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30 giugno 2020

Il cattivo tenente (Abel Ferrara, 1992)

Il cattivo tenente (Bad Lieutenant)
di Abel Ferrara – USA 1992
con Harvey Keitel, Frankie Thorn
***1/2

Rivisto in TV.

Un tenente di polizia newyorkese (il personaggio non ha nome), dedito a vizi e depravazioni di ogni tipo – dall'alcol alle droghe e al sesso – e abituato ad agire fuori dalle regole e ad abusare del proprio potere, si ritrova emotivamente coinvolto dall'indagine su un violento stupro subito da una suora. Questa, infatti, intende perdonare i propri aguzzini. E il tenente, che nel frattempo è posto sotto pressione per via di alcuni crescenti debiti di gioco (il film si dipana durante una serie di playoff di baseball fra i New York Mets e i Los Angeles Dodgers, con i primi – sui quali ha scommesso il protagonista – che "bruciano" un vantaggio di tre incontri a zero, facendosi clamorosamente rimontare), ne rimane a tal punto colpito e ossessionato da decidere di espiare a sua volta i propri peccati. Forse il capolavoro di Abel Ferrara, scritto insieme alla modella e attrice Zoë Lund (che appare in una piccola parte) e ad Edouard de Laurot, non accreditato: un viaggio negli inferi di un "peccatore" che compie una sorta di via crucis in cerca di una redenzione impossibile. Temi e metafore religiose, come si vede, si sprecano: l'ambiente, dopo tutto, è quello delle comunità cattoliche italo-americane, lo stesso visto nei primi film di Scorsese, come "Chi sta bussando alla mia porta" e "Mean Streets" (non a caso entrambi questi titoli vedevano come protagonista Keitel, che funge dunque da filo conduttore). Linguaggio e situazioni forti, nudi integrali, abuso di droga e visioni mistiche (un Cristo che scende dalla croce) completano il tutto per dare vita a una pellicola potente e indimenticabile, a tratti un vero pugno nello stomaco. Il film di Werner Herzog del 2009, "Il cattivo tenente - Ultima chiamata New Orleans", nonostante il titolo, non ha nulla a che fare con questo (se non per la presenza di un protagonista simile).

3 dicembre 2019

The irishman (Martin Scorsese, 2019)

The Irishman (id.)
di Martin Scorsese – USA 2019
con Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci
***

Visto in TV (Netflix).

La (vera) storia di Frank Sheeran (Robert De Niro), gangster di origini irlandesi che dopo la seconda guerra mondiale divenne un sicario per la mafia italo-americana. Ispirato alle memorie dello stesso Sheeran (raccolte in un libro di Charles Brandt, "I heard you paint houses": la frase "imbiancare case" in gergo significa eliminare qualcuno per conto della malavita), il film – attraverso una serie di flashback concatenati – mostra Frank, autotrasportatore di Filadelfia, fare la conoscenza del boss Russell Bufalino (Joe Pesci) e diventarne un protetto, e poi il suo lavoro come guardia del corpo del potente e controverso sindacalista Jimmy Hoffa (Al Pacino), con cui stringerà una forte amicizia, facendo anche da tramite fra lui e la mafia. Ma quando Hoffa comincerà a essere troppo scomodo, sarà proprio Frank a doverlo uccidere. Prodotto da Netflix, con una distribuzione limitata in sala prima di essere reso disponibile in esclusiva sulla piattaforma televisiva on demand, il film è un lungo affresco – dura tre ore e mezza – che mescola finzione ed eventi reali, incrociando di sfuggita e a più riprese la storia americana degli anni '60 e '70 (l'incidente della Baia dei Porci, l'elezione e l'attentato di Kennedy, il Watergate). E proprio questo sguardo ad ampio raggio, con una vicenda che si estende su più decenni e che incrocia numerose figure vissute realmente, dona spessore ed epicità alla vita di un personaggio brutalmente impenetrabile, che procede a testa bassa e non mette mai in discussione il proprio stile di vita. Frank è talmente fedele ai suoi superiori da uccidere per loro conto persino i propri amici (d'altronde aveva imparato a eseguire ogni ordine, anche quelli di questo tipo, quando era nell'esercito) e da sacrificare il rapporto con la figlia maggiore. Mafioso fino al midollo, non parla mai in maniera diretta di sé o del proprio lavoro, ma sempre con allusioni, eufemismi, mezze frasi o discorsi obliqui, rendendo talvolta difficile empatizzare con lui. Più appariscente è invece l'istrionico Hoffa di Al Pacino, nevrotico, ostinato e a tratti davvero spassoso, che litiga con tutti e non si tira mai indietro. L'amicizia fra Frank e Jimmy, che lo fa anche entrare nel sindacato mettendolo a capo di una delle sue sezioni, è il vero cuore della pellicola. Ucciso Hoffa, a Frank non resta che tirare a campare, attendendo da solo e in silenzio la propria fine (e nel frattempo scegliendosi la cassa da morto).

Da notare, come detto, la struttura a doppio flashback: l'intera vicenda è narrata da Frank in una sorta di confessione finale (non si sa a chi: a un prete? agli agenti federali? o forse direttamente a noi spettatori?) quando, ormai anziano, si trova in un ospizio: ma gran parte di essa (quella che precede l'omicidio di Hoffa) è racchiusa all'interno di un altro flashback, mentre Frank e Russell sono in viaggio per recarsi al matrimonio di una nipote di quest'ultimo. L'aver dovuto mostrare eventi che si dipanano per più decenni ha costretto gli interpreti (in particolare De Niro e Pesci) a farsi ringiovanire o invecchiare in numerose scene grazie alla computer grafica (e proprio l'ingente costo di questi effetti speciali ha fatto sì che il progetto, inizialmente della Paramount, passasse a Netflix). Non sempre però il risultato è eccellente: il De Niro "giovane" sembra già pieno di rughe, mentre Pesci finisce col diventare davvero decrepito (in alcune scene ricorda Andreotti!). Nulla da dire invece sulla regia: in questo tipo di film Scorsese sembra trovarsi talmente a proprio agio da sfornare scene e inquadrature memorabili senza il minimo sforzo, come se dirigesse con il pilota automatico. E rivedere questo regista e questi attori (sia pure ormai invecchiati) all'opera su questi temi, in cui hanno già sguazzato molte volte in passato (basti pensare a "Quei bravi ragazzi", di cui il film è quasi una versione aggiornata, più realistica e meno glamour), è sempre un piacere. Tanto che la pellicola potrebbe essere considerata un degno canto del cigno per il grande cineasta (sarebbe stato un peccato se la sua carriera si fosse conclusa con il precedente, e poco riuscito, "Silence"). Da notare che è soltanto la terza volta che De Niro e Pacino recitano insieme, dopo "Heat" e "Sfida senza regole" (ne "Il padrino - Parte II", infatti, non condividevano mai lo schermo). L'agile sceneggiatura si concede piccoli vezzi, come le scritte in sovrimpressione che anticipano il destino dei personaggi di contorno, quasi tutte morti violente (e non prive di ironia, come quando di uno dei mafiosi, "benvoluto da tutti", si dice che morirà di vecchiaia nel proprio letto). Nel vasto cast si riconoscono Harvey Keitel (un altro habituè di Scorsese, di cui ha intepretato i primissimi film) e Anna Paquin (Peggy, la figlia di Frank). La colonna sonora è a base di canzoni d'epoca.

17 aprile 2019

Buffalo Bill e gli indiani (R. Altman, 1976)

Buffalo Bill e gli indiani, ovvero: La lezione di storia di Toro Seduto (Buffalo Bill and the Indians, or Sitting Bull's History Lesson)
di Robert Altman – USA 1976
con Paul Newman, Geraldine Chaplin
***

Visto in TV.

Buffalo Bill, al secolo William F. Cody (Paul Newman), il cui mito di eroe della frontiera americana è dovuto ai romanzi d'avventura dello scrittore Ned Buntline (Burt Lancaster), ingaggia come guest star per gli spettacoli del suo circo itinerante nientemeno che il feroce capo indiano Toro Seduto (Frank Kaquitts), da poco sconfitto. Questi accetta di prestarsi a tali pagliacciate – che ricostruiscono le guerre indiane, fra comparse acrobatiche e bande musicali, a beneficio di un pubblico pagante – soltanto per raccontare i massacri perpetrati dai bianchi e per guadagnare migliori condizioni di vita per il suo popolo rinchiuso nelle riserve. L'incontro con la silenziosa dignità del pellerossa porterà Cody a confrontarsi con sé stesso, con la propria immagine di eroe fasulla e creata a beneficio dello show business (come la falsa capigliatura che sfoggia in testa: significativa la frase di Buntline al momento di accomiatarsi da lui: "Buffalo Bill, lieto di averti inventato") e con i propri fantasmi. Ispirandosi alla commedia teatrale "Indians" di Arthur Kopit (riscritta dal regista insieme ad Alan Rudolph), Altman demistifica e smaschera il mito dell'eroismo e del selvaggio west attraverso la figura della "stella" vanitosa di uno spettacolo fatto soltanto di finzione e pantomime. Non contento, il regista destruttura la narrazione (come aveva già fatto con "MASH") per dare vita a un film corale dalla struttura episodica e caotica, dove le tante figure storiche (tutte realmente esistite) appaiono nella loro completa e umana fragilità, rendendo ancora più netto il contrasto con l'orgoglio e la dirittura morale dei pellerossa sconfitti ma non piegati (ben diversi dai selvaggi sanguinosi raccontati dalla mitologia del tempo). Geraldine Chaplin è una Annie Oakley nevrotica, John Considine un pavido Frank Butler, Harvey Keitel è il nipote di Buffalo Bill che vive nel mito dello zio, Will Sampson il gigantesco interprete di Toro Seduto. Nel cast anche Joel Grey, Kevin McCarthy, Pat McCormick e Shelley Duvall. Il film vinse l'Orso d'Oro a Berlino ma fu male accolto dal pubblico americano in un anno in cui gli Stati Uniti festeggiavano il loro bicentenario e non erano pronti a mettere in discussione alcuni dei loro miti fondanti. I titoli di testa non presentano i nomi dei personaggi, ma il loro ruolo nella storia ("L'impresario", "La stella", ecc.). L'edizione italiana dura quasi mezz'ora in meno rispetto a quella originale.

28 febbraio 2019

Thelma & Louise (Ridley Scott, 1991)

Thelma & Louise (id.)
di Ridley Scott – USA 1991
con Susan Sarandon, Geena Davis
***1/2

Rivisto in DVD.

Le amiche Louise Sawyer (Susan Sarandon), cameriera in un diner, e Thelma Dickinson (Geena Davis), casalinga e moglie trascurata, partono da sole in auto per un weekend di vacanza. Ma quella che doveva essere una semplice pausa dalle frustrazioni e dalla routine quotidiana si trasforma in un incubo quando la prima, per difendere la seconda da un tentativo di violenza, spara e uccide un uomo a sangue freddo. In fuga dalla polizia e dirette verso il Messico, in un crescendo inarrestabile, quello delle due amiche diventa un viaggio senza ritorno ("Non ce la farei più a tornare a vivere come prima") all'insegna della libertà e dell'emancipazione dai lacci e dalle costrizioni della società, ma soprattutto dalle prepotenze di uomini approfittatori. Iconico buddy movie "femminista" on the road, un inno all'amicizia e alla solidarietà, che può contare non soltanto su una storia potente e su personaggi ottimamente caratterizzati (e che evolvono nel corso della vicenda: in particolare Thelma, che da ingenua e repressa arriva a scoprire il lato più libero e selvaggio di sé: mitica la scena della rapina, con l'impagabile reazione del marito quando gli viene mostrato il filmato delle camere di sorveglianza), ma anche sui magnifici scenari del southwest americano (le due protagoniste attraversano Arkansas, Oklahoma, Nuovo Messico e Arizona, fino alla Monument Valley e a quel Grand Canyon che ha fatto da sfondo a tante celebri pellicole western), ritratti con grande mestiere dalla regia di Scott e dalla fotografia di Adrian Biddle, completamente a loro agio con le lunghe strade e i deserti polverosi e assolati. Molte le scene da ricordare (cito, per esempio, quella dell'esplosione dell'autocisterna nel deserto). Ma in particolare è rimasto celebre, anche per l'intensità emotiva (che lo rende uno dei più memorabili di sempre), il finale con il fermo immagine e la dissolvenza. La sceneggiatura di Callie Khouri vinse l'Oscar (la pellicola ebbe in tutto sei nomination). Notevole e suggestiva anche la colonna sonora acustica di Hans Zimmer. Buono pure il cast di contorno: Harvey Keitel è il detective comprensivo e simpatetico, Michael Madsen è Jimmy, l'amico di Louise, mentre un giovane Brad Pitt è l'autostoppista ladruncolo. Forse l'unico personaggio sopra le righe è il marito sessista di Thelma, interpretato da Christopher McDonald. Per i ruoli delle protagoniste erano state prese in considerazione prima Meryl Streep e Goldie Hawn, e poi Michelle Pfeiffer e Jodie Foster.

16 settembre 2017

Rapsodia per un killer (J. Toback, 1978)

Rapsodia per un killer (Fingers)
di James Toback – USA 1978
con Harvey Keitel, Tisa Farrow
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

A Little Italy, Jimmy Angelelli (Harvey Keitel) è schiacciato fra la passione per la musica (equamente divisa fra la classica, che suona al piano, e le canzonette degli anni '50 e '60, che ascolta con il mangianastri portatile che porta con sé ovunque si rechi) e il dovere filiale nei confronti di un padre usuraio (Michael V. Gazzo), per il quale lavora occasionalmente come "esattore". Mentre si prepara per un'audizione come pianista alla Carnegie Hall, si innamora della complicata Carol (Tisa Farrow, sorella minore di Mia) e viene incaricato dal padre di "rimettere al suo posto" un mafioso che non intende restituirgli una forte somma. Opera d'esordio di Toback (la cui carriera come regista non sarà particolarmente fortunata: meglio come sceneggiatore, invece), ispirata ai primi film di Martin Scorsese (cui ruba setting e interprete), un insolito noir urbano con un protagonista che si barcamena a fatica fra personaggi e situazioni volgari (il padre, il mondo in cui sguazza Carol) e aspirazioni alte (l'arte, l'amore, la musica classica). A guidarlo il desiderio di autodeterminazione, le aspirazioni ma anche le insicurezze affettive ("Ho bisogno che tu mi voglia", dice a Carol). Jacques Audiard ne farà un remake nel 2005, "Tutti i battiti del mio cuore", sfrondando e focalizzando di più la sceneggiatura e aggiungendovi (o meglio, riportando in superficie) il fondamentale tema della redenzione. Un esordio comunque interessante, e con un paio di scene notevoli che il regista francese riproporrà quasi identiche (il primo incontro con il padre nel locale, l'audizione fallita: persino il pezzo di Bach che Jimmy suona rimarrà lo stesso). Nel cast anche Danny Aiello, Tanya Roberts e il giocatore di football Jim Brown.

30 maggio 2016

Taxi driver (Martin Scorsese, 1976)

Taxi Driver (id.)
di Martin Scorsese – USA 1976
con Robert De Niro, Jodie Foster
****

Rivisto in DVD, con Sabrina, Giovanni, Rachele, Paola e Costanza.

Travis Bickle (De Niro), solitario e psicotico reduce dal Vietnam, soffre di insonnia cronica e decide quindi di farsi assumere come tassista notturno. Guidando incessamente per le strade di New York, entra in contatto con un mondo degradato che finisce per esacerbare la sua sociopatia e i suoi disturbi di personalità. La situazione peggiora quando, invaghitosi dell'avvenente Betsy (Cybill Shepherd), attivista che collabora alla campagna del candidato alle elezioni presidenziali Charles Palantine (Leonard Harris), viene da questa respinto. Ossessionato dall'idea di "ripulire la città", trasferisce tutto il suo odio sull'uomo politico, che vede come un simbolo del male imperante. Pianificherà di ucciderlo, ma non riuscendoci si getterà a testa bassa in un violento e sanguinoso scontro a fuoco per salvare una baby prostituta (Jodie Foster) dal suo sfruttatore (Harvey Keitel): e finirà con l'essere osannato dai mass media come un eroe. Uno dei più grandi film di tutti i tempi, capolavoro di Scorsese e dello sceneggiatore Paul Schrader, "Taxi Driver" coglie alla perfezione il malessere sociale ed esistenziale che permeava l'America a metà degli anni settanta, una nazione sconvolta dal trauma della guerra, dagli scandali politici e dalle rivolte sociali. Fu in effetti uno dei primi film a portare sullo schermo i disagi dei reduci del Vietnam, oltre che ad enfatizzare l'ambiguità della figura del "vigilante", mostrando quanto fosse sottile il confine fra bene e male (è solo per caso che Travis passa dall'essere un terrorista al diventare un eroe). Graziato dall'interpretazione di De Niro (cui Scorsese concesse ampio spazio di improvvisazione), il film lanciò definitivamente le carriere parallele dell'attore e del regista, che per lungo tempo continuarono a viaggiare di pari passo, e ha influenzato profondamente l'humus del cinema americano per molti anni a venire.

Schrader, che si ispirò alle memorie di Arthur Bremer (autore nel 1972 di un attentato contro un candidato alla presidenza) e alle "Memorie del sottosuolo" di Dostoevskij, oltre che all'esistenzialismo di Sartre e Camus, descrive la città come un vero e proprio inferno popolato da anime irrequiete e disperate, fra sporcizia, delinquenza e prostituzione. Investita da un'insolita ondata di calore estivo e deturpata anche da uno sciopero della nettezza urbana, la New York in cui si muove Travis simboleggia in realtà tutte le metropoli del mondo (lo script iniziale era ambientato a Los Angeles, ma la location fu cambiata perché nella città californiana i taxi non sono così diffusi). L'ottima fotografia di Michael Chapman, iperrealista e colorata, esalta questa visione "infernale" di una città notturna, con le strade illuminate dai neon delle insegne e soffocate dal vapore che fuoriesce dai tombini. In generale, Scorsese volle che la consistenza delle immagini ondeggiasse fra la realtà e il sogno, "come se la pellicola fosse ambientata in un limbo dove la coscienza è annebbiata". La regia avvolgente e dinamica, piena di carrelli e di ralenti, supera sé stessa nella virtuosistica sequenza finale dello scontro a fuoco, con la macchina da presa che monitora dall'alto le azioni degli uomini, quasi a volerne prendere le distanze e infine distogliere lo sguardo. La scena, fra l'altro, presenta colori desaturati rispetto al resto del film perché la commissione di censura lamentò che fosse troppo cruenta. La bellissima colonna sonora, opera di Bernard Herrmann, fu l'ultima opera del compositore (che morì prima che il film giungesse nelle sale: la pellicola è dedicata alla sua memoria) e comprende un tema principale col sassofono, mellifuo e malinconico, mentre in sottofondo si odono suoni profondi e dissonanti che simboleggiano la città, i suoi rumori, le sue trappole e la sua decadenza. Il mood jazzistico ben si sposa con un personaggio che vaga alla ricerca di sé stesso.

Immerso in un mondo di vizio, violenza e degrado, il protagonista si illude di essere al di sopra di tutto questo, al punto da vedersi come un angelo vendicatore (la simbologia religiosa, come sempre, in Scorsese è onnipresente), destinato a purificare la città. In realtà Travis ne è parte indissolubile, ne accetta le regole e non ne è immune (come dimostra la sua dipendenza dalla pornografia: ne è talmente assuefatto che gli pare del tutto normale portare Betsy a guardare un film per adulti durante il loro primo appuntamento, perdendo così di colpo ogni possibilità di mantenere un legame con la donna, che pure in qualche modo era da lui attratta e affascinata). La sua psicosi paranoide procede attraverso varie fasi, e la sua trasformazione finale in vigilante è al tempo stesso inevitabile e casuale. Rifiutato non solo da Betsy ma dall'intera società (un rifiuto, questo, che sembra corrisposto, vista la sua escerbata solitudine), Travis cerca faticosamente una nuova ragione per esistere e per tenersi a galla in un mare di follia ed ipocrisia: prova a "riorganizzare la sua vita", acquista armi da fuoco per difendersi (ma gli capiterà ben presto di usarle in altro modo), giunge poi alla convinzione di avere un compito da svolgere (uccidere Palantine). E quando fallisce miseramente anche in questo, è con spirito suicida che corre in aiuto di Iris, finendo per diventare controvoglia un eroe. Non si tratta di un personaggio simpatetico: cineasti e spettatori ne vedono tutta la follia e la psicosi, eppure non si può fare a meno di partecipare alle sue vicende, di "tifare per lui" in alcune occasioni, di assistere con curiosità agli sviluppi della sua storia, quella in fondo di un personaggio anonimo in una metropoli che annulla ogni residuo di umanità (per Iris, la salvezza consisterà nel tornare nel paese di campagna dal quale proviene).

Durante le riprese del film, De Niro stava lavorando contemporaneamente a "Novecento" di Bertolucci e si spostava spesso in aereo da un continente all'altro. La sua interpretazione, una delle più celebri della sua carriera, deve molto anche all'improvvisazione. In particolare, il celebre monologo davanti allo specchio ("Ma dici a me? Dici a me? Non ci sono che io qui...") non era previsto nella sceneggiatura. La scena divenne così popolare che in seguito fu rifatta, citata, parodiata innumerevoli volte (persino dallo stesso attore, per esempio ne "Le avventure di Rocky e Bullwinkle"!). Certo, in italiano vanta anche il valore aggiunto della voce di Ferruccio Amendola, lo storico doppiatore di De Niro. Anche dialoghi come quello fra Travis e Betsy nel caffè furono improvvisati sul momento. Fra gli elementi del personaggio diventati iconici, da ricordare il taglio alla mohicana che il protagonista sfoggia al momento in cui tenta di assassinare Palantine: fu scelto perché si trattava di un tipo di acconciatura adottata da molti soldati americani mentre combattevano nella giungla in Vietnam. Quanto al resto del cast, l'allora tredicenne Jodie Foster (che aveva già recitato per Scorsese in "Alice non abita più qui") fu seguita da uno psicologo per assicurarsi che non fosse traumatizzata dall'ambiguità della sua parte. In ogni caso, venne sostituita da una controfigura (la sorella diciannovenne) nella scena in cui accenna a slacciare i pantaloni di Travis. Il ruolo la fece diventare una star, e le procurò anche un pericoloso stalker, John Hinckley Jr., che per attirare la sua attenzione qualche anno più tardi cercò di assassinare il presidente Reagan. Harvey Keitel, protagonista dei primissimi film di Scorsese, recita nel ruolo del magnaccia. Fra gli altri volti si riconoscono Peter Boyle, Albert Brooks e lo stesso Scorsese nei panni del passeggero tradito dalla moglie. Candidato a quattro premi Oscar, il film vinse la Palma d'Oro al Festival di Cannes.

23 maggio 2015

Youth - La giovinezza (Paolo Sorrentino, 2015)

Youth - La giovinezza
di Paolo Sorrentino – Italia 2015
con Michael Caine, Harvey Keitel
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

In un isolato albergo con centro benessere fra i monti della Svizzera, l'anziano compositore e direttore d'orchestra Fred Ballinger (Michael Caine) trascorre alcune settimane di vacanza in compagnia della figlia Lena (Rachel Weisz), reduce dalla separazione col marito, e dell'amico regista Mick Boyle (Harvey Keitel). Fred afferma di essersi "ritirato dal lavoro e dalla vita": si oppone alla richiesta di scrivere le sue memorie (come vorrebbe un editore francese), rifiuta di dirigere un concerto a Londra davanti alla regina Elisabetta e al principe Filippo (perché le sue "canzoni semplici", che aveva composto per la moglie, non devono essere interpretate da altri), e in generale sembra aver rinunciato ad amare ("Le emozioni sono sopravvalutate"). Al contrario, Mick è al lavoro con un gruppo di giovani sceneggiatori per preparare un nuovo film, che dovrà essere il suo "testamento spirituale". Ma le passeggiate in montagna e gli incontri con gli altri ospiti dell'albergo porteranno Fred a riflettere sul tempo, sui ricordi e sulla vecchiaia: e osservando il vicolo cieco in cui si ritrova Mick (il quale, quando la sua attrice-musa Brenda rifiuta di fare il film, scopre di non avere più altro davanti a sé), alla fine accetterà di lasciarsi il passato alle spalle. Dopo il successo de "La grande bellezza", Sorrentino torna ai suoi temi favoriti (il tempo, la vecchiaia, la decadenza) ma li affronta da un nuovo punto di vista e con un respiro differente. Qui l'argomento centrale è proprio il tempo, il contrasto fra il passato (con i suoi ricordi che svaniscono, le glorie, i piccoli episodi acquistano un diverso significato) e il futuro (quello dei figli, quello del proprio lascito artistico). E Fred, osservando l'amico Mick che si rivelerà incapace di liberarsi dei fantasmi del tempo andato (fondamentale la scena in cui il regista, attraverso il telescopio del rifugio alpino, spiega ai giovani colleghi come da vecchi si guarda tutto all'indietro e da lontano), sceglierà invece di andare avanti. La pellicola, comunque, ha un respiro corale, grazie allo spazio che dedica a tutti gli altri ospiti dell'albergo, tutti in qualche modo legati al proprio passato: un attore (Paul Dano) in cerca di ispirazione per il suo nuovo personaggio (nientemeno che Adolf Hitler, che proprio sulle Alpi aveva una casa di vacanze), che a sua volta vorrebbe dimenticarsi di una parte della sua carriera (un ruolo in un film di fantascienza che gli ha dato la celebrità suo malgrado); una coppia che apparentemente non ha più nulla da dirsi, visto che resta in silenzio durante tutta la sua permanenza; gruppi di arabi o di russi dall'aspetto enigmatico; un misterioso monaco buddhista in perenne meditazione; una giovane escort accompagnata dalla madre; e nientemeno che Diego Armando Maradona (interpretato dall'attore argentino Roly Serrano), ingrassato a dismisura, che sogna la propria gloria passata (mentendo alla compagna: "A cosa stavi pensando?" "Al futuro") e palleggia con una pallina da tennis.

Curiosamente, sono invece i personaggi più giovani (il bambino violinista, la ragazzina nel negozio di orologi, la sorprendente Miss Universo) a dare loro lezioni di saggezza su come rinunciare ai rimpianti e accettare tutte le cose che formano il proprio passato, in quanto hanno contribuito a fare di loro quello che sono adesso, anziché rinnegarle, rimuoverle o considerarle barriere insuperabili. E che è importante cogliere l'attimo, anche perché spesso la vita pone ostacoli inaspettati con cui bisogna fare i conti (necessità pratiche o economiche, come quelle che spingono Brenda a rifiutare il film di Mick in favore di una serie televisiva di bassa qualità; problemi fisici, come quelli che "appesantiscono" Maradona e deformano il suo magico sinistro; in generale l'imprevisto, come la separazione di Lena dal marito alla vigilia di una vacanza; o semplicemente la vecchiaia, come nel caso di Fred e Mick) e che contrastano con quegli ideali di arte e di perfezione che i nostri protagonisti sognano invano (persino la tanto attesa Miss Universo, alla sua prima apparizione, non sembra granché: spettinata, disordinata, con un herpes... ma più tardi, in piscina e al momento giusto, la sua incarnazione della bellezza esploderà in tutto il suo fulgore, proprio come se fosse la natura stessa). Esteticamente suggestivo, il film – il secondo girato da Sorrentino in lingua inglese (dopo "This must be the place") – conferma il regista come il più talentuoso dei nostri autori dal punto di vista tecnico: la fusione di sogni, ricordi, immagini del presente e si attua in una serie di quadri da ricordare (Fred che "dirige" i campanacci delle mucche e i rumori della natura; Mick che incontra sui prati le cinquanta attrici con cui ha lavorato in precedenza; Lena che sogna un videoclip di Pamela Faith, la popstar che le ha rubato il marito; e ancora, le sessioni di massaggi, le canzoni e gli spettacoli serali, e in generale il panorama alpino). Nel ricco cast, Jane Fonda è Brenda, l'attrice-musa di Mick; Madalina Ghenea è Miss Universo; Luna Zimic Mijovic è la giovane massaggiatrice; Robert Seethaler è l'alpinista che "riaccende" la passione di Lena. Roly Serrano, che interpreta Maradona, sfoggia un incredibile tatuaggio di Karl Marx sulla schiena (nella realtà il "pibe de oro" ha il volto di Che Guevara tatuato su un braccio). Nel ruolo di sé stessi compaiono la popstar Pamela Faith, il cantante Mark Kozelek e la soprano Sumi Jo. La pellicola è stata girata allo Schatzalp Hotel di Davos, lo stesso albergo citato da Thomas Mann ne "La montagna incantata". Bella la colonna sonora di David Lang (che ingloba anche brani di Igor Stravinsky, la cui tomba a Venezia è visitata da Fred nel finale).

26 ottobre 2014

Mean streets (Martin Scorsese, 1973)

Mean Streets - Domenica in chiesa, lunedì all'inferno
(Mean Streets)
di Martin Scorsese – USA 1973
con Harvey Keitel, Robert De Niro
***

Rivisto in DVD.

La carriera di Scorsese spicca definitivamente il volo con questo lungometraggio, che lo pone al centro dell'attenzione di critica e di pubblico e che in un certo senso è una rilettura della sua pellicola d'esordio, "Chi sta bussando alla mia porta?", di cui riprende molti temi, l'ambientazione (le strade di Little Italy) e il protagonista (Harvey Keitel). Il regista ha dichiarato che si tratta di un lavoro in parte autobiografico, essendo basato su fatti cui aveva assistito negli anni della sua crescita nel quartiere newyorkese, del quale cattura la vita e le atmosfere in maniera accurata, anche attraverso lo slang ("Right?" "Come on!"). Keitel è Charlie, rampante nipote di un boss che intende farne il suo erede e che ha per lui grandi progetti, come quello di dargli in gestione un ristorante. Ma nel frattempo il ragazzo trascorre il tempo con gli amici nei locali notturni e si dà da fare per tenere fuori dai guai l'impetuoso Johnny Boy (Robert De Niro), sconsiderata testa calda e perennemente indebitato con tutti. Come Francesco d'Assisi, la sua figura di riferimento, Charlie è disposto a sacrificare ogni cosa per l'amico: gli fa da garante con i creditori, cerca di trovargli un lavoro, e finirà col fare le spese della sua irresponsabile tendenza all'autodistruzione. In un ambiente caotico (per le strade ci sono continuamente feste, sagre e confusione) e che pure segue leggi ferree, dove le conoscenze e le amicizie (giuste o sbagliate) possono indirizzare il destino di una persona, Charlie è ritratto in balia delle proprie contraddizioni (alcune delle quali sono esplicitate, forse eccessivamente, dal sottotitolo italiano). Devoto cattolico, è convinto che per farsi perdonare i propri peccati non bastino le preghiere recitate in chiesa ma si debbano scontare penitenze di persona e nelle strade (spesso lo vediamo avvicinare le dita della mano a una fiamma viva, quasi per provare com'è il bruciore dell'inferno) e cerca a fatica di barcamenarsi fra responsabilità di diverso tipo: verso la famiglia (lo zio, che pretende da lui un comportamento più consono a un futuro boss), l'amicizia (per Johnny Boy; ma anche per Tony, proprietario di un locale notturno; e per Michael, "affarista" con le mani in pasta in ogni cosa e principale creditore dell'amico), l'amore (ha una relazione segreta con Teresa, cugina epilettica di Johnny Boy, che ovviamente lo zio non approva) e tentazioni varie (come l'infatuazione "inappropriata" per una spogliarellista di colore). Scorsese mette ordine in questo potpourri con una regia realistica e avvolgente, che porta lo spettatore a sentirsi parte del mondo in cui si svolge la storia, esibendo dunque sin dall'inizio la sua grande capacità di narratore per immagini (fondamentale la fotografia di Kent Wakeford) ma anche la sua cinefilia (Charlie, che si dichiara fan di John Wayne, va spesso al cinema: nella pellicola sono mostrati spezzoni di "Sentieri selvaggi" di John Ford e de "I vivi e i morti" di Roger Corman, il mentore dello stesso Scorsese; e nel finale, la scena in cui il protagonista esce dalla macchina dopo l'attentato si rispecchia in una sequenza analoga del film in bianco e nero che lo zio Giovanni sta guardando in televisione, "Il grande caldo" di Fritz Lang). La donna che soccorre Teresa dopo l'attacco epilettico è Catherine, madre del regista e comparsa frequente nei suoi film. Ricca colonna sonora, che comprende diversi classici napoletani, e grande acclamazione per la prova di un De Niro quasi agli esordi, che prenderà presto il posto dello stesso Keitel come attore feticcio del regista.

10 maggio 2014

Chi sta bussando alla mia porta? (M. Scorsese, 1967)

Chi sta bussando alla mia porta? (Who's that knocking at my door)
di Martin Scorsese – USA 1967
con Harvey Keitel, Zina Bethune
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Il giovane J.R. (Keitel) vive nella Little Italy di New York, dove bighellona per le strade e i bar con gli amici Joey (Lennard Kuras) e Sally "Gagà" (Michael Scala). Un giorno conosce una ragazza (Bethune) sul traghetto che collega Manhattan a Staten Island, comincia a frequentarla e progetta di sposarla. Ma quando lei gli racconta di essere stata violentata dal suo precedente boyfriend, i suoi valori cattolici vanno in crisi ("Ci sono le battone, e poi ci sono le ragazze. Nessuno sposerebbe una battona, perché non è vergine"). Il lungometraggio d'esordio di Scorsese, girato quando il regista aveva fra i 23 e i 25 anni e interpretato dal suo compagno di corso alla scuola di cinema Harvey Keitel, è una pellicola incredibilmente già del tutto matura sia per stile sia per contenuti, e anticipa per più cose il successivo "Mean streets". Il tema della colpa in senso cattolico (per il complessato J.R. il rapporto con l'altro sesso si risolve in una dicotomia fra Madonna e puttana) si fonde con la vita di tutti i giorni di giovani delinquentelli italo-americani nel tipico scenario urbano newyorkese, mentre la fotografia in bianco e nero (assai sgranata e realista, in particolare nelle scene notturne, quasi da documentario) guarda a Cassavetes o al cinema europeo dell'epoca, e il montaggio frenetico e anti-narrativo (di Thelma Schoonmaker, che rimarrà una collaboratrice abituale del regista) fonde in continuazione il presente con frammenti di ricordi, pensieri o fantasie del protagonista. Se il risultato pare già compiuto, la gestazione del film è stata lunga e travagliata: il progetto iniziale (intitolato "Bring on the dancing girls") risale al 1965, sotto forma di film studentesco per la New York University, e prevedeva soltanto le vicende di J.R. e dei suoi amici che bighellonavano per la città. La pur credibile sottotrama romantica con Zina Bethune fu inserita successivamente, nel 1967, quando la pellicola fu proiettata per la prima volta in pubblico con il titolo "I call first". L'anno successivo, su insistenza del produttore di exploitation Joseph Brenner, Scorsese aggiunse la scena in cui Keitel si immagina in compagnia di una serie di prostitute, e la pellicola uscì nelle sale nel 1969 nella forma e con il titolo attuale (anche se nel 1970 fu brevemente rieditata come "J.R."). La sequenza in questione, con un rapido montaggio di immagini di nudo sulle note di "The end" di Jim Morrison, è comunque solo una delle tante in cui la colonna sonora, tutta a base di canzoni pop anni sessanta, gioca un ruolo importante (Scorsese ha citato Kenneth Anger come fonte di ispirazione per l'uso della musica): da ricordare per esempio anche la scena dello stupro della ragazza, mentre la radio suona "Don’t ask me to be lonely" in maniera frammentata e distorta; e quella conclusiva ambientata in chiesa, fra le statue di Cristo e dei santi, con la canzone "Who's that knocking?" che dà il titolo al film. Col senno di poi, il regista ha messo davvero tanto di suo nel personaggio, a cominciare dalla cinefilia: vedi le discussioni di J.R. sul cinema western (è un fan di John Wayne e di "Sentieri selvaggi"). La donna che cucina nella scena iniziale è Catherine Scorsese, la vera madre di Martin.

24 luglio 2013

Le iene (Quentin Tarantino, 1992)

Le iene (Reservoir dogs)
di Quentin Tarantino – USA 1992
con Harvey Keitel, Tim Roth
****

Rivisto in DVD, con Eleonora e Sabrina.

Dopo un furto in una gioielleria finito male, alcuni dei rapinatori sopravvissuti si rifugiano in un magazzino isolato, per raccogliere le idee e capire se fra loro si nasconde un traditore. Fra inattesi colpi di scena e flashback chiarificatori, seguirà una sanguinosa resa dei conti. Fologorante esordio alla regia di Quentin Tarantino, autore-cinefilo con la passione per il cinema di genere (su tutti i B-movies, i film di exploitation e i poliziotteschi italiani degli anni settanta) e già autore di un paio di sceneggiature ad alta tensione che verranno portate sullo schermo negli anni immediatamente successivi ("Una vita al massimo", "Natural Born Killers"), ha il suo punto di forza nella sceneggiatura dello stesso Quentin, che come nel successivo capolavoro "Pulp fiction" è a livello stratosferici, a mio parere mai più raggiunti in seguito dal regista. Pur non descrivendo la rapina, ma solo i suoi preparativi e le conseguenze del suo fallimento, il film è permeato da una forte violenza grafica e da una suspense capace di raggiungere punte assai elevate. La ricchezza dei dialoghi (anche quando l'oggetto della discussione è marginale rispetto alla vicenda principale: vedi il meraviglioso incipit nella caffetteria, dove si discorre sul significato di "Like a Virgin" di Madonna o si filosofeggia sulle mance alle cameriere) e le battute affilate e ciniche al servizio di personaggi ottimamente caratterizzati si sposano con una struttura narrativa non lineare, coadiuvata da un montaggio che porta continuamente avanti e indietro nella vicenda, giocando con le attese degli spettatori e rivelando informazioni e retroscena dei personaggi solo quando è il momento giusto: in questo modo fa montare inesorabilmente la tensione fino a liberarla all'improvviso in scoppi di violenza che giungono inaspettati e come pugni nello stomaco. Come se non bastasse, a questo si aggiunge un fermo controllo sulla materia trattata (che apparentemente ricorre persino all'unità di tempo e di spazio – se si eccettuano per l'appunto i brevi flashback, l'intero film è ambientato in un vasto capannone – e fa quasi pensare di trovarsi di fronte a un testo teatrale), nonché l'eccellente studio dei personaggi (caratterizzati con una forte ambiguità morale) e la straordinaria capacità di dirigere gli attori, un formidabile cast che comprende vecchie glorie (Keitel) e giovani talenti (Roth), nomi allora sconosciuti (Madsen) e habitué del cinema indipendente (Buscemi), tutti messi in condizione di sfornare prove davvero intense.

Dopo aver venduto le sue prime sceneggiature e aver frequentato un workshop al Sundance Film Institute di Robert Redford, Tarantino era stato incoraggiato a mettersi dietro la macchina da presa dal regista Monte Hellman, che lo aveva aiutato anche a trovare finanziamenti. Inizialmente avrebbe dovuto trattarsi di una pellicola a bassissimo budget, senza nomi di rilievo nel cast (gli interpreti, a parte lo stesso Tarantino e l'amico-produttore Lawrence Bender, dovevano essere i colleghi del videonoleggio dove Quentin lavorava): solo con l'ingresso di Harvey Keitel, che volle figurare anche come co-produttore, il progetto salì di livello. Girato in sole cinque settimane, il film si basa su un soggetto che – a detta dello stesso Tarantino – è fortemente debitore a "Rapina a mano armata" di Stanley Kubrick, da cui riprende non solo il tema principale ma anche l'utilizzo di una narrazione decostruita. Altra fonte di ispirazione è il noir hongkonghese "City on fire" di Ringo Lam, la cui seconda metà presenta virtualmente la stessa trama de "Le iene". Ma vista la cinefilia di Tarantino, la sua caratteristica di "rimasticatore" del cinema di genere e la sua passione per citazioni e riferimenti, non deve stupire come in questo film d'esordio abbondino gli omaggi a pellicole del passato. L'iconico abbigliamento dei sei rapinatori (giacca e cravatta con occhiali neri, come veri e propri "men in black" o magari impiegati del crimine) richiama quello dei protagonisti della saga di "A better tomorrow" di John Woo, in particolare il secondo episodio. I nomi in codice basati sui colori – Mister Black, Mister Orange, Mister Pink... – provengono dal thriller "Il colpo della metropolitana" di Joseph Sargent. La violenza iperstilizzata fa pensare alle opere d'esordio di Martin Scorsese ("Mean Streets") e ai western crepuscolari di Sam Peckinpah ("Il mucchio selvaggio"). La sequenza del taglio dell'orecchio potrebbe essere stata ispirata dal western italiano "Django" di Sergio Corbucci così come dal giapponese "The shogun assassin" di Kinji Fukasaki, ma più probabilmente dal film noir "La polizia bussa alla porta" di Joseph H. Lewis (il cui cattivo è un sadico gangster che si chiama, guarda caso, Mr. Brown). E Quentin condisce il tutto con ulteriori riferimenti a film, canzoni, fumetti che ama: da Pam Grier (protagonista di tante pellicole blaxploitation e futura protagonista di "Jackie Brown") ai Fantastici Quattro (si cita la Cosa, si vede un poster di Silver Surfer).

La decisione di non mostrare le sequenze della rapina è stata spiegata dal regista come una scelta voluta e non solo una questione di budget. Il film, di fatto, non è un heist movie: non parla del furto ma "di altre cose". Oltre ai sei rapinatori – Mr. White (Harvey Keitel, il gangster compassionevole), Mr. Orange (Tim Roth, il poliziotto infiltrato), Mr. Pink (Steve Buscemi, la macchietta comica), Mr. Blonde (Michael Madsen, il sadico psicopatico), Mr. Brown (Quentin Tarantino) e Mr. Blue (Edward Bunker), con gli ultimi due che escono di scena quasi subito – il roster comprende di fatto solo altri quattro personaggi: Joe (Lawrence Tierney), l'organizzatore della rapina; Eddie "il bello" (Chris Penn), suo figlio; Holdaway (Randy Brooks), l'agente che istruisce Mr. Orange; e Marvin (Kirk Baltz), il poliziotto catturato e torturato da Mr. Blonde in quella che è forse la scena che più rimane impressa nella memoria dello spettatore. Da notare che il vero nome di Mr. Blonde (uno dei pochi che viene rivelato) è Vic Vega: si tratta infatti del fratello di Vincent Vega, il personaggio interpretato da John Travolta in "Pulp Fiction". Fra i progetti di Tarantino c'era anche un film sui due fratelli Vega ("The Vega Brothers"), ambientato ovviamente prima degli eventi dei suoi due film d'esordio, ma la cosa non si è mai realizzata (e difficilmente lo sarà, vista ormai l'età dei due attori). Fondamentale, come nella pellicola seguente, la colonna sonora, tutta a base di canzoni vintage (prevalentemente degli anni settanta, visto che in gran parte vengono ascoltate alla radio, attraverso la trasmissione "K-Billy's Super Sounds of the Seventies", il cui dj ha nella versione originale la voce di Steven Wright): fra le altre spiccano "Little Green Bag" (The George Baker Selection, sui titoli di testa), "Fool for Love" (Sandy Rogers), "Stuck in the Middle with You" (Stealers Wheel, nella scena della tortura) e "Coconut" (Harry Nilsson, sui titoli di coda). Inizialmente presentato proprio al Sundance Film Festival, il film ottenne un meritato successo di critica ma rimase per lo più sconosciuto al grande pubblico. Dopo il successo di "Pulp fiction", nel 1994, fu rieditato nelle sale, riscuotendo nuovo interesse ma anche correndo il rischio di essere irrimediabilmente "accomunato" al secondo lavoro del regista (ricordo per esempio che gli spettatori esplodevano in risa fragorose anche durante scene, come quella dell'orecchio tagliato, che erano state costruite come disturbanti e in cui francamente non c'era niente da ridere: anche se l'humor nero ne "Le iene" non manca, il livello di ironia fra le due pellicole è infatti ben diverso, ma molti non se ne accorgevano e si lasciavano trascinare dalle loro aspettative). In Italia il film ha ispirato l'omonimo programma televisivo, i cui conduttori e inviati si vestono come i protagonisti della pellicola stessa.

19 giugno 2013

The congress (Ari Folman, 2013)

The congress (id.)
di Ari Folman – Israele/Fra/Ger/Pol 2013
con Robin Wright, Harvey Keitel
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Robin Wright, attrice in declino, viene convinta dall'agente Al (Keitel) a lasciare che gli studi Miramount digitalizzino la sua immagine per creare una "interprete virtuale" da usare a proprio piacimento nei futuri film: in cambio di una grossa somma di denaro (che le servirà per tentare di curare la grave malattia degenerativa che ha colpito suo figlio Aaron), dovrà anche promettere di non recitare mai più dal vivo. Vent'anni dopo, la donna – in quanto simbolo degli studios – è invitata a partecipare a un "congresso futurista" nel corso del quale viene a sapere che la Miramount è pronta ad andare persino oltre il cinema: ha infatti sviluppato una sostanza chimica e allucinogena che permette a chi la inala di sperimentare direttamente le illusioni generate dalla propria mente. Quando l'albergo dove si svolge il congresso viene preso d'assalto durante una rivolta, la sostanza viene liberata nell'aria e dà vita a un mondo completamente dominato dalle allucinazioni. Ispirandosi liberamente al romanzo "Il congresso di futurologia" di Stanislaw Lem, Folman (già regista di "Valzer con Bashir") realizza un film surreale, stratificato e ambizioso, che mescola più piani di verità. Metacinematografico, lisergico, fantascientifico, esistenzialista, colmo di riferimenti cross-culturali che fondono la realtà con la fiction (la Wright recita di fatto nel ruolo di una versione fittizia di sé stessa, di cui comunque condivide la carriera, la famiglia – anche nella realtà è divorziata con due figli – e parecchi tratti caratteriali: curiosamente all'inizio afferma di non amare la fantascienza, e poi si ritrova protagonista proprio di un film di questo genere), può lasciare disorientati ma anche affascinare per la sua ricchezza tematica e (soprattutto) visiva. Se la prima parte della pellicola è recitata dal vivo, infatti, la seconda (quella che deriva direttamente dal romanzo di Lem) è tutta in animazione, con disegni retrò e underground e una straordinaria inventiva grafica, dalla fantasia sfrenata e colma di rimandi pop (da notare che, trattandosi di allucinazioni generate dalla mente, è naturale che quelle di Robin siano in linea con l'immaginario di un'attrice nata e cresciuta negli anni settanta: icone hollywoodiane, simboli della controcultura "seventies" e un pizzico di religione; nel finale, invece, quando la donna si focalizzerà sull'obiettivo di ritrovare il figlio, ne "rivivrà" la vita fino a ricongiungersi con lui). Nel cast anche Danny Huston, il produttore della Miramount, e Paul Giamatti, il medico che visita Aaron. Quest'ultimo è appassionato di volo e di aviazione: e il suo aquilone rosso è come un filo (di Arianna) che guida Robin nella sua odissea e la aiuta a trovare la strada. Bella la colonna sonora di Max Richter. Il nome degli studi Miramount fa riferimento, ovviamente, alla Paramount, mentre nella figura del "guru" Reeve Bobs si riconosce Steve Jobs.

23 maggio 2013

I duellanti (Ridley Scott, 1977)

I duellanti (The duellists)
di Ridley Scott – GB 1977
con Keith Carradine, Harvey Keitel
***

Rivisto in DVD, con Giovanni, Eleonora, Marco, Paola, Marta e Sabrina.

Per tutta la vita, l'ufficiale napoleonico Armand d'Hubert (Keith Carradine) è perseguitato dal "collega" Gabriel Feraud (Harvey Keitel), che ritiene di aver ricevuto da lui un'offesa da lavare con il sangue in un duello. Che si sia in pace o in guerra, che i due siano sullo stesso fronte (la campagna di Russia) o su fronti contrapposti (dopo l'esilio di Napoleone, Feraud rimane un fervente bonapartista mentre d'Hubert passa dalla parte di Luigi XVIII), ogni volta che le loro strade tornano a incrociarsi ecco che inevitabilmente il duello prosegue, senza mai giungere a una conclusione definitiva. Per il suo esordio cinematografico, Ridley Scott (fino ad allora regista pubblicitario) sceglie di adattare un racconto di Joseph Conrad, "Il duello" (inizialmente aveva pensato a "Cuore di tenebra", per poi farsi da parte quando venne a sapere che ci stava già lavorando Francis Ford Coppola). Il film ottenne un ottimo riscontro di critica, vincendo fra le altre cose il premio per la miglior opera prima al Festival di Cannes. Rispetto al racconto originale, la storia è ampliata (per esempio con l'introduzione del personaggio di Laura, la donna amata da Armand) ma soprattutto è narrata in maniera assai cinematografica. Uno dei suoi maggiori pregi, che diverrà peraltro il marchio di fabbrica del regista, è proprio la qualità pittorica e naturalistica dell'immagine, grazie alla cura estrema della luce e della fotografia, che esalta gli scenari e gli ambienti. Anzi, come spesso capita con Scott, la forma rischia di prevalere sulla sostanza: se visivamente si resta abbagliati e affascinati dalla ricostruzione storica, dagli echi kubrickiani (evidenti i rimandi estetici e manieristici a "Barry Lyndon") e tarkovskiani (la campagna che fa di sfondo al duello conclusivo, con le sue rovine fra la vegetazione, sembra una regione della "Zona" di Stalker), per contro la trama è davvero esile e all'approfondimento psicologico dei personaggi (soprattutto di Feraud, ridotto alla sua ossessione per il duello che lo porta persino a mistificare la realtà, quando gli viene chiesta la ragione del suo scontro con Armand) è dato poco spazio. Ma ciò nonostante, il film funziona benissimo: Feraud in fondo è il "cattivo" della storia, e la sua inspiegabile ostinazione (agli occhi tanto di d'Hubert quanto dello spettatore) ne fa un "mostro" simile all'Alien del film successivo del regista (o al camionista rivale di "Duel"). Di contro, del più limpido Armand seguiamo da vicino tutte le vicende, l'evolversi della carriera, il farsi una famiglia, il cercare di ricostruirsi una vita normale al di fuori dell'esercito e della politica (pur rimanendone sempre coinvolto): il film non è simmetrico, è lui il vero protagonista con cui identificarsi. Nel cast anche Albert Finney, Tom Conti, Robert Stephens, Diana Quick, Cristina Raines e, in un ruolo minuscolo (il valletto-barbiere del generale Treillard), Pete Postlethwaite (alla sua prima apparizione sul grande schermo). Alla resa dei conti, la pellicola si rivela un esordio con i fiocchi, grazie anche a due interpreti in stato di grazia: certo che, a giudicare dai suoi tre primi lungometraggi (dopo questo ci furono "Alien" e "Blade Runner"), ai tempi si sarebbe stati tentati di collocare Scott nell'olimpo dei grandi registi, con gli Scorsese, i Kubrick e i Kurosawa: in seguito, invece, alternerà pochi altri film di grande livello a tante pellicole deludenti. Per l'aspetto puramente tecnico, comunque, resta uno dei miei preferiti; sarà per questo che non mi perdo mai un suo lavoro.

10 luglio 2012

Alice non abita più qui (M. Scorsese, 1974)

Alice non abita più qui (Alice doesn't live here anymore)
di Martin Scorsese – USA 1974
con Ellen Burstyn, Kris Kristofferson
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

Dopo la morte improvvisa di un marito violento e che non amava, Alice Hyatt prende con sé il figlio Tommy (Alfred Lutter), lascia la cittadina del New Mexico dove abitava e si mette in viaggio con l’intenzione di raggiungere Monterey, in California, il luogo dove aveva vissuto felicemente in gioventù. Durante il percorso sarà costretta ad alcune tappe forzate per guadagnare il denaro necessario per proseguire il cammino: a Phoenix riuscirà a farsi assumere come cantante in un piano bar, ma un altro uomo violento e inaffidabile (Harvey Keitel) la costringerà a ripartire; a Tucson, dove si ridurrà a fare la cameriera in un bar di quart’ordine (il Mel’s Diner), si innamorerà invece del proprietario di una fattoria (Kris Kristofferson) e, dopo alcuni alti e bassi, sceglierà di rimanere con lui. Appassionante spaccato di vita “on the road” sul tema del cambiamento e sulle difficoltà di una vedova (con figlioletto vivace al seguito) nel ricostruirsi una nuova esistenza, fra sogni di gioventù e speranze di un futuro migliore, disillusioni e l’impossibilità di stare senza un uomo. Si tratta del quarto film di Scorsese ma anche del suo primo lavoro hollywoodiano dopo tre pellicole indipendenti (il film è prodotto dalla Warner Bros, studio con cui la Burstyn aveva appena girato “L’esorcista”). Fu proprio l’attrice, che desiderava fare un “diverso tipo di film, con una storia vista da una prospettiva femminile”, a scegliere il copione e a chiedere di lavorare con un regista “giovane e nuovo”. Il nome di Scorsese le venne suggerito dall’amico Coppola, e il regista accettò di buon grado di dirigere il film come risposta a quei critici che dopo "Mean Streets" lo accusavano di saper fare solo film "maschili". Il titolo è ispirato a una canzone degli anni trenta, così come “datate” sono molte delle canzoni che fanno parte della colonna sonora. Oltre alla viva e vibrante atmosfera di fondo, che fortunatamente non sfocia mai nel melodrammatico o nella soap opera (nonostante l'ironico incipit in stile retrò e alla Douglas Sirk), rimane impressa la fotografia iperrealista, dai toni accesi e – soprattutto nella prima parte – virati sul rosso e sui colori caldi. Ellen Burstyn vinse l’Oscar per la miglior interpretazione femminile. Diane Ladd è l'estroversa e sboccata Flo, una delle colleghe di Alice al bar, mentre Audrey, il “maschiaccio” amico di Tommy, è interpretata da una dodicenne Jodie Foster, che due anni dopo farà sensazione in un altro film di Scorsese, “Taxi Driver”. Dal film fu tratta anche una serie televisiva, la sitcom “Alice”, durata per ben nove stagioni.

19 giugno 2012

Moonrise Kingdom (Wes Anderson, 2012)

Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore (Moonrise Kingdom)
di Wes Anderson – USA 2012
con Jared Gilman, Kara Hayward
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Nel 1965, sull’isola di Penzance nel New England, due dodicenni trascurati e incompresi intraprendono un’ardita fuga d’amore: si tratta dell’orfano Sam, scappato dal locale campo scout estivo, e di Suzy, figlia maggiore di una coppia di avvocati che abitano presso il faro dell'isola. Lui è il meno popolare della truppa, lei è depressa e senza amici: troveranno conforto l’uno nell’altra e si dichiareranno amore eterno (unendosi anche in matrimonio in una parodistica cerimonia). Verranno però inseguiti dallo sceriffo (Bruce Willis), dal capo scout (Edward Norton), dai genitori di Suzy (Bill Murray e Frances McDormand) e da un’attivista dei servizi sociali che minaccia di rinchiudere Sam in riformatorio (Tilda Swinton), il tutto mentre sta per avvicinarsi un tifone dalla forza inaudita. Wes Anderson (un regista che proprio non riesco ad amare) non rinuncia agli elementi che contraddistinguono il suo cinema artificioso e macchiettistico (personaggi eccentrici, famiglie disfunzionali, una comicità ingessata, tanta "carineria" e uno stile grafico retrò che si ispira a Burton e Tarantino). Almeno stavolta la natura di “film-giocattolo” è resa meno fastidiosa dal tono fiabesco e vacanziero, nonché dal fatto che i protagonisti siano due bambini: quando sono in scena loro, la pellicola si fa seguire con piacere e richiama quegli esili romanzi d’avventura per adolescenti di cui proprio la giovane Suzy è appassionata. Velo pietoso, invece, sui personaggi adulti (mi chiedo spesso come attori di una certa caratura – oltre ai citati, nel ricco cast c'è anche Harvey Keitel – possano accettare parti così ridicole: l'unico che ne esce decentemente è l'inossidabile Bruce Willis). L’invadente colonna sonora di Alexandre Despiat è integrata da brani di Benjamin Britten e Hank Williams (oltre che da una canzone di Françoise Hardy).

31 agosto 2011

Tuta blu (Paul Schrader, 1978)

Tuta blu (Blue Collar)
di Paul Schrader – USA 1978
con Richard Pryor, Harvey Keitel
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Tre operai che lavorano alla catena di montaggio in una fabbrica di automobili di Detroit (Richard Pryor, Harvey Keitel e Yaphet Kotto) sono alle prese con problemi di vario genere, sul lavoro come nella vita. Messi alle strette dalle tasse e dai debiti, sotto la costante pressione dai datori di lavoro e sentendosi tutt'altro che tutelati dai sindacalisti, progettano una rapina notturna proprio nella sede locale del sindacato: ma anziché denaro, nella cassaforte troveranno documenti scottanti che mettono in luce attività illegali, corruzione e legami con il crimine organizzato. Divisi sul come agire (ricattare i rappresentanti sindacali? denunciarli alla polizia, ovvero ai "padroni", rischiando di essere bollati come traditori dagli altri operai? accettare un compromesso, sotto forma di una promozione per mettere tutto a tacere, entrando così a far parte dello stesso meccanismo corrotto?), i tre finiranno per dividersi e scontrarsi l'uno contro l'altro, proprio come uno dei personaggi – riferendosi all'establishment – aveva cinicamente preannunciato: "Mettono i vecchi contro i ragazzi, gli anziani contro i nuovi, i negri contro i bianchi... Fanno qualsiasi cosa per tenerci alla catena". Già sceneggiatore – due anni prima – di "Taxi Driver", Schrader esordisce alla regia con un film intenso e realista, che dietro una trama "gialla" e ricca di momenti di tensione (in particolare la rapina notturna, a malapena stemperata da inserti comici, come le maschere da carnevale che i tre indossano per celare il proprio volto) parla di contraddizioni e ingiustizie sociali: ne risulta uno spaccato esistenzialista che mostra come alla resa dei conti i lavoratori siano lasciati soli a sé stessi, stretti in una morsa senza via di uscita fra le aziende approfittatrici e un sindacato menefreghista e corrotto.

7 ottobre 2010

Clockers (Spike Lee, 1995)

Clockers (id.)
di Spike Lee – USA 1995
con Mekhi Phifer, Harvey Keitel
***

Visto in DVD, con Martin.

I clockers sono i piccoli spacciatori di droga che trascorrono il loro tempo seduti sulle panchine dei parchi pubblici in attesa di clienti. La giovane testa calda Ronny "Strike" (Phifer), che non ha mai lasciato il proprio quartiere, è uno di loro: il detective Rocco Klein (Keitel) della squadra omicidi sospetta proprio di lui quando si trova a indagare su uno dei tanti episodi violenti che bagnano di sangue le strade di Brooklyn, l'omicidio di uno spacciatore rivale, benché ad autoaccusarsi del delitto sia invece Victor, fratello maggiore di Ronny e apparentemente un uomo con la testa a posto. L'incapacità di Klein di comprendere la cultura in cui vive Ronny (fatta di vita di strada, droga e violenza), unita ai dubbi e al disagio esistenziale dello stesso ragazzo (con il malessere mentale che va di pari passo e si esplicita in un malessere fisico che lo tormenta per tutta la pellicola), darà vita a una catena di sospetti, vendette e tragedie. Uno dei migliori film di Spike Lee, e di certo fra i suoi lavori più complessi e ispirati, questa drammatica pellicola urbana mette in scena un mondo dove la violenza e i rapporti umani formano una rete talmente intricata da rendere confuse e superate le banali divisioni fra buoni e cattivi, bianchi e neri, razzisti e tolleranti, insomma quel manicheismo e quella retorica che avrebbero potuto affossare la storia. È quasi un sequel di "Fa' la cosa giusta", che alla sua uscita era stato criticato perché non menzionava minimamente il problema della droga. Inizialmente avrebbe dovuto dirigerlo Martin Scorsese (che comunque figura come produttore) e il protagonista doveva essere il detective Klein: quando il progetto è passato a Spike Lee, questi ha deciso di cambiare il punto di vista della vicenda e di scegliere Ronny come personaggio centrale, evidenziandone al massimo gli impossibili sogni di fuga (vedi la metafora dei trenini giocattolo), le illusioni di ricchezza e riscatto, i problemi di coscienza e la crisi d'identità che lo porta a mettere in discussione persino i propri rapporti familiari (che si tratti di veri parenti, come la madre e il fratello Victor, o di surrogati, come il boss Rodney per il quale spaccia droga – una sorta di secondo padre – o il piccolo Tyrone, verso il quale agisce come un fratello maggiore). Straordinaria la fotografia di Malik Hassan Sayeed, dai colori sgargianti e dalle atmosfere iperreali e visionarie. Nel cast anche John Turturro e Delroy Lindo.

10 novembre 2009

L'ultima tentazione di Cristo (M. Scorsese, 1988)

L'ultima tentazione di Cristo (The Last Temptation of Christ)
di Martin Scorsese – USA 1988
con Willem Dafoe, Harvey Keitel
***1/2

Visto in DVD, con Giovanni.

Mentre sta per morire sulla croce, dopo un'esistenza trascorsa dapprima nel tentativo di ignorare il richiamo di Dio (suscitando l'ira del suo amico d'infanzia Giuda, che lo voleva più attivo nella resistenza contro i romani) e poi a diffonderne la parola attraverso predicazioni e miracoli, Gesù viene sottoposto a un'ultima tentazione da parte di Satana: spacciandosi per un angelo custode, il diavolo gli rivela infatti che il suo sacrificio non è più necessario. Gesù può così scendere dal Golgota e vivere finalmente come ha sempre desiderato, ovvero come un uomo normale, senza doversi fare carico della salvezza dell'umanità: può sposarsi (con Maddalena), avere figli e raggiungere una serena vecchiaia. Tratto dal libro-scandalo di Nikos Kazantzakis (autore anche di "Zorba il greco"), è una delle opere più controverse e sottovalutate di Scorsese, circondato com'è da un'aura da "film maledetto" che, a ben vedere, non ha in realtà molta ragion d'essere. Il Cristo ritratto dal cattolicissimo regista italo-americano (e interpretato da uno straordinario Willem Dafoe) è forse – è vero – il più "umano" mai visto sullo schermo (ha desideri carnali, incertezze, dubbi e timori), ma proprio per questo il suo sacrificio finale (quando si rende conto di aver "tradito" la propria missione, supplica Dio di riportarlo sulla croce) finisce con l'avere ancora maggior valore. Dopo aver inserito nei suoi lavori precedenti tante figure cristologiche e aver abbondantemente affrontato temi come la colpa e la redenzione, con questo film Scorsese va direttamente "alle fonti" e si occupa dell'argomento senza più metafore o giri di parole. All'uscita della pellicola ci furono picchetti di integralisti cristiani fuori dalle sale cinematografiche(*), la Commissione Episcopale Italiana invitò i periodici cattolici a non recensirlo, e tuttora alcuni ottusi bigotti lo considerano un film blasfemo: ma viene il dubbio che chi lo critica non lo abbia nemmeno visto, o lo abbia fatto molto distrattamente. Molto interessante, in particolare, la lettura che la sceneggiatura di Paul Schrader fa della figura di Giuda (Harvey Keitel), che si rivela in realtà il discepolo più fedele e devoto a Gesù, e che accetta malvolentieri l'ingrato compito di tradirlo pur di servire un bene più grande. Curiosamente, a un certo punto è proprio Giuda ad accusare Cristo di essere un traditore. Altra ironia, all'inizio, sta nel fatto che proprio il falegname Gesù è colui che fabbrica le croci che i romani usano per i condannati a morte (e le trasporta sulle proprio spalle, per autopunirsi di questa collaborazione e per tentare di scacciare la voce di Dio). Notevole, infine, la scena in cui l'anziano Gesù incontra Paolo (Harry Dean Stanton) che sta predicando la sua nuova religione, quella che diventerà il cristianesimo e in cui il Cristo non si riconosce affatto. Ottimo il cast, dove brilla Barbara Hershey nella parte di una sensuale Maria Maddalena, mentre David Bowie è Ponzio Pilato. La confezione è superba sotto ogni aspetto: la regia ipnotica ed elegante, la fotografia dominata dal rosso e dai colori caldi, le scenografie bellissime e minimaliste (il film venne girato in Marocco), la musica "africana" di Peter Gabriel. L'unico grave difetto che mi sento di segnalare non è dovuto al film stesso ma dipende dai maledetti Monty Python: da quando ho visto "Brian di Nazareth" non riesco a evitare di sghignazzare (e ad immaginarmi uomini vestiti da donna che chiedono "un cartoccio di ghiaia per il ragazzo") durante scene come quella della lapidazione. Una curiosità: l'ultima inquadratura, con la pellicola che diventa bianca, è dovuta a un guasto della macchina da presa che provocò una sovraesposizione che Scorsese decise di lasciare nel film.

(*) In Italia il film venne anche denunciato per vilipendio alla religione: ma fu assolto dal tribunale di Venezia con questa magnifica sentenza, che è quasi meglio di ogni recensione cinematografica.

13 settembre 2009

Blue in the face (W. Wang, P. Auster, 1995)

Blue in the face (id.)
di Wayne Wang, Paul Auster – USA 1995
con Harvey Keitel, Mel Gorham
**1/2

Rivisto in VHS, con Marisa.

Girato in pochi giorni sullo stesso set di "Smoke", lasciando ampio spazio all'improvvisazione degli attori e approfittando della presenza occasionale di amici di passaggio (fra i quali Lou Reed, Madonna, Jim Jarmusch, Michael J. Fox, Mira Sorvino, Lily Tomlin), "Blue in the face" è un film disordinato, insolito e senza un vero filo narrativo, con una miriade di scenette, discussioni, gag e confessioni filosofiche che ruotano attorno alla tabaccheria di "Auggie" Wren, già al centro della precedente pellicola. Keitel è ancora il mattatore, William Hurt è assente, mentre alcuni dei comprimari del film originale (come Giancarlo Esposito, Jared Harris e Victor Argo) hanno stavolta maggiori opportunità di mettersi in mostra: Fra i temi trattati: ancora il fumo, naturalmente (esilaranti le testimonianze di Lou Reed e Jim Jarmush); la convivenza fra le tante etnie che vivono a Brooklyn (in un certo senso il quartiere è il vero protagonista della pellicola), con numerose interviste in stile documentario ai suoi abitanti; il doloroso trasloco della squadra di baseball dei Dodgers, che da Brooklyn venne spostata in California alla fine degli anni cinquanta; il culto delle cialde belghe. Fra i (deboli) filoni narrativi: il rapporto fra Auggie e la bella ispanica Violet (Mel Gorham); e il rischio che la tabaccheria, punto di riferimento e d'incontro degli abitanti della zona, venga chiusa per motivi economici. Fra i cameo e le partecipazioni più insolite: quella di Madonna, che porta a Keitel un telegramma cantato; e quella di Lily Tomlin, nei panni di una barbona sciroccata. Il film non nasconde la sua natura di opera improvvisata, e anzi può essere goduto solo se si è ben consapevoli che si tratta di un divertissement dei due autori e degli attori coinvolti, autoindulgente e senza pretese. Non ha lo spessore di "Smoke", ma ne è una gustosa appendice e ne conserva il calore e l'umanità.

10 settembre 2009

Smoke (Wayne Wang, 1995)

Smoke (id.)
di Wayne Wang, Paul Auster – USA 1995
con William Hurt, Harvey Keitel
***

Rivisto in DVD, con Marisa, Augusto e Lucia.

Scritto da Paul Auster, l'autore della "Trilogia di New York" (che – non accreditato – lo ha anche co-diretto con Wayne Wang), "Smoke" è un piccolo film indipendente e di culto che deve gran parte del suo fascino all'ambientazione minimalista, ai dialoghi letterari e alla profonda umanità dei personaggi, uno dei quali (quello interpretato da William Hurt) è quasi una controfigura di Auster stesso. Storie ed esistenze si incrociano a Brooklyn attorno a una piccola tabaccheria gestita da Augustus "Auggie" Wren (Keitel), un uomo dal passato burrascoso: fra i suoi clienti spicca soprattutto Paul Benjamin, scrittore in crisi creativa dopo la morte della moglie. Fra bevute e fumate, le vite dei due amici si intrecciano con quella di Thomas (Harold Perrineau), un diciassettenne di colore fuggito da casa per rintracciare il padre (Forest Whitaker) che non vede da diversi anni e che ora gestisce una piccola stazione di servizio; e quella di Ruby (Stockard Channing), ex fiamma di Auggie, alle prese con la figlia ribelle Felicity (Ashley Judd). La vita di quartiere, i piccoli e grandi drammi urbani (spesso legati al rapporto fra genitori e figli), l'amore per il tabacco, i sigari e il fumo in generale (un tema quanto mai "scomodo" negli Stati Uniti e spesso boicottato dall'industria cinematografica), aneddoti e passioni bizzarre (come quella di Auggie, che fotografa ogni mattina alle ore 8.00 lo stesso incrocio da anni e anni) e soprattutto l'elogio dell'amicizia: tutto questo concorre a farne un piccolo gioiellino, anche grazie alle eccellenti performance degli attori. Magistrale il finale, con la "storia di Natale" raccontata da Auggie e poi scritta da Paul, che viene mostrata allo spettatore dapprima soltanto attraverso le parole (la regia si limita a un lungo piano sequenza sul volto di Harvey Keitel che parla, zoomando sempre di più) e poi – sui titoli di coda – in un affascinante bianco e nero accompagnato dalla canzone "Innocent when you dream" di Tom Waits: una doppia dimostrazione del potere, rispettivamente, del racconto orale e di quello cinematografico! Sempre sui titoli di coda non poteva mancare, naturalmente, la classica "Smoke gets in your eyes", in una versione però riarrangiata. Da vari spezzoni e frammenti girati durante le riprese e nelle pause della lavorazione, Wang e Auster hanno poi improvvisato una sorta di sequel, "Blue in the face".

2 novembre 2006

Occhi di serpente (A. Ferrara, 1993)

Occhi di serpente (Snake Eyes, aka Dangerous Game)
di Abel Ferrara – USA 1993
con Harvey Keitel, James Russo, Madonna
*1/2

Visto in DVD, con Martin.

Eddie Israel (Keitel), regista alle prese con un attore difficile (James Russo), deve fronteggiare anche le proprie crisi coniugali. Ferrara torna a lavorare con Keitel dopo "Il cattivo tenente", ma il risultato non è all'altezza di quel capolavoro. Girato tutto in interni, implausibile e gridato, è un film che non mi è piaciuto e col quale non sono riuscito a entrare in sintonia. Anche come "cinema nel cinema" funziona poco e non è particolarmente interessante: sul set Eddie, più che al film, sembra interessato solo alla direzione degli attori e non fa mai un commento sulle inquadrature o su qualsivoglia aspetto tecnico della lavorazione. Il personaggio di Madonna, che pure narrativamente dovrebbe essere al centro dell'attenzione (è la causa scatenante delle bizze dell'attore principale e della crisi fra Eddie e sua moglie), soffre di scarsa caratterizzazione. Nel finale, nella vita privata del regista, assistiamo a una scena madre esagitata proprio come quelle del film che sta girando. Brutto il doppiaggio italiano, con voci mai sincronizzate con i labiali. Non ho capito il titolo (gli "occhi di serpente" sono il punteggio più basso che si possa fare tirando i dadi, due, e sono sinonimo di sfortuna: ma dov'è la sfortuna in questo film?). Pare che originariamente la durata fosse elevata (oltre tre ore), prima che Madonna insistesse su una serie di tagli. Da non confondere con "Omicidio in diretta" di Brian De Palma con Nicolas Cage, che in originale si intitola anch'esso "Snake Eyes".