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31 agosto 2022

Irma Vep - La vita imita l'arte (O. Assayas, 2022)

Irma Vep - La vita imita l'arte (Irma Vep)
di Olivier Assayas – USA/Francia 2022
con Alicia Vikander, Vincent Macaigne
*1/2

Visto in TV (Now Tv).

Remake, sotto forma di miniserie televisiva (in otto episodi), dell'omonimo film del 1996 dello stesso Assayas, che a sua volta parla(va) di un remake: quello del celebre serial muto "I vampiri" di Louis Feuillade, che il regista autoriale René Vidal (Macaigne) sta girando a Parigi con una star hollywoodiana, Mira Harberg (Vikander), nei panni della protagonista Irma Vep. Costei (interpretata da Musidora nel 1915 – anche se la serie, chissà perché, dice 1916 – e da Maggie Cheung nel 1996) è una dark lady ante litteram, fascinosa ladra vestita con una tuta nera aderente che fa parte di una banda criminale (i "Vampiri", appunto) che terrorizza Parigi. Ma l'arte e la vita, la realtà e l'immaginazione, si confondono durante la travagliata lavorazione della serie, che mette a dura prova le fragili esistenze di attori e cineasti, alle prese con spiriti e demoni personali... Autoreferenziale e autobiografica (in René c'è molto di Assayas, a partire dalla relazione con "l'attrice cinese" che aveva interpretato Irma Vep in precedenza) ma al tempo stesso meno realistica (basti notare che, a differenza del film con Maggie Cheung, stavolta nessuno interpreta sé stesso e dunque tutti i personaggi sono immaginari), la serie è purtroppo noiosa e sfilacciata: come molti prodotti televisivi che prendono l'idea di partenza da un film o da qualcosa di preesistente, ne stiracchia i contenuti per spalmarli su una durata di più ore senza una vera necessità narrativa, il che risulta in una successione di situazioni ed episodi del tutto estemporanei e inconsequenziali. E quando prova a farsi "profonda", con le discussioni sulla vita, il cinema, la spiritualità, si ha l'impressione che sia tutto improvvisato sul momento e superficiale. La Vikander è francamente inadeguata nel ruolo dell'attrice sexy e bisessuale: meglio Macaigne in quello del regista nevrotico e depresso, nonché alcuni comprimari. Fra i migliori, Vincent Lacoste (il vanesio attore francese Edmond), Lars Eidinger (l'eccentrico e tossicomane attore tedesco Gottfried) e Devon Ross (Regina, assistente personale di Mira nonché aspirante regista), mentre il personaggio della costumista lesbica Zoe (Jeanne Balibar), assieme alla protagonista stessa, è quello che più ha sofferto nel passaggio dal film alla serie tv. Velleitari i riferimenti allo stato del cinema e della tv moderna (ma è triste che un prodotto in teoria così permeato di storia del cinema sia uscito sotto forma di serie televisiva: d'altronde, il cinema è morto). I numerosi inserti con la vicenda dei vampiri, con spezzoni del serial muto e poi le scene rifatte, sono la cosa più interessante: ma a quel punto, è meglio dedicare il proprio tempo a rivedersi direttamente l'originale di Feuillade.

17 agosto 2022

Irma Vep (Olivier Assayas, 1996)

Irma Vep (id.)
di Olivier Assayas – Francia 1996
con Maggie Cheung, Jean-Pierre Léaud, Nathalie Richard
***

Rivisto in divx.

René Vidal (Jean-Pierre Léaud), regista "autoriale" da tempo in declino, è in procinto di girare un remake del classico serial del 1915 "I vampiri" di Louis Feuillade (naturalmente muto e in bianco e nero, come l'originale) scegliendo come protagonista Maggie Cheung (sé stessa), popolare attrice di Hong Kong. Giunta a Parigi, Maggie si ritrova spersa in una città straniera di cui non conosce la lingua e su un set pieno di confusione, dove abbondano tensioni e litigi. Per non parlare del fatto che si trova al centro delle tensioni fra la troupe e un regista in profonda crisi, sia professionale che personale, e delle attenzioni che, secondo feroci gossip, esercita su Zoé, la costumista lesbica (un'ottima Nathalie Richard). Una sorta di "Effetto notte" per Assayas, con cui affronta svariati temi semi-autobiografici e legati allo stato della settima arte in un momento di passaggio dalle velleità autoriali delle Nouvelle Vague (di cui René è uno degli ultimi rappresentanti: non a caso il personaggo è interpretato da Léaud, celebre "alter ego" di Truffaut nel ciclo di Antoine Doinel iniziato con "I quattrocento colpi") al post-modernismo di Tarantino & Co. (esemplificato dalla macchietta del giornalista che intervista Maggie, innamorato di John Woo e del cinema di arti marziali e feroce detrattore del vecchio cinema francese, descritto come "noioso", "intellettuale" e interessato solo al "proprio ombelico": sembra di sentire le stesse critiche che si facevano all'epoca al cinema impegnato italiano, o le parole rivolte da esegeti del cinema "popolare" e "d'azione" contro quello "d'autore"; il paradosso, naturalmente, è che le due cose possono convivere, come ha dimostrato la stessa Maggie nel corso della sua carriera, passando dalle pellicole di Jackie Chan a quelle di Wong Kar-wai). Lo stile di Assayas, per forza di cose, va alla ricerca del realismo, con la macchina a mano, lunghi piani sequenza, musica diegetica, dialoghi improvvisati o che si sovrappongono fra loro in modo fluente; e non mancano momenti intensi e sorprendenti, come quello in cui Maggie, per "entrare nel personaggio", indossa il costume di Irma Vep (una tuta in lattice, aderente e completamente nera, simile a quella di Musidora nel film di Feuillade ma ispirata anche alla Catwoman del secondo "Batman" di Tim Burton) e si aggira per l'albergo dove risiede, entrando persino nella stanza di una turista americana (interpretata da Arsinée Khanjian, moglie e musa di Atom Egoyan!) e rubandole una collana. L'insieme è affascinante, nel ritrarre il caos turbolento di una produzione cinematografica destinata da subito al fallimento: alla fine René abbandonerà il progetto e gli subentrerà un altro regista, José Mirano (Lou Castel), che come prima cosa rinuncerà all'attrice cinese, sostituendola con la sua controfigura. Maggie come sempre è esotica, splendida e vulnerabile. Nel cast anche Bulle Ogier (l'amica di Zoé). Nella colonna sonora spicca "Bonnie and Clyde" cantata da Serge Gainsbourg e Brigitte Bardot. Nel 2022 lo stesso regista ha realizzato un remake autoreferenziale sotto forma di miniserie televisiva (con Alicia Vikander).

30 dicembre 2021

Personal shopper (Olivier Assayas, 2016)

Personal shopper (id.)
di Olivier Assayas – Francia/Ger/Bel 2016
con Kristen Stewart, Lars Eidinger
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

La giovane Maureen (Kristen Stewart), che lavora a Parigi come "personal shopper" per la celebrità Kyra (Nora von Waldstätten), è anche una medium in grado di percepire la presenza degli spiriti. Ma i suoi tentativi di instaurare un contatto con il fratello gemello Lewis, morto da poche settimane per un problema cardiaco, si rivelano infruttuosi... Uno strano film, che mescola in parallelo due storie/vicende legate fra loro solo dalla protagonista e dai suoi traumi: da una parte l'elaborazione del lutto e il tentativo di contattare lo spirito del fratello; dall'altro il rapporto con sé stessa, i propri desideri e le proprie paure, che si riflettono nello strano lavoro per conto della sfuggente Kyra, che praticamente non vede mai di persona, di cui cura l'immagine acquistando vestiti di lusso, scarpe, borse e gioielli che però gli è proibito provare o indossare lei stessa. Una proibizione che naturalmente si trasforma in desiderio di trasgressione, portando alla luce turbamenti nascosti. Le due storie si sfiorano soltanto, come quando Maureen inizia a ricevere strani messaggi sul cellulare da uno sconosciuto: si tratta del fratello morto, o di qualcuno dell'entourage di Kyra? E si incrociano infine nel finale-thriller, compresa una sequenza surreale (il "fantasma" che esce dall'albergo) che contribuisce al mistero di un film permeato da cupezza e disagio (vedi anche la fotografia "fredda") fino all'ultima sequenza, da horror psicologico. Un film un po' evanescente e pretenzioso, e non privo di divagazioni (come quelle artistiche, sulla pittrice astratta di inizio novecento Hilma af Klint o sulle sedute spiritiche di Victor Hugo), ma ben diretto e recitato. Assayas ha scritto il film espressamente per la Stewart, che aveva già recitato per lui in "Sils Maria". Premio per la miglior regia al festival di Cannes, ex aequo con "Un padre, una figlia" di Mungiu.

20 novembre 2018

Contro il destino (Olivier Assayas, 1991)

Contro il destino (Paris s'éveille)
di Olivier Assayas – Francia 1991
con Judith Godrèche, Thomas Langmann
**1/2

Visto in TV.

Il diciannovenne Adrien (Thomas Langmann), in fuga dalla polizia, lascia Tolosa per rifugiarsi a Parigi dal suo padre naturale, Clément (Jean-Pierre Léaud), che non vede da diversi anni. L'uomo convive con la diciottenne Louise (Judith Godrèche), aspirante attrice e modella, che ben presto lo lascia per mettersi proprio con il figlio. Ma la vita dei due ragazzi è difficile, anche perché Louise è tossicodipendente e Adrien non ha né lavoro né documenti... Il terzo film di Assayas è uno spaccato esistenziale di personaggi irrequieti e problematici, alla continua ricerca di stabilità e di qualcosa che li completi. La bella atmosfera (costruita dalla regia avvolgente e dalla fotografia di Denis Lenoir) e la ricchezza dei dialoghi, curati e realistici, sono al servizio di una vicenda priva di focus, proprio come i suoi protagonisti, indecisi e in balìa di loro stessi (oltre che di rapporti familiari e sentimentali irrisolti e tormentati), che alla fine non potranno che prendere strade separate. Memorabile la Godrèche, in bilico fra ragazzina e donna matura, con i capelli corti e l'espressione sognante, a volte timida e incerta (come nell'audizione) e a volte decisa e sicura di sé. Il titolo originale, che significa "Parigi si sveglia", sembra rimandare al classico di René Clair "Parigi che dorme" e sottolinea l'ambientazione in una città catturata in un momento di passaggio, sospesa, nervosa e dai colori cangianti, che promette molte opportunità ma si rivela anche poco accogliente e anzi quasi ostile. Musica di John Cale.

20 settembre 2018

Il gioco delle coppie (Olivier Assayas, 2018)

Il gioco delle coppie, aka Non-fiction (Doubles vies)
di Olivier Assayas – Francia 2018
con Guillaume Canet, Juliette Binoche
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Pellicola corale con cui Assayas riflette sulle trasformazioni del panorama editoriale – e culturale in generale – ai tempi di internet e del digitale. Alain (Guillaume Canet) è il curatore di una storica e prestigiosa casa editrice. Leonard (Vincent Macaigne) è uno scrittore che basa tutti i suoi romanzi su episodi autobiografici. Selena (Juliette Binoche), la moglie di Alain, è un'attrice che recita da anni in una fortunata serie televisiva. Valérie (Nora Hamzawi), la compagna di Leonard, è un'attivista politica che si dà da fare per sostenere un candidato populista. La giovane Laure (Christa Théret) viene assunta per occuparsi dello "sviluppo digitale" della casa editrice. Alta densità di dialoghi (è un film essenzialmente parlato, con una successione di scenette dall'impianto quasi teatrale) e vicende che si incrociano (con molti tradimenti: Alain diventa l'amante di Laure, Selena lo è di Leonard da anni), presentate con toni leggeri e spigliati, una forte ironia di fondo che scherza sugli intellettuali (e il modo di atteggiarvisi: vedi Leonard che nel suo romanzo finge di aver avuto un'esperienza sessuale durante la proiezione de "Il nastro bianco" di Haneke, quando invece è accaduto durante un film di "Star Wars") e affronta i temi del cambiamento nella comunicazione, presentando i punti di vista di tutti senza prendere posizione (il che può essere un pregio ma anche un difetto). Non tutti i personaggi sono sviluppati adeguatamente (bene Leonard, anche se è una figura un po' caricaturale e macchiettistica; meno convincente Alain, che pure è l'alter ego del regista): in fondo sono tutti intellettuali superficiali in ogni cosa che fanno (persino nell'amore e nei tradimenti, che non sfocieranno mai in tragedia). In ogni caso un film garbato e simpatico, ironico e mai gridato, benché alla resa dei conti abbia forse le polveri bagnate e non dica nulla di veramente interessante o sconvolgente sulla rivoluzione digitale in atto. Tante le strizzatine d'occhio (l'autocitazione di Juliette Binoche) e i riferimenti letterari, cinematografici o culturali (da "Luci d'inverno" di Bergman al "Gattopardo").

18 giugno 2014

Sils Maria (Olivier Assayas, 2014)

Sils Maria (Clouds of Sils Maria)
di Olivier Assayas – Svizzera/Francia/Germania 2014
con Juliette Binoche, Kristen Stewart
**1/2

Visto al cinema Orfeo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Dopo l'improvvisa morte dello scrittore e regista che l'aveva lanciata quando aveva solo 18 anni, l'attrice francese Maria Enders (Juliette Binoche) accetta di recitare in una nuova edizione della piéce teatrale con cui aveva esordito al cinema, una scabrosa storia d'amore: soltanto che ora dovrà interpretare il personaggio più anziano, quello della donna matura che si lascia sedurre e abbandonare da una ragazzina giovane e manipolatrice, il cui ruolo viene invece affidato a una stellina hollywoodiana del momento. Per preparare al meglio la parte, l'attrice si trasferisce nella casa dello scrittore defunto, fra le montagne svizzere (per l'appunto a Sils Maria, nell'Engadina), in compagnia della sua assistente personale Val (Kristen Stewart). Ma fare i conti con sé stessa e con il proprio passato sarà difficile e doloroso. Profonda riflessione sul tempo che passa, sull'importanza di accettare i cambiamenti e su come rispecchiarsi (o meno) nel mondo che ci circonda. A fare da contraltare alla protagonista, più che l'attricetta trasgressiva e iper-paparazzata con cui dovrà lavorare (Jo-Ann, interpretata da Chloë Grace Moretz), c'è la sua giovane assistente: è dal continuo confronto con lei e con la sua visione della vita che Maria imparerà ad affrontare il presente, la propria fragilità e le proprie paure. Ambizioso, colmo di citazioni metacinematografiche e di riferimenti al mondo reale (il "curriculum" di Maria è quasi identico a quello della Binoche, per dirne una), il film affianca alla buona caratterizzazione psicologica dei personaggi alcune interessanti riflessioni sul rapporto fra l'arte e la vita (vedi le differenti interpretazioni a proposito della piéce teatrale, o i pareri sul cinema commerciale con la pellicola di fantascienza pop che Maria e Val vanno a vedere a Sankt Moritz). Peccato però per un certo eccesso di freddezza e precisione, che a tratti dona alla pellicola il tono di un distante gioco intellettuale e gli impedisce di decollare pienamente (anche se non mancano alcuni momenti lasciati all'immaginazione dello spettatore, vedi la misteriosa scomparsa di Val: che la sua presenza a Sils fosse solo frutto della fantasia di Maria, un modo per restare ancorata alla propria giovinezza?). A proposito, data per scontata la bravura della Binoche, sorprende invece la Stewart, autrice di una prova intensa e convincente. Affascinante l'ambientazione: il titolo della piéce che Marie deve recitare, "Il serpente del Maloja", si riferisce al fenomeno atmosferico delle nuvole che si formano lungo il passo del Maloja, la serpentina che dall'Italia conduce alla bellissima valle dell'Alta Engadina. La pellicola è stata girata in parte anche in Alto Adige (in Val Gardena).

18 settembre 2012

Qualcosa nell'aria (Olivier Assayas, 2012)

Qualcosa nell'aria (Après mai)
di Olivier Assayas – Francia 2012
con Clement Metayer, Lola Créton
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

La vita, gli amori, le ribellioni e la crescita di un gruppo di liceali inquieti e politicamente impegnati – fra anarchia e comunismo – nell’estate del 1971 (il titolo originale significa “Dopo maggio”): critici verso le istituzioni e gli idoli del passato, i protagonisti vivono pienamente l’ondata libertaria della controcultura, sognando di diventare artisti, pittori o registi e di portare a compimento quella rivoluzione che pochi anni prima, nel 1968, non avevano potuto cominciare perché ancora troppo giovani. Assayas stesso, che nel 1971 aveva sedici anni, fa parte di questa generazione: il film è dichiaratamente autobiografico e affonda a pieni mani in ricordi, canzoni, letture, visioni, sensazioni e illusioni di quegli anni. L’individualismo e il pluralismo, il lavoro e lo studio, i viaggi (in Italia, in Nepal, a Londra, in America) e l’impegno si fondono e si confondono in una narrazione frammentata e lineare al tempo stesso, che non segue una trama ma un flusso di vita dove trovano posto anche indecisioni e confusione (si pensi alla diatriba fra i documentaristi su quale “stile” cinematografico adottare: rivoluzionario ma incomprensibile alle masse o tradizionale ma più efficace?), l’incoscienza dovuta all’età e gli inevitabili intoppi nel percorso di crescita, fra amori e delusioni, certezze e dubbi, estremismi e ripensamenti. Il film è stato premiato a Venezia per la miglior sceneggiatura, anche se forse non sono i dialoghi il suo vero punto di forza bensì l’atmosfera generale (cui contribuisce una bellissima fotografia, luminosa ed eterea come solo i ricordi dell’adolescenza possono essere), la ricostruzione della cultura che si respirava in quegli anni, i sogni e gli ideali di chi cercava a fatica di individuare la propria strada in un mondo sempre più vasto e complicato. La politica, l’arte e la vita si fondono così in un mosaico di esperienze e di sensazioni, alla continua ricerca di coerenza e libertà. Fra i personaggi (tutti interpretati da bravi e giovanissimi attori) spicca Gilles, vero e proprio alter ego di Assayas, più interessato alla pittura che alla politica, diviso fra due amori e colto dai primi dubbi sul reale significato degli stravolgimenti che lo circondano. Il suo è un percorso alla scoperta della propria vita, fra compagni sempre più estremisti e rivoluzionari e altri che invece si ripiegano su sé stessi, sull’amore o sul misticismo, fra la sperimentazione artistica che si ribella al passato (“Odio i vecchi poeti”, recita una poesia di Gregory Corso che il ragazzo legge a un certo punto) e l’esperienza che solo un’industria culturale ben organizzata può garantire (gli sceneggiati televisivi su Maigret che il padre produce, le pellicole di fantascienza trash che si girano nei Pinewood Studios di Londra). Alla fine la vita continua, e quell’epoca – come ogni epoca – si rivelerà essere solo un momento di passaggio, per quanto importante, nel corso di un’esistenza.

16 febbraio 2011

Paris, je t'aime (aavv, 2006)

Paris, je t'aime
di registi vari – Francia 2006
film a episodi
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Ideato dal produttore e regista Emmanuel Benbihy, che ha girato le sequenze di raccordo insieme a Frédéric Auburtin, "Paris, je t'aime" è un film a episodi sul tema dell'amore, in cui ogni segmento (ciascuno della durata di cinque minuti) è dedicato a uno dei venti arrondissements (i quartieri municipali) di Parigi. In realtà i cortometraggi sono solo diciotto: mancano quelli dedicati all'undicesimo e al quindicesimo arrondissement, girati rispettivamente da Raphaël Nadjari e da Christoffer Boe ma eliminati dal montaggio finale per questioni di equilibrio (i due registi sono comunque citati fra i ringraziamenti nei titoli di coda). Realizzato da un'ottima rosa di cineasti internazionali, il film è più piacevole del previsto: la visione non è mai noiosa, grazie anche alla brevità degli episodi che si succedono senza soluzione di continuità e che restituiscono un'immagine ideale di una città complessa, multietnica e romantica come la capitale francese. Certo, come tutte le pellicole di questo tipo soffre un po' per la qualità altalenante dei diversi episodi (i migliori mi sono parsi quelli di Cuarón, Coixet e Schmitz, i peggiori quelli dei Coen e della Chadha), ma il livello medio è piuttosto buono e c'è anche una sostanziale omogeneità stilistica, visto che la troupe tecnica è spesso la stessa (fanno eccezione alcuni registi che hanno voluto al proprio fianco i loro collaboratori abituali). Non mancano comunque episodi che si distaccano nettamente dagli altri per temi, fotografia e atmosfere (su tutti quello di Vincenzo Natali). Da sottolineare i gustosi "camei" di alcuni cineasti all'interno degli episodi dei colleghi, come Wes Craven che interpreta la vittima del vampiro nel segmento di Natali, o Alexander Payne che veste i panni di Oscar Wilde nell'episodio diretto dallo stesso Craven. Il film si conclude con una breve sequenza nella quale rivediamo tutti i personaggi dei vari episodi mentre interagiscono fra loro. Visto il successo dell'operazione, sono stati messi in cantiere film simili ambientati in altre città (il primo a essere uscito, nel 2009, è "New York, I love you").

"Montmartre", di Bruno Podalydès, con Bruno Podalydès e Florence Muller (**)
Dopo aver trovato a fatica un parcheggio, un uomo rimane in auto a rammaricarsi della propria solitudine; poi nota una donna svenuta sul marciapiede e corre in suo soccorso. Un incipit non troppo significativo, ma l'espressività del protagonista rimane impressa.

"Quais de Seine", di Gurinder Chadha, con Cyril Descours e Leïla Bekhti (*1/2)
Seduto al fianco di due amici che si divertono a fare commenti volgari su tutte le donne che passano per strada, un ragazzo si innamora di una giovane musulmana e scopre che il padre di lei è più tollerante del previsto. Troppo buonista per convincere appieno.

"Le Marais", di Gus Van Sant, con Gaspard Ulliel ed Elias McConnell (**1/2)
Un giovane artista, recatosi in una tipografia, si sente attratto da un ragazzo che lavora lì e cerca di spiegargli di aver trovato l'anima gemella: ma i due non si capiscono perché parlano lingue diverse. Interessante, ma forse meritava un maggiore sviluppo. Cameo di Marianne Faithfull.

"Tuileries", di Joel ed Ethan Coen, con Steve Buscemi e Julie Bataille (*1/2)
Un turista americano ossessionato dalla Gioconda, seduto in attesa della metropolitana, commette l'errore dal quale la sua guida turistica lo aveva messo in guardia: incrociare lo sguardo di altre persone, nella fattispecie quello di una coppia di innamorati litigiosi. La solita scemenza dei Coen, che vorrebbero far ridere senza riuscirci.

"Loin du 16e", di Walter Salles e Daniela Thomas, con Catalina Sandino Moreno (**)
Un'immigrata brasiliana canta una ninna nanna al suo bambino prima di lasciarlo in una nursery per recarsi al lavoro. Come donna di servizio, canta la stessa ninna nanna al figlio della sua datrice di lavoro. Esile.

"Porte de Choisy", di Christopher Doyle, con Barbet Schroeder e Li Xin (**1/2)
Un rappresentante di articoli per parrucchiere arriva in un bizzarro salone di bellezza gestito da una ragazza cinese che pratica le arti marziali. Un episodio variopinto, grottesco e surreale, nel quale il direttore della fotografia di Wong Kar-wai si dimostra ancora legato a temi e personaggi hongkonghesi (nella colonna sonora c'è anche una canzone di Faye Wong).

"Bastille", di Isabel Coixet, con Sergio Castellitto e Miranda Richardson (***)
Un uomo progetta di lasciare la moglie per una donna più giovane. Ma quando scopre che la coniuge è malata di leucemia, sceglie di restare al suo fianco e finisce con l'innamorarsi nuovamente di lei. Commentato dalla voce off di un narratore, è uno degli episodi più suggestivi e malinconici, quasi un noir. Non mancano momenti di sottile ironia, come quando il marito si "sacrifica" accompagnando la moglie a vedere un film di Bela Tarr.

"Place des Victoires", di Nobuhiro Suwa, con Juliette Binoche e Willem Dafoe (**)
Una madre, sconvolta e ossessionata dalla recente morte del figlioletto, ha l'occasione di dirgli addio per l'ultima volta grazie all'intercessione dello spirito di un cowboy. All'inizio poco accattivante, ma poi si rivela un'originale variazione sul tema dell'elaborazione del lutto.

"Tour Eiffel", di Sylvain Chomet, con Paul Putner e Yolande Moreau (**1/2)
Un buffo bambino racconta come i suoi genitori, entrambi mimi, si sono incontrati e innamorati. Comicità infantile, visionaria e surreale: per una volta Chomet non usa l'animazione e si affida ad attori in carne e ossa, anche se non rinuncia al suo stile cartoonistico e caricaturale.

"Parc Monceau", di Alfonso Cuarón, con Nick Nolte e Ludivine Sagnier (***)
Un uomo anziano si incontra per strada con una donna più giovane: dai loro discorsi sembrerebbe che i due siano amanti, ma alla fine si scoprirà che si tratta di un padre e di una figlia, la quale lo ha chiamato perché faccia da babysitter al nipotino mentre lei va al cinema con un'amica. Girato magistralmente in un unico piano sequenza e con un'ottima sceneggiatura (in due lingue).

"Quartier des Enfants Rouges", di Olivier Assayas, con Maggie Gyllenhaal e Lionel Dray (**1/2)
Un'attrice americana, a Parigi per recitare in un film in costume, chiede a uno spacciatore di procurarle dell'hashish e si illude di stringere amicizia con lui. Ma quando gli chiederà di rivederlo, lui non si presenterà. Bello e in linea con il cinema struggente di Assayas (che, in mancanza dell'amata Maggie Cheung, ha reclutato un'altra Maggie).

"Place des fêtes", di Oliver Schmitz, con Seydou Boro e Aïssa Maïga (***)
Un immigrato nigeriano, ferito a morte con una coltellata da un gruppo di teppisti, domanda un caffé alla giovane volontaria che lo ha soccorso e che, come rivela un rapido flashback, aveva già incontrato in passato. Incisivo e commovente: un vero e proprio film, nonostante la breve durata.

"Pigalle", di Richard LaGravenese, con Bob Hoskins e Fanny Ardant (**)
Una coppia di mezza età litiga in un locale a luci rosse: o meglio finge di farlo per ravvivare il proprio rapporto, visto che si tratta di due attori teatrali. Colpi di scena, atmosfera torbida e due ottimi interpreti, ma lascia un po' il tempo che trova.

"Quartier de la Madeleine", di Vincenzo Natali, con Elijah Wood e Olga Kurylenko (**1/2)
Un ragazzo si innamora di una bellissima vampira dopo averla sorpresa di notte mentre azzannava una vittima per la strada. Atmosfere retrò da cinema muto ed espressionista (con citazioni da Murnau e Feuillade) per un cortometraggio che gioca con il colore e il sonoro, stilisticamente affascinante.

"Père-Lachaise", di Wes Craven, con Emily Mortimer e Rufus Sewell (**1/2)
Una coppia di fidanzati in "luna di miele anticipata" visita il cimitero di Père-Lachaise. Dopo un litigio, il fantasma di Oscar Wilde aiuta il ragazzo a riconciliarsi con l'innamorata. Non un horror, come ci si aspetterebbe da Craven, ma una riflessione romantica sull'importanza del sense of humour.

"Faubourg Saint-Denis", di Tom Tykwer, con Melchior Beslon e Natalie Portman (**1/2)
Credendo che la sua fidanzata lo abbia lasciato, uno studente cieco richiama alla memoria i momenti più importanti della sua storia con lei. Ma la ragazza, un'aspirante attrice americana, stava soltanto recitando un copione. Come in "Lola corre", Tykwer sfrutta un montaggio rapido e sequenze ripetute e accelerate per dare vigore a uno degli episodi più romantici del lotto.

"Quartier Latin", di Gérard Depardieu, con Ben Gazzara e Gena Rowlands (*1/2)
Un'anziana coppia, separata da tempo, si incontra in un bar per mettere a punto le pratiche del divorzio. Depardieu veste i panni del barista, ma la storia (sceneggiata dalla stessa Rowlands) annoia e non dice poi molto.

"14e arrondissement", di Alexander Payne, con Margo Martindale (**)
Una turista americana, sempliciotta e sovrappeso, racconta con candore e ingenuità una vacanza trascorsa da sola a Parigi, e spiega il motivo per cui ama questa città. Una conclusione bonaria e un po' ingenua, proprio come la sua protagonista.

22 febbraio 2008

Clean (Olivier Assayas, 2004)

Clean (id.)
di Olivier Assayas – Francia/Canada/GB 2004
con Maggie Cheung, Nick Nolte
**1/2

Visto in DVD.

Secondo film di Assayas con Maggie Cheung, dopo "Irma Vep" (nel quale l'attrice hongkonghese, che dal 1998 al 2001 è stata sposata per tre anni proprio con il regista francese, intepretava sé stessa). Qui Maggie è la vedova di un cantante canadese morto per overdose che, pur essendo a sua volta tossicodipendente, cerca di ricostruirsi una vita "pulita" nella speranza di poter riabbracciare il figlioletto che nel frattempo viene custodito dal nonno paterno, un ottimo e misurato Nick Nolte. Permeato dal consueto naturalismo di Assayas (che gradisco parecchio), il film propone personaggi e dialoghi realistici (ma chissà perché quelli in francese e quelli in inglese sono stati doppiati in italiano, mentre quelli in cinese no) ed è ambientato nel mondo della musica alternativa, fra il Canada, Parigi e Londra. Mi piacciono i film dove le conflittualità sono ben presenti ma non vengono esasperate, dove le persone riflettono prima di gridare, dove si è convinti che la gente possa cambiare e c'è sempre qualcuno (come Nolte, in questo caso) che crede nel perdono. Maggie conferma di essere un'attrice a tutto tondo (la sua interpretazione le è valsa il premio come miglior attrice al festival di Cannes) e si esibisce anche in alcuni bei numeri di canto.