. Un filmaccio di fantascienza militarista senza uno straccio di idea, condito da una regia dilettantesca, una recitazione da tv movie (con l'unico nome noto, Willis appunto, che sembra un pesce fuor d'acqua ed è visibilmente disinteressato a ciò che accade attorno a lui), una fotografia luminosissima e fastidiosa, e una generale povertà produttiva (l'epica guerra fra due razze aliene si riduce a un pugno di persone che si prendono a pistolettate in un bosco). Tutti difetti che avrebbero potuto essere compensati da qualche pregio... ma non lo sono. Da evitare, anche perché completamente privo di ironia, e dunque nemmeno divertente.

31 marzo 2021

Captain Marvel (A. Boden, R. Fleck, 2019)

Captain Marvel (id.)
di Anna Boden, Ryan Fleck – USA 2019
con Brie Larson, Samuel L. Jackson
*1/2

Visto in divx.

Addestrata come guerriera dai Kree, razza di alieni avanzatissimi tecnologicamente, la bionda Carol Danvers (Brie Larson) è in realtà un'aviatrice terrestre che sei anni prima aveva perso la memoria dopo aver assorbito l'energia di un reattore sperimentale che le ha donato incredibili superpoteri. Inviata da Hala, capitale dell'impero Kree, in missione sulla Terra, Carol scoprirà la verità su sé stessa e che tutto ciò che il suo istruttore, Yon-Rogg (Jude Law), le ha sempre fatto credere è falso. Il primo film dell'Universo Cinematico Marvel con una protagonista femminile (ma non il primo film Marvel in assoluto con questa caratteristica, basti ricordare "Elektra") utilizza un personaggio minore della Casa delle Idee, per di più non l'unico con questo nome (il primo Capitan Marvel, Mar-Vell, appare nel film in versione femminile, mentre la seconda, Monica Rambeau, è introdotta da bambina: lo stesso nome Capitan Marvel, peraltro, era già stato usato dall'eroe Fawcett/DC oggi noto come Shazam, prima che la Marvel se ne impossessasse per ovvi motivi). In effetti nei fumetti Carol Danvers ha una storia molto lunga e travagliata alle spalle, essendo nata come semplice comprimaria nella serie del suddetto Mar-Vell, attraversando poi varie fasi e diverse incarnazioni come Miss Marvel, Binary, Warbird. Ambientato nel 1995 (cosa sottolineata allo sfinimento dalle tante citazioni pop e "culturali": Blockbuster, Altavista, i videogiochi arcade), il film si svolge prima di tutte le altre pellicole del MCU, consentendo dunque di raccontare le "origini" di Nick Fury (un Samuel L. Jackson ringiovanito digitalmente di 25 anni e qui comprimario di lusso) quando non era ancora a capo dello S.H.I.E.L.D. Introduce inoltre temi fantascientifici come la guerra fra i Kree e gli Skrull, razza aliena di mutaforma che, a sorpresa, si scoprono non essere cattivi come nei comics, in un twist a metà pellicola che gioca con le aspettative dello spettatore che conosce già i fumetti (in maniera non dissimile da quanto fatto col Mandarino in "Iron Man 3"). Peccato che la trama sia in gran parte piatta, le scene d'azione generiche e noiose, la gag autoreferenziali o forzate (vedi la ragione per la quale Fury ha perso l'occhio), gli aspetti tecnico-fantascientifici incoerenti (i poteri energetici di CM si basano sui fotoni?) e i temi triti e ritriti (l'ingiustizia della guerra, il contrasto fra l'affidarsi alle proprie emozioni – che ci rendono "umani" – e il seguire ciecamente gli ordini o l'addestramento, e naturalmente il velato messaggio femminista sulla donna che non si arrende di fronte alle difficoltà e si rialza sempre). Nel cast anche Ben Mendelsohn (lo Skrull Talos), Annette Bening (il dottor Lawson, scienziata che lavora al Progetto Pegasus), Lashana Lynch (Maria Rambeau, amica di Carol e madre della suddetta Monica) e Gemma Chan (Minn-Erva, membro della Starforce dei Kree). Clark Gregg (anche lui ringiovanito digitalmente), Lee Pace e Djimon Hounsou tornano rispettivamente nei ruoli dell'agente Phil Coulson, di Ronan l'Accusatore e di Korath (questi ultimi due si erano già visti in "Guardiani della Galassia"). Cameo nella metropolitana di Stan Lee (morto prima dell'uscita del film, e al quale è dedicata la title card). Fra i meta-rimandi ad altri film del MCU c'è la spiegazione di come Fury è entrato in possesso del Tesseract (il cubo cosmico visto in "Thor" e "Avengers") e ovviamente la scena nei titoli di coda, che si colloca fra "Avengers: Infinity War" ed "Endgame" e mostra il ritorno di Carol sulla Terra. Come già accaduto per i film di Captain America, il titolo mantiene la grafia inglese anche nel nostro paese ("Captain" anziché "Capitan") per motivi di marketing. Mediocre il doppiaggio italiano.

1 marzo 2021

Land of the lost (Brad Silberling, 2009)

Land of the Lost (id.)
di Brad Silberling – USA 2009
con Will Ferrell, Anna Friel
*1/2

Visto in TV (Netflix).

Grazie a un "amplificatore di tachioni" da lui inventato, lo scienziato-paleontologo Rick Marshall (Will Ferrell) viaggia non tanto nel tempo quanto in una confusa dimensione parallela dove coesistono passato, presente e futuro. E in compagnia della bella assistente Holly (Anna Friel), del buzzurro Will (Danny McBride) e dell'uomo-scimmia Chaka (Jorma Taccone), dovrà vedersela con dinosauri ed extraterrestri. Ispirato all'omonima serie televisiva del 1974 (in italiano "La valle dei dinosauri"), di cui finisce però per essere la parodia, un film d'avventura demenziale, infantile e sconclusionato. Credo che Ferrell, con il suo umorismo adolescenziale e deadpan, sia uno dei comici meno divertenti che esistano al mondo: insiste sempre sullo stesso tipo di battuta (spesso a sfondo volgare, sessuale o scatologico) e non fa mai ridere. Qui si salvano la curiosa e surreale ambientazione, a metà fra un videogioco (Holly sembra Lara Croft!), "King Kong", "Il pianeta delle scimmie" e "Il mondo perduto" di Conan Doyle (hanno un loro fascino, per esempio, le scene girate nel deserto del Mojave da dove spuntano rottami di auto e frammenti di resort di lusso) e tutto sommato il recupero dell'ingenuità tipica dei film e dei fumetti d'avventura di un tempo, col merito di non prendersi mai sul serio. Ma la trama in sé è quanto di più scontato ci sia, e soprattutto le gag, appunto, sono stupide, ripetitive e poco divertenti (a meno, forse, di guardarle in compagnia di amici alla ricerca di una comicità "so bad it's good": sotto questo aspetto in effetti ha i suoi fan). Nella prima e nell'ultima scena, il giornalista televisivo Matt Lauer interpreta sé stesso.

4 dicembre 2020

Terrore nello spazio (Mario Bava, 1965)

Terrore nello spazio
di Mario Bava – Italia/Spagna/USA 1965
con Barry Sullivan, Norma Bengell
**1/2

Visto in TV.

Dopo aver ricevuto un misterioso segnale proveniente dalla sua superficie, due navi spaziali sono costrette ad atterrare su un pianeta sconosciuto dove si verificano strani fenomeni. Gli astronauti scopriranno che gli abitanti del pianeta vivono "su un diverso piano di vibrazione" e sono in grado di impossessarsi dei corpi dei loro compagni morti. Da un racconto di Renato Pestriniero, uno dei primi e forse il più celebre fanta-horror del cinema italiano, capace di influenzare molte pellicole successive, a partire da "Alien" (la scena in cui i protagonisti trovano un'altra astronave schiantatasi in passato sullo stesso pianeta, con tanto di enorme e inquietante scheletro di una gigantesca creatura extraterrestre, è stata fonte di ispirazione per Dan O'Bannon e Ridley Scott). In quanto debitore a sua volta a "Il pianeta proibito", non può poi non ricordare "Star Trek", la serie televisiva che debutterà solo l'anno successivo: in effetti ne anticipa molti elementi (la plancia di comando, le uniformi, la rigida divisione in ruoli militari all'interno dell'equipaggio, e le attrezzature "scientifiche" della nave che svolgono un ruolo chiave nella vicenda, come il "deviatore di meteore"), per non parlare delle suggestive scenografie – anche se evidentemente finte e in cartapesta – della superficie del pianeta, che Bava rende però inquietanti grazie alla fotografia colorata e all'onnipresente nebbia (l'aspetto visivo del film, è stato commentato, ricorda nei suoi colori le copertine delle riviste di fantascienza, come le illustrazioni pulp e surrealiste di Karel Thole). Realizzata con un budget limitato e non priva di ingenuità se vista con gli occhi di oggi, la pellicola è comunque originale nel suo mix di horror e SF, presenta un discreto finale a sorpresa ed è indicativa del modo in cui il genere fantascientifico cominciava ormai a essere "preso sul serio" anche nel nostro paese (erano gli anni del boom di "Urania") e non solo in chiave di parodia, commedia o satira come in precedenza. Alla sceneggiatura hanno collaborato Alberto Bevilacqua e Callisto Cosulich, mentre nella creazione dei modellini e degli effetti speciali c'è la mano di Carlo Rambaldi. Il cast è internazionale (l'attore americano Barry Sullivan interpreta il comandante, mentre nel resto dell'equipaggio ci sono la brasiliana Norma Bengell, lo spagnolo Ángel Aranda, la greca Evi Marandi e gli italiani Stelio Candelli e Federico Boido). Rieditato nel 1979 con il titolo "Alien è terrore nello spazio", in USA il film è noto come "Planet of the Vampires".

20 novembre 2020

Dark city (Alex Proyas, 1998)

Dark city (id.)
di Alex Proyas – USA/Australia 1998
con Rufus Sewell, William Hurt
***

Rivisto in divx (director's cut).

In una città dove il sole non sembra sorgere mai, John Murdoch (Rufus Sewell) si risveglia in una camera d'albergo senza ricordare alcunché del proprio passato. Inseguito da misteriose creature che somigliano a pallidi Nosferatu vestiti di pelle, si dà alla fuga con l'aiuto di un bizzarro medico (Kiefer Sutherland) che sembra sapere molte cose sulla sua situazione. Nel frattempo sulle sue tracce si lanciano anche l'ispettore di polizia Frank Bumstead (William Hurt), convinto che si tratti di un killer di prostitute, e sua moglie Emma (Jennifer Connelly), cantante in un cabaret. L'ambientazione neo-noir non deve ingannare: si tratta di un singolare e cupo film di fantascienza, nel quale Proyas (autore anche del soggetto) recupera le atmosfere notturne e soprannaturali del precedente "Il corvo", mettendole al servizio di una vicenda avvolgente, metaforica e ricca di colpi di scena. Se le ispirazioni – pur nell'originalità dell'insieme – sono molte ed evidenti ("Metropolis" di Fritz Lang e in generale l'espressionismo tedesco, "Brazil" di Terry Gilliam per la distopia kafkiana e surreal-esistenziale, e l'immancabile "Blade runner" con la sua contaminazione di noir e fantascienza su tutte, ma anche "Dracula", satire come "Il tunnel sotto il mondo" e "Truman show", e persino "Lamù: Beautiful dreamer" di Mamoru Oshii), la pellicola a sua volta rappresenterà un indiscutibile punto di riferimento estetico e contenutistico per il "Matrix" degli allora fratelli Wachowski, che uscirà l'anno successivo, e per "Inception" di Christopher Nolan. Concetti come la volatilità o la relatività delle memorie, temi come l'umanità usata come cavia per esperimenti da misteriosi alieni, e immagini come la città che si modifica ogni giorno (con palazzi che sorgono o cambiano di posto, riplasmando di fatto la realtà a ogni mezzanotte) o che viaggia nello spazio su un disco-astronave (letteralmente una "Flat Earth"!) prendono vita sullo schermo all'interno di un lungometraggio che passa rapidamente dal noir all'horror gotico, dalla fantascienza alla pellicola di supereroi (vedi lo scontro finale a base di superpoteri), con una sceneggiatura ben servita da attori carismatici e in parte. Fra gli "stranieri" ci sono il Richard O'Brien di "Rocky Horror" (Mr. Hand), Ian Richardson (Mr. Book) e Bruce Spence (Mr. Wall). L'ambientazione notturna, urbana e retrò, deve ovviamente molto ai film noir degli anni Quaranta e Cinquanta: la fotografia cupissima è di Dariusz Wolski, mentre le scenografie sono di Patrick Tatopoulos (l'intera città è costruita in studio). Alla sceneggiatura hanno collaborato anche Lem Dobbs e David S. Goyer (quest'ultimo reclutato da Proyas grazie al suo "Blade"). Consiglio la visione della director's cut uscita nel 2008, che amplia numerose scene (rendendo più toccante la love story e approfondendo i personaggi di contorno) ed elimina la voce fuori campo che all'inizio anticipa un po' troppe cose.

13 ottobre 2020

The arrival (David Twohy, 1996)

The arrival (id.)
di David Twohy – USA 1996
con Charlie Sheen, Lindsay Crouse
*1/2

Visto in TV.

Il radioastronomo Zane Zaminsky (Charlie Sheen) capta un segnale proveniente dallo spazio: che si tratti della prova dell'esistenza di vita extraterrestre? Ma i suoi superiori alla NASA non solo rifiutano di dargli retta, ma distruggono le registrazioni del segnale e poi lo licenziano. Con l'aiuto di una ricercatrice che studia i cambiamenti climatici (Lindsay Crouse), Zane scoprirà che è in atto un complotto a più livelli: in effetti gli alieni sono già sulla Terra, hanno assunto fattezze umane e stanno modificando il pianeta, aumentando le temperature per renderlo più adatto alla propria specie... Scritto e diretto da Twohy, al secondo film da regista dopo "Timescape", un thriller d'azione e fantascientifico che attualizza il classico tema dell'invasione aliena, spogliandolo dalle paranoie legate ai sottotesti politici (quelli di pellicole come "L'invasione degli ultracorpi" o "Essi vivono") e rivestendolo invece di argomenti ambientalisti (i pericoli del riscaldamento globale). Peccato che tutto sia raffazzonato e dozzinale, dalla caratterizzazione dei personaggi alle svolte narrative, e che culmini in scene d'azione prive di tensione o di spessore. Molte anche le cadute di stile o le ingenuità (la scena degli scorpioni nella stanza d'albergo in Messico sembra appartenere a un altro genere di film). Nel cast anche Teri Polo (la fidanzata di Zane), Ron Silver (il suo capo) e Tony Johnson (il ragazzino nero). Oscurato alla sua uscita da "Independence day", il film è semmai da confrontare con "Contact" di Robert Zemeckis (uscito l'anno successivo) e "Arrival" di Denis Villeneuve (uscito nel 2016, con cui ha comune il titolo e l'argomento, ma poco altro).

28 settembre 2020

Destinazione... Terra! (Jack Arnold, 1953)

Destinazione... Terra! (It came from outer space)
di Jack Arnold – USA 1953
con Richard Carlson, Barbara Rush
**1/2

Visto in divx.

"Then at a deadly pace
it came from outer space,
and this is how the message ran..."

I cieli notturni sul deserto dell'Arizona sono solcati da quella che sembra una meteora in fiamme, che si schianta presso una miniera. Il giovane astronomo dilettante John Putman (Richard Carlson), primo ad accorrere sul luogo insieme alla fidanzata Ellen (Barbara Rush), vede chiaramente che nell'enorme cratere è precipitata un'astronave, prima che questa venga nascosta da una frana. Ma nessuno gli crede. E una creatura extraterrestre, uscita dalla navicella, si aggira per il deserto, assumendo l'aspetto degli esseri umani che incontra. Da un soggetto originale di Ray Bradbury, un B-movie di fantascienza assai semplice e ingenuo ma a suo modo pionieristico e influente, che si distingue da altre pellicole coeve simili per il ribaltamento dei ruoli: gli alieni, si scoprirà, non hanno affatto cattive intenzioni, sono capitati sulla Terra per caso e sono pacifici, anche se più avanzati tecnologicamente. I "cattivi" sono invece i terrestri, che – a parte John – ricorrono subito alla violenza e non sono disposti a dare fiducia a ciò che è diverso ("questa gente è contro chiunque la spaventi in un modo o nell'altro") o a superare le apparenze (gli alieni, nelle loro reali fattezze, sono mostri orribili, creature lovecraftiane con un solo occhio). Evidente il messaggio che incita a vincere le diffidenze dovute alla diversità e alla paura, in contrasto con i timori sulla Guerra Fredda e le metafore anti-comuniste che permeavano gran parte dei film di questo genere negli anni cinquanta (con poche ma notevoli eccezioni, come "Ultimatum alla Terra"). Si narra che Bradbury propose due soggetti, uno con gli alieni cattivi e l'altro con gli alieni buoni, e accettò di collaborare al film solo quando lo studio scelse il secondo. Memorabili le soggettive del mostro (che osserva il mondo da un occhio gelatinoso). Nel cast anche Charles Drake (lo sceriffo) e Joseph Sawyer (Frank, il capo degli operai rapiti). La pellicola fu girata e proiettata in 3D. Negli anni seguenti il regista Jack Arnold si specializzerà in film di fantascienza e horror, firmando numerosi altri classici come "Il mostro della laguna nera" e "Radiazioni BX: distruzione uomo".

24 giugno 2020

L'immensità della notte (A. Patterson, 2019)

L'immensità della notte (The vast of night)
di Andrew Patterson – USA 2019
con Sierra McCormick, Jake Horowitz
**1/2

Visto in TV (Prime Video), in originale con sottotitoli.

Alla fine degli anni cinquanta, nella cittadina di Cayuga in Nuovo Messico, mentre l'intera popolazione è radunata nel palazzetto della scuola per assistere a una partita di basket liceale, il radioamatore Everett (Jake Horowitz), che gestisce l'emittente locale, e la giovane centralinista Fay (Sierra McCormick), appassionata di scienza e tecnologia, captano uno strano segnale di provenienza ignota. Alle prime ipotesi che si tratti di un codice militare o di un'interferenza dovuta ai sovietici (siamo in piena paranoia da guerra fredda, poco dopo il lancio dello Sputnik) si sostituisce la consapevolezza di essere di fronte a qualcosa di ben diverso e... alieno. Opera prima ambientata quasi in tempo reale e tutta in una notte, questa pellicola gioca con le inquietudini e le suggestioni dell'epoca in cui si svolge, ispirandosi nemmeno velatamente a celebri e misteriosi "incidenti" come quelli di Roswell o di Kecksburg. E se l'atmosfera è sospesa, notturna e inquietante (con una fotografia "nebbiosa" che avvolge tutto), i contenuti si rifanno a tutti gli elementi del mito degli alieni con i loro dischi volanti che fanno periodiche visite nel deserto, lontani dai centri abitati, per comunicare o per rapire gli esseri umani. Non a caso la cornice immaginaria è quella di un programma tv, "Paradox Theater", modellato su "Ai confini della realtà", di cui "The vast of night" sarebbe il titolo di un episodio. Stilisticamente inappuntabile, il film è costruito su una serie di lunghi piani sequenza, ma alla resa dei conti offre poche sorprese e si accontenta di andare incontro ai desideri e alle aspettative di un tipo di cinema nostalgico, con echi spielberghiani ("Incontri ravvicinati del terzo tipo" è naturalmente il titolo di riferimento). Ben costruiti comunque i personaggi, nerd al punto giusto (si pensi ai commenti su come sarà il futuro), e indovinati sia l'approccio intimistico e personale sia la collocazione temporale della vicenda. Forse è il caso di appuntarsi il nome del giovane regista, per seguirne le evoluzioni future.

27 maggio 2020

Super 8 (J.J. Abrams, 2011)

Super 8 (id.)
di J.J. Abrams – USA 2011
con Joel Courtney, Elle Fanning
**1/2

Visto in TV.

Nel 1979, in una cittadina dell'Ohio, una banda di ragazzini impegnata a girare un film amatoriale in Super8 sugli zombi ("Il caso", che sarà mostrato sui titoli di coda) rimane coinvolta in un'invasione aliena. Scritto e diretto da J.J. Abrams, questo lungometraggio sembra in tutto e per tutto un film di Steven Spielberg (che figura solo come produttore, ma che in realtà ha collaborato allo sviluppo della storia). Questo perché l'intera pellicola è un omaggio al tipo di film che il buon Steven realizzava all'inizio della sua carriera (con evidenti citazioni da "E.T." e "Incontri ravvicinati del terzo tipo") o che ha prodotto negli anni Ottanta (come "I Goonies" o "Gremlins"). L'idea stessa dei ragazzini cineasti rimanda alle origini di Spielberg, quando a 16 anni filmava e poi proiettava in pubblico i suoi primi lavori amatoriali, come "Firelight". E anche se la regia è competente, Abrams si dimostra (o, volendo, si conferma) incapace di elaborare una propria originalità, rifacendosi esclusivamente a un immaginario nostalgico, pieno di luoghi comuni del cinema di avventura, che condivide con i suoi coetanei (e che ricopre di una "patina" moderna). Abbiamo così un ragazzino protagonista (Joel Courtney nei panni di Joe, che nella "troupe" si occupa del trucco e degli effetti speciali), introverso, sensibile e incompreso; un extraterrestre mostruoso che alla fine si rivela essere in realtà buono; i militari cattivi; i problemi in famiglia, quasi sempre dovuti all'assenza di uno dei due genitori (nel caso di Joe, la madre è morta di recente). Rispetto ai film che prende a modello, però, questo è decisamente più fracassone (le esplosioni abbondano) e, anche se divertente, assai più prevedibile, afflosciandosi nella seconda parte dopo l'ottimo incipit. Elle Fanning, nei panni di Alice, recita meglio quando "finge di recitare" nel filmino girato dai ragazzini che nel film vero e proprio. Kyle Chandler è il padre di Joe, vicesceriffo della cittadina, Ron Eldard il padre di Alice, Noah Emmerich il "cattivo" colonnello Nelec. Fra gli amici della troupe ci sono Riley Griffiths (il regista) e Ryan Lee (l'esperto di esplosivi). In qualità di produttore, Abrams aveva già sperimentato con il mix fra fantascienza urbana e metacinema nel ben più geniale "Cloverfield".

22 gennaio 2020

Venom (Ruben Fleischer, 2018)

Venom (id.)
di Ruben Fleischer – USA 2018
con Tom Hardy, Michelle Williams
**1/2

Visto in TV.

Licenziato ed emarginato per aver fatto domande troppo scomode allo scienziato-imprenditore Carlton Drake (Riz Ahmed) durante un'intervista, il giornalista d'inchiesta Eddie Brock (Tom Hardy) ha l'occasione di riprendere in mano la propria vita dopo essere stato "posseduto" da una creatura aliena, Venom, che lo stesso Drake ha portato sulla Terra: una sorta di parassita malvagio (ma non troppo) con cui entra in simbiosi e che gli dona eccezionali poteri e capacità. La prima pellicola dedicata all'ambiguo antieroe della Marvel, creato graficamente da Todd McFarlane come avversario dell'Uomo Ragno (almeno inizialmente), si presenta in realtà come un lungometraggio stand-alone: non fa infatti alcun riferimento alle varie incarnazioni del Tessiragnatele né all'Universo Marvel nel suo complesso (se si eccettua il consueto cameo di Stan Lee nel finale: c'è invece, curiosamente, una battuta sulla kriptonite!). E la scelta gli giova. Nonostante alcune ingenuità della trama, il film – ambientato a San Francisco – intrattiene e diverte parecchio, ricordando più certe pellicole d'azione degli anni ottanta o dei primi anni duemila che non i lungometraggi Marvel più recenti, troppo pieni di autoreferenzialità e di strizzatine d'occhio. E la fusione fra l'umano Brock e il simbiota Venom, che dialogano mentalmente fra di loro in continuazione, sembra funzionare sullo schermo addirittura più di quando non facesse sulle pagine dei comics. Convincente il cast, con il bravissimo Hardy sugli scudi (che in una scena, in cerca di equilibrio, ascolta un audiolibro di Eckhart Tolle!). Michelle Williams è la sua (ex) fidanzata Anne, avvocata battagliera che a sua volta a un certo punto "veste i panni" di Venom, mostrandocene una variante femminile. Quanto all'antagonista, lo spregiudicato Drake, è evidentemente ispirato a Elon Musk. Il personaggio di Venom era già apparso nel terzo "Spider-Man" di Sam Raimi, ma questa ne è una versione diversa e del tutto nuova. Snobbato dalla critica, il film ha riscosso un buon successo di pubblico, tanto da convincere la Sony a mettere in cantiere un sequel (nella scena post-credits con Woody Harrelson si preannuncia la presenza di Carnage) nonché altre pellicole dedicate a personaggi o villain minori del mondo di Spider-Man (il primo sarà "Morbius").

20 dicembre 2019

Star Wars: L'ascesa di Skywalker (J.J. Abrams, 2019)

Star Wars: L'ascesa di Skywalker
(Star Wars: The Rise of Skywalker)
di J.J. Abrams – USA 2019
con Daisy Ridley, Adam Driver
*1/2

Visto al cinema Colosseo.

L'imperatore Palpatine non è morto alla fine de "Il ritorno dello Jedi" e offre a Kylo Ren una flotta di Star Destroyer, ciascuno munito di un cannone in grado di disintegrare un intero pianeta, per conquistare l'universo e fondare un nuovo impero, l'Ordine Finale. Il figlio di Han Solo accetta, ma in cuor suo vorrebbe eliminare l'imperatore e allearsi con Rey, che però è ancora incerta sul proprio futuro. Continuando l'addestramento da Jedi e collaborando con la Resistenza, la ragazza si lancia con gli amici Finn e Poe alla ricerca di Exegol, il misterioso pianeta su cui si nasconde Palpatine, con l'intenzione di distruggerne la flotta. Lungo la strada, scoprirà finalmente la verità su sé stessa. Diretto, come il primo, da J.J. Abrams (che diventa il secondo regista dopo George Lucas a firmare due episodi diversi della saga), in sostituzione di Colin Trevorrow, inizialmente designato e poi licenziato per divergenze creative (è la seconda volta di fila che accade, dopo lo spin-off "Solo"), il terzo capitolo della cosiddetta "trilogia sequel" di "Star Wars" (nonché il nono episodio in totale se seguissimo la numerazione tradizionale) regala la consueta dose di intrattenimento ma è anche uno dei più piatti e derivativi, nonché quello con meno creatività e fantasia di tutta la saga: difficile individuare una sequenza, un'ambientazione o un nuovo personaggio che rimarrà nella memoria collettiva. Quando la Disney aveva acquistato i diritti da Lucas e aveva messo in cantiere le nuove pellicole, la scelta di ripartire con un "remake" a tutti gli effetti del prototipo era sembrata in fondo corretta, perché è naturale che una saga che dura da 42 anni guardi indietro alla propria mitologia per rilanciarsi, purché da quelle basi si costruisca poi qualcosa di nuovo. E invece in questo film si procede con il pilota automatico e il freno a mano tirato, ma soprattutto con una devozione al passato che tarpa continuamente le ali alla sceneggiatura, che peraltro si dipana in maniera meccanica (i personaggi vanno dal punto A al punto B, e poi al C, come in un videogioco) o accatasta eventi random e inconsequenziali (vedi la perdita di memoria di C-3PO, quasi subito ripristinata). In ruoli che non sono altro che camei più o meno prolungati, ricompaiono quasi tutti i personaggi "classici", da Luke ad Han (entrambi sotto forma di fantasmi/visioni), da Leia (che muore: Carrie Fisher era scomparsa nel 2016, qui vengono riutilizzate scene girate durante la lavorazione dei film precedenti) a Lando Calrissian, da Chewbacca ai droidi, fino all'improbabile ritorno dell'imperatore (Abrams non sa nemmeno inventarsi un nuovo cattivo). Riesumata anche la Morte Nera, i cui rottami ospitano una breve sequenza, e persino la rivalità fra Sith e Jedi, ma solo a parole, con una tensione inferiore persino a quella dei vituperati prequel di Lucas, che (chi l'avrebbe mai detto?) dal confronto con questi sequel escono addirittura rivalutati.

E i nuovi personaggi, che in teoria qui concludono un percorso di crescita durato ben tre film e oltre sette ore? Come nel precedente "Gli ultimi Jedi", di fatto gli unici di rilievo e con un certo spessore sono Rey (Daisy Ridley) e Kylo Ren (Adam Driver): tutti gli altri – Finn (John Boyega) e Poe Dameron (Oscar Isaac) in testa – rimangono accessori di contorno o macchiette che servono soltanto a fare numero, a elargire battutine e a riciclare dinamiche e situazioni del passato. Mentre il Generale Hux (Domhnall Gleeson) si rivela una spia, come new entry abbiamo il "cattivo" ufficiale Pryde (Richard E. Grant), l'ennesimo robottino (D-O) e due possibili "interessi romantici" per Finn e Poe (rispettivamente l'amazzone Jannah (Naomi Ackie) e la guerriera in armatura Zorri Bliss), i quali possono così rimanere comprimari anche sul piano sentimentale e non ostacolare la relazione, prevista a tavolino sin dall'inizio, fra Rey e Kylo Ren. Quest'ultimo viene sacrificato nel finale, quando ormai aveva comunque perso gran parte della sua ragion d'essere. La protagonista prosegue invece la sua crescita, acquisendo poteri e capacità sempre maggiori (con tanto di lotta con sé stessa che fa il verso a quella di Luke ne "L'impero colpisce ancora"): la rivelazione che si tratta della nipote di Palpatine rovina un po' una delle migliori trovate de "Gli ultimi Jedi" (un'origine "normale", una volta tanto) ma contribuisce a portare avanti il tema fondante della saga, ovvero le sfumature che si celano nello scontro fra il bene e il male. Il controfinale in cui la ragazza si dichiara orgogliosamente una Skywalker, infine, cerca di giustificare un titolo ancora una volta ambiguo e poco azzeccato. In teoria potremmo rivedere Rey nei prossimi film, chissà se da protagonista o per accompagnare il cammino di altri personaggi: ma probabilmente si andrà in direzioni opposte, tornando a rivisitare il passato (glorioso) della franchise. Da sottolineare nuovamente l'insistenza sul "girl power" che caratterizza questa trilogia, frutto del clima culturale che si respira in questi anni negli Stati Uniti: a parte la protagonista e alcuni dei succitati comprimari, per la prima volta si odono (ripetutamente!) voci femminili provenire dagli assaltatori, per non parlare delle tante donne presenti fra i membri della Resistenza (compresa un'evidente coppia lesbica). Ah, fra i piloti ribelli si riconosce anche Kevin Smith. Il film è stato girato, fra le altre location, nella Valle della Luna (Wadi Rum) in Giordania. La sceneggiatura è di Abrams e Chris Terrio (inizialmente avrebbe dovuto scriverla Rian Johnson, il regista dell'episodio precedente), la musica – per l'ultima volta, pare – di John Williams.

28 ottobre 2019

Under the skin (Jonathan Glazer, 2013)

Under the skin (id.)
di Jonathan Glazer – GB/USA 2013
con Scarlett Johansson, Adam Pearson
*1/2

Visto in TV.

Una misteriosa donna si aggira per la Scozia a bordo di un furgone, adescando gli uomini che incontra. Dopo essersi assicurata che vivano da soli e che non abbiano famiglia, li conduce in una casa disabitata, dove li immerge in una strana vasca e ne risucchia l'intero contenuto del corpo, lasciandone solo la pelle. La donna è infatti una creatura aliena. Dal romanzo "Sotto la pelle" di Michel Faber, una pellicola di fantascienza low budget che, nonostante il flop al botteghino, è assurta nel corso degli anni a film di culto, soprattutto in patria (c'è stato chi, come "The Guardian", l'ha inserita nella lista dei migliori film del ventunesimo secolo). Ma è decisamente sopravvalutata: esile, ripetitiva e pretenziosa, cerca di proporsi con stilemi lontani da quelli del cinema mainstream, alternando scene iperrealistiche ad altre da video-arte (il regista proviene da spot pubblicitari e videoclip musicali, e si vede), con una storia senza trama ma che intende stimolare riflessioni (il mondo degli umani osservato da un punto di vista alieno) e suscitare inquietudini alla David Lynch (una delle vittime della protagonista è persino una sorta di Elephant Man), risultando però solo noiosa, snervante e monotona. E nemmeno tanto originale (chi ricorda "L'alieno"?) o creativa, senza significati profondi se non i soliti rimandi ai predatori sessuali (qui la donna sanguisuga o la femme fatale: la sessuofobia impera) o riflessioni appena abbozzate sulla solitudine e l'isolamento degli emarginati. L'inespressività della Johansson, poi, non aiuta di certo (il resto del cast è composto da attori non professionisti, con molte scene girate con telecamere nascoste). Il momento più intrigante, il disvelamento finale dell'alieno, arriva troppo tardi, quando lo spettatore probabilmente sta già dormendo. Fra le poche cose interessanti, gli scenari (urbani, rurali e costieri) e soprattutto il missaggio sonoro (rovinato però nell'edizione italiana da un brutto doppiaggio dei passanti e del brusio di fondo, che uccide tutto il realismo).